I tre moschettieri, vol. III Alexandre Dumas Translator: Angiolo Orvieto I TRE MOSCHETTIERI DI Alessandro Dumas VERSIONE DI ANGIOLO ORVIETO. VOL. III. Napoli, GIOSUÈ RONDINELLA EDITORE Strada Trinità Maggiore nº 27 1853 TIPOGRAFIA DI G. PALMA. CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO XXXII. Dopo la minestra la serva portò un pollo allessato, magnificenza che fece dilatare le palpebre dei convitati in modo tale che sembravano avessero a schizzare fuori delle orbite. -- Si vede che amate la vostra famiglia, signora Coquenard, disse il procuratore con un sorriso quasi tragico; ecco, certamente, una galanteria che voi fate a vostro cugino. Il povero pollo era magro, e rivestito con quelle grosse pelli increspate che le ossa non giungono mai a traforare ad onta dei loro sforzi; abbisognava che fosse stato cercato lungamente prima di ritrovarlo nel pollaio, ove si era ritirato per morire di vecchiaia. -- Diavolo! pensò Porthos, questa è una cosa molto trista; io rispetto la vecchiaia, ma ne faccio poco conto nell'arrosto e nel lesso. E guardò in giro per vedere se la sua opinione era divisa dagli altri; ma, tutto al contrario di lui, egli non vide che occhi fiammeggianti che divoravano in antecedenza questo pollo sublime, oggetto del suo disprezzo. La signora Coquenard tirò a se il piatto, staccò con maestria le due grandi zampe nere che depose sul piatto di suo marito, staccò il collo colla testa che mise a parte per se stessa, levò un'ala per Porthos, e rimise alla serva l'animale che poco prima aveva portato, che se ne ritornò quasi intatto, e che era scomparso prima che il moschettiere avesse avuto il tempo di esaminare le variazioni di rincrescimento disegnatesi sui visi degli scrivani, a seconda dei caratteri e dei temperamenti di coloro che lo provavano. Dopo il pollo, fece la sua entrata un piatto di fave, piatto enorme, nel quale alcune ossa di montone, che a primo aspetto si sarebbero potuto credere accompagnate dalla loro carne, facevano sembiante di farsi vedere. Ma gli scrivani non furono ingannati da questa soperchieria, e le fisonomie lugubri divennero visi rassegnati. La signora Coquenard distribuì questo cibo ai giovani, colla moderazione di una buona economa. Era venuto il giro dei vini. Il sig. Coquenard versò, da una bottiglia dal collo molto stretto, il terzo di un bicchiere a ciaschedun giovane, ne versò a se stesso una porzione quasi eguale, e la bottiglia passò subito dalla parte di Porthos e della signora Coquenard. I giovani riempirono d'acqua questo terzo di vino; quindi, quando ebbero bevuta la metà del bicchiere, lo riempivano nuovamente d'acqua, e sempre facevano lo stesso, cosa che li portava, alla fine del pranzo, a bere una bevanda che dal colore del rubino, era passata a quello del topazio bruciato. Porthos mangiò timidamente la sua ala di pollo. Bevè pure il suo mezzo bicchiere di questo vino molto economico, che riconobbe per vino di Montreuil. Il sig. Coquenard lo guardò inghiottire questo vino puro, e sospirò. -- Non mangiate di queste fave, cugino mio Porthos? disse la signora Coquenard con quel tuono che vuol dire: credete a me, non ne mangiate. -- Grazie, cugina mia, diss'egli, io non ho più fame. Successe un momento di silenzio. Porthos non sapeva in qual modo contenersi. Il procuratore ripetè più volte: -- Ah! signora Coquenard, io ve ne faccio i miei rallegramenti, il vostro pranzo è un vero festino. Porthos credè di essere mistificato, e cominciò a rialzare i suoi baffi, e ad aggrottare il sopracciglio; ma lo sguardo della signora Coquenard lo consigliò alla pazienza. In questo momento, in seguito ad uno sguardo del procuratore, gli scrivani si alzarono lentamente da tavola, piegarono anche più lentamente le loro salviette, quindi salutarono e partirono. -- Andate, giovanotti, andate a fare la digestione lavorando, disse gravemente il procuratore. Gli scrivani partirono, la signora Coquenard si alzò, e cavò da una credenza un pezzo di formaggio, dei dolci di cotogno, ed un bodino ch'ella stessa aveva fatto colle mandorle e col miele. Il signor Coquenard aggrottò il sopracciglio, poichè vedeva troppe vivande. -- Un festino, decisamente un festino! gridò egli agitandosi sul suo seggio, un vero festino! -Epulae epularum-: Lucullo che pranzo da Lucullo! Porthos guardò la bottiglia che era vicina a lui, e sperò di pranzare col vino, pane e formaggio; ma il vino mancò ben presto, la bottiglia era vuota: il signore e la signora Coquenard fecero sembiante di non accorgersene. -- Sta bene, disse a se stesso Porthos, eccomi avvisato per un'altra volta. Passò la sua lingua sul piccolo cucchiaio di dolci, e si agglutinò i denti nella pasta colante della signora Coquenard. -- Ora, diss'egli, il sacrifizio è compiuto. Il signor Coquenard, dopo le delizie di un simile pranzo, che egli chiamava un eccesso, provò il bisogno di fare la sua sesta. Porthos sperava che la cosa avrebbe avuto luogo nella stessa località, ma il procuratore non volle intender niente; abbisognò ricondurlo nella sua camera, e gridò tanto fino a che non fu rimesso davanti il suo armadio, sulle imposte del quale, per maggiore precauzione, appoggiò i suoi piedi. La procuratrice condusse Porthos nella camera vicina. -- Voi potete venire a pranzo tre volte la settimana, disse la sig. Coquenard. -- Grazie, rispose Porthos, io non voglio abusare. D'altronde bisogna che io pensi ad equipaggiarmi. -- È vero, disse la procuratrice gemendo; vi è questo disgraziato equipaggio: non è così? -- Pur troppo sì! disse Porthos. -- Ma di che cosa dunque si compone l'abbigliamento del vostro corpo, sig. Porthos. -- Oh! di molte cose, disse Porthos; i moschettieri, come ben sapete, sono soldati di un corpo scelto, e loro abbisognano degli oggetti che sono inutili alle altre guardie ed agli svizzeri. -- Ma pure dettagliatemi i vostri bisogni. -- Ciò porterà... disse Porthos, che amava meglio discutere il totale di quello che il dettaglio. La procuratrice aspettò fremendo. -- A quanto? diss'ella; spero bene che ciò non oltrepasserà le... E si fermò, la parola le venne meno. -- Oh! no, disse Porthos, non oltrepasserà le due mila e cinquecento lire. Credo anzi che colla economia uno se ne possa cavare con due mila lire. -- Buon Dio! due mila lire! gridò ella; questa è la fortuna di una famiglia, e giammai mio marito acconsentirà a prestare una tal somma! Porthos fece una boccaccia delle più espressive; la signora Coquenard lo capì. -- Io domandava i dettagli, diss'ella, perchè avendo molti parenti e dei clienti nel commercio, era quasi sicura di ottenere gli oggetti ad un cento per cento al disotto del prezzo che voi stesso potreste comprarli. -- Ah! ah! fece Porthos, se non è che questo che volevate darmi... -- Sì, caro Porthos. Voi avete bisogno primieramente... -- Di un cavallo. -- Sì, un cavallo. Ebbene! io ho precisamente ciò che vi conviene. -- Ah! disse Porthos raggiante, ecco dunque che va bene in quanto al mio cavallo; in seguito mi abbisogna il cavallo del mio lacchè e la mia valigia. Perciò che riguarda le mie armi, non fa d'uopo che ve ne occupiate, io le ho. -- Un cavallo per il vostro lacchè? riprese esitando la signora procuratrice, ma questa è una cosa da gran signore, amico mio. -- E che! signora, disse con orgoglio Porthos, sono io forse per caso un pezzente? -- No. Io vi dicea soltanto che un bel muletto aveva qualche volta un così bell'aspetto quanto un cavallo, e che mi sembra che procurando un bel muletto per il vostro Mousqueton... -- Vada per il bel muletto, disse Porthos, voi avete ragione, ho veduto dei grandissimi signori spagnuoli che avevano tutto il loro seguito sui muli. Ma allora voi capirete, signora Coquenard, che vi abbisogna un mulo col pennacchio ed i sonagliuoli. -- Siate tranquillo, rispose la procuratrice. -- Resta ora la valigia, riprese Porthos. -- Oh! che questo non v'inquieti, gridò la signora Coquenard, mio marito ha cinque o sei valigie, voi sceglierete la migliore; egli ne ha particolarmente una, che prediligeva nei suoi viaggi, e che è grande da contenere il mondo. -- È dunque vuota la vostra valigia? domandò Porthos. -- Sicuramente, ella è vuota, rispose la procuratrice. -- Ah! ma la valigia di cui ho bisogno, disse Porthos, è una valigia ben guarnita, mia cara. La signora Coquenard emise dei nuovi sospiri. Molière non aveva ancora scritto la sua scena dell'avaro. La signora Coquenard ha dunque la primazia sull'Arpagone. Del resto dell'equipaggio fu dibattuto successivamente nello stesso modo, e il risultato della scena fu che la procuratrice avrebbe domandato a suo marito un imprestito di ottocento lire in contante, e somministrerebbe il cavallo ed il mulo che avrebbe avuto lo onore di portare alla gloria Porthos e Mousqueton. Stabilite queste condizioni, e stipulati gl'interessi, come pure l'epoca del rimborso, Porthos prese congedo dalla signora Coquenard, rientrò in casa sua con molta fame, e di cattivissimo umore. CAPITOLO XXXIII. LA PADRONA E LA CAMERIERA. Frattanto, come lo abbiamo detto, ad onta delle grida della sua coscienza, ad onta dei saggi consigli di Athos, e la tenera rimembranza della signora Bonacieux, d'Artagnan divenne d'ora in ora più innamorato di milady; per questo non mancò, tutti i giorni, di andare a far una corte, alla quale l'avventuroso Guascone si era convinto ch'ella non poteva a meno di presto o tardi corrispondere. Una sera che egli giungeva a naso alzato, leggero come un uomo che aspetta una pioggia d'oro, incontrò la cameriera sulla porta di casa; ma questa volta la bella Ketty non si contentò punto di sorridergli di passaggio, lo prese dolcemente per la mano. -- Buono! fece d'Artagnan, ella è incaricata di qualche messaggio per me, per parte della sua padrona; ella mi darà un qualche appuntamento, che non si ha avuto il coraggio di darmi a voce. E guardò la bella giovinetta coll'aria la più trionfante che avesse potuto assumere. -- Vorrei dirvi due parole, signor cavaliere, balbettò la cameriera. -- Parla, figlia mia; parla, disse d'Artagnan, io ascolto. -- Qui è impossibile; ciò che debbo dirvi è troppo lungo, e soprattutto troppo segreto. -- Ebbene! ma, come fare allora? -- Se il signor cavaliere volesse seguirmi..., disse timidamente Ketty. -- Dove vorrai, mia bella fanciulla. -- Allora venite. E Ketty, che non aveva lasciata la mano di d'Artagnan, lo condusse per una piccola scala oscura e tortuosa, e dopo avergli fatto salire una quindicina di scalini, aprì una porta. -- Entrate, sig. cavaliere, qui saremo soli, e potremo parlare. -- E di chi è adunque questa camera, mia bella fanciulla? domandò d'Artagnan. -- È la mia, sig. cavaliere; essa comunica con quella della mia padrona per mezzo di questa porta; ma siate tranquillo, ella non potrà sentire ciò che noi diciamo, poichè non va mai in letto che dopo la mezzanotte. D'Artagnan gettò un colpo d'occhio intorno a se: la piccola camera era preziosa pel gusto e per la proprietà; ma suo malgrado, i suoi occhi si fissarono su quella porta che Ketty gli aveva detto che metteva nella camera di milady. Ketty indovinò ciò che si passava nella mente del giovane, e mandò un sospiro. -- Voi dunque amate molto la mia padrona, sig. cavaliere? diss'ella. -- Io non so se l'amo davvero, ma quello che so si è che ne sono pazzo. Ketty mandò un secondo sospiro. -- Ohimè! signore, ciò è ben doloroso! -- E che diavolo vedi tu dunque di così doloroso? -- È, signore, che la mia padrona non vi ama punto. -- Kem! fece d'Artagnan, ti avrebbe fors'ella incaricato di dirmelo? -- Oh! no, signore, ma sono io che per l'interesse che vi porto ho preso la risoluzione di comunicarvelo. -- Grazie, mia buona Ketty, ma soltanto dell'intenzione; poichè la confidenza, tu ne converrai, non è punto aggradevole. -- Vale a dire che voi non credete a quello che vi dico, non è vero? -- Si ha sempre difficoltà a credere simili cose, mia bella fanciulla, non fosse altro che per amor proprio. -- Dunque voi non mi credete punto? -- Ti confesso che fino a tanto che non ti degni di darmi qualche prova di ciò che mi assicuri... -- Che dite voi di questa? E Ketty cavò dal suo petto un piccolo biglietto senza indirizzo. -- Per me? disse d'Artagnan, impadronendosi prestamente della lettera. E mercè un movimento rapido come il pensiero, ruppe il sigillo ad onta di un grido di Ketty, che vedendo ciò che stava per fare, o per meglio dire ciò che faceva: -- Oh! mio Dio, signor cavaliere, che avete voi fatto! -- Ah! perdono! non bisogna che io conosca ciò che mi è indirizzato. E lesse: «Voi non avete risposto al mio primo biglietto; siete voi forse malato? o pure avreste voi già dimenticato quali occhi mi faceste al ballo della signora de Guise? ecco l'occasione, conte, non ve la lasciate fuggire.» D'Artagnan impallidì, egli era ferito nel suo amor proprio e si credè ferito anche nel suo amore. -- Questo biglietto non è per me? gridò egli. -- No, è per un altro, ecco quello che voi non mi avete lasciato il tempo di dirvi. -- Per un altro! il suo nome? gridò d'Artagnan furioso. -- Il signor conte de Wardes. La rimembranza della scena di S. Germano si presentò subito al pensiero del presuntuoso Guascone, e confermò ciò che le aveva rivelato Ketty. -- Povero sig. d'Artagnan! diss'ella con una voce piena di compassione, stringendo di nuovo la mano del giovane. -- Tu mi compiangi, buona giovinetta? disse d'Artagnan. -- Sì! e con tutto il cuore, poichè so che cosa vuol dire amore. -- Tu sai che cosa è l'amore? disse d'Artagnan guardandola per la prima volta con una certa attenzione. -- Ahimè! sì. -- Ebbene! invece di compiangermi, farai molto meglio ad aiutarmi per vendicarmi della tua padrona. -- E qual sorta di vendetta vorreste voi prendervi? -- Vorrei supplantare il mio rivale. -- In questo io non vi aiuterò, sig. cavaliere, disse vivamente Ketty. -- E perchè? domandò d'Artagnan. -- Per due ragioni. -- E quali? -- La prima, è perchè la mia padrona non vi amerà mai. -- Che ne sai tu? -- Voi l'avete ferita nel più vivo del cuore. -- E in che posso io averla ferita, io che dal momento che la conosco, vivo ai suoi piedi come uno schiavo? Parla, te ne prego. -- Questo non lo confiderò che all'uomo che... saprà leggere fino al fondo dell'anima mia. D'Artagnan guardò Ketty per la seconda volta. La giovanetta era di una freschezza e di una bellezza che molte duchesse l'avrebbero acquistata in cambio delle loro corone. -- Ketty, diss'egli, io leggerò fino al fondo dell'anima tua: che ciò non ti trattenga, mia cara fanciulla; ma parla. -- Oh! no, gridò Ketty, voi non mi amate, voi me lo avete detto or ora. -- E ciò t'impedisce pure di farmi conoscere la seconda ragione? -- La seconda ragione, sig. cavaliere, riprese Ketty incoraggiata dall'espressione degli occhi del giovane, è che in amore, ciascuno pensa per se. Allora soltanto d'Artagnan si ricordò le occhiate languide di Ketty, i suoi sorrisi e i suoi sospiri soffocati ogni volta che la incontrava; ma assorto dal desiderio di piacere alla gran dama, non aveva degnato la cameriera: chi va alla caccia dell'aquila, non si occupa dei rosignuoli. Ma questa volta il nostro Guascone vide con un sol colpo d'occhio tutto il partito che v'era da ricavarsi da questo amore, che Ketty aveva confessato con tanta ingenuità. Intercettazione delle lettere dirette al conte de Wardes, intelligenza nella piazza, entrata libera in tutte le ore per la camera di Ketty, contigua a quella della padrona. Il perfido come si vede, sagrificava la povera giovanetta alla gran dama. Frattanto suonò mezzanotte, e s'intese quasi nel medesimo punto il campanello della camera di milady. -- Gran Dio! gridò Ketty, ecco la mia padrona che mi chiama; partite, partite, presto. D'Artagnan si alzò, prese il cappello, come se avesse volontà di obbedire, quindi aprendo prestamente l'imposta di un grande armadio, invece di aprir quella della porta, vi si cacciò dentro, in mezzo alle vesti ed ai pettinatori di milady. -- Che fate voi dunque? gridò Ketty. D'Artagnan che nell'entrare aveva presa la chiave, si chiuse dentro al suo armadio senza rispondere. -- Ebbene! gridò milady con voce acre, dormite voi forse, che non sentite quando vi si chiama? E d'Artagnan intese che si aprì violentemente la porta di comunicazione. -- Eccomi! milady, eccomi! gridò Ketty slanciandosi incontro alla sua padrona. Entrambe rientrarono nella camera della signora; e siccome la porta di comunicazione rimase aperta, d'Artagnan potè ancora sentire per qualche tempo la padrona che sgridava la servente; quindi finalmente si rappacificò, e la conversazione cadde su di lui, nel mentre che Ketty accomodava la sua padrona. -- Ebbene! disse milady, questa sera non ho veduto il nostro Guascone. -- Come, signora, disse Ketty, non è venuto? sarebbe egli volubile anche prima d'essere felice? -- Oh! no: bisogna dire che ne sia stato impedito dal sig. de Tréville o dal signor des Essarts. Io lo conosco bene, io lo tengo in mio potere. -- E che ne farà la signora? -- Che cosa ne farò? sii tranquilla, Ketty: fra questo uomo e me vi passa una cosa che egli ignora. Poco è mancato ch'egli non mi abbia fatto perdere tutto il mio credito presso il ministro. Oh! io mi vendicherò! -- Io credeva che la signora lo amasse. -- Io amarlo! lo detesto. Uno stupido che tien la vita di lord Winter fra le sue mani, e non l'uccide! e che mi fa perdere trecento mila lire di rendita! -- È vero disse Ketty, vostro figlio è il solo erede di suo zio, e fino alla sua maggiorità avreste potuto godere le rendite delle sue ricchezze. D'Artagnan fremette fino alle midolla delle ossa nel sentire questa soave creatura rimproverargli, con quella voce stridula che durava tanta fatica a nascondere nella conversazione, di non avere ucciso un uomo che la ricolmava di tanti tratti d'amicizia. -- Io già, continuò milady, mi sarei vendicata di lui, se, non so il perchè, il ministro non mi avesse ordinato d'avergli dei riguardi. -- Oh! sì. Ma la signora non ha avuto riguardi per quella povera donna che egli amava. -- Oh! la merciaia della strada Fossoyeurs? non ha già forse dimenticato ch'ella esisteva? la bella vendetta in fede mia! Un freddo sudore colava sulla fronte di d'Artagnan, questa donna era dunque un mostro! Si rimise ad ascoltare; ma disgraziatamente la toaletta era finita. -- Sta bene, disse milady, rientrate in camera, e cercate domani di avere una risposta alla lettera che vi ho consegnata. -- Per il sig. de Wardes? disse Ketty. -- Senza dubbio, il sig. de Wardes. -- Eccone uno, disse Ketty, che ha l'aspetto di essere tutto al contrario di questo povero sig. d'Artagnan. -- Sortite, madamigella, disse milady, io non amo i comenti. D'Artagnan intese serrare la porta, quindi il rumore di due chiavistelli che metteva milady, affine di chiudersi nella sua camera. Dal canto suo, ma il più dolcemente che potè, Ketty dette alla porta un giro di chiave. Allora d'Artagnan spinse l'imposta dell'armadio. -- Oh! mio Dio! disse a bassa voce; che avete voi? come siete pallido! -- Abbominevole creatura! mormorò d'Artagnan. -- Silenzio! silenzio! sortite, disse Ketty; non vi è che un muro fra la mia camera e quella di milady: si intende dall'una tutto ciò che si dice dall'altra. -- Alla buon'ora; ma io non sortirò che allora quando tu mi avrai detto che cosa è divenuto della sig. Bonacieux. La povera giovanetta giurò a d'Artagnan che ella lo ignorava compiutamente; la sua padrona non lasciava penetrare se non che la metà dei suoi segreti. Soltanto ella credeva di potere assicurare che non era morta. In quanto alla causa per la quale poco era mancato che milady non perdesse tutto il suo credito presso il ministro, Ketty non ne sapeva di più: ma, questa volta, d'Artagnan ne sapeva più di lei. Siccome aveva scoperto milady sopra un bastimento in consegna al momento in cui egli stesso lasciava l'Inghilterra, dubitò che quella volta si trattasse dell'affare dei puntali di diamanti. Ciò che vi era di più chiaro in tutto questo è che il vero odio, l'odio profondo, l'odio inveterato di milady, gli veniva dal non aver ucciso suo cognato. D'Artagnan ritornò il giorno dopo presso milady. Ella era di cattivissimo umore; d'Artagnan capì che quella era la mancanza di risposta al biglietto del sig. de Wardes che l'agghiacciava in tal modo. Entrò Ketty; ma milady la ricevette con molta durezza. Un colpo d'occhio che lanciò a d'Artagnan, voleva dire: -- Voi vedete che io soffro per voi. Però, verso la fine della serata, la bella lionessa si ammansò, e ascoltò sorridendo le dolci parole di d'Artagnan; ella giunse perfino a dargli la mano da baciare. D'Artagnan sortì, non sapendo più che pensare; ma siccome egli era un Guascone al quale non si poteva così facilmente far perdere la testa, aveva costruito nell'animo suo un piccolo piano. Egli ritrovò Ketty alla porta, e come la sera innanzi, salì nella sua camera per avere delle notizie. Ketty era stata molto rimproverata; era stata accusata di negligenza. Milady non capiva niente sul silenzio del conte de Wardes, e le aveva ordinato di entrare in camera sua alle nove del mattino per prendere i suoi ordini. D'Artagnan fece promettere a Ketty che l'indomani mattina sarebbe andata da lui per dirgli di qual natura erano questi ordini. La povera giovinetta promise tutto ciò che volle d'Artagnan: ella era pazza. A undici ore, vide giungere Ketty. Ella teneva in mano un nuovo biglietto di milady. Questa volta la povera fanciulla non tentò nemmeno di contenderlo a d'Artagnan; ella lo lasciò fare; non ardiva più di dare una negativa al suo bel soldato. D'Artagnan aprì questo secondo biglietto che egualmente non portava nè firma nè indirizzo, e lesse quanto segue: «Ecco la terza volta che vi scrivo per dirvi che io vi amo; guardatevi che non abbia a scrivervi una quarta volta per dirvi che vi detesto.» D'Artagnan arrossì e impallidì più volte guardando questo biglietto. -- Oh! voi l'amate sempre! disse Ketty, che non aveva mossi gli occhi un istante dal viso del giovane. -- No, Ketty, tu t'inganni; io non l'amo più, ma voglio vendicarmi del suo disprezzo. Ketty sospirò. D'Artagnan prese una penna, e scrisse. «Signora, fin qui io aveva dubitato che non fossero diretti veramente a me i vostri due primi biglietti, tanto io mi credeva indegno di un simile onore. «Ma oggi bisogna bene che io creda all'eccesso della vostra bontà, poichè non solo la vostra lettera, ma ancora la vostra cameriera mi affermano che ho la felicità di essere amato da voi. «Verrò ad implorare il mio perdono questa sera a undici ore. Ritardare di un giorno, sarebbe ora ai miei occhi il farvi una nuova offesa. «-Colui che voi fate il più felice degli uomini-.» Questo biglietto non era precisamente falso; d'Artagnan non lo firmò, ma era un'indelicatezza; era anzi, sotto il punto di vista dei nostri attuali costumi, qualche cosa che si accostava all'infamia; ma in quell'epoca si avevano minori riguardi che non si hanno oggi. D'altronde, d'Artagnan per la propria confessione di milady, la sapeva colpevole di tradimento in affari più importanti, e non aveva per lei che una stima molto leggiera. Finalmente egli voleva vendicarsi della condotta di lei verso la signora Bonacieux. Il piano di d'Artagnan era semplicissimo. Dalla camera della servente egli giungerebbe a quella della padrona; ivi avrebbe confuso la perfida, l'avrebbe minacciata di comprometterla con pubblico scandalo, ed otterrebbe da lei per mezzo del terrore tutte le informazioni che desiderava sopra la sorte della sua Costanza. Fors'anche la libertà della bella merciaia sarebbe stato il risultato di questa visita. -- Prendi, disse il giovane rimettendo a Ketty il biglietto sigillato, consegna questa lettera a milady, essa è la riposta del signor de Wardes. La povera Ketty divenne pallida come la morte; ella dubitava di ciò che poteva contenere il biglietto. -- Ascolta, mia cara fanciulla, le disse d'Artagnan, tu capisci che bisogna che tutto ciò finisca in un modo o nell'altro; può scovrire che tu hai consegnato il primo biglietto al mio lacchè in vece di consegnarlo al lacchè del conte; che sono stato io che ho disuggellati gli altri due che dovevano esserlo dal signor de Wardes. Allora milady ti discaccerà, e tu la conosci; non è donna da limitare a questo la sua vendetta. -- Ahimè! disse Ketty, perchè mai mi sono io esposta a tutto questo! -- Per me, lo so bene, mia bella, disse il giovane; io te ne sono riconoscente, te lo giuro. -- Ma finalmente, che cosa contiene il vostro biglietto? -- Milady te lo dirà. -- Ah! voi non mi amate gridò Ketty, e io sono ben disgraziata! Ketty pianse molto prima di decidersi a consegnare questa lettera a milady; ma finalmente si decise, pel trasporto che portava alla sua giovane guardia; era tutto ciò che voleva d'Artagnan. CAPITOLO XXXIV. OVE SI TRATTA DEL MODO DI EQUIPAGGIARSI DI ARAMIS E DI PORTHOS Dopo che i quattro amici si erano messi ciascuno alla caccia del modo di equipaggiarsi, non vi erano fra di loro riunioni ad ore stabilite: pranzavano gli uni senza gli altri, o piuttosto ove si ritrovavano; s'incontravano dove potevano. Il servizio, dal canto suo prendeva pure la sua parte di questo tempo così prezioso che scorreva tanto rapidamente. Erano soltanto convenuti di riunirsi una volta la settimana, verso un'ora, all'alloggio di Athos, atteso che quest'ultimo, a norma del giuramento che aveva fatto, non oltrepassava più la soglia della sua porta. Il giorno stesso in cui Ketty venne a ritrovare d'Artagnan in casa sua era il giorno della riunione. Appena che Ketty fu sortita, d'Artagnan si diresse verso la strada Verou. Egli trovò Athos ed Aramis che filosofavano. Aramis ritornava a prendere qualche inclinazione al ritiro dal mondo. Athos, secondo le sue abitudini, non lo dissuadeva, nè le incoraggiava. Athos era del sentimento che si lasciasse a ciascuno il suo libero arbitrio. Egli non dava mai consigli, quando non gli venivano chiesti; ed anche allora bisognava chiederli due volte. -- In generale, non si domanda consigli, diceva egli, che per non saperli, o, se alcuno li segue, per avere qualcuno a cui fare dei rimproveri per averli dati. Porthos giunse un istante dopo d'Artagnan. I quattro amici si ritrovarono adunque in seduta completa. I quattro visi esprimevano quattro sentimenti diversi: quello di Porthos la tranquillità, quello di d'Artagnan la speranza, quello di Aramis l'inquietudine, quello di Athos la non curanza. In capo ad un istante di conversazione, nel quale Porthos lasciò travedere che una persona di alta condizione aveva voluto incaricarsi di toglierlo da ogni imbarazzo, entrò Mousqueton. Egli veniva a pregare Porthos di passare al suo alloggio, ove, diceva egli con un'aria molto pietosa, la sua presenza era urgente. -- Sono forse i miei equipaggi? domandò Porthos. -- Sì e no, rispose Mousqueton. -- Ma in fine che vuoi tu dire? -- Venite, signore. Porthos si alzò, salutò i suoi amici, e seguì Mousqueton. Un istante dopo Bazin comparve sulla soglia della porta. -- Che volete voi da me, amico mio? disse Aramis con quella dolcezza che si rimarcava sempre in lui, ogni qualvolta le sue idee lo riconducevano allo spiritualismo. -- Un uomo aspetta il signore a casa, rispose Bazin. -- Un uomo! che uomo è? -- Un mendicante. -- Fategli l'elemosina, Bazin, e ditegli di pregare per un povero peccatore. -- Questo mendicante vuole ad ogni costo parlarvi, e pretende che voi sarete ben contento di rivederlo. -- Ha egli niente di particolare per me? -- Mi ha detto: «se il signore Aramis esita di venire a ritrovarmi, ditegli che io giungo da Tours». -- Da Tours? vengo subito! gridò Aramis. Signori, vi chiedo mille perdoni, ma senza dubbio quest'uomo mi porta delle notizie che aspetto. E alzandosi tosto, si allontanò correndo. Rimasero soltanto Athos e d'Artagnan. -- Io credo che costoro abbiano ritrovato il loro affare. Che ne pensate voi d'Artagnan? disse Athos. -- Io so che Porthos era sulla buona strada, disse d'Artagnan, e in quanto ad Aramis, per dire il vero, non ne sono mai stato seriamente inquieto. Ma voi, mio caro Athos, voi che avete così generosamente distribuito le doppie dell'Inglese, che erano un vostro bene legittimo, come farete? -- Io sono molto contento di avere ucciso quel mariuolo, atteso che aveva avuta la pazza curiosità di voler conoscere il mio vero nome; ma se avessi messo in saccoccia le sue doppie, esse mi peserebbero come un rimorso. -- Andiamo dunque, mio caro Athos, voi avete veramente delle delicatezze inconcepibili. -- Avanti, avanti! che cosa mi diceva dunque il signor de Tréville, che mi fece l'onore ieri di una sua visita, che voi frequentate questi Inglesi sospetti che sono protetti dal ministro? -- Vale a dire, che io rendo visita ad una Inglese, quella di cui vi ho parlato. -- Ah! sì, la dama bionda, sul proposito della quale vi ho dato dei consigli che naturalmente vi sarete ben guardato da seguire. -- Io vi detti delle mie ragioni. Ho acquistata la certezza che questa donna ha una gran parte nel rapimento della signora Bonacieux. -- Sì, e lo capisco: per ritrovare una donna, voi fate la corte ad un'altra. Questa è la strada più lunga, ma la più divertente. Noi lasceremo i due amici, che non avevano niente di molto importante a dirsi, per seguire Aramis. A questa notizia, che l'uomo che gli voleva parlare giungeva da Tours, noi abbiamo veduto con quale rapidità il giovane aveva seguito, o piuttosto preceduto Bazin: egli dunque non fece che un salto dalla strada Férou alla strada Vaugirard. Entrando in casa ritrovò effettivamente un uomo di piccola statura, con occhi intelligenti, ma coperto di cenci. -- Siete voi che domandate di me? disse il moschettiere. -- Vale a dire che io domando il signor Aramis; siete voi che vi chiamate così? -- Io stesso. Avete voi qualche cosa da consegnarmi? -- Sì, se voi mi mostrate un certo fazzoletto ricamato. -- Eccolo, disse Aramis cavando una chiave che portava sul petto, e aprendo una piccola cassettina d'ebano intarsiata in avorio. Eccolo osservate. -- Sta bene, disse il mendicante, mandate fuori il vostro lacchè. In fatti Bazin, curioso di sapere ciò che il mendicante voleva dal suo padrone, aveva regolato il di lui passo sul suo, ed era giunto quasi nello stesso momento. Ma questa celerità non gli servì a gran cosa. Dietro l'invito del mendicante, il suo padrone gli fece cenno di ritirarsi, e fu obligato di obbedire. Partito Bazin, il mendicante gettò uno sguardo intorno a se, per assicurarsi che non poteva essere nè veduto nè inteso, e aprendo la sua veste di cenci, mal chiusa da un cinto di cuoio, si mise a scucire la parte più alta della sua casacca, di dove cavò una lettera. Aramis gettò un grido di gioia alla vista del sigillo, baciò lo scritto, e con un rispetto di venerazione, aprì il biglietto, che conteneva quanto segue: «Amico, la sorte vuole che noi siamo separati per qualche tempo ancora; ma i bei giorni della gioventù non sono perduti senza ritorno. Fate il vostro dovere al campo, io faccio il mio da un altra parte. «Prendete ciò che il latore vi rimetterà; fate la campagna da bello e buon gentiluomo, e pensate a me. Addio, o piuttosto a rivederci.» Il mendicante scuciva sempre; egli cavò uno ad uno, dai suoi sudici abiti, cento cinquanta dobloni di Spagna, che mise in fila sulla tavola; quindi aprì la porta, salutò, e partì, prima che il giovane, stupefatto, avesse osato d'indirizzargli una parola. Aramis allora rilesse la lettera, e si accorse che questa lettera, aveva un -post-scriptum-. «P. S. Voi potete fare buona accoglienza al latore, il quale è conte e grande di Spagna.» -- Sogni dorati! grido Aramis; oh! la bella vita! Sì, noi siamo giovani! sì, noi avremo ancora dei giorni felici! oh! a te amor mio, sangue mio, mia esistenza! tutto, tutto, tutto, mia bella amica. E baciò la lettera con passione senza neppure guardare l'oro che risplendeva sulla tavola. Bazin grattò alla porta. Aramis non aveva più ragione per tenerlo in distanza, e gli permise di entrare. Bazin restò stupefatto alla vista di quell'oro, e dimenticò che doveva annunziare d'Artagnan, che, curioso di sapere ciò che era accaduto del mendicante, veniva da Aramis sortendo dalla casa di Athos. Ora, siccome d'Artagnan non si prendeva riguardi con Aramis, vedendo che Bazin dimenticava di annunziarlo, si avanzò da se stesso. -- Ah diavolo! mio caro Aramis, disse d'Artagnan se queste sono le prugne che vi si mandano da Tours, voi ne farete i miei complimenti al giardiniere che le raccoglie. -- V'ingannate, mio caro, disse Aramis sempre prudente; è il mio libraio che m'invia il prezzo di quel poema in versi monosillabi che io aveva incominciato laggiù. -- Ah! davvero? disse d'Artagnan. Ebbene! il vostro libraio è generoso, mio caro Aramis, ecco tutto ciò che io posso dire. -- Come, signore! gridò Bazin, un poema si vende così caro? è incredibile! oh! signore, voi fate tutto ciò che volete, voi potete divenire uguale al signor Voiture, e al signor Benserade. Io amo anche questo. Un poeta è quasi un abbate. Ah! signor Aramis, fatevi dunque poeta, ve ne prego. -- Bazin, amico mio, disse Aramis, io credo che voi vi immischiate nella nostra conversazione. Bazin capì che aveva torto, abbassò la testa, e sortì. -- Ah! disse d'Artagnan con un sorriso, voi vendete le vostre produzioni a peso d'oro? siete ben fortunato, amico mio! Ma osservate, voi perderete questa lettera che vi sorte di saccoccia, e che senza dubbio è pure un biglietto del libraio. Aramis arrossì fino nel bianco degli occhi, spinse in dentro la lettera, e si abbottonò la casacca. -- Mio caro d'Artagnan, diss'egli, se volete, possiamo andare a ritrovare i nostri amici, e poichè io sono ricco, ricominceremo da oggi a pranzare assieme, aspettando che voi pure siate a vostra volta ricchi. -- In fede mia, disse d'Artagnan, con molto piacere. -- È un gran tempo che noi non abbiamo fatto un buon pranzo, e siccome questa sera per conto mio ho da azzardare una spedizione pericolosa, avrò piacere, ve ne lo confesso, di farmi alzare un po' la testa con qualche bottiglia di vecchio borgogna. -- Vada per il borgogna, io pure non lo detesto, disse Aramis, al quale la vista dell'oro aveva tolto le sue idee di ritiro. E avendo messo due o tre dobloni in saccoccia, per riparare ai bisogni del momento, ripose gli altri nella cassetta d'ebano intarsiata d'avorio, ove era di già il famoso fazzoletto che gli era servito di talismano. I due amici si portarono prima da Athos, che, fedele al giuramento che aveva fatto di non sortire di casa, s'incaricò di far preparare il pranzo in camera sua. Siccome ei s'intendeva a meraviglia dei dettagli gastronomici, d'Artagnan e Aramis non ebbero alcuna difficoltà di abbandonargli una cura così importante. Essi si portavano all'alloggio di Porthos quando, all'angolo della strada di Bacco, incontrarono Mousqueton, che, con aria pietosa, cacciava innanzi a se un mulo ed un cavallo. D'Artagnan mandò un grido di sorpresa, che non era esente da un misto di gioia. -- Ab! il mio cavallo giallo! gridò egli ad Aramis, guardate questo cavallo. -- Oh! che orribile ronzino! disse Aramis. -- Ebbene! mio caro, riprese d'Artagnan, questo è il cavallo sul quale sono venuto a Parigi. -- Come, il signore conosce questo cavallo? disse Mousqueton. -- Esso è di un colore originale, fece Aramis; è il solo che io abbia veduto di questo pelame. -- Lo credo bene! disse d'Artagnan; io l'ho venduto per tre scudi, e bisogna ben dire che sia stato per il pelame, poichè la carcassa non vale certamente diciotto lire. Ma in che modo questo cavallo si trova nelle tue mani, Mousqueton? -- Ah! disse il cameriere, non me ne parlate, signore; è uno spaventoso giro del marito della nostra duchessa. -- In che modo, Mousqueton? -- Sì, noi siamo veduti di molto buon occhio da una donna di qualità, dalla duchessa de... Ma, perdono, il mio padrone mi ha raccomandato di essere secreto. Ella ci aveva obbligati ad accettare un piccolo ricordo, un magnifico destriero di Spagna e un mulo d'Andalusia, che erano maravigliosi a vedersi. Il marito ha saputo la cosa: egli ha confiscato nel loro passaggio le due magnifiche bestie che ci venivano inviate, e ha sostituito loro questi orribili animali. -- Che tu gli riconduci? disse d'Artagnan. -- Precisamente, riprese Mousqueton: noi non possiamo accettare simili cavalcature in luogo di quelle che ci erano state promesse. -- No, per bacco! quantunque avrei veduto volentieri Porthos sul mio cavallo giallo; ciò mi avrebbe dato un'idea di quello che era io stesso, quando sono venuto a Parigi. Ma noi non vogliamo trattenerti; va a fare la commissione che ti ha data il tuo padrone; va, Mousqueton. Porthos è sempre in casa? -- Sì, signore, disse Mousqueton, ma di molto cattivo umore; andate. E continuò il viaggio verso la strada dei Grandi-Agostiniani, nel mentre che i due amici andarono a suonare alla porta del disgraziato Porthos. Questi li aveva veduti traversare il cortile, e non aveva volontà di aprire. Essi suonarono adunque inutilmente. Frattanto Mousqueton continuava la sua strada, e, traversando il Ponte Nuovo, sempre cacciando innanzi a se le due carogne, giunse alla strada degli Orsi. Giunto là, egli attaccò, secondo gli ordini ricevuti dal suo padrone, il cavallo ed il mulo al martello della porta del procuratore, quindi, senza inquietarsi sulla loro sorte futura, se ne ritornò a trovare Porthos, e gli annunziò che la sua commissione era eseguita. In capo ad un certo tempo, le due disgraziate bestie, che non avevano mangiato fin dalla mattina, fecero un tal rumore sollevando e lasciando ricadere il martello, che il procuratore ordinò al suo salta-fossi di andare ad informarsi nel vicinato a chi appartenevano questo cavallo e questo mulo. La signora Coquenard riconobbe il suo presente, e sulle prime non capiva la causa di questa restituzione; ma ben presto le venne spiegata dalla vista di Porthos. Il corruccio che scintillava dagli 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000