coll'uniforme delle guardie dei moschettieri. I vostri cavalli, i vostri lacchè, voi stessi, tutto mi era stato descritto. -- Avanti, avanti: disse d'Artagnan che capì subito da dove venivano queste così esatte informazioni. -- Io presi dunque, dietro gli ordini della autorità che mi inviò un rinforzo di sei uomini, tutte quelle misure che credei urgenti per assicurarmi del preteso falsario di monete. -- Avanti! disse d'Artagnan, a cui la parola di falsario corrucciava orribilmente le orecchie. -- Perdonatemi, mio signore, di essere costretto a dire tali cose, ma queste sono precisamente quelle che formano la mia scusa. L'autorità mi aveva fatto paura; bisogna che un albergatore usi dei riguardi all'autorità. -- Ma, anche una volta, questo gentiluomo dov'è, che cosa n'è avvenuto? è morto o vivo? -- Pazienza, mio signore, ci veniamo. Accadde dunque ciò che voi sapete, e la vostra precipitosa partenza, disse l'oste con una certa finezza che non sfuggì a d'Artagnan, sembrava autorizzare quanto si fece. Questo gentiluomo vostro amico, si difese da disperato. Il suo cameriere che, per una disgrazia imprevista aveva avuto briga colle genti dell'autorità travestiti da mozzi di stalla... -- Ah! miserabili! gridò d'Artagnan, voi eravate tutti di accordo, io non so chi mi tenga dal non esterminarvi tutti! -- Ahimè! mio signore, noi non eravamo d'accordo, e voi lo vedrete. Il vostro signor amico, perdonatemi se non lo chiamo coll'onorevole nome che porta, perchè non lo sappiamo, il vostro signor amico, dopo aver messo due uomini fuori di combattimento colla scarica simultanea delle sue due pistole, si battè in ritirata difendendosi colla spada, con cui stroppiò ancora un braccio ad un altro dei miei uomini con un colpo di piatto da stordire. -- Ma boia! la finirai tu una volta? gli disse d'Artagnan; Athos! che avvenne di Athos? -- Battendosi in ritirata, come vi diceva, mio signore, trovò dietro a se la scala di cantina, e siccome la porta era aperta, vi si precipitò; una volta in cantina, tirò a sè la chiave, e si barricò per di dentro. Siccome eravamo sicuri di ritrovarlo là, fu lasciato libero. -- Sì, disse d'Artagnan, a loro non premeva d'ucciderlo bastava solo imprigionarlo. -- Giusto Dio? imprigionarlo signore? egli s'imprigionò da se stesso, ve lo giuro. Prima di tutto aveva fatti dei brutti affari; un uomo era rimasto morto sul colpo, e altri due erano feriti gravemente. Il morto e i due feriti furono portati via dai loro camerati, e non ho mai più inteso parlare nè degli uni, nè degli altri. Io stesso quando ripresi i miei sensi andai a ritrovare il sig. governatore, al quale raccontai quanto mi era accaduto, e al quale chiesi ciò che doveva fare del prigioniere. Ma il sig. governatore aveva l'aspetto di essere caduto dalle nubi; egli mi disse che ignorava affatto ciò che voleva dirgli: che gli ordini che mi erano giunti non emanavano da lui, e che se avessi avuto la disgrazia di dire a chi che siasi ch'egli entrava per qualche cosa in quest'avventura, mi avrebbe fatto impiccare. Sembrava che mi fossi sbagliato, signore, che io avessi arrestato uno per l'altro, e che quegli che doveva essere arrestato si fosse salvato. -- Ma Athos? gridò d'Artagnan, a cui si raddoppiavano le forze per l'abbandono stesso in cui sembrava che le autorità avessero lasciato questo affare: ma di Athos che ne avvenne? -- Siccome aveva fretta di riparare ai miei torti col prigioniero, riprese l'albergatore, m'incamminai verso la cantina per rimetterlo in libertà. Ah! signore! egli non era più un uomo! era un diavolo! Alla proposizione di libertà, dichiarò che quello era un laccio che gli veniva teso, e che prima di uscire intendeva di imporre le condizioni. Io gli dissi umilmente, poichè non mi dissimulava la cattiva posizione in cui mi era messo portando le mani sopra un moschettiere di Sua Maestà, gli dissi ch'era pronto a sottomettermi alle sue condizioni. -- Prima di tutto, voglio che mi sia reso il mio lacchè armato di tutto punto. -- Ci affrettammo d'obbedire a quest'ordine, signore, noi eravamo disposti a fare tutto ciò che voleva il vostro amico. Il signor Grimaud, questi ha detto il suo nome quantunque non parli molto, il signor Grimaud fu dunque disceso in cantina, ferito com'era: allora il suo padrone, dopo di averlo ricevuto, tornò a berricare la porta, ordinandoci di restare nella nostra bottega. -- Ma finalmente, gridò d'Artagnan, dov'è? dov'è Athos? -- In cantina, signore. -- Come disgraziato, voi da quel giorno lo ritenete ancora in cantina? -- Bontà divina! no, signore. Noi ritenerlo in cantina! Voi dunque non sapete ciò che ha fatto in cantina? Ah! signore! se voi poteste cavarlo di là, vi sarei riconoscente e vi adorerei come il mio protettore. -- Allora egli è là? Io lo ritroverò là? -- Senza dubbio, signore, egli si è ostinato a rimaner là. Tutti i giorni dallo spiraglio gli si passa del pane colla estremità di un forcale e della carne, quando ne domanda. Ma ahimè! non è di pane e carne ch'egli faccia il maggior consumo. Una volta ho tentato di discendere con due dei miei servitori, ma egli andò in furore. Ho inteso che montava le sue pistole, ed il suo moschetto che veniva montato dal suo lacchè. Quindi, allorchè gli abbiamo chiesto quali erano le sue intenzioni, ci ha risposto, che fra lui ed il suo servitore avevano quaranta colpi da poter tirare, e ch'essi li tirerebbero fino all'ultimo, piuttosto che permettere che un solo di noi mettesse piede in cantina. Allora, signore, sono stato a lamentarmi dal governatore, che mi ha risposto che io non aveva che quello chè mi meritava, e che ciò mi avrebbe insegnato a insultare gli onorevoli personaggi che venivano a ripararsi nel mio albergo. -- Di modo che da quel tempo?... riprese d'Artagnan non potendo a meno di ridere della pietosa figura del suo oste. -- Di modo che da quel tempo, signore, continuò questi, noi meniamo la vita più trista che si possa vedere; poichè, signore, bisogna che voi sappiate che tutte le nostre provviste sono in cantina; là vi è il nostro vino nei vasi, la birra, l'olio e le spezie, il lardo ed i salami; e siccome ci è proibito di discendervi, siamo costretti di negare il mangiare e bere ai forestieri che ci giungono, di modo che tutto il credito della nostra osteria si rovina. Anche una settimana, col vostro amico in cantina, e noi siamo perduti. -- E questa sarebbe giustizia, birbo! Non si vedeva al nostro aspetto che non potevano essere falsi monetarii? dite. -- Sì, signore, sì, voi avete ragione, signore; ma sentite, sentite, egli in questo momento va in collera. -- Senza dubbio, qualcuno gli avrà dato noia, disse d'Artagnan. -- Bisogna bene che qualcuno lo vada a disturbare, ci sono giunti due viaggiatori inglesi. -- Ebbene? -- Ebbene! gli Inglesi amano il vino buono, come voi sapete, e questi hanno chiesto del meglio. Mia moglie allora avrà chiesto al sig. Athos il permesso d'entrare per soddisfare a questi signori, ed egli lo avrà ricusato come d'ordinario. Ah! bontà divina! ecco che il rumore raddoppia. D'Artagnan in fatti sentì un gran rumore uscire dalla cantina; egli si alzò, e preceduto dall'oste che si contorceva le mani, e seguito da Planchet, che teneva montato il suo moschetto, si avvicinò al luogo della scena. I due gentiluomini erano esasperati, essi avevano fatto una lunga corsa e morivano di fame e di sete. -- Ma questa è una tirannia gridarono essi in buonissimo francese, quantunque coll'accento straniero: che questo mastro pazzo non voglia lasciare a questa buona gente l'uso del loro vino! A noi! sfondiamo la porta e se egli è troppo arrabbiato, ebbene, lo uccideremo. -- Colle buone, signori, disse d'Artagnan cavando dalla sua cinta un paio di pistole, voi non ucciderete nessuno, se vi aggrada. -- Bene, bene! diceva dietro di se la voce calma di Athos, lasciateli un poco entrare questi mangiatori di ragazzi, e noi la vedremo. Per quanto sembrassero essere coraggiosi, i due gentiluomini inglesi si guardarono esitando; si sarebbe detto che in quella cantina vi era una di quelle belve affamate, giganteschi eroi delle leggende popolari, e di cui nessuno sforza impunemente l'entrata della caverna. Vi fu un momento di silenzio: ma finalmente i due Inglesi ebbero vergogna d'indietreggiare, ed il più coraggioso dei due discese i quattro o cinque scalini di cui si componeva la scala, e dette sulla porta un calcio da spaccare un muro. -- Planchet, disse d Artagnan, io m'incarico di quello che è in basso. Ah? signori, voi volete battaglia? Ebbene! vi si darà! -- Mio Dio! gridò Athos, mi sembra di sentire la voce di d'Artagnan. -- Realmente, disse d'Artagnan alzando la voce, sono io amico mio. -- Ah! buono, disse Athos, noi allora lavoreremo ben bene questi sfondatori di porte! I gentiluomini avevano messo mano alla spada, ma si trovavano in quel momento fra due fuochi. Esitarono anche un istante, ma come la prima volta, la vinse l'orgoglio, ed un secondo calcio fece scrosciare la porta in tutta la sua altezza. -- Tienti in disparte, gridò Athos, tienti in disparte d'Artagnan, che io faccio fuoco. -- Signori! gridò d'Artagnan, che non veniva mai abbandonato dalla riflessione. Signori, rifletteteci! Pazienza, Athos! voi v'impegnate in un cattivo affare, e volete farvi crivellare dalle palle. Ecco il mio servo ed io che vi lasceremo andare tre colpi di fuoco; altrettanto vi giungerà dalla cantina; poi noi abbiamo ancora le nostre spade, con cui, vi assicuro, il mio amico ed io giuochiamo passabilmente. Lasciate a me la cura di trattare le cose mie e le vostre; fra momenti voi avrete da bere, ne impegno la mia parola. -- Se ve ne resta, mormorò con una voce rauca Athos. L'oste senti un sudor freddo scorrergli lungo il dorso. -- In che modo? se te ne resta, disse d'Artagnan; siate dunque tranquilli; in due non si avranno bevuta tutta la cantina. Signori rimettete le vostre spade nel fodero. -- Ebbene! rimettete voi pure le vostre pistole alla cintola. -- Volentieri. E d'Artagnan dette l'esempio, quindi voltandosi verso Planchet, gli fece segno di smontare il suo moschetto. Gli Inglesi, convinti, rimisero, brontolando, le loro spade nel fodero. Fu loro raccontato l'imprigionamento di Athos, e siccome erano buoni gentiluomini, dettero torto all'oste: -- Ora, signori, disse d'Artagnan, rimontate nella vostra camera, e fra dieci minuti, ve lo garentisco, vi sarà portato quanto desiderate. Gl'Inglesi salutarono e sortirono. -- Adesso che sono solo, mio caro Athos, disse d'Artagnan, apritemi la porta, ve ne prego. -- Sull'istante, disse Athos. Allora s'intese un gran rumore di legni ammassati, di puntelli gementi; erano la controscarpa e i bastioni di Athos; che l'assediato demoliva da se stesso. Un istante dopo la porta si aprì, e si vide comparire la pallida testa di Athos, che con un rapidissimo colpo d'occhio, esplorò le vicinanze. D'Artagnan si gettò al di lui collo, e l'abbracciò teneramente; volle quindi condurlo fuori di questo umido soggiorno; allora soltanto si accorse che Athos traballava. -- Siete voi ferito? gli disse. -- Io? niente affatto, io sono ubriaco fracido, ecco tutto, e nessuno ha mai fatto meglio di me per ottenere questo scopo. Viva Dio! mio caro oste, bisogna dire che per mia parte ne abbia bevuto per lo meno cento cinquanta bottiglie. -- Misericordia! gridò l'oste se il lacchè ha bevuto soltanto la metà del suo padrone, io sono rovinato. -- Grimaud è un lacchè di buona famiglia, che non si sarebbe mai azzardato di fare lo stesso ordinario del suo padrone! Egli ha bevuto soltanto il suo fiasco, credo solo che si sia scordato di rimettere la chiavetta alla botte. Sentite quella cola. D'Artagnan scoppiò in una risata, che cambiò il freddo brivido dell'oste in febbre calda. Nello stesso momento comparve a sua volta Grimaud, dietro al suo padrone, col moschetto sulla spalla, la testa ondeggiante, come i satiri ubriachi dei dipinti di Rubens. Egli era asperso davanti e di dietro da un liquido grasso, che l'oste riconobbe per il suo migliore olio d'oliva. Il corteggio traversò la gran sala, e andò ad installarsi nella miglior camera dell'albergo, che d'Artagnan occupò d'autorità. In questo mentre l'oste e sua moglie si precipitarono, coi lumi in mano in cantina, che loro era stata per sì lungo tempo interdetta, ed ove gli aspettava un terribile spettacolo. Al di là delle fortificazioni, nelle quali Athos aveva fatto breccia per uscire, e che si componevano di legnami, di fascine, di assi, e di vasellami vuoti, disposti con tutto l'ordine strategico, si vedevano qua e là, nuotanti in un mare di olio e di vino, gli ossami di tutti i prosciutti mangiati, nel mentre che un ammasso di bottiglie rotte riempiva tutto l'angolo sinistro della cantina, e che un tinello, la di cui chiavetta era rimasta aperta, perdeva le ultime gocce del suo sangue. Sopra cinquanta salami appesi al soffitto, ne restavano appena dieci. Allora gli urli dell'oste e dell'ostessa rintronarono sotto le volte della cantina; d'Artagnan stesso ne fu commosso. Athos non voltò neppure la testa. Ma al dolore succedè la rabbia. L'oste s'armò di uno spiedo, e nella sua disperazione, si slanciò nella camera ove si erano ritirati i due amici. -- Del vino! disse Athos scoprendo l'oste. -- Del vino! gridò l'oste stupefatto, del vino! ma voi me ne avete di già bevuto per cento doppie; ma io sono un uomo rovinato, perduto, annientato. -- Bah! disse Athos, noi siamo sempre rimasti colla sete. -- Se vi foste contentati di bere, pazienza; ma voi avete rotto tutte le bottiglie. -- Voi mi avete spinto sopra un terreno sdrucciolevole; è colpa vostra. -- Tutto il mio olio perduto! -- L'olio è un balsamo sommo per le ferite, e bisognava bene che questo povero Grimaud si medicasse le ferite che gli avete fatte. -- Tutti i miei salami morsicati! -- Vi è una quantità enorme di sorci in questa cantina. -- Voi mi pagherete tutto! gridò l'oste esasperato. -- Ah! triplo birbante! disse Athos alzandosi. Ma ricadde sul momento. Con questo tentativo aveva esauste tutte le sue forze. D'Artagnan venne in suo soccorso alzando la sua spada. L'oste indietreggiò di un passo, e si strusse in lagrime: -- Questo v'insegnerà, disse d'Artagnan, a trattare in un modo più cortese gli ospiti che Dio vi manda. -- Dio? dite il diavolo! -- Mio caro amico, disse d'Artagnan, se voi ci rompete ancora un altro poco le orecchie, noi ci anderemo a rinchiudere tutti e quattro in cantina, e vedremo se il guasto è veramente così grande come voi dite. -- Ebbene! sì, signori, io ho torto, disse l'oste, lo confesso, ma ogni peccato merita misericordia. Voi siete signori, ed io sono un povero albergatore; voi avrete pietà di me. -- Ah! se tu parli in questo modo, disse Athos, tu mi trafiggi il cuore, e le lagrime scorreranno dai miei occhi, come scorreva il vino dai tuoi vasi. Non siamo poi tanto diavoli quanto sembra. Sentiamo, vieni qui, e parliamo. L'oste si avvicinò con inquietudine. -- Vieni ti dico, e non aver paura. Al momento che io ti pagava, ho messo la mia borsa sulla tavola. -- Sì, signore. -- Questa borsa conteneva sessanta doppie; ove sono andate? -- Le ho deposto al tribunale, signore; mi era stato detto ch'era moneta falsa. -- Ebbene fatti rendere la mia borsa, e tienti le sessanta doppie. -- Ma il signore sa bene che il tribunale non lascia mai quel che tiene; se fosse moneta falsa vi sarebbe ancora qualche speranza, ma disgraziatamente sono monete buone. -- Accomoda questo affare, amico, mio, ciò non mi riguarda, tanto più che non mi è rimasta una lira. -- Vediamo, disse d'Artagnan, il cavallo di Athos dov'è? -- Nella scuderia. -- Quanto vale? -- Tutto al più cinquanta doppie. -- Ne vale ottanta. Prendilo, e che tutto sia finito. -- Come! tu vendi il mio cavallo? tu vendi il mio Bajazet? E su che cosa farò io la vicina campagna? su Grimaud? -- Io te ne ho condotto un altro, disse d'Artagnan. -- Un altro? -- Sì e magnifico! gridò l'oste. -- Allora, se ve n'è un altro più bello e più giovane, prenditi il vecchio, e portaci da bere! -- Di quale? domandò l'oste del tutto rasserenato. -- Di quello che sta nel fondo; ve ne restano ancora venticinque bottiglie, tutte le altre sono state rotte nella mia caduta. Portane sei. -- Ma quest'uomo è un fulmine, disse l'oste tra se; se resta soltanto qui altri quindici giorni, e che paghi ciò che beve, io riordino i miei affari. -- E non dimenticare, continuò d'Artagnan, di portarne quattro bottiglie dello stesso ai due Inglesi. -- Ora, disse Athos, mentre aspettiamo che ci portino del vino, raccontami d'Artagnan ciò che è accaduto degli altri; sentiamo. D'Artagnan gli raccontò in che modo aveva ritrovato Porthos nel suo letto con una stravoltura, e Aramis ad una tavola con due filosofi. Mentre terminava, l'oste rientrò colle chieste bottiglie, e con un prosciutto che fortunatamente per lui era rimasto fuori di cantina. -- Sta bene, disse Athos riempiendo il suo bicchiere e quello di d'Artagnan, ciò è in quanto a Porthos ed Aramis; ma voi, amico mio, che cosa vi è accaduto personalmente? -- Ahimè! disse d'Artagnan, ciò che io ho si è, che sono il più disgraziato di noi tutti! -- Tu, disgraziato, d'Artagnan? disse Athos; sentiamo, da che nasce il tuo infortunio? dillo a me. -- Più tardi, rispose d'Artagnan. -- Più tardi, e perchè più tardi? perchè tu credi che io sia ubriaco, d'Artagnan? ritieni bene questo: che io non ho mai le mie idee così ben chiare, che quando ho bevuto: parla adunque, io sono tutto orecchie. D'Artagnan raccontò la sua avventura colla signora Bonacieux, Athos l'ascoltò senza battere palpebra, quindi, quando ebbe finito. -- Tutte queste sono miserie, disse Athos, miserie! Era la parola favorita di Athos. -- Voi dite sempre miserie, mio caro Athos, disse d'Artagnan, ciò sta molto male sulle vostre labbra, a voi che non avete mai amato. L'occhio tetro d'Athos s'infiammò di un tratto; ma non fu che un lampo, ritornò tetro e vagante come prima. -- È vero, diss'egli tranquillamente, io non ho mai amato. -- Voi vedete bene, allora cuore di pietra, disse d'Artagnan, che avete torto di essere così duro con noi altri cuori teneri. -- Cuori teneri, cuori squarciati, disse Athos. -- Che volete voi dire? -- Io dico che l'amore è come una lotteria, in cui chi vince, guadagna la morte! Voi siete ben fortunato per aver perduto, credetemi, mio caro d'Artagnan. E se io ho un consiglio da darvi, è quello di perdere sempre. -- Ella però aveva l'aspetto d'amarmi tanto! -- Ne aveva l'aspetto. -- Oh! essa mi amava. -- Fanciullo! non vi è alcuno che non abbia creduto, come credete voi, che la sua amica non lo amasse, e non vi è uomo che non sia stato tradito dalla sua amica. -- Eccetto voi, Athos, che non ne avete mai avute. -- È vero, disse Athos dopo un momento di silenzio, io non ne ho mai avute. Beviamo! -- Ma allora, filosofo che siete, disse d'Artagnan, istruitemi, sostenetemi, io ho bisogno d'imparare e di essere consolato. -- Consolato! e di che? -- Della mia disgrazia. -- La vostra disgrazia mi fa ridere, disse Athos stringendosi nelle spalle; io desidererei sapere se è una storia d'amore che voi volete che vi racconti. -- Accaduta a voi? -- A me o ad un mio vicino che importa? -- Dite, Athos, dite. -- Beviamo noi faremo meglio. -- Bevete e raccontate. -- In fatti si può fare, disse Athos vuotando e riempiendo subito il suo bicchiere; queste due cose vanno perfettamente d'accordo. -- Io ascolto, disse d'Artagnan. Athos si raccolse, ed a misura che si raccoglieva, d'Artagnan lo vedeva impallidire: era giunto a quel periodo d'ubriachezza, in cui gli ordinarii bevitori cadono e dormono. Egli, sognava altamente, senza dormire. Questo sonnambulismo dell'ubriachezza aveva qualche cosa di spaventoso. -- Voi dunque lo volete assolutamente? domandò egli. -- Io ve ne prego, rispose d'Artagnan. -- Che sia dunque fatto ciò che voi desiderate. Uno dei miei amici... uno dei miei amici, intendete bene? non io, disse Athos interrompendosi con un profondo sospiro; uno dei conti della mia provincia, vale a dire di Berry, nobile come un Dandolo, come un Mont-morency, divenne innamorato a venticinque anni di una giovinetta di sedici, bella come gli amori. A traverso l'ingenuità dell'età sua, traspariva un sospiro ardente, uno spirito, non di donna, ma di poeta; ella non piaceva, ma inebriava. Essa viveva in un piccolo borgo, presso il suo fratello che si dimostrava in apparenza onesta persona. Entrambi erano venuti in quel paese dall'estero. Essi venivano, non si sapeva di dove, ma vedendo lei così bella, e suo fratello così pietoso, non si pensava di chieder loro d'onde venivano. Del resto si diceva che fossero di buona estrazione. Il mio amico, che era il signore del paese, avrebbe potuto sedurla, o prenderla con la forza a suo piacere; egli era il padrone: chi sarebbe venuto in soccorso di due stranieri, di due sconosciuti? disgraziatamente egli era un uomo onesto, e la sposò. Pazzo! stupito! imbecille! -- Ma perchè, dal momento che l'amava, domandò d'Artagnan. -- Aspettate dunque, disse Athos. Egli la condusse al suo castello, e ne formò la prima dama della provincia. E bisogna renderle giustizia, ella sosteneva perfettamente il suo rango. -- Ebbene? domandò d'Artagnan. -- Ebbene! un giorno ch'ella era alla caccia con suo marito, continuò Athos parlando molto in fretta e a bassa voce, cadde da cavallo e si svenne; il conte si slanciò in suo soccorso, e siccome ella si soffocava nei suoi abiti, li tagliò col suo pugnale, e le scuoprì le spalle. Indovinate ciò ch'ella aveva sopra d'una spalla, d'Artagnan? disse Athos con un grande scoppio di risa. -- Posso io saperlo? domandò d'Artagnan. -- Un giglio, disse Athos. Ella era bollata. E Athos vuotò di un sol fiato il bicchiere che teneva in mano. -- Che orrore! gridò d'Artagnan, che cosa mi dite mai! -- La verità, mio caro. L'angiolo era un demonio; la povera giovinetta era una ladra. -- E che cosa fece il conte? -- Il conte era un gran signore, nelle sue terre egli aveva il diritto di alta e bassa giustizia, terminò di stracciare gli abiti della contessa, le legò dietro al dorso le mani, e la impiccò ad un albero. -- Cielo! Athos un omicidio! gridò d'Artagnan. -- Sì, un omicidio, niente di più, disse Athos pallido come la morte. Ma, mi si lascia mancare di vino, a quanto sembra. E afferrò il collo dell'ultima delle bottiglie che rimaneva piena, l'avvicinò alla sua bocca e la vuotò in un fiato come avrebbe fatto di un bicchiere ordinario. Lasciò quindi cadersi la testa sulle mani; d'Artagnan rimase davanti a lui compreso di spavento. -- Ciò mi ha guarito dalle donne belle, poetiche ed amorose, disse Athos rialzando la testa, senza pensare a proseguire l'apologia del conte. Il cielo vi conceda altrettanto! Beviamo! -- Così dunque ella morì? balbettò d'Artagnan. -- Per bacco! disse Athos. Ma stendetemi dunque il vostro bicchiere. Del prosciutto! gridò egli non possiamo più bere! -- Ma suo fratello?.. aggiunse timidamente d'Artagnan. -- Suo fratello? -- Sì, quel suo fratello così buono! -- Ah! io me n'informai per impiccare anche lui, ma egli era stato previdente, aveva lasciata la casa il giorno innanzi. -- E si è saputo niente che cosa era questo miserabile? -- Era il primo amante ed il complice della bella, un degno galantuomo che aveva finto d'essere prete per maritare la sua amica, e assicurarle un avvenire. Egli sarà stato squartato, io spero. -- Oh! mio Dio! disse d'Artagnan affatto stordito per questa orribile avventura. -- Mangiate dunque di questo prosciutto, d'Artagnan; esso è squisito, disse Athos tagliandone una fetta che mise sul piatto del giovane. Che disgrazia che nella cantina non ve n'erano che quattro di questa qualità! avrei bevuto cinquanta bottiglie di più. D'Artagnan non poteva sopportare questa conversazione, che lo avrebbe reso pazzo; lasciò cadere la sua testa fra le mani, e finse di addormentarsi. -- I giovani non sanno più bere, disse Athos guardandolo con occhio pietoso; eppure questi è uno dei migliori. CAPITOLO XXVIII. IL RITORNO D'Artagnan era rimasto stordito della terribile confidenza di Athos. Molte cose però gli rimanevano molto oscure in questa mezza rivelazione. Primieramente era stata fatta da un uomo del tutto ubriaco, ad un uomo che lo era per metà. Ciò nonostante, malgrado l'incertezza che i vapori di due o tre bottiglie di Borgogna fanno salire alla testa, d'Artagnan nel rialzarsi il giorno dopo aveva ancora impresso nella mente parola per parola tutto il discorso di Athos, nell'ordine con cui erano cadute dalla bocca di lui e penetrate erano nelle sue orecchie. Ogni suo dubbio non faceva che fargli nascere maggiore smania di giungere alla certezza, e si portò nella camera del suo amico colla ferma intenzione di riattaccare la conversazione della sera innanzi; ma ritrovò Athos nel pieno godimento di tutti i suoi sentimenti, vale a dire ritornato l'uomo più furbo e più impenetrabile di tutti gli uomini. Del resto, il moschettiere dopo avere scambiato con lui un sorriso, ed una stretta di mano, andò egli stesso all'avvantaggio del suo pensiero. -- Io era ben ubriaco ieri sera, mio caro d'Artagnan, disse egli. Ma ne sono accorto questa mattina dalla mia lingua ch'era grossa, e dal mio polso che era ancora molto agitato; ci scommetto che ho sciorinato un migliaio di stravaganze. E dicendo queste parole guardò il suo amico con uno sguardo così fisso, che lo mise in imbarazzo. -- Ma no, replicò d'Artagnan, se bene mi ricordo, voi non avete detto niente che sia fuori dell'ordinario. -- Ah! voi mi fate meravigliare; mi pareva di avervi raccontato una storia delle più lamentevoli. E guardava il giovane come se avesse voluto leggere nel fondo dell'anima sua. -- In fede mia, rispose d'Artagnan, pare che fossi più ubriaco ancora di voi, poichè non mi ricordo di niente. Athos non rimase pago di queste parole, e riprese: -- Voi non siete tale da non aver rimarcato, mio caro amico, che ciascuno ha il suo genere di ubriachezza, trista o gaia. Io ho l'ubriachezza trista, e quando sono ubriaco ho la mania di raccontare delle lugubri favole, di cui mi empiè il cervello la mia stupida allevatrice. È il mio difetto, difetto capitale, ne convengo; ma se si eccettua questo, io sono un bravo bevitore. Athos diceva questo in un modo così naturale, che d'Artagnan fu sconcertato della sua convinzione. -- Ah! è dunque ciò infatti, riprese il giovane tentando di riafferrare la verità, è dunque ciò di cui mi risovvengo, come del resto uno si risovviene di un sogno, che noi ne abbiamo parlato d'impiccati. -- Ah! vedete bene, disse Athos impallidendo, ma pure cercato di ridere; io ne era sicuro; gli impiccati sono il mio incubo. -- Sì, sì, riprese d'Artagnan, ecco che pensandoci bene mi ritorna la memoria; si trattava.... aspettate dunque, si trattava di una donna. -- Vedete, disse Athos diventando quasi livido; è la mia grande storia della donna bionda, e quando racconto quella, è segno che sono ubriaco morto. -- Si, è d'essa, disse d'Artagnan, la storia della bionda, grande e bella, dagli occhi azzurri. -- Sì, ed impiccata. -- Da suo marito, ch'era un signore di vostra conoscenza, continuò d'Artagnan guardando fissamente Athos. -- Ebbene! guardate un poco come si può facilmente compromettere un uomo, quando uno non sa più quello che si dica, riprese Athos stringendosi nelle spalle, come se lo avesse preso pietà di se stesso. Decisamente non voglio più ubriacarmi, d'Artagnan; è una troppo cattiva abitudine. D'Artagnan rimase silenzioso; allora cambiando ad un tratto la conversazione. -- A proposito, disse Athos, io vi ringrazio del cavallo che mi avete condotto. -- È di vostro gusto? -- Sì, ma non è un cavallo di fatica. -- V'ingannate, io con lui ho fatto dieci leghe in meno di un'ora e mezzo, e dopo sembrava che non avesse fatto che il giro della piazza di S. Sulpizio. -- Con ciò, voi mi date un forte dispiacere. -- Un forte dispiacere? -- Sì, perchè me ne sono disfatto. -- In che modo? -- Ecco il fatto, questa mattina mi sono svegliato a sei ore, voi dormivate come un tasso, e io non sapeva che fare; era ancora tutto instupidito dalla nostra crapula di ieri a sera: sono disceso nella sala grande ed ho veduto uno dei nostri Inglesi che mercanteggiava un cavallo, essendogli morto ieri il suo per uno sbocco di sangue. Mi avvicinai a lui, e siccome vedeva che offriva cento luigi per un ronzino bruciato; «perdinci, gli dissi, mio gentiluomo, io pure ho un cavallo da vendere». -- «Ed anche bellissimo, diss'egli, l'ho veduto ieri, il servo del vostro amico lo teneva a mano. « -- Ritrovate voi ch'egli valga cento doppie? « -- Sì, e volete voi darmelo per questo prezzo? « -- No, ma io me lo giuoco. « -- A che? « -- Ai dadi. -- Detto, fatto, e ho perduto il cavallo. Ah! ma io ho riguadagnato la gualdrappa e le redini. D'Artagnan fece una fisonomia spiacevole. -- Vi dispiace forse? disse Athos. -- Sì, ve lo confesso, replicò d'Artagnan, questo cavallo doveva servire a farci riconoscere in un giorno di battaglia, era un pegno, un ricordo. Athos, voi avete avuto torto. -- Eh! amico mio, mettetevi al mio posto, riprese il moschettiere; io mi annoiava a morte; e poi, parola d'onore, io non amo i cavalli inglesi. Vediamo, se non si tratta che di essere riconosciuti da qualcuno, la sella e le briglie basteranno, sono abbastanza rimarchevoli. In quanto al cavallo noi ritroveremo qualche scusa per giustificare la sua sparizione. Che diavolo, un cavallo è mortale, mettiamo che al mio fosse venuto la morva o il cimurro. D'Artagnan continuava ad essere corrucciato. -- Ciò mi fa dispiacere, continuò Athos, che sembriate essere tanto attaccato a questi animali, perchè io non sono ancora alla fine della mia storia. -- Che avete voi dunque fatto ancora? -- Dopo aver perduto il mio cavallo, nove contro dieci (vedete il colpo!) mi venne l'idea di giuocare il vostro: -- Sì, ma spero bene che vi sarete fermato alla sola idea. -- No, io l'ho messa in esecuzione sull'istante. -- Ah! per esempio! gridò d'Artagnan inquieto. -- Giuocai, e perdei. -- Il mio cavallo? -- Il vostro cavallo, sette contr'otto; per colpa di un punto... Voi conoscete il proverbio?... -- Athos, io vi giuro che voi non avete il vostro buon senso. -- Mio caro, era ieri, quando vi raccontava quelle pazze storie, che bisognava dirmi così, e non questa mattina. Io dunque l'ho perduto con tutta la sella ed i finimenti possibili. -- Ma questo è orribile! -- Aspettate dunque, non siamo ancora alla fine; io sarei un eccellente giuocatore se non mi ostinassi, ma io mi vado ostinando; è come quando bevo. Io dunque mi ostinai a giuocare. -- Ma che cosa potevate voi giuocare, sè non vi restava più nulla? -- Sia pure, sia pure, ma restava a voi questo diamante che brilla al vostro dito, e che ieri aveva rimarcato. -- Questo diamante! gridò d'Artagnan portando vivamente la mano sul suo anello. -- E siccome io sono conoscitore, avendone avuto qualcuno per conto mio, l'ho stimato mille doppie. -- Spero bene, disse d'Artagnan mezzo morto dallo spavento, che non avrete menomamente fatta menzione del mio anello? -- Al contrario, amico caro; voi capirete, questo diamante diventava la nostra sola risorsa, con esso io poteva riguadagnare le nostre gualdrappe e i nostri cavalli, ed anche del danaro pel viaggio. -- Athos! voi mi fate fremere! gridò d'Artagnan. -- Parlai dunque del vostro diamante al mio tenitore, che lo aveva egli pure rimarcato. Che diavolo! mio caro, voi portate al vostro dito una stella del cielo, e non volete che vi si faccia attenzione? impossibile! -- Terminate, mio caro, terminate, disse d'Artagnan, poichè in parola, col vostro sangue freddo mi fate morire. -- Noi dividemmo dunque il vostro diamante in dieci parti di cento doppie l'una. -- Ah! voi volete ridere, o provarmi, disse d'Artagnan, che cominciava ad essere preso pei capelli dalla collera, come Minerva prendeva Achille nella Iliade. -- No, io non ischerzo, per bacco! avrei voluto vedervici! Erano quindici giorni che non aveva veduto faccia umana, e che stava là ad imbestialirmi ricreandomi colle bottiglie. -- Questa non è una ragione per giuocare il mio diamante! rispose d'Artagnan, stringendo il suo pugno con un fremito nervoso. -- Ascoltate dunque la fine. Dieci parti di cento doppie l'una e dieci colpi senza rivincita. In tredici colpi, ho perduto tutto. Il numero tredici mi è sempre stato fatale; fu il tredici luglio che... -- -Ventrebleu!- gridò d'Artagnan alzandosi da tavola; la storia di quella mattina gli faceva dimenticare quella della sera innanzi. -- Pazienza, disse Athos. Io aveva il mio piano. L'Inglese era un originale. Io lo aveva veduto di buon mattino parlare con Grimaud, e Grimaud mi aveva avvertito che gli aveva fatte delle proposizioni per entrare al suo servizio. Io gli giuocai Grimaud, il silenzioso Grimaud diviso in dieci parti. -- Ah! per bacco! disse d'Artagnan scoppiando dalle risa. -- Grimaud stesso, intendete voi? e colle dieci parti di Grimaud, che tutte assieme non valgono un ducatone, riguadagnai il diamante. Ditemi ora che la persistenza non è una virtù? -- In fede mia, questa è bellissima! gridò d'Artagnan consolato, e tenendosi le coste dal ridere. -- Voi capirete che, sentendomi in vena, mi rimisi subito a giuocare sul diamante. -- Ah? diavolo? disse d'Artagnan imbruttito di nuovo. -- Ho riguadagnato i finimenti del vostro cavallo, poi il vostro cavallo, poi i finimenti del mio, poi il mio cavallo, quindi ho riperduto. In poche parole: ho riguadagnati i finimenti del mio cavallo e del vostro. Ecco a che punto sta la cosa. È stato un colpo superbo, per cui mi sono fermato là. D'Artagnan respirò come se gli fosse stata tolta l'osteria di sopra al petto. -- Infine, il diamante mi resta, si, o no? diss'egli timidamente. -- Intatto, mio caro amico, e di più gli arnesi del vostro bel cavallo e del mio. -- Ma che faremo noi degli arnesi senza cavalli? -- Io ho un'idea sovr'essi. -- Athos, voi mi fate fremere. -- Ascoltate, voi non avete giuocato da lungo tempo d'Artagnan? -- E non ho neppure volontà di giuocare. -- Non giuriamo di niente. Voi non avete giuocato da lungo tempo, diceva io. Voi dunque dovete avere la mano buona. -- Ebbene! e poi? -- Ebbene! l'Inglese ed il suo compagno sono ancora là, ho rimarcato che ad essi dispiace molto non avere gli arnesi. -- Voi sembrate esser molto affezionato al cavallo. Al vostro posto io giocherei gli arnesi contro il vostro cavallo. -- Ma egli non vorrà giuocarlo per un solo arnese? -- Giuocateli tutti e due, perdinci! io non sono un egoista come voi. -- Voi fareste così? disse d'Artagnan indeciso, tanto la confidenza di Athos lo andava guadagnando senza che se ne accorgesse. -- Parola d'onore, nel vostro caso farei così, e in un sol colpo. -- Il mal è che, avendo perduto i cavalli, mi premeva enormemente di conservare almeno gli arnesi. -- Allora, giuocate il vostro diamante. -- Oh! quest'è un altro affare, giammai, giammai. -- Diavolo! disse Athos, voi non volete arrischiare niente! io vi proporrei di giuocare Planchet, ma siccome questo giuoco è già stato fatto, l'Inglese forse non vorrà rifarlo più. -- Decisamente, mio caro Athos, amo meglio di non arrischiar niente, disse d'Artagnan. -- Mi dispiace, disse freddamente Athos. Quegli Inglesi sono imbottiti di doppie. Eh! mio Dio tentate un colpo: un colpo è presto fatto. -- E se perdo? -- Se perdete, cederete gli arnesi. -- Vada per un colpo, disse d'Artagnan. Athos si mise in cerca dell'Inglese; lo ritrovò in scuderia, ove esaminava gli arnesi con occhio cupido; l'occasione era buona. Furono fatte le condizioni, i due finimenti completi contro un cavallo, o cento doppie. L'Inglese calcolò presto; i due finimenti valevano bene trecento doppie. Si misero a tavolino. D'Artagnan gettò i dadi tremando, e ne sortì il numero tre; il suo pallore spaventò Athos che si contentò di dire: -- Ecco un colpo tristo, compagno; voi, signore, avrete i cavalli bene insellati e imbrigliati. L'Inglese trionfante non si dette neppure la pena di scuotere i dadi, li gettò sulla tavola senza guardarli, tanto era sicuro della vittoria. D'Artagnan si era voltato per nascondere il suo cattivo umore. -- Guarda, guarda, guarda? disse Athos colla sua voce tranquilla, questo colpo di dadi è straordinario, e non l'ho veduto che quattro volte in vita mia: due assi! L'Inglese guardò, preso da meraviglia: d'Artagnan divenne rosso del piacere. -- Sì, continuò Athos, quattro volte soltanto; una volta presso il sig. Crépuy, un'altra volta in campagna nel mio castello di... quando avevo un castello; la terza volta dal sig. de Tréville, che ci sorprese tutti; finalmente la quarta in una cena. -- Il signore riprende il suo cavallo? disse l'Inglese. -- Certamente! disse d'Artagnan. -- Allora non mi dà rivincita? -- Le nostre condizioni dicono senza rivincita; ve ne ricordate voi? -- È vero. Il vostro cavallo sarà restituito al vostro lacchè, signore. -- Un momento, signore, disse Athos; vi chiedo il permesso di dire una parola al mio amico. -- Dite pure. Athos tirò in disparte d'Artagnan. -- Ebbene, gli disse d'Artagnan che volete ancora da me, tentatore? tu vuoi ch'io giuochi, non è vero? -- No, io voglio che voi riflettiate. -- A che? -- Voi riprendete il vostro cavallo? -- Senza dubbio. -- Avete torto, io prenderei le cento doppie: voi sapete che avete giuocato i finimenti contro il cavallo o cento doppie, a vostra scelta. -- Sì. -- Io prenderei le cento doppie. -- Ed io prendo il cavallo. -- Voi avete torto, vi dico e vi ripeto. Che faremo noi di un cavallo in due? io non posso montare in groppa. Noi avremo l'aspetto di due figli d'Aimone che hanno perduti i loro fratelli; voi non vorrete umiliarmi cavalcando vicino a me sopra quel magnifico cavallo. Io, senza esitare un solo istante, prenderei le cento doppie; noi abbiamo bisogno di danaro per ritornare a Parigi. -- Io ho molto affetto per questo cavallo, Athos. -- E voi avete torto, amico mio; un cavallo può prendere una sfiancata, può mangiare ad una rastelliera ove ha mangiato un cavallo incimurrito, ed ecco un cavallo, o piuttosto cento doppie perdute; poi bisogna 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000