e per il più elegante cavaliere di Francia e d'Inghilterra. Favorito
da due re, ricco di milioni, che tutto poteva in un regno che
egli sconvolgeva a suo capriccio o calmava a sua fantasia, Giorgio
Williers, duca di Buckingham aveva intrapresa una di quelle esistenze
favolose che rimangono nei corso dei secoli come una meraviglia per
la posterità. Così, sicuro di se stesso, convinto della sua possanza,
certo che non potevano colpirlo le leggi che reggono gli altri uomini,
andava dritto alla meta che si era prefisso, fosse pure stata questa
meta così elevata e così risplendente che sarebbe stato follia per un
altro il sognarlo soltanto. Fu così che egli giunse ad avvicinarsi
diverse volte alla bella ed orgogliosa regina di Francia, a forza
d'abbagliare.
Giorgio Williers si pose adunque avanti di uno specchio, come lo
abbiamo detto, rese alla sua bella capigliatura bionda le ondulazioni
che il peso del suo cappello le avevano fatto perdere, arricciò i suoi
baffi, e col cuore gonfio di gioia, felice, e sapendo di toccare un
momento che egli aveva desiderato sì lungamente sorrise a se stesso
d'orgoglio e di speranza.
In questo momento una porta nascosta dalla tappezzeria si aprì, e
comparve una donna. Buckingham vide questa apparizione nello specchio,
gettò un grido; era la regina!
La regina aveva allora ventisei o ventisette anni, vale a dire che ella
si ritrovava in tutto lo splendore della bellezza. Il suo andamento
era veramente quello di una regina, o meglio ancora di una dea; i suoi
occhi, che gettavano dei riflessi di smeraldo, erano perfettamente
belli e pieni ad un tempo di dolcezza e di maestà; la sua bocca era
piccola e vermiglia, e quantunque il suo labbro inferiore avanzasse
leggermente sull'altro, ella era eminentemente graziosa nel sorriso
ma altrettanto profondamente sdegnosa nel disprezzo. La sua pelle era
citata per la sua bianchezza e pel suo vellutato, la sua mano e le sue
braccia erano di una bellezza sorprendente, e tutti i poeti dell'epoca
le decantavano come incomparabili. Finalmente i suoi capelli, che,
di biondi che erano nella sua gioventù, erano diventati castagni, e
che ella portava arricciati e aspersi di molta polvere, contornavano
ammirabilmente il suo viso, al quale la censura più rigida non avrebbe
potuto augurare che un poco meno di rosso, e i più esigenti desiderare
un poco più di affilatezza nel naso.
Buckingham rimase per un istante abbagliato; giammai la regina gli
era sembrata più bella in mezzo ai balli, alle feste ed ai tornei, di
quello che gli apparve in quel momento, vestita con una semplice stoffa
bianca; e accompagnata da donna Stefania, la sola delle cameriere
spagnuole che non fosse stata scacciata dalla gelosia del re, o dalle
persecuzioni di Richelieu.
Anna fece due passi in avanti: Buckingham si precipitò ai suoi
ginocchi, e primachè la regina avesse potuto impedirlo, le baciò
l'estremità della sua veste.
-- Duca, voi sapete di già che non sono stata io che vi ho fatto qui
venire.
-- Oh! sì, signora, sì, Vostra Maestà, gridò il duca; io so che sono
stato un pazzo, un insensato a credere che la neve potesse riscaldarsi,
che il marmo potesse animarsi; ma che volete! quando si ama, si crede
facilmente all'amore, d'altronde io non ho perduto tutto in questo
viaggio poichè vi vedo.
-- Sì, rispose Anna, ma voi sapete perchè e come io vi vedo, milord. Io
vi vedo per pietà di voi stesso, io vi vedo perchè, insensibile voi
a tutte le mie pene, vi siete ostinato a rimanere in una città ove,
rimanendo, correte rischio della vita, e a me fate correr rischio del
mio onore; io vi vedo per dirvi che tutto ci separa, la profondità del
mare, l'inimicizia dei regni, la santità dei giuramenti. Il lottare
contro tante cose è un sacrilegio, milord. Io vi vedo infine per dirvi
che è indispensabile che noi non ci vediamo più.
-- Parlate, signora, parlate regina, disse Buckingham, la dolcezza della
vostra voce cuopre la durezza delle vostre parole.
-- Milord, disse la regina, voi non potete rimproverare il mio modo di
parlarvi; voi dimenticate che io non vi ho mai detto che vi amava.
-- Ma voi non mi avete neppur detto mai che non mi amavate, e veramente
il dirmi simili parole, sarebbe stato per parte di Vostra Maestà,
una troppo grande ingratitudine. Poichè, ditemi, ove troverete un
amore eguale al mio, un amore che nè il tempo nè la lontananza nè la
disperazione possono estinguere, un amore che si contenta di un nastro
perduto, di uno sguardo smarrito, di una parola sfuggita? Sono tre
anni, signora, che vi ho veduta per la prima volta, e dopo tre anni
io vi amo egualmente. Volete voi che io vi dica come eravate vestita
la prima volta che vi vidi? volete voi che io vi dettagli tutti gli
ornamenti della vostra toeletta? Ascoltate; io vi vedo ancora: voi
eravate seduta sopra un dado, alla moda di Spagna, avevate una stoffa
di seta verde broccata d'oro e d'argento, colle maniche pendenti e
riannodate sulle belle vostre braccia, su quelle braccia ammirabili,
con grossi diamanti; voi avevate un collare increspato e chiuso, un
piccolo -bonetto- sulla vostra testa, del colore della vostra veste, e
sopra questo bonetto una piuma d'airone. Oh sentite, sentite, io chiudo
gli occhi e vi vedo tale quale eravate allora; io li riapro e vi vedo
tale quale siete adesso, vale a dire cento volte più bella ancora!
-- Quali follie! mormorò Anna, che non aveva il coraggio di irritarsi
col duca per avere così bene conservato il suo ritratto nel di
lui cuore; quale follia di nutrire una passione inutile con simili
rimembranze.
-- E con che volete voi dunque che io viva? Io non ho che delle
rimembranze. Queste sono la mia felicità, il mio tesoro, la mia
speranza. Ciascheduna volta che vi vedo, è un diamante di più che
io racchiudo nello scrigno del mio cuore. Questo è il quarto che voi
lasciate cadere e che io raccolgo. Poichè in tre anni, signora, non vi
ho veduta che quattro volte; questa prima che vi diceva, la seconda in
casa della sig. Chevreuse, la terza nei giardini d'Amiens...
-- Duca, disse la regina arrossendo, non parlate di quella serata.
-- Oh! parliamone, al contrario, signora, parliamone: è la serata felice
e raggiante della mia vita. Vi ricordate voi la bella notte che faceva?
come l'aria era dolce e profumata? come il cielo era azzurro e smaltato
di stelle? ah! quella volta, signora, potei rimanere un istante con
voi; quella volta eravate disposta a dirmi tutto, l'isolamento della
vostra vita, le afflizioni del vostro cuore. Voi eravate appoggiata
al mio braccio; guardate, a questo qui. Abbassando la mia testa dalla
vostra parte, io sentiva i vostri bei capelli sfiorare il mio viso,
ed ogni volta che essi lo sfioravano, io rabbrividiva dalla testa ai
piedi. Oh! regina! oh! voi non sapete tutto ciò che vi ha di felicità
e di gioia racchiuso in un simile supremo momento! I miei beni, la mia
fortuna, la mia gloria, tutti i giorni che mi restano a vivere io li
darei per un simile istante, per una simile notte; poichè quella notte,
signora, quella notte voi mi amavate, io ve lo giuro.
-- Milord, è possibile, sì, che l'influenza del luogo, che le attrattive
di quella bella sera, che l'affascinazione del vostro sguardo, che
quelle mille circostanze, in fine, che qualche volta si riuniscono
per perdere una donna, si sieno raggruppate intorno a me in quella
sera fatale; ma voi lo avete veduto, milord, la regina è venuta in
soccorso della donna indebolita; alla prima parola che voi avete osato
di dire, alla prima arditezza alla quale io ho dovuto rispondere, io ho
chiamato.
-- Oh! sì, sì, è vero, e un altro amore fuori del mio si sarebbe
infranto e questa pruova; ma il mio amore ne è sortito più ardente
e più eterno. Voi avete creduto di fuggirmi ritornando a Parigi, voi
avete creduto che io non oserei lasciare il tesoro che dal mio sire
sono stato incaricato di custodire. Ah! che importano a me tutti i
tesori del mondo, e tutti i re della terra! otto giorni dopo io era di
ritorno, o signora. Quella volta voi non avevate niente a dirmi: io
aveva arrischiato il mio favore, la mia vita per vedervi un secondo,
io non ho neppure toccata la vostra mano, e voi mi avete perdonato
vedendomi così sottomesso e così pentito.
-- Sì, ma la calunnia si è impadronita di tutte queste follie, nelle
quali io non aveva parte, voi lo sapete bene, milord. Il re, eccitato
dal ministro, ha fatto un rumore terribile; la signora di Vernet
fu scacciata; Putange fu esiliato; la signora Chevreuse cadde in
disfavore; e allorchè voi avete voluto ritornare come ambasciadore in
Francia, il re stesso, sovvenitevene milord, il re stesso si è opposto.
-- Sì, e la Francia pagherà con una guerra il rifiuto del suo re. Io
non posso più vedervi, signora? ebbene! io voglio che ciascun giorno
voi sentiate a parlare di me. Che scopo credete voi che abbia avuta
questa spedizione e questa lega coi protestanti della Rochelle che io
progetto? il piacere di vedervi. Io non ho la speranza di penetrare a
mano armata fino a Parigi, lo so bene, ma questa guerra potrà fruttare
una pace; a questa pace necessiterà un negoziatore; questo negoziatore
sarò io. Non si oserà più di rifiutarmi allora, e io ritornerò a
Parigi, e vi rivedrò, e sarò felice un istante. Migliaia d'uomini, è
vero, avranno pagato la mia felicità colla loro vita, ma che importa
a me purchè vi riveda? tutto questo è forse da insensato; ma, ditemi
qual donna ha avuto un amante più innamorato? qual regina ha avuto un
servitore più ardente?
-- Milord, milord! voi invocate a vostra difesa cose che ancor più vi
accusano; milord tutte queste prove d'amore, che volete darmi, sono
altrettanti delitti.
-- Perchè voi non mi amate, signora; se voi mi amaste, vedreste tutto
ciò bene altrimenti; sarebbe per me troppo grande felicità, e io ne
diventerei pazzo. Ah! la signora de Chevreuse è stata meno crudele di
voi. Halland l'amò, ed ella corrispose al suo amore.
-- La signora de Chevreuse non era regina, mormorò Anna, vinta a suo
malgrado dall'espressione di un amore così profondo.
-- Voi mi amereste dunque se non la foste, signora? dite, voi mi
amereste dunque? posso dunque credere che è la dignità sola del vostro
rango che vi fa crudele verso di me? posso adunque credere che se voi
foste stata la sig. de Chevreuse, il povero Buckingham avrebbe potuto
sperare? grazie di queste dolci parole, oh! mia bella Maestà, cento
volte grazie!
-- Ah! milord, voi avete inteso male, male interpretato, io non ho
voluto dire...
-- Silenzio! silenzio! disse il duca; se io sono felice di un errore,
non abbiate la crudeltà di togliermelo. Voi lo avete detto, voi stessa,
io sono attirato in un laccio, io vi lascerò forse la vita, poichè,
osservate, è strano, da qualche tempo io ho dei presentimenti di dover
morire.
E il duca sorrise con un sorriso tristo ad un tempo e grazioso.
-- Oh! mio Dio, gridò Anna con un accento di spavento che provava quale
interesse, maggiore di quello che voleva dire, ella portava al duca.
-- Io non vi dico ciò per spaventarvi, signora, no; ciò che vi dico
è anzi ridicolo, e credete che io non mi preoccupo niente di questi
sogni; ma questa parola che voi mi avete detta, questa speranza che voi
quasi mi avete data, avrà pagato tutto, fosse ancora la mia vita.
-- Ebbene! disse Anna, io pure duca, io ho dei presentimenti; io pure ho
dei sogni. Io ho sognato che vi vedeva steso, insanguinato, atterrato
da una ferita.
-- Alla parte sinistra, non è vero e con un coltello? interruppe
Buckingham.
-- Sì, è così, milord, è così; alla parte sinistra con un coltello.
Chi ha potuto dirvi che io aveva fatto questo sogno? io non l'ho che
confidato a Dio, e anche nelle mie preghiere.
-- Io non voglio saperne di più, voi mi amate, signora, sta bene;
-- Io vi amo?
-- Sì, voi! il cielo vi manderebbe forse gli stessi sogni che a me, se
voi non mi amaste? avremmo noi gli stessi presentimenti, se le nostre
due esistenze non si toccassero col cuore? voi mi amate, o regina, e
voi mi piangerete!
-- Oh! mio Dio, mio Dio! gridò Anna, questo è più di quanto io possa
sopportare. Sentite, duca, in nome del cielo, partite, ritiratevi; io
non so se vi ami o se non vi ami, ma quello che io so si è, che io non
sarò mai spergiura. Abbiate dunque pietà di me; e partite. Obi se voi
foste colpito in Francia, se voi moriste in Francia, se io potessi
supporre che il vostro amore per me fosse causa della vostra morte,
io non mi consolerei mai più; io ne diverrei pazza. Partite dunque,
partite, io ve ne supplico.
-- Oh! quanto siete bella così! oh! quanto io v'amo! disse Buckingham.
-- Partite! partite! io ve ne supplico, e ritornate più tardi; ritornate
come ambasciatore, ritornate come ministro, ritornate circondato da
guardie che vi difendano, da servitori che veglino su voi, e allora,
allora io non temerò più pei vostri giorni, e sarò contenta nel
rivedervi.
-- Oh! ed è vero quanto mi dite?
-- Sì...
-- Ebbene! un pegno della vostra indulgenza, un oggetto che venga
da voi, e che mi ricordi che io non ho fatto un sogno: qualche cosa
che voi abbiate portata, e che possa portare anch'io; un anello, una
collana, una catena!
-- E partirete, partirete, se vi do quanto domandate?
-- Sì.
-- Sull'istante medesimo?
-- Sì.
-- Lascerete voi la Francia? ritornerete voi in Inghilterra?
-- Sì, io ve lo giuro!
-- Aspettate, allora, aspettate.
E Anna rientrò nel suo appartamento, e ne sortì quasi subito, tenendo
in mano un bauletto di legno di rosa colla sua cifra incrostata d'oro.
-- Prendete, milord duca, prendete, diss'ella, conservatelo per mia
memoria.
Buckingham prese il bauletto, e cadde una seconda volta il ginocchio.
-- Voi mi avete promesso di partire sull'istante, disse la regina.
-- Ed io vi mantengo la mia parola; la vostra mano, la vostra mano,
signora, e io parto.
Anna stese la sua mano chiudenda gli occhi, e appoggiandosi con l'altra
sopra Stefania, poichè sentiva che le sue forze venivano meno.
Buckingham appoggiò con passione le sue labbra su quella bella mano,
quindi rialzandosi:
-- Prima di sei mesi, diss'egli, se io non sono morto, io vi avrò
riveduto, signora, dovessi per questo mettere sottosopra il mondo.
E, fedele alla promessa che aveva fatta, si slanciò fuori
dell'appartamento.
Nel corridoio egli incontrò la signora Bonacieux che l'aspettava, e
che, colle medesime precauzioni e la medesima fortuna, lo ricondusse
fuori del Louvre.
CAPITOLO XIII.
IL SIGNOR BONACIEUX
Vi era in tutto questo come si è potuto rimarcare, un personaggio di
cui ad onta della sua posizione precaria, non era sembrato che alcuno
se ne inquietasse, se non che molto mediocremente. Questo personaggio
era il signor Bonacieux, rispettabile martire degli intrighi politici
ed amorosi che si allacciavano così bene gli uni con gli altri in
quell'epoca, tanto cavalleresca ad un tempo e tanto galante.
Fortunatamente, il lettore se lo ricorda, o non se lo ricorda,
fortunatamente noi abbiamo promesso di non perderlo di vista.
Gli stallieri che lo avevano arrestato lo condussero direttamente alla
Bastiglia, ove lo si fece passare tutto tremante davanti un plotone di
soldati che caricavano i loro moschetti.
Di là, fu introdotto in una galleria semi-sotterranea: egli fu, per
parte di quelli che lo aveano condotto, l'oggetto delle più grossolane
ingiurie, e dei più feroci maltrattamenti. Gli sbirri vedevano che
non avevano a che fare con un gentiluomo, e lo trattavano come un vero
birbone.
In capo a mezz'ora circa, uno scrivano venne a metter fine a queste
torture, ma non alle sue inquietudini, dando l'ordine di condurre il
sig. Bonacieux nella camera degli interrogatorii. Ordinariamente i
prigionieri s'interrogavano nel loro carcere, ma con Bonacieux non si
facevano tanti complimenti.
Due guardie, s'impadronirono del merciaio, gli fecero traversare
un cortile, lo fecero entrare in un corridoio, in cui v'erano tre
sentinelle, aprirono una porta, e lo spinsero in una camera bassa, ove
non v'erano altri mobili che una tavola, una sedia e un commessario.
Il commessario era assiso sulla sedia, ed occupato a scrivere sulla
tavola.
Le due guardie condussero il prigioniero davanti alla tavola, e, ad un
segno del commessario, si allontanarono fuori della portata della voce.
Il commessario, che fino allora aveva tenuto la sua testa abbassata
sulle carte, la rialzò per vedere con chi aveva a che fare. Questo
commissario era un uomo di fisonomia dispettosa, col naso puntuto,
cogli zigomi gialli e sporgenti, cogli occhi piccoli, ma investigatori
e vivi, colla fisonomia che partecipava ad un tempo della faina e della
volpe. La sua testa, sopportata da un collo lungo e mobile, sortiva
dalla sua larga toga nera, librandosi con un movimento presso a poco
simile a quello della tartaruga, quando cava fuori la testa dal suo
guscio crostaceo.
Egli cominciò dal domandare al signor Bonacieux i suoi nomi, il
cognome, l'età, lo stato, il domicilio.
L'accusato rispose ch'egli si chiamava Giacomo Michele Bonacieux, che
aveva l'età di cinquant'anni, che era merciaio, e che dimorava nella
strada Fossoyeur: al n. 11.
Il commissario allora, invece di continuare ad interrogarlo, gli
fece un lungo discorso sul pericolo che vi è, per un oscuro borghese,
nell'immischiarsi di cose politiche.
Egli complicò quest'esordio con una esposizione nella quale raccontò
la potenza e gli atti del signor ministro, di questo ministro
incomparabile, di questo vincitore dei ministri passati, di questo
modello dei ministri futuri: atti e potenze ai quali nessuno poteva
opporsi impunemente.
Dopo questa seconda parte del suo discorso, fissando il suo sguardo da
sparviero sul povero Bonacieux, lo invitò a riflettere sulla gravità
della sua situazione.
Le riflessioni del merciaio erano già tutte fatte; egli mandava al
diavolo l'istante in cui il signor de Laporte aveva avuto l'idea di
maritarlo con la sua figlioccia, e l'istante soprattutto in cui questa
figlioccia era stata ricevuta custode della biancheria presso la
regina.
Il fondo del carattere di mastro Bonacieux era un profondo egoismo
mischiato ad una sordida avarizia, il tutto condito con una estrema
poltroneria. L'amore che gli aveva inspirato la sua giovane sposa, era
un sentimento del tutto secondario, nè poteva lottare coi sentimenti
primitivi che noi abbiamo enumerati.
Bonacieux riflettè infatti su ciò che gli era stato detto.
-- Ma, il signor commessario, diss'egli timidamente, credete bene
che io conosco, e che apprezzo più che alcun altro, il merito
dell'incomparabile ministro dal quale noi abbiamo l'onore di esser
governati.
-- Davvero? domandò il commessario con un'aria di dubbio, ma se fosse
veramente così come sareste voi alla Bastiglia?
-- Come io vi sono o piuttosto perchè vi sono, replicò Bonacieux, ecco
ciò che mi è assolutamente impossibile di dirvi, visto che io stesso
l'ignoro; ma, a colpo sicuro, non è per avere disgustato, almeno
scientemente, il signor ministro.
-- Pure bisogna che abbiate commesso un qualche delitto, poichè voi
siete accusato di alto tradimento.
-- Di alto tradimento! gridò Bonacieux spaventato, di alto tradimento! e
come volete voi che un povero merciaio, che detesta gli ugonotti e che
abborre gli Spagnuoli, sia accusato di alto tradimento? rifletteteci,
signore, la cosa è materialmente impossibile.
-- Signor Bonacieux, disse il commessario guardando l'accusato come
se i suoi piccoli occhi avessero avuta la facoltà di leggere nel più
profondo dei cuori, signor Bonacieux, voi avete moglie?
-- Sì, signore, rispose il merciaio tremando, e sentendo che là i suoi
affari si andavano a imbrogliare, vale a dire, io ne aveva una.
-- Come, voi ne avevate una? e che ne avete voi fatto, se non l'avete
più?
-- Mi è stata portata via, signore.
-- Vi è stata portata via! disse il commessario. Ah! Bonacieux sentì a
quell'ah che l'affare si andava sempre più imbrogliando.
-- Vi è stata portata via! riprese il commessario; e sapete voi chi è
l'uomo che ha commesso questo ratto?
-- Io credo di conoscerlo.
-- Chi è egli?
-- Pensate che io non affermo niente, signor commessario, e che io
sospetto solamente.
-- Chi sospettate voi! sentiamo, rispondete francamente.
Il signor Bonacieux era nella grande perplessità; doveva egli negar
tutto o tutto dire? negando tutto, si poteva credere che egli la sapeva
troppo lunga per confessare; dicendo tutto, faceva prova di buona
volontà. Egli si decise dunque a dire tutto.
-- Io sospetto, diss'egli, che sia un uomo grande e bruno, di alta
statura, il quale ha tutti i tratti di un gran signore; egli ci ha
seguiti molte volte, a quanto mi è sembrato, quando io aspettava mia
moglie d'avanti alla porta segreta del Louvre per ricondurla a casa.
Il commessario parve provare qualche inquietezza.
-- E il suo nome? diss'egli.
-- Oh? in quanto al suo nome io non ne so niente; se io mai lo
incontrassi, lo riconoscerei sul momento stesso, ve io garantisco,
fosse egli ancora tra mille persone.
La fronte del commessario si intorbidì.
-- Voi lo riconoscereste fra mille, dite voi continuò egli.
-- Cioè, riprese Bonacieux che si accorse di essere entrato in una falsa
strada, cioè...
-- Voi avete risposto che lo riconoscereste, disse il commessario. Sta
bene, per oggi basta. Prima che andiamo più innanzi, bisogna che un
tale sappia che voi conoscete il rapitore di vostra moglie.
-- Ma io non ho detto che lo conosco! gridò Bonacieux alla disperazione.
Io vi ho detto al contrario...
-- Conducete il prigioniere, disse il commessario alle due guardie.
-- Ove si deve condurre? domandò lo scrivano.
-- In una prigione.
-- In quale?
-- Oh! mio Dio, nella prima che vi capita, purchè sia ben chiusa,
rispose il commessario con una indifferenza, che penetrò d'orrore il
povero Bonacieux.
-- Ahimè! Ahimè! disse a sè stesso, la disgrazia è sulla mia testa.
Mia moglie avrà commesso qualche orribile delitto; mi si crederà suo
complice, e mi si punirà con lei: ella avrà confessato che m'aveva
detto tutto; una donna è così debole! Una prigione! la prima che vi
capita! ecco qua! una notte presto si passa; e domani, alla ruota, alla
tortura! oh! mio Dio! mio Dio! abbiate pietà di me!
Senza ascoltare menomamente le lamentazioni di mastro Bonacieux,
lamentazioni alle quali d'altronde essi dovevano essere abituati, le
due guardie presero il prigioniere per un braccio, e lo condussero via,
nel mentre che il commessario scriveva in tutta fretta una lettera che
lo scrivano aspettava.
Bonacieux non chiuse occhio, non già che la sua prigione fosse troppo
cattiva, ma perchè le sue inquietudini erano troppo grandi. Egli rimase
tutta la notte sopra il suo sgabello rabbrividendo al più piccolo
rumore, e quanto i primi raggi del giorno vennero a penetrare nella sua
camera, l'aurora gli parve aver preso tinte funebri.
Ad un tratto egli sentì tirare il catenaccio, e provò un terribile
sussulto. Egli credeva che lo venissero a prendere per condurlo
al patibolo; cosichè allora quando vide comparire puramente e
semplicemente il suo commessario ed il suo scrivano della sera innanzi,
invece del carnefice, come egli si aspettava, fu sul punto di saltar
loro al collo.
-- Il vostro affare si è molto complicato da ieri sera a questa parte;
mio brav'uomo, gli disse il commessario, ed io vi consiglio dire tutta
la verità, poichè il solo vostro pentimento può calmare la collera del
ministro.
-- Ma io sono pronto a dir tutto, gridò Bonacieux, almeno tutto quello
che io so. Interrogatemi, io ve ne prego.
-- Primieramente, dov'è vostra moglie?
-- Ma dappoichè vi ho detto che mi è stata rapita...
-- Sì ma da ieri alle cinque ore pomeridiane, mercè vostra, è fuggita.
-- Mia moglie è fuggita? gridò Bonacieux, oh! disgraziata! signore, se
ella è fuggita non è per colpa mia, io ve lo giuro.
-- Che cosa siete dunque andato a fare dal signor d'Artagnan, vostro
vicino, col quale aveste una lunga conferenza nella giornata?
-- Ah! sì, sig. commessario, sì ciò è vero e lo confesso che ho avuto
torto. Sì, io sono stato dal sig. d'Artagnan.
-- Quale era la scopo di questa visita?
-- Di pregarlo ad aiutarmi per ritrovare mia moglie; io credeva di avere
il diritto di reclamarla. Io mi sbagliava, a quanto sembra, e ve ne
domando perdono.
-- E che cosa ha risposto il signor d'Artagnan!
-- Il signor d'Artagnan mi ha promesso il suo aiuto; ma io mi sono ben
presto accorto che egli mi tradiva.
-- Voi volete eludere la giustizia! il signor d'Artagnan ha fatto
un patto con voi, e in virtù di questo patto egli ha messo in fuga
gli uomini di polizia, che avevano arrestata vostra moglie, e l'ha
sottratta a tutte le ricerche.
-- Il signor d'Artagnan ha rapita mia moglie? ah! che cosa mi dite mai?
-- Fortunatamente, il sig. d'Artagnan è nelle nostre mani, e voi sarete
confrontato con lui.
-- Ah! in fede mia, io non domando di meglio, gridò Bonacieux; non sarò
malcontento di vedere una figura di mia conoscenza.
-- Fate entrare il sig. d'Artagnan, disse il commessario alle guardie.
Le due guardie fecero entrare Athos.
-- Signor d'Artagnan, disse il commessario indirizzandosi ad Athos,
dichiarate voi a questo signore ciò che è passato fra voi e lui.
Gridò Bonacieux, non è il signor d'Artagnan quello che qui mi mostrate!
-- Come non è il sig. d'Artagnan! gridò il commessario.
-- Niente affatto, rispose Bonacieux.
-- E come si chiama il signore? domandò il commessario.
-- Io non posso dirvelo, perchè non lo conosco.
-- Come, voi non lo conoscete?
-- No.
-- Voi non l'avete mai veduto?
-- Può darsi; ma io non so come si chiami.
-- Il vostro nome? domandò il commessario.
-- Athos, rispose il moschettiere.
-- Ma questo non è un nome di uomo, questo è un nome di montagna! gridò
il povero interrogatore, che cominciava a perdere la testa.
-- Questo è il mio nome, disse tranquillamente Athos.
-- Ma voi avete detto che vi chiamavate d'Artagnan.
-- Io?
-- Sì, voi.
-- Cioè, a me che fu detto: «voi siete il sig. d'Artagnan?» io ho
risposto «lo credete voi?» le mie guardie hanno gridato che ne erano
sicure. Io non ho voluto contrariarle, d'altronde io poteva sbagliarmi.
-- Signore, voi fate insulto alla maestà della giustizia.
-- In nessun modo, disse tranquillamente Athos.
-- Voi siete il sig. d'Artagnan.
-- Vedete bene, che siete voi che me lo dite.
-- Ma, gridò a sua volta Bonacieux, io vi dico, sig. commessario, che
non vi può essere nessun dubbio. Il sig. d'Artagnan è mio ospite, e
quantunque non paghi la sua pigione, è anzi precisamente per questa
causa che io debbo conoscerlo. Il signor d'Artagnan è un giovane di
diciannove ai vent'anni appena, e questo signore ne ha almeno trenta;
il sig. d'Artagnan è nelle guardie del sig. des Essarts, ed il sig.
è nella compagnia dei moschettieri dei sig. de Tréville; guardate
l'uniforme.
-- È vero, mormorò il commessario, per bacco! è vero.
In questo momento si aprì la porta, e un messaggiere, introdotto dal
carceriere della Bastiglia, rimise una lettera al commessario.
-- Oh! disgraziata! gridò il commessario.
-- Come! che cosa dite? di chi parlate? non è già di mia moglie io spero?
-- Al contrario, è precisamente di lei. Il vostro affare va bene, andate
avanti!
-- E che! gridò il merciaio esasperato fatemi il piacere di dirmi,
signore, in qual modo il mio affare può peggiorare per ciò che fa mia
moglie, mentre io sono in prigione.
-- Perchè quello che ella fa è la conseguenza di un piano stabilito fra
di voi, un piano infernale!
-- Io vi giuro, sig. commessario, che voi siete nel più grande errore,
che io non so niente affatto di ciò che doveva fare mia moglie, che io
sono intieramente estraneo a tutto quanto ella ha fatto, e che se ella
fa delle pazzie, io la rinego, io la smentisco, io la maledico.
-- E che! disse Athos al commessario, se voi non avete più bisogno
di me, rimandatemi in qualche luogo. Il vostro sig. Bonacieux è
noiosissimo.
-- Riconducete i prigionieri nelle loro secrete, disse il commessario,
indicando con un gesto Athos e Bonacieux, e che essi sieno custoditi
più severamente che mai.
-- Però, disse Athos con la solita sua calma, se voi cercate il signor
d'Artagnan, non vedo troppo il perchè io debba qui rimpiazzarlo.
-- Fate ciò che ho detto! gridò il commessario, nella secreta la più
ristretta. Intendete voi?
Athos seguì le sue guardie stringendosi nelle spalle, e il sig.
Bonacieux mandava gemiti da fendere il cuore di una tigre.
Il merciaio fu ricondotto nel carcere ove aveva passata la notte, e vi
fu lasciato tutto il giorno. Tutto il giorno Bonacieux pianse come un
vero merciaio, non essendo un uomo di spada per niente affatto, come ci
ha detto egli stesso.
La sera verso le nove ore, al momento in cui stava per decidersi di
andare in letto, egli intese de' passi nel corridoio. Questi passi si
avvicinarono al carcere, la porta si aprì, e comparvero due guardie.
-- Seguitemi, disse un caporale che veniva dietro le guardie.
-- Seguirvi! gridò Bonacieux, seguirvi a quest'ora! mio Dio ove mi
conducete?
-- Dove abbiamo l'ordine di condurvi.
-- Ma questa non è una risposta.
-- Eppure è la sola che noi possiamo darvi.
-- Ah! mio Dio! mio Dio! gridò il povero merciaio, questa volta son
perduto!
E seguì macchinalmente e senza resistenza le guardie che erano venute a
prenderlo.
Egli ripassò nello stesso corridoio che aveva già percorso, traversò
un primo cortile, quindi un secondo corpo di fabbrica; finalmente,
alla porta del cortile di entrata, egli trovò una carrozza circondata
da quattro guardie a cavallo. Fu fatto salire in questa carrozza, il
caporale si pose vicino a lui, fu chiuso lo sportello a chiave, e tutti
e due si ritrovarono in una prigione ambulante.
La carrozza si mise in movimento, lenta come un carro funebre.
Attraverso la persiana chiusa a catenaccio il prigioniere scorgeva
le case e il pavimento, e nient'altro; da vero Parigino che egli era,
Bonacieux riconosceva tutte le strade dalle insegne, dai riverberi, dai
marciapiedi. Al momento di giungere a S. Paolo, luogo ove si fanno le
esecuzioni dei condannati della Bastiglia, per poco non si svenne e si
segnò due volte. Avea creduto che la carrozza si fosse fermata lì. La
carrozza però passò oltre. Più lontano fu preso da gran terrore, e fu
costeggiando il cimiterio di S. Giovanni, ove si sepellivano i rei di
stato. Una cosa sola lo tranquillizzava un poco, ed era che prima di
seppellirli generalmente tagliavano loro la testa, e la sua testa era
ancora sulle sue spalle.
Ma allorchè vide che la carrozza voltava per la strada Gréve, e che
scoperse i tetti acuti del Palazzo di Città, e che la carrozza passava
sotto l'arcata, egli credè che tutto fosse finito per lui, volle fare
la sua confessione al caporale, e dietro il suo rifiuto mandò grida
così commoventi, che il caporale gli annunziò che, se continuava
ad assordirlo in tal modo, gli avrebbe messo la mordacchia. Questa
minaccia tranquillizzò alcun poco Bonacieux: se avessero dovuto
giustiziarlo sulla piazza di Gréve, non meritava la pena di metterglisi
la mordacchia, poichè erano quasi arrivati al luogo della esecuzione.
Infatti la carrozza traversò la piazza fatale senza fermarsi. Non
restava più a temersi che la Croce-del-Trahoir: la carrozza infatti
prese quella strada.
Questa volta non v'era più alcun dubbio; era alla Croce-dei Trahoir
che si giustiziavano i rei subalterni; Bonacieux si era lusingato,
credendosi degno della piazza S. Paolo o della piazza di Gréve. Era
alla Croce-del-Trahoir che andava a finire il suo viaggio ed il suo
destino! egli non poteva ancora vedere questa malaugurata Croce, ma
egli la sentiva in qualche modo venirgli incontro. Allorquando egli
non fu più che a una ventina di passi, sentì un rumore e la carrozza
fermarsi; ciò era più di quanto poteva sopportare il povero Bonacieux,
di già annientato dalle emozioni successive che aveva provate, mandò un
debole gemito, che si sarebbe potuto prendere per l'ultimo sospiro di
un moribondo, e si svenne.
CAPITOLO XIV.
L'UOMO DI MÉUNG
Questo rumore era prodotto da un attruppamento di popolo il quale non
era già riunito nell'aspettativa di un uomo che si dovesse impiccare,
ma nella contemplazione di uno già impiccato. La carrozza, fermata per
un momento, riprese dunque il suo cammino, traversò la folla, continuò
la sua strada, e infilò la contrada S. Onorato, voltò per la strada dei
Buoni-Fanciulli, e si fermò davanti ad una porta bassa.
La porta si aprì, due guardie ricevettero nelle loro braccia Bonacieux,
sostenuto dal caporale: fu spinto in un corridoio, gli fu fatta salire
una scala e fu deposto in un'anticamera. Tutti questi movimenti furono
da lui operati macchinalmente; egli aveva camminato come si cammina
in sogno; egli aveva traveduto gli oggetti attraverso una nebbia; le
sue orecchie avevano concepito dei suoni senza intenderli; si sarebbe
potuto giustiziarlo in quel momento che egli non avrebbe fatto un gesto
per intraprendere la sua difesa, che non avrebbe mandato un grido per
implorare pietà.
Egli rimase dunque così sulla panchetta, col dorso appoggiato al muro e
le braccia pendenti, nello stesso luogo ove era stato deposto dalle sue
guardie.
Però, siccome guardando intorno a se stesso non vedeva alcun oggetto
minaccioso, siccome nessuna cosa indicava che egli corresse un reale
pericolo, siccome la panchetta era convenientemente imbottita, siccome
il muro era ricoperto da un bel cuoio di Cordova, siccome un gran
tendinaggio di damasco rosso fluttuava davanti la finestra, sostenuto
da belle borchie d'oro, egli comprese a poco a poco che il suo spavento
era esagerato, e cominciò a muovere la testa da diritta a sinistra e
dal basso in alto. Da questo movimento, che nessun gl'impediva, egli
riprese un poco di coraggio, e si arrischiò a smuovere una gamba, poi
l'altra; finalmente aiutandosi con le mani, si sollevò sulla panchetta
e si trovò in piedi.
In questo momento, un ufficiale di buon aspetto alzò una portiera,
continuò a scambiate alcune parole con una persona che si trovava nella
camera vicina, e rivoltandosi verso il prigioniero:
-- Siete voi, gli disse, che vi chiamate Bonacieux?
-- Sì, signor ufficiale, balbettò il merciaio più morto che vivo, per
servirvi.
-- Entrate, disse l'ufficiale.
Egli si scansò perchè il merciaio potesse passare, questi obbedì senza
replica, entrò nella camera ove sembrava che fosse aspettato.
Era un gran gabinetto coi muri guerniti di armi offensive e difensive,
con camminetto e stufa, nei quali vi era già fuoco quantunque non
si fosse appena che verso la fine del mese di settembre. Una tavola
quadrata, coperta di libri e di carte, sui quali era svolta un immensa
pianta della città della Rochelle occupava il mezzo dell'ambiente. In
piedi davanti al camminetto stava un uomo di mezzana statura, colla
fisonomia altera e fiera, cogli occhi scrutatori, con fronte larga, una
faccia magrita, allungata da un pizzo alla reale sormontato da un paio
di baffi. Quantunque quest'uomo non avesse che trentasei anni appena,
capelli, baffi e pizzo andavano imbiancandosi. Quest'uomo, menocchè la
spada, avea tutto l'aspetto di un uomo di guerra, e i suoi stivali di
bufalo ancora leggermente ricoperti di polvere, indicavano che egli era
stato a cavallo durante la giornata.
Quest'uomo era Armando-Giovanni Duplessis duca de Richelieu non già
come ce lo rappresentano, indebolito, vecchio sofferente come un
martire, col corpo ammalato, la voce estinta, sepolto in un gran
seggiolone come una tomba anticipata, non vivendo più che per la forza
del genio, e non sostenendo più la lotta coll'Europa che per l'eterna
applicazione del suo pensiero; ma tale quale egli era realmente in
quell'epoca, vale a dire destro e galante cavaliere, già debole di
corpo, ma sostenuto da quella potenza morale che ha formato di lui uno
degli uomini i più estraordinarii che sieno esistiti, preparandosi
infine, dopo aver sostenuto il duca di Nevers nel suo ducato di
Mantova, dopo aver preso Nimes, Castres e Uzes, a scacciare gl'inglesi
dall'isola del Re e a fare l'assedio della Rochelle.
Il povero merciaio dimorò in piedi davanti la porta, nel mentre che gli
occhi del personaggio che noi abbiamo descritto, si fissavano su lui, e
sembravano voler penetrare fino al profondo del suo pensiero.
-- È questo qua il signor Bonacieux? domandò egli dopo un momento di
silenzio.
-- Sì, mio signore, riprese l'ufficiale.
-- Sta bene; datemi quelle carte, lasciateci.
L'ufficiale prese sul tavolo le carte indicate, le rimise a quello che
le domandava, s'inchinò fino a terra e sortì.
Bonacieux riconobbe in quelle carte i suoi interrogatorii della
Bastiglia. Di tratto in tratto l'uomo del camminetto alzava gli occhi
dal di sopra delle scritture e li immergeva come due pugnali fino al
fondo del cuore del povero merciaio.
Dopo dieci minuti di lettura e dieci secondi di esame, il ministro avea
fissato.
-- Quella testa là non ha mai cospirato, mormorò egli; ma non importa,
vediamo pure.
-- Voi siete accusato di alto tradimento, disse lentamente il ministro.
-- È ciò che mi hanno già detto, mio signore, gridò Bonacieux, dando al
suo interrogatore il titolo che aveva inteso dargli dall'ufficiale; ma
io vi giuro che non ne sapeva niente.
Il ministro represse un sorriso.
-- Voi avete cospirato con vostra moglie, colla signora de Chevreuse, e
con milord duca di Buckingham...
-- Infatti, mio signore, rispose il merciaio, io ho inteso pronunciare
tutti questi nomi.
-- E in quale occasione?
-- Ella diceva che il ministro duca de Richelieu aveva attirato il
duca di Buckingham a Parigi per perderlo, e perdere insieme con lui la
regina.
-- Ella diceva così! gridò il ministro con violenza.
-- Sì, mio signore, ma io le ho risposto che ella aveva torto a tenere
simili propositi, e che il ministro era incapace...
-- Tacete, voi siete un imbecille, riprese il ministro.
-- Questo è quanto mi rispondeva precisamente mia moglie.
-- Sapete voi chi vi ha rapito vostra moglie?
-- No, mio signore.
-- Voi però avete de' sospetti?
-- Sì, mio signore, ma questi sospetti hanno sembrato portar dispiacere
al signor commessario, ed io non li ho più.
-- Vostra moglie è fuggita, lo sapevate voi?
-- No mio signore, io l'ho saputo mentre ero prigione col mezzo del sig.
commessario, che è un uomo molto amabile.
Il ministro represse un secondo sorriso.
-- Allora voi non sapete ciò che è avvenuto di vostra moglie in seguito
alla fuga?
-- No assolutamente, mio signore, ma ella sarà rientrata al Louvre.
-- A un'ora dopo la mezzanotte non era ancora rientrata al Louvre.
-- A un'ora dopo mezzanotte non era ancora rientrata! ah! mio Dio! e che
cosa è dunque avvenuto di lei?
-- Si saprà, siate tranquillo, non si tiene nulla nascosto al ministro,
il ministro sa tutto
-- In questo caso, mio signore, credete voi che il ministro acconsentirà
a farmi sapere che cosa è avvenuto di mia moglie?
-- Forse, ma prima di tutto bisogna che confessiate tutto ciò che ne
sapete relativamente alle relazioni di vostra moglie colla signora di
Chevreuse.
-- Ma io non ne so niente, non l'ho mai veduta.
-- Quando andavate a prendere vostra moglie al Louvre, ritornava ella
direttamente a casa con voi?
-- Quasi mai, ella aveva molte faccende da sbrigare con dei mercanti di
tela presso i quali io l'accompagnava.
-- E quanti ne aveva di questi mercanti di tela?
-- Due, mio signore.
-- Dove abitavano?
-- Uno nella strada Vaugirard, l'altro nella strada dell'Arpa.
-- Voi entravate con lei?
-- Mai, mio signore, io l'aspettava alla porta.
-- E di qual pretesto usava per poter entrar sola?
-- Ella non aveva bisogno di addurmi dei pretesti, ella mi diceva di
aspettarla, ed io l'aspettava.
-- Voi siete un marito molto compiacente, mio caro signor Bonacieux,
disse il ministro.
-- Egli mi ha chiamato, suo caro signore, disse fra se stesso il
merciaio; peste! gli affari vanno bene!
-- Riconoscereste voi queste porte?
-- Sì.
-- Nè sapete i numeri?
-- Sì.
-- Quali sono?
-- Il numero 25 della strada Vaugirard, e il n. 75 della strada Arpa.
-- Sta bene, disse il ministro.
A queste parole prese un campanello d'argento, lo suonò e l'ufficiale
entrò
-- Andate, gli disse sottovoce, andate a cercarmi Rochefort, e che egli
venga sull'istante introdotto.
-- Il conte è di là, disse l'ufficiale, e chiede istantemente di parlare
con Vostra Eccellenza.
-- Vostra Eccellenza! mormorò Bonacieux risovvenendosi che questo era il
titolo che d'ordinario si dava al ministro; Vostra Eccellenza!
-- Allora che venga, che venga! disse prestamente Richelieu.
L'ufficiale sì slanciò fuori dell'appartamento con quella rapidità che
d'ordinario impiegavano tutti i servitori del ministro nell'obbedire ai
suoi ordini.
-- Ah! Vostra Eccellenza! continuava a mormorare Bonacieux, spalancando
due occhi stravolti, e rimproverandosi di non averci pensato prima.
Cinque minuti dopo la scomparizione dell'ufficiale, si aprì la porta,
ed entrò un nuovo personaggio.
-- È lui! gridò Bonacieux
-- Chi lui? domandò il ministro.
-- Quegli che mi ha rapito mia moglie.
Il ministro suonò una seconda volta. L'ufficiale ricomparve.
-- Riconducete quest'uomo nelle mani delle sue due guardie, e che egli
aspetti che lo richiami davanti a me.
-- No, Eccellenza, no, non è lui! gridò Bonacieux; no io mi sono
sbagliato, è un altro che non gli rassomigliava niente affatto; questo
signore è un galantuomo.
-- Conducete via questo imbecille, disse il ministro.
L'ufficiale prese Bonacieux sotto il braccio; e lo ricondusse
nell'anticamera, ove egli ritrovò le sue due guardie.
Il nuovo personaggio che era stato introdotto, seguì con occhi
impazienti Bonacieux, fino a tanto che fu sortito, e quando la porta si
richiuse dietro a lui:
-- Essi si sono veduti, diss'egli avvicinandosi vivamente al ministro.
-- Chi? domandò Sua Eccellenza.
-- Ella ed egli.
-- La regina e il duca! gridò Richelieu.
-- Sì.
-- E dove?
-- Al Louvre.
-- Ne siete voi sicuro?
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