insegnerò a vivere!
-- Ed io vi rimanderò alla vostra abbazia, signore abate! degnatevi, se
vi piace, e sull'istante.
-- No; se vi piace, mio bello amico, no qui almeno: Non vedete voi
che noi siamo dirimpetto al palazzo d'Aiguillon, il quale è pieno di
creature del ministro? chi mi dice che non sia il ministro che vi ha
incaricato di procurargli la mia testa? ora io ho un ridicolo trasporto
per la mia testa, atteso che mi sembra ch'ella sia adattatissima alle
mie spalle. Io voglio dunque uccidervi, siate tranquillo, ma uccidervi
dolcemente, in un luogo chiuso e coperto, là ove voi non possiate
vantarvi con alcuno della vostra morte.
-- Io mi vi adatto, ma non vi fidate troppo, e portate con voi il
vostro fazzoletto, che vi appartenga o no; forse avrete l'occasione di
servirvene.
-- Il signore è Guascone? domandò Aramis.
-- Sì, ma il signore non mi fissa l'appuntamento per prudenza.
-- La prudenza, signore, è una virtù molto inutile al moschettiere,
ma indispensabile nelle altre condizioni, e siccome io non sono
moschettiere che provvisoriamente, ho cura di rimanere prudente. A due
ore io avrò l'onore di aspettarvi al palazzo del sig. de Tréville.
-- Là io v'indicherò il luogo opportuno.
I due giovani si salutarono, quindi Aramis si allontanò risalendo la
strada che conduceva al Luxembourg, nel mentre che d'Artagnan, vedendo
che l'ora si avanzava, prendeva la strada dei Carmelitani-Scalzi
dicendo fra se stesso:
-- Decisamente io non ne posso uscire, ma almeno se io sarò ucciso, lo
sarò da un moschettiere.
CAPITOLO V.
I MOSCHETTIERI DEL RE, E LE GUARDIE DEL MINISTRO
D'Artagnan non conosceva nessuno a Parigi. Egli andò dunque
all'appuntamento d'Athos senza condur seco un padrino, risoluto di
contentarsi di quello che avrebbe scelto il suo avversario. D'altronde
la sua intenzione era formale di fare cioè al bravo moschettiere tutte
le scuse convenienti ma senza debolezza, temendo che resultasse da
questo duello ciò che resulta sempre dispiacente in un affare di questo
genere, quando un uomo giovane, e vigoroso si batte con un avversario
ferito e debole: vinto, egli raddoppia il trionfo del suo antagonista;
vincitore, è accusato di prevaricamento e di facile audacia.
Del resto, o noi abbiamo male esposto il carattere del nostro cercatore
di avventure o il nostro lettore ha già dovuto rimarcare che d'Artagnan
non era un uomo ordinario. Così, mentre ripeteva a se stesso che
la sua morte era inevitabile, egli non si rassegnava punto a morire
dolcemente, come un altro, meno coraggioso e meno moderato di lui,
avrebbe fatto nel suo posto. Egli rifletteva ai diversi caratteri di
quelli coi quali doveva battersi, e cominciò a veder più chiaro nella
sua situazione. Egli sperava, mercè le scuse leali che si riserbava,
di farsi un amico in Athos, la di cui aria di gran signore, e la
fisonomia austera gli erano molto aggradite. Si lusingava di far paura
a Porthos coll'avventura della bandoliera, che poteva, se non era
ucciso sull'atto raccontare a tutti, racconto che, spinto destramente
all'effetto, doveva coprire Porthos di ridicolo; finalmente in quanto
al circospetto Aramis, non aveva una gran paura, e, supponendo che egli
potesse giungere fino a lui, s'incaricava di spedirlo bene e meglio, o
almeno di ferirlo sul viso, come Cesare aveva raccomandato di fare ai
soldati di Pompeo, di guastare cioè per sempre quella bellezza di cui
andavano superbi.
In seguito, vi era in d'Artagnan quel fondo irremovibile di risoluzione
che avevan deposto nel suo cuore i consigli di suo padre, consigli,
la di cui sostanza era: non tollerare niente da nessuno fuorchè dal
re, dal ministro e dal sig. de Tréville. Egli volò dunque piuttostochè
camminò verso il convento dei Carmelitani Scalzi o meglio -Deschaux-,
come si dicevano in quell'epoca, specie di fabbricato senza finestre,
circondato da prati aridi, succorsale del Prato dei Chierici, e che
serviva d'ordinario agli incontri delle persone che non avevano tempo
da perdere.
Allorchè d'Artagnan giunse in vista del piccolo terreno vago, che si
estendeva ai piedi di questo monastero, Athos lo aspettava da cinque
minuti soltanto, e mezzogiorno suonava. Egli dunque era puntuale come
la Samaritana, ed il più rigoroso esigente in rapporto ai duelli non
poteva avere niente da dire.
Athos, che soffriva sempre crudelmente della sua ferita, quantunque
fosse stata medicata di nuovo dal chirurgo del sig. de Tréville, si
era assiso sopra una riva, e aspettava il suo avversario con quel
contegno pacifico, e quell'aria dignitosa che non l'abbandonavano
mai. All'aspetto di d'Artagnan, egli si alzò, e fece gentilmente
qualche passo incontro a lui. Questi, dal suo canto si presentò al suo
avversario con il cappello in mano e la sua piuma trascinante fino a
terra.
-- Signore, disse Athos, io ho fatto prevenire due dei miei amici che mi
serviranno da testimonj, ma questi due amici non sono ancora giunti. Io
mi meraviglio ch'essi ritardino: questa non è la loro abitudine.
-- Io non ho testimonj, signore, disse d'Artagnan, perchè, giunto da
jeri soltanto a Parigi, non vi conosco altri che il sig. de Tréville,
al quale sono stato raccomandato da mio padre, che ha l'onore di essere
qualche poco fra i suoi amici.
Athos riflettè un istante.
-- Voi non conoscete che il sig. de Tréville? domandò egli.
-- Sì, signore, non conosco che lui.
-- Ma; continuò Athos, parlando metà a se stesso e metà a d'Artagnan, ma
se io vi uccido avrò l'aria di essere un mangiatore di ragazzi!
-- Non troppo, signore, rispose d'Artagnan con un saluto che non era
privo di dignità; non troppo, poichè mi fate l'onore di cavare la spada
contro di me con una ferita di cui dovete essere molto incomodato.
-- Incomodato moltissimo, sulla mia parola, e voi mi avete fatto un male
del diavolo, io debbo dirlo; ma io adoprerò la mano sinistra, è la mia
abitudine in simili circostanze. Non crediate dunque che io vi faccia
una grazia, io mi batto egualmente con entrambe le mani, anzi voi
avrete lo svantaggio: un mancino è sempre incomodo a quelli che non ne
sono prevenuti. Mi dispiace dunque di non avervi fatto parte prima di
questa circostanza.
-- Voi veramente siete, signore, disse d'Artagnan inchinandosi di nuovo,
di una cortesia di cui io vi sono al più alto grado riconoscente.
-- Voi mi confondete, rispose Athos con la sua aria da gentiluomo;
parliamo dunque di altra cosa, io vi prego a meno che ciò non vi
dispiaccia. Ah! per bacco, quanto mi avete fatto male! la spalla mi
brucia.
-- Se voi vorreste permettermi... disse d'Artagnan con timidezza.
-- Che cosa, signore?
-- Io ho un balsamo miracoloso per le ferite, un balsamo che mi è stato
dato da mia madre, e del quale io stesso ho fatto la prova.
-- Ebbene?
-- Ebbene, io sono sicuro che in meno di tre giorni questo balsamo vi
guarirà; e in capo a tre giorni, quando voi sarete guarito, ebbene!
signore, avrò sempre per un grande onore di essere il vostro uomo.
D'Artagnan disse queste parole con una semplicità che faceva onore alla
sua cortesia, senza offendere menomamente il suo coraggio.
-- Per bacco! signore, disse Athos, ecco una proposizione che mi piace;
non che io l'accetti, ma essa sa di gentiluomo da una lega. Era in
tal modo che parlavano e facevano i prodi del tempo di Carlomagno, sui
quali ogni cavaliere dovrebbe cercare di modellarsi. Disgraziatamente
non siamo più ai tempi del grande imperatore, noi siamo ai tempi di
un ministro, e di qui a tre giorni si saprebbe, per quanto fosse ben
custodito il segreto, si saprebbe, diceva, che noi dobbiamo batterci,
e si opporrebbero al nostro combattimento. Ma che questi signori non
vengono dunque?
-- Se voi avete fretta, signore, disse d'Artagnan ad Athos colla stesso
semplicità che un momento prima gli aveva proposto di differire il
duello a tre giorni, se voi avete fretta, che vi piaccia di spedirmi
subito, voi non vi prendete pena, io ve ne prego.
-- Ecco un'altra proposizione che mi piace, disse Athos, facendo un
grazioso segno di testa a d'Artagnan, questa non è da uomo senza
cervello, è un colpo sicuro di un uomo di coraggio. Signore, io amo
la gente della vostra tempra, e io credo che se noi non ci ammazziamo
l'uno con l'altro, ritroverò più tardi un vero piacere nella vostra
conversazione. Aspettiamo questi signori, io vi prego, io ho tutto il
tempo, e ciò sarà più in regola. Ah! eccone qui uno, io credo.
Infatti all'estremità della strada Faugirard cominciava a comparire il
gigantesco Porthos.
-- Che! gridò d'Artagnan, il vostro primo testimonio è il sig. Porthos?
-- Si; vi dispiacerebbe forse?
-- No, menomamente.
-- Ecco il secondo.
D'Artagnan si voltò dalla parte indicata da Athos, e riconobbe Aramis.
-- Che! gridò egli con un accento ora più maraviglioso della prima
volta, il vostro secondo testimonio è il sig. Aramis?
-- Senza dubbio, non sapete voi che giammai ci si vede l'uno senza
l'altro, e che ci chiamano nei moschettieri, nelle guardie, alla corte
e in città, Athos, e Porthos, e Aramis, o i tre inseparabili? dopo ciò,
siccome voi giungete da Dax o da Pau...
-- Da Tarbes, disse d'Artagnan.
-- Vi è permesso d'ignorare questo dettaglio, disse Athos.
-- In fede mia, riprese d'Artagnan, voi siete ben chiamati, signori, e
la mia avventura, se ella farà qualche rumore, proverà almeno che la
vostra unione non è fondata sui contrasti.
In questo mentre, Porthos si era avvicinato, aveva salutato con la mano
Athos; quindi, voltandosi verso d'Artagnan, era rimasto meravigliato.
Diciamolo di passaggio, egli aveva cambiata la bandoliera e lasciato il
suo mantello.
-- Ah! ah! fece egli, che cosa è questo?
-- È con il signore che io mi batto? disse Athos mostrando con la mano
d'Artagnan, e salutandolo con lo stesso gesto.
-- È con lui che io pure mi batto? disse Porthos.
-- Ma a un'ora soltanto, rispose d'Artagnan.
-- Ed io pure mi batto col signore, disse Aramis, avvicinandosi
anch'egli sul terreno.
-- Ma soltanto a due ore, disse d'Artagnan con la medesima calma.
-- Ma a proposito di che ti batti tu Athos? domandò Aramis.
-- In fede mia non lo so molto bene, egli mi ha fatto male alla spalla;
e tu Porthos?
-- In fede mia, io mi batto perchè mi batto, rispose Porthos arrossendo.
Athos che non perdeva niente, vide passare un fino sorriso sulle labbra
del Guascone.
-- Noi abbiamo avuto una piccola discussione sulla toletta, disse il
giovane.
-- E tu Aramis? domandò Athos.
-- Io mi batto per un punto di filosofia, riprese Aramis, facendo un
segno a d'Artagnan col quale lo pregava di tenere segreta la causa del
suo duello.
Athos vide passare un secondo sorriso sulle labbra d'Artagnan.
-- Veramente disse Athos.
-- Sì, sopra una sentenza di Platone, sulla spiegazione della quale non
ci siamo d'accordo, disse il Guascone.
-- Decisamente egli è un uomo di spirito, mormorò Athos.
-- Ed ora che voi siete riuniti, signori, disse d'Artagnan, permettetemi
di farvi le mie scuse.
Alla parola -scuse-, una nube passò sulla fronte d'Athos, un sorriso
altero sfiorò sulla labbra di Porthos, e un segno negativo fu la
risposta d'Aramis.
-- Voi non mi capite, signori, disse d'Artagnan rialzando la sua testa,
sulla quale cadeva in quel momento un raggio di sole che ne indorava
le linee fine ed ardite; io vi domando scusa nel caso che io non
potessi soddisfare il mio debito con tutti e tre; poichè il sig. Athos
ha il diritto di ammazzarmi per il primo, cosa che toglie molto del
suo valore al vostro credito, sig. Porthos e che rende quasi nullo il
vostro, sig. Aramis. Ed ora, signori, io ve lo ripeto, scusatemi, ma
soltanto di questo, e in guardia!
A queste parole, e col gesto il più cavalleresco che si potesse vedere,
d'Artagnan sfoderò la spada.
Il sangue era salito alla testa di d'Artagnan, e in quel momento
avrebbe cavata la spada contro tutti i moschettieri del regno, come ora
lo faceva contro Athos, Porthos e Aramis.
Era mezzogiorno e un quarto. Il sole era al suo zenit, e la posizione
scelta per essere il teatro del duello si ritrovava esposta a tutto il
suo ardore.
-- Fa molto caldo, disse Athos, cavando anch'egli la sua spada, e pure
non mi saprei levare il sajo, perchè, anche poco fa ho sentito che la
mia ferita mandava sangue, e temerei d'incomodare il signore facendogli
vedere del sangue che non fosse cavato da lui.
-- È vero, signore, disse d'Artagnan; è cavato da un altro o è cavato da
me: io vi assicuro che vedrò sempre con gran dispiacere il sangue di un
così bravo gentiluomo; io mi batterò dunque col sajo come voi.
-- Andiamo, andiamo, disse Porthos, non fate tanti complimenti, e
pensate che noi aspettiamo la nostra volta.
-- Parlate per voi solo, Porthos, quando volete dire simili
incongruenze, interruppe Aramis. In quanto a me, io ritengo le cose che
questi signori si dicono per molto ben dette, e affatto degne di due
gentiluomini.
-- Quando volete, signore, disse Athos mettendosi in guardia.
-- Aspettava i vostri ordini, disse d'Artagnan incrociando il ferro.
Ma le due spadazze erano appena incrociate, che una squadra di guardie
del ministro, comandata dal sig. de Jussac, si mostrò all'angolo del
convento.
-- Le guardie del ministro! gridarono ad un tempo Porthos e Aramis. La
spada nel fodero, signori! la spada nel fodero!
Ma era troppo tardi; i due combattenti erano stati veduti in una
posizione che non permetteva di dubitare delle loro intenzioni.
-- Olà! gridò Jussac avanzandosi verso di loro e facendo segno ai suoi
uomini di fare altrettanto; olà! moschettieri? e degli editti, che
facciamo?
-- Le signore guardie sono molto generose, disse Athos pieno di rancore,
perchè Jussac era stato uno degli aggressori dell'antivigilia. Se noi
vi vedessimo battere, io vi garantisco che noi ci guarderessimo bene
dall'impedirvelo. Lasciateci dunque fare, e voi ci avrete piacere senza
prendervi incomodo.
-- Signore, disse Jussac, è con gran dispiacere che io vi dichiaro
che la cosa è impossibile. Il nostro dovere prima di tutto: rimettete
dunque le vostre armi, e seguiteci.
-- Signore, disse Aramis, parodiando Jussac, sarebbe con grandissimo
piacere che noi obbediremmo al vostro grazioso invito, se ciò
dipendesse da noi; ma disgraziatamente la cosa è impossibile; il signor
de Tréville lo ha a noi proibito. Continuate dunque la vostra strada,
che è ciò che voi potete fare di meglio.
Questa celia esasperò Jussac.
-- Noi dunque vi caricheremo, diss'egli; se voi disobbedite.
-- Essi sono cinque, disse Athos a mezza voce, e noi non siamo che tre;
noi saremo anche una volta battuti, e ci abbisognerà morire qui poichè
io dichiaro, che io non tornerò a ricomparire davanti al mio capitano
dopo essere stato vinto.
Questo solo momento bastò a d'Artagnan per prendere il suo partito: era
questo uno di quegli avvenimenti che decidono della vita di un uomo,
era una scelta da farsi fra il re ed il ministro, e fatta la scelta
bisognava perseverare. Battersi, voleva dire disobbedire alla legge,
voleva dire arrischiare la sua testa, voleva dire diventare ad un sol
tratto il nemico di un ministro più potente del re stesso, ecco ciò
che travide il giovine, e diciamolo a sua gloria, egli non esitò un
secondo. Voltandosi adunque verso Athos ed i suoi amici:
-- Signori diss'egli, io aggiungerò, se il permettete qualche cosa alle
vostre parole. Voi avete detto che non siete che in tre, ma mi sembra
che noi siamo in quattro.
-- Ma voi non siete dei nostri, disse Porthos.
-- È vero rispose d'Artagnan, io non ho l'abito, ma ho l'anima. Il mio
cuore è di moschettiere, lo sento bene, signore, e questo mi guida.
-- Allontanatevi, giovane, gridò Jussac, che senza dubbio dai gesti
e dalla espressione del suo viso aveva indovinato il disegno di
d'Artagnan. Voi potete ritirarvi, noi vi acconsentiamo, salvate la
vostra pelle, e andate presto.
D'Artagnan non si mosse.
-- Decisamente voi siete un bravo giovane, disse Athos, stringendo la
mano a d'Artagnan.
-- Andiamo, andiamo, prendiamo un partito, riprese Jussac.
-- Vediamo, dissero Porthos e Aramis, facciamo qualche cosa.
-- Il signore è pieno di generosità, disse Athos.
Ma tutti e tre pensavano alla gioventù di d'Artagnan, e temevano la sua
inesperienza.
-- Noi non saremmo che tre, e fra questi un ferito, più un ragazzo,
riprese Athos, e ciò nonostante si dirà che noi eravamo quattro uomini.
-- Sì, ma rinculare! disse Porthos.
-- È difficile, riprese Athos.
-- È impossibile, disse Aramis.
D'Artagnan comprese la loro irresoluzione.
-- Signori, provatemi pure, disse egli, ed io vi giuro sul mio onore,
che non voglio muovermi di qui se noi siamo vinti.
-- Come vi chiamano, mio bravo? disse Athos.
-- D'Artagnan, signore.
Ebbene! Athos, Porthos, Aramis e d'Artagnan, in avanti! gridò Athos.
-- Ebbene! vediamo, signori, vi decidete voi, a battervi? gridò per la
terza volta Jussac.
-- È fatto, signori, disse Athos.
-- E qual partito prendete? domandò Jussac.
-- Noi avremo l'onore di darvi la carica, rispose Aramis alzando con una
mano il suo cappello e cavando con l'altra la spada.
-- E voi volete resistere? gridò Jussac.
-- Per bacco! ciò vi fa meraviglia.
E i nove combattenti si precipitarono gli uni sugli altri con una
furia, che non escludeva una certa tattica. Athos prese un certo
Cabusac favorito del ministro; Porthos ebbe Biscarrat, e Aramis si vide
in faccia due avversarj.
In quanto a d'Artagnan, egli si trovò lanciato contro lo stesso Jussac.
Il cuore del giovane guascone gli batteva in un modo da rompergli
il petto, non già di paura, grazie a Dio, egli non ne aveva neppur
l'ombra, ma di emulazione; egli si batteva come una tigre in furore,
girando dieci volte intorno al suo avversario, e cambiando venti volte
le sue guardie ed il suo terreno. Jussac era, come si diceva allora,
ingordo di lama ed aveva molta pratica; ciò non ostante aveva tutta la
pena del mondo a difendersi contro un avversario agile e svelto, che
si scartava ad ogni momento dalle regole ricevute, attaccando da tutte
le parti ad un tempo, e con tutto ciò difendendosi e riparando i colpi
come un uomo che porta un gran rispetto alla sua epidermide. Finalmente
questa lotta finì col far perdere la pazienza a Jussac. Furioso di
esser tenuto in scacco da colui che aveva guardato come un ragazzo,
egli si riscaldò e cominciò a far degli sbagli. D'Artagnan, che in
mancanza di pratica aveva una profonda teoria, raddoppiò di agilità.
Jussac, volendo finirla portò un colpo terribile al suo avversario
fendendo al fondo; ma questi parò di prima, e mentre che Jussac si
rialzava, e strisciando come un serpente sul suo ferro, gli passò la
sua spada attraverso al corpo. Jussac cadde come un masso.
D'Artagnan gettò allora un colpo d'occhio inquieto e rapido sul campo
di battaglia.
Aramis aveva già ucciso uno dei suoi avversari, ma l'altro lo stringava
d'appresso. Però Aramis era in buona situazione e poteva ancora
difendersi.
Biscarrat e Porthos si erano dati dei colpi forati. Porthos aveva
ricevuto un colpo di spada attraverso il braccio e Biscarrat uno
attraverso la coscia. Ma siccome nè l'una nè l'altra di queste ferite
erano gravi, non facevano che battersi con maggiore accanimento.
Athos, ferito di nuovo da Cabusac impallidiva a vista d'occhio, ma non
rinculava di un piede; egli aveva soltanto cambiata la mano alla spada
e si batteva con la sinistra.
D'Artagnan secondo le leggi del duello di quell'epoca, poteva
soccorrere qualcuno; e mentre cercava con lo sguardo quale dei suoi
compagni aveva più bisogno del suo ajuto egli si accorse di un colpo
d'occhio di Athos. Questo colpo d'occhio era di una sublime eloquenza.
Athos sarebbe morto piuttosto che domandar soccorso; ma egli poteva
guardare, e con lo sguardo domandava un appoggio. D'Artagnan lo
indovinò, fece uno sbalzo terribile, e piombò sul fianco di Cabusac,
gridando.
-- A me, signora guardia, io vi uccido! Cabusac si voltò ed era tempo.
Athos, che si sosteneva solo per il suo gran coraggio, cadde sopra un
ginocchio.
-- Per bacco! gridò egli a d'Artagnan, non lo ammazzate, giovane io ve
ne prego: ho un vecchio affare da finire con lui, quando sarò guarito
e starò bene. Disarmatelo soltanto; legategli la spada. Così. Bene!
benissimo!
Questa esclamazione era strappata ad Athos dalla spada di Cabusac che
saltava venti passi da lui lontana. D'Artagnan e Cabusac si slanciarono
assieme, l'uno per riprenderla, l'altro per impadronirsene; ma
d'Artagnan più svelto arrivò il primo, e vi mise un piede sopra.
Cabusac corse a quella guardia ch'era stata uccisa da Aramis,
s'impadronì della sua spadaccia, e volle ritornare sopra d'Artagnan; ma
sul suo cammino si incontrò in Athos che durante la pausa d'un istante,
che gli aveva accordata d'Artagnan, aveva ripreso lena e che, per
timore che d'Artagnan gli uccidesse il suo nemico, voleva ricominciare
il combattimento.
D'Artagnan capì che sarebbe stato un disgustarsi Athos non lo lasciando
fare. In fatti, qualche secondo dopo, Cabusac cadde colla gola
trapassata da un colpo di spada.
Nel medesimo istante Aramis appoggiava la sua spada contro il petto del
suo avversario rovesciato, per costringerlo a domandare mercede.
Restavano Porthos e Biscarrat. Porthos battendosi faceva mille
fanfaronate, domandando a Biscarrat che ora poteva essere, e gli faceva
i suoi complimenti sulla compagnia che aveva ottenuta suo fratello
nel reggimento Navarra: ma sempre sforzando non guadagnava niente.
Biscarrat, era uno di quegli uomini di ferro che non cadono se non che
morti.
Ciò non pertanto bisognava finirla. Poteva sopraggiungere una ronda
e prendere tutti i combattenti feriti e non feriti, realisti e
ministeriali. Athos, Aramis e d'Artagnan, circondarono Biscarrat, e gli
intimarono d'arrendersi. Quantunque solo contro tutti, e con un colpo
di spada che gli traversava una coscia, Biscarrat voleva far fronte: ma
Jussac che si era alzato sul gomito gli gridò d'arrendersi. Biscarrat
era un Guascone come d'Artagnan, egli fece il sordo e si contentò di
ridere, e fra due parate trovare il tempo di fare un segno per terra
colla punta della sua spada:
-- Qui, diss'egli, qui morrà Biscarrat, solo di quelli che sono con lui.
-- Ma essi sono quattro contro di te: finiscila, io te l'ordino.
-- Ah! se tu lo ordini, allora è un'altra cosa, disse Biscarrat, siccome
tu sei il mio brigadiere, io debbo obbedire.
E facendo un salto in addietro, spezzò la spada contro il suo
ginocchio, e per non renderla, ne gettò i pezzi per disopra al muro
del convento, ed incrocio le sue braccia fischiando una canzone
ministeriale.
La bravura è sempre rispettata anche fra nemici: i moschettieri
salutarono Biscarrat colle loro spade, e le rimisero nel fodero.
D'Artagnan fece altrettanto, quindi aiutato da Biscarrat, il solo che
fosse rimasto in piedi, portò sotto il portico del convento Jussac,
Cabusac e quello fra gli avversari d'Aramis che non era che ferito.
Il quarto, come lo abbiamo detto, era morto. Quindi suonarono la
campanella, e portando seco quattro spade su cinque, s'incamminarono
ebbri di gioia verso il palazzo del sig. de Tréville.
Si vedevano intrecciati, occupare tutta la larghezza della strada,
chiamando ciascun moschettiere che incontravano, di modo che alla
fine divenne una marcia trionfale. Il cuore di d'Artagnan nuotava
nell'ebbrezza; egli camminava fra Athos e Porthos stringendoli
teneramente.
-- Se io non sono ancora un moschettiere, diss'egli ai suoi nuovi amici
oltrepassando la porta del palazzo del sig. de Tréville, almeno eccomi
ricevuto come alunno, non è vero?
CAPITOLO VI.
SUA MAESTÀ IL RE LUIGI DECIMOTERZO
L'affare fece un gran rumore; il sig. de Tréville sgridò molto ad
alta voce i suoi moschettieri, ma si congratulò con loro sotto voce,
e siccome non vi era tempo da perdere per prevenire il re, il sig. de
Tréville si sollecitò di andare al Louvre. Era già troppo tardi, il re
era racchiuso col ministro, e fu detto al sig. de Tréville, che il re
era occupato e non poteva ricevere in quel momento. La sera il signor
de Tréville, venne al giuoco del re. Il re guadagnava, e siccome Sua
Maestà era molto avara, così era di un eccellente umore, e scoperse di
lontano il sig. de Tréville.
-- Venite qui sig. capitano, diss'egli, venite che io vi sgridi; sapete
voi che il ministro è venuto da me a farmi delle lagnanze sui vostri
moschettieri? e ciò con una tale emozione che questa sera il ministro
è malato: e che! ma sono diavoli a quattro, gente da forca i vostri
moschettieri!
-- No, sire, rispose de Tréville, che vide al primo colpo come la cosa
andava a piegare, no, tutto al contrario, essi sono buone creature,
docili come gli agnelli, e che non hanno altro desiderio, io me ne
faccio garante, che quello di non cavare la spada dal fodero, che pel
servizio di Vostra Maestà. Ma che volete? le guardie del ministro sono
senza posa a muover loro lite, e anche per l'onore del corpo, quei
poveri giovani sono costretti a difendersi.
Ascoltate il sig. de Tréville! disse il re, ascoltatelo! Non si direbbe
che egli parla di una comunità di frati? In verità, mio capitano, ho
volontà di togliervi il vostro brevetto e di darlo a madamigella de
Chemerault, alla quale ho promesso un abbazia. Ma non crediate già
che io voglia credere così alla vostra parola. Mi si chiama Luigi il
Giusto, sig. de Tréville, e or ora noi lo vedremo.
-- Ah! è perchè mi fido a questa giustizia, sire, che io aspetterò
pazientemente e tranquillamente il comodo di Vostra Maestà.
-- Aspettate dunque, signore, aspettate dunque, disse il re, io non mi
farò attendere lungamente.
Infatti, la sorte si cambiava, e siccome il re cominciava a perdere
quello che aveva vinto, non era dispiacente di ritrovare un pretesto
per fare, che ci si passi l'espressione da giuocatore di cui, noi lo
confessiamo, non conosciamo l'origine, per fare Carlomagno. Il re si
alzò dunque dopo un istante, e mettendosi in saccoccia il denaro che
era avanti a lui, la maggior parte del quale era vinto al giuoco:
-- Vieuville, diss'egli, prendete il mio posto; bisogna che io parli al
sig. de Tréville per un affare di importanza. Ah!... io aveva ottanta
luigi avanti a me. Mettete voi pure la medesima somma, affinchè quelli
che hanno perduto non abbiano a lamentarsi. La giustizia prima di ogni
altra cosa.
Poi rivolgendosi verso il sig. de Tréville, e conducendolo nel vano di
una finestra.
-- Ebbene! signore, continuò egli, voi dite che sono state le guardie
del ministro che hanno mosso lite ai vostri moschettieri?
-- Sì, come fanno sempre.
-- E come è andata la cosa? vediamo: perchè voi lo sapete, mio caro
capitano, bisogna che un giudice ascolti ambedue le parti.
-- Ah! mio Dio! nel modo il più semplice ed il più naturale. Tre dei
miei migliori soldati, che Vostra Maestà conosce di nome, e di cui
ella più di una volta ha apprezzato i servigi, e che hanno, io posso
affermarlo al re, molto a cuore il loro servigio; tre dei miei migliori
soldati, diceva, i signori Athos, Porthos e Aramis, avevano combinata
una partita di piacere con un cadetto di Guascogna; che io aveva
loro raccomandato la stessa mattina. La partita doveva aver luogo a
San Germano, io credo, e si erano dati l'appuntamento ai Carmelitani
scalzi, allorchè fu guastata dal sig. Jussac, e dai signori Cabusac,
Biscarrat e altre due guardie, che certamente non si trovavano là così
in numerosa compagnia senza cattive intenzioni contro gli editti.
-- Ah! ah! voi mi ci fate pensare, disse il re; senza dubbio essi erano
là per battersi fra di loro stessi.
-- Io non accuso nessuno, sire, ma lascio a Vostra Maestà l'apprezzare
ciò che potevano andare a fare cinque uomini armati in un luogo così
deserto come lo sono le vicinanze dei Carmelitani.
-- Sì, voi avete ragione, de Tréville, voi avete ragione.
-- Allora, quando essi hanno veduto i miei moschettieri, essi hanno
cambiato d'idea, ed hanno dimenticato la loro contesa particolare per
l'odio che portano al mio corpo; perchè Vostra Maestà non ignora che
i moschettieri, che sono tutti pel re, e per nessun altro che pel re,
sono i nemici naturali delle guardie che sono soltanto pel ministro.
-- Sì, de Tréville, sì, disse il re, malinconicamente, ed è cosa ben
trista, credetemi, di vedere, in tal modo due partiti in Francia, due
teste al regno; ma tutto ciò finirà, de Tréville, tutto ciò finirà. Voi
dite dunque che le guardie hanno mossa contesa ai moschettieri?
-- Io dico che è probabile che le cose siano andate così, ma io non ne
giuro, sire. Voi sapete quanto sia difficile a conoscere la verità,
ammeno chè non si sia dotato di quell'ammirabile istinto che fa
chiamare Luigi XIII il Giusto...
-- E avete ragione, de Tréville; ma essi non erano soli i vostri
moschettieri, vi era con loro un ragazzo?
-- Sì, sire, e un uomo ferito, dimodochè tre moschettieri del re, fra
i quali un ferito, e un ragazzo, non solo hanno tenuto testa a cinque
delle più terribili guardie del ministro, ma ancora ne hanno messe
quattro a terra.
-- Ma questa è una vittoria! gridò il re tutto raggiante, una vittoria
completa!
-- Sì, sire, tanto completa quanto quella del ponte di Cè.
-- Quattro uomini, fra i quali un ferito e un fanciullo, dite voi?
-- Un giovinotto appena. Il quale anzi si è condotto così bene in questa
occasione, che io mi prenderei la libertà di raccomandarlo a Vostra
Maestà.
-- Come si chiama?
-- D'Artagnan, sire. Questi è figlio di uno dei miei più antichi amici,
il figlio di un uomo che ha fatto col re vostro padre, di gloriosa
memoria, la guerra dei partigiani.
-- E voi dite che si è condotto bene questo giovane? raccontatemi
de Tréville; voi sapete che io amo i racconti di guerre e di
combattimenti.
E il re Luigi XIII, rialzò con orgoglio i suoi baffi appoggiandosi
sull'anca.
-- Sire, riprese de Tréville, come ve l'ho detto, il sig. d'Artagnan è
quasi un ragazzo; e siccome egli non ha l'onore di essere moschettiere,
era in abito di borghese: le guardie del ministro, riconoscendo la
sua giovinezza, e di più che non apparteneva al corpo, lo invitarono a
ritirarsi prima di dare l'attacco.
-- Allora, voi vedete bene, de Tréville, interruppe il re, che sono
stati essi che hanno attaccato.
-- È giusto, sire; così non vi è più alcun dubbio; essi a lui intimarono
di ritirarsi, ma egli era moschettiere di cuore, e tutto per Vostra
Maestà: così dunque egli rimase coi sig. moschettieri.
-- Bravo il giovane! mormorò il re.
-- Infatti, egli dimorò con essi, e Vostra Maestà ha in lui un così
forte campione, che fu egli stesso che dette a Jussac quel terribile
colpo di spada che mette tanto in collera il ministro.
-- Fu lui che ferì Jussac? gridò il re; lui, un fanciullo! questo, de
Tréville, è impossibile.
-- Eppure è così, come ho l'onore di dire a Vostra Maestà.
-- Jussac! una delle migliori lame del regno!
-- Ebbene! sire, egli ha ritrovato il suo maestro.
-- Io voglio vedere questo giovane, de Tréville, io voglio vederlo, e se
se ne può far qualche cosa, ebbene! noi ce ne occuperemo.
-- Quando sarà che Vostra Maestà si degnerà di riceverlo?
-- Domani a mezzogiorno, de Tréville.
-- Lo condurrò io solo?
-- No, conducetemeli tutti quattro assieme. Io voglio ringraziarli tutti
in una volta. Gli uomini affezionati sono rari, de Tréville, e bisogna
ricompensare la devozione.
-- A mezzogiorno, sire, noi saremo al Louvre.
-- Ma! per la piccola scala, de Tréville, per la piccola scala. È
inutile che il ministro sappia...
-- Sì, sire.
-- Voi capite, de Tréville, un editto è sempre un editto; in fin dei
conti il battersi è proibito.
-- Ma questo incontro, sire, sorte del tutto dallo condizioni ordinarie
del duello; è una rissa, e la prova si è che essi erano cinque guardie
del ministro contro i miei tre moschettieri ed il sig. d'Artagnan.
-- È giusto, disse il re, ma non importa, de Tréville. Venite pure per
la piccola scala.
De Tréville sorrise. Ma siccome era già molto l'avere ottenuto che
questo fanciullo si rivoltasse contro il suo maestro, egli salutò
rispettosamente il re, e con pieno contento prese congedo da lui.
Fin dalla stessa sera, i tre moschettieri furono avvisati dell'onore
che loro accordava il re. Siccome essi conoscevano da lungo tempo
il re, non ne furono molto riscaldati, ma d'Artagnan, colla sua
immaginazione guascona, vi vide venir la sua fortuna, e passò la notte
facendo sogni d'oro. Così dall'ott'ore del mattino egli era presso
Athos.
D'Artagnan ritrovò il moschettiere già vestito e pronto a sortire.
Siccome non avevano l'appuntamento dal re che a mezzogiorno, egli aveva
fatto il progetto con Porthos e Aramis di andare a fare una partita
alla palla in un recinto situato vicino alle scuderie del Luxembourg.
Athos invitò d'Artagnan a seguirli, e malgrado la sua ignoranza in
questo giuoco a cui non aveva mai giuocato, questi accettò, non sapendo
che fare del tempo dalle nove ore del mattino, che appena erano, fino
al mezzogiorno.
I due moschettieri erano già arrivati e giuocavano assieme.
Athos, che era molto forte in tutti gli esercizi del corpo passò con
d'Artagnan dalla parte opposta, e li sfidò. Ma al primo movimento
che provò, quantunque giuocasse con la mano sinistra, capì che la sua
ferita era ancora troppo recente per permettergli un simile esercizio.
D'Artagnan rimase dunque solo, e siccome dichiarò ch'egli era inesperto
per sostenere una partita in regola, si continuò soltanto a inviarsi
delle palle senza tener conto del giuoco! Ma una di queste palle
lanciate dal pugno ercolino di Porthos, passò così da vicino al viso di
d'Artagnan, che egli pensò che se invece di passargli da un lato, lo
avesse colto in faccia, la sua udienza era perduta, attesochè sarebbe
stato probabilmente nell'assoluta impossibilità di presentarsi al re.
Ora, siccome da questa udienza, nella sua immaginazione guascona,
dipendeva tutto il suo avvenire, egli salutò gentilmente Porthos e
Aramis, dichiarando, che egli non riprenderebbe la partita, che allora
quando fosse in istato di tener loro testa, e ritornò a prender posto
nella galleria vicino alla corda.
Disgraziatamente per d'Artagnan, fra gli spettatori si ritrovava una
guardia del ministro, il quale tutto riscaldato ancora dalla sconfitta
dei suoi compagni accaduta il giorno innanzi soltanto, si era promesso
di afferrare la prima occasione per vendicarla; egli credè dunque che
questa occasione fosse venuta, e indirizzandosi al suo vicino:
-- Non è da maravigliarsi, disse egli, che questo giovinetto abbia paura
di una palla, egli senza dubbio è un alunno dei moschettieri.
D'Artagnan si voltò come se fosse stato morso da un serpente, e guardò
fissamente la guardia che aveva detto una così insolente proposizione.
-- Per bacco! riprese questi arricciandosi insolentemente i baffi,
guardatemi quanto volete, mio piccolo signore; io ho detto ciò che ho
detto.
-- E siccome quello che voi avete detto è troppo chiaro perchè le vostre
parole abbiano bisogno di una spiegazione, rispose d'Artagnan a bassa
voce, io vi pregherei a seguirmi.
-- E quando? domandò la guardia con la stessa insolenza.
-- Subito, se vi fa piacere.
-- E sapete voi chi sono io?
-- Io? Lo ignoro completamente, e non me ne inquieto punto.
-- Voi avete torto, perchè se sapeste il mio nome, non avreste forse
tanta fretta.
-- Come vi chiamate voi?
-- Bernajoux, per servirvi.
-- Ebbene! sig. Bernajoux, disse tranquillamente d'Artagnan, io vado ad
aspettarvi sulla porta.
-- Andate, signore, io vi seguo.
-- Non abbiate troppa fretta, signore, che non si accorgano che noi
sortiamo assieme, voi capirete che, per quello che andiamo a fare,
molta gente c'incomoderebbe.
-- Sta bene, rispose la guardia maravigliata che il suo nome non avesse
prodotto verun effetto sul giovinetto.
Infatti, il nome di Bernajoux era conosciuto da tutto il mondo,
eccettuato il solo d'Artagnan, forse perchè era uno di quelli che
figuravano il più spesso nelle risse giornaliere, che tutti gli editti
del re e del ministro non avevano potuto reprimere.
Porthos e Aramis erano tanto occupati della loro partita, e Athos li
guardava con tanta attenzione che essi non videro neppure sortire
il loro giovane compagno, il quale, come aveva detto alla guardia
del ministro, si fermò sulla porta: un istante dopo questi discese
anch'egli. Siccome d'Artagnan non aveva tempo da perdere per cagione
dell'udienza del re, che era fissata per il mezzogiorno, girò gli occhi
intorno a sè, vedendo che la strada era deserta:
-- In fede mia, signore, disse egli al suo avversario, è una fortuna per
voi, quantunque voi vi chiamate Bernajoux, di non avere a fare che con
un alunno dei moschettieri, però siate tranquillo, io farò il meglio
che potrò. In guardia!
-- Ma, disse colui che d'Artagnan provocava in tal modo, mi sembra
che il luogo sia mal scelto, e che noi staremmo assai meglio dietro
l'Abbazia S. Germano nel Prato dei Chierici.
-- Ciò che voi dite è pieno di buon senso, rispose d'Artagnan;
disgraziatamente io ho poco tempo da perdere, avendo un appuntamento
per il mezzogiorno preciso. In guardia adunque, signore, in guardia!
Bernajoux non era uomo da farsi ripetere due volte un simile
complimento. Nel medesimo istante la sua spada brillò nella sua mano,
e piombò con un fendente sul suo avversario che, mercè la sua gran
giovinezza, egli sperava intimidire.
Ma d'Artagnan avea fatto il suo noviziato nel giorno innanzi, e ancora
tutto fresco della sua vittoria, e gonfio del suo futuro favore, era
risoluto di non dare addietro di un passo: per tal modo i due ferri
si ritrovarono impegnati sino alla guardia, e siccome d'Artagnan si
teneva fermo al suo posto, fu il suo avversario che fece un passo di
ritirata. Ma d'Artagnan approfittò del momento, e in questo movimento,
in cui il ferro di Bernajoux deviava dalla linea, egli disimpegnò
il suo, andò a fondo, e toccò l'avversario in una spalla. Subito
d'Artagnan a sua volta fece un passò in addietro e rialzò la sua spada;
ma Bernajoux gli gridò che non era niente, e andando a fondo ciecamente
su lui, s'infilzò da se stesso. Però, siccome non cadeva, siccome non
si dichiarava vinto, ma rompeva soltanto dalla parte del palazzo del
signor della Trémouille, al servizio del quale egli aveva un parente,
d'Artagnan ignorando egli stesso la gravità dell'ultima ferita che
il suo avversario aveva ricevuta, lo stringeva vivamente dappresso, e
senza dubbio lo avrebbe finito con una terza ferita, allorchè il rumore
che si innalzava dalla strada essendosi esteso fino al giuoco della
palla, due degli amici della guardia che lo avevano inteso cambiare
qualche parola con d'Artagnan, e che lo avevano veduto sortire in
seguito di queste parole, si precipitarono con la spada alla mano fuori
del recinto del giuoco e piombarono sul vincitore. Ma tosto Athos,
Porthos e Aramis comparvero alla lor volta, e al momento in cui le due
guardie attaccarono il giovane camerata li costrinsero a voltarsi.
In questo momento, Bernajoux cadde, e siccome le guardie erano due
soltanto contro quattro, essi si misero a gridare: «a noi, palazzo
della Trémouille»; a queste grida tutti quelli ch'erano nel palazzo
sortirono precipitandosi sui quattro compagni, che dalla loro parte si
posero a gridare: «a noi moschettieri!»
Questo grido era ordinariamente inteso, perchè si sapeva che i
moschettieri erano nemici del ministro, ed erano amati per l'odio
che portavano al ministro. Così le guardie delle altre compagnie
che non appartenevano al Duca Rosso, come lo aveva chiamato Aramis,
prendevano generalmente parte in questa specie di contese per i
moschettieri del re. Di tre guardie della compagnia del signor des
Essarts che passavano, due vennero in aiuto dei quattro compagni, nel
mentre che l'altro corse al palazzo del sig. de Tréville gridando:
«a noi moschettieri! a noi!» Come d'ordinario, il palazzo del signor
de Tréville era pieno di soldati di quest'arma, che accorsero in
soccorso dei loro camerati. La mischia divenne generale, ma la forza
era pei moschettieri. Le guardie del ministro e le genti del sig.
della Trémouille, si ritirarono nel palazzo, di cui chiusero le
porte in tempo appena per impedire che i loro nemici non vi facessero
un'irruzione insieme con loro. In quanto al ferito, fin dal principio
era stato trasportato, e come si disse, in condizioni molto cattive.
L'agitazione era al suo colmo fra i moschettieri ed i loro alleati,
e già si dibatteva se, per punire l'insolenza, che avevano avuta
i domestici dei signor della Trémouille, di fare una sortita sui
moschettieri dei re, si dovesse mettere il fuoco al suo palazzo.
La proposizione sarebbe stata accettata, messa in esecuzione con
entusiasmo se fortunatamente non battevano le undici ore: d'Artagnan
ed i suoi compagni si ricordarono della loro udienza, e siccome loro
avrebbe rincresciuto che si fosse fatto un sì bel colpo senza di loro,
essi giunsero a calmare le teste; si contentarono adunque di gettare
qualche sasso contro le porte, ma le porte resistettero, ed allora
si stancarono. D'altronde, quelli che dovevano essere risguardati
come i capi dell'intrapresa avevano da qualche istante lasciato il
gruppo, e s'incamminavano verso il palazzo del sig. de Tréville, che li
aspettava, ed era già al corrente di questa nuova bravata.
-- Presto, al Louvre, diss'egli, al Louvre senza perdere un momento, e
procuriamo di vedere il re prima che egli sia prevenuto dal ministro;
noi gli racconteremo la cosa come una conseguenza dell'affare di jeri,
e le due passeranno insieme.
Il signor de Tréville, accompagnato dai quattro giovani si incamminò
verso il Louvre, ma, a gran sorpresa del capitano dei moschettieri, gli
fu annunziato che il re era andato alla caccia del cervo nella foresta
di S. Germano. Il signor de Tréville si fece ripetere due volte questa
notizia, ed a ciascheduna volta i suoi compagni videro il suo volto
imbruttirsi.
-- È forse da jeri, domandò egli, che Sua Maestà aveva il progetto di
fare questa caccia?
-- No, Eccellenza, rispose il cameriere, è stato il gran cacciatore
che questa mattina è venuto ad annunziare, che in questa notte si era
relegato un cervo a sua disposizione. Sulle prime ha risposto che non
vi sarebbe andato, quindi non ha potuto resistere al piacere che gli
prometteva questa caccia, e dopo pranzo è partito.
-- E il re ha egli veduto il ministro? domandò il sig. de Tréville.
-- Sì, secondo tutte le probabilità, rispose il cameriere, perchè questa
mattina ho veduto i cavalli alla carrozza del ministro, ho domandato
dove andava, e mi fu risposto: a S. Germano.
-- Noi siamo stati prevenuti, disse il sig. de Tréville. Signori,
io vedrò il re questa sera, ma in quanto a voi non vi consiglio di
azzardarvici.
L'avviso era troppo ragionevole, e soprattutto veniva da un uomo
che conosceva troppo bene il re, perchè i quattro giovani tentassero
di contraddire il signor de Tréville. Gli invitò dunque a rientrare
ciascuno alle loro stanze e di aspettare le sue notizie.
Rientrando nel suo palazzo, il sig. de Tréville pensò che bisognava
prender data portando querela pel primo. Egli inviò uno dei suoi
domestici al signor della Trémouille con una lettera nella quale egli
lo pregava di metter fuori di casa sua le guardie del ministro, e
di rimproverare le sue genti dell'audacia che avevano avuta di fare
una sortita contro i moschettieri. Ma il signor della Trémouille, di
già prevenuto dal suo scudiero, di cui come si sa, Bernajoux era il
parente, gli fece rispondere che non spettava nè al signor de Tréville,
nè ai moschettieri il lamentarsi, ma al contrario a lui, al quale i
moschettieri avevano battuti e feriti i domestici, ed avevano voluto
bruciare il palazzo. Ora siccome la dissensione fra questi due signori
avrebbe potuto durare lungo tempo, dovendo naturalmente sostenere
ciascuno la sua opinione, il signor de Tréville pensò ad un espediente
che aveva per iscopo di finire tutto: ed era di andare egli stesso dal
sig. della Trémouille.
Egli si portò adunque subito al di lui palazzo, e si fece annunziare.
I due signori si salutarono gentilmente, perchè se non v'era amicizia
fra di loro, vi era almeno stima. Entrambi erano uomini di coraggio e
di onore, e siccome il signor della Trémouille, protestante, vedeva
raramente il re, non era di alcun partito, egli in generale non
apportava alcuna prevenzione nelle sue relazioni sociali. Questa volta,
ciò non ostante, il suo ricevimento, quantunque gentile; fu più freddo
dell'ordinario.
-- Signore, disse de Tréville, noi crediamo di avere a lamentarci l'uno
dell'altro, e sono venuto io stesso perchè assieme rischiariamo questo
affare.
-- Volentieri, rispose della Trémouille; ma vi prevengo che io sono
bene informato, e che tutto il torto sta dalla parte dei vostri
moschettieri.
-- Voi siete un uomo troppo giusto e troppo ragionevole, signore, disse
de Tréville, per non accettare la proposizione che vengo a farvi.
-- Dite, signore, io ascolto.
-- Come sta il signor Bernajoux, il parente del vostro scudiero?
-- Male, signore, molto male. Oltre il colpo di spada che egli ha
ricevuto nel braccio, e che non è altrimenti pericoloso, egli ne ha
ancora raccolto uno che gli traversa il polmone, di modo che il medico
ha ben poche speranze.
-- Ma il ferito ha conservato l'uso delle sue facoltà?
-- Perfettamente.
-- Parla egli?
-- Con difficoltà, ma parla.
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