Obes, primo tra gli amici di Rivera, tenea del carattere antico; il suo patriottismo, i suoi talenti, la sua profonda istruzione lo fanno annoverare tra i grandi Americani. Morì proscritto, vittima tra i primi del sistema di Rosas nello Stato orientale. Luiz Edouard Perez, l'Aristide dello Stato orientale, repubblicano severo, caldo patriotta, consacrò la vita sua lunga alla virtù, alla libertà, alla patria. Vasquez, uomo di talento e d'istruzione, fe' le prime sue armi all'assedio di Montevideo contro la Spagna, e chiuse i suoi giorni nell'assedio attuale, avendo sempre bene meritato del paese. Herrera, Alvarez ed Ellauri cognati di Obes non furono secondi ad alcuno. Essi appartengono come prodi guerrieri, non solo allo Stato orientale, ma sibbene all'intera causa americana; e i loro nomi saranno per sempre sacri alla terra di Colombo che dal capo d'Orno si stende allo stretto di Barrow. Ora un governo che aveva a capi uomini di tempra siffatta, ebbe naturalmente a signoreggiare lo slancio nazionale, quando per la Repubblica orientale, venne l'ora di combattere a viso aperto il sistema di Rosas. Così, mentre il popolo soccorreva pietoso a tanti infelici, il governo sceglieva i sommi tra questi, ed assoldava i guerrieri argentini dichiarati traditori da Rosas, onorandoli con ogni maniera di cure e rispetto. Ed a ciò potentemente dava opera la stampa, che libera nello Stato orientale, metteva in luce i delitti di Rosas, facendolo segno all'esecrazione universale. È quindi facile il comprendere, come la vendetta di Rosas si addensò sul capo di Rivera, primo tra' suoi nemici, e sul paese ch'egli reggeva; però, forte nell'alimentarla, era debole poi nel metterla in atto. Si limitò dunque ad una guerra sorda, favorendo con ogni maniera la rivoluzione scoppiata nel 1832 contro Rivera, e questa fallita, non si tenne ancora per vinto. La presidenza di Rivera cessava nel 1834. Succedevagli il generale Manuel Oribe per l'influenza di Rivera stesso che vedeva in lui un amico al proprio sistema, e lo avea prima d'ora creato generale e ministro della guerra. Oribe appartiene alle prime famiglie del paese, per la cui difesa, dopo il 1811, combattè sempre da prode. Egli è di poco spirito, e corta intelligenza; ne è prova l'alleanza di Rosas che egli abbracciò a tutta possa, alleanza che trae a rovina quell'indipendenza da lui stesso propugnata più volte. Come generale è di nessuna capacità; le sue violente passioni lo fanno crudele, mentre come privato è uomo dabbene. Come amministratore fu miglior di Rivera, nè per lui crebbe il debito pubblico. Però su di lui pesa la rovina dello Stato orientale. Obliando che ad esser capo di parte, non basta il volerlo, sdegnò d'unirsi alla causa nazionale che aveva per capo Rivera, e volendo fare da sè, eccitò diffidenza e sospetto; onde atterrito, si gettò un bel giorno nelle braccia di Rosas. Il paese n'ebbe sentore dalla guerra che il governo moveva all'emigrazione argentina, e come forte era l'odio al sistema di Rosas, s'unì a Rivera quando egli nel 1836 si mise alla testa d'una rivoluzione contro di Oribe. Questi però, spalleggiato dall'armata rimasta fedele e dagli aiuti di Rosas, potè sino al 1838 rimuovere il pericolo che lo premea d'ogni lato. Qui cade in acconcio rettificare un errore troppo comune. Si crede generalmente, che all'influenza de' Francesi debbasi la caduta di Oribe, mentre ebbe a soli nemici gli Orientali. Il suo potere fu distrutto alla battaglia di Palmar, ove tra' suoi nemici non si contava un solo straniero, mentre egli cadde in mezzo a loro; e n'è certa prova, essersi trovato, dopo la capitolazione della città di Paysandu, un intero battaglione argentino in questa città. Ora gli Argentini sono stranieri allo Stato Orientale del pari che gli uomini del Chili o dell'Inghilterra. Oribe rinunziò al potere officialmente davanti alle Camere, e chiestone alle stesse il permesso, lasciò il paese. Ciò fatto Rosas lo costrinse a protestare contro tale rinuncia, e, cosa inaudita in America, egli lo riconobbe per capo del governo d'un paese a lui pure vietato. Era, come se Luigi Filippo esule avesse dato un vicerè alla Repubblica francese. Si rise a Montevideo di questa follia del dittatore, che intanto si preparava a mutare il riso nel pianto, e ne fu conseguenza naturale la guerra tra le due nazioni, che dura dal 1838. Riafferrato il potere, Rivera appoggiò con ogni sua possa il blocco francese, e n'ebbe soccorsi d'uomini e di danaro contro il nemico comune. In tali strettezze avrebbe Rosas facilmente inchinato l'animo alle esigenze europee quando l'arrivo dell'ammiraglio Mackau nel 1840 diè luogo al trattato che porta il suo nome, per cui si rialzò la potenza di Rosas già presso al tramonto e sola nella lotta durò la Repubblica orientale. Così si combattè diversamente fino al 1842 quando l'armata orientale toccò la disfatta di Arroyo-Grande. In questo intervallo, una gran parte della Repubblica argentina, fidando sul poter della Francia, erasi contro di Rosas levata a guerra eroica e nazionale. Ma questa lotta ineguale avea cresciuto il numero dei patriotti argentini martiri della crudeltà del dittatore. Intanto, vinta la battaglia d'Arroyo-Grande, l'armata di Rosas, forte di 14,000 uomini, si gettò sul territorio dello Stato Orientale. A questo torrente erano unico argine 600 soldati agli ordini del generale Medina, e 1,200 reclute sotto il generale Pacheco y Obés, allora colonnello, che riunitesi insieme sotto il fuoco dell'avanguardia nemica presero a capo il generale Rivera, cui si congiunsero 4 o 5 mila volontarii accorsi al pericolo. Allora si vide, miracolo stupendo, 6,000 uomini disordinati e quasi inermi, disputarsi palmo a palmo il terreno all'armata di Rosas. Costretti a marciare per contrade incendiate dal nemico, questi eroici difensori della patria, raccolsero tutte le fuggenti famiglie e tra immensi pericoli ne protessero la ritirata a Montevideo, ove cercò un asilo quasi tutta la popolazione della campagna. Il primo febbraio 1843 l'armata orientale ordinatasi sulle alture di Montevideo vide il nemico; ma lungi dal riparare in città, cui raccomandò le protette famiglie, chieste armi e munizioni, si gettò alla campagna onde provvedere alla guerra, dicendo ai cittadini: difendetevi e contate sopra di noi! Capitolo Terzo Wright, l'autore dell'-Assedio di Montevideo-, esponendo la situazione nella quale si trovò la Repubblica orientale dopo la battaglia dell'Arroyo-Grande, chiude quella lugubre narrazione con queste tristi parole: «Il sole di dicembre, tuffando i suoi raggi nell'Oceano, ne lasciò: Battuti al di fuori, Senza armata, Senza soldati anche nell'interno, Senza materiale di guerra, Senza danaro, Senza rendite, Senza credito.» E questo quadro non era esagerato. Il generale Rivera era allora il capo della Repubblica. E noi dando un giudizio imparziale su di lui come su tutti gli uomini che abbiamo cercato di tratteggiare, giudicio che apparterrà alla posterità -- perchè nei giudicii politici e letterarii la distanza equivale ai tempi e fa il presente imparziale come l'avvenire -- noi abbiamo detto in quale compassionevole stato avesse ridotte le finanze del paese. Per ciò poi che riguarda l'armata, essa risentivasi delle false idee che aveva sulla guerra il generale Rivera, delle quali diremo l'origine. Rivera aveva fatto le sue prime armi sotto Artigas, il quale non era un generale, ma un capo di fazione. Le sue battaglie consistevano in sorprese e colpi di mano. Allievo di tal maestro, Rivera ne trattava in egual modo la guerra, benchè gli affari e gli uomini avessero cambiato di aspetto. Alcuni ufficiali, patriotti intelligenti, tentarono di far mutare tale sistema a Rivera, credendo che la sua maniera di combattere fosse un sistema e non una pratica; ma per quanto ascendente potettero prendere su di lui, dovettero accontentarsi d'introdurre, e a gran fatica, pochi ed isolati miglioramenti che non facevano che vieppiù appalesare il difetto del partito a cui si atteneva. L'armata quindi restò quale il suo capo la voleva; indisciplinata, senza ordine, senza unità, vera armata d'avventurieri -- quale infine era sotto Artigas, meno Artigas. Componevasi essa di due piccoli battaglioni di fanteria formati intieramente di negri e di qualche migliaio di cavalieri, che lasciando vuote le squadre anche negli accampamenti militari, non correvano sotto la bandiera che nei giorni del pericolo. Aveva un considerevole materiale d'artiglieria leggiera, ma il personale di quest'arme si conduceva come quello della cavalleria; il servizio dello stato maggiore come quello dell'armata potea dirsi nullo essendo anche frammezzo ai comandanti superiori, uomini cui sarebbe riuscito malagevole il comandare una manovra. Le diverse divisioni dell'esercito confidate a comandanti generali patian difetto esse pure d'una organizzazione militare. Invano avresti cercato un arsenale da guerra su tutto il territorio della repubblica. E siccome a nessuno cadeva in pensiero che la repubblica potesse toccare una disfatta, questa avvenendo sarebbe stata irreparabile. Montevideo poi già da molto non era più città di difesa; le sue mura erano state atterrate fino dal 1833. Il governo che vi aveva stabilito residenza era composto di uomini deboli, capaci sì di fare il loro dovere nelle circostanze ordinarie, ma incapaci di forti risoluzioni in caso disperato. Ora la condizione di Montevideo era terribile. Alla nuova della perdita della battaglia d'Arroyo-Grande, la popolazione fu come colta da fulmine e tutti i patriotti curvarono il capo, mentre che gli amici di Oribe, cioè i partigiani dello straniero, apersero l'animo alle speranze e cospirarono apertamente per Rosas per distruggere così la Repubblica orientale. Allora alcuni uomini di patriottismo e d'azione che trovavansi a Montevideo spinsero il governo a energiche misure per la difesa della città. E fu per essi che si decretò un'armata di riserva nominando a comandarla il generale Paz rifugiato in Montevideo, che si chiamarono alle armi tutti gli uomini dai 14 ai 50 anni, che si affrancarono gli schiavi onde farli soldati; ma tutte queste misure avevano l'impronta della debolezza ed erano perciò spoglie d'ogni autorità. Esse venivano dettate non con quella fede sincera nella possibilità della difesa, fede che avrebbe fatto la loro forza, ma chiaramente per salvare la responsabilità di quelli che le dettavano e che sostituivano così l'agitazione all'attività, la febbre all'energia; e fin d'allora le risorse dell'autorità furono esauste, e il governo si vide male obbedito, perchè non rispettato. Fu da mezzo il campo che s'alzò il primo vero grido di guerra contro l'armata nemica e quel grido venne dal comandante generale del dipartimento di Mercédès, dal colonnello Pacheco y Obes. Appena il disastro d'Arroyo-Grande fu conosciuto, il colonnello Pacheco y Obes, non ricevendo consiglio che dal suo patriottismo, prese sul momento le misure le più energiche per organizzare una forza militare. Prima ancora del governo egli aveva colla sola sua autorità individuale proclamato la libertà degli schiavi, cassando con un sol frego di penna questa grande quistione che si dibatte da un secolo in Europa e innanzi a cui si ritrae da sessant'anni il governo degli Stati-Uniti. Il distretto di Mercédès comprendeva tre piccole città dai due ai tremila abitanti ciascuna. Pacheco fatta una leva in massa inreggimentò i cittadini, li armò, li disciplinò, creò fabbriche d'armi, e senz'altre risorse in fuori di quelle che egli seppe trarre dal patriottismo del paese al quale egli fece appello, venti giorni dopo la battaglia d'Arroyo-Grande, si presentava alla sua volta in campo con 1,200 uomini armati ed equipaggiati, che ebbero l'onore di scambiare coi soldati di Rosas i primi colpi di fucile che furono tratti per la santa difesa del paese. I suoi caldi e risoluti proclami, la sua fede nel trionfo della causa nazionale rialzarono l'entusiasmo accasciato, e siccome era chiaro che un uomo che agiva in tal modo doveva sperare, -- ognuno sperò. Ecco poi come s'esprime il giornale officiale di Montevideo del 31 dicembre del 1842 parlando della condotta del colonnello Pacheco y Obes. «Noi sappiamo di offendere la modestia del prode capo del distretto di Mercédès; ma come tacersi mentre ogni giorno mostrasi ai nostri occhi un nuovo segno della sua incessante attività, della sua nobile coscienza, della sua alta capacità? Il colonnello Pacheco y Obes ci prova che noi abbiamo alla circostanza uomini d'azione, di consiglio e di governo atti a salvare la patria». Così pensavano di lui tutti i patriotti dello Stato orientale. Dappertutto questi domandavano un cambiamento di governo e l'opinione pubblica chiamava a prendere parte al potere il colonnello Pacheco y Obes. Il generale Rivera cedette al voler del paese, e prima di partire per l'armata nominò un nuovo ministero di cui facea parte Pacheco y Obes per la guerra e marina, Santiago Vasquez per l'estero e l'interno, e Francesco Munnoz per le finanze. Il 3 febbraio 1843, il nuovo ministero entrò in funzioni; fu chiamato ministero Pacheco y Obes, e devesi alle pronte misure dei primi giorni della sua esistenza, l'incredibile difesa di Montevideo. Questo ministero agiva sotto la direzione del presidente del senato che teneva la presidenza della Repubblica in assenza del generale Rivera. Il nome di questo magistrato era Joaquin Suarez, uno dei più ricchi proprietarii dello Stato orientale, l'uomo tra' più onorati di questo popolo cui egli ha consacrata tutta la sua vita. Ora egli tiene il posto di presidente, essendo successo a Rivera, il cui tempo legale era spirato col 1 marzo 1843. II 16 febbraio del medesimo anno l'armata nemica comandata da Oribe si presentava davanti Montevideo nella certezza di entrarvi senza trar colpo o al più di averla con un colpo di mano. Ma nel tempo che era trascorso dalla sua installazione, il nuovo governo aveva fatto di Montevideo una piazza di guerra capace d'arrestare i vincitori d'Arroyo-Grande. Tutti gli uomini atti a portare le armi erano stati inreggimentati, e nessun riguardo era scusa al proprio dovere. Niuna eccezione fu ammessa. Il ministro della guerra dettava i decreti e s'incaricava egli stesso di farli eseguire; e tutti sapevano che nulla valeva ad arrestare la sua volontà di ferro. Fu in questo frattempo che si riorganizzarono i battaglioni di guardia nazionale che da sett'anni renderono tanti segnalati servigi alla città stretta d'assedio. Fu allora che egli scelse a comandanti di queste masse improvvisate codesti uomini, stranieri fino allora alla guerra, che nel seguito sono divenuti tanti eroi e che noi chiamiamo: Lorenzo Batlle, Francisco Tage, José Maria Munnoz, José Solsona, Juan Andres Gelly y Obes, e Francisco Munnoz. Tutti erano negozianti od avvocati al principio dell'assedio. Tutti sono in oggi colonnelli, e mai le nobili insegne di questo grado furono portate più nobilmente. Francisco Munnoz è morto. Tutti gli altri quasi per miracolo vivono ancora, perchè in tutti i giorni di questo lungo assedio furono veduti in mezzo al pericolo provocare la morte che li rispetta. I corpi di linea, alla testa dei quali figuravano pure uomini nuovi, furono riorganizzati e messi sotto gli ordini di Marcelino Sosa, l'Ettore di questa nuova Troia, di César Diaz, di Manuel Pacheco y Obes, e di Juan Antonio Lezica. E tutti questi altri nomi che citiamo sono già istorici, e sarebbero nomi immortali se avessero a cantore un altro Omero. Sosa è morto e noi racconteremo e la sua morte d'eroe e alcune delle sue gesta, che rendendolo il terrore dell'armata nemica, gli hanno conquistata l'ammirazione della città assediata. Presentemente è il colonnello Cesare Diaz che regge l'armata. Uomo di grandi talenti, gode la riputazione da nessuno contestata d'essere il miglior tattico d'infanteria che si trovi fra le due armate. Il colonnello Batlle, attuale ministro della guerra e delle finanze, è presso a poco sui trent'anni; la natura gli è stata più che prodiga; essa l'ha fatto bello, prode, spiritoso, d'ingegno; infine uno di quegli uomini il cui avvenire è destinato a risplendere nella futura istoria d'America. Fu egli che con un pugno d'uomini sorprese nel 1846 le forze che assediavano la Colonia e che la battè completamente obbligandoli a levare l'assedio. E tanto valore mostrato da questa giovane armata messa su d'improvviso è ascritto in parte al generale José Maria Paz, che ne era duce, primo tra i migliori maestri nell'arte della guerra, mentre d'altra parte vi contribuivano con tutte le loro forze ed il loro sangue gli Argentini rifugiati a Montevideo, formatisi in legione per la difesa del paese che aveva dato loro l'ospitalità. Vennero pure eletti capi molti stranieri che in certa guisa stavano a rappresentanti delle idee di libertà e di progresso non del tutto spente nel mondo e che non hanno per anco trovato una nazione in cui possano mettere profonde radici. Tra questi capi che concorsero alla difesa di Montevideo e che saranno ricompensati dei loro sacrificii, non solo dalla riconoscenza d'una città, ma d'una nazione, primeggia GIUSEPPE GARIBALDI. GIUSEPPE GARIBALDI, proscritto d'Italia perchè aveva combattuto per la libertà, proscritto dalla Francia dove aveva voluto combattere per la stessa causa, proscritto da Rio-Grande per avere contribuito alla fondazione di quella Repubblica, venne ad offrire i suoi servigi a Montevideo. Noi cercheremo di far conoscere ai nostri contemporanei sotto i rapporti tanto fisici che morali quest'uomo potente, che nessuno ha potuto attaccare che colla calunnia. GARIBALDI è un uomo sui 40 anni, di mezzana statura abbastanza proporzionata, con lunghi capelli biondi, occhi cilestri, e col naso, la fronte ed il mento greco; può dirsi tipo di vera bellezza. Porta lunga la barba; il suo vestire ordinario è una -redingota- stretta al corpo ed abbottonata senza alcun'insegna militare. Le sue mosse sono preziose, la sua voce armonica, somiglia ad un canto. Nello stato normale di vita sembra piuttosto un uomo di calcolo che d'immaginazione; ma se intende le parole d'indipendenza e d'Italia, allora egli si scuote come un vulcano, getta fiamme e spande la sua lava. Giammai fu visto, se non nella pugna, indossare armi; venuto il momento, snudata la spada che prima gli viene alle mani, ne getta il fodero e si caccia contro il nemico. Nel 1842 fu nominato comandante della flottiglia; egli sostenne poco dopo nel Paranà un combattimento accanito contro forze superiori tre volte alle sue, ma veduta di poi l'impossibilità di resistere, fece naufragare, noi non diremo le sue navi, ma le sue barche, appiccandovi fuoco; e ritirandosi alla testa del suo equipaggio sul territorio della repubblica presentossi uno dei primi per la difesa di Montevideo. Il ministro della guerra Pacheco y Obes, comprese il proscritto. Questi due uomini non ebbero che a vedersi per intendersi e strinsero fin dal primo abboccamento una di quelle amicizie assai rare nell'epoca attuale. Montevideo, stretta d'assedio dalla parte di terra, venne pure bloccata dalla flottiglia di Rosas. Il ministro della guerra volle allora organizzare sul mare una resistenza eguale a quella che egli aveva improvvisata per terra, e benchè la Repubblica non disponesse che di piccoli bastimenti, aiutato da GARIBALDI, egli venne a capo di realizzare il suo progetto. Prima ancora di due mesi quattro piccoli bastimenti, portanti la bandiera orientale, prendevano il mare e combattevano le forze marittime di Rosas, comandate da Brown. Questi quattro bastimenti dovevano portare i nomi di Suarez, Munnoz, Vasquez e Pacheco y Obes; ma Pacheco cangiò il nome del suo legno in quello di -Libertà-. I due più forti tra questi, che erano quelli di -Suarez- e -Libertà-, portavano ciascheduno due cannoni, gli altri due non ne avevano che un solo. Allora si vide il singolare spettacolo d'una lotta nella quale 60 marinai, 4 barche e 6 pezzi di cannone andavano ad attaccare 4 bastimenti con 100 pezzi di grosso calibro e più di 1000 uomini d'equipaggio. GARIBALDI n'era comandante, e la sua voce ben conosciuta al nemico tuonava, nella pugna, comandando la morte, assai più forte de' propri cannoni. Ora, a chi fosse vago di conoscere quale soldo ricevesse in premio della sua vita esposta tutti i giorni, quest'uomo che i giornali francesi hanno chiamato un -Condottiero-, e che fummo lieti di trovare a Roma perchè egli dasse colla sua eroica difesa il ridicolo a questa spedizione, noi lo diremo. Nel 1843, Don Francisco Agell, uno tra i più rispettabili negozianti di Montevideo, s'indirizzava al colonnello Pacheco y Obes per dargli contezza che nella casa di GARIBALDI, nella casa del capo della legione italiana, del comandante della flotta nazionale, dell'uomo sempre pronto a versare il proprio sangue per Montevideo, in quella casa non s'accendeva di notte il lume, perchè nella razione del soldato -- -unica cosa sulla quale contava GARIBALDI per vivere colla sua famiglia- -- non erano comprese le candele. Il ministro della guerra mandò per mezzo del suo aiutante di campo, José Maria Torres, cento -patacconi- (500 franchi) a GARIBALDI; ma egli, presa solo la metà della somma, restituì l'altra onde fosse recata ad una vedova ch'egli indicava e che, a suo parere, versava in maggiori strettezze. Cinquanta patacconi (250 franchi) ecco l'unica somma che GARIBALDI ha ricevuto dalla repubblica nel corso dei tre anni che la difese[13]. Come parte di bottino, spettavagli un giorno la somma di mille patacconi, cioè 5,000 franchi. Il ministro delle finanze, fatto invito a GARIBALDI di toccar quella somma, ebbe alla sua lettera d'avviso tale una risposta, che stimò opportuno ragguagliarne il suo collega, il ministro della guerra. Allora Pacheco y Obes, come amico di GARIBALDI, s'incaricò di chiamarlo a sè onde capacitarlo. Venuto a lui GARIBALDI, col suo cappello bianco rasato, i suoi stivali in pezzi, ad informarsi di ciò che volesse il ministro; appena sentì di ciò che era questione, poco mancò non si stizzisse col suo amico quasi gli fosse stato straniero; e a lui che instava togliesse quella somma almeno per la legione italiana, GARIBALDI rispose: «La legione non pensa diversamente da me, tenete ciò per i poveri della città[14].» Egli conosceva a fondo i generosi esuli che aveva sotto i suoi ordini, perchè nel medesimo anno il generale Rivera avendogli fatto dono di parecchie leghe di terreno e di qualche migliaia d'armenti, ricevuti a capo del suo stato-maggiore i titoli di proprietà dal colonnello Don Augusto Pozolo, e interrogata cogli occhi tutta la sua legione, li stracciò dicendo: «La legione italiana dà la sua vita a Montevideo, ma essa non la scambia con terre e bestiami; ella dà il suo sangue in cambio d'ospitalità e perchè Montevideo combatte per la sua libertà.» Nel 1844 un'orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una goletta a bordo della quale stavano parecchie famiglie, tra le quali quella dei sigg. Carril che andava a Rio-Grande; la goletta stava affidata ad una sola áncora avendo perdute le altre; informato del pericolo GARIBALDI si getta in una barca con sei de' suoi marinai, porta seco un'altra áncora, e la goletta è salvata. L'8 febbraio 1846 il generale GARIBALDI, alla testa di 200 Italiani, viene attorniato da 1,200 uomini di Rosas comandati dal generale Servando Gomez, fra i quali sono 400 d'infanteria. Che farà GARIBALDI? Forse ciò che avrebbe fatto il più coraggioso in tale frangente, mettersi in luogo a meglio secondar la difesa? No certo. GARIBALDI e i suoi 200 legionarii attaccano i 1,200 soldati di Rosas, e dopo cinque ore di combattimento accanito, l'infanteria è distrutta, la cavalleria demoralizzata si ritira dal combattimento, e GARIBALDI resta padrone del campo di battaglia. Sempre il primo al combattimento, GARIBALDI lo era egualmente a raddolcire i mali che portava la guerra. Se talvolta compariva nelle sale del ministero, era per chiedere la grazia d'un cospiratore, o soccorsi a qualche infelice; ed all'opera di GARIBALDI, Don Miguel Molina y Haedo, condannato dalle leggi della repubblica, dovè la vita nel 1844. A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più feroci capi di Rosas, e lo rilascia in libertà con tutti i suoi compagni fatti con lui prigionieri. A Ytapevy mette in fuga il colonnello Lavalleja, la cui famiglia resta in suo potere; egli forma a questa famiglia una scorta composta di prigionieri stessi e la rinvia al colonnello Lavalleja con una lettera tutta cortesia e generosità. Noi lo ripetiamo ancora una volta, in tutto il tempo che GARIBALDI fu a Montevideo, egli visse, in un colla sua famiglia, nella più estrema povertà. Egli non ebbe mai abiti diversi da quei del soldato, e molte volte i suoi amici si appigliarono a sutterfugii onde sostituire a' suoi laceri panni, un nuovo vestito. Scrivete a Montevideo, signori pubblicisti, che avete trattato GARIBALDI da condottiero e d'avventuriero, scrivete agli uomini del governo, scrivete ai negozianti, scrivete alle persone del popolo, e voi sentirete che mai un uomo fu più universalmente stimato ed onorato di GARIBALDI in questa repubblica di cui voi repubblicani predicate l'abbandono. Ma è vero che il governo che ha abbandonato la causa dell'Alemagna per il re Guglielmo, l'Austria e l'Italia per l'Imperatore Francesco, Napoli e la Sicilia per il re Ferdinando, questo stesso governo ci può ben predicare l'abbandono di Montevideo e l'alleanza di Rosas. Ma ponete un istante Garibaldi l'uomo che egli calunnia in faccia a Rosas che egli esalta, e giudicate. Ora che per noi si è detto alcun che del primo, l'ordine vuole si vegga ciò che facesse allo stesso tempo il secondo. Noi leggiamo negli stessi rapporti fatti a Rosas dai suoi officiali ed agenti; nè ci dimentichiamo queste -tavole di sangue-, pubblicate dall'America del Sud e sulle quali, come una madre addolorata del presente ed una dea vendicatrice dell'avvenire, ella ha registrato diecimila assassinii. Il generale Don Mariano Acha, che serve nell'armata nemica a Rosas, difendeva San-Juan, ma il 22 agosto del 1841 è costretto ad arrendersi dopo 48 ore di resistenza; Don Josè Santos Ramirez, officiale di Rosas, trasmette allora al governatore di San-Juan il rapporto officiale di quell'avvenimento. Si trova in esso questa frase scritta testuale: -- -Tutto è in nostro potere, ma col perdono e colla garanzia per tutti i prigionieri, tra loro si trova un figlio di La Madrid.- -- Pubblicisti dell'Eliseo, prendete il N. 3067 del -Diario de la Tarde-[15] di Buenos-Ayres, del 22 ottobre 1841, ed a comparazione del rapporto officiale di José Santo Ramirez, che dichiara il perdono e la garanzia della vita a tutti i prigionieri, voi potrete scrivere dall'altro lato questo paragrafo. «Desaguadero, 22 settembre 1841. »Il preteso selvaggio unitario, Mariano Acha è stato decapitato ieri, e la sua testa esposta agli sguardi del pubblico. »-Firmato- ANGELO PACHECO.» Quest'Angelo Pacheco è un cugino del generale Pacheco y Obes, ma che segue, come si vede, una strada differente da quello. Voi avete letto sul rapporto di Santos Ramirez anche la frase: -tra loro-, cioè fra i prigionieri, -v'ha un figlio di La Madrid-. Ebbene aprite la -Gaceta Mercantile-, N. 5703, del 21 aprile 1842 e vi troverete questa lettera scritta da Nazaro Benavidès a don Juan Manuel Rosas: «Mira florès, in marcia, 7 luglio 1842. «Nei miei dispacci precedenti io vi ho detto i motivi per i quali io riteneva il selvaggio Ciriaco La Madrid (figlio del Peloso); ma sapendo che quest'ultimo s'è indirizzato a parecchi capi della provincia per trascinarli alla defezione, -io ho fatto, al mio arrivo a Rioja, decapitare il primo come pure il selvaggio unitario, Manuel-Julian Frias-, nativo di Santiago. » -Segnato-: NAZARO BENAVIDèS.» Il generale Don Manuel Oribe, colui che gli organi di Rosas chiamano l'-illustre-, il -virtuoso- Oribe, ha comandato per qualche tempo le armate di Rosas, incaricato di sottomettere le Provincie argentine. Una delle sue divisioni disfece, il 15 aprile 1842, sul territorio di Santa-Fè, le forze comandate dal generale Juan Pablo Lopez. Nel numero dei prigionieri si trovò il generale Don Apostol Martinez. Leggete il bullettino del fatto d'arme, pubblicato a Mendoza, questo bullettino contiene una lettera segnata dall'illustre e virtuoso Oribe; essa è indirizzata al generale Aldao governatore della provincia: «Dal quartier generale delle Barrancas de Coronda, il 17 aprile 1848. » ...... Trenta e tanti morti e parecchi prigionieri, fra i quali il preteso generale selvaggio Juan Apostol Martinez, -al quale è stata tagliata ieri la testa-, ecco il risultato di questo fatto onorevole per le nostre armi federali. Io mi congratulo con voi di questo glorioso successo e mi dico vostro servitore devoto »M. ORIBE.» Già che abbiamo nelle mani questa -Gaceta Mercantile-, apriamo il N. 5903, alla data del 20 settembre 1842, e noi vi troveremo un rapporto officiale di Manuel-Antonio Saravia, impiegato nell'armata d'Oribe. Questo rapporto contiene una lista di diciassette individui, fra i quali un capo battaglione ed un capitano che -furono fatti prigionieri a Numayan e subirono il castigo ordinario della- PENA DI MORTE. Giacchè parliamo dell'-illustre- e -virtuoso- Oribe, ci sosterremo alquanto; noi troviamo il suo nome nel N. 3067 del Diario de la Tarde del 22 ottobre 1841 in occasione della battaglia di -Monte-Grande-, di cui egli ha fatto il rapporto; in questa relazione officiale si leggono le linee seguenti: «Quartier generale al Ceibal, 14 settembre 1841. »Fra i prigionieri s'è trovato il traditore selvaggio unitario ex-colonello Facundo Borda, -che fu giustiziato sull'istante medesimo- unitamente ad altri sedicenti officiali tanto di cavalleria che d'infanteria. »M. ORIBE.» Un traditore dà nelle mani di Oribe il governatore di Tucuman ed i suoi officiali: ed egli, l'-illustre-, il -virtuoso- dà quella nuova a Rosas in questi termini: «Quartier generale di Metan, 3 ottobre 1841. »I selvaggi unitarii che mi ha consegnato il comandante Sandeval, e che sono: Marcos, M. Avellaneda preteso governatore di Tucuman, colonnello J. M. Vilela, capitano José Espejo ed il luogotenente in primo, Leonardo Sosa, sono stati sul momento giustiziati, nella forma ordinaria, ad eccezione d'Avellaneda, cui ho ordinato di -tagliare il capo- per essere esposto agli sguardi del pubblico sulla piazza di Tucuman. »M. ORIBE.» Ma Oribe non è il solo luogotenente di Rosas che sia incaricato delle esecuzioni del dittatore, vi è pure un certo Maza che gli organi di Rosas si sono dimenticati di qualificare l'illustre ed il virtuoso, e che non per tanto merita questo doppio titolo, come si può vedere in questa lettera inserita nel numero 5483 della -Gaceta-, in data del 6 dicembre 1841. «Catamarca, il 29 del mese di -Rosas- 1841. -A Sua Eccellenza il sig. Governatore D. Cl. A. Arredondo.- »Dopo oltre due ore di fuoco, e dopo avere passato a fil di spada tutta la fanteria, anche la cavalleria è stata messa alla sua volta in rotta, ed il capo solo fuggì per il Cerro d'Ambaste con trenta uomini; presentemente lo si insegue, e la sua testa sarà bentosto sulla piazza pubblica, come vi sono già quelle dei pretesi ministri Gonzales y Dulce, e d'Espeche. »-Firmato- M. MAZA.» »Viva la federazione!» -Lista nominativa dei selvaggi unitarii sedicenti capi ed officiali, che sono stati giustiziati dopo il fatto del 29.- «Colonnello: Vincente Mercao. »Comandanti: Modesto Villafane, Juan Pedro Ponce, Damosio Arias, Manuel Lopez, Pedro Rodriguez. »Capi di battaglione: Manuel Rico, Santiago de La Cruz, Josè Fernandes. »Capitani: Juan de Dios Ponce, José Salas, Pedro Araujo, Isidoro Ponce, Pedro Barros. »Aiutanti: Damasio Sarmiento, Eugenio Novillo, Francisco Quinteros, Daniel Rodriguez. »Luogotenente: Domingo Diaz. «-Firmato- M. MAZA.» E giacchè siamo a Maza, continuiamo, dopo verremo a Rosas. «Catamarca, 4 novembre 1841. »Vi ho già scritto che qui noi abbiamo messo in rotta completa il selvaggio unitario Cubas, che era inseguito e che noi avremmo avuto presto la testa del bandito. »Infatti è stato preso, al Cerro di Ambaste, nel proprio letto; di conseguenza la testa del detto brigante Cubas è esposta sulla piazza pubblica di questa città. »-Dopo il fatto.- Si sono presi diciannove officiali che seguivano Cubas. Non fu loro dato quartiere; il trionfo è stato completo, neppur uno c'è sfuggito. »-Firmato- A. MAZA.» Guardiamo di volo nel Boletin de Mendoza, n. 12, una frase scritta in una lettera diretta dal campo di battaglia d'Arroyo-Grande e indirizzata al governatore Aldao dal colonnello D. Geronimo Costa. «Noi abbiamo fatti prigionieri più di cento cinquanta capi ed officiali, che furono giustiziati sull'istante.» Ho promesso di parlare di Rosas; debbo tener parola. Quando il colonnello Zelallaran fu ucciso, si portò la sua testa a Rosas; questi passò tre o quattro ore a rotolarsela fra i piedi e sputarvi sopra. Sa che un altro colonnello, compagno d'arme di quello, è prigioniero, pensa subito di farlo fucilare, ma poi cambia di parere, in luogo della morte lo condanna alla tortura e comanda che il prigioniero per tre giorni resti due ore a guardare quella testa mozza posta sopra d'un tavolo. Nel 1833, Rosas faceva fucilare in mezzo alla piazza San-Nicolas una parte dei prigionieri dell'armata del general Paz. Fra quelli si trovava il colonnello Videla, antico governatore di Saint-Louis. Al momento del supplizio il figlio del condannato gli si getta fra le braccia; separateli, dice Rosas; ma il ragazzo si afferra a suo padre; allora, fucilateli tutti e due, dice Rosas; ed il padre ed il figlio cadono morti stretti nelle braccia l'uno dell'altro. Nel 1834, Rosas fece condurre su di una piazza di Buenos-Ayres ottanta indiani prigioni, ed in pieno giorno, su quella piazza, davanti a tutti, li fece scannare a colpi di baionetta. Camilla O'Gorman, giovane di diciott'anni, d'una delle prime famiglie di Buenos-Ayres, viene sedotta da un prete di ventiquattr'anni. Lasciano tutti e due Buenos-Ayres rifugiandosi in un piccolo villaggio di Corrientes, nel quale, dicendosi maritati, aprono una specie di scuola. Corrientes cade in potere di Rosas; il giovane vien riconosciuto da un prete e denunciato a Rosas colla sua compagna; ambidue sono ricondotti a Buenos-Ayres, dove senza nessun giudicio, Rosas ordina che sieno fucilati. -- Ma dite a Rosas che Camilla O' Gorman è incinta di otto mesi. -- Battezzate la pancia, risponde Rosas, se volete salvare l'anima di quel fanciullo; e battezzato il ventre, Camilla O' Gorman viene fucilata: tre palle attraversano i bracci dell'infelice madre che per un movimento naturale, ella aveva stesi per proteggere suo figlio. Ora, come avvenne che la diplomazia si fece nemica di GARIBALDI, e amica di Rosas? Egli è che l'Inghilterra una volta imponeva a tutti la sua volontà. Capo Quarto Tornando ora a Montevideo, da cui ci allontanarono un poco Achille e Tersite, abbiam già detto, come il 3 febbraio 1843 non vi fosse denaro, nè viveri, nè depositi, nè materiali di guerra. In quel giorno il ministro della guerra chiedeva a quel delle finanze quali fossero le risorse onde organizzar la difesa, e ne avea per tutta risposta, potersi reggere a stento sino al ventesimo giorno. -- E quanto tempo resistettero gli Spagnuoli nel primo assedio? gli chiedeva di nuovo. -- Ventitrè mesi, rispose il ministro delle finanze, ed erano in migliore situazione di noi. -- Ebbene, noi terremo per ventiquattro, disse Pacheco y Obes; vergogna a noi, se ciò che fecero gli stranieri per la tirannide non lo potremo noi a difesa della libertà. Montevideo resiste da ben sett'anni! Egli è però vero che il primo decreto del ministro della guerra diceva: -- La patria è in pericolo! -- -- Il sangue e l'oro dei cittadini appartiene alla patria. -- -- Chi ricuserà alla patria il suo oro o il suo sangue, sarà punito di morte. -- Benchè le molli abitudini di Montevideo fossero d'inciampo a tali misure, e che gli individuali interessi levassero alta la voce, pure tutti i cittadini, niuno eccettuato, ebbero a contribuire col loro sangue e denaro. E primo il ministro della guerra ne fe' l'applicazione sulla propria famiglia. L'armata nemica era alle porte di Montevideo, e mancava tuttora una ambulanza ai futuri feriti delle battaglie future. Il colonnello Pacheco y Obes, visitando la famiglia, che fuggita la campagna, avea riparato in città, s'accorse che l'edifizio occupato per essa, si prestava ad ospitale; e chiamate a sè le sorelle, annunzia loro la necessità di abbandonare la casa. -- Ma la nostra madre ammalata sarà senza tetto! -- Oh! s'aprirà una porta in Montevideo ad ospitare la madre del ministro della guerra. Diffatti la madre e le due sorelle fuggitive sono raccolte, e l'armata assediata ha un ospedale. Due giovani cugini germani del ministro, ed uno tra' suoi teneri amici che volevano sotto l'egida dell'amicizia e del sangue eludere il decreto, sono per ordine del ministro strappati alle loro case e condotti all'armata. La famiglia del generale Rivera, presidente della Repubblica orientale, aveasi, in onta alla legge, riservato due schiavi, tenendosi sicura all'ombra del potere e del nome. Ma il colonnello Pacheco y Obes recatosi in persona dal generale Rivera, affrancati i due schiavi, li fe' soldati. Don Luis Baëna, negoziante tra' primi della città, convinto di tener pratiche col nemico, viene secondo la legge condannato dal tribunal militare alla fucilazione. Allora i commercianti stranieri convenuti per impetrarne la grazia, conoscendo le strettezze del pubblico tesoro, offrono in riscatto la somma di L. 300,000 a vestire l'armata. Proclivi al perdono erano gli altri membri del governo, solo il colonnello Pacheco reclamando l'applicazion della legge: -- Se la vita d'un uomo potesse riscattarsi coll'oro, diss'egli, l'erario per quanto povero riscatterebbe quella di Baëna, ma la vita d'un traditore non si riscatta mai. E Baëna vien fucilato. Di tal modo procedea la difesa tanto dal lato morale, se così è lecito esprimersi, che dal fisico. In allora Montevideo non avea che una linea di fortificazioni appena tracciata, difesa da soli cinque cannoni. Antichi pezzi d'artiglieria, che per essere inutili, serviano a riparo delle strade, furono estratti; e collocati sui carri, e improvvisata una fonderia, e una fabbrica di polvere, la linea delle fortificazioni in poco d'ora ridotta a termine, potè ricevere cento cannoni; molti de' quali però nel mietere largamente le vite dell'inimico, erano talvolta fatali agli artiglieri che ne aveano il governo. A datare dal 16 febbraio fu d'uopo mettere in campo questa armata di giovani coscritti, in cui vedevi confuso il ricco signore al povero operaio, l'uomo di lettere allo schiavo restituito alla libertà, a fronte d'un esercito di veterani superbi degli antichi trionfi e forti del terrore che la loro barbarie incuteva. E pure tale prodigio ebbe a compirsi, poichè reggevali in guerra il generale Paz; alla cui lunga esperienza, e sommi talenti, e nobile patriottismo, era dato ottenere insperati successi. Nè dal suo canto venia meno l'opera del ministro della guerra, che co' suoi forti partiti, colle sue infuocate parole, e colla fede immensa nell'onor nazionale, aveva trasfuso nell'armata uno slancio potente. Di tal modo l'esercito severamente disciplinato alle scaramuccie, alle fazioni, ai combattimenti d'ogni giorno, divenne in breve un pugno d'eroi. E noi diciamo ogni giorno, e ci giova ripeterlo perchè difficile a credersi, sì, ogni giorno si veniva alle mani, e la città ogni giorno si intratteneva, come Troia, d'un eroico fatto de' suoi difensori, o d'una barbara azione de' suoi nemici. Così la difesa traea nuovo vigore dal doppio fomite dell'entusiasmo e dell'odio. Delle crudeltà dell'armata assediante, necessità vuole che per noi si tenga ancora parola, perchè incredibili, e perchè sappia l'Europa a quali uomini è riservata l'America del Sud, se sventuratamente Montevideo, ultimo propugnacolo della civiltà, fia che cada nelle lor mani. Giammai dagli assedianti fu graziato del capo un sol prigioniero, e felice colui che moriva senza torture. Si svolga per poco la storia dell'assedio di Montevideo; e si legga alla pagina 101 la dichiarazione di Pedro Toses capitano nell'armata d'Oribe, fatta davanti la polizia di Montevideo. Egli dichiara: Non ricordare il numero dei prigionieri fatti dalle truppe di Rosas alla battaglia de l'Arroyo-Grande; sapere bensì, perchè testimonio oculare, che fu mozzato il capo a cinquecento cinquantasei uomini. «Si conduceano le vittime a venti a venti, nude, colle mani legate: ed ogni drappello tenea dietro uno strangolatore. Giunti sul luogo destinato al supplizio i prigionieri, fattili ad uno ad uno inginocchiare, loro si squarciava la gola.» Tanto si facea per il comune dei martiri, ma gli officiali superiori otteneano terribili distinzioni. Pedro Toses asserisce aver visto mettere a morte il colonnello Hinestrosa; spogliato degli abiti, fu da prima mutilato. Un tale supplizio era sino a' dì nostri solo retaggio degli Abissinj. Mozzategli poi le orecchie, gli venne a pezzi strappata la carne, finchè il suo corpo non fu che una piaga: allora i soldati del battaglione di Rincon lo stremarono a colpi di baionetta, e per farne dono al lor capo ne trasser la pelle. Aggiunge poi (senza dettagli sulla di lui morte) che seconda vittima fu il luogotenente colonnello Leon Berutti. Che il colonnello Mendoza fu strangolato; Che il maggiore Stanislas Alonzo venne ucciso a colpi di bastone; Che il maggiore Giacinto Castillo, il capitano Martinez, e il sottotenente Luigi Lavagna furono fatti a brani; Che il luogotenente Arismendi, pria mutilato, fu strangolato; Che il luogotenente Acosta spogliato vivo, morì gridando: Viva la libertà; Infine che il luogotenente Gomez fu strangolato, del paro che il sottotenente Cabrera y Carillo. A tali enormezze si erano abbandonati gli assedianti, nella speranza, che inorriditi a simile macello i difensori di Montevideo sarebbero venuti meno all'impresa. Ma si ingannavano a partito, poichè fatti accorti che venendo alle mani di Rosas era vano lo sperar grazia, compresero la necessità di battersi sino alla morte. Ma questi nuovi soldati ora combattendo in imboscate, o in terreni accidentati, o dietro le fortificazioni non aveano peranco provato al nemico di quanto fossero capaci in campo aperto. Il ministro della guerra prese a sciogliere questo problema. A tale effetto, la notte del 10 marzo 1843 ei si recava con una divisione ai piedi del Cerro, e l'undici quella parte d'armata che assediava questa fortezza era completamente battuta. Il 10 giugno 1843 e il 28 marzo 1844 le armi di Montevideo capitanate sempre dal ministro della guerra trionfavano delle forze nemiche; e in questa giornata il generale Angel Nunnez, circondato dai cadaveri di molti tra' suoi soldati, moriva sul campo di battaglia. Egli, il più prode degli officiali di Rosas, era un traditore, poichè sui primi dì dell'assedio, abbandonata l'armata orientale, erasi dato in braccio al dittatore. In questo stesso terreno il generale Paz batteva il 26 febbraio 1844 una divisione nemica; e il 24 aprile dello stesso anno vi avea luogo tra le due armate un lungo combattimento indeciso; e finalmente il 30 settembre, 100 cavalieri di Montevideo sotto il colonnello Flores, vi battevano 500 cavalieri nemici. Di tal modo l'infausto nome del Cerro venia mutato in quello di -campo fortunato-. Ora nel mentre che Montevideo sentia tuttodì quasi alle porte tuonare il cannone nemico, la città porgeva agli occhi delle nazioni lo spettacolo ammirando dell'unione nel pericolo, dell'unità nella costanza. Gli uomini tutti di cuore eransi fatti attorno al governo e lo appoggiavano in ogni maniera a misura de' propri mezzi con un patriottismo, di cui forse l'istoria non ricorda un esempio secondo. È dolce per noi il nominar qui, onde sappiano che son noti all'Europa, Francisco J. Munnoz, Andres Lamas, Manuel Herrera y Obes, Julian Alvares, Alexandro Chucarro, Luis Penna, Florencio Varela, Fermin Ferreira, Francisco Agell, Joaquin Sagra, Juan Miguel Martinez; cittadini tutti di Montevideo, che saranno cittadini del mondo in quel giorno che tutti i popoli saranno fratelli in una repubblica universale. Lamas, allorchè Pacheco y Obes entrò al ministero, fu scelto a prefetto di Montevideo, e diè prova di una attività straordinaria e d'un patriottismo ardentissimo. Uomo di rari talenti e d'immensa istruzione, va annoverato tra' primi poeti dello Stato Orientale. Egli tenne poi il ministero delle finanze, ed ora è rappresentante della repubblica al Brasile. Noi abbiam detto come la famiglia del colonnello Pacheco y Obes si fosse ricoverata a Montevideo, e come la stessa fortuna avessero seguito gli abitanti della campagna. Meglio di quindicimila persone eran fuggite innanzi al nemico, di nulla altro curanti che della propria salvezza. Era dunque debito del governo fin dal principiar dell'assedio soccorrere ai bisogni di tante infelici famiglie, e assicurare un pane ai poveri della città; talchè più di 27 mila persone veniano alimentate e vestite dal pubblico tesoro. Erasi pure provvisto agli ospedali, e la famiglia del Pacheco y Obes, come abbiam detto, cedeva la propria casa a cotal fine. I letti che vi sommavano a più di mille, concessi dalle famiglie più agiate, erano segno alle cure d'una pietà che sentia di magnificenza. I farmacisti fornivano gratis i medicamenti, i medici prestavano senza compenso la loro opera, mentre le signore, organizzate in associazione di carità, vegliavano pietose al letto dell'ammalato. Nei giorni felici di Montevideo, all'epoca delle cavalcate che noi descrivemmo, allorchè i musicali concerti si diffondeano dalle case e per le strade, le sue -tertulias- gareggiavano in brio con quelle di Lisbona, di Madrid, di Siviglia, e i modi gentili, e la franca ospitalità degli abitanti formavano l'ammirazione degli europei, che in questa vergine terra rinvenivano il lusso e la coltura del vecchio mondo. Ora invece durante l'assedio nei convegni serali era unica cura preparare filacce, e il conversare comune erano i combattimenti, le azioni eroiche, e i feriti del giorno. Le grandi sciagure partoriscono le grandi virtù; e ne die' prova il dottore Fermin Ferriera, uno dei medici più distinti che vanti l'America. Abbandonata, sui primi dì dell'assedio, la sua clientela, si consecrò al servizio degli ospedali e dei poveri. Da quel punto ei non ebbe riposo; avresti detto che questo uomo, spogliato quasi l'umana natura, non patisse difetto di cibo e di sonno. Sempre al letto dei malati e dei feriti li curava con amore di padre. Ridotto all'estremo, venduto per vivere ogni suo avere, nonchè i gioielli della moglie, parea che la miseria avvivasse il suo patriottismo. Ora chirurgo in capo dell'armata, e presidente dell'assemblea dei notabili, si trova, al paro di tutti i difensori di Montevideo, nelle maggiori strettezze. E come se ogni cosa dovesse ritrarre l'impronta da tanto amore alla patria, l'assedio di Montevideo, epoca di stenti e miserie, ha visto nascere i più belli de' suoi stabilimenti di pubblica utilità. Il ministro della guerra, Pacheco y Obes, fondò gli ospedali militari civili, e la casa degli invalidi, creò primo le pubbliche scuole, organizzò la società di mutuo soccorso. Lamas, il capo politico, diè i nomi alle strade della città, e diè vita all'istituto istorico e geografico. Herrera y Obes, ministro dell'interno, creò l'università. Ad istanza di Bernardina Rivera, le signore eressero la società di beneficenza sotto il nome di -Società delle signore orientali-. Anche durante l'assedio si coniò la prima moneta della Repubblica. Lamas ne ebbe il pensiero, e il ministro della guerra offerti gli argenti suoi e della famiglia e degli amici, fe' poscia appello al patriottismo del popolo che non fu sordo alla chiamata; e coll'aureo incensorio del sacerdote diè perfino lo sperone d'argento del cavaliere. La moneta battuta a Montevideo portava queste sole parole: -- -Assedio di Montevideo-. Di tal modo la capitale della Repubblica orientale con un atto d'indipendenza individuale protestava contro gli attacchi di Rosas alla pubblica indipendenza. Un fatto, taciuto sinora da noi, e che avrebbe dovuto aver gran peso nella nostra politica, era l'essere Montevideo una città quasi francese; poichè tra i suoi cinquantamila abitanti, ben ventimila appartenevano alla Francia. Ora costoro stretti alla popolazione per interessi di commercio e famiglia, era impossibile fossero stranieri agli eventi, e accettata la causa della patria adottiva, presero con ardore le armi alla difesa. A tutto questo si aggiungevano le antipatie che dal 1839 erano nate tra i Francesi e i soldati di Buenos-Ayres. In allora autorizzati dal governo avean tolto le armi contro Echagüe, che poi venne da Rivera distrutto. Così, per gli antichi rancori verso i nostri compatriotti, si udiano i soldati di Rosas gridare agli avamposti di Montevideo: «Che fanno dunque i Francesi che altre volte si armarono a vane comparse? perchè non armansi adesso che si combatte davvero?» Malgrado tali parole la popolazione francese restò neutrale. Ma una lieve favilla bastava ad accender gran fiamma. Essa venne dalla circolare d'Oribe, del primo aprile, in cui lagnandosi dei torbidi suscitati dagli -stranieri-, minaccia di considerarli quai selvaggi unitarii, ove non siano prudenti a nascondere le loro simpatie. Levossi un grido di sdegno all'insolente provocazione, i Francesi corsero alle armi e s'organizzarono in legione; legione sacra, che 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000