Garibaldi e Montevideo Alexandre Dumas GARIBALDI E MONTEVIDEO DI ALESSANDRO DUMAS VERSIONE ITALIANA MILANO DALLA TIPOGRAFIA DI F. MANINI 1859. AGLI EROICI DIFENSORI DI MONTEVIDEO ALESSANDRO DUMAS. Prefazione. -Quando l'ombre della più fiera tirannide infestavano ogni contrada Italiana, e gemeva incatenato il pensiero, ed i santi aneliti di Patria e di Libertà conduceano al patibolo, un nostro concittadino dava sdegnoso le spalle alla terra del servaggio, e ne' vergini lidi d'America innalzava fiammeggiante e temuto il vessillo della Libertà. E noi, vigilati da birri e oppressi dalla somma dei mali, che quattro secoli di tirannia traggon seco, tendevamo pur fiduciosi l'orecchio al magico nome di GARIBALDI, e la storia de' suoi trionfi ci inebriava di animose speranze. Parve alla per fine giunto il dì del riscatto -- e il gran Battagliero di Montevideo toccò la sacra terra d'Italia. Il suo valore parve ivi addoppiarsi: le sue imprese di Luino e di Roma a tutti son note: GARIBALDI salvò faccia all'Europa l'onore delle armi italiane.- -Sinistrati i nostri destini, e cacciato dalla sua terra natale, Egli ricalcò le vie dell'esilio, e trovò nelle contrade, che noi chiamiam barbare, ospitali accoglienze. Ma Egli, prode come Scipione, vive in terra straniera povero come Fabrizio e Cincinnato, e le contingenze in cui versa, son tali da sollevare un grido di sconoscenza contro i suoi ingrati fratelli, se GARIBALDI potesse mandar mai altro grido che d'-Indipendenza- e -Libertà-.- -In una sua lettera che Egli scrive ad un amico di Genova noi vi leggiamo queste parole, che diamo senza comenti. «Se alle volte per inaspettato evento potessero i miei figli abbisognare del necessario, io ti scongiuro ad impegnare, o vendere la mia spada, dono dell'Italia.» E più sotto alludendo alla speranza di procacciare colla sua industria una onorata sussistenza alla sua famiglia -- «A difetto poi -l'alte non temo, e l'umili non sprezzo imprese- -- e la mia destra è capace ancora di stringere un ferro per il mio paese -- od un remo per alimentare i miei bimbi.»- -Quest'Uomo, che ogni giorno in America poneva a repentaglio la sua vita in difesa d'una libera causa, e che pur non avea con che accendere un lumicino in sua casa -- quest'Uomo che in Roma non prese mai soldo, e che il dì prima dell'entrata de' Galli rifiutò 20 mila scudi romani inviatigli dal marchese Constabili ministro delle finanze della Repubblica, geme ora nelle più afflitte fortune e nel disagio d'ogni bene più necessario alla vita. E noi suoi fratelli di patria, e d'amor nazionale, non manderemo una voce che lo consoli, non spargeremo d'un fiore il suo amarissimo esilio?- -Egli è ben noto come la Stampa, inspirata dai feroci nemici dell'Italia, nulla abbia omesso per gittare la menzogna e lo scherno su quest'uomo generoso, chiamandolo -condottiero e capitano di ventura-. Ma le voci dei pochi venduti al potere ebbero solenne mentita nella testimonianza d'illustri intelletti, i quali ammirati del valore e della virtù di GARIBALDI levarono a cielo il suo nome, e l'additarono al mondo come uno de' più strenui campioni della causa de' Popoli. Fra questi scrittori meritamente primeggia -Alessandro Dumas-, nome ben caro alle lettere, il quale quasi a riprovazione de' tristi, che tentarono macchiare del loro fango il sacro capo del -Prode-, volle tributare agli eroici difensori di Montevideo il libro che noi presentiamo.- -Le pagine che il gran Romanziere consacra all'Eroe di Sant'Antonio e del Salto sono una protesta che la generosa Francia scaglia contro le turpitudini e le calunnie della stampa austriaca. -- In esse il lettore italiano vedrà sviluppato il primo atto della grande Epopea della vita di GARIBALDI, di cui il second'atto fu Roma, ed oggi s'inizia il terzo con più ampia e più completa gloria.- Capitolo Primo Al viaggiatore che viene d'Europa su quelle navi che i primi abitanti di quel paese scambiarono per case volanti, prime ad aprirsi allo sguardo, dopo il grido del marinaio in vedetta che annunzia la terra, son due montagne. L'una di mattoni, che è la cattedrale, la chiesa-madre, la -matriz-, come la si chiama; l'altra poi di massi e verdura, su cui s'innalza un faro, vien detta il -Cerro-. Quindi quanto più si avvicina, egli scorge dietro le torri della cattedrale, le di cui cupole in porcellana scintillano al sole, alla destra del faro che siede sul monticello onde si domina la vasta pianura, egli scorge gl'innumerevoli -miradores- (belvedere) dalle forme bizzarre, quasi corona delle case, che bianche e rosse, porgono nei loro terrazzi un dolce convegno la sera; poi al piede del Cerro, i saladeros (vasti edifizii a salar carni); poi sulla riva della baja, le ridenti -quintas- (case di campagna) orgoglio e delizia degli abitanti, che nei giorni festivi traggono in folla al -miguelete-[1] alla -aguada-[2], all'-arroyo seco- (ruscello secco)! Poscia se avviene che si getti l'áncora fra il Cerro e la Città dominata per ogni dove dalla gigantesca Cattedrale, quasi Leviátan tra flutti di case; se il palischermo armato di sei rematori rapidamente vi caccia alla riva; se durante il giorno si scorgono presso quelle incantevoli -quintas- gruppi di donne vestite all'ammazzone e di cavalieri; se al cader della sera attraverso i veroni, da cui escono torrenti di luce e d'armonia, si odono i concerti dei pianoforti, i lamenti delle arpe, i trilli delle quadriglie o le meste note delle romanze, cagione di questi incanti è Montevideo, la vice-regina di quel gran fiume d'argento, di cui Buenos-Ayres si tien la regina, e che si scarica nell'Atlantico con uno sbocco di ottanta leghe. Primo Giovanni Dias de Solis scoprì nel 1516 la costa ed il fiume della Plata; ed avendo la sentinella in vedetta, alla vista del Cerro gridato, -montem video!- ne toccò il nome alla città, della cui storia si dà per noi un rapido schizzo. L'audacia di Solis, che per aver da un anno scoperto il Rio-Janeiro, volle, lasciate nella baja due delle navi, avventurarsi sulla terza nell'imboccatura del fiume, ebbe a costargli la vita. Tratto in inganno dai segni d'amicizia degli Indiani, diè in un'imboscata, per cui, fatto a pezzi, venne arrostito e mangiato sulle rive d'un ruscello, che in memoria di questo orribile misfatto, ritiene tuttora il nome di -arroyo- (ruscello) di Solis. Quest'orda d'Indiani antropofagi, valorosi figli della primitiva tribù dei -Charruas-[3], signoreggiava il paese del pari che all'estremo continente gli Uroni ed i Sioux. Riuscita vana ogni prova agli Spagnuoli per sottometterli, fu necessità fondar Montevideo tra continui attacchi di giorno e di notte, e, grazie a questa resistenza, Montevideo, che ha appena cent'anni di vita, è una delle più moderne città del continente americano. Da ultimo, sullo scorcio del passato secolo, sorse un uomo che a questi naturali signori della costa, diè una guerra di sangue e d'esterminio. Nei tre ultimi combattimenti, serrate le donne ed i figli in mezzo alle schiere, come gli antichi Teutoni, caddero tutti senza dar addietro d'un passo. Monumento di questa suprema disfatta, il viaggiatore che tien dietro alle tracce della civiltà, Dea che segue il cammino del sole d'oriente ad occidente, vede ancor oggi, ai piedi dell'-Acegua- biancheggiare gli ossami degli ultimi -Charruas-. Il nuovo Mario, vincitore di questi Teutoni novelli, era il comandante della campagna, Giorgio Pacheco, padre del generale Pacheco y Obes in missione per Montevideo presso il governo francese. Ma questi aveva a combattere più gagliardi nemici e meno facili degli Indiani, come quelli che avvalorava non una fede religiosa che venía meno di giorno in giorno, sibbene un materiale interesse che andava a mille doppi crescendo. Dessi erano i contrabbandieri del Brasile, che dai selvaggi distrutti ricevevano tale eredità di vendetta. Ora essendo il sistema proibitivo prima base del commercio spagnuolo, una guerra ostinata tra il comandante della campagna ed i contrabbandieri che ora per frode, ora per forza tentavano introdurre sul territorio di Montevideo le loro stoffe e il loro tabacco era conseguente necessità. La lotta fu dunque lunga, disperata, mortale. Mentre Don Giorgio Pacheco, uomo di forze erculee, di figura gigantesca e singolare perspicacia, tenea per fermo averli se non distrutti (impossibile), allontanati dalla città, essi di bel nuovo comparvero più vigorosi, più destri, più compatti sotto il freno di una volontà unica, potente, coraggiosa. Quale la causa di questa ostinatezza del nemico? Le spie mandate a tal uopo dal Pacheco, ritornarono con un sol nome sulla bocca; Artigas! Era questi un giovine dai venti ai venticinque anni, di cuore come un vecchio spagnuolo, destro come un -Charrua-, sveglio come un -Gaucho-[4]. Egli tenea delle tre razze, se non il sangue, lo spirito. La lotta fu allora singolarissima; da una parte la scaltrezza del contrabbandiere prestante di gioventù e vigoria; dall'altra la potenza del vecchio Pacheco, cui forse venía meno, se non la forza, il volere. Durò per quattro o cinque anni la guerra, in cui Artigas sempre battuto, non vinto, parea riprendesse nuovo vigore, ritornando all'attacco. Finalmente l'uomo della città si ristette, e pari a un antico romano che dell'orgoglio facea sacrifizio sull'altar della patria, rassegnava i suoi poteri al governo spagnuolo proponendo in sua vece Artigas, capo della campagna, come il solo che potesse frenare il contrabbando. La Spagna accettò; e come un bandito romano, fatta la sommissione al papa, passeggia ammirato le città, di cui poco anzi era il terrore. Artigas entrò trionfalmente in Montevideo a riprendere l'opera d'esterminio del suo predecessore. Diffatti nel giro d'un anno i contrabbandieri eran dispersi. Ciò avveniva nel 1782 al 1783. Artigas, in allora dell'età di 27 o 28 anni, vive tuttodì a 93 anni in una piccola -quinta- del Presidente del Paraguay. Quest'uomo bello, coraggioso e fortissimo, segna l'epoca d'una delle tre potenze che signoreggiarono Montevideo. Don Giorgio Pacheco era il tipo di quel valore cavalleresco del vecchio mondo, che traversò i mari con Colombo, Pizzarro, Vasco di Gama. Artigas, l'uomo della campagna, rappresentava il partito nazionale che tiene del portoghese e dello spagnolo; quello cioè degli stranieri alla terra americana restati Portoghesi e Spagnoli dal loro soggiorno in città, i cui costumi avevano l'impronta di queste nazioni. Il terzo tipo, la terza potenza, che è il flagello delle città e delle campagne, vien detto il -Gaucho-. In Francia si dice falsamente -Gaucho- l'uomo che vive in quelle vaste pianure, in quelle immense steppe che si estendono dalle rive del mare al versante orientale delle Ande. Fu il capitano Head inglese che primo introdusse l'errore di confondere il Gaucho coll'abitante della campagna, che ne sdegna non pur la somiglianza, benanco il confronto. Il -Gaucho- può dirsi il boemo del nuovo mondo; poichè privo di beni, di casa, di famiglia, non ha che il suo -poncho- (mantello), il suo cavallo, il suo coltello, il suo -lazo- (laccio), e le sue -Bolas-[5]. Il suo coltello è la sua arma, il suo -lazo- e le sue -Bolas- l'industria. Artigas fu dunque salutato con grida da tutti, se ne togli i contrabbandieri, comandante della campagna. Reggeva ancora tal carica allo scoppiar della rivoluzione del 1810, per cui cadde il dominio spagnolo nel Nuovo-Mondo. Il moto cominciato nel 1810 a Buenos-Ayres, non cessò che in Bolivia alla battaglia d'Ayacucho nel 1824. Le forze insurrezionali comandate dal generale Antonio José de Sucre, sommavano a 5000 uomini. Reggeva le truppe spagnole in numero di 11,000 il generale José de Laserna, ultimo vicerè del Perù. Come si vede non si combatteva ad armi eguali; i patrioti difettanti di munizioni da fuoco e da bocca avevano un sol cannone; temporeggiati, s'arrendevano; attaccati, vinsero. Primo venne alle mani il generale patriota Alejo Cordova; avanti! gridò a' suoi mille cinquecento soldati, innalzando il cappello sulla sua spada. Richiesto, se al passo ordinario, o al passo di carica dovea investirsi il nemico, al passo della vittoria rispose. La sera l'armata spagnola era prigioniera di quelli che aveva a sua discrezione il mattino. Le simpatie d'Artigas per la rivoluzione lo avean messo alla testa del movimento della campagna; veniva ora egli a rassegnare a Pachecho il suo comando, come ei prima aveva fatto con lui, quando una sorpresa fatta sul vecchio generale nel suo alloggio di -casa blanca- nell'Uruguay, da una mano di soldati spagnoli, ne lo distolse. Però ei non si ristette, e cacciati in poco tempo gli Spagnoli da tutta la campagna, di cui s'era fatto signore, li ridusse alla sola città di Montevideo, che per essere, dopo San-Juan-d'Ulloa, la città più fortificata d'America, poteva frenare le irrompenti forze nemiche. Quivi spalleggiati da un'armata di 4,000 uomini, erano convenuti tutti i partitanti di Spagna. A questa piazza pose l'assedio Artigas sostenuto dall'alleanza di Buenos-Ayres. Se non che un'armata portoghese venuta in ajuto agli Spagnoli, fe' sbloccar Montevideo. Ma nel 1812 il generale Rondeau per que' di Buenos-Ayres, e Artigas per quei di Montevideo, unite le loro forze, tornarono all'impresa. Dopo un assedio di 23 mesi, la capitale della futura Repubblica orientale, venne per capitolazione in potere degli assedianti agli ordini del generale in capo Alvear. Come Artigas non tenesse più il supremo comando è facile a dirsi. Dopo venti mesi d'assedio, e tre anni trascorsi in mezzo agli uomini di Buenos-Ayres e di Montevideo, le disparità di usi e costumi, dirò quasi di sangue, comechè prima semplici cause di dissenzioni, aveano gradatamente preso l'aspetto di un odio inveterato. Fu allora che Artigas si ritirò come Achille nella propria tenda, o meglio portatala seco, cercò un asilo in quelle immense pianure ben note al giovane contrabbandiere. Di tal guisa Alvear alla capitolazione di Montevideo era generale in capo dei -Portennos-. Di tal nome vengon chiamati nel paese gli uomini di Buenos-Ayres; mentre all'opposto diconsi Orientali que' di Montevideo. Ecco ciò che li distingue. L'uomo di Buenos-Ayres già da 300 anni fissato nel paese, dimenticò, dopo un secolo, le tradizioni della madre patria, la Spagna; ed essendo i suoi interessi attaccati alla terra che abita e lavora, è egli ora più americano, di quello non lo fossero gli Indiani cacciati da lui. Per opposto l'uomo di Montevideo, che occupa solo da un secolo il paese, non ha punto scordato ch'egli è spagnolo; al sentimento della nuova nazionalità, unisce le tradizioni della vecchia Europa, cui tende per civilizzazione, mentre l'uomo della campagna di Buenos-Ayres rientra gradatamente nella barbarie. Origine di queste così svariate tendenze è forse lo stesso paese. La popolazione di Buenos-Ayres disseminata in lande immense, avendo per tetto mal costrutte capanne, lontane fra loro, in un paese tristissimo, difettante d'acqua e di legna, contrae dall'isolamento, dalle privazioni e dalle distanze, un carattere tetro, insocievole, barbaro; i suoi istinti tengono dell'indiano selvaggio delle frontiere del paese, da cui riceve le piume di struzzo, mantelli per i cavalli e legno per lancie, oggetti tutti d'un paese, in cui la civiltà europea non ha penetrato, scambiandoli coll'acquavite e col tabacco che gli Indiani poi recano in quelle immense pianure dei Pampas donde presero il nome, o cui forse diedero il loro. La popolazione di Montevideo occupa invece un paese bellissimo, irrigato da ruscelli, intersecato da valli. Se non ha le immense foreste dell'America del Nord, può nelle sue amenissime valli riposarsi all'ombra del -Quebracho- dalla corteccia di ferro, dell'-Ubajè- dai frutti d'oro, del -Sauce- dai ricchi rami. Le case, le ville, le tenute, come che a poco tratto le une dalle altre, forniscono agli abitanti comodi alloggi e sanissimi cibi; quindi il suo carattere franco ed ospitale ritrae della civiltà europea che il mare le reca sulle ali del vento. Tipo ideale della perfezione per il Gaucho di Buenos-Ayres è l'indiano a cavallo; per quelli della campagna di Montevideo è l'uomo d'Europa. II primo si reputa il più elegante d'America; facile all'ira e alla calma, vince in fantasia il suo rivale; diffatti Varela e Lafinur, Dominguez e Marmol poeti -Portennos- nacquero a Buenos-Ayres. Il secondo invece è più calmo e più fermo nei suoi progetti, nelle sue risoluzioni; se il Gaucho crede superarlo in eleganza, egli si tien primo in coraggio. Fra i suoi estri poetici brillano i nomi d'Hidalgo, di Berro, di Figueroa, di Juan-Carlos Gomez. Non è meraviglia, se pur la donna di Buenos-Ayres pretende al vanto di bellissima tra le donne dell'America meridionale, dallo stretto di Lemaire al fiume dell'Amazzoni. Sono prime tra queste le signore Augustina Rosas, Pepa Lavalle e Martina Linche. Però se la donna di Montevideo non è tanto incantevole, la purezza delle sue forme, le sue mani, i suoi piccioli piedi, la dicono di Siviglia o Granata: ha insomma quel non so che di piacevole che vince di gran lunga la perfezione. Montevideo annovera con orgoglio Matilde Stewart, Nazarea Rucker e Clementina Batle, come tipi di sangue scozzese, sangue alemanno, sangue catalano. Eravi dunque nei due paesi rivalità di coraggio e di eleganza tra gli uomini; di bellezza e di grazia tra le donne; rivalità d'ingegno nei poeti, veri ermafroditi sociali, perchè irritabili come uomini, capricciosi al pari delle donne, e malgrado questo, ingenui talvolta come fanciulli. Da tutto ciò, fra Artigas ed Alvear, fra gli uomini di Montevideo e di Buenos-Ayres, era conseguente non solo una separazione, non solo un odio, sibbene una guerra. E per la guerra contro quelli di Buenos-Ayres, seppe giovarsi di tutti gli elementi opposti, l'antico capo dei contrabbandieri, poco curandosi dei mezzi, coll'unico fine di cacciar dal paese i Portennos. Messosi quindi alla testa dei boemi di America, -Gauchos-, con quanto aveva di risorse il paese, bandì la guerra santa; cui non potè reggere nè l'armata di Buenos-Ayres, nè il partito spagnolo, che ben s'avvedeva il ritorno di Artigas a Montevideo, essere la sostituzione della forza brutale all'intelligenza. Nè mal s'apponeano costoro. Uomini prima erranti, barbari, disordinati, ora riuniti in un corpo d'armata sotto il generale Artigas, fatto dittatore, segnarono un'epoca che ricorda il sanculottismo del 93. Montevideo vide allora succedere il regno dell'uomo dai piè nudi ai fluttuanti -calzoncillos-[6], alla -chiripa-[7] scozzese, al lacero -poncho-, e al cappello abbassato sull'orecchio e assicurato dal -barbijo-[8]. Scene inaudite, bizzarre, talvolta terribili funestarono allora la città, e costrinsero le prime classi della società all'impotenza d'azione. Artigas allora, meno la ferocia e più il coraggio, fu quello che è Rosas al presente. La sua dittatura, per quanto fosse una calamità, fu però brillante e nazionale. Ne son prova le sue vittorie contro quei di Buenos-Ayres, che ei vinse in ogni attacco, e la resistenza ch'ei durò ostinatissima all'armata portoghese che nel 1815 invase il paese. Pretesto a tale invasione furono il disordinato reggimento d'Artigas e la necessità di salvare i popoli vicini dal pericolo di questo contagio. Le classi illuminate, desiderose di porre un freno all'anarchia, affrettavano coi voti una vittoria che sostituisse la dominazione portoghese ad un potere che strascinava seco la licenza e la brutale tirannia della forza materiale. A questo doppio nemico Artigas contese il terreno per ben quattr'anni. Vinto alfine, dopo quattro battaglie in campo aperto o piuttosto battuto alla spicciolata, si ritirò nell'Entre-Rios, dall'altra parte dell'Uruguay; ove, quantunque fuggitivo, serbavasi grande la potenza del suo nome. Se non che Ramirez, suo luogotenente, tratti a rivolta tre quarti de' suoi fedeli, movendogli contro, gli tolse ogni speranza di riscossa e lo costrinse a sortir dal paese, in cui, nuovo Anteo, parea riprendesse vigore toccando la terra. Allora Artigas disparve, pari ad un turbine che dopo aver seminato di rovine e desolazioni il suo passaggio si scioglie e svapora; e si ritirò nel Paraguay, ove, or son due anni, lo vide un nostro amico, nell'età di 93 a 94 anni, nel pieno esercizio di quasi tutte le sue forze e delle sue facoltà intellettuali. Dopo la sua caduta, la dominazione portoghese vi gettò ferme radici sino al 1825, epoca in cui Montevideo e tutti i possedimenti portoghesi in America, passarono al Brasile. Occupata dunque Montevideo da una forza di 8,000 uomini ne parea rassodato il possesso all'imperatore, quando un Orientale (egli è di questo nome che noi chiamiamo gli uomini di Montevideo), che proscritto, avea stanza in Buenos-Ayres, raccolti trentadue suoi compagni nell'esilio, giurava con essi affrancare la patria o morire. Preso il mare su due piccoli schifi, questo pugno d'audaci prendeva terra all'Arenal-Grande. Il loro capo Don Juan Antonio Lavelleja, già stretto di segrete intelligenze con un proprietario del paese, mandava a chiederlo dei cavalli all'impresa, secondo il convenuto. Costui rispondeva: ogni cosa essere scoperta, i cavalli derubati, unica via di salute a Lavalleja e consorti mettersi al mare e riafferrar Buenos-Ayres. Ma egli fermo nel suo nobil concetto, rimandati i battellieri, prendea possesso co' suoi compagni il 19 aprile delle terre di Montevideo in nome della libertà. Al domani la piccola truppa, fatta una requisizione di cavalli, cui aveano acceduto i proprietari, marciava alla volta della capitale, quando venne incontrata da duecento cavalieri, quaranta dei quali erano Brasiliani, gli altri Orientali. Lavalleja, comechè avesse modo di evitare lo scontro, si fa loro innanzi, ma prima di venire alle mani, richiese d'un abboccamento il comandante Giuliano Laguna suo antico fratello d'armi. -- Che chiedete, e a che venite? dissegli questi. -- A liberar Montevideo dello straniero, rispose Lavalleja. Se siete per me, unitevi meco. Se contro di me, rendetevi o preparatevi alla pugna. -- Rendere le armi mi è ignoto sinora, nè, spero, alcuno potrà insegnarmelo. -- Dunque allora, in rango coi vostri, e vediamo qual'è la causa di Dio. -- Subito, riprese Laguna, e spronato il cavallo, raggiunse i suoi. Ma spiegato il vessillo nazionale di Lavalleja, i centosessanta Orientali passarono a lui, e i Brasiliani vennero suoi prigionieri. Allora la sua marcia in Montevideo fu un vero trionfo e la Repubblica Orientale, proclamata dal volere di tutto un popolo entusiasmato, ebbe nome tra le nazioni. Frattanto alto levavasi la fama di tale che dovea più tardi essere il terrore della federazione Argentina. Dopo breve tratto dalla rivoluzione del 1810, un giovane dai quindici ai sedici anni, lasciava la città di Buenos-Ayres e prendea la campagna; l'aspetto avea scuro, il passo concitato. Questo giovane era Juan Manuel Rosas. Perchè egli, ancor fanciullo fuggisse il tetto paterno, e riparasse alla campagna, è orribile a dirsi. Quegli che un giorno dovea volgere le armi contro la patria, avea levato le mani sulla madre e perciò la maledizione paterna lo cacciava dalla casa che lo aveva visto bambino. Un tale avvenimento non ebbe eco in mezzo allo svolgersi di più vitali interessi. Ora mentre la gioventù correva alle armi sotto la bandiera dell'indipendenza, egli perduto nelle immense foreste davasi alla vita del -Gaucho-, ne adottava il vestire e i costumi, diventava insomma un de' più destri nel domar cavalli, e nel maneggio del -lazo- e delle -bolas-, talchè al vederlo lo avresti scambiato per un uomo della campagna, per un vero -Gaucho- d'origine. Rosas accomodavasi dapprima in qualità di -peon- (giornaliere) in un -estancia-[9]; fu quindi -capataz- (capo de' giornalieri), poi -mayordomo- (agente); in quest'ultimo stato governava le proprietà della possente famiglia Anchorena, principio delle sue grandi ricchezze. Essendo ora nostro disegno tratteggiare il carattere di Rosas in ogni sua parte, vediamo qual fosse la disposizione del suo spirito, nello avvicendarsi di tanti casi. S'era egli trovato in Buenos-Ayres nei prodigi della rivoluzione contro la Spagna; in quel tempo l'uomo di cuore domandava un nome ai campi di battaglia, l'uomo di genio cercava la gloria nel reggimento della pubblica cosa. Avido di fama, vedeasene Rosas preclusa ogni strada, come quegli che non avea il coraggio della battaglia, nè il senno del governo. I gloriosi nomi di Rivadavia, di Pasos, d'Aguero come ministri; di San Martin, di Balcarce, di Rodriguez, di Las Heras come guerrieri, lo scuotevano nell'orrore della sua solitudine, e fermentavangli in cuore un tesoro d'odio per quella città che per tutti aveva un trionfo, ma non per lui. Fin da quest'epoca Rosas sognava e preparava l'avvenire. Errante nei pampas[10], confuso tra i -Gauchos-, divideva le miserie del povero; ora lusingando le antipatie dell'uomo della campagna, lo aizzava contro l'uomo della città; ora contando sul numero, gli additava facile al primo cenno assoggettar la città, che sì lungamente lo avea tenuto schiavo. Ottenuto così l'impero sugli abitanti delle pianure, lascia Rosas la sua solitudine. Insorte nel 1820 le truppe di Buenos-Ayres contro il governatore Rodriguez, un reggimento di milizie della campagna, i -colorados de las Conchas- (i rossi delle Conchas) entra nella città il 5 ottobre, agli ordini d'un colonnello. Era Rosas. Ma venute il domani queste a conflitto con quelle della città, il colonnello era scomparso; un violento male di denti, cessato colla lotta, lo allontanava, suo malgrado, dalla mischia. L'entrata di Rosas a Buenos-Ayres può dirsi l'unica sua impresa guerriera. Vinti gl'insorti della città, Rivadavia nominato ministro dell'interno, afferra le redini del potere. Quest'uomo, figlio della rivoluzione, ricco d'immensa erudizione, frutto de' suoi lunghi viaggi in Europa, era caldo del più ardente e più puro amore di patria. Nell'intento di recare in America i frutti della civiltà europea, fallì nei mezzi d'applicazione in un popolo ancor tardo e fanciullo; volle essere insomma all'America ciò che fu Pietro I alla Russia; ma privo degli stessi elementi, ove quegli riuscì, ei venne manco, sebbene avrebbe potuto riescire dissimulando; ma invece ferì gli uomini nelle loro abitudini, che spesso sono una nazionalità. Schernì i costumi americani, prese a disprezzo la -chaqueta- (giacchetta) e la -chiripa- dell'uomo della campagna, e simpatizzando nello stesso tempo per il costume europeo, venne a perdere a gradi a gradi la sua popolarità e il potere. Malgrado di tutto questo, molte furono le istituzioni che lasciò in dote alla patria. Il suo governo fu dei più prosperi a Buenos-Ayres. Fondò università e licei, introdusse nelle scuole il mutuo insegnamento. Chiamò i sapienti e gli artisti d'Europa, e n'ebbero le arti e le scienze incremento; per lui infine Buenos-Ayres fu chiamato nella terra di Colombo, l'Atene dell'America del Sud. Sorvenuta la guerra del Brasile nel 1826, Buenos-Ayres soccorse alla nazione con ogni sorta di sacrifizi. Assorbite le finanze, disordinata l'amministrazione, indebolito il governo, nacquero i torbidi. Cresceano intanto coi diversi interessi, varie le opinioni tra gli abitanti della campagna e della città. Levatasi Buenos-Ayres a tumulto, la campagna in massa assalì la città, e fe' Rosas suo capo, centro del potere. Eletto egli nel 1830 governatore, malgrado l'opposizione della città, tenta riconciliarsi con essa. Spogliati i selvaggi costumi del -Gaucho-, come il serpente fa della pelle, finge rifarsi uomo della città. Ma essa resiste, e la civilizzazione sdegna perdonare a un traditore che è passato sotto la bandiera della barbarie. Se avviene ch'egli si mostri in abito militare, è un chiedere sommesso in qual campo di battaglia abbia Rosas guadagnato il suo grado; se parla in qualche convegno, si domanda ove abbia appreso un simile stile; se arriva in una -tertulìa- (conversazione serale) le donne segnandolo a dito, lo chiamano il -Gaucho- mascherato. In breve, Rosas è fatto segno dovunque ai pungenti epigrammi, per cui i Porténnos godono alta la fama. Questa lotta mortale al suo orgoglio durò tutti i tre anni del suo reggimento, e quando cesse il potere, coll'odio nell'anima e il fiele nel cuore, fatto certo che tra sè e la città era impossibile un componimento, cacciossi di bel nuovo nei suoi fedeli -Gauchos-, e nelle sue -Estancias-, di cui era il signore, ma col fermo proposito di rientrare, quando che fosse, dittatore in Buenos-Ayres, come Silla in Roma colla spada in una mano, la fiaccola nell'altra. A tal fine egli richiese il governo d'un comando dell'armata che movea contro i selvaggi Indiani. Il governo che lo temeva, avvisando di allontanarlo coll'accedere al suo desiderio, gli diè tutte le truppe di cui gli era fatto disporre, dimentico che correva a rovina accrescendo le forze di Rosas. Costui trovatosi a capo dell'armata, promossa una rivoluzione a Buenos-Ayres che lo chiamò al potere, non volle accettarlo che a quelle condizioni, che la forza armata del paese in sue mani poteva imporre, e rientrò in Buenos-Ayres dittatore assoluto, cioè con -toda la suma del poder público-; colla somma del pubblico potere. Fu sua prima vittima il governatore generale Juan Ramon Balcarce, uomo distinto nella guerra dell'indipendenza, e tra i capi del partito federale di cui Rosas si diceva il sostegno. Nobil di cuore e d'una fede nella patria ardentissima, credendo pure le intenzioni di Rosas, s'era molto adoperato alla sua fortuna. Egli morì proscritto; e quando il suo cadavere ripassò la frontiera, la famiglia non potè, per divieto di Rosas, rendergli non solo i pubblici onori d'un governatore, ma neppure gli estremi uffici dovuti al cittadino. Il vero potere di Rosas ebbe dunque principio nel 1833. Gli istinti crudeli, che procacciarongli poi una celebrità di sangue, non mostraronsi in piena luce nei primi tempi del suo governo, se ne togli la fucilazione del maggior Montero, e dei prigionieri di San Nicolò. Non è però a tacersi che avvenivano in quel torno alcune morti oscure e inaspettate, che la storia registra severa in lettere di sangue nel libro delle nazioni. Diffatti scomparvero due capi della campagna di cui Rosas potea temer la potenza; morirono del pari in quei giorni Arbolito e Molina. È forse in tal modo che perivano i due consoli che accompagnavano Ottavio alla battaglia d'Azio. Ora ci corre debito far più intima conoscenza con Rosas già dittatore, e che nondimeno tocca appena la soglia di quel potere, che non gli fuggirà più dalle mani. Nel 1833 Rosas ha trentacinque anni, di aspetto europeo, di biondi capelli, di colorito bianchissimo, di occhi azzurri, porta soltanto la barba tagliata all'altezza della bocca. Bello il suo sguardo se fosse dato giudicarlo, avendo per costume volgerlo a terra anche in faccia agli amici, ch'egli conosce avergli sempre nemici. Dolce la voce, e all'uopo, insinuante la parola; d'animo vigliacco e ferocemente astuto: proclive alle -mistificazioni-, ne faceva suo scopo esclusivo prima ch'ei s'occupasse di cose più serie; ora gli è una distrazione e nulla più. Come si vedrà da questi due esempi, le sue -mistificazioni- erano brutali, come il suo carattere che accoppia la scaltrezza alla ferocia. Una sera invitato a commensale un amico, nascosto il vino destinato alla cena, lasciò solo sulla mensa una bottiglia di quel Leroy, alla cui fama non manca che l'esser nato al tempo di Molière. L'amico, gustato il liquore e trovatolo abbastanza piacevole, ne votò la bottiglia lungo la cena, mentre Rosas non prese che acqua. Nella notte l'amico ebbe quasi a morirne. Rosas ne rise molto, e se quegli fosse morto ne avrebbe, fuor di dubbio, riso moltissimo. Era suo passatempo, allorchè veniva a lui qualche -pueblero- (abitante della città), costringerlo a salire i più sfrenati cavalli, e la sua gioia era maggiore, se più grave la caduta del cavaliere. Nel governo poi tra i più difficili affari, erano suoi consiglieri i giullari e i buffoni. Nell'assedio di Buenos-Ayres nel 1829, avea quattro di questi infelici presso di sè; creatili monaci, erasene, di privata autorità, costituito priore; e li chiamava -fray- Bygûa, -fray- Chaja, -fray- Lechusa, e fray -Biscacha-[11]. Amava pure immensamente i confetti, ed aveane nella sua tenda d'ogni maniera, nè con minore affetto li amavano i frati. Or come spesso avveniva che ne mancasse buon numero, Rosas chiamava i fratelli a confessione. Sapendo essi qual premio la menzogna aspettasse, il reo confessava, che spogliato all'istante degli abiti, venia vergheggiato da' suoi compagni. Tutti conoscono in Buenos-Ayres, Eusebio il molatto di Rosas, cui un giorno di pubblica festa, prese il talento di fare per lui, ciò che madama Dubbarry faceva a Lucienne del suo negro Zamore; ed Eusebio vestito degli abiti del governatore ebbe a ricevere gli omaggi delle autorità al luogo del suo signore. Costui dunque notissimo, lo ripetiamo a Buenos-Ayres, fu vittima d'un capriccio terribile, come solo Rosas può averne. Chiamatolo a sè, accusandolo capo d'una cospirazione per pugnalarlo, ordinò si arrestasse malgrado le sue proteste di devozione. I giudici, cui bastava l'accusa di Rosas, per non inquietarsi se Eusebio era colpevole o no, condannarono l'infelice alla pena del capo. Preparatosi all'estremo supplizio, si confessò e fu tradotto sul luogo dell'esecuzione, ove aspettavalo il carnefice co' suoi ministri. Allora quasi per incanto, comparve Rosas e dicendo al meschino, presso a morir di paura, che sua figlia Manuelita presa d'amore per lui, voleva sposarlo, lo graziò! Manuelita al dì d'oggi è sui vent'otto o trent'anni; se non può dirsi una donna bella, è, ciò che val meglio, una piacevol persona, di figura distinta, di tatto profondo, capricciosa come un'europea. Come figlia di Rosas, fu fatta segno alle calunnie. La dissero erede dei feroci istinti del padre e dimentica, come quelle figlie di imperatori romani, dell'amore filiale per un amore più tenero e meno cristiano. Niente di più falso. Manuelita è rimasta zitella per molte ragioni; Rosas talvolta sente il bisogno d'essere amato, e sa che l'unico su cui possa contare, è l'amor di sua figlia; d'altronde nessuna potente famiglia di Buenos-Ayres cercò di congiungersi col dittatore. Infine è pur da notarsi che Rosas ne' suoi sogni di regno crede veder l'avvenire di Manuelita fecondo di nozze più aristocratiche di quelle abbia diritto a pretendere in questo momento. Manuelita non è punto crudele; è anzi noto a tutti coloro cui non offende amore di parte, che dessa è un freno continuo alla collera del padre, sempre pronta ad irrompere. Fanciulla ancora, strappava le grazie da Rosas con un mezzo stranissimo. Spogliato quasi degli abiti il molatto Eusebio, ordinava gli mettessero la sella e le briglie come un cavallo: addattati poi a' suoi piccioli piedi andalusi i -speroni- del -Gaucho-, gli saliva sul dorso, e amazzone strana, venía su questo bucefalo umano davanti a suo padre, che ridendo dei capricci della fanciulla, accordavale la grazia richiesta. Ora poi che tai mezzi non hanno più l'antico prestigio, ella circonda suo padre, quasi sorella di misericordia, di cure incessanti. Studiato il di lui cuore, ne conosce le vanità più secrete che lo tormentano; ora indugiando, ora chiedendo, riesce talvolta ad ottenere, e se è vera l'intimità che le appongono, noi oseremmo quasi asseverare, che il suo delitto è non solo scusabile agli occhi di Dio, ma potrà tenerle luogo d'una virtù. Manuelita è la regina e insieme la schiava del tetto domestico; essa governa la casa, presta a suo padre le più tenere cure, ed incaricata di tutte le relazioni diplomatiche, può dirsi il vero ministro degli affari esteri di Buenos-Ayres. Diffatti per la -tertulìa- di Manuelita, ora Manuela, ma a cui suo padre dà sempre il nome d'infanzia, deve l'agente straniero far la sua diplomatica entrata presso di Rosas. Nella sua -terlulìa- Manuela si rappresenta come entusiasta del padre. Ivi, senza che cada in dubbio ad alcuno, si uniforma agli avvisi del dittatore; e colle grazie della gioventù, e colla poca importanza politica, che si suol dare ad una bocca ridente e a due begli occhi, avviluppa lo straniero in tal guisa che a gran fatica egli può sciorsene. Infine del pari che Rosas è un essere eccezionale e diviso dalla società, Manuelita è una strana creatura, che, incognita a tutti, passa solitaria su questa terra, lungi dall'amore degli uomini e della simpatia delle donne. Infelice! essa sola può dire quanto è sventurata e quante lacrime versa quando Iddio le chiede conto delle sue colpe, ed ella chiede conto a Dio de' propri dolori. Rosas ha pure un figlio, di nome Juan, di nessun peso nel sistema politico del padre. Egli è un giovane d'aspetto comune, minore d'un anno o due di Manuelita; privo di nome può dirsi non avrà mai che quello che viene dai triviali amori e da corrotti costumi. Capitolo Secondo Giunto al sommo del potere, fu cura di Rosas spegnere la federazione. Lopez, autore di questa, caduto malato, va a Buenos-Ayres sull'invito di Rosas che lo vuole presso di sè. Lopez muor di veleno. Quiroga, capo della federazione, sfuggito per incanto a venti sanguinosi combattimenti, il cui coraggio e fortuna son proverbiali, muore assassinato. Cullen, mente della federazione, governatore di Santa-Fè per una rivoluzione suscitata da Rosas, gli è dato nelle mani dal governatore di Santiago. Cullen muor fucilato. Quanto v'ha di più alto nel partito federale corre le istesse fortune de' più sommi in Italia sotto i Borgia; e a mano a mano Rosas adoperando le istesse mene di Alessandro VI e suo figlio Cesare, pervenne a dominare la Repubblica Argentina, la quale sebbene ridotta a perfetta unità, continua nel titolo specioso di federazione. Ora occorre di dare alcun cenno dei personaggi da noi nominati, evocando un istante i loro accusatori fantasmi; tanto più che vi ha in tutti questi uomini una tal quale primitiva selvatichezza che merita se ne faccia caso. E per cominciare dal generale Lopez, un solo aneddoto ci darà contezza non tanto di lui, sibbene ancora degli uomini che trattava. Egli reggea Santa-Fè e contava in Entre-Rios un suo personale nemico, il colonnello Ovando, che in seguito ad una rivolta fu tradotto a lui prigioniero. Il generale era a mensa e ricevendo con oneste accoglienze Ovando, l'invitò ad assidersi seco e si stabilì fra essi un colloquio come in due convitati ne' quali l'eguaglianza delle fortune comandi la più perfetta ed egual gentilezza. Se non che a mezzo il desinare, Lopez interrompendosi a un tratto: Colonnello, disse, s'io fossi caduto in vostro potere come voi nel mio e ciò fosse avvenuto nell'ora dei cibi, che avreste voi fatto? -- Io vi avrei invitato a sedere alla mia tavola, come voi faceste con meco. -- Sì, ma dopo il convito? -- V'avrei fatto fucilare. -- Son soddisfatto che una tale idea v'abbia balenato alla mente, essendo pure la mia; voi sarete fucilato all'alzarvi di tavola. -- Debbo io levarmi di subito, o proseguire il mio pranzo? -- Oh! continuate, Colonnello, non v'è poi molta urgenza. Continuarono adunque, gustarono caffè e liquori, dopo di che disse Ovando: -- Credo che questo sia il tempo. -- Vi ringrazio, rispose Lopez, di non aver atteso ch'io ve lo rammemorassi. Indi, chiamato un soldato, -- La squadra è pronta? dimandò -- Sì, mio generale, rispose costui. Allora voltosi a Ovando, -- Addio, Colonnello, gli disse -- Addio, rispose, non è lunga la vita nelle guerre come le nostre. E salutandolo, sortiva. Cinque minuti dopo una fucilata alla porta di Lopez, gli annunziava che il colonnello Ovando non era più. In quanto a Quiroga, egli era un uomo della campagna al pari di Rosas. Un tempo, sergente nell'armata di linea contro gli Spagnuoli, s'era poi ritirato alla Rioja, suo paese natale. Fatto per le interne discordie signor del paese, appena ebbe la somma del potere, si cacciò a tutt'uomo nella lotta delle varie fazioni della repubblica, e per queste fe' per la prima volta sentire il suo nome all'America. Nello spazio d'un anno Quiroga era la spada del partito federale; nessuno ebbe al pari di lui ad ottenere più felici successi col solo suo valor personale, talchè il prestigio del suo nome potea dirsi supplisse a un esercito. Cumulata nel calor della mischia intorno a sè la somma dei pericoli, gettava allora il suo grido di guerra e impugnata la lunga lancia, sua arma prediletta, volgeva in fuga anche i più coraggiosi. Quiroga, anzichè crudele, era feroce; ma d'una ferocia magnanima, generosa; d'una ferocia non di tigre, ma di leone. Infatti il colonnello Pringles, suo giurato nemico, è fatto prigione, poscia assassinato. L'assassino agli ordini di Quiroga, che nella speranza d'un premio, gli vien narrando il delitto, è fucilato. Un bel giorno i suoi soldati, memori dell'accaduto, traggongli innanzi due ufficiali nemici fatti allora prigioni. All'invito di disertare la propria bandiera, l'uno rifiuta, l'altro consente. -- Orsù dunque, disse a quest'ultimo, a cavallo, andiamo a veder fucilare il vostro compagno. -- Egli obbedisce, e lungo la via vien novellando con Quiroga, di cui già si crede aiutante di campo, mentre in mezzo ai soldati il povero condannato va tranquillamente alla morte. Giunti sul luogo, Quiroga ingiunge all'ufficiale che si rifiutò al tradimento, di mettersi in ginocchio. Ma dopo il comando, pronti! fermandosi: -- Orsù, disse a lui che si tenea già per morto, voi siete un prode, ecco il cavallo del signore, partite. E colla mano accennava al cavallo del rinnegato. -- Ed io? chiedeva egli. -- Tu non ne hai mestieri, chè sei presso a morire. Nulla valsero i preghi dell'amico reso alla vita; pochi minuti dopo era morto. La gloria di batter Quiroga era serbata al generale Paz, il Fabio americano, uomo per virtù e illibatezza specchiatissimo. Due volte ei ne distrusse le armate nei terribili combattimenti della Tablada e d'Oncativo. Ma fatto prigioniero il general Paz a cento passi dalla sua armata per la caduta del suo cavallo, Quiroga opponendo alla tattica e strategia di queste allora nascenti repubbliche, un indomito coraggio ed una volontà di ferro, fu invincibile. Cessata la guerra tra i federali e gli unitari, volle Quiroga visitare le interne provincie. Nel ritorno assalito a Barranca-Jaco da una mano di trenta assassini, una palla che traversò la vettura, in cui era soffrente, lo colse nel petto. Quantunque ferito a morte, pallido, grondante sangue, potè sollevarsi ed aprir la portiera. Alla vista dell'eroe rizzato in piedi e quasi cadavere, gli assassini si diedero alla fuga. Ma Santos-Perez lor capo trattosi innanzi a Quiroga, che caduto gli abbracciava i ginocchi e lo fissava nel viso, l'uccise, mentre gli altri assassini tornavano a dar compimento al misfatto. Furono i fratelli Reinafi che reggeano Cordova, braccio di questa spedizione d'accordo con Rosas. Ma egli riparatosi in una macchia onde non esser visto, potè, prese le parti dell'innocente, farli arrestare e condannare e fucilare. Ora di Cullen. Nato egli in Ispagna, abitava la città di Santa-Fè, ove strettosi con Lopez, ne era venuto il ministro e il consigliere. L'influenza che ebbe ad esercitare nella repubblica argentina dal 1820 al 1833, epoca della sua morte, lo rese uomo d'alto rilievo. Le oneste accoglienze di Cullen per Rosas, quando proscritto nel dì della sventura riparò a Santa-Fè, non ebbero potenza di cancellare dalla mente del futuro dittatore, che Cullen volea tornare la repubblica argentina sotto l'impero delle leggi; seppe però, protestando eterna amicizia, nascondere l'empio disegno. Chiamato Cullen, per la morte di Lopez, al governo di Santa-Fè, datosi con ogni studio a migliorar la provincia, lungi dal dirsi nemico del blocco francese, esternava le sue simpatie per la Francia, come leva potente alle sue idee di civiltà. Rosas allora, coll'appoggio e concorso delle truppe, gli suscitò una rivoluzione, in cui vinto Cullen fu costretto a riparar presso Ibarra suo amico governatore della provincia di -Santiago dell'Estero-. Dichiarato Cullen -selvaggio unitario-, si proposero trattative da Rosas per averlo in sue mani, che lunga pezza tornarono vane. Teneasi quindi Cullen sicuro riposando sulla fede del giuramento d'Ibarra, allorchè ad un tratto inaspettatamente arrestato da' suoi soldati, fu condotto a Rosas. Egli intesane la venuta, ordinava si fucilasse a mezza strada, poichè, scriveva egli al nuovo governatore di Santa-Fè, -il suo processo era fatto da' suoi stessi delitti-. Cullen avea gentili maniere e cuore bennato; l'influenza che esercitò su di Lopez fu sempre rivolta al perdono ed è sua gloria se il generale Lopez, a fronte delle preghiere di Rosas, non condannò all'estremo supplizio alcuno dei prigionieri fatti nella campagna del 1831, che mise in sua balìa i capi più importanti del partito unitario. Di frivola istruzione, di mediocri talenti, avea però l'esterno d'un uomo eminentemente civilizzato. Con tali mezzi spenti gli eroi del partito federalista, Rosas, povero d'ogni gloria militare, divenne il solo uomo importante della repubblica argentina e il signore assoluto di Buenos-Ayres. Avuto nelle mani il potere, cominciò le vendette contro le classi elevate, che non ebbero per lui che disprezzo. Godea mostrarsi tra gli uomini più aristocratici ed eleganti, quasi discinto, e sempre indossando la -chaqueta-. Ai balli presieduti da sua moglie e sua figlia, cui non intervenivano che carrettieri e macellai e la più vile bordaglia, ei fu visto aprir la festa danzando con una schiava e sua figlia con un Gaucho. Nè qui s'arrestò il suo odio contro la nobil città. Proclamato il principio, -chi non è con me è contro di me-, chiunque non gli andasse a sangue, venia qualificato -selvaggio unitario-, nome per cui venia meno ogni diritto alla libertà, alla proprietà, alla vita, all'onore. A secondare praticamente queste teorie, ebbe vita sotto gli auspici di Rosas la famosa società di -Mas-Horca-, che suona -Ancora forche-, composta d'uomini più abbietti, di bancarottieri e di assassini. A questa veniano affigliati per comando superiore, il capo della polizia, i giudici di pace, tutti infine i preposti all'ordine pubblico; di tal maniera che quando un cittadino minacciato in sua casa di saccheggio o assassinio dai membri della società, ricorreva al braccio della giustizia, tornava inutile ogni reclamo; niuno facea fronte a tali violenze, poco monta venissero fatte in pien meriggio, o nel colmo della notte; era una fatalità che bisognava subire. E a comprovar coll'esempio, in quei giorni era moda degli eleganti di Buenos-Ayres portar la barba e collare; ma col pretosto che tagliata in tal guisa formasse la lettera U, e significasse unitario; la società, arrestati questi infelici, con coltelli poco taglienti tagliava loro la barba che cadeva unita a pezzi di carne, abbandonava quindi la vittima alla più vile feccia del popolo, che lieta spettatrice dello spettacolo, lo prolungava talora sino alla morte. Usavano in quell'epoca le donne del popolo intrecciare ai capegli un nastro rosso, chiamato monno[12]; un bel giorno la società convenuta alle porte delle chiese maggiori, ne fregiò con catrame bollente il capo delle infelici che ne erano prive. Un abito, un fazzoletto, un nastro che accenasse al bleu od al verde era tale delitto, perchè la donna che se ne adornava fosse nuda bastonata sulla pubblica strada. Nè l'ingegno, la fama, o la fortuna erano scudo al bisogno; un semplice indizio faceva temere del sommo pericolo. Ora mentre gli uomini più distinti dell'alta classe, fatta segno alle vendette di Rosas, cadeano vittime d'una prepotente violenza, veniano a centinaja imprigionati tutti gli altri cittadini, le opinioni dei quali non fossero in armonia con quelle del dittatore o osteggiassero i calcoli della sua futura politica. Ignoti a tutti tranne che Rosas che l'ordinava, la causa dell'arresto, venia pure dichiarato inutile il giudizio; così le numerose non interrotte fucilazioni davano luogo a nuovi prigioni. Le tenebre proteggevano il delitto; e la città destavasi esterefatta al rumore di questi tuoni notturni che la decimavano. Il mattino poi raccolti tranquillamente dai carrettieri della polizia i corpi degli assassinati per le strade e dei fucilati nelle carceri, venian tutti questi cadaveri anonimi cacciati in un gran fosso alla rinfusa, negate perfino ai congiunti delle vittime l'uffizio supremo. Queste scene di sangue avean luogo tra le risa e lo sghignazzare atroce dei carrettieri che, recise le teste dei cadaveri, e messe in un paniere, le offrivano al popolo, che, chiuse le case fuggiva inorridito, e gridavano all'uso dei venditori di frutta: -- Ecco le belle pesche unitarie! chi compra le pesche unitarie? Allora poi il calcolo tenne dietro alle barbarie, la confisca alla morte; creare interessi inseparabili dai propri, mostrare ad una classe della società la fortuna dell'altra, dicendole: è tua, fu trovata necessità di regno. Da quel punto sulle rovine degli antichi proprietari di Buenos-Ayres, s'elevarono le rapide e disoneste ricchezze degli odierni parteggianti di Rosas. Toccò Rosas il sommo della ferocia, cui non osò sognare alcun tiranno, cui non soccorse la fertile mente di Nerone e di Domiziano, col divieto al figlio di vestire a corrotto per il padre morto da lui. La legge fu proclamata ed affissa in Buenos-Ayres; e v'era ben donde, chè ogni famiglia aveva un caro da piangere. Per tale tirannide si commossero gli stranieri e principalmente i Francesi, co' quali Rosas si fea lecito ogni eccesso. La nota pazienza di Luigi-Filippo toccò all'estremo e ne venne il primo blocco francese. Ma le alte classi della società così dileggiate presero a fuggir Buenos-Ayres e volsero lo sguardo sullo Stato orientale, ove quasi tutta la proscritta città venne a cercare un asilo. Allora la polizia di Rosas fe' ogni sua possa; punì per legge di morte l'emigrazione, e vista ciò tornar vano, si volle circondare l'estremo supplizio co' tormenti più atroci, ma l'odio e il terrore inspirato da Rosas era più forte delle sue pene, e l'emigrazione cresceva ogni giorno. Alla fuga d'un'intera famiglia bastava un battello; su questo si cacciavano alla rinfusa padre, madre, figli, fratelli e sorelle, e lasciando ogni loro fortuna approdavano allo Stato Orientale, tenendo per tutta ricchezza gli abiti che avevano indossati. Nè alcuno ebbe a pentirsi di avere sperato nella ospitalità del popolo orientale. Dessa fu grande e generosa quale di antica repubblica e come il popolo argentino dovea aspettarsi da amici, o meglio da fratelli, che tante volte aveano combattuto sotto le stesse bandiere contro gli Inglesi, gli Spagnuoli e i Brasiliani, nemici comuni e stranieri, però meno crudeli di questo nemico figlio della stessa terra. Gli Argentini giungevano a torme, e toccata la terra veniano dai premurosi abitanti raccolti, come meglio ne aveano agio dai mezzi di fortuna e dall'ampiezza delle abitazioni. Di nulla allora patiano difetto questi infelici, che riconoscenti si davano tosto al lavoro, onde gli ospiti loro ne fossero alleviati, e così potessero soccorrere ai nuovi fuggenti. A tal fine gli uomini più comodi si accingevano ai più bassi mestieri dando loro tanto più lustro, quanto più alto era il loro stato sociale. Di tal fatta i nomi più celebri della repubblica argentina brillarono nell'emigrazione. Lavalle, la più valorosa spada della sua armata; Florencio Varela, il suo più bel genio; Aguero, tra suoi primi uomini di Stato; Echaverria, il Lamartine della Plata; Vega, il Bajardo dell'armata delle Ande; Guttierez, il felice cantore delle glorie nazionali; Alsina, il grande avvocato e l'illustre cittadino, primeggiano tra gli emigrati; come pure Saenz Valiente, Molino Torres, Ramos Megia, i ricchi proprietarii; come anche Rodriguez, il vecchio generale delle armate dell'indipendenza e delle armate unitarie, e Olozabal uno tra i più prodi di quell'armata delle Ande, di cui Vega, come dicemmo, era il Bajardo. Scopo alla crudeltà di Rosas era tanto -l'unitario- che il -federista-, se poteva essere di ostacolo alla sua dittatura. Ora devesi all'ospitalità accordata a' suoi nemici, l'odio immenso che Rosas nutre per lo Stato Orientale. All'epoca in cui or si fa cenno, era a capo della Repubblica il generale Fructuoso Rivera. Costui è un uomo della campagna al paro di Rosas e Quiroga. Differisce dal primo per le sue tendenze alla civilizzazione. Come uomo di guerra e come capo di fazione non ha eguali in valore e in generosità. Da trent'anni che ebbe tanta parte nelle commozioni politiche del suo paese fu sempre primo a correre all'armi, quando s'intese il grido di guerra allo straniero. Nella rivoluzione contro la Spagna, egli fe' getto delle sue fortune, essendo per lui il dare, bisogno irresistibile; anzichè generoso, egli è prodigo. E Dio fu pur tale verso di lui. Gentil cavaliere (nel senso della parola spagnuola, che comprende il soldato e il gentiluomo), di bruno colore, di alta figura, di sguardo acuto, di cortesi maniere, trascina gli astanti col fascino d'un gesto a lui solo concesso. Per tali doti fu l'uomo più popolare dello Stato Orientale; ma è forza pur dirlo, non vi fu chi più male di lui reggesse le finanze d'un popolo. Come la propria, sprecò le fortune del paese, non già per sè, ma perchè uomo pubblico ritenea le generose maniere dell'uomo privato. Però al tempo in cui si ragiona non appariva ancora un tale dissesto. Rivera sul primo della sua presidenza, erasi circondato degli uomini sommi del paese. Obes Herrera, Vasquez, Alvarez, Ellauri, Luiz, Eduard Perez governavano con lui la cosa pubblica e con questi non poteva fallire a quel bel paese, progresso, libertà ed incremento. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000