di altri mali spingendo due uomini a odiarsi, forse ad uccidersi. Poche
ore dopo questa tempesta morale, costei, che è anche inferma
inguaribilmente, il cui petto è roso da un male senza riparo, che non ha
nessuno al mondo, nè padre nè fratello, manda via con un pretesto la
donna che ha sempre vegliato presso di lei; noi la troviamo morta, con
un'arma accanto, con l'arma che le apparteneva, che ella custodiva, con
l'arma alla quale aveva già pensato di chiedere l'ultimo riposo: io
debbo dire, voi dovete riconoscere che questa donna si è uccisa!
Il Ferpierre aveva parlato più duramente, quasi gli stesse dinanzi non
il vendicatore ma un accusato. E l'attitudine di Roberto Vérod era
quella d'un colpevole: a capo chino, con una mano sul petto, egli pareva
piegarsi sotto il peso del rimprovero altrui, del suo proprio rimorso.
--Non dite nulla? Non riconoscete l'esattezza dei miei ragionamenti?
--No!--proruppe il giovane, risollevandosi a un tratto, e in
atteggiamento quasi di sfida.--Non è così! Non può essere così! Non lo
posso credere, non lo crederò mai!... Questi pensieri furono i suoi, è
vero; ma sopra i pensieri di morte, più alto, più potente doveva essere
e fu il pensiero della vita e dell'amore. Anche a me non sarebbe nulla
costato darmi la morte, prima di conoscerla. Io avevo ragione di odiare
l'esistenza....
--La stessa ragione che ve la fece odiare a vent'anni?
Il Ferpierre disse queste parole quasi per un impeto incosciente.
Quantunque alla severità del suo ufficio non convenisse richiamare i
rapporti anticamente passati tra lui e l'accusatore, pure l'istintiva
curiosità di sapere se il giovane si ricordava ancora di lui lo pungeva
fino dal giorno innanzi.
--La stessa,--rispose il Vérod guardandolo negli occhi;--ma più urgente,
più sconsolata di quella che voi rammentate. Voi mi conoscete, è vero?
Anch'io subito vi riconobbi. Voi sapete che troppo presto io vidi la
miseria, il vuoto, l'orrore della vita.
--Come mai? Siete povero? Avete sofferto qualche ingiustizia per opera
degli uomini o del destino? Sì, io mi ricordo di voi; ma non so, come
non seppi, che cosa vi hanno fatto!
Il magistrato provava una specie di piacere nell'incalzare il
pessimista, nel costringerlo da presso a riconoscere l'errore del suo
sentimento.
--Nulla mi han fatto. Ma io piangevo di tutto. Forse ero infermo, sì; ma
inferma era l'anima, non già la fibra. Ella fu la mia salute. Dopo
averla veduta rinacqui. Questa è la potenza dell'amore: la sola
esistenza di una creatura amata è una ragione, la più potente ragione di
vivere.
--È ciò vero di qualunque amore?
--Non mi parlate degli ostacoli! Sì, io odio, io esecro, io vorrei come
già volli uccidere l'uomo che me la tolse, e l'odio trasparì dalle mie
parole. Sì, ella mi disse ciò che avete pensato, tutto ciò che il
ragionamento vi ha fatto scoprire; e nel comprendere che l'esistenza di
quest'uomo era d'ostacolo alla nostra felicità, io le dissi l'odio mio.
L'amore, l'amore ricambiato, cresce dinanzi all'ostacolo, tenta
spezzarlo; non cede. L'amore aspetta e spera. È vero, ella tremò quando
mi udì parlare così; ma ciò non le tolse di riconoscere che potevo, che
dovevo sperare. Non vi ho detto tutto ciò che accadde fra noi. Due
giorni prima dell'ultimo incontro io l'accompagnai sullo Chesand;
bevemmo a una fonte; io dopo di lei, nella stessa sua coppa, bevvi
l'acqua che ella aveva lasciata: fu come se avessi appressato la bocca
alla sua bocca. Ieri, quando ella mi consentì di sperare, io presi
ancora una volta la sua mano, la baciai avidamente. Ella tremò, ma non
la ritrasse. Io sentii che ella era mia, che avrei potuto cogliere un
altro bacio sul fiore delle sue labbra. E il domani, poche ore dopo, si
sarebbe uccisa?
--Ma sì! Ma sì!--replicò subitamente il giudice, vedendo che, nella foga
della difesa, il Vérod si scopriva.--Ma sì, poche ore dopo! Perchè
questo vostro contegno che vi pare suggerito dall'amore rispettoso e
obbediente, sapete voi da qual amore è suggerito? Dall'amore prepotente
ed egoista! Perchè questi piaceri dei quali voi godevate, che ve ne
facevano antivedere altri maggiori, dovevano invece atterrir lei!...
Ella era pure una creatura di carne: dinanzi a voi non trovò la forza di
resistere all'esigente passione; sola con la propria coscienza ne udì le
voci imperiose! Tutta l'ultima parte del suo diario è piena di un
pensiero di morte; vi stupite che, al bivio, lo ponesse ad effetto?
--Lo disse, lo scrisse; ma nel momento di compiere l'atto il pensiero di
Dio dovè fermarle la mano.
--Il pensiero di Dio le fermò tante volte la mano, ma nel momento della
massima pena s'è uccisa!
--Senza lasciarmi una sola parola? Ella che sapeva d'avermi ridato alla
vita, avrebbe distrutto d'un colpo l'effetto dei suoi insegnamenti? Voi
dite che volle sottrarsi al male, uccidendosi; ma così facendo credete
forse che abbia ben fatto?
Il giudice restò a sua volta senza risposta. E il Vérod, comprendendo
d'avere ottenuto finalmente in quella lotta un reale vantaggio, incalzò:
--Ella pensava e scrisse che si può in qualche caso fuggire la vita
senza biasimo; ma potrà morire chi è solo, non già quegli dalla cui vita
un'altra dipende. Non avete voi letto pur ora le sue parole? «Questo è
grave, nell'amore: che ciascun amante non è solo responsabile delle
proprie azioni, ma anche di quelle alle quali spinge l'amato.» Ed ella
m'avrebbe dato l'esempio della morte?... Io credo alla bellezza
dell'anima sua, non credo ad altro. Ma la certezza che ella non s'è
uccisa non lede la fede mia.
--Il dovere di non lasciare l'uomo al quale si era sposata in cuor suo
era dunque una fisima?
--Non s'era sposata realmente.
--Che cosa significava allora quel legame, se la legge non lo aveva
sanzionato?
--Credete voi alla bontà, alla perfezione delle leggi umane? Credete che
nell'osservarle letteralmente sia la salute?
--Ne dubitate? E sono questi i principii che propagate con i vostri
libri? E con questi principii avete tanta avversione per il nihilista?
Non sapete che siete voi negatori, voi pessimisti, i suoi maestri, gli
eccitatori di tutte queste anime audaci cui non basta l'astratta
speculazione, ma che traducono in atto, logicamente, i vostri
ragionamenti?
--Io non nego le leggi, dico che esse non risolvono le difficoltà dentro
alle quali noi siamo condannati ad aggirarci, le esprimono soltanto. Se
anche ella si fosse unita legalmente a quell'uomo....
--Voi avreste avuto il diritto di sedurla, di toglierla a lui? Ella
avrebbe potuto venir meno alla parola data?
--Non si può giurare d'amar sempre....
--Voi però lo giuravate a lei?
--Non si può amare chi non ama.
--Direste altrettanto se foste voi l'abbandonato?
E come alle stringenti argomentazioni il giovane restava muto e confuso,
il giudice riprese con altro tono di voce:
--Ah! Noi non siamo lontani, come vi potrà forse parere, dall'oggetto
della nostra indagine! Queste idee, il contrasto dell'illusione con la
realtà, il dissidio del dovere col piacere dilaniarono la disgraziata.
Ella vide e sentì quanto la vita è difficile. Che abbia voluto lasciarla
è troppo evidente. Resta da dimostrare che realmente mise in atto il
proposito. Le testimonianze dirette ci mancano; ma tutte le presunzioni
sono contro di voi. Considerate freddamente, se ne siete capace, la
somma delle circostanze dinanzi alle quali ci troviamo, e vedrete che ho
ragione di pensare così. Avete denunziato le due persone che erano in
casa di lei nel momento della morte; ma contro quale delle due bisogna
precisamente rivolgere i sospetti e le indagini? Sarebbe tempo di
decidersi! È colpevole il principe? E perchè mai egli avrebbe uccisa la
disgraziata? Per gelosia? Ma, innanzi tutto, voi mi dovete concedere che
quest'uomo, al quale non attribuite altra capacità se non quella
dell'odio e del male, avesse ripreso ad amare la contessa e soffrisse
sapendo di averne perduto l'affetto. Ma era ella vostra? Assecondava la
vostra passione? Voleva lasciarlo e venirsene con voi? No, al contrario!
Fino all'ultimo momento ella si sente vincolata a lui, rifiuta di
udirvi, vi scongiura di lasciarla! A stento, dopo lunghe insistenze, voi
le strappate il permesso di sperare: una speranza ambigua, incerta,
lontana; un permesso del quale potreste anche fare a meno, che ella non
vi potrebbe negare e che non l'impegna a nulla. Dato il carattere
dell'amica vostra, la serietà dei suoi scrupoli, la sincerità dei suoi
rimorsi, noi dobbiamo credere che, appena voi andaste via, ella
ricominciò ad incolparsi, a interdirsi la speranza prima consentita. In
questa situazione che motivo aveva il principe di ucciderla? L'amava
ancora o, se vi piace, era geloso d'una gelosia tutta brutale, di quella
gelosia che è offesa al sentimento di proprietà e nient'altro. Ma di che
poteva accusarla? Non di essersi data a voi! Egli doveva anzi esser
certo che il più lieve sforzo di bontà, una prova d'amore, una parola
buona avrebbero impedito che la contessa fosse vostra. Io voglio credere
che non la gelosia, non l'odio vi facciano disistimare tanto quest'uomo;
ammetto che i buoni sentimenti gli siano sconosciuti e che egli sia
veramente capace d'un volgare delitto. Ma la malvagità più brutale ha
pure bisogno d'un pretesto, se non d'una ragione, per armarsi e colpire.
Io non vedo qui nè ragioni nè pretesti. Supponete forse che, dopo avervi
con tanta pena accordato un assenso tanto ambiguo, ella andasse da lui
per provocarlo, dichiarandogli ad un tratto d'amar voi? Forse l'amor
proprio vi suggerisce, a vostra insaputa, questo ragionamento. Esso è
illogico. Se la contessa avesse voluto secondare l'inclinazione che
sentiva per voi, nessuno glie lo avrebbe vietato quando Zakunine era
lontano. Anche ora aveva ella veramente bisogno di chiederne licenza a
quest'uomo? Se l'impedimento fosse venuto da costui ella avrebbe potuto
ribellarsi e sfidare; ma non veniva da lui, sibbene da lei stessa, dalla
sua intima coscienza. Dunque l'ipotesi è assurda. Volete rifarvi con la
nihilista? Amando il principe questa era gelosa della contessa e perciò
l'avrebbe uccisa? Ma qui le difficoltà non sono minori, al contrario!
Prima di tutto si dovrebbe dimostrare che sono amanti, cosa che negano;
poi, quando pure ciò si provasse, perchè la Natzichev uccidesse la
contessa bisognava che quest'ultima fosse d'ostacolo all'amor suo. Come
mai? La disgraziata sapeva e poteva forse vietare al principe di
andarsene con altre donne? Che ombra poteva ella dare alla nihilista? I
due Russi non erano liberi di continuare a starsene insieme a Zurigo? Se
l'omicidio non si può ragionevolmente imputare nè all'uno nè all'altra,
potremo supporre che lo abbiano commesso insieme? L'assurdità sarebbe
doppia! Ora, se la vostra amica non avesse avuto ragione di fuggire la
vita, noi dovremmo, quantunque poco fondato, accogliere il sospetto
dell'assassinio. Ma i motivi che l'avrebbero spinta ad uccidersi non
solamente non mancano, ma abbondano. Voi avete nondimeno dalla vostra
parte un argomento, uno solo....
Il Ferpierre sostò un momento per riprendere fiato. Roberto Vérod
restava nell'attitudine con la quale lo aveva udito: a capo chino, le
mani strettamente congiunte, come quegli che aspetta un colpo mortale.
--Nella situazione della contessa d'Arda, tra gli scrupoli morali e gli
allettamenti della passione, nè cento nè mille donne s'uccidono.
Aspettano. Col tempo s'accomodano a condizioni di vita che per un
momento credettero insoffribili; vengono a patti con i loro scrupoli,
trovano nell'altrui esempio una scusa, sperano nella redenzione futura.
Tale è la condotta di tutte, di quasi tutte. Voi avete definito bene,
fin dal primo momento, l'importanza di questa ragione. Ma per credere
così, per sostenere che dopo l'ultima spiegazione con voi, dinanzi alla
visione del male inevitabile, ella non si sia uccisa, dovete concedere
che la vostra amica, che questa donna della quale decantate la grandezza
dell'anima, che veramente m'è parsa, in queste sue confessioni e per le
testimonianze di chi la conobbe, superiore a molte altre, dovete
concedere, dico, che fosse invece come tutte le altre, anch'ella capace
delle comode transazioni delle quali siamo spettatori quotidiani. È
bensì vero: chi si uccide non dà prova d'animo strenuo nè di fede
incrollabile; ma se, per opera vostra, questa infelice si trovò
nell'impossibilità di scegliere un terzo partito, io debbo credere che
la sua scelta cadesse su quello dei due che è meno brutto. E non è
proprio strano che debba io sostenere, contro di voi, la forza della sua
coscienza, la delicatezza dell'onor suo?....
Allora il Vérod, levandosi e premendosi la fronte con la destra,
esclamò, vinto, perduto:
--Non dite così!... Sì, è vero... Avete ragione... Potete avere
ragione... Ma non lo dite, non lo ripetete!... Perchè allora io, io
stesso l'avrei uccisa!... Ella sarebbe morta per me! per me!... E
vedete: a questo pensiero, a questo dubbio, il cuore mi si schianta, io
mi sento impazzire...
VI.
L'INCHIESTA.
Quando il giudice rimase solo, la fiducia che lo aveva sostenuto cadde
ad un tratto. La resistenza dei Vérod gli era stata di sprone
suggerendogli argomenti la forza dei quali contro l'accusa sembravagli
grande: sentendosi da ultimo dare ragione, invece d'affermarsi nella sua
opinione tornava a dubitare. La sua ricostruzione del dramma era
verisimile, ma nessuno poteva testimoniare che fosse vera; e la
possibilità dell'assassinio era veramente insostenibile? Dopo avere
lumeggiata una delle due ipotesi egli doveva esaminar l'altra; a questa
impresa accingevasi con cresciuta antipatia per gli accusati. Scosso dal
dolore del Vérod, ricredutosi rispetto alla morta, egli diffidava ora
maggiormente dei Russi.
Il domani dell'interrogatorio del giovane, insieme con i pacchi delle
carte sequestrate a Nizza ed a Zurigo, egli ebbe le informazioni
richieste al capo del dipartimento di polizia e alla legazione di Russia
a Berna intorno ai nihilisti. Ciò che già sapeva dell'indole del
principe Alessio Petrovich restava confermato e documentato da quei
rapporti lunghi e minuziosi, pieni delle deposizioni assunte nei
precedenti processi politici. Ma egli seppe pure alcune cose che non
sospettava.
Erede del genio della razza slava, mosso da sentimenti impetuosi e
troppo vicini ai primitivi istinti, Zakunine era anche infermo di
quell'isterismo che la moderna scienza delle malattie nervose ha trovato
non essere più doloroso privilegio del sesso femminile. Di lui, della
tumultuosa sua gioventù si narravano cose veramente incredibili.
Cresciuto orfano di padre, il suo odio per il secondo marito della
madre si era sfogato in ismanie omicide. Battuto a sangue, punito più
selvaggiamente che non avesse peccato, il suo carattere s'era peggio
inasprito.
Un giorno, a dieci anni, passeggiando con un compagno della sua stessa
età, si era appressato a una stazione ferroviaria; l'amico gli aveva
spiegato che i cantonieri percorrono i tratti di via a ciascuno di loro
affidati per accertarsi che nessun ostacolo minaccia l'incolumità del
convoglio; allora egli, profittando d'un momento che il compagno non
l'osservava, senz'altro scopo che una perversa curiosità del male, aveva
messo sotto le rotaie due grossi sassi e s'era indugiato fino all'arrivo
del treno per godere lo spettacolo della catastrofe. I sassi erano
grossi ma per fortuna friabili; le ruote della macchina li avevano
ridotti in polvere senza scostarsi d'una linea.
Un'altra volta, un poco più innanzi negli anni, la fredda insania di
quell'anima s'era manifestata in altro modo, contro sè stessa. Girando
per le sue possessioni della Piccola Russia, il figliuolo d'un mugik che
gli faceva da guida gli veniva spiegando le qualità dei vegetali;
dinanzi a una verde macchia, additata una pianta bassa dalle foglie
lunghe e villose, aveva detto: «Questo è giusquiamo, veleno tremendo.»
Allora, rapidamente, prima che la sua guida avesse tempo, non che
d'impedire l'atto, ma neppure d'accorgersene, egli aveva strappato
quante foglie la sua mano capiva, divorandole. La guida si era
ingannata, quella pianta non era giusquiamo; ma per un giorno tutti
avevano creduto Alessio Zakunine avvelenato ed erano rimasti tra
ammirati e sgomenti vedendo l'ironica allegria con la quale egli
aspettava la morte e sferzava i trepidanti.
Tutta la sua prima gioventù era stata una tempesta. Senza denaro, il
demone del giuoco lo aveva afferrato per i capelli: una notte, perduta
una somma fortissima che non poteva pagare, si era tirato un colpo di
revolver al cuore per non sopravvivere alla vergogna; la palla,
deviando, gli aveva fracassato l'omero. Battutosi in duello per una
quistione turpe e non riconciliatosi con l'avversario, lo aveva più
tardi salvato dalla morte, a rischio della propria vita, eroicamente.
Era stato impossibile, fino a diciotto anni, fargli apprendere nulla,
persuaderlo ad ascoltare una sola lezione; confuso una volta da una
donna, da una fanciulla, che gli parlava francese credendolo pratico di
questa lingua, aveva mutato vita da un giorno all'altro: per due, per
tre anni nessuno lo vide più: datosi allo studio con la foga che metteva
nelle cose maligne, aveva rapidamente acquistato il tempo perduto.
Intelligenza tersa ed acuta, nulla gli riusciva difficile. La sua
volontà era capace di fermezze ferree, di perseveranze instancabili, ma
non si manteneva sempre eguale; crisi di fiacchezze nervose, di
rilassamenti malaticci si alternavano con gli sforzi protervi. Questo
lato della sua costituzione morale era meno noto perchè egli metteva una
specie di geloso pudore nel nascondere le proprie debolezze. Nondimeno
era stato visto piangere.
Freddo e duro con i suoi proprii simili, amava d'umano amore le bestie.
Appassionato della caccia, i suoi cani gli tenevano luogo d'amici:
parlava con essi, li baciava, li guardava lungamente negli occhi quasi
per penetrare nell'oscura anima bruta. Dinanzi a quelle infime anime
egli si faceva umile: serviva le sue bestie, trascurava sè stesso per
badare che non mancassero di nulla; se qualcuna ammalavasi non aveva più
un momento di pace. Quando uno dei suoi cani morì, con la testa adagiata
sui ginocchi di lui, guardandolo con i miti occhi appannati; quando egli
vide irrigidite le elastiche forme, quando sentì freddo e inerte il
corpo prima vibrante sotto le carezze, quando ebbe compreso il mistero
della morte, il pianto, un muto e lungo pianto spetrò i suoi occhi. Per
le femmine non era stata mai tanto tenero come per i maschi; i colpi di
scudiscio, nei momenti d'ira, cadevano soltanto su quelle. Egli si
ricredette il giorno che una di esse, dato con stento alla luce mezza
dozzina di piccoli, si ammalò ma non sofferse che i figli le fossero
tolti, e tanto lamentosamente guaì che glie li restituirono, e spirò con
la prole attaccata al petto febbricitante.
Dalla compagnia delle donne aveva rifuggito come per istinto, fino da
piccolo. A vent'anni, morta sua madre, rimasto padrone d'un'immensa
fortuna, era uscito ad un tratto, con un voltafaccia repentino, dalla
vita solitaria delle campagne dove alternava i violenti esercizii con le
macerazioni dello studio, per darsi freddamente e quasi studiatamente
agli eleganti e malsani piaceri delle grandi città. Sciupò molto denaro
e molta forza nervosa, la sua costituzione già squilibrata deperì.
L'amore, il primo amor d'anima, gli fu ispirato dalla figlia del
principe Arkof. Con un morale anacronismo che in quella natura fuor del
comune non doveva stupire, egli amò del fanciullesco, ingenuo e timido
sentimento quando per ogni altro uomo non ne è più la stagione. La sua
adolescenza solitaria e selvaggia non era stata visitata da fantasmi
poetici; ma, per quelle leggi d'equilibrio e di compenso che sembrano
estendere il proprio impero dal mondo della materia al mondo dello
spirito, la poesia del cuore, alla virtù della quale egli pareva essersi
sottratto, lo invase quando fu immerso nei più prosaici e disgustosi
amori. Come la confusione provata una volta lo aveva spinto a trarre la
propria mente dai limbi dell'ignoranza, così il turbamento sentimentale
redense l'anima sua. Da un giorno all'altro, per un tempo non breve,
nessuno più lo riconobbe: lasciate le indegne compagnie, fuggite le vili
occupazioni, con una reazione imprevedibile non visse se non di sogni,
di pura contemplazione, di adorazione muta e discreta; non altro
proponimento lo animò se non quello di rendersi, con una vita esemplare,
degno della creatura amata. L'incanto si ruppe e il malefizio tornò ad
operare su lui quando, per la tirannia dei parenti, la principessa
Caterina andò sposa al generale Borischoff, governatore di Kiew. Allora
gl'impeti selvaggi, le convulsioni violente tornarono ad assalirlo; ma,
cosa strana, non gli presero immediatamente la mano. La sincerità del
suo ravvedimento, la capacità sentimentale dell'anima sua furono provate
e misurate da ciò: che egli seppe frenarsi ed accettò di sapere in
braccio altrui la sposa del cuor suo. Egli che non le aveva quasi
parlato, che non ne conosceva i sentimenti, che si era appagato di
sospirarla da lontano, potè credere, vedendola accettare la mano del
generale, che lo amasse, che sarebbe stata felice con lui. E sanguinando
e struggendosi, tacque, scomparve, per non esserle d'ostacolo; ma quando
seppe che il fortunato rivale era immeritevole della fortuna ottenuta,
che non solo non faceva felice, ma avviliva, maltrattava e mortificava
la creatura alla quale egli aveva voluto risparmiare, non che un dolore,
un solo pensiero molesto, allora la furia del cruccio, del rimorso e
dello sdegno lo gettarono in mezzo ai nihilisti che meditavano
d'uccidere il terribile governatore. Scoperta la congiura, il gran nome
e più del nome il motivo tutto morale, estraneo alla politica, che lo
aveva animato, lo salvarono dalle pene crudeli inflitte ai suoi
compagni; ma quella politica, alla quale fino al giorno prima era stato
indifferente, lo infiammò subitamente.
Durante i preparativi del complotto, nella frequentazione dei
rivoluzionarii, egli non aveva potuto, dominato com'era da un'altra
idea, porre mente alle ragioni che armavano i suoi compagni; l'amore
della libertà, l'odio della tirannide, la sete di giustizia, l'ideale di
fratellanza dovevano essere per l'amante vendicatore incomprensibili; ma
quando fu arrestato e processato, quando conobbe le brutalità della
polizia, l'incoscienza dei giudici, l'eroismo dei complici; quando si
vide sbandito dalla patria; quando conobbe, girando per il mondo con la
morte nel cuore, i dolorosi contrasti delle grandezze superbe e delle
miserie insanabili, una nuova meta brillò repentinamente ai suoi occhi:
la redenzione umana.
Ma, come era da prevedere, neanche questa volta egli conobbe misura. In
Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra cercò i capi del partito
nihilista ed anarchico, diede quanto potè della sua sostanza e tutta la
sua attività personale alla propaganda, si mescolò a nuove congiure che
sortirono effetti cruenti, fu ancora una volta processato e condannato a
morte. Con una temerità incredibile tornò in Russia, celatamente, più
volte, per intendersi con i suoi compagni di fede, per animarli e
dirigerli; fu per cadere nelle mani della giustizia, si salvò
miracolosamente, riprese più tardi a complottare all'estero sempre
sognando e preparando il cataclisma sociale che lo avrebbe restituito al
suo paese risorto.
Il giudice Ferpierre riportava dalla lettura di quei documenti
un'impressione vivace. L'istintiva avversione che egli provava per il
ribelle si era venuta secretamente temperando con un sentimento di
pietà. Quell'anima convulsa non era tutta malvagia: messa e guidata per
altre vie avrebbe potuto dare al mondo luminosi esempii di bene. Perchè
mai l'amore d'una creatura come la contessa d'Arda non l'aveva
guarita?...
Dell'influenza che questo amore aveva esercitata sul principe i rapporti
della polizia dicevano qualche cosa. Cinque anni innanzi, al tempo che
aveva conosciuto l'Italiana, l'attività politica di Zakunine era quasi
cessata. Pareva che egli avesse dimenticato i suoi ideali, i suoi
complici e tutto per vivere vicino all'amica. Il mutamento era tanto più
notevole quanto che non riguardava la politica ma anche i costumi.
L'esuberante e insaziata capacità di vita che era in quell'uomo non
s'appagava dell'assidua prosecuzione della riforma sociale: tra l'uno e
l'altro complotto egli trovava tempo di passare d'amore in amore. Le sue
fortune galanti erano innumerevoli: come per virtù d'un fascino tutte le
donne che aveva fatto oggetto d'un desiderio erano state sue. Da questa
vita egli era uscito per opera della contessa Fiorenza. Intorno ai
sentimenti da lui provati a quel tempo il giudice ebbe più precisa
notizia leggendo le carte trovate nel domicilio della defunta, a Nizza.
Fra quelle lettere, la più parte insignificanti o rivelatrici di cose
già note al Ferpierre, c'erano quelle che il principe aveva scritte
all'amica nei primordii dell'amor loro. Erano così appassionate e
ferventi che quasi un caldo alito se ne sprigionava: le parole
sospiravano, cantavano, ardevano come vive fiamme.
«Luce del mondo, vita dell'anima, sorriso della grazia, porto della
salute, volete voi udire ciò che nessun vivente udì mai? Mai nessun
vivente seppe chi sono. Io non ebbi madre, io non ebbi sorella. Non me
ne dolgo, ne sono altero e superbo, perchè ora a voi prima, ora a voi
sola potrò svelare il cuor mio...»
Ed egli le si confessava, candidamente: le diceva che era un infermo, un
fanciullo, un pazzo bisognoso di cure e d'amore; che l'apparente suo
coraggio nascondeva una paura infantile, che nella superbia era umile,
che odiando amava, che le lacrime della pietà erano in lui represse dai
sorrisi dello scherno, che trascorreva dall'uno all'altro estremo con
una dolorosa inquietudine, con un'ansia tormentosa, col bisogno
nostalgico d'una immutabile serenità.
«L'amor vostro sarà la salvezza, la pace, il porto, la terra promessa,
il paradiso perduto e ritrovato. Amatemi come ho bisogno d'essere amato,
come si amano i bambini e le bestie, d'un amore che sia indulgenza,
pietà, consolazione, lenimento e soccorso...»
Se la contessa d'Arda non era riuscita nell'opera bisognava darne a lei
la colpa? Rammentando il diario della morta e le stesse confessioni del
principe, il Ferpierre doveva ammettere che la colpa non era stata della
contessa ma dello stesso Zakunine. Forse se ella lo avesse conosciuto
prima, quando il male non aveva messo in lui radici tanto profonde, lo
avrebbe guarito; ma il loro incontro era avvenuto troppo tardi, e se per
un poco egli aveva dimenticato le inveterate abitudini di vita e di
pensiero, era ben tosto tornato quello di prima. E poichè le continue
reazioni di quell'anima parevano crescere in violenza, egli aveva fatto
scontare alla contessa Fiorenza le promesse di ravvedimento con le
derisioni e gli oltraggi. Credendo alle promesse di lui, la contessa lo
aveva condotto in Italia, a Milano, sui laghi lombardi, nei luoghi a lei
familiari, nelle case dove ella era vissuta, sperando che per la
lontananza dai compagni di fede e per la virtù del benefico clima morale
la guarigione sarebbe stata più pronta. Invece più rapido era stato il
disinganno, perchè dall'Italia egli si era fatto espellere. L'avventura
aveva fatto molto rumore nella penisola: quantunque il solo nome d'un
rivoluzionario come Zakunine potesse giustificare il provvedimento della
polizia italiana, il ministro Francalanza era stato accusato d'averlo
preso per ragioni intime, perchè c'era di mezzo una gran dama; vivaci
interpellanze erano state portate in Parlamento. Lo scandalo aveva
dolorosamente ferito la contessa; ma, nonostante, ella aveva seguito lo
sbandito, accettando l'esilio. Fuori d'Italia egli si era dato
nuovamente alle congiure ed agli amori, tutto quanto. L'anno innanzi un
grandioso tentativo rivoluzionario in Russia, da lui ideato e diretto,
era stato sul punto di riuscire. Mentre la nave che doveva trasportare
lo Czar da Pietroburgo a Kronstadt saltava in aria, mentre due
reggimenti si ribellavano a Mosca, mentre una colonna di condannati in
Siberia marciava in armi verso gli Urali, un manipolo di fuorusciti
sbarcava in Crimea e metteva in fiamme le province meridionali
dell'impero. Se l'autocrate si fosse trovato sul battello naufragato, la
sua morte nel punto che da tante parti gli audaci scendevano in armi
avrebbe forse segnato il principio della fine; ma, per un improvviso
mutamento, la Corte aveva seguito la via di terra, e allora le parziali
rivolte erano state soffocate nel sangue: dei capi, solo Zakunine,
rimasto lontano, sopravviveva.
Tale era l'uomo che Roberto Vérod accusava di aver ucciso la contessa
d'Arda.
--È costui capace d'aver commesso l'assassinio?--domandava il Ferpierre
a sè stesso; e contrariamente all'opinione di Giulia Pico rispondeva:
--È capace!
Ma aveva veramente uccisa la disgraziata? La capacità di delinquere non
valeva nulla, senz'altro. Nel suo giornale, Fiorenza d'Arda aveva, sì,
trascritto la minaccia di lui: «Se tu m'abbandoni quando non t'amo più,
te ne sono grato; se mi tradisci quando t'amo ancora, ti uccido:» ma,
come il giudice aveva dimostrato al Vérod, non era vero che la contessa
lo avesse tradito; amata ancora da lui, ella avrebbe trovato maggiori
difficoltà a lasciarlo; l'idea di restargli accanto per dovere,
quest'idea che appariva dominatrice del suo pensiero, sarebbe stata
rafforzata dal presentimento del dolore che gli avrebbe inflitto. E,
innanzi tutto, si doveva ancora provare che egli avesse veramente
ripreso ad amarla!
Che cosa aveva fatto negli ultimi tempi? Bisognava credere che tenesse
in un luogo secreto i documenti della sua attività rivoluzionaria,
perchè nel suo domicilio di Zurigo se ne trovarono pochissimi. Questi
tuttavia non erano senza importanza. Alcune lettere di correligionarii,
con date recenti, erano piene di sorde accuse. Dalla Russia i compagni
gli scrivevano lagnandosi a una voce del suo silenzio, della sua
freddezza, rimproverandogli di non mantenere promesse sulle quali
facevano assegno e quasi accusandolo di tradimento. I nihilisti avevano
deliberato un altro tentativo subito dopo l'ultimo disastro: un
tentativo che era disperato ed inutile, ma che pure avrebbe attestato
come l'imperversare della più feroce reazione non potesse toglier loro
l'ardire e la speranza. Ora essi gli scrivevano: «Mentre noi siamo qui
pronti a dare la nostra vita, mentre non aspettiamo altro che una
parola, tu ci abbandoni? Il tuo coraggio è dunque proprio finito dopo
Kronstadt? Eppure non arrischiasti gran cosa! Te ne rimanesti al sicuro,
mentre qui si moriva!...»
Come mai Zakunine si lasciava rimproverare così? I correligionarii lo
accusavano a torto, oppure lo zelo di lui si era veramente intepidito? E
in tal caso come e perchè l'ostinato ribelle aveva potuto distogliersi
dallo scopo della sua vita?
Pensando che già una prima volta, all'inizio della sua amicizia per la
contessa d'Arda, il principe aveva quasi tralasciato la propaganda;
considerando che, prima ancora d'aver concepito l'ideale politico, il
giovane era stato trasformato dall'amore della principessa Arkof, pareva
al giudice di dover sospettare che ancora nell'amore fosse la ragione
del nuovo mutamento. Era l'antica passione per la contessa
improvvisamente ridestatasi, oppure qualche nuova avventura? A priori,
il Ferpierre non poteva escludere che Zakunine avesse ripreso ad amare
Fiorenza d'Arda, anche dopo averle inflitto tanti tormenti: in un'anima
come la sua inclinata agli estremi, obbediente a contrarie
sollecitazioni, questo rinnovamento sentimentale era possibile,
specialmente dopo che la contessa amava il Vérod. Ma il contegno del
principe, negli ultimi tempi, non era tale da far accogliere l'ipotesi.
Se dalle dichiarazioni di Giulia Pico risultava che egli era diventato
migliore per l'antica amante, risultava pure che aveva continuato a
starsene lontano. Una visita di pochi giorni ogni due settimane od anche
ogni mese poteva appagare un cuore veramente innamorato e geloso? Poteva
Zakunine restarsene lontano quando sapeva che un altro gl'insidiava il
suo bene? Se l'amore, un amore così prepotente da spingerlo poi al
delitto, avesse dato nuove vampe nel suo cuore, egli avrebbe dovuto
gettarsi ai piedi della contessa, mostrarsi finalmente convertito e
redento, indurla a fuggire con lui, a nascondersi in qualche angolo
ignorato del mondo. Se egli avesse detto qualche cosa di simile, la
contessa sarebbe stata senza dubbio fortificata nella sua resistenza al
Vérod e un accenno se ne sarebbe trovato nel suo diario. O bisognava
credere che, struggendosi d'amore e di gelosia, il principe non le
avesse detto nulla per amor proprio, per alterigia? Da parte d'un suo
pari, d'un uomo il cui pensiero si mutava in azione rapidamente, come in
un fanciullo, ciò non era da credere. Per qual motivo tornava egli
dunque dall'amica e la trattava meglio nelle ancor troppo rare e brevi
sue visite?
Il Ferpierre scoperse questo motivo quando, fra l'altre, lesse anche le
lettere d'affari che il procuratore della contessa d'Arda le scriveva
dall'Italia. In queste lettere si parlava di cambiali del principe, di
conti che egli doveva rendere, di somme inviategli per mezzo di
banchieri. Era evidente che Zakunine, impegnata la sua sostanza
nell'opera rivoluzionaria, bisognoso anche di molti denari per la vita
dissipata, aveva ricorso all'amica sua. Nei primi tempi l'intimità del
loro legame scusava se non legittimava gl'imprestiti; più tardi, finito
l'amore e cominciati i mali trattamenti, egli non era stato in grado di
soddisfare gl'impegni. E frattanto i suoi bisogni erano divenuti più
urgenti. L'ultima cospirazione di Kronstadt gli era costata tanto, che
egli non aveva saputo più come fare: da lettere di risposta trovate a
Zurigo appariva che si era rivolto a più parti, insistendo
premurosamente per avere soccorsi.
A queste notizie il Ferpierre accolse un dubbio grave. Zakunine e la
nihilista avevano uccisa la contessa per impossessarsi del suo
denaro?...
Il sospetto, a priori, non era irrecusabile. In casa della morta si
erano trovati molti valori; ma ella era tanto ricca che forse ne aveva
potuto possedere, l'ultimo giorno, per una somma maggiore. Ad arte i due
Russi, se il furto era il movente del crimine, potevano non averli
involati tutti: ma difficilmente si spiegava in tal caso il modo
rumoroso col quale l'avevano uccisa e l'acuto dolore al quale Zakunine
era parso in preda; nè si poteva dire come e dove avessero nascosto le
somme rubate nei pochi istanti trascorsi fra il colpo e l'accorrere
delle persone di servizio. Si doveva credere che qualcuna di queste
persone fosse loro complice? Oppure che essi aspettassero ancora di
sottrarre i denari dopo aver fatto credere al suicidio, non prevedendo
l'accusa del Vérod?
Il Ferpierre deliberò di far chiedere a Milano al ragioniere di casa
d'Arda se i valori rinvenuti ai -Cyclamens- erano interamente quelli che
si dovevano rinvenire, e di interrogare quindi i servi per iscoprire se
qualcuno di loro potesse, nella confusione del primo momento, aver preso
dagli assassini le somme mancanti. Ma quantunque egli tutto credesse
possibile al mondo, pure non ammetteva ora in Zakunine tanta malvagità
da uccidere per rubare. La supposizione che si poteva, che si doveva
logicamente fare era un'altra. Zakunine tornava dalla contessa non per
amore che sentisse di lei, ma per il bisogno dell'aiuto che ella poteva
dargli spontaneamente. Ricca oltre misura, avvezza a non spendere per sè
neanche la quarta parte delle sue rendite, ella poteva immediatamente
togliere l'antico amante dall'imbarazzo. Per ciò il principe veniva a
trovarla di tanto in tanto e le si mostrava migliore. L'amore, la
passione che non soffre indugi e lontananze, lo tratteneva altrove, lo
faceva vivere a Zurigo--dove viveva la Natzichev.
Era credibile che quell'uomo, a cui la leggenda attribuiva le amanti di
Don Giovanni, fosse rimasto vicino alla studente senza che la comunanza
delle dottrine e degli scopi non desse origine a relazioni più intime? E
qualche indizio a sostegno di questo sospetto non mancava. Come dalla
Russia, così dall'Inghilterra i compagni di fede si rivolgevano a lui,
rimproverandolo di averli abbandonati: «La vostra presenza è qui
necessaria,» gli scrivevano da Londra; «vi aspettiamo da quattro mesi:
che cosa v'impedisce di venire? Sarebbe tempo che manteneste la vostra
parola!... O qualche nuova avventura vi trattiene costì?...» Lo
scrittore di quella lettera aveva dunque avuto sentore degli amori con
la giovane profuga?
Fra le carte della Natzichev il giudice non ne trovò alcuna che gli
servisse. Si riferivano tutte agli studii di lei; c'erano molti scritti
sulle più dibattute quistioni sociali, bozze di articoli destinati alla
rassegna americana -The Rebel-, a fogli spagnuoli e olandesi con i quali
era in corrispondenza. Quantunque l'antipatia del magistrato non
cedesse, egli era costretto a riconoscere tra sè che la coltura della
giovanetta era fuor del comune: scriveva correttamente lo spagnuolo,
l'inglese e il tedesco; mandava ai giornali bibliografie nelle quali
rendeva conto d'ogni sorta di pubblicazioni scientifiche e filosofiche.
Le informazioni assunte alla polizia di Zurigo deponevano anch'esse in
favor suo. Ella aveva lasciato la Russia da tre anni, sola, senza mezzi,
dopo che il padre e il fratello erano stati deportati in Siberia per
mene rivoluzionarie. A Zurigo aveva cominciato il corso di medicina,
vivendo del proprio lavoro, con le traduzioni di opere scientifiche
fatte per conto di editori francesi e tedeschi. Era in relazione con
tutti i rifugiati politici, ma non aveva preso parte attiva a complotti;
anzi con gli scritti e con le parole disapprovava i continui e inutili
sacrifizii di vite. Inclinava alla propaganda morale, alla preparazione
delle coscienze; ma, natura ardente e virile, non avrebbe esitato a
scendere ella stessa all'azione se l'avesse creduta necessaria.
E quantunque dei suoi rapporti col principe nulla si dicesse di preciso,
il sospetto che fossero amanti si rafforzava. Amandola, stando a Zurigo
per lei, Zakunine non aveva abbandonato gli agitatori impazienti, oltre
che per la snervante azione dell'amore, anche per la persuasione
direttamente esercitata dalla giovane? Costei non doveva aver messo
opera a far ricredere il principe, a dimostrargli la stoltezza degli
inutili eccidii?
Queste supposizioni parevano al Ferpierre verisimili. E l'accusa del
Vérod ne restava sempre più infirmata. Se il principe amava la
nihilista, i suoi rapporti con la contessa non erano tale ostacolo da
spingerlo a ucciderla. Il ribelle per cui la legge coercitiva non aveva
valore, poteva sentirsi legato da uno scrupolo tutto morale? In realtà
non aveva egli già lasciato l'amante sua per correre a nuovi piaceri?
Che cosa gli vietava di fare altrettanto, con maggiore libertà delle
prime volte? Realmente egli si era avvicinato alla contessa e l'aveva
trattata con maggiori riguardi; ma se pure ciò poteva dimostrare che era
pentito dei mali trattamenti d'un tempo, il pentimento, il sopravvenire
degli scrupoli, contraddicevano all'ipotesi dell'assassinio: non poteva
volere la morte d'una creatura chi si pentiva d'esserle stato causa di
dolore.
Se il principe fosse stato marito della defunta; se, stanco di lei,
avesse voluto sposare la nihilista e se la nihilista avesse voluto
sposar lui, il dramma poteva ragionevolmente ricostruirsi così: finto
d'essere ravveduto, il marito tornava presso la moglie, persuadeva gli
altri e lei stessa della propria conversione in modo da stornare ogni
sospetto; poi, solo o con la complicità dell'amante, la uccideva per
liberarsi. Ma egli nè era indissolubilmente legato alla contessa, nè si
poteva credere che volesse legarsi alla giovane connazionale: tutte
queste supposizioni si dovevano abbandonare. Il ravvedimento di
quell'uomo era tuttavia sincero o per meglio dire credibile, perchè
aveva uno scopo: il bisogno di denaro. Oltre a questa, un'altra ragione
più sottile poteva spiegarlo.
Nella sua lunga e varia esperienza il Ferpierre aveva molto attentamente
studiato le passioni umane; egli sapeva che gli amanti infedeli sogliono
essere presi, nel punto del tradimento, da un senso di pietà per
l'amante tradito. Con la coscienza di far male, essi attenuano la
propria colpa accordando una commiserazione che dovrebbe dimostrare la
bontà dell'animo loro, ma che infatti è un godimento da egoisti e, come
tale, offende peggio i traditi. Il principe che aveva trascurato e
vilipeso l'amica sua quando era andato in cerca di semplici piaceri,
poteva essere stato disposto da una nuova passione a questa presuntuosa
pietà; per meglio gustare la propria fortuna era forse venuto a
contemplare lo spettacolo dell'infelicità da lui cagionata, a
confortarla ipocritamente.
Se questa era la giusta spiegazione del sentimento di Zakunine, quale
effetto doveva essersi prodotto nell'animo della contessa? Amando
anch'ella un altro uomo, poteva essere stata gelosa della nihilista e
per gelosia impotente darsi la morte? Non si poteva credere. Al
contrario: la certezza che il principe era d'un'altra doveva averle
procurato, nonostante la serietà che aveva per lei l'impegno preso con
la propria coscienza, un senso di liberazione; ella aveva dovuto sentire
che, a giudizio dei più, sarebbe stata ora scusabile se avesse ripreso
la propria parola. Ma contro questo accomodamento stavano tutti i suoi
scrupoli, e l'ipotesi del suicidio appariva anzi più naturale se la
disgraziata aveva ignorato che la pietà del principe era falsa.
Potendola credere sincera, ignorando il nuovo amore di lui, ella aveva
dovuto sentir crescere la difficoltà di secondare le speranze del Vérod.
Ma aveva realmente ignorato il nuovo amore del principe? Anzi il
principe amava realmente la nihilista? Il Ferpierre sentiva di dover
prima accertarsi di questa opinione, verisimile senza dubbio, ma non
ancora provata.
Recatosi al carcere dell'Evêché dove gli accusati erano detenuti, egli
deliberò di cominciare il nuovo interrogatorio dalla giovane. Lo
sprezzante atteggiamento di lei nel giorno della catastrofe gli aveva
lasciato il desiderio e quasi il bisogno di misurarsi con quell'anima
fiera per piegarla e forse confonderla. Il direttore delle prigioni,
intanto che i guardiani andavano a prendere l'accusata per condurla
dinanzi al magistrato, riferiva a quest'ultimo che il contegno di lei,
nei due giorni di prigionia, era stato quello di chi non solamente è
tranquillo ma sfida i sospetti. Si era lagnata della cella e del cibo,
aveva chiesto di poter leggere e scrivere, aveva scritto infatti uno
studio sull'emigrazione svizzera pieno di cifre e di notizie
statistiche. Introdotta nel gabinetto della direzione, sedette a un
cenno del Ferpierre sostenendone lo sguardo indagatore e incrociando le
braccia.
--Pare che la vostra memoria si sia finalmente destata?--cominciò il
giudice--Se le notizie e le cifre che avete consegnate in questo scritto
sono esatte, essa è anzi molto tenace! Vorrei quindi sperare che non vi
farà difetto riguardo alle cose ora principalmente utili a sapere. Da
quanto tempo conoscete il principe Alessio Petrovich?
--Da molti anni.
--Dalla Russia?
--Sì.
--Come lo conoscete?
--Era amico dei miei fratelli.
--I quali gli erano anche compagni di fede, naturalmente?... Dopo aver
lasciato il vostro paese, dove lo incontraste?
--Qui, a Losanna.
--Era solo?
--No.
--Era con la contessa?
--Con lei.
--Andaste voi da lui? Come vi vedeste?
--Seppe del mio arrivo, cercò egli stesso di me.
--Per che motivo? Per avere notizie di Russia? Per trascinarvi nei suoi
complotti?... Rispondete!
Ella rispose dopo un momento di silenzio:
--Per aiutarmi.
--In che modo?
--Io ero sola, senza mezzi, in paese sconosciuto. Venne a offrirmi il
suo appoggio.
--Vi diede denaro?
--L'offerse. Io lo rifiutai.
--Come vi giovò, dunque?
--Mi raccomandò a persone di sua conoscenza, mi procurò lezioni di
russo, mi fece scrivere sui giornali e le rassegne.
--Quanto tempo foste insieme?
--Un giorno.
--Partiste voi o partì lui?
--Io.
--Andaste allora a Zurigo?... Vi scriveste?... E quando vi rivedeste?
--Un anno dopo, a Lugano.
--Egli era solo?
--Sì.
--Non sapete perchè? Comprendeste che non amava più la contessa?
--Non m'occupai di queste cose.
--Perchè andaste a Lugano? Che cosa vi faceva egli stesso?
La giovane non rispose.
--Non lo volete dire?
--Non posso.
--Il partito vi adunava?
Ella restò ancora muta.
--Quanto tempo steste a Lugano?
--Tre giorni.
--E poi?
--Tornai a Zurigo.
--Quando ci venne egli?
--In questo aprile.
--Per far che cosa?
Come l'interrogata taceva ancora, il Ferpierre riprese, pacatamente:
--Non volete rispondere neppur ora?... Capisco il vostro ritegno. Voi
non potete e non dovete svelare i secreti della vostra associazione. E
col silenzio vorreste significare che egli venne a Zurigo appunto per
lavorare alla propaganda, per congiurare, per una ragione politica,
insomma. Vi avverto però che c'è qualche punto oscuro da rischiarare
prima di credere questa cosa. Nel tempo che secondo voi egli stette a
Zurigo per ragioni politiche, dalla Russia, dall'Inghilterra, da tutte
le parti gli scrissero chiamandolo, rimproverandolo di trascurare la
causa, accusandolo di freddezza e quasi di viltà. Abbiamo una quantità
di lettere che sono molto chiare. Come spiegate questa contraddizione?
La giovane scosse il capo senza pronunziare una sillaba.
--Continuate a non volere rispondere?... E come mai, quando egli lascia
Zurigo e viene qui a Ouchy, voi che prima non lo avete cercato, correte
a trovarlo, più volte, in una casa che oramai non era più sua, tanto che
vi troviamo con lui il giorno della catastrofe?... Non rispondete neppur
ora?... Vi dirò dunque un'altra cosa: fra queste lettere dove quasi lo
incolpano di tradimento ce n'è una di un amico il quale lo scongiura di
non ricadere in una debolezza che pare gli sia abituale: quella di
lasciarsi sedurre dalle donne, di dare troppa parte del suo tempo alla
galanteria... Questo amico scrive come se già sapesse che proprio una
nuova avventura con un'altra donna lo distrae dal compimento del dovere
verso i compagni..... Perchè evitate ora di guardarmi? Se vi domandassi
chi è questa donna che cosa mi rispondereste?
Ella disse fermamente, fissandogli gli occhi negli occhi:
--Sono io.
--Ah, confessate?--esclamò il Ferpierre.--L'altro giorno vi offendeste
del mio sospetto!... Bene! Ditemi allora: quando mutarono i vostri
rapporti?
--Quando egli venne a Zurigo.
--Venne apposta per voi?
--No.
--Perchè allora?
--Per motivi politici.
--Spiegatemi come mutarono i vostri rapporti. In due anni vi vide due
sole volte. Vi disse allora nessuna parola d'amore?
--Nessuna.
--E voi?
--Io l'amai dal primo giorno che venne a soccorrermi.
La voce della giovane, quantunque ella si studiasse di contenersi,
rivelava un turbamento secreto.
--Allora voi stessa parlaste la prima?
--No.
--Egli s'accese così, improvvisamente, dopo che per due anni non aveva
pensato a voi?
--Stetti parecchi mesi a Zurigo, ci vedemmo ogni giorno.
--Non sapete che, dopo avere abbandonato la contessa, venne a cercarla,
proprio da Zurigo?
--Lo seppi.
--E non ve ne inquietaste?
--No.
--Come mai? Anche poco fa, quando vi chiesi del suoi rapporti con
l'Italiana, rispondeste che non vi occupavate di queste cose. Se lo
amavate veramente, come non vi premeva di saperlo libero?
--Lo sapevo libero.
--Volete dire che per lui l'impegno preso con la morta non valeva?
--Voglio dire che non la amava più.
--Ma non sapevate che ella, sì, lo amava?
--Ora neppur ella lo amava più.
--Perchè dunque tornò da lei?
--Avevano ancora interessi comuni.
--Chiamate interessi comuni i prestiti dei quali la richiedeva?... Ma se
ella non lo amava più, non poteva esser gelosa di voi!
--No.
--Allora perchè si sarebbe uccisa?
--Non so. Per suoi scrupoli, forse.
--Perchè voleva ma non poteva amarne un altro?
--Non so. Forse. Il suicidio, anche quando pare lungamente premeditato,
si compie sempre per un impulso momentaneo ed improvviso. Basta che vi
sia un motivo di dolore. Ella ne aveva molti.
--Ragionate molto bene!... Seppe il principe che ella amava un altro?
--Non credo.
--Non ve ne parlò mai?
--Mai.
--Ora torneremo a interrogar lui.
Licenziata la giovane, il Ferpierre ordinò che fosse introdotto
Zakunine.
La condotta di costui, durante la prigionia, era stata tutta diversa da
quella della presunta sua complice. Nulla aveva chiesto per sè, non cibi
speciali, non libri, non carta; di nulla si era lagnato; non aveva quasi
detto verbo: le guardie riferivano che passava il suo tempo giacendo sul
letto, immobile, come se dormisse. All'aspetto, dagli occhi arrossati,
l'interno travaglio era visibile; ma l'ingiustizia dell'accusa o il
rimorso del delitto lo travagliavano?
Quando il Ferpierre gli domandò se persisteva nelle sue dichiarazioni,
se non aveva nulla da aggiungere a propria discolpa, egli rispose con
voce cupa:
--Nulla.
--Riconosceste l'altro giorno i vostri torti, confessaste di non aver
ricambiato l'affetto che la contessa d'Arda vi portava. Se non l'amavate
più, perchè non la lasciaste senz'altro al suo destino?
--Ella mi voleva suo.
--Anche sapendo che a voi non importava più di lei?
--Credeva d'essersi unita a me per sempre.
--E voi sentivate come una specie di dovere, qualche volta, fra una
corsa e l'altra, fra l'una e l'altra avventura, di tornare per un poco
presso di lei? Questo sentimento vi fa molto onore!
Il principe guardò in faccia il Ferpierre, quasi in atto di replicare
all'ironia dell'osservazione. Poi, chinato il capo, a voce bassa, con
accento d'amarezza, disse:
--Questo sentimento fu anche molto provvido!... Infatti, quando ella
potè credere d'essersi liberata di me e pensare a disporre altrimenti
della propria vita, io venni a rammentarle l'impegno antico, l'errore
che doveva pesare su lei irreparabilmente!
Diceva egli così perchè questa era la verità o perchè, colpevole,
comprendeva l'efficacia della difesa?
--Avevate anche da ricorrere a lei per denaro?
Zakunine alzò la fronte a quella domanda, fissando lo sguardo
improvvisamente acceso sul magistrato; poi tornò a chinarlo, confuso.
--Che cosa vi ha trattenuto a Zurigo tutta questa estate?
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