«Io sono felice. La fiamma s'apprende da anima ad anima come da face a
face. Le sue parole sono come l'alito dell'interno fuoco. Potevo
nascondergli il mio pensiero? Se pure avessi voluto tacerlo, non
l'avrebbe egli letto?
«Quando noi crediamo una cosa neghiamo tutte le altre, quando proviamo
un sentimento disconosciamo i sentimenti opposti o semplicemente
diversi. Questo è il mio primo istinto. Mi pare d'aver cominciato a
vivere da un mese soltanto. La ragione ammonisce, il cuore ricorda. È
un'altra cosa...
«Se vi sono più modi d'amare ve n'è uno migliore, più desiderabile, più
vero? Bisogna che la voce della ragione non sia più udita, che tutte le
memorie siano dimenticate, che una sola idea vinca tutte le altre e un
solo bisogno rompa tutti gli ostacoli?...
«Le sue risa d'oggi m'hanno fatto male. Non avrei voluto che egli
ridesse udendo narrare un atto eroico. Quanto grande è la sua fede tanto
profondo e amaro è il suo scetticismo. Chi lo ha fatto così? La vita,
dice egli.
«Una pena maggiore ho provato nell'udirlo ridere di sè stesso. Quando
ride di questo suo riso falso mi pare che vi sia qualcosa di rotto nella
sua voce, nel suo petto...
«Se i nostri sentimenti vivono ad uno ad uno e se quelli già morti sono
da noi negati, il sentimento vivo ha bisogno di credersi eterno. Questo
è l'errore. La felicità che io provai giorni addietro mi pareva
indistruttibile. Non è distrutta, ma turbata.
«Che pena! Che pena! Mai più avrei sospettato tante miserie, tanti
dolori, È questa la prima volta che egli li confida a qualcuno. E ride
ancora! Non voglio...
«La sua lettera d'oggi m'ha fatto palpitare di superbo contento. Se
fosse vero! Se io avessi veramente questa forza!»
Con l'espressione di quel dubbio il diario restava ancora una volta
sospeso, quasi che prima di riprenderlo la scrittrice avesse voluto
provare. Ma nei fogli successivi le confessioni non erano più ordinate.
«La vita è più difficile che io non credessi.»
Questo solo giudizio leggevasi in una pagina; più oltre un dubbio
ancora:
«Credere d'aver ragione sarebbe dunque presunzione?
Poi alcune frasi di senso oscuro:
«In nessun modo, ma giova sperare...
«Non è debolezza, non è sorpresa: ho pensato lungamente, la fede mi
sorregge, io vedo la meta....
«Ora le parole mancano...»
Sotto una data: «18 giugno 1890» stava scritto:
«Dinanzi a Dio, per sempre.»
E il Ferpierre cercava d'approfondire il senso di quelle parole
collegandole in modo da ricostruire l'intima storia.
Le cose dette dal Vérod si confermavano: l'idea di far del bene
all'anima inferma di Zakunine appariva dominante nel pensiero della
contessa: con la sua mitezza soave, per la legge d'attrazione fra i
contrarii, ella doveva apprezzare la forza impetuosa, la foga indomabile
del ribelle come greggie ricchezze dalle quali si sarebbe potuto
esprimere un valor puro. Certamente qualcosa di più semplice, il solo
amore, bastava a spiegare la relazione stretta fra i due; e dell'amor
suo ella dava una prova eloquente quando confessava di comprendere i
dubbii del marito e del padre intorno alla sua felicità d'un tempo.
L'affetto del marito le era bastato; ella non aveva fatto un sacrifizio
accettando di sposarlo nonostante la grande differenza delle età;
quantunque la possibilità del matrimonio le fosse apparsa tardi, ella
era stata veramente felice con lui; il dubbio era postumo, ma dimostrava
con grande evidenza come più forte ed eccitante fosse il sentimento
nuovo. Tuttavia la commozione per i mali che travagliavano il principe,
la speranza e quasi il dovere di giovargli avevano dovuto determinarla
ad assecondarne l'affetto.
«Se fosse vero! Se avessi questa forza!» Manifestamente il principe le
aveva detto che l'amore di lei era il suo conforto, la sua gioia, la sua
salute; fosse egli sincero, o fingesse calcolando sull'effetto di quelle
parole, era certo che l'effetto non poteva mancare in un'anima amante.
Liberi entrambi, niente avrebbe vietato che s'unissero legittimamente,
se il ribelle non avesse disconosciuto e odiato le leggi, anzi diretto
ogni suo sforzo a distruggerle. Della sua conversione avrebbe potuto
darle la massima prova, sposandola; ma probabilmente non era sincero
dicendosi convertito. Con più verisimiglianza nessuna allusione diretta
avevano essi dovuto fare al loro avvenire; nè il principe aveva
esplicitamente promesso di convertirsi al matrimonio, nè la contessa gli
aveva rigorosamente imposto di mettersi in regola col mondo: durante un
certo tempo entrambi avevano dovuto amarsi castamente, ella sperando di
placare e redimere il negatore, egli forse sorridendo di questa sua
speranza: un giorno la complicità delle circostanze, la dolcezza
dell'ora, la debolezza della donna, la prepotenza dell'uomo avevano
mutato repentinamente la natura dei loro rapporti. Ella cui la purezza
delle intenzioni non doveva bastare se n'era intimamente doluta: ma non
aveva espresso il proprio dolore, certa d'essersi impegnata dinanzi a
Dio, sino alla morte, e fiduciosa di far presto o tardi riconoscere
anche a lui la santità del dovere.
Da quale disinganno era stata amareggiata scoprendo l'inutilità della
propria dedizione? Senza dubbio l'inganno non le era stato subito
palese; finchè il principe aveva continuato ad amarla ella aveva
sperato: credendolo sentendolo suo sposo con l'anima, nella sincerità
della coscienza, ella aveva lungamente aspettato piena di speranza. La
sfiducia morale aveva preceduto o seguìto la sentimentale delusione?
Forse s'erano prodotte ad un tempo.
Il libro delle memorie mostrava, alla scrittura, all'inchiostro,
d'essere stato ancora una volta interrotto. E lo sforzo di negar credito
all'ingrata realtà era evidente nelle nuove confessioni. Ella scriveva:
«Bisogna credere. Bisogna sperare... Il più delle volte noi non ci
conosciamo, dobbiamo essere rivelati a noi stessi...»
Quest'idea era senza dubbio riferibile all'uomo che le stava vicino,
alla sua ostinata insistenza nell'opera di distruzione, alla speranza
ancora viva di piegarlo, di farlo ricredere; poichè ella scriveva
inorridita:
«Ancora l'odio, il sangue, le fiamme! No, mai: non sarà mai questa la
via!... Come un'anima amante può parlare così? Egli dice che l'amore si
ripaga con l'amore, l'odio con l'odio. Ciò sarà giusto, ma non è
generoso. E coloro che egli combatte odiano veramente? Non soffrono
anch'essi di dover ricorrere alla violenza?...»
Pareva così che la discordia fra l'istinto di ribellione del principe e
la predicazione di pace della contessa avesse preceduto il disinganno
sentimentale: ma nell'atto che riconosceva l'inutilità dei proprii
sforzi non doveva ella sospettare che quell'uomo non era stato sincero
assicurandole d'essersi per lei ricreduto? E un sospetto simile non
doveva lederla, oltre che nelle sue credenze, nelle sue stesse speranze?
Ella non parlava del destino serbato all'amor suo. Faceva così perchè,
più d'assicurare la felicità sua personale, le premeva di pacificare il
ribelle? Od al contrario rivolgeva ella la sua attenzione al dissidio
morale per distoglierla dalla più paurosa visione di un disinganno che
le sarebbe riuscito ben altrimenti funesto? Se l'amore di quell'uomo era
mentito, l'intima sanzione che la coscienza aveva dato a un legame fuor
della legge non veniva a mancare? Per la cristiana, a cui la colpa era
parsa, se non scusata, almeno attenuata dalla schiettezza dell'amore,
dall'onestà degli intendimenti, dalla saldezza dell'impegno,
l'improvvisa mancanza di queste condizioni non doveva implicare una
condanna grave?
Il Ferpierre sentiva che questi pensieri avevano dovuto occupare la
defunta a quel tempo; egli quasi li leggeva tra riga e riga. E come
durante l'audizione di una frase musicale si prevede lo svolgimento e la
cadenza della melodìa, le sue logiche anticipazioni erano confermate dai
successivi passaggi delle memorie.
«Non ho avuto coraggio, ma bisogna trovarne. Un'altra volta ebbi paura
di scendere in me per compiere l'esame di coscienza, il dovere che mi fu
sempre facile e grato. Ma la paura d'allora non ha nulla che possa
paragonarsi con la presente.
«Fingo verso me stessa? E come pretendere l'altrui sincerità? La
superbia m'impedisce d'ammettere che io abbia potuto ingannarmi? Ma Dio
che mi legge nel cuore sa ch'io credetti al bene. Io credo ancora.
«Egli non si conosce. Obbedisce a tante e così varie impulsioni, il suo
pensiero è così complesso, la sua esperienza è stata così ricca, che
egli non sa qual è la sua vera natura e non la libera dai passeggeri
atteggiamenti e si fa diverso da sè stesso. Io speravo d'essere riuscita
a rimetterlo sulla via della verità: l'opera è più difficile e richiede
più tempo che non pensai. Ma la speranza, la fiducia che m'animarono, mi
sostengono ancora.
«Vi sono momenti che dubito. Dubito, più che di lui, di me stessa.
Penso che questa speranza è fallace, che questa fiducia non è sincera,
che io me ne servii per nascondere qualcosa di meno degno, per secondare
un desiderio meno puro.
«Non è questo il giudizio che ognuno darebbe? Si serve di mezzi ambigui
chi vuol raggiungere un diritto fine? Per rimettere lui sulla via
maestra dovevo io seguire vie tortuose? Io che dovevo dargli l'esempio
della virtù alla quale non crede, gli ho dato un'altra prova di quella
debolezza accomodante che condannavo....
«Siamo ora entrambi nell'errore. Questo è grave, nell'amore: che ciascun
amante non è solo responsabile delle proprie azioni, ma anche di quelle
alle quali spinge l'amato. Su questa solidarietà io avevo fatto
assegnamento quando aspettavo di partecipare con lui non alla pena
dell'errore, ma alla gioia del premio....
«Io non posso neppur dire d'essere stata sorpresa, di non aver previsto
ciò che sarebbe avvenuto. Quanti sofismi! Nel prevedere la caduta dicevo
a me stessa che egli non poteva volere il mio avvilimento, pensavo di
affidarmi a lui per non fare atto di superbia attribuendomi
esclusivamente la capacità di regolare il nostro amore!
«Non sarebbe stata superbia. Questa capacità è nostra, siamo noi donne
responsabili del bene e del male. All'energia esuberante e prepotente
degli uomini la nostra resistenza deve dettare la legge. Ma questo
pensiero mi piegò: che per le anime forti non occorre che la legge sia
scritta in un libro: basta comprenderla. Egli che le disconosce tutte,
mi disse d'aver compreso per me la legge dell'amore: la fedeltà. Ora io
non posso, non debbo, non voglio sospettare ch'ei calpesti anche questa.
Eppure che vale pensare, dire ad alta voce, scrivere questa cosa, se il
dubbio m'occupa e mi tormenta?
«A poco a poco, ma nitidamente, io l'ho visto sorgere, crescere,
giganteggiare. In certi momenti il dubbio angoscioso diventa disperata
certezza. Allora io penso che avrò ancora una forza da esercitare,
l'estrema forza: il perdono. Sento che non mi sarà grave. Forse è male,
perchè se mi costasse varrebbe di più. Ma egli può fare di me ciò che
vuole, purchè non neghi tutto e sempre....
«Ah, quel riso!...»
Era sperabile che Zakunine osservasse l'unico patto posto dalla
infelice?... Nel ricostruire con l'aiuto di quelle confessioni il
carattere dell'accusato, il Ferpierre sentiva che l'avverso giudizio di
Roberto Vérod non era dettato dalla passione. Dietro l'umanitaria
professione di fede, con la predicazione della giustizia,
dell'eguaglianza, dell'amore, quell'uomo doveva nascondere un egoismo
scettico, ingordi appetiti, voglie malsane, se era stato capace di
ridurre a quel tormento la creatura che gli si era resa a discrezione.
Se la lusinga di ridurlo a una più calma prosecuzione della riforma
sociale era fallita, aveva egli almeno risposto con atti di bontà alle
dimostrazioni dell'amore?
Il Ferpierre lesse con raccapriccio nelle nuove pagine del diario:
«Egli m'ha detto queste precise parole:
«Dunque tu credi che l'amor tuo sia immortale? Non capisci che finirai
di amarmi, che già non mi ami più come prima? Tu mi giudichi indegno
d'amore, pensi d'esserti sacrificata, il sacrifizio ti costa, vuoi
ottenerne il compenso, lo cercherai in un altro amore; non dubitare:
qualcuno te l'offrirà.... Sul principio dirai che la colpa è stata mia,
più tardi riconoscerai che io non ho colpa. Dentro di te, dentro di me,
nei nervi, nella carne, nel sangue di noi tutti c'è un fermento che
niente e nessuno può sedare: quando tu avrai fame ti ciberai; dopo aver
mangiato sarai sazia. Non c'è altra verità fuori di questa. Bisogna
dirla, ripeterla, onorarla, e riconoscere che le tue leggi, i tuoi
comandamenti, i tuoi scrupoli sono menzogna ed ipocrisia che dobbiamo
smascherare e confondere. I tuoi grandi nomi, l'Amore, il Dovere, il
Diritto, hanno un senso, ma non è quello che tu pensi. Il nostro dovere
e il nostro diritto si riducono a ottenere e mantenere il piacere, che è
la ragione, l'origine, il fine della vita; finchè il piacer tuo è nel
mio, noi ci amiamo; quando non ci bastiamo più l'amore finisce. Tu dici
un'altra grossa parola: l'onore. Dove mai lo riponi? L'onor mio consiste
nel dire ciò che penso, nel metter d'accordo le mie azioni con le mie
idee. Tutto il mondo è retto da pregiudizii iniqui, ma più stupidi che
iniqui. La scienza che non mente ha espresso la vera, la sola legge dal
cumulo delle secolari menzogne: voglio dire la legge della lotta per
l'esistenza. Nascondetela, date al fuoco i libri che l'insegnano, se
volete che le vostre menzogne siano ancora credute. Ma quando la
riconoscete, come potete restar serii udendo ripetere i ritornelli
bugiardi? Bisogna scegliere tra la morte e la vita: rinunziare alla vita
è preferibile, ma voi non volete. Se io debbo vivere, estermino tutto il
genere umano per procurarmi quella che a te pare la più futile delle mie
soddisfazioni! Tu volevi che noi facessimo una famiglia indissolubile.
Ma non sei ora contenta d'esser libera, non è bene che tu mi possa
abbandonare se, avendomi visto come sono, ti faccio orrore? Lascia che i
figli ignorino i padri, se non vuoi che maledicano chi ha dato loro la
vita! Perchè vorresti che noi fossimo indissolubilmente legati, quando
naturalmente ciascuno di noi è autonomo; quando niente vieta, anzi tutto
ci persuade, che ciascuno di noi può amare e un giorno amerà un altro?
Se tu m'abbandoni quando non t'amo più, te ne sono grato; se mi tradisci
quando ti amo ancora, ti uccido. Fa altrettanto tu stessa. Il diritto
mio è uguale al tuo. Così fanno tutti gli uomini, a dispetto dei codici
stolti e delle ipocrite predicazioni. L'anarchia che noi vogliamo
instaurare è già nei costumi; ma è ancora anarchia nel senso vostro,
cioè come disconoscimento e lesione della legge. Bisogna invece che sia
conformazione alla legge naturale, uniformazione cosciente all'istinto
vitale; fuori di qui non c'è altro.»
«Non dimentico nulla. Queste sono state le sue precise parole. Egli ha
ragione. Fuori di qui non c'è altro....»
E il Ferpierre, nonostante la sua lunga assuefazione allo spettacolo del
dolore, si sentiva commuovere pensando come dovesse essere amaro lo
strazio della credente. Per trascrivere quelle parole ciascuna delle
quali doveva offenderla come un insulto e spaventarla come una
bestemmia, per riconoscere che Zakunine aveva ragione, bisognava che
ella si condannasse senza più scusa, che si giudicasse perduta senza più
speranza. Ella doveva ora riconoscere che l'illusione di redimere
un'anima e la fiducia di fare del bene erano stati semplici pretesti:
che nell'amor loro, che in tutti gli amori, che in tutta la vita
nessun'altra voce si ode fuorchè quella degli infimi istinti. Questo era
dunque il risultato: ella che voleva far ricredere l'amante, che voleva
accostarlo alla propria fede, ella stessa era ridotta a dubitare, a
negare. Invece di guarire l'infermo ella stessa aveva preso il suo male;
invece di mondare il caduto ella stessa erasi contaminata!
Ma poteva ella veramente a lungo rinnegare le credenze di tutta la sua
vita? Nel farle dare ragione al negatore quanta parte aveva l'amara
ironia? Poichè, mentre gli parlava dell'amor suo, costui adduceva
scettici e cinici argomenti e prevedeva e quasi s'augurava d'esser
tradito, la disgraziata doveva schernire sè stessa; ma che cosa pensava
della possibilità del tradimento? Riconosceva che per una logica fatale
il suo primo errore doveva essere seguito da un secondo e da un terzo;
oppure si ribellava a questa logica? Qui era il problema morale, la
soluzione del quale avrebbe rischiarato il mistero giudiziario.
E la curiosità del Ferpierre cresceva, l'attenzione che prestava alle
confessioni della morta raddoppiavasi.
«Per una madre dover disprezzare il proprio figlio, il vivo frutto delle
sue viscere, la miglior parte di sè stessa: che strazio!
«L'infelicità della vita consiste nell'idea della felicità.
«Chi segue nella morte una creatura adorata sarà passibile di pena? Per
un figlio, per uno sposo morire con la sposa e col genitore è una colpa?
Questa bellezza è condannata? Se io fossi morta col padre mio!
«Pregare Iddio di darci la morte, aspettarla come una liberazione,
desiderarla come un premio, non è quasi come darsela? La distanza che
separa la vocazione ardente dall'atto è poi così grande? Se l'atto è
colpevole, la supplice intenzione come potrà essere acconsentita?...
«Non dovrei aspettar molto, già l'opera di distruzione è avanzata; il
dolore morde più acutamente il mio petto. Ma ogni giorno, ogni ora che
passa mi è troppo grave.
«Vi sono coincidenze che sembrano avvertimenti, consigli, complicità del
destino. Perchè ho avuto l'arma, proprio quando ne sentivo la
mancanza?...»
Tutti questi passaggi dove l'infelice discuteva tra sè il problema del
suicidio dimostravano come solo nella morte oramai ella potesse sperare.
A un punto ella trascriveva una sentenza letta in un libro:
«Io sono obbligato di seguire le leggi quando vivo sotto di esse; ma
quando ne vivo fuori possono ancora legarmi?» (Montesquieu).
Questo giudizio aveva dovuto sembrarle singolarmente adatto alla propria
situazione. Nonostante tutti i suoi contrarii ragionamenti, ella doveva
sentire che l'uccidersi è male, e che la legge morale vuole la paziente
sopportazione della vita fino all'ultimo giorno; ma questo comandamento
poteva valere per chi aveva obbedito tutti gli altri; ella che ne aveva
trasgredito uno molto più grave doveva sentirsene sciolta, tanto più
che, morendo, intendeva punirsi.
«È tempo?» chiedeva in un altro punto a sè stessa, «Certo, quando ogni
altro rimedio è impossibile, quando la speranza è morta del tutto, io
potrei compire quest'atto; ma sono io buon giudice dell'opportunità del
momento? Quando pare che un corpo vivente sia presso a dissolversi sotto
l'azione d'un male implacabile, la natura non trova tante volte in sè
stessa la forza di ravvivarlo? La vita così ricca e feconda non può
risolvere in modo insperato una situazione che parea senza uscita? La
speranza non dovrebbe essere l'ultima a morire? Bisogna dunque
aspettare?...»
Persuasa di questa convenienza, ella aveva aspettato. Ma che cosa aveva
trovato?
Dopo alcune pagine bianche questo pensiero attrasse l'attenzione del
magistrato:
«Non la gioia ha tanta virtù di far dimenticare il dolore, quanto un
nuovo dolore.---La notte del 12 agosto.-»
Fiori secchi, ciclamini rigidi e scoloriti erano posti a guisa di segno
tra i due fogli.
I fiori, la data aggiunta a quelle parole fecero argomentare al
Ferpierre che accennassero a qualche avvenimento più degno di nota, che
la contessa attribuisse loro una speciale importanza. Continuando a
leggere egli trovò un altro passaggio sul quale s'arrestò più
lungamente. La morta non esprimeva un suo proprio pensiero, trascriveva
ancora una volta da un libro:
«Nulla contribuisce tanto al disgusto della vita quanto un secondo
amore. Il carattere d'eternità, d'infinità che porta e solleva l'amore
sopra ogni altra cosa è svanito; l'amore sembra effimero come tutto ciò
che ricomincia. (Goethe).»
Il Ferpierre rammentava molto bene questo giudizio del poeta tedesco:
poteva la morta citarlo senza sentirlo appropriato a sè stessa? E il
dubbio che egli aveva espresso al Vérod cominciava a prendere
consistenza. Se ella aveva trascritto la sconfortata sentenza dopo aver
conosciuto il Vérod, quando era stata turbata da una simpatia ancora
incosciente, bisognava credere che nel secondo amore non giudicasse di
poter trovare un compenso, ma un nuovo motivo di pena! Dopo avere
aspettato, dopo aver voluto sperare nella vita, che cosa otteneva da
questa? Non un aiuto, ma l'ultimo crollo!
La sentenza del poeta significava che il secondo amore è condannato
irremissibilmente, perchè illudersi sulla saldezza del nuovo affetto non
è possibile al cuore che ha già visto la morte del primo: tali i
selvaggi d'America credevano immortali gli Europei che primi scesero a
conquistare il nuovo mondo e li stimavano onnipotenti, finchè, visto il
primo Spagnuolo soccombere, riconobbero l'inganno e finirono di
venerarli.... Tuttavia la certezza espressa dal Goethe e riaffermata
dalla contessa d'Arda che cosa valeva contro le persuasioni dell'istinto
vitale? Sapere che il nuovo amore finirà come il primo a quanti
impedisce di amare anche una volta? Esser certi di dover morire è una
ragione d'uccidersi? Chi concepisce le tristi verità vive male, ma pur
vive, perchè gl'istinti sono più persuasivi delle astratte concezioni;
la capacità di frenarli consiste soltanto nelle sanzioni morali. E la
contessa si trovava già fuori della legge morale. Questa sua condizione,
la mancanza di qualunque obbligo scritto che la legasse
indissolubilmente al principe, l'esempio datole dall'indegno amante,
dovevano naturalmente, umanamente spingerla a cercare nel nuovo amore un
conforto e una gioia la caducità dei quali, comune a tutte quante le
cose umane, non poteva, non doveva arrestarla. Se non che, mentre ella
era libera dinanzi agli uomini, s'era vincolata dinanzi alla propria
coscienza, senza riti, ma con cuore sincero; ella si trovava bensì fuor
della legge, ma per farvi rientrare chi n'era uscito disconoscendola;
aveva ottenuto da costui l'esempio del male, ma per dargli quello del
bene. Secondare pertanto il nuovo amore non le era possibile senza
rinunziare alle attenuazioni che, nell'ambiguità del suo stato, la
sottraevano alla condanna o le lasciavano almeno sperare di evitarne il
rigore. «Questo pensiero mi piegò: che per le anime forti non occorre
che la legge sia scritta in un libro: basta comprenderla.» Poteva ella
aver dimenticato le sue proprie parole, il sentimento che glie le aveva
dettate? Se quel sentimento era sincero e saldo, se l'animo di lei era
tanto alto e forte come dalle testimonianze raccolte e dalle pagine di
quel giornale appariva, non solo era possibile, ma bisognava quasi
prevedere che ella si sarebbe data la morte.
Finchè non aveva incontrato il Vérod, il suo cuore era oppresso, la sua
vita piena d'amarezza, le sue speranze tutte fallite; ma ella poteva
ancora rispettarsi. Nell'amarezza del disinganno aveva, sì, potuto
deridersi ed avvilirsi affermando d'essersi unita col principe Alessio
non per raggiungere un nobile scopo animata da un sentimento purissimo,
ma per appagare le proprie brame, semplicemente; tuttavia ella doveva
sentire che il suo unico fallo restava attenuato. Una seconda caduta non
solamente non poteva in alcun modo scusarsi, ma avrebbe anche confermato
lo scettico giudizio che di lei aveva dato il primo amante. «Il tuo
sacrifizio ti costa, vuoi ottenerne il compenso, lo cercherai in un
altro amore; non dubitare; qualcuno te l'offrirà....» Queste parole di
Zakunine che l'avevano umiliata ed offesa quando erano soltanto una
scettica previsione, sarebbero state confermate dal fatto, avrebbero
espresso una realtà se ella avesse ceduto all'amore del Vérod; allora lo
scettico, il negatore, il bestemmiatore avrebbe avuto ragione: la fede
sostenuta contro di lui dalla credente si sarebbe ridotta, come egli
voleva ridurla, a una menzogna, a un'ipocrisia.
Il Ferpierre ripeteva a sè stesso che il suicidio non era soltanto, in
tali condizioni, possibile, ma quasi necessario. Già per un'altra
ragione egli ne riconosceva la verisimiglianza in una natura, come
quella, malinconica e contemplativa; per un'anima abituata a guardare
assiduamente sè stessa, a considerare senza paura, anzi con una specie
di compiacimento i problemi della vita. E al lume di queste deduzioni
egli trovava un nuovo senso nelle ultime note del giornale, dove la
mattina il giudice di pace aveva cercato, senza trovarla, la confessione
della morte volontaria. La disgraziata non confessava d'essersi uccisa,
ma il significato delle sue ultime parole appariva ora più chiaro al
Ferpierre:
«Bisogna che la fede sia molto salda e cerchi e trovi un modo
d'affermarsi contro il dubbio trionfante....
«La massima tristezza è di dover rinunziare alla speranza.
«L'estrema speranza.....
«..... Al bivio formidabile: di vivere peccando o di.....»
Queste erano le ultime parole. La frase non doveva logicamente compiersi
così: «o di morire per evitare la colpa?....»
V.
DUELLO.
La lettura delle memorie aveva dimostrato al giudice Ferpierre che la
contessa d'Arda si trovava in una situazione tale da dover pensare alla
morte come al solo termine della sua sventura. Tuttavia egli sentiva di
dover considerare l'altro aspetto del problema ed approfondire
l'argomento addotto dal Vérod contro l'ipotesi del suicidio. Nel nuovo
amore che ella combatteva con la previsione della caducità e più con la
coscienza del male, c'era una grande persuasione di gioia, il maggior
incitamento a vivere; lo stesso impegno col quale ella lo contendeva a
sè stessa ne dimostrava la forza. Ora mancando una esplicita
confessione, restava sempre possibile che, non essendosi ella uccisa
prima, in tutto il tempo non breve trascorso dacchè aveva conosciuto il
Vérod, non si fosse neppure uccisa all'ultimo, ma fosse stata
assassinata da uno dei due Russi: l'assassino traeva profitto dalla
verisimiglianza del suicidio per evitare l'accusa.
A rischiarare il mistero conveniva conoscere con precisione quali
rapporti erano interceduti negli ultimi tempi tra lei ed il giovane,
quali domande e quali promesse erano state scambiate. Le lettere del
Vérod alla contessa, due o tre in tutto, non dicevano cose notevoli,
esprimevano soltanto la sua gratitudine per la visita da lei fatta al
sepolcro della sorella, e il desiderio e la speranza di rivederla. Dalle
altre carte della defunta nessuna luce veniva: le più importanti erano
un fascio di lettere di quella suor Anna Brighton a cui ella aveva
scritto la mattina stessa della catastrofe.
Suor Anna la trattava veramente nelle sue lettere come una figlia; si
comprendeva dalle parole di conforto, dai richiami alla fede cristiana,
che la suora rispondeva a lettere dove la morta le diceva i suoi dolori
e le sue disperazioni. Già per mezzo della legazione inglese a Berna, il
Ferpierre aveva disposto che la Brighton fosse ricercata alla Nuova
Orléans, di dove le sue lettere erano datate, perchè si sapesse da lei
che cosa le aveva scritto nell'ultimo giorno l'antica sua allieva. Egli
aveva pure ordinato che fossero perquisiti i domicilii della defunta a
Nizza e dei nihilisti a Zurigo, e richiesto informazioni intorno a
costoro alla legazione di Russia. Frattanto fece chiamare il Vérod per
sentire da lui più precisamente in quale situazione era stato dinanzi
alla contessa. L'accusatore aveva detto, nel primo interrogatorio, che
la vigilia della tragedia si era trovato con lei e che niente gli aveva
fatto sospettare quel che doveva accadere il domani; premeva al
magistrato di sapere che cosa era stato detto in quest'ultimo colloquio.
Nel vedere apparire il Vérod, egli fu impressionato dal pallore
cadaverico, dal disfacimento della sua figura. La notte d'ambascia era
passata sul giovane come tutta una età: era invecchiato di dieci anni.
--Siete voi ancora,--cominciò a domandargli il Ferpierre,--nella stessa
opinione di ieri? Credete ancora che l'amica vostra sia stata uccisa?
--Lo credo!--rispose il Vérod subitamente vibrando come un ferito che
sente il ferro ricercar la sua piaga.
--E avete trovato altre prove od argomenti che confermino la vostra
accusa?
--Non ancora.
--Ebbene, ragioniamo un poco insieme. Se noi non troveremo alcuna
dimostrazione materiale della verità, come pare purtroppo, siamo
impegnati in un processo indiziario la soluzione del quale dipende da un
problema psicologico. Ciò che innanzi tutto importa conoscere è lo stato
d'animo della contessa negli ultimi giorni. Ma ditemi prima: vi
rammentate bene di tutto ciò che accadde fra voi dacchè la conosceste?
--Di tutto. Ogni sua parola è impressa indelebilmente nella mia memoria.
Nulla potrà mai cancellarne una sola.
--Che giorno la conosceste?
--Il 31 luglio dell'anno passato.
--Rammentate una data saliente nella storia della vostra amicizia?
Accadde tra voi qualcosa il 12 agosto?
Roberto Vérod si passò una mano sugli occhi prima di rispondere; poi
disse, sommessamente:
--Sì. Fummo insieme, l'accompagnai sulla montagna.
--Che le diceste?
--Nulla. Altri erano con noi. Io parlai poco. Non le avrei detto nulla
anche se fossimo stati soli. Non già che non provassi il bisogno di
esprimere i miei sentimenti; ma le parole erano inadatte più che di
consueto. Nel bosco della Comte, sotto la luce verde, fra le alte
colonne degli alberi, ella mi pareva un prodigioso fiore animato; la sua
bellezza fioriva come il fiore della vita. Il profumo dei ciclamini
addolciva l'aria. Io ne colsi molti, molti, per lei; i fiori che
coglievo sui vertici del monte, che le offrivo con mano tremante,
potevano solo dire il mio pensiero. La sua cintura fu in breve tutta
fiorita. Anche il riso fioriva nel suo sguardo....
--Ebbene: guardate, leggete....
Il Ferpierre prese il diario, lo schiuse alla pagina dove aveva trovato
i fiori e lo passò al giovane.
«Non la gioia ha tanta virtù di far dimenticare il dolore quanto un
nuovo dolore.--- notte del 12 agosto.-»
Roberto Vérod considerava i fiori morti, rileggeva il mortale pensiero
con occhio arido. Non poteva più piangere.
--Comprendete il significato di queste parole?--riprese il
Ferpierre.--Mi pare che sia fin troppo evidente. Insieme con voi,
all'omaggio che le facevate, al pensiero d'amore che vi scopriva, ella
sentivasi sollevare dalla lunga oppressione e pensava che per virtù
della nuova gioia il dolore fosse dimenticato; più tardi, nella notte,
considerando tra sè la condizione sua, riconoscendo di non poter
secondare questa passione, di dover rinunziare alla sperata felicità,
vedeva ancora finito il dolore antico, ma non più per opera del piacere,
sibbene per un nuovo e maggior dolore. La tristezza di questo pensiero è
veramente mortale, ella ha saputo esprimerlo con una forma incisiva che
farebbe invidia a ogni scrittore di professione. Nel leggerlo io già
sospettai che si riferisse alle vostre relazioni con lei; dopo ciò che
mi avete narrato è manifesto. Vedete dunque come questo amore non fosse
per la disgraziata signora un motivo di speranza, ma di estrema
disperazione.
Il Vérod che era rimasto a udire tenendo stretto fra le mani il giornale
della morta, non seppe rispondere altrimenti che balbettando, confuso e
quasi spaurito:
--Voi credete?....
--Come dubitarne? Leggete piuttosto le pagine seguenti.
Il giovane lesse tra sè, e il giudice cercava invano di scoprire nel
viso di lui l'effetto della lettura. Talmente esso era scomposto, lo
sguardo era così inaridito, le occhiaie così incavate, i labbri avevano
preso pieghe tanto dolorose, che la nuova tristezza non poteva esprimere
una nuova lacrima dagli occhi, non poteva incidere una nuova ruga sul
viso.
--Voi vedete che la mia induzione di ieri è confermata da queste
confessioni. L'amor vostro accrebbe l'ambascia della povera donna, non
la consolò. Non lo sospettaste mai?
Il Vérod, deposto il libro, appoggiata la fronte alla mano, rispose
lentamente, come parlando a sè stesso:
--Io speravo. Credevo che anch'ella sperasse. Un giorno, ragionando
delle speranze, io dissi che la loro forza non è tutta eguale. Ve ne
sono alcune così salde come certezze immancabili: nel dolore, nella
miseria, queste si pèrdono. Ma c'è anche una speranza lontana, tenue,
fievole, che noi teniamo nascosta perchè un soffio la disperderebbe:
questa è la speranza che non muore mai, che nulla c'impedisce di
accogliere. Io dissi questa cosa. Ella assentì. Assentendo, non
partecipò al mio pensiero secreto, che una simile speranza luceva ancora
per noi?
--Voi stesso mi diceste ieri che, apparentemente libera, ella aveva
preso con sè stessa un impegno irrevocabile nel quale trovava
l'impedimento a un altro amore. Tale era infatti il suo sentimento: da
molti passaggi di questo giornale è evidente. Soltanto la forza dello
scrupolo era in lei molto maggiore di quel che forse voi non credete.
Udite, piuttosto...
E il Ferpierre lesse ad alta voce le pagine più significative delle
memorie. Il senso delle confessioni gli appariva ora più netto, il
dibattito di quella coscienza più grave. Per dimostrare al Vérod la
sincerità della narratrice egli lesse ancora altri passaggi, le ingenue
impressioni della giovanetta e della sposa. A poco a poco ricostruì
tutta la storia di quell'anima, come l'aveva ricostruita tra sè, durante
la prima lettura.
--Bisogna credere ciò che ella qui scrisse. Se a voi non disse queste
cose, se poteste comprendere che non disperava, ciò si spiega
umanamente. Nè la mente nè il cuore restano sempre in un solo pensiero e
in un solo sentimento, senza mutazione; la forza morale cresce e scema
da ora a ora. Dinanzi a voi ella poteva trovarsi meno armata contro le
lusinghe; sola, in cospetto della propria coscienza, ritrovava la
capacità di resistere. Notate ancora questa circostanza: ella che
consegnava alle pagine del suo diario tutte le sue impressioni, non
parla direttamente dell'amore per voi; se non fossero le parole scritte
la notte del 12 agosto e il giudizio trascritto dalla -Verità e Poesia-,
non sapremmo, da queste carte, che cosa era sopravvenuto ad aggravare
la sua condizione. Ciò dimostra chiaramente che ella aveva paura di
questa passione...
--Ciò non ne dimostra anche la forza?
--Sì, è vero; ma per sapere a qual partito ella doveva finalmente
apprendersi, bisogna ch'io vi esorti ad esser sincero: di che cosa la
richiedeste e fino a che punto spingeste la vostra richiesta?
Prima di potere rispondere il Vérod dovette stringersi la fronte tra le
mani. Udendo la lettura fatta dal giudice, penetrando nel secreto
dell'anima amata, rivivendo quasi la sua vita, un amaro incantesimo lo
aveva occupato. L'adorazione per la sua bellezza, la pietà dei suoi mali
erano cresciute, lo avevano talmente invaso da cancellare ogni altro
sentimento. Per poco egli quasi dimenticò che era morta; destavasi a un
tratto udendo riaccusarsi d'averla uccisa egli stesso.
--Di che potevo richiederla? Sospettate che io insistessi presso di lei,
io che la fuggii quando temetti che il solo sguardo mi tradisse? Credete
he io tentassi di violentarla e che ella si sia uccisa per sottrarsi
alla mia violenza?
Tale era infatti il sospetto del giudice. La condizione nella quale la
contessa e il Vérod si trovavano poteva durare, quantunque ambigua, se
per opera del giovane nulla fosse intervenuto a tentar di mutarla. Ora
che il Vérod, sentendosi amato, s'appagasse sempre della pura amicizia,
non pareva al giudice credibile. E se l'artista aveva adoperato i
sottili espedienti della poesia per sedurre quella donna, se aveva
nobilitato con la magia dell'espressione letteraria il suo scontento e
le sue brame, la contessa d'Arda, destatasi dal sogno d'un affetto
fraterno, trovandosi inevitabilmente al formidabile bivio di vivere
peccando o di morire per evitare la colpa, aveva potuto apprendersi al
più disperato, ma meno indegno proposito.
--Non dico che voi foste violento, nè per un'anima come quella della
vostra amica, con la dolorosa sensibilità della quale soffriva, sarebbe
occorsa la violenza a toglierla dalla fiducia. La sola naturale vivacità
della passione, una di quelle ardenti parole che l'amore inventa, che a
voi poeti non costano molto, doveva bastare a toglierla dall'illusione
che la seduceva, a dimostrarle inevitabile la trasformazione della
vostra amicizia, e a darle, con la previsione del male, l'idea di
sottrarsi finalmente a una vita troppo assediata dal dolore. Nè voi
forse sareste rimasto diminuito nel suo concetto: ella doveva pensare
che in voi, in un uomo, l'impazienza del desiderio era naturale; che
l'errore era stato suo per non averla prevista!
--Avete ragione,--rispose il Vérod scrollando lentamente il
capo.--Questa cosa era naturale. Voi non potete credere che una cosa
naturale non si producesse. Non crederete che la fuggii, che la
rispettai, che l'obbedii. Voi non sapete la trasformazione che per virtù
sua avvenne in me.
--Ditemene qualche cosa.
--È difficile. Poichè io ho l'abitudine di dare forma letteraria ai
pensieri, voi troverete probabilmente nelle mie parole l'esagerazione
del retore. Non avete già sospettato che ricorressi agli artifizii dei
retori per esprimerle i sentimenti miei?
Era vero. Il Ferpierre, quantunque dal dolore del Vérod fosse inclinato
a un compatimento sincero, pure ne diffidava. Quell'uomo pareva migliore
delle sue opere, ma l'arte sua era troppo amara e disperata. Del più
nobile ed efficace strumento, della Parola, si serviva per un'opera
dissolvitrice. Come credere alla sua bontà?
--Non dico,--rispose tuttavia, piegato mal suo grado dal chiaroveggente
timore del giovane,--non dico che deliberamente, studiatamente, vi siate
messo a sedurla. Ma se già in ogni uomo...
--Non pensate che io sia un uomo diverso dagli altri,--interruppe il
Vérod.--La natura di ognuno di noi è duplice e le forze morali sono
latenti anche nelle anime brute. Perchè possano operare bisogna che
siano educate ed espresse da altre anime naturalmente migliori e più
forti. Questa creatura mi rivelò cose che io ignoravo. Se voi credete
alla verità, la verità è questa...
E con voce tremante, a occhi chini, narrò la storia della loro amicizia.
Il magistrato l'udiva ora con attenzione più indulgente; tuttavia il
dubbio che per vendicare la morta e perdere il rivale l'accusatore
tacesse qualche circostanza e si facesse migliore, s'insinuava
nell'animo suo.
--Una speranza sia pure tenue e remota dunque sorrideva a voi. Ma come
non pensaste che ciò che voi speravate doveva da lei esser temuto? Un
nuovo legame non doveva avvilirla?
Roberto Vérod guardò in faccia l'interrogatore.
--Io volevo farne la donna mia dinanzi al mondo e a Dio.
Con un cenno del capo il Ferpierre parve riconoscere che in tal caso la
sua argomentazione cadeva.
--Però,--riprese,--ella voleva essere degna del vostro rispetto e non
poteva sperarlo senza l'approvazione della propria coscienza. Ora ciò
che attenuava l'illegalità dei suoi rapporti col principe era appunto
l'idea, la certezza d'essersi unita con lui irrevocabilmente.
Lasciandolo, sia pure per contrarre una legittima unione, non doveva
ella vedere infirmata quell'idea e distrutta quella certezza?
L'ostacolo, se voi credete alla bellezza dell'anima sua, dovette
apparirle formidabile. È vero?
Il Vérod non rispose. Francesco Ferpierre sentì d'aver portato un colpo
giusto.
--Considerate che la via nella quale s'era messa non aveva
uscita,--continuò quest'ultimo dopo una pausa.--Sola speranza lecita per
lei era che il principe, riconoscendo i proprii torti e ripudiando
l'opera cruenta alla quale s'era dato, ripagasse finalmente l'amore e la
fede che ella aveva riposti in lui. Allora la loro passione si sarebbe
riscattata; quantunque nata male, sarebbe degnamente durata e avrebbe
prodotto un effetto buono. Forse era già tardi: ma quand'anche ella non
potesse più amarlo, dobbiamo credere che sarebbe rimasta al suo fianco,
vedendolo fatto migliore, se non felice certamente serena. Fuori di qui
non poteva esserci bene per lei. Quanto più debole era agli occhi del
mondo la parola che la univa a quell'uomo, tanto più forte doveva essere
per la sua coscienza; mancando la sanzione sociale e la sacra alla loro
unione, tanto più forte doveva essere la sanzione morale. Nonostante i
disinganni, i dolori, gli oltraggi patiti, ella doveva restare fedele a
colui che aveva accettato come compagno della sua vita. Gli estremi
torti del coniuge consentono forse ad una moglie infelice di cercare
altro bene con altri? Pensate che il sentimento di questo dovere era in
lei afforzato dall'impegno di dimostrare al miscredente la potenza di
quegli scrupoli che egli schernisce, e riconoscerete che la morte doveva
apparirle nuovamente, fatalmente, come il termine della sua sventura.
Per credere che ella potesse accettare d'unirsi con voi, dovete
ammettere che i suoi scrupoli non fossero molto sinceri... che fossero
certamente poco forti. So bene che la passione ragiona altrimenti; che,
secondo il comune giudizio, alla forza dell'amore nulla deve resistere;
ma ciò potrà esser vero, se mai, d'un primo, d'un solo amore; il
continuo rinnovarsi di simili trionfi è a costo della dignità, del
rispetto, dell'onore, di una quantità d'altre cose che importano
anch'esse moltissimo. La vostra amica, già una prima volta lasciando
parlare il solo amore, aveva seguito una via traversa. C'era in fondo
all'animo suo il sentimento lodevole del riscatto da operare; ma ella
pur sentiva d'aver errato. L'amor vostro doveva rivelarle l'abisso che
ella rasentava. Voi stesso, con la fiducia e con la sola speranza di
poterla un giorno piegare, ve la spingevate. Volevate farne la donna
vostra; ma, sollecitati entrambi dalla passione, era verisimile che,
date le condizioni nelle quali ella si trovava, aveste aspettato?
Volevate mettervi sulla via diritta, ma un giorno non vi sareste trovati
immancabilmente per una via obliqua? Ella non doveva prevedere di non
potervi resistere?... Voi siete poeta, voi conoscete la vita, voi
studiate il cuore degli uomini: a che serve l'arte vostra se non vi fece
antivedere tutte queste cose?
Il giudice aveva parlato molto severamente. Roberto Vérod taceva, a capo
basso.
--Ma torniamo a ciò che preme per il momento. Non m'avete detto che la
vedeste la vigilia della morte?
--Sì, nel pomeriggio.
--Da lei?
--Sì.
--Che cosa le diceste?... Parlaste del vostro amore?...
Vedendo che il Vérod esitava a rispondere, il magistrato insistè:
--Bisogna, ripeto, che siate sincero. Il fatto che pare meno importante,
una parola, un niente possono metterci sulla strada della verità. Se la
passione vi spinge a far punire un assassinio, la coscienza deve
rammentarvi che la giustizia non conosce passioni. Le parlaste del
vostro amore?
--Sì.
E Roberto Vérod tremava.
L'ultimo suo colloquio con l'amica, il più appassionato, il più intimo,
quel colloquio dopo il quale egli aveva sperato con nuovo fervore, era
per lui la massima prova contro gli assassini: poteva forse pensare alla
morte la donna che lo aveva lasciato parlare d'un migliore avvenire? Ma
egli comprendeva che, secondo le induzioni del magistrato, il valore di
quella prova veniva ad essere invertito; che dalla prossima
contemplazione d'una felicità alla quale credeva e sentiva di non
potersi accostare, ella era stata appunto determinata all'ultimo passo.
E se il magistrato aveva ragione, la severità delle sue parole restava
giustificata; ma, più della severità di quell'uomo, l'intima coscienza
del male fatto alla creatura che egli doveva e voleva vegliare con
trepida cura lo straziava, ineffabilmente. Non più, come il giorno
innanzi, egli gridava dal dolore; ma si sentiva premere, stringere,
torcere il cuore da una mano di ferro; soffocava, le parole gli morivano
sulle labbra, sentendo di dover dire la verità e comprendendo che la
verità sarebbe stata contro di lui.
--Sì, le parlai dell'amor mio... Parlammo della nuova stagione, del
freddo che presto ci avrebbe scacciati di qui... Io volevo sapere dove
sarebbe andata, dove e quando avrei potuto rivederla. Ella mi disse:
«Non so ancora dove andrò; forse a Nizza, forse a Biarritz. Non è meglio
ignorarlo, per voi e per me?...»
--Vedete?... E poi?
--Io dissi: «Sia come volete. Da lontano, da vicino, pensate che vivo di
voi...» Ella chiuse gli occhi. Io soggiunsi: «È la verità. Dovrei
nasconderla? Non m'avete insegnato a dir sempre la verità? Non la
sapete, d'altronde?...» Tacemmo. Il cielo si era oscurato; ella guardava
i grigi vapori che salivano su per le coste dei monti e ne sbiadivano il
verde; guardava il lago grigio e increspato come piombo che si liquefa;
gli alberi piegarsi sotto il vento, perdere le prime foglie. Io
ripensavo il suo pensiero elegiaco dinanzi alla visione autunnale. Le
dissi: «Il colore che pare del cielo nei nostri occhi. L'azzurro è nero
nella tristezza; nella letizia il grigio è celeste.» Una nube azzurrina
fra i vapori cenerognoli pareva uno squarcio di cielo. Ella soggiunse:
«Sì, ma è un inganno; il cielo è chiuso.» Replicai: «Fra breve si
schiuderà.» A poco a poco tutto il paesaggio si era velato, tutti i
colori erano scomparsi; non si vedevano altri toni che di bianco e di
nero: i monti neri, le acque plumbee, le spume argentine, le nebbie
cineree, nuvole candide, nuvole pallide, nuvole ferrigne. Ella disse:
«Non pare un acquerello?» Assentii. Soggiunsi: «È altrettanto bello così
come quando il sole risplende.» Parlai ancora. Dissi che una luce
interiore illuminava tutta la mia vita, che io non vedevo se non forme
della bellezza, ovunque. La sua bellezza pallida era meravigliosa,
pareva tutta dipendere dal pallore delle cose circostanti. Presi la sua
mano. Un calore di vita fluiva dalla sua mano per tutto il mio corpo.
Ella la ritrasse impallidendo ancora. Non dissi nulla, ma il pianto mi
gonfiò gli occhi. Disse ella: «Comprendete che bisogna lasciarci.»
Risposi: «La vostra volontà sarà fatta, sempre. Se volete, io partirò
domani. Aspetterò da lontano. Se volete che non aspetti, che non speri,
cercherò d'obbedirvi. Sarà difficile svellere la speranza per la quale
la vita si regge; ma pensate che il mio piacere, il mio orgoglio, il mio
vanto consiste nell'essere come voi volete...» Tutto era scomparso alla
vista: i candori delle nubi, le nerezze dei monti sfumavano e si
confondevano in un grigio uniforme. La pioggia cominciava a cadere. Ella
rabbrividì. Io ripresi la sua mano. Volevo significarle che era il gesto
del saluto, che ella poteva lasciare la sua mano nella mia, un'ultima
volta. Non seppi dire. Ella non ritrasse la mano, nè io potevo ancora
parlare; troppi pensieri mi premevano...
--Non sentivate la lotta formidabile che si combatteva in lei?
All'interruzione il Vérod scrollò il capo ripetutamente.
--Non so, non so... Troppi pensieri volevano essere espressi; ma un'idea
mi occupava: «Se parlerò, io perderò la sua mano.» Il velo della nebbia
ora si veniva diradando; quando il lago appariva le ondate spumose che
sorgevano e svanivano davano imagine di rapide accensioni abbaglianti.
Un lembo di cielo sorrise. Allora dissi: «Vedete l'azzurro?...» Ella si
levò...
--E poi?--domandò il giudice, alla reticenza del narratore.
Le cose da dire dovevano essere più gravi, il giovane doveva sentirle
contrarie all'accusa per arrestarsi così.
--E poi?... Dite tutto: bisogna dir tutto!...
--Ella parlò di quell'altro. Io sapevo che non più l'amore, ma solo
l'idea d'un dovere la legava. Mi disse queste parole, levandosi: «Io non
merito l'amor vostro. La sincerità che lodo e pretendo negli altri mi è
mancata. Voi sapete e già vi dissi che non sono libera... Ma l'uomo al
quale ero unita mi aveva lasciata, voi non lo vedevate al mio fianco,
entrambi potevamo credere che non sarebbe più tornato. Ora egli è qui.
Se volete che io continui a stimarmi, non mi dite più nulla...»
--Vedete? Vedete?... E voi?
--Io risposi: «Sia come volete, ma costui vi lascerà ancora una
volta!...»
--Vedete? Vedete?--ripetè il magistrato.--Se voi le diceste queste
parole con la voce dura con la quale ora le riferite, non pensate che
ella dovesse aver paura dell'odio vostro contro quell'uomo?... Non
dovette ella comprendere che, nonostante il vostro rispetto per lei,
l'idea che ella era di quell'indegno avrebbe menomato il vostro
sentimento?... E come vi rispose?...
Il Vérod, che aveva abbassato la fronte, riprese pianissimo:
--Nascose il volto fra le mani.
--E non sentiste in quel momento che ella aveva ragione, che fra voi due
l'amore era condannato a una trista vita? Non comprendeste che bisognava
lasciare quella donna al suo destino per evitargliene uno peggiore?
--Non dite così!--proruppe il Vérod giungendo le mani, alzando lo
sguardo tra umile e ardente in faccia al magistrato.--Non dite così!...
Io non so, non posso dirvi che cosa sentissi... Sì, forse questi
sentimenti, altri ancora, meno definibili, occupavano l'animo mio; ma io
l'amavo, sentivo che m'amava, la vedevo occupata di me, soffrire per me;
e fuggire, lasciarla sola, non dirle l'impeto della mia gratitudine,
della tenerezza, della pietà; non dirle che tremavo per lei, che volevo
morire per lei, non mescolare le mie lacrime alle sue, questa cosa era
impossibile!
--Voi parlaste così?
--Dovevo parlare. Ella m'udì. Il temporale era finito, il sole splendeva
sul vivido verde. Io dissi che la tempesta della sua vita si sarebbe un
giorno sedata, che quel giorno io sarei stato ancora suo. Ella mi disse:
«Se vi avessi conosciuto prima!...» Io parlai ancora. Non chiedevo
nulla, ma volevo e dovevo dire che nulla vi è d'irreparabile al mondo,
che questa vita sarebbe veramente troppo malvagia se la speranza non la
confortasse. Le dissi un'altra cosa più vera, triste forse: che la gioia
è più nell'aspettazione che nell'ottenimento; che perciò la speranza è
il massimo bene. Le domandai: «Non è forse vero?» Ella rispose: «Sì.»
Questa parola, la parola dell'assenso, fu l'ultima sua...
Il Ferpierre lasciò che l'eco della voce appassionata si disperdesse.
Incrociate le braccia sul petto, proferì poi lentamente, dopo un breve
silenzio:
--Orbene: noi non abbiamo ancora testimonianze lampanti della verità, e
voglio credere che da un momento all'altro si possa trovare la prova
irrecusabile della vostra accusa. Voglio concedere che quando avremo la
lettera diretta a suor Anna Brighton, troveremo che in questo foglio
scritto due ore prima della sua morte la contessa non solamente non
parlava di morire, ma esprimeva al contrario l'imminente felicità. Ma
ora come ora, se la logica ha da valere qualcosa, bisogna credere al
suicidio.
Poichè il Vérod non rispose, guardandolo timidamente, egli riprese:
--Quest'ultimo vostro colloquio, del quale non volete riconoscere
l'importanza, basta a spiegare la catastrofe. Io presentivo che qualche
cosa dovesse essere avvenuta fra voi per la quale ella aveva visto
spalancarsi un baratro dinanzi ai suoi passi. Se la disgraziata
illudevasi sulla possibilità d'una pura amicizia, le ultime vostre
parole doverono disingannarla. Tutti gli argomenti che le adduceste sono
i consueti sofismi della passione. Voi non chiedevate nulla: anche
l'uomo per il quale s'era perduta aveva detto così. La logica della vita
è quella che costui le aveva crudamente rivelata: «Chi ha fame deve
cibarsi.» Se la speranza è il massimo bene, intanto essa ci giova in
quanto pensiamo di conseguirne l'oggetto; nessuno al mondo si consola
imaginando un bene al quale non potrà mai arrivare. Logicamente,
necessariamente ella doveva cadere in un nuovo errore. Dico errore, ma
potrei anche dire colpa. Non dubito dell'onestà delle vostre intenzioni,
ma la debolezza vostra e sua ve la avrebbe fatta dimenticare. L'ardenza
del desiderio vi spingeva a contrarre un impegno del quale forse vi
sareste pentito. Anche senza la previsione del vostro pentimento ella si
sentiva preclusa la via ad una nuova gioia. Tutti questi pensieri che la
disgraziata aveva lungamente considerati si dovevano ridestare più
urgenti, più molesti, più funesti dopo le vostre parole. Quale momento
sceglieste per parlare? Il più grave. L'uomo cui si era legata tornava
presso di lei. Egli era diventato migliore; abbiamo la testimonianza di
Giulia Pico, dalla quale risulta che il principe cominciava a diportarsi
meglio verso l'amica. Se, dunque, ella aveva pure cercato di
persuadersi talvolta che il suo legame era sciolto dopo l'abbandono
patito, non poteva più sentirsi ora libera. Il dovere di restare con
quest'uomo al quale s'era data per sempre, che dimostrava d'apprezzare
l'amore di lei, questo dovere risorgeva, più imperioso. Lasciando un
traditore ella poteva trovare una qualche giustificazione, nè costui
avrebbe pensato di rinfacciarle l'instabilità di quella fede alla quale
ella voleva convertirlo: se pure l'avesse rimproverata di ciò, ella
aveva come rispondergli. Abbandonandolo ora che tornava a lei, ella
doveva sentirsi doppiamente colpevole. E restare con lui non poteva. Non
lo amava più d'amore; amava voi. E nei vostri occhi, nella vostra voce,
dove prima, quando, era sola, aveva letto soltanto l'amore e la pietà
per lei, ella sentì improvvisamente fremere l'odio contro l'uomo che
sorgeva a impedire la vostra felicità. Non solamente ella pensò di
dovere fatalmente scapitare nella vostra stima, ma temè di essere causa
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