difendere queste cose sante, tutelare la bellezza delle idee dalla
contaminazione cruenta, convertire i fanatici, confortare i disperati.
Ella era la ragione accanto al sofisma, l'umiltà accanto alla superbia,
l'amore accanto all'odio; ella era la correzione del male, la sua vista
era la consolazione del mondo...
Guardando intorno a sè, il giovane non sapeva ora più dove fosse. Ebbe
bisogno di passarsi una mano sugli occhi prima di riconoscere la via di
Belmont. Allora cadde sul parapetto della via, chiamando:
--Anima! Anima! Anima!...
Lo sconforto fremeva sordamente sotto la fede che gli dettava
quell'invocazione. Egli non voleva e non poteva rassegnarsi alla
mostruosa realtà; e un impeto violento di sdegno iracondo lo sollevava:
torbide imagini e truci proponimenti gli accendevano lo sguardo e gli
facevano stringere le pugna; disperate parole gli salivano alle labbra:
--Non c'è nulla!... Tutto è menzogna!... Non c'è altro che il male!...
Se l'amore era ripagato dall'odio, se la povera labile vita della
creatura d'amore cui si dovevano le più gelose e trepide cure era stata
selvaggiamente distrutta da chi pur sapeva la benignità del suo sorriso,
non c'era nulla, null'altro che il male...
Ma Roberto Vérod reprimeva queste parole. Dal giorno che la vista di
tutte le bellezze adunate nella fedele lo aveva abbagliato e convertito,
un giudice e un custode vegliavano dentro di lui, lo difendevano contro
i tristi pensieri, contro i propositi indegni, contro le imagini impure.
In tutti gli atti della vita, in tutte le disposizioni della mente egli
aveva voluto esser degno di lei, e quest'opera di preservazione gli era
stata agevole fino a quel giorno. Se il dubbio lo aveva morso talvolta,
quando lo spettacolo delle nequizie gli era apparso troppo crudamente,
solo a pensare che la creatura d'amore esisteva egli agguerrivasi nella
sua fede. Ora ella era morta! Era morta! Egli l'aveva dinanzi agli
occhi, distesa al suolo, immota, gelata, col mostruoso fiore sanguigno
sulla pallida tempia; e un'ansia mortale lo soffocava, perchè egli
voleva credere che la morte non l'avesse tutta distrutta, che la
miracolosa anima vivesse ancora, vegliasse su lui, gli ripetesse le
parole della fede e del perdono; ma non poteva; o se pure la voce soave
che ancora gli echeggiava attorno lo persuadeva, l'oltre umana vita di
quell'anima non bastava più a consolare la sua esistenza; i suoi occhi
mortali avevano bisogno di vedere, le sue orecchie di udire, egli aveva
bisogno di stringere la mano di lei, di toccare il lembo della sua
veste; e questo suo bisogno sarebbe rimasto inappagato, per sempre.
Perdonare agli assassini? Egli doveva vendicarla!
L'ultima luce del crepuscolo agonizzava, ma già l'alba lunare schiariva
l'oriente. La pace era divina. E nella divina pace, nel silenzio
augusto, Roberto Vérod si premeva la testa fra le mani per tentar di
sedare la tempesta che lo travolgeva. Al pensiero di non aver saputo
ispirare al giudice la propria certezza la sua ragione vacillava. Perchè
non era stato più efficace? Se un caso imprevedibile aveva voluto che il
giudice fosse un suo antico compagno, perchè non gli si era dato a
conoscere, come mai non aveva saputo persuaderlo della propria
sincerità? Non solo per discrezione egli non aveva rammentato al giudice
i loro antichi rapporti, ma per paura altresì; giacchè sapeva diverso
dal suo, e rigido, e severo l'animo di lui. Ed aveva costui visto più
lucidamente? Egli stesso si era ingannato? Aveva ella voluto morire?...
Tornava allora con la mente al passato, all'angoscioso stupore che lo
aveva occupato nel discoprire il male secreto dal quale quella povera
anima era piegata. Nell'atto che salvava altrui ella stessa era perduta.
Le sue parole d'un giorno gli tornavano alla memoria: un giorno, alla
notizia che un disperato s'era tolta la vita, alla condanna che i più
facevano pesare sopra il suicida, ella aveva espresso un sentimento del
quale i credenti non sono capaci: non era vero, ella diceva, che il
rinunziare all'esistenza portasse una dannazione implacabile, che la
fede condannasse in ogni caso la volontaria morte. Come d'ogni altra
azione umana doveva la coscienza liberamente valutare i motivi di questa
ed accettare le conseguenze del proprio deliberato; ma se l'inganno, la
paura, la viltà meritavano biasimo e pena, per altre ragioni non si
doveva disperare d'un più mite giudizio. Perchè queste idee fossero da
lei concepite ed espresse non bisognava che ella stessa si trovasse
ridotta a tale da pensare alla morte? E di che pietà il cuore di lui era
stato invaso nel vedere che l'argomentazione rispondeva al vero più
ch'ei non credesse!
Ella non aveva pensato alla morte per fuggire il dolore. Il dolore era
la stessa legge della vita, diceva. Non che fuggirlo, bisognava far
consistere il dovere e la gioia nel sopportarlo serenamente. Ella aveva
voluto sottrarsi al male. Lo aveva affrontato per distruggerlo; era
discesa fino ad esso per un'opera di redenzione. La forza dell'amore le
era parsa così grande da trionfare, immancabilmente. Passando sopra alle
leggi umane e, prova maggiore, alle divine, aveva sperato di farle
accettare all'uomo che le negava e le combatteva, tutte. Ella stessa era
caduta nell'errore per evitare che egli continuasse a consumarlo, perchè
egli credesse a qualche cosa di bene. Dal sogno superbo s'era destata
impotente, piagata, avvilita ella stessa. L'amor suo era stato
disprezzato, le sue preghiere schernite, la sua fede offesa; l'opera di
distruzione era continuata più alacre di prima; ella che aveva voluto
impedirla se n'era sentita complice. Allora aveva riconosciuto troppo
tardi che la via tenuta doveva fatalmente avere quell'uscita; il suo
inganno le era parso immeritevole di perdono: allora aveva pensato alla
morte. Nel punto che le conseguenze dell'inganno fatale le apparivano
più gravi, quando l'ultimo lume di speranza erasi spento, Roberto Vérod
l'aveva incontrata; e come egli aveva attinto in lei la salute, ella
stessa s'era sentita rivivere. Cieco, egli aveva visto per lei; piagata,
ella era stata sorretta da lui. Lungamente quella mutua salvazione era
rimasta ignota ad entrambi. Nessuno dei due, sentendosi rinascere per
opera dell'altro, aveva creduto possibile che un eguale miracolo si
fosse prodotto per sua propria virtù. Nei primi tempi egli s'era
appagato della vista di lei, era vissuto nella sua luce, nessuna gioia
imaginando maggiore. Quando ne aveva concepita e intraveduta un'altra,
allora era fuggito.
Girando intorno lo sguardo per la cerchia dei monti grigi nel lume di
luna, egli ricordava ora l'alba della fuga, l'alba livida e fredda, il
lago plumbeo flagellato dal vento, irto di onde opache. Egli fuggiva
senza esitare. La speranza, la certezza di rivederla lo sorreggevano.
Quando, dove? Non sapeva. Ma l'avrebbe rivista. E la portava
nell'anima. Non aveva pianto, con l'anima piena di lei. Sulla riva,
all'improvviso apparire del battello, grigio sulle acque grige, ansante
e tangheggiante, s'era sentito chiudere il cuore. Finchè erano rimaste
visibili, i suoi occhi non avevano lasciato le sponde di Ouchy, le
alture di Losanna. E nulla rammentava del viaggio, altro che alcune
rapide scene. Aveva vegliato tutta la notte prima di fuggire, scrivendo.
Sapeva che non avrebbe potuto mandarle altro che una parola di saluto:
ma aveva scritto tutta la notte. Sul battello un sonno penoso, un incubo
greve lo aveva abbattuto. Udiva tratto tratto il fragore delle onde
rotte contro i fianchi poderosi, l'arrestarsi dell'ansante respiro;
vedeva le rive fuggire e ignorava dove fosse, dove andasse. Era andato
in Italia, per vedere il bel paese, il chiaro sole, il cielo dolce che
l'avevano fatta qual era. Era stato a Milano per vedere la sua casa
natale: la casa alta e severa come una torre, in una via remota e
silenziosa, dinanzi a una chiesetta tutta fiorita. Aveva visitato la
piccola cittadella di provincia nel collegio della quale ella aveva
trascorsa l'adolescenza; poi, in Brianza, il paese delle rose dove ella
aveva passato tanta parte della giovinezza, dove erano sepolti i suoi
cari. Imaginazioni felici lo avevano occupato; pensando ai giovani anni
della diletta, alle ingenue speranze che le avevano sorriso, alla pura
gioia che aveva diffuso intorno a sè, all'alba radiosa di quella
benefica vita, egli aveva pianto lacrime grate. Ma il tempestoso pianto
lo aspettava altrove.
Dopo una lunga peregrinazione, al morire della bella stagione era
passato per Nizza come sempre usava prima di ridursi a Parigi. A Nizza
egli aveva perduta la sorella sua, la sola compagna della sua orfana
giovinezza; dinanzi al sepolcro della sorella egli veniva a meditare sui
formidabili enimmi della vita e della morte. Quell'anno s'appressava al
sepolcro più trepidante, pieno dei nuovi pensieri da confidare alla cara
memoria, cupido delle ispirazioni che ella gli serbava. Della sorella
morta aveva parlato a lei un giorno, accompagnandola a Chillon; le aveva
detto che geloso amore egli aveva perduto, quanta parte di sè era chiusa
in quella tomba. Ed ella stessa gli aveva chiesto di parlargliene
ancora, più volte; aveva voluto sapere la vita della sorella sua e
vederne i ritratti; con parole delle quali possedeva il secreto aveva
detto la dolcezza forte del fraterno amore.
Appressatosi al sepolcro per comporre in un solo pensiero le tutelari
imagini della morta e della lontana, i suoi occhi furono percossi da un
bagliore. Sul muro funerario, accanto agli scheletri delle ghirlande
votive che era venuto altre volte ad appendervi, una grande corona
candida abbagliava come un'aureola. Non era intessuta di fiori, ma di
bianche stoffe e di fili d'argento: una mano sapiente aveva piegato il
raso bianco, i merletti bianchi, i veli bianchi, in modo da raffigurare
petali nivei e foglie spumose. La sua confusione dinanzi a quel voto
durò un attimo; per un attimo, pensando che nessuno al mondo fuorchè
egli stesso aveva amato la morta, lo stupore, l'ignoranza dell'affetto
dal quale veniva quel voto lo lasciarono perplesso e ansioso. Comprese
come alla luce d'un lampo. Certo che nessuno fuorchè la creatura d'amore
era potuto venire ad appendere quella corona votiva, le lacrime
cominciarono a sgorgargli dagli occhi, inesauribili. Beatrice secreta,
consolatrice pietosa, egli la riconosceva al pensiero d'amore che
l'aveva nascostamente guidata dinanzi a quella lapide, al pensiero
d'amore che le aveva fatto intrecciare quella ghirlanda. Le ossa della
sorella morta avevano dovuto tremare, quando la pietosa mano aveva
appeso la bianca ghirlanda! Tremando egli piangeva di gioia secreta, di
gratitudine effusa, di timida speranza. Egli dunque viveva nella
memoria, nel cuore di lei! Quando ancora chiedeva a sè stesso quali
ricordi aveva lasciati alla lontana, quando dubitava d'esser rammentato
da lei, ella aveva sposato la sua religione del sepolcro! Fissando lo
sguardo velato alla corona luminosa pareva a lui che per un nuovo
prodigio la sorella morta esprimesse i sentimenti dai quali egli era
invaso; come oltre lo spazio ed il tempo il pensiero della lontana
arrivava fino a lui, così oltre la vita l'anima della sorella parlava,
ripeteva il consiglio che egli aveva udito altra volta: «Ama e vivi,
credi e vivi, spera e vivi.» Presentendo di adunare in uno stesso quadro
le imagini belle, egli le vedeva tenersi per mano, venirgli incontro
raggianti. La lontana aveva tratto dal sepolcro la morta; i due fantasmi
vivevano d'una stessa vita sovrumana, intangibile. Ma sopra la
meraviglia beata e l'estasi trepida e la grata fede, un sentimento di
secreta ambascia gli stringeva il cuore pensando che nessuna parola mai
avrebbe potuto significare alla creatura vivente l'impeto di devozione,
il bisogno di genuflessione che lo piegavano. Prendere genuflesso la
mano di lei, baciare la mano che aveva intessuta la corona virginea, ciò
solo egli poteva. Ma gli sarebbe bastato? Tutte le cose dolci che
s'agitavano in lui non lo avrebbero soffocato? E al pensiero d'amor puro
dal quale era stata guidata dinanzi a quella tomba avrebbe egli risposto
confessando un amore esigente, un lesivo amore? Non voleva egli ora
averla per sè, tutta, ora che la sapeva sua nella fraternità d'oltre
tomba? La fuga era stata dunque inutile? Che avrebbe dovuto dunque egli
fare?...
Sorse in piedi al ricordo di quell'ansietà, tornò indietro verso il
lago, stendendo il braccio come in cerca d'un sostegno, come ebro. La
dolcezza delle memorie lo inebriava, lo sottraeva allo strazio presente.
Ma come l'insanguinata imagine riappariva, egli sentiva il suo cuore
schiantarsi. L'iniquo destino distruggeva così le sole creature degne
di vivere: una dopo l'altra egli perdeva così le sorelle.
--Sorella!... Sorella!...
Tale era stata per lui. L'amor di sorella, il nome di sorella, erano le
sole cose soavi al suo cuore. Tutti gli altri suoi amori erano stati
perfidi e velenosi, non avevano lasciato neppure un solo ricordo buono;
sdegno e nient'altro avanzava, di tanti amori: sdegno contro le perfide,
sdegno contro sè stesso. Un tempo egli si era gloriato di queste sue
passioni, se n'era insuperbito come di altrettante fortune. Ma,
concepite nel male, esse portavano dentro il germe della distruzione; se
null'altro n'era avanzato fuorchè putredine, se egli n'era rimasto
ammorbato, ciò era il suo meritato castigo. Non volendo più commettere
l'errore, sentendo risorgere il bisogno lungamente inappagato e represso
d'un'intima comunione, non potendo più vivere solo, egli ritrovava in
lei la sorella. Andarle incontro, dirle con viva voce la gioia che ella
gli dava, era stato il suo primo impulso; ma non l'aveva obbedito.
L'esagitazione dell'anima era ancora tanto violenta, e alla solitudine
sua veniva tanta consolazione dall'assiduo pensiero di lei, che egli
volle e potè aspettare. Geloso di sè stesso, quasi pauroso di menomare
il proprio sentimento indagandolo, era vissuto in una beatitudine
secreta della quale obliava quasi l'origine. Come al destarsi di lieti
sogni, come quando latenti e ignote energie eccitano e moltiplicano i
sensi della vita, egli trovava in tutte le cose una nuova virtù. Un
giorno finalmente le scrisse. Alla sensitiva creatura, al proprio
sentimento secreto, la troppo vivace espressione vocale non conveniva. E
scrivendole egli contenne l'impeto delle passioni: tacque la speranza,
moderò la gioia, disse soltanto pienamente la gratitudine. Ella rispose.
Gli parlò della sorella morta. Quali altri ricordi avrebbero potuto mai
cancellare dalla memoria di lui le parole fraterne? «Io certamente
conobbi ed amai vostra sorella. Quando mi parlaste di lei, quando mi
diceste le preziose e care doti della sua persona e del suo cuore,
sentii che ella fu il desiderio della mia gioventù, la sorella che mai
non potei consolarmi di non trovare al mio fianco nelle ore della gioia
e della tristezza. Quando mi narraste lo strazio della sua morte mi
parve come se tanta bellezza e tanta bontà fossero state da me stessa
perdute. Io mi proposi di pregare sulla sua tomba, quando seppi che è
sepolta nella città dove passo parte della mia vita. Ho compito con
gioia l'impegno preso tra me e sono felice che il mio pensiero vi sia
tanto grato...» Ora anch'ella era morta!
Il giorno era morto, la gioia era morta. La luna spandeva sul paesaggio
un mortuario lume cinereo; i muri inalbati davano imagine di lapidi
sepolcrali; il silenzio e l'immobilità della morte tenevano le acque,
la terra, il cielo, tutte le cose. Ora egli aveva un altro sepolcro
dinanzi al quale inginocchiarsi e appendere voti! Ma ella non era per
anco sepolta. La salma sanguinosa era rimasta tutto il pomeriggio sulla
tavola incisoria, in mano degli anatomisti. A quell'ora giaceva in
chiesa. Egli si guardò ancora attorno per riconoscere il luogo, per
avviarsi alla chiesa. Era sul Cammino di Lucinge: riprese ad andare per
il Cammino di Jurigoz con passo più fermo.
Nella casa della preghiera dove erano convenuti le prime volte avevano
ora l'estremo convegno! Lontano da lei il suo sguardo e il suo pensiero
s'erano rivolti al cielo, per incontrarla. Dopo la prima lettera egli
aveva tentato di scriverle ancora, ma le parole erano state inadatte.
Allora era vissuto nell'ansia. La cercava dovunque. Credeva di vederla
dinanzi a tutte le cose belle. Talvolta il cuore gli sobbalzava, se tra
le figure incontrate per via qualcuna lontanamente le somigliava. Ma
dopo queste imaginazioni il dolore si aggravava su lui. Il terrore delle
notti erano i sogni durante i quali sentiva d'averla perduta, di non
poterla rivedere più mai. Uno tornava assiduamente: egli le stava
dinanzi, col cuore pieno di tumulto, con le mani tremanti, e non poteva
dirle una sola parola: ed ella, dopo avere invano aspettato le sue
parole, s'allontanava, svaniva, lasciandolo inanimato, impetrito. Questo
sentimento di angosciosa incapacità lo teneva anche nella veglia,
gl'impediva di correre incontro a lei. Quando andò a Nizza e non ve la
trovò quasi ne restò confortato. Nel rivederla a Ouchy, sul principio
dell'estate, tremò. Col tempo, per la lontananza, egli aveva creduto e
quasi sperato d'essersi sottratto alla sua grazia: ella doveva rinnovare
il prodigio. Ma l'angoscia e la paura e tutti i sentimenti indegni
cederono improvvisamente quando le fu vicino. Poteva egli tacerle che
viveva del suo favore?... Prima ancora che parlasse ella lo aveva
compreso. Ella non s'era offesa della confessione dell'amor suo, non ne
aveva dubitato. I falsi pudori, le ipocrisie del sentimento le erano
ignoti. «Come io vi credo, mi crederete?» gli aveva domandato. Erano
sulla montagna, nel bosco della Comte; oltre la pendula volta frondosa
il lago, i monti, i paesi si disegnavano limpidi e tersi nella luce
abbagliante. Bagliori di verità erano nelle sue parole: «La verità è
come la luce: non si nasconde, La vostra memoria mi accompagnò dovunque;
la speranza di rivedervi mi sorrise. Io sapevo che quest'ora sarebbe
venuta. Ma vi sono più verità nella vita. Come ciò è realmente vero, è
pur vero d'una verità morale che l'amor vostro e il mio non sono
durabili. L'amore dev'essere appagato. Muore nella piena felicità, ma
dopo aver vissuto. Contendergli la vita per paura della morte è lo
stesso che uccidersi perchè si deve morire. Ma la vita dell'amore
dipende da una condizione: dall'osservanza delle leggi. Pensate alla
vostra sorella morta. Che cosa le avrebbe desiderato il vostro cuore, se
fosse vissuta? Che avesse amato un uomo che l'avesse amata. Voi non
avreste ricercato molto a dentro la precedente vita di quest'uomo; non
vi sareste molto inquietato delle sue prime e meno degne passioni. Ciò è
nella legge naturale che vuole gli uomini più cupidi e impazienti. Ma
quest'uomo avrebbe sdegnato il proprio passato e avrebbe tremato di
gioia superba nello stringere al cuore la vergine. Essi si sarebbero
uniti per sempre. Non si sarebbero contentati d'un tacito impegno, ma
avrebbero chiesto la sanzione sociale e la divina; perchè la legge
morale vuole che l'amore sia il fondamento della famiglia: allora esso
non muore, o si trasforma. Noi ci siamo conosciuti troppo tardi. Io non
nego che si possa amare più d'una volta, da parte vostra segnatamente.
Per noi donne l'esperienza è più rischiosa. E in generale quanto più si
prova tanto meno si crede. Troppo a lungo io sono vissuta fuori della
legge, perchè possa ancora sperare di rientrarvi. Voi non vorrete
crederlo, ora, e siete sincero; ma sarete egualmente sincero più tardi,
credendolo. Non mi faccio peggiore di quel che sono; ma se non gli
altri, io stessa ho, indistruttibile, il sentimento della mia decadenza.
Questo sentimento contenderebbe la vita alla fede. Dinanzi al sepolcro
di vostra sorella, quando voi eravate lontano, quando non sapevo bene
che cosa sarebbe accaduto fra noi, io pensai d'esservi unita da un
sentimento fraterno. Ora sento che anche questo ci è conteso. Voi
dovreste arrossire di me. Se la pietà fosse più forte, non riuscireste a
vincere la tentazione di mutare la natura del nostro legame; o
vincendola ne soffrireste troppo. Queste cose sono tutte fuori legge,
tutte destinate naturalmente a perire ed a ferire...» Egli aveva tentato
di opporsi alle luminose dimostrazioni, non sapendo ancor bene di
trovarsi dinanzi a una coscienza tanto sicura. Allora ella aveva steso
la mano verso i monti lontani: «Vedete quelle pendici? Alcune parti sono
illuminate, altre restano avvolte nell'ombra. Ma come il sole compie il
suo corso, così queste si illuminano e le altre si velano. La verità è
in tutto come la luce: non va senza l'ombra. Se a quest'ora voi credete
che ombre misteriose e propizie ci consentano di sperare, aspettate che
il tempo s'avanzi e la luce cruda vi mostrerà l'inganno...» Egli non
l'aveva lasciata finire: «E io vi dirò altre verità che voi non sapete o
non volete sapere! Voi che vi giudicate così, voi che avete uno sguardo
tanto chiaroveggente, non sapete che per la vostra dirittura, per la
vostra sincerità, per la vostra umiltà, siete una creatura d'elezione,
degna di riverenza? Non sapete che la vita contamina tutte le cose? Vi è
tra noi chi sia esente da errori? E credete che la distinzione fra i
lievi ed i maggiori importi poi molto? Ciò che importa è nutrire
l'ideale del bene. Chi si smarrì una volta e se ne dolse non è
altrettanto degno di premio di chi seguì sempre la via diritta? Un tempo
io credei che questa fosse l'ingiustizia della fede cristiana; voi
stessa mi faceste ricredere. Se pure erraste, le intenzioni che vi
guidarono vi fanno più meritevole di perdono di ogni altro. Voi che ve
ne sentite indegna, lo sperate, lo aspettate...»
Ella disse: «Non qui.» Allora egli pianse. Non ella!
E il tempo era passato senza disperdere l'ombre proprie. Egli non le
aveva detto che l'amor suo aveva fatto di lui un uomo nuovo, capace di
nuove cose: quest'orgoglio le sarebbe dispiaciuto, questa presunzione
l'avrebbe ferita. Senza dirle più nulla s'era lasciato vivere nel puro
incantamento. La certezza d'essere amato da lei lo colmava di una così
limpida gioia, che non restava nell'essere suo nessun'altra energia per
nessun altro oggetto. La speranza fioriva nell'ombra, nascostamente. Le
parole non l'esprimevano perchè non aveva bisogno di essere espressa:
doveva anzi restare gelosamente celata. La sua vitalità era così tenue
che non avrebbe resistito ad un tocco. Lasciata a sè stessa si
sostentava naturalmente, a poco a poco; traeva alimento da tutte le
cose, era il loro alimento...
Robert Vérod s'arrestò a un tratto, rabbrividendo.
Era dinanzi a San Luigi. Le finestre si disegnavano sui muri della
chiesa illuminate dalle luci interiori; le lampade vegliavano. Egli
cadde contro il cancello.
Il giorno innanzi aveva udita la sua voce! Il giorno innanzi le aveva
aperto il proprio cuore! Il giorno innanzi ella aveva lasciato che le
baciasse la mano!
Ora era morta, assassinata; e il giudice non credeva al delitto, ed egli
viveva!
IV.
STORIA D'UN'ANIMA.
L'incertezza del giudice Ferpierre dinanzi al dramma di Ouchy era venuta
crescendo. I risultati dell'autopsia non facevano alcuna luce: l'esame
della ferita, molto netta, annerita dal fumo dell'arma, dimostrava che
il colpo doveva essere stato esploso da una distanza di circa mezzo
metro: se ciò confermava l'ipotesi del suicidio, non infirmava quella
dell'assassinio, perchè l'omicida aveva potuto trarre il colpo da
presso. Neppure le lesioni interne, il cammino del proiettile che
seguiva una linea inclinata dal basso all'alto, permettevano di dare un
giudizio preciso. Sulla persona della morta nessuna traccia di violenza:
nè alle mani, nè ai polsi, nè al collo.
Mancando pertanto qualunque prova reale a sostegno d'una delle due
sopposizioni, il Ferpierre sperava di trovarne qualcuna morale nel libro
di memorie sequestrato con altre carte in casa della defunta. La stessa
notte dell'autopsia, con la febbre della curiosità suscitata in lui dal
mistero, le lesse.
Le prime pagine delle memorie non portavano date, ma si riferivano
evidentemente all'adolescenza della contessa. Cominciavano con le
impressioni della fanciulla all'uscire dal collegio, con le
manifestazioni della gioia che l'aveva occupata nel rivedere la sua
casa, nel ritrovarsi col padre. Pure ella non rammaricavasi del tempo
passato lontano; le pagine dove diceva le dolcezze della sua nuova vita
erano ancora piene dei ricordi dell'antica.
«A quest'ora le mie compagne sono in giardino; suor Anna passeggia nel
viale della fontana, leggendo nel libro che non finisce mai, poveretta,
per vegliare sulle sue figliuole; le -Inseparabili- si perdono, a
braccetto, sotto i tigli; Rosa Bianca se ne sta soletta con i suoi
pensieri; le -Matte- corrono, gridano, giocano; chi si ricorda di me
come io mi ricordo di loro?»
Il sentimento predominante era l'adorazione per il padre.
«Ora ho saputo che il babbo m'ha tenuta in collegio credendo di non
poter bastare, come uomo, alla mia educazione, ai miei piaceri. E invece
noi c'intendiamo sempre, in ogni cosa. Egli dice che sono io troppo
seria quando m'accordo con lui nei pensieri gravi; io dico invece che
egli stesso è troppo buono quando partecipa ai miei pensieri futili o
folli. La verità è più semplice, e domani glie la vo' dire: come mai non
l'ho pensata prima? Sono sua figlia: che c'è da stupirsi se gli
somiglio?
«Mi piace tanto prendere il suo braccio, quando andiamo attorno! Ma
forse è più bello quando egli prende il mio. Allora sono quasi
orgogliosa che il babbo mio, un uomo così forte e grande, s'appoggi a
me; mi pare che io sia buona a qualche cosa per lui; ma poi ho una gran
paura di non esser veramente buona a nulla...
«Bisogna che io dica al babbo una cosa della quale mi vengo accorgendo.
Egli teme che io mi annoi, sola sola, in questa gran casa: si vede che
il suo studio è di farmi svagare, di procurarmi piaceri e divertimenti.
Oggi ha sgridato Giovanni, che tardò tanto a passare dal teatro da non
trovare più nessun palchetto disponibile: è in collera perchè non mi
potrà condurre a questa rappresentazione, non già perchè voglia andarci
lui. Giulia m'ha detto che egli non andava mai al teatro, quand'era
solo. Povero babbo, quanto mi duole che si sacrifichi per me! Prima
andava al circolo, tutte le sere; ora mai più. Ho dovuto pregarlo tanto
perchè non trascuri troppo i suoi amici!...
«Ho detto male; egli non fa sacrifizii per me, come io non ne faccio per
lui. Far piacere alle persone che vogliamo bene è il maggior piacere. Ma
io vorrei persuaderlo che ha torto di temere che m'annoi. Io non mi sono
annoiata mai. Paola Lerani ripeteva sempre un intercalare: «Figlia mia,
la noia è grande!» Dava a tutte della -figlia-, anche alle maggiori di
lei, e s'annoiava sempre, di tutto. I suoi parenti tardavano a portarla
via dal collegio, ma ella non se ne doleva: «Figlia mia, la noia è
grande!» Si annoiava a giocare, a studiare, a passeggiare, a lavorare,
ad andar fuori, a restar dentro: non si sapeva che cosa fare per
guarirla della sua noia. Doveva soffrire d'una malattia, poveretta.
Forse che il babbo crede ammalata anche me?...»
Tratto tratto ella parlava dei suoi mali fisici, delle inquietudini del
padre per la salute di lei: giudicava che egli fosse più abile d'una
suora nel curare gli infermi.
«Quasi io desidero di star poco bene per vederlo seduto al mio
capezzale, per udirgli narrare le storie con le quali mi distrae, per
vederlo andare attorno, preparare le medicine, apparecchiare un tavolino
proprio accanto al mio letto, togliere di mano a Giulia ogni cosa e far
egli stesso ogni cosa, meglio di suor Anna!...
«Oh, no! povero babbo mio, non voglio più restare a letto; voglio
sentirmi sempre bene e avere una bella ciera e fare il chiasso perchè tu
ti rassicuri, perchè non t'affligga tanto a causa mia.
L'altro giorno, mentre i dottori mi esaminavano, lo vidi dallo
specchio: non s'accorgeva d'essere guardato, e teneva le mani strette
l'una nell'altra, e tendeva il capo verso di noi, respirando a fatica,
come se l'ammalato che aspettasse il giudizio dei medici fosse egli
stesso!...
«Mi pare certe volte, quando ho il mal di capo, o sono infreddata, o non
posso neanche assaggiare certe cose, che il mio babbo abbia i miei
malanni o le mie nausee: se tossisco mi pare che anche a lui dolga il
petto, se sento freddo che anch'egli ne senta. È bello volersi bene
così!»
Ella era così alta e il padre ancora tanto giovane, che talvolta li
prendevano per fratello e sorella; questo errore della gente le faceva
un immenso piacere; ed ella anche pensava che non fosse errore tanto
grande quanto pareva:
«Un fratello potrebbe fare di più per me? Il fratello di Virginia non dà
altro che dispiaceri a lei ed a tutta la famiglia; anche quando sono
buoni gli uomini non capiscono tante cose, le cose che non ci piacciono;
mentre invece il mio babbo!...»
Ed anche di questo fatto ella trovava la spiegazione:
«Egli amò tanto la povera mamma, che prese tutti i suoi gusti, tutte le
sue abitudini, i suoi modi di pensare e di sentire. E tutto il bene che
ella mi voleva, quando ero in fasce, lo ha preso lui e me lo ha serbato
e ora me lo dà. Fu una gran disgrazia la morte della mamma mia,
parliamo sempre di lei, l'abbiamo sempre presente; e se potessi vederla
un giorno! Ma quando egli si duole perchè da solo non può bastarmi, non
ha ragione: io ringrazio il Signore d'avermi dato un padre come il mio,
che mi vuol tanto bene, che non mi lascia desiderare mai nulla.»
Ella stessa temeva di non bastargli, e non tanto per sè quanto per lui
pensava che, se avesse avuto una sorella, in due sarebbero meglio
riuscite a farlo felice. Le famiglie molto numerose e concordi le
facevano invidia:
«Quando si è in tanti ciascuno dice la sua, ciascuno ne pensa qualcuna,
gli umori diversi reagiscono l'uno sull'altro e si modificano; mentre
una persona sola può essere tutt'in una volta, seria e allegra, può
pensare a tutto, prevedere e far tutto? Quando sto poco bene il
desiderio di una sorella che tenga allegro il babbo, che gli allevii le
cure ed i pensieri diviene più forte.... Ho detto al babbo questa mia
idea; egli si contenta di me sola, non vorrebbe dividere in due il bene
che mi vuole. No, babbo mio; il bene non si dividerebbe in tal caso: si
sommerebbe...»
E quantunque l'amore del padre la occupasse tutta, ella sentiva che nel
suo cuore c'era posto per un affetto diverso. Confessava la prima volta
questo sentimento nel provare un secreto senso di vergogna all'idea che
il padre potesse leggere in quel suo giornale:
«Il babbo non sa che la sera, prima di andare a letto, io mi metto di
tanto in tanto a scrivere in questo libro. Ieri è venuta giù una gran
pioggia alle undici, quando egli credeva che fossi addormentata: sapendo
che ero ancora desta mi ha domandato se mi sentivo male. L'ho tosto
rassicurato; ma non ho soggiunto che mi sentivo tanto bene da restar
levata per poter scrivere in questo libro. È male che io mi nasconda dal
babbo. Certe volte mi propongo di confidarmi a lui, di dargli da leggere
ciò che scrivo. Non sono le stesse cose che gli dico a voce, ogni
giorno? Ma non so: ho vergogna e quasi paura. Talvolta mi pare anche di
far male a scrivere qui. Camilla Sergondi mi fece venire la prima volta
quest'idea, di scrivere la nostra vita, al collegio; ma non cominciammo
mai. Però, tutte le sere, ringraziando il Signore della giornata
trascorsa felicemente, io ripensavo alle cose accadute, a ciò che avevo
fatto, che avevo detto, che avevo pensato; quanto a scrivere, non sapevo
da che parte rifarmi, perchè tutti i giorni erano gli stessi; allora
aspettai d'essere a casa: e così ho cominciato. Ora me ne pento perchè
non so confidarmene al babbo. E poi, qualche volta, come ora, mi pare
inutile scrivere queste cose: le cose che penso sempre non hanno bisogno
d'essere scritte; certe altre non le so scrivere, non le posso....
Perchè vi sono certe cose che non si possono scrivere, e neppur dire? Ma
se avessi una sorella! A lei direi tutto, lo sento!...»
Un giorno finalmente, non potendo a lungo mantenere il secreto col
padre, gli aveva confidato che teneva quel diario. Per fortificar la
memoria ella vi soleva ricopiare le poesie che più le piacevano: c'erano
versi del Prati, dell'Aleardi, del Manzoni, di Shelley, di Byron; un
giorno, recitando al padre una poesia di Victor Hugo trascritta da un
giornale e non rammentandola bene, era andata a prendere quel suo libro:
«Ho detto al babbo che qui ricopio le belle poesie e scrivo le mie
impressioni. Quantunque risoluta a dirgli tutto, pure speravo che egli
non avrebbe voluto leggervi. Quando mi domandò: «Mi lasci vedere?» gli
diedi il libro, ma credo d'essermi fatta molto rossa in viso. Il babbo
ha letto qualche rigo, in due o tre pagine soltanto, poi l'ha chiuso,
abbracciandomi strettamente, baciandomi in fronte, anch'egli con gli
occhi rossi. Allora, venutomi un gran coraggio e quasi un pentimento
della mia paura, l'ho pregato di leggere tutto; ma egli non ha voluto.
Ho dovuto leggere io stessa. E così la vergogna se n'è andata e ora mi
sento come liberata, da un gran peso, e contenta, contenta...»
Ella nominava la prima volta il conte Luigi d'Arda nel parlare di poesia
e d'arte; quel nome tornava poi spesso, quasi sempre a proposito di
libri e di cose letterarie. Intimo amico del padre, suo compagno di
gioventù, il conte era dei pochissimi che frequentavano casa Albizzoni;
la giovinetta dava di lui giudizii molto favorevoli.
«Come si vogliono bene il babbo ed il conte! Somiglia al babbo, l'amico
suo; è buono come lui, ha quasi la stessa sua aria...
«Oggi il conte mi ha mandato i romanzi del Walter Scott.... Oggi ho
avuto dal nostro buon amico i drammi di Metastasio....
«Egli si esercita ancora alla scherma; il babbo invece ha smesso da
molto tempo. Ne hanno parlato a proposito dei duelli che il Tasso
descrive nella -Gerusalemme liberata-; per chiasso il conte ha sfidato
il babbo, ma questi ha risposto, scrollando il capo: «Non sono più cose
dell'età nostra!...» La sua risposta m'ha fatto tanto dispiacere! Forse
che si crede vecchio? Ha quarantanove anni appena! Anche all'amico suo
la risposta deve aver fatto male, perchè non ha più detto niente, ed
anche è andato via più presto del solito....
«Oggi il nostro amico ha mandato tanti libri inglesi che non so più dove
metterli. M'accorgo che siamo quasi sempre dello stesso sentimento
intorno ai libri che leggiamo. Egli ha tanto letto e studiato che non
ardisco dire la mia opinione quando me la richiede; allora dice egli la
sua, ed a me non resta da far altro che assentire....
«Ora comincio a farmi coraggio, sentenzio anch'io di tanto in tanto, ed
egli loda il mio gusto...
«Ancora libri! Il babbo ha detto per chiasso che il conte è il mio
fornitore.
«Oramai è cosa intesa: egli è il mio fornitore; mi ha chiesto anzi il
permesso di alzare lo stemma di casa Albizzoni sulla sua libreria; io
glie l'ho accordato: come s'è riso!
«Mi piace tanto di veder ridere il babbo e l'amico suo! Nelle persone
che ordinariamente sono serie il riso ha un altro sapore, non rallegra
tanto quanto intenerisce.
«Oggi il conte ha disegnato il nostro stemma che dovrebbe mettere sulla
sua libreria: disegna benissimo e con una sveltezza straordinaria. Mi ha
spiegato che lo scudo per le damigelle è di forma diversa da quella
delle dame e dei cavalieri; ha parlato tutta la sera d'araldica e di
cavalleria, ho imparato una quantità di cose che ignoravo.
«Il babbo che ha sempre tanta fretta di passare dalla mia sarta non si
occupa dei proprii abiti: ho dovuto pregare il suo amico di persuaderlo
a pensare un poco anche a sè.
«Scherzano tra loro, a proposito delle cose della moda; il babbo ha
osservato, ed anch'io, veramente, che l'amico suo è d'un'eleganza
squisita, da un certo tempo; e mi spiega sempre, a proposito del taglio
delle giacchette e delle fogge delle cravatte: «Questa è l'-ultima
parola- di Gironi.... Questa è l'-ultima parola- di Vassier...» Gironi è
il sarto, Vassier il cravattaio...
«Oggi ancora libri; ma questa volta sono accompagnati da un cartoncino
come quelli che adoperano i negozianti per diffondere il loro indirizzo:
c'è su il nostro stemma, miniato perfettamente, e poi una scritta che
dice così: -Libreria internazionale di Luigi d'Arda, Fornitore di Sua
Grazia la Marchesina Fiorenza Albizzoni-Vivaldi....- Come ha riso il
babbo! «Aspettiamo la fattura!...» gli ha detto, continuando lo scherzo;
e il conte, serio serio: «La nostra casa regola i conti a fin d'anno.»
«Ora anche il babbo mi dà della -Vostra Grazia-, e quando parlano di me
tra loro dicono sempre: «Sua Grazia la marchesina.» La mia Grazia è
commossa da tanta grazia!...
«Il conte d'Arda, l'ho saputo oggi, è più giovane del babbo: ha
quarantaquattro anni. Non so bene se questa cosa mi fa piacere o
dispiacere...»
Una pagina bianca interrompeva a questo punto il diario. Il manoscritto
ricominciava poi, con altro inchiostro e anche con carattere un poco
modificato:
«Oggi partiamo. Non scrivo più da oltre sei mesi. Quante cose in questo
tempo! Non importa che non abbia scritto nulla su queste pagine: sta
tutto scritto qui, nella memoria, nel cuore. Luigi ha pianto, il babbo
cercava di farsi forza, ma non riusciva a contenere la sua commozione.
Quando li ho visti abbracciarsi, con gli occhi ridenti e lacrimosi,
allora ho pianto anch'io. Sua Grazia la Marchesina Fiorenza
Albizzoni-Vivaldi non c'è più...»
E il giudice Ferpierre, sostando perchè il manoscritto era di nuovo
interrotto, ricostruiva con l'imaginazione le cose taciute dalla
narratrice.
Il conte d'Arda, che aveva visto nascere la figliuola dell'amico suo e
che l'amava da bambina come un altro padre, s'era dovuto sentir vincere,
dinanzi alla giovanetta, da un sentimento diverso, più dolce e
tormentoso. Certo aveva tentato di resistergli, pensando alla grande
disproporzione dell'età, soffrendo d'una pena secreta e quasi vergognosa
tutte le volte che l'amico ancora ignaro alludeva alla loro giovinezza
tramontata; ma l'amore era stato più forte ed aveva suggerito i suoi
persuasivi ragionamenti. A quarantaquattro anni poteva egli dirsi
vecchio? Se la sua persona e il suo carattere non dispiacevano alla
giovinetta, che cosa importava la differenza degli anni? L'esperienza
acquistata con gli anni non faceva di lui un partito più conveniente di
tanti altri?... Ma sopra ogni cosa l'amicizia che lo legava al padre non
dava garanzia che egli avrebbe consacrato tutta la vita a rendere felice
la figlia dei fratello suo? Per l'assidua e intima frequentazione di
quella famiglia non era già come se egli fosse entrato a farne parte?...
E questo argomento doveva aver persuasa la giovinetta. Senza dubbio il
marchese, stupito nel comprendere la speranza dell'amico, aveva esitato
prima di secondarne la domanda, e in ogni caso aveva lasciato libera la
figlia di accoglierla o di rifiutarla; ma con altrettanta certezza si
poteva pensare che l'idea di affidare la fanciulla a un cuore provato
come quello dell'amico doveva avergli sorriso. La giovinetta, leggendo
nell'anima del padre come nella sua propria, comprendendone la secreta
inclinazione, sicura dell'affetto del conte, doveva aver sofferto per
quelle care persone ed anche un poco per sè stessa all'idea che la loro
intimità potesse un giorno finire, e accettato quindi l'idea di renderla
imperitura; non conoscendo altri uomini, non facendo ancora differenza
tra amore e amore, aveva acconsentito.
Il Ferpierre vedeva confermate le sue deduzioni nei fogli successivi:
quantunque le date mancassero ancora, questi dovevano essere scritti
dopo il viaggio di nozze:
«Nulla è dunque mutato: rieccoci insieme come un tempo. Allora Luigi
veniva da noi; ora è il babbo quello che viene a trovarci. Non ha egli
stesso voluto che si facesse una casa sola: a me sarebbe piaciuto tanto,
e a Luigi pure. Tutto ciò che mi piace piace a Luigi; il nostro accordo
sulle cose dell'arte e del pensiero continua intorno alla vita.
«Il babbo mi domanda se sono contenta: io ringrazio il Signore della
felicità che mi accorda. Che ci accorda. Egli quasi non crede
all'accaduto. L'idea che, maritandomi, io potessi capitar male, era il
suo tormento. Luigi mi domanda se l'amo; io non so come provarglielo.
«Mi pare che tutti e due dubitino, l'uno della mia felicità, l'altro
dell'amor mio. Non insistono nel volerne l'assicurazione, ma leggo nei
loro sguardi una secreta ansietà, quasi ch'io nascondessi loro
qualcosa. Tutto ciò perchè mio marito ha quarantaquattro anni! Se ne
avesse trentaquattro non dubiterebbero!...
«Che piacere! che piacere! Ho potuto finalmente persuadere Luigi della
verità. Gli avevo detto, in viaggio, che ho scritto in questo libro
certi miei ricordi dal giorno che uscii di collegio, e gli avevo
promesso di darglieli da leggere. Egli voleva sapere se parlavo di lui,
che cosa ne dicevo, che giudizio ne davo. Venuti a casa, non me ne
chiese più; l'altro giorno che glie ne riparlai io stessa, mi rispose
che non voleva leggere nel mio giornale. La sua ragione non mi parve
buona: disse che le cose da me confidate alla carta non andavano
svelate: invece era sempre la paura di scoprire che non mi fosse parso
abbastanza giovane, che mi fosse piaciuto poco. Allora l'ho pregato di
starmi a sentire, ed ho letto io stessa. Quando sono arrivata alle
ultime righe, mi ha chiesto, con gli occhi rossi, di spiegargliele. Le
ultime righe, prima del nostro matrimonio, dicono così:
-«Il conte è più giovane del babbo: ha quarantaquattro anni. Non so bene
se questa cosa mi fa piacere o dispiacere.»-
«Ed io glie le ho spiegate come meglio ho potuto. Saperlo più giovane
del babbo mi fece un senso di pena per il babbo mio, giacchè io vorrei
che per lui il tempo non solo non passasse, ma tornasse indietro; ma
poi, pensando che il babbo aveva me, mentre l'amico suo era solo, mi
piacque e mi parve anche giusto che questi fosse più giovane, perchè
doveva anch'egli prender moglie e crearsi una famiglia. Come mi ha
abbracciata, Luigi! Che occhi ridenti! Che parole d'amore! Non l'ho
visto mai tanto felice, neppure il giorno che gli dissi di sì! Ora non
può più dubitare che i suoi quarantaquattro anni mi sembrino troppi; è
anzi persuaso che l'idea di sposarlo non mi dovè sembrare poi tanto
stravagante come egli ed il babbo temevano. Mi parve anzi naturale.
Pensai un momento, è vero, che Luigi aveva il doppio dell'età mia; ma
l'età degli uomini non si conta come quella delle donne. E poi, chi
darebbe quarantaquattro anni a mio marito? Non importa l'età, importano
le qualità dell'animo; e della bontà di Luigi io avevo questa gran
prova: che è amico del babbo. Tutto ciò che gli avevo udito dire in due
anni d'intimità mi dimostrava che il suo modo di pensare e di sentire è
delicato, gentile, squisito, che il suo ingegno è alto ed eletto, che la
sua cultura è varia e profonda.
«E ora capisco che la quistione è un'altra: Luigi non aveva tanta paura
che non mi paresse giovane abbastanza, quanto che non mi piacesse come
persona, come viso.
«Ebbene, se certe volte io ho giudicato stupida l'abitudine di prendere
queste note, e se certe altre invece l'ho approvata, oggi mi pare che
sia stata proprio una fortuna averle scritte, poichè ho potuto
convincere Luigi con quella famosa esitazione. E così avessi scritto
bene tutta la mia precisa impressione di quella volta che, sfidando il
babbo per chiasso, prese un fioretto dal trofeo d'armi e si mise in
guardia! Stava così bene con l'arma lucente in mano, con gli sguardi
lampeggianti come la spada, era così forte ed agile che mi parve
veramente una figura balzata fuori da quei romanzi di Walter Scott che
mi piacciono tanto. Non pensavo ancora di poterlo sposare, ma pensai
benissimo che potevo essere la dama per la quale egli scendeva in campo.
E se sapesse che piacere diverso, non ancora provato, quando mi mandò
quel cartellino dove si diceva, per chiasso, -Fornitore di Sua Grazia la
marchesina Fiorenza!- Su quel cartellino si trovavano insieme i nostri
nomi, come sopra una partecipazione nuziale: era scritto! Neppure allora
io pensai con precisione che un giorno avremmo potuto essere uniti come
ora: ma notai sì, che i nostri nomi erano messi accanto, pensai che egli
stesso li aveva accoppiati, che m'aveva chiamata -Sua Grazia-, e sentii
che il cuore mi batteva forte forte...
«Ah, se avessi scritto queste cose Luigi ora non dubiterebbe. Ero sul
punto di dirgliele, ma poi le tacqui; un poco perchè egli si trovava in
una delle sue ore di dubbio, un poco perchè pensai di far meglio
scrivendole su questo libro dove egli le leggerà un giorno. Giacchè non
crede, non merita ch'io le dica a lui; le confido a queste pagine che
erano già destinate ad accoglierle. Se le scrivo più tardi di quando le
pensai, non vuol dire che non siano vere!...»
E sotto quelle parole, a caratteri più grossi, più irregolari, tracciati
con mano tremante, stava scritto:
«Ha letto! Ha creduto!...»
Così continuavano quelle memorie, piene delle espressioni d'un'intima
contentezza, rivelatrici di un'anima amante, candida e schietta, della
quale il giudice Ferpierre ora quasi s'innamorava.
Maritata in quelle condizioni, con uno che poteva esserle padre, non era
però da prevedere che la giovanetta dovesse rinunziare alla vivace
felicità e ottenere, nella migliore ipotesi, la quiete; una quiete
presto o tardi insidiata dalle imaginazioni d'un bene maggiore?...
Le confessioni della morta distruggevano questo sospetto. Il Ferpierre
amava credere che, se la narratrice non fosse stata felice, se avesse
sentito d'essersi ingannata sposando il conte d'Arda, lo avrebbe
confessato schiettamente, interamente; ma poichè ella aveva riconosciuto
una volta di sentir cose che non poteva scrivere, forse non avrebbe
nettamente dichiarato il proprio inganno; fors'anche, invece di
adombrarlo, non avrebbe più scritto nulla, ed il silenzio sarebbe stato
ancora più eloquente. Ma, non che tacere, non che alludere al
disinganno, ella insisteva tanto nelle manifestazioni d'un affetto
ingenuo e caldo ad un tempo, che il giudice non poteva dubitare della
sincerità di lei. Del resto quell'amore d'una giovane di vent'anni per
un uomo d'oltre quaranta era proprio incredibile? A spiegarlo il
Ferpierre non teneva tanto conto delle qualità morali dello sposo quanto
delle fisiche; e fra le carte rinvenute presso la defunta egli aveva
visto alcune fotografie di parenti e d'amici, due delle quali, per
dichiarazione di Giulia Pico, erano del conte: la figura di quell'uomo
aveva una bellezza così forte e nobile, così piena di espressione, che
l'amore della giovane sposa ne restava giustificato. E per lunghe e
lunghe pagine ella non parlava d'altro: narrava orgogliosa tutte le
prove d'amore datele dal marito, trascriveva le sue parole innamorate,
esultava nel vederlo oramai ricreduto, nel sapere suo padre sicuro della
loro felicità.
Bruscamente una pagina bianca interrompeva ancora il giornale: sulla
seguente una sola riga era scritta:
«Padre, padre mio, vivi! Vivi per me!...»
E null'altro. Il Ferpierre quasi udiva il grido della disperata
preghiera che al capezzale del padre agonizzante rompeva dal petto della
figlia devota. Invano: nella pagina successiva una ciocca di capelli
grigiastri era passata fra due tagli del foglio, con una data al
margine: -3 giugno 1886.- Poi il libro era pieno di memorie del morto:
la contessa affidava a quelle pagine i più cari suoi ricordi di figlia
con un dolore così cocente ma confortato dalla cristiana speranza, che,
a certi passaggi, pareva parlasse ancora del padre vivo, come al
principio del libro. Ma il giudice percorreva rapidamente quelle pagine,
impaziente d'arrivare al dramma che presentiva immancabile.
Col tempo, con la vecchiezza del marito, con le seduzioni del mondo, non
era fatale che la calma felice di quella donna finisse? Come avrebbe
ella parlato della tentazione?
Non ne parlava. Il diario aveva però una lacuna maggiore delle
precedenti; la scrittura appariva, dopo un'interruzione, ancora più
modificata; e il senso delle nuove note riusciva incomprensibile.
«.... Io ne sono sicura. Le sue parole mi ritornano tutte alla memoria.
Allora ne sorridevo, ne insuperbivo: oggi pago la superbia d'un tempo. A
certi momenti dubito che la colpa sia mia. Che cosa avrebbe fatto
un'altra? La colpa è certamente della mia ignoranza, della mia
inesperienza...
«Non volle o non potè parlare? Forse non volle e non potè. Una sola
volta gli domandai: «Ma come? Com'è stato?...» L'odo ancora rispondere,
torcendo gli sguardi: «Più tardi...»
«Egli non credeva che l'uccidersi fosse male imperdonabile. Uccidersi
per non saper vivere era a suo giudizio viltà; ma in altri casi la morte
volontaria non era per lui condannabile. Molte volte discutemmo questo
problema: egli mi dimostrò che il mondo onora giustamente chi si sottrae
con la morte al servaggio, alla vergogna, al disonore; chi morendo salva
od aiuta i suoi simili. Uccidersi per castigarsi, diceva ancora, è
giustizia...
L'incertezza del Ferpierre sul significato di queste parole durò poco:
il pensiero della narratrice si veniva precisando da una pagina
all'altra: ella pensava che suo marito non fosse morto per una
disgrazia, ma deliberatamente; che avesse cercato la morte tremenda
sotto le ruote d'un convoglio.
«Le persone presenti dissero, e dicono ancora, di non capire come egli
non udisse le loro grida, non vedesse i loro gesti disperati. Una di
quelle vertigini delle quali soffriva nell'ultimo anno potrebbe spiegare
l'accaduto, se io non sapessi.
«La sua tristezza era mortale. Quando glie ne chiedevo la ragione mi
guardava così dolorosamente come se fosse sul punto di perdermi. Un
giorno, molto lontano, quando mi parlò la prima volta della sua vita di
scapolo, le parole erano così sdegnose sulle sue labbra! E la certezza
d'essersi finalmente sottratto all'errore, alla colpa, gli dava tanto
conforto!...
«Era severo e quasi senza perdono, nonostante la sua bontà, per i
traviamenti della passione. La rovina del suo amico che aveva
abbandonato la famiglia gli pareva meritata: non lo persuadeva
all'indulgenza neppure la morte nella solitudine e nella povertà...
«Io sentivo ciò che accadeva. Non parlai. Ebbi paura. Ebbi paura di
pensare.
«Non sono sincera. Non dico tutto...»
E il Ferpierre, vedendo che nelle pagine seguenti ella non parlava più
del dramma, sostò ancora una volta per meditare sulle cose lette.
Tra quelle due anime la tentazione si era insinuata; ma l'uomo, non la
donna l'aveva accolta! Le ultime parole di lei: «Non sono sincera, non
dico tutto...» significavano forse che ella non aveva accusato il marito
perchè non si sentiva neppure senza peccato? Quantunque all'esperienza
del giudice poche cose paressero impossibili, quantunque egli anzi
prevedesse che alla troppo giovane sposa il calmo affetto d'un marito
troppo vecchio non dovesse un giorno bastare, ora l'idea che ella avesse
potuto fallire gli repugnava. Egli si era venuto tanto affezionando alla
figura della morta nel leggerne la storia, la vedeva così nobile e pura,
sentiva in ogni pagina di quelle confessioni una schiettezza così
semplice, che il senso della reticenza ne restava naturalmente
giustificato. «Ebbi paura di pensare. Non sono sincera. Non dico
tutto...» Nel punto che scriveva quelle parole non pensava ella che il
tradimento del marito al quale aveva portato tanto amore, il tradimento
di chi aveva dubitato dell'amore di lei credendosene indegno, di chi
aveva promesso dedicare tutta la vita a meritarlo, a serbarselo, fosse
in lui una colpa grave, un immeritato castigo per lei? Non pensava ella
che quell'uomo aveva mentito o che si era vantato d'una forza della
quale mancava? Se turbatrici seduzioni eransi esercitate anche su lei e
se ella aveva saputo domarle e disperderle, ella che a giudizio del
mondo sarebbe stata più scusabile d'accoglierle, non doveva considerare
severamente la debolezza di quell'uomo? Tutto il dolore che il
disinganno, che la scienza del male fino a quel giorno insospettato
destavano nell'animo della sposa si esprimeva con quella frase: «Ebbi
paura di pensare...» e il Ferpierre, rileggendola, s'affermava nella sua
spiegazione, riconosceva che l'imprevista soluzione era logica:
illogico, o almeno troppo ligio al preconcetto era stato egli stesso nel
prevederne una contraria.
Che il conte d'Arda, vissuto fino a quarantaquattro anni la vita
necessariamente dissipata dello scapolo senza sentire più presto il
bisogno d'un affetto legittimo, si riducesse durabilmente a quella del
marito esemplare e s'appagasse dell'ingenuo amore della giovinetta era
forse naturalissimo? Ed era innaturale ed inammissibile che la sposa
amante ignara del mondo circoscrivesse tutta la gioia nel suo nuovo
stato? I particolari del dramma sfuggivano al Ferpierre, ma egli li
ricostruiva con l'imaginazione. Un'altra donna, una donna tutta diversa
dalla contessa, molto esperta, senza scrupoli, aveva sedotto Luigi
d'Arda: egli aveva tentato di resistere persuaso dell'infamia che
avrebbe commessa tradendo la giovanetta, dandole l'esempio del male,
egli cui non solo il dovere ma anche l'interesse consigliavano di
seguire la rigida via dapprima tracciatasi; ma la tentazione aveva
dovuto vincerlo. Che cosa bisognava pensare del sospetto della
contessa, che egli si fosse data la morte? L'anima alta di lei
attribuiva allo sposo la volontà di castigarsi se era stato incapace di
evitare l'errore? Oppure l'imaginazione romanzesca della donna vedeva un
suicidio dove non c'era altro che un disgraziato accidente? Mistero nel
mistero; ma questo doveva restare impenetrabile, se oramai il suggello
della morte aveva chiuso le labbra dei due attori del dramma. La
tentatrice sola, se viveva, avrebbe potuto rischiararlo; ma che,
soccombente mal suo grado alla colpa, il conte avesse voluto morire per
punirsi, per evitare d'essere in vita peggio punito con la caduta della
sposa a cui aveva additato le vie del male; o che, anche pensando queste
cose, la sua morte fosse opera del caso, oramai poco importava. Con
raddoppiata curiosità il Ferpierre continuava la lettura delle memorie
in cerca di ciò che più gli premeva.
Dopo i rapidi accenni alla sciagura egli non trovò altro che descrizioni
di paesi. La giovane vedova portava il suo lutto di luogo in luogo,
lungo il Reno, in Olanda, in Iscozia; qui soltanto le memorie erano
datate. Pareva che, come l'esperienza l'aveva maturata, così anche il
suo pensiero e il suo stile si fossero fortificati; certi paesaggi erano
ritratti con tocchi sobrii ma vigorosi, le imagini erano nitide ed
evidenti. Qua e là, fra le descrizioni, si trovavano schizzi a penna ed
a matita, vedute di luoghi, riproduzioni di tipi; e il tocco della
disegnatrice era aggraziato e fermo ad un tempo. Di tratto in tratto
ancora alcuni giudizii morali senza apparente relazione con le note
vicine, dimostravano come, dietro l'esteriore tranquillità, un secreto
lavorìo la tormentasse. A un punto ella diceva:
«Non basta saper regolare le nostre azioni esterne, bisognerebbe poter
guidare il pensiero intimo.»
Voleva ella forse dire con queste parole che, libera e sola, tentatrici
persuasioni, alle quali pur sapeva resistere, l'assediavano con suo
dolore? E non era troppo naturale che così dovesse essere?
«La legge del perdono è necessaria perchè il male è universale; e senza
di essa nessuno potrebbe sperare di salvarsi.»
Quest'idea derivava da una persuasione astratta o non piuttosto dalla
coscienza di una qualche colpa personale?
A poco a poco ogni altro soggetto era posto da parte: in alcune pagine
non si leggevano altro che speculazioni intorno ai problemi nella vita.
«L'ingiustizia è grande nel mondo; nessuno è più degno d'encomio di chi
intende ripararla.»
«Vi sono due specie di leggi: le leggi della natura e quelle dell'anima:
molte volte la legge ideale consiste nell'operare contro alle impulsioni
naturali. Ciò mi stupiva una volta, ora non più. Quello di affrancarsi
dalle leggi naturali è il bisogno più alto e lo sforzo più nobile: il
merito consiste nella difficoltà da superare.
«Non molte volte, ma sempre c'è opposizione tra le due specie di leggi;
non è possibile in questa vita comporle, perchè senza lo sforzo non ci
sarebbe bene. Questa è la gran prova.
«Chi dice che è stolto predicare l'eguaglianza degli uomini perchè essi
sono naturalmente diseguali, non sa di dire una eresia morale.
Altrettanto giusto sarebbe dire che è stolto predicare il sacrifizio
perchè l'egoismo è legge della natura. Se l'amore di noi stessi è il
primo nostro bisogno reale, reprimerlo e posporlo all'amore degli altri
dev'essere il primo nostro bisogno ideale. Gli uomini sono nativamente
diversi: questa verità ingrata ci suggerisce l'ideale dell'eguaglianza.
Sono idee che mi sembrano semplici; egli dice che sono rare...»
L'attenzione del giudice crebbe in quel punto. «Egli» non era il
principe Alessio Petrovich? Quei ragionamenti intorno al problema
sociale non datavano dal tempo nel quale i due amanti si erano
incontrati? La narratrice pareva rispondere alla domanda che il
Ferpierre si rivolgeva mentalmente, perchè da una pagina all'altra il
tema delle memorie mutava e dalle speculazioni astratte ella passava a
più intime confessioni.
«No, io non avevo ancora provato un turbamento simile. Volevo negarlo,
ma non posso. Quest'ansia, questa febbre m'erano ignote.
«Lessi una volta che l'amore non è uno solo, e mi parve che lo
scrittore mentisse od errasse, che non vi fosse se non un modo d'amare.
No: egli ha ragione. L'affetto d'allora non somiglia al tumulto d'oggi;
Luigi che era più esperto di me lo sentiva e non si contentava di ciò
che gli davo. Dubitava dell'amor mio perchè non lo vedeva impetuoso e
veemente. Mio padre dubitava della mia felicità per ciò. Dubito ora
anch'io?...
«Fiocchi di nebbie s'insinuano fra le cime dei monti, strisciano come
draghi, s'annodano come bende, si stendono come veli; un lato del lago è
scomparso fra le nubi, le acque ora non sono più circoscritte, formano
come un golfo aperto sopra un oceano misterioso. Odo ancora la voce di
lui. Io sono felice...
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