e spartiva, si può dire, il sonno con lui, angustiato soltanto per le strettezze in cui versava. -- Pensate sempre alla casa, con quella faccia lunga? -- domandava l'amico Agostino. -- Ora il fatto è fatto, e bisogna stare allegri. Domani tornerà Vito Lisani, con la moglie, e gli faremo una serenata; venite anche voi, col mandolino; ci divertiremo.... -- Vuoi che ci vada? -- chiese Salvatore a Fanny. -- Pur di non trovarti sempre fra i piedi!.... Come Salvatore arrivò in casa di Giovanni Santoro, dove la comitiva stava per mettersi in cammino, non vide l'amico Agostino. -- E Agostino, dov'è? -- Ora viene! -- rispose Michele Calanna, ridendogli in faccia. Sotto la casa di Vito Lisani la serenata faceva un baccano, destando tutto il vicinato. Giovanni Santoro suonava l'organino, instancabilmente, aprendo e chiudendo il mantice, e la compagnia cantava a squarciagola: -- Non ti ricordi quand'eeri malaata, Quand'io vegliavo vicino al tuo letto... Salvatore, col mandolino sotto il braccio, come se fosse la scatola dei rasoi, diceva ogni tanto: -- E Agostino, che gli è successo? -- Niente, ora viene! -- E le risa interrompevano il canto. -- Tutte le feste al tempi-o, Mentre pregavo Iddi-i-o... -- Io direi di andare a bere. Nella bettola, in piedi, gridando e canticchiando, la comitiva si dissetava. Salvatore rifiutava il bicchiere, ma gli amici insistevano: -- E un sorso.... e un altro.... e ora andremo a trovare Agostino!... Ma Salvatore, un po' brillo, disse: -- Niente; io vado da mia moglie! Gli amici lo presero in mezzo, tentando di persuaderlo, di trascinarlo. -- Vieni con noi; troveremo Agostino!.. -- M'aspetta mia moglie! Egli si svincolò, con uno sforzo disperato, girando per aria il mandolino, e corse a casa. Bussò al portone, prima piano, poi forte, poi tempestando; ma non aprivano ancora. -- Vengo!... vengo... -- si sentiva la voce della serva. Salvatore salì le scale, barcollando, ed entrò in camera, dove trovò sua moglie levata, in camicia. -- È questa l'ora di tornare a casa? Briaco come un maiale? -- cominciò a gridar lei, guardando sotto il letto, con la coda dell'occhio. -- Noo.. non lo faccio più... -- borbottava Salvatore; e come cercava di baciarle la spalla che usciva nuda dallo sparato della camicia, quella lo spinse nel camerino al buio. -- Giù le mani, maiale!... E impara a venirmi dinanzi in questo stato! Chiuso a chiave, Salvatore picchiava discretamente: -- Apri, Fanniuccia... quegli ubriaconi volevano condurmi a mala parte.... io non lo faccio più!... VI. Ora le voglie di lei si facevano più imperiose; tutte le entrate del salone che passavano per le sue mani non le bastavano; e Salvatore, il quale le tremava dinanzi, si vedeva protestar le cambiali da ogni parte. -- Così non andrete avanti -- diceva l'amico Agostino. -- Se volete un consiglio, lasciate il salone a uno che si accolli parte dei debiti, e aprite una bottega più modesta. -- Ma come, dopo tanto lavoro?... -- Che volete! La sorte quando dice sì e quando no. Come Nardo intese quel discorso, mentre stava tagliando i capelli a un signore, per miracolo non gli cavò un occhio, col braccio che gli tremava. -- Se crede -- disse al principale -- il salone lo piglierei io.... Ma Salvatore non sapeva ancora decidersi. -- Non c'è nessuna speranza? da combinar niente? -- Che cosa volete combinare? Se tardate ancora, i fabbricanti vi faranno il sequestro. Egli voleva almeno il consiglio di sua moglie, per l'amor della quale più si angustiava. -- So di molto io! -- rispondeva quella. -- Sono affari vostri. Il giorno che lasciò il -Salone di Venezia- per passare all'oscura bottega del vicolo della Neve, Salvatore si sentì stringere il cuore. Dentro, c'erano ancora l'odor di formaggio e le macchie di grasso lasciati dal pizzicagnolo che vi stava prima. La casa di contro, alta e grigia, pareva gli pesasse sullo stomaco, ed egli non si fidò neanche di leggere una dispensa di romanzo. Nessuno nel vicinato conosceva il nuovo barbiere, che non aveva cartello, e fino ad ora tarda non venne anima viva, nemmeno l'amico Agostino, quantunque fosse il suo giorno di barba. Ma come annottava e Salvatore, sull'uscio, guardava il lampionaio che correva a zig-zag accendendo i fanali, si vide l'amico dinanzi, vestito a nuovo e sbarbato di fresco. -- Scusate se non son venuto, ma ho la fidanzata che m'aspetta e m'è bisognato farmi bello. Non ve l'ho detto che prendo moglie anch'io? La figliuola di don Gaspare, il sensale del marchese; dieci mila lire in contanti e un corredo che bisogna vederlo. Col suocero faremo tutta una casa e la ragazza è una gioia. Io scappo, che m'aspetta; scusate.... E se ne andò, affrettando il passo. Ora egli non veniva più a trovarlo; veniva invece il segretario della marchesa. Con Fanny erano vecchi amici, e lei lo tratteneva spesso a desinare. Le strettezze crescevano, ma Salvatore si metteva alla tortura per trovar denari e far contenta la moglie. La nuova bottega era passiva, nascosta in fondo a quel vicolo frequentato soltanto da fruttivendoli e friggitori. -- Se avessi ancora l'antico salone!... A propria insaputa, le gambe lo portavano da quelle parti, dinanzi al -Salone di Venezia- e, una sera, egli si fermò un istante, a guardare. Il gas vi splendeva; Andrea e un altro giovane servivano le pratiche; Nardo, seduto nel posto in fondo, teneva un registro sulle ginocchia e faceva i conti. La disposizione interna era stata un poco mutata; gli scaffali della profumeria spostati; i divani rivestiti di stoffa nuova; una fioriera era stata adattata alla base del grande specchio. Allontanandosi, tra la folla, Salvatore passò dinanzi al salone del Conterino, anch'esso rilucente, pieno di gente che aspettava il turno chiacchierando, fumando, leggendo i giornali. -- Che me n'importa! -- pensò Salvatore, e si affrettava verso casa, dove avrebbe trovata la sua Fanny. Il vicino, vedendolo venire, gli dette la chiave dell'uscio, dicendo: -- Vostra moglie è andata fuori. Salvatore entrò, tastone, al buio; accese il lume e si mise ad aspettare, leggendo -Luigi Napoleone o Lotta del Destino e Corona imperiale-, sentendo suonare le ore, una dopo l'altra. Alle undici, Fanny rincasò, rossa in viso, col fiato che sentiva di vino. -- Dove sei stata, fin'ora? -- Dove mi piace! Come Salvatore cercò di farlesi vicino, lei lo respinse, con un urtone: -- Non mi seccare, ho sonno. Ed egli tornava pazientemente, ogni giorno, alla sua oscura bottega sempre deserta, ad affilare i rasoi perchè non gli si arrugginissero, o a fare i conti dei suoi debiti. Quando capitava qualcuno, mentre la forbice cantava il suo zic-zac, Salvatore cominciava a fantasticare di rimettere assieme qualche soldo, di lasciare quel bugigattolo buio e tristo, di riaprire un salone più bello. -- Se la sorte dice di sì, debbo levarmi dai guai, e far godere quella povera Fanny, che è in pena per cagion mia. In mezzo alla giornata, qualche volta, egli scappava a casa per andare a vederla un momento; ma lei era sempre fuori. -- Povera figliuola! S'annoia fra queste quattro mura. Qualche altra volta Fanny arrivava lei alla bottega, in fretta, con le guancie rosse e gli occhi brillanti. -- Dammi dieci lire. -- Dieci lire? Se non ho un soldo!... -- Dove li sciupi dunque i denari, viziosaccio!... vagabondo!... Dammi dieci lire, t'ho detto; se no, stasera... Salvatore perdeva la testa, non sapeva a qual santo votarsi; e correva dall'amico Agostino. -- È fuori -- rispondeva la serva. Tornava, e gli rispondevano sempre: -- È fuori, oggi non verrà a casa. Ricorreva da Giovanni Santoro, che anche lui, un tempo, era stato il padrone in casa sua, e non gli avrebbe negato un piccolo favore. -- Dieci lire? Perchè vi servono? -- Sapete, Fanny... Giovanni Santoro rideva: -- Ah, sono per vostra moglie? Glie le porto io. Fanny gli restava obbligata, lo invitava a tornare, lo tratteneva fino a tardi, e Salvatore non sapeva come ringraziarlo: -- Voi siete un vero amico! E si rivolgeva a lui, nei suoi momenti di imbarazzo, per venti lire, per cinque lire, promettendogli di restituir presto. -- Fino al primo del mese, che entrano le mesate... -- Ad ogni po'? -- disse una volta Santoro, perdendo la pazienza. -- Così mi costa troppo cara! VII. Salvatore aveva più debiti che capelli in testa e il padrone della bottega minacciava di vendergli i mobili. -- Non si può più stare in città! -- si lamentava, tristamente. -- I padroni di casa si portano via tutto loro... E andò a cercare un'altra bottega che costasse meno, verso Porta di Ferro, nel nuovo quartiere. Girando per quelle strade che aveva conosciute povere e quasi deserte, ora fiancheggiate da alti fabbricati e rumorose, egli cercava la sua antica proprietà, e non si raccapezzava. -- È qui? La casa era sfondata, il tetto e i muri divisorii abbattuti come da un terremoto, ingombrando il suolo d'un monte di calcinacci, di travi vecchie e di tegole rotte. Restava in piedi soltanto la gabbia, che i murifabri, sui ponti, lavoravano ad alzare di due piani. -- Verrà una bella palazzina! E prese in affitto una bottega lì vicino, nuova, con le mura bianchissime e un forte sito di calce. Vi adattò alla meglio le sedie, i due specchi, l'attaccapanni, le oleografie che gli restavano, e fece dipingere in nero, sui vetri dello sporto -Piccolo salone Venezia-, che parevano mignatte appiccicate sulle lastre. Di lì seguiva i lavori nella sua antica casa, dove i muratori voltavano l'arco delle ultime finestre e impostavano il cornicione. L'ingegnere e il padrone venivano spesso a invigilare, guardando per aria i muri, facendo segnali col bastone, girando da una parte all'altra. -- Quello mi par di conoscerlo -- pensava Salvatore, guardando da lontano. E un giorno s'avvicinò. -- Agostino! -- Ah... siete voi? -- L'amico pareva un signore, con la catenella sulla pancia e una spilla alla cravatta. -- Che cosa fate da queste parti? -- Ho ricomprato io la casa... -- rispose quello, un po' confuso. -- Mio suocero è morto... e m'ha lasciato ogni cosa... -- Dunque, dicevamo, qui... -- L'ingegnere lo chiamava, e Agostino, scusandosi, s'allontanò. Salvatore lo vedeva arrivare e partire, quasi tutti i giorni, spesso in carrozza; e una volta con la moglie, a braccetto, che se egli non avesse saputo ch'erano loro, non li avrebbe riconosciuti. -- Che cosa vuol dire aver quattrini! Ora non guarda più nessuno in faccia! Un'altra volta passò Andrea, il -figurino-, l'antico giovane di bottega, che s'era fatto grande, e pareva sempre appuntato con gli spilli. Salvatore lo salutò, con la mano, ma quello tirò dritto. -- Anche lui ha messo superbia! Lo Sciancato, che si spingeva di tanto in tanto fin lassù a strillare i fogli, tirandosi dietro la sua gamba, non aveva messo superbia, ed entrava nella bottega, per vendere una copia della -Gazzetta-. -- Eh! -- diceva, girando un'occhiata per le pareti nude -- mi rammento il bel tempo del salone grande! Anche Nardo gli era rimasto affezionato, e veniva a trovarlo, dandogli ancora del «principale». -- Gli affari vanno bene? -- Grazie a Dio, non posso lamentarmi. Nardo ne provava compassione, vedendolo ridotto in quello stato: un vecchio, coi capelli grigiastri e la fronte rugosa; ma più per via della moglie, che andava provocando tutti i maschi e lo riduceva la favola del quartiere. Ma come un giorno la incontrò per istrada, bianca e rossa in viso, con le labbra umide, grassa sotto lo scialle nero che si gonfiava sul petto, la guardò un momento. -- E così, avete messo aria, col vostro salone? -- disse lei, fermandolo. -- Gli amici non si vedono più? La sua voce s'era fatta più forte e veniva acquistando l'accento paesano. Nardo cercava di scusarsi, ma lei non lo lasciò dire: -- Venite a trovarmi. Avete ancora paura? -- E lo guardò in un certo modo. Egli non voleva fare un torto a quel brav'uomo del principale, che gli aveva fatto sempre del bene. -- Bel modo di compensarlo! Poi cominciò a pensare: -- Uno di più, uno di meno!... Quella volta io l'ho rispettato; ma, veramente, il principale è troppo minchione... IL «REUZZO» I. Finito di fare il soldato e tornato al suo paese, Isidoro Spina trovò massaro Francesco suo padre che gli voleva dar moglie, temendo ricominciasse un'altra volta la commedia con Anna Laferra. Ma le ragazze di Napoli avevano fatto scordare a Isidoro quella cristiana, per la quale s'era prima tanto disperato: che se il povero Alfio Balsamo fosse andato via per un po' di tempo anche lui, non sarebbe morto a causa di quella mala femmina. Basta: da buon figliuolo Isidoro fece la volontà di suo padre, e presasi in moglie Santa Fiorito, se ne andò a stare a Monserrato, dove c'era lavoro per lui. Quel matrimonio incontrò l'approvazione generale: la ragazza era saggia, sapeva far di tutto e gli portava anche la -roba a dodici-, vuol dire un corredo dove le camicie e le mutande, le tovaglie e le lenzuola si contavano a dozzine -- oltre un bel paio di canterani di noce e quattro materassi di lana. Lui aveva portato il resto della mobilia, com'è l'uso: l'armatura del letto, le tavole, le seggiole, la fornitura della cucina: ogni cosa fatta senza economia, chè era il tempo degli agrumi, e il mestiere d'incassatore di aranci e di limoni gli consentiva una certa agiatezza, senza contare che suo padre lo aveva aiutato come meglio poteva. Il matrimonio fu celebrato con gran pompa, tra le congratulazioni dei parenti e degli amici che auguravano ad una voce: -- Adesso bisogna pensare a un bel maschietto! Gli sposi si volevano bene, e presto ebbero la certezza che la loro unione era benedetta. Già le comari facevano arrossir Santa, guardandola con dei sorrisi d'intelligenza ed esclamando: «Sia lodato!... Non avete perduto tempo!...» Già la levatrice prediceva: «Allegri, è un maschio; mi giuocherei il collo!...» Già Isidoro, tutto felice all'idea di avere un figliuolo, invitava parenti ed amici alla festa del battesimo e picchiava sulla spalla di massaro Francesco, dicendogli: «Vedete, padre, che vi facciamo onore!... e fra giorni ci sarà un altro Francesco Spina al mondo!...» quando, una notte, sua moglie mise al mondo una bambina. Lì per lì, Isidoro provò un certo senso di contrarietà e fu sul punto di rispondere male alla levatrice che protestava: «È una cosa da non credersi!... C'erano tutti i segni!... Mi sarei lasciato tagliare il collo, se non era un maschio!...» Poi, come Santa, pallida e disfatta, sorrideva di beatitudine alla sua creatura; come suo padre lo confortava, dicendo: «Sarà per un'altra volta!... Avete tempo ancora!...» egli si mise a contemplare la sua figliuolina, carezzando con le mani callose la fronte della moglie che gli chiedeva dolcemente: -- Non le vorrai meno bene, perchè è una femminuccia?... -- Ma no!... Ma no!... È nostra figlia!... Poi, ci sarà tempo! Vi fu festa pel battesimo, come se fosse venuto l'aspettato figliuolo; e la bambina crebbe tra le carezze del padre e della madre. Non era passato un anno, che Santa fu nuovamente sul punto di dare alla luce un'altra creatura. Questa volta non poteva esservi dubbio: la levatrice aveva assicurato: «Potete andare a rivelarlo al Municipio...!» e tutte le donne incinte del vicinato mettevano al mondo dei maschi. A Santa nacque un'altra femmina. Il broncio di Isidoro durò un poco di più. Ma poichè tutti tornavano a ripetere che non c'era da scoraggirsi, che erano giovani tutt'e due, che il maschio non poteva tardare a venire, egli finì per sorridere anche a quest'altra bambina. Santa gli disse, timidamente: -- Non l'hai con me, non è vero? Allora il suo dispetto si dileguò del tutto. -- Perchè dovrei averla con te? È colpa tua? I figliuoli li manda Dio, e bisogna prenderli come vengono... Erano sempre d'accordo, marito e moglie; e in casa c'era la pace. In breve, la speranza del maschio tornò a sorridere; Santa era incinta un'altra volta. La levatrice, dopo i granchi presi, non arrischiava alcun pronostico; ma si vedeva, a una cert'aria saputa, a certe scosse del capo, a certe reticenze discrete, che era sicura del fatto suo. Isidoro non diceva nulla, non parlava più del figliuolo come se fosse già nato: gli pareva veramente impossibile che questa volta non dovesse venire, ma aveva paura di dirlo, quasi il contarci su, come aveva fatto prima, potesse riuscirgli di malaugurio, quasi una jettatura potesse mutare il sesso del nascituro in grembo alla madre. Così, quando nacque un'altra bambina, egli borbottò con tanto di muso: -- E tre! Viva la divina Provvidenza! Adesso il suo malumore non andava via, e sua moglie lo divideva anche lei. Trovava che quelle figliuole bastavano, le pareva finalmente tempo che il maschio venisse, e nel suo zelo di massaia solerte e previdente quasi s'incolpava di non esser buona a contentar suo marito e suo suocero, chè massaro Francesco l'aveva con lei. Cominciò così a far voti al Patriarca san Giuseppe, a san Francesco di Paola, alla Bella Madre delle Grazie: accendeva lampade, prometteva ceri, recitava preghiere. Isidoro non parlava più del suo desiderio, ma si vedeva che pensava sempre a una cosa. Ora, quando qualcuno sosteneva dinanzi a lui che i figliuoli sono tutti eguali, egli scrollava il capo: -- Già, eguali!... per mangiare, la bocca l'hanno la stessa!... Ma le femmine non son buone che a portar via la roba, quando vanno a marito, nelle case degli estranei, dove si scordano perfino di chi le ha fatte! Invece, i figliuoli, se avevano la bocca per mangiare, avevano anche delle braccia per aiutarvi a sbarcare il lunario, quando si facevano grandicelli; e portavano il vostro stesso nome, e lo perpetuavano. Se egli pensava a un bel ragazzo che gli avrebbe tenuto compagnia, a cui avrebbe appreso il suo stesso mestiere, che sarebbe stato il bastone della sua vecchiaia; se vedeva gli altri babbi seguiti dai loro figliuoli, inorgoglirsene, vantarne la forza e la destrezza, un moto di ribellione lo faceva sgarbato, cattivo con le bambine. Talvolta se la prendeva con sua moglie; quell'aspettazione inappagata scemava il bene che le aveva voluto. Pensava adesso, come tutti i maschi, che le donne valgono poco più delle bestie, salvo il battesimo; che hanno il cuore piccolo e niente cervello: e Santa e le sue figlie gli parevano egualmente inutili. Dacchè aveva uso di ragione, era stato abituato a considerare il figliuolo come l'erede della potestà paterna, il futuro padrone, l'orgoglio della casa. Come vedeva che sua moglie era dello stesso sentimento, il suo rancore se ne andava. Allora tutti e due si mettevano ad affrettar coi voti il compimento del loro lungo desiderio. I re e le regine non aspettavano con maggiore ansietà la nascita dei -Reuzzi-, degli eredi del trono. II. I dolori del nuovo parto erano cominciati. Isidoro Spina andava di su e di giù per la casa, incapace di dare aiuto a sua moglie, come se anche lui stesse per metter fuori qualche cosa. Durante quella quarta gravidanza, lo studio dei sintomi dai quali si poteva argomentare il sesso del nascituro gli aveva tolto il sonno e l'appetito. Poi, con l'idea d'un mal'occhio gettato sulla sua casa, aveva fatto configgere sul comignolo del tetto un enorme paio di corna bovine, da fugare tutte le jettature del mondo; aveva anche piantato dentro un gran vaso un aloè, sul fusto del quale aveva legato un nastro rosso scarlatto, e lui stesso s'era provvisto di un cornicello di corallo rosso che portava appeso al panciotto. Pensava che fosse Anna Laferra, vecchia ciabatta diventata ora strega, quella che, sapendolo contento, non potendo far altro per contristarlo, operava qualche malefizio contro il compimento del suo voto. Giusto, una volta gli dissero che era passata da Monserrato: lui si mise a gironzare per le vie, con un bastone in mano, per romperglielo sulle spalle, se l'incontrava. E il momento del parto si avvicinava, e massaro Francesco, venuto a trovare il figliuolo, guardava sua nuora in cagnesco, aspettando che facesse finalmente il suo dovere. Adesso l'impazienza di Isidoro diveniva smaniosa; a un certo punto non ci resse più: prese a parte la levatrice e le disse: -- Comare, sentite, io me ne vado... Se mai, sono qui all'osteria di Jano. All'osteria, si mise a fare una partita di briscola, ma non ne azzeccava una. Come aveva li cuor nero, cominciò a bere, e già la testa gli girava. Ad un tratto comparve un monello, il figliuolo della gna Sara, che mise a vociferare: -- Don Isidoro!... Don Isidoro!... Vostra moglie... ha fatto femmina... -- Eh?... femmina?... -- biascicò lui. -- Bravo davvero!... Ci ho piacere... com'è vero Dio, ci ho piacere!... Bravo, bravo davvero!... Massaro Francesco venne dopo un momento a battergli una mano sulla spalla e gli disse: -- Io ti saluto, che me ne torno al paese. Quando vuoi venire a casa mia, mi farai tanto piacere; ma qui i piedi non ce li metto più. Nel suo cordoglio, Isidoro trovava un conforto nel vino. Ora dava spesso delle capatine all'osteria; la sua riputazione di lavoratore sobrio e valente finiva per sciuparsi. In casa, le liti divenivano frequenti; spesso, quando le bambine avevano delle bizze, egli le picchiava sodo. Poi se ne pentiva, le accarezzava, ma distrattamente, mandandole via dopo un poco. Le comari, vedendo la faccia angustiata di sua moglie, se lo mettevano in mezzo, cercavano di consolarlo, parlando tutte in una volta: -- La speranza non è perduta!... Siete giovani ancora!... Cos'è questo modo?... I figliuoli si prendono come li manda il Signore!... Con chi ve la pigliate?... volete buttarle alla -ruota-, perchè sono femminuccie? La vera ragione era che non si poteva prendersela con nessuno. Ma egli non si metteva il cuore in pace. L'augurio tradizionale degli amici che si stringono la mano, separandosi: «Salute e figli maschi!» suonava per lui come una derisione. Una volta, a sentirselo ripetere dopo aver bevuto, si fece scuro in viso e disse, guardando il compagno nel bianco degli occhi: -- O cosa intendete dire?... Badate che son buono di sfondarvi lo stomaco a voi e a chi sente più forte di voi!... Quando non era ubbriaco, sopportava più tranquillamente le persuasioni delle comari, che tornavano alla carica: -- Ma finalmente, cos'avete da lasciare a vostro figlio? un principato? una baronia?... Cosa temete, che si perda la vostra razza?... Siete un re di corona, che aspettate il -Reuzzo-?... Lui le lasciava dire, assorto, pensando che in ogni casa il figlio maschio è come il -Reuzzo- nella famiglia del re. Lo aspettava sempre; invece, col tempo, nacquero una quinta e una sesta bambina. Adesso, tutte le volte che sua moglie gli regalava un'altra figlia, lui se ne andava all'osteria, pigliava una sbornia, non rincasava per due giorni. Al battesimo, massaro Francesco non ci veniva più, nè lui invitava più un cane; la cerimonia si compiva in fretta, senza un parente, quasi le bambine fossero di nessuno. Le prime figliuole, intanto, crescevano; la maggiore era una giovanetta. La domenica, quando la madre le conduceva a messa tutte e sei, le grandi innanzi, le più piccine guidate per mano, Isidoro restava un poco a considerarle, poi si voltava con chi gli era vicino, esclamando: -- Che bel vedere, eh?... Se non pare il Collegio di Maria a processione!... Marito e moglie invecchiavano; la speranza che adesso nemmeno si comunicavano più cominciava a perdersi. Santa tornò ad essere incinta: nacque una settima bambina e massaro Francesco, dal crepacuore, morì. Allora Isidoro cominciò a rassegnarsi. Gli restava una grande amarezza in fondo al cuore; a giorni, non aveva nessuna voglia di lavorare; il bicchiere lo attirava sempre più, perchè ci annegava dentro il suo dispiacere; ma non sfogava a bestemmie od a maltrattamenti. Santa era come lui: aveva perduto ogni speranza, covava un rammarico profondo, ma non diceva niente. Aveva passato da un pezzo i quarant'anni, quando divenne nuovamente incinta. Questa volta, al cominciare dei dolori del parto, Isidoro non era neppur scappato all'osteria. Lasciata sua moglie in mano alle comari, s'era messo ad affilare i suoi strumenti di lavoro, nella corte, quando udì delle vociferazioni; a un tratto, la gna Sara comparve sull'uscio, gridando a perdifiato: -- Maschio! Maschio! Maschio!... Compare, un figlio maschio!... Lui credette d'aver udito male; poi si mise a correre all'impazzata. La levatrice teneva sollevato il bambino in atto di trionfo; le sorelline, le comari, la stessa puerpera esclamavano in coro: -- Il -Reuzzo-! Il -Reuzzo-! È nato il -Reuzzo-!.. Allora, egli tolse in braccio il suo figliuolo, lo sollevò ancora più in alto e si mise a girare per la camera, gridando come un banditore: -- Il -Reuzzo-! È nato il -Reuzzo-! Evviva il -Reuzzo-! III. Da quel momento, il bambino si chiamò il -Reuzzo-. Mezzo ammattito dalla gioia per la venuta di quel figliuolo tanto aspettato, al quale aveva quasi rinunziato, Isidoro Spina non sapeva come festeggiare degnamente l'avvenimento. Vi fu un battesimo coi fiocchi, i boccali di vino non si contarono, si accesero dei falò e Rosario Maccarone, il sensale di frumento soprannominato il Poeta, declamò una poesia fra gli applausi degli astanti. Avevano messo al piccolino, naturalmente, il nome di Francesco; ma ciascuno degli invitati domandava di vedere il -Reuzzo-, e Isidoro lo mostrava a tutti, insuperbito, raggiante. -- Se non pare il sole!... -- Sia lodato!... Che bel bambino!... Santa sorrideva d'orgoglio: quella tarda e insperata maternità le rendeva cento volte più caro il frutto delle sue viscere; adesso lei aveva l'aria di averci messo qualcosa del suo nel far nascere finalmente il maschio sospirato. E le sorelline, estatiche, non si decidevano a levarsi di torno alla culla. Il bambino veniva su nella bambagia, tra i baci e i vezzi. Pel suo piccolo corredo si comprò tutto quel che c'era di meglio; le ragazze si contendevano a pugni il piacere di tenerlo in braccio, le comari si fermavano a posta per chiedere: -- Come sta il -Reuzzo-? Cosa fa il -Reuzzo-? -- chè del nome di Francesco nessuno si rammentava più. A un suo vagito, correva tutta la casa; ma egli era buono come il pane, non strillava mai, non aveva bizze, e sorrideva continuamente ai visi ridenti che gli passavano dinanzi. Bello, non si poteva dire quant'era bello. Certi occhi color del cielo, i capelli come oro colato, e bianco, fine, delicato, impastato di latte, di miele e di rose; un angioletto, il Bambino Gesù. Tutte le cure, tutte le premure erano per lui, come per un vero -Reuzzo-, un figliuolo di re, un principino ereditario. Come cresceva, gli compravano i giuocattoli più costosi, i dolci più fini. Suo padre lasciava più presto il lavoro per venirsene a casa, a farsi strappare i capelli dalle sue manine grassoccie. Il guaio era che il lavoro adesso non fruttava più come un tempo: cominciava la crisi degli agrumi e le mercedi andavano scemando. Non importava: Isidoro si toglieva il pan di bocca per comperare dei vestitini aggraziati al -Reuzzo-, delle scarpettine di vernice, dei berretti foderati di raso. Quelle sue figliuole che egli aveva accolto di mala grazia, lavoravano da mattina a sera, filavano, cucivano, mettevano assieme qualche cosa che serviva a tener su la baracca. Ed era inteso che anch'esse lavoravano pel fratellino. Le due maggiori erano in età da andare a marito: ma con le strettezze dei tempi, col bene che volevano al -Reuzzo-, neppur si parlava di matrimonii. Un giorno Isidoro, raccogliendo limoni, cadde da un albero e si spezzò una gamba. Restò per dei mesi inchiodato a letto e le angustie crebbero. Ma il -Reuzzo-, che adesso cominciava a parlottare, metteva la gaiezza in tutti, faceva dimenticare all'ammalato i suoi tormenti. Quando lo udiva ripetere, battendo le manuccie: «papà... papà...» Isidoro si sentiva guarito. Per il piccolino c'erano sempre sorrisi e confetti; e come dimostrava una precoce svegliatezza d'ingegno, suo padre pensava di mandarlo a scuola, sognava per lui un destino superiore a quello che faceva lui. La sua gamba si rimise a posto; ma una brutta mattinata di novembre egli prese una puntura che in tre giorni lo portò all'altro mondo. Allora la miseria si fece dura pei superstiti. Santa e le sue figliuole maggiori s'ammazzavano a lavorare; ma tutti i loro sforzi non bastavano a compensare la perdita del capo di casa. A poco per volta, i bei canterani di noce, il letto d'ottone, le seggiole, la biancheria furono venduti o portati al Monte di Pietà. Avevano dovuto lasciare la casa antica, si erano ridotte in uno stambugio alla Carvana; dei giorni non sapevano come metter la pentola al fuoco; ma tra la madre e le figliuole c'era una secreta intesa per non far pesare sul -Reuzzo- la tristezza di quella povertà. Mentre le ultime bambine andavano senza scarpe, lui ne aveva sempre un paio lucenti; la mamma lavorava lei stessa ai suoi vestitini, e l'intima speranza di tutte era di poterlo mandare a scuola, come aveva detto la sant'anima del babbo. Lui cresceva buono e dolce, rispettoso e obbediente. Nei primi tempi dopo la morte di Isidoro chiedeva alla mamma e alle sorelline: -- Il signor padre dov'è? -- In paradiso -- gli rispondevano; e lui guardava il cielo. Restava giornate intere, seduto per terra come un gattino, accanto alle gonne della mamma, baloccandosi tranquillamente con dei pezzettini di legno, con dei ritagli di carta. Poi, come la miseria era cresciuta, e le tre ragazzine più piccole, per guadagnare anch'esse qualche cosa, s'erano messe a trasportare corbelli di sassi nell'aranceto di Láudani, dove si dissodava, egli se ne andava con loro. Si metteva a girellare sotto gli aranci, e vedendo le sorelline curve a raccoglier sassi, tratto tratto ne prendeva qualcuno con le sue piccole mani bianche e delicate e lo buttava in un corbello. Aveva cominciato così, per giuoco: le ragazze se lo divoravano dai baci, nel vedere l'aria di serietà con la quale egli credeva di aiutarle; e non potendo più dargli dei dolci, gli comperavano delle frutta; arancie, noci, castagne, che egli divideva con tutte. Poi, a poco a poco, anche lui cominciò a colmare per davvero dei corbelli, a trasportarli, a guadagnar dei soldi. Santa sentiva stringersi il cuore, vedendolo tornare a casa coi capelli terrosi, le mani nere, la faccia abbronzata, ma bisognava che anche lui si guadagnasse il pane col sudor della fronte. Quando l'aranceto di Láudani fu tutto dissodato, il -Reuzzo- venne a dirle un giorno: -- Sapete, signora madre? Mi vogliono alla cava, e mi danno cinque soldi il giorno! Era stato lui ad offrirsi, combinandosi cogli altri monelli che lavoravano a cavar la terra rossa. E si mise a fare come gli altri: scendeva sotto terra, colmava il suo corbello e veniva a vuotarlo sui carri; un va e vieni che durava tutto il giorno, con la sabbia che entrava negli occhi, e appena un'ora di riposo. Adesso le sue scarpe si sgangheravano, cascavano a pezzi; egli restava a piedi nudi, e quando usciva dalla cava per rientrare a casa, aveva il viso, i capelli, la camicia, tutto il corpo ricoperto di terra. Vedendolo passare, le comari dicevano: -- Guardate il -Reuzzo-!... Come s'è ridotto!... Un figliuolo tanto aspettato e vezzeggiato!... Che sorte, chiamarsi il -Reuzzo- e ridursi a piedi scalzi! E i monelli ai quali egli diceva il nome col quale s'era sempre sentito chiamare, lo beffeggiavano: -- Bel -Reuzzo-!.. Un -Reuzzo- senza regno!.. Con la faccia arrostita, screpolata, coi capelli irruviditi, quasi non si riconosceva più; solo gli occhi restavano color del cielo. Ma per la sua mamma e per le sorelline egli era sempre il -Reuzzo-, il prediletto, quello per cui si sognavano dovizie e fortune. Invece, come le donne trovavano sempre meno lavoro, egli ne cercava per conto suo. S'era messo garzone da un fornaciaio a impastar creta e ad allinear mattoni; al tempo del raccolto dei limoni, s'ingaggiava con le ciurme. Quando non c'era altro da fare, se ne andava pei campi a raccogliere asparagi, o more, o lumache, e scendeva in città, coi piedi laceri, i calzoni a sbrendoli, gridando il prezzo di quella roba. Spesso, dopo una giornata che s'era sgolato, non riusciva a buscare un soldo; allora insisteva presso le comari che se ne stavano sulle soglie delle loro botteghe: -- A tre soldi... a due soldi... come volete!... Non ho -toccato- niente, quest'oggi; non ho da portar niente a casa... A vederlo con quegli occhi che parevano dipinti, coi resti della sua delicata bellezza, alcune gli domandavano: -- E tu chi sei?... Di dove sei?... -- Di Monserrato... sono il -Reuzzo-... il figlio di Santa Spina.... Sentendogli dire che era il -Reuzzo-, le donne si mettevano a ridere, ma gli compravano la sua merce. NEL CORTILE. I. -- E la colpa è tutta vostra! -- diceva don Angelo, il trattore, dalla sua cucina. Maestro Titta, il portinaio, badava a piantar stecchi dinanzi al bugigattolo ritinto in verde di fresco, e non gli dava retta. Quel cristiano preparava pietanze mettendoci dentro ogni sorta di porcherie; lui faceva l'impiega-serve, e non era sua colpa se glie ne capitavano anche di linguacciute. -- Ogni legno ha il suo fumo! Però Rosa, la serva degl'impiegati che stavano al quarto piano -- una gente tranquilla che badava ai casi proprii -- pareva sempre come morsicata dalle vespe. Non faceva altro che leticare, se ai piani di sotto tenevano aperte troppo a lungo le chiavette e si portavano via tutta l'acqua; se il trattore del cortile accendeva il forno e affumicava il vicinato, quasi le persone fossero aringhe; o se il cane del tappezziere abbaiava e le si avventava alle gonne, quando lei usciva pel servizio. -- Ah, non la vogliono sentire? -- gridava. -- Qualche giorno gli do una polpetta avvelenata e me lo levo davanti. -- Pròvati un po'! -- rispondeva il tappezziere -- Poi vedremo come ti finisce! -- Come mi finisce? Come mi deve finire? Questa è una porcheria, il cane tra le gambe; vorrei vedere ogni altro! E non mi fate gli occhi grossi, avete capito? che io non ho paura... -- Basta! -- strepitava il trattore, che le voci si sentivano dall'altra parte, nel -restaurante-. -- Sentiamo quest'altro, adesso! Voi di che v'immischiate? Pensate ai fatti vostri, che ai miei ci penso io!... La causa della collera di Rosa era Paolino, il giovane del tappezziere, che un tempo le era andato dietro e le aveva promesso di sposarla. -- Insomma -- chiedeva il portinaio -- che cosa è successo? Vi siete bisticciati? -- M'importa assai, di lui e di voi! -- rispondeva Rosa, con la sua voce squillante. -- Ma che non ti vuol più? -- insisteva quello, per farla arrabbiare. -- Soltanto in sogno poteva sperarlo, di guardarmi in faccia! -- replicava lei, con gli occhi un po' rossi. -- Davvero, soltanto in sogno!... -- E si voltava dalla parte del tappezziere, perchè sentissero di chi voleva parlare. -- Questa è una cosa che non si può più tollerare! -- borbottava il trattore, e minacciava di andare a parlare col padron di casa. Ma il guaio più grosso fu a maggio, quando venne al quartierino dirimpetto la famiglia di don Felice Giordano. La signora Giacomina non le aveva fatto ancora niente, che Rosa sentì un'antipatia per quella cristiana. Una vecchia smorfiosa, sulla quarantina, che s'imbellettava fin sul collo e andava vestita come una ragazza appena uscita dal collegio! -- «-Non mi toccare che mi sciupo!-» -- l'aveva subito soprannominata. Una razza di sguaiati, lei, le sue figliuole e il piccolino che cresceva una bellezza! A vederli per le strade, le fanciulle avanti, con due vestiti eguali dal cappello agli stivalini; la mamma appresso, tutta lezii e smorfie, tenendo per mano il figliuolo vestito da marinaio, con un gran cappello di tela cerata e lo scritto -Duilio-; il babbo due passi indietro, col cane, parevano una gente per bene, educata e tranquilla. -- In casa, bisogna vederli! Dal cortile, si sentivano a ogni momento grida e fracassi, che la signora Giacomina voleva comandare a bacchetta, e le ragazze, con la testa sempre agli innamorati, non le davano ascolto. -- Se vedo ancora quel pezzente andarti dietro -- strepitava con Antonietta, la maggiore -- t'accomodo per le feste! -- Voi di che vi mescolate? Dovete forse sposarlo voi? -- Ah, sì? Vedremo dunque s'io ti lascerò più andar fuori! -- Me n'importa un corno! Lo vedrò lo stesso... Allora si sentivano i ceffoni della signora Giacomina, e gli scoppii di pianto della ragazza. Se la sorella Angiolina si interponeva, ne toccava anche lei. -- Guardate che razza di screanzate! Voglio farvi veder io, se non tirate dritto! Con tanti di quei calci... Poi, come s'avvicinava l'ora di andare dal suo amico, il marchese Motta, lei usciva, in gran toletta. Le ragazze asciugavano le lacrime e mandavano Milia, la serva, a portar le lettere agl'innamorati. Milia lasciava la casa sottosopra, i letti disfatti che mostravano le lenzuola annerite; i panni sciorinati fuori delle finestre, sulle sedie, per terra, un po' da per tutto. Se la signora Giacomina tornava a tempo per accorgersi di quella confusione, erano scenate che non finivano più. -- Guardate qui, fino a mezzogiorno, la casa sottosopra! E voialtre scanzafatiche, che cosa fate? Perchè non date una mano a ravviare? E Milia, dov'è la Milia?... Milia, come l'uragano s'addensava su lei, rispondeva male: -- Tutto questo baccano, per un letto disfatto!... Vi pare che la gente sia di ferro?... -- Oh, con chi parli, sgualdrina? Se non stai al tuo posto!... La Milia pestava i piedi per terra, piangendo: -- Or ora... or ora voglio andarmene!... non ci voglio restare più un momento!... -- Zitta, non è niente!... -- s'interponevano le ragazze, per timore che si scoprissero le loro magagne. -- Mamma, non lo farà più!... e tu, domandale perdono!... Ma la casa della signora Giacomina andava sempre più a soqquadro, malgrado lei ci spendesse un occhio, e comprasse continuamente nuova biancheria, e rifacesse i mobili, e pretendesse la più gran nettezza, per figurare, all'occorrenza. Le ragazze non si davano nessun pensiero delle faccende domestiche, e sotto le vesti all'ultima moda e gli stivalini dai tacchi alti, portavano camicie ricamate a furia di sdruci, e calze bucate e spaiate. -- Sciagurate! Senza pensieri! Come vi fidate di campare così! Chi vuol essere tanto pazzo da pigliarvi così sciagurate! -- gridava la signora Giacomina, che non poteva soffrire quel malverso, e avrebbe voluto veder la sua casa come quella d'un signore. Per questo s'era anche messo in capo di far la visita alla baronessa Scilò, che era venuta a stare al piano nobile, dalla scala grande; ma quando mandava l'ambasciata, per sapere se la baronessa riceveva, quella faceva rispondere un po' che non era in casa, un po' che stava male. -- Tutte le fusa non vengon dritte! -- diceva Rosa -- e la visita può levarsela di capo; son io che glie l'assicuro! Poichè non le riuscì di essere ricevuta dalla baronessa, la signora Giacomina si mise a gridare, che si sentiva per tutto il cortile: -- L'onore lo facevo a lei, di andarla a visitare!... A me non mancano case dove mi vengono a ricevere ai piedi dello scalone; chè quando campava la principessa di Roccasciano eravamo come sorelle, e da lei ho conosciuta tutta la migliore società!... Però, malgrado sbraitasse, volle prendere la stessa pettinatrice della baronessa, la Liberata, e le mandò a offrire dodici lire il mese, perchè quella andava soltanto nelle case dei signori e non voleva salir troppe scale. -- Ci mancava quest'altra, tra i piedi! -- borbottava Rosa, vedendo la pettinatrice salire dalla signora Giacomina. -- Guardate che c'è: scialle di seta!... stivaletti verniciati!... pendenti d'oro!... Auf, quante cose si debbono vedere! -- Tu di che t'impicci? -- ammoniva maestro Titta. -- Io? Me n'importa assai! Dico anzi che le treccie finte glie le combina bene! Mentre le passava il pettine fra i rari capelli, la Liberata parlava alla signora Giacomina delle ricchezze dei casati che lei serviva, degli abiti che le signore aspettavano da Parigi, del trattamento che facevano alle persone di servizio, dei regali che davano anche a lei: ora un cestino di frutta primaticcie, ora qualche bottiglia di vino dolce, ora un palchetto a teatro; quasi per farle sentire la miseria delle sue dodici lire. E la signora Giacomina, quando il marchese le mandava dei regali, prelevava la parte di Liberata: -- Non bisogna far cattive figure! E se la pigliava con don Felice che, se restava in casa, sbottonato, in ciabatte, si buttava sui divani e sulle poltrone, trascinandosi dietro i guanciali, per star più comodo, e con Totò sempre lercio indosso, la faccia allumacata di carbone, di gesso e di ogni sorta di sudicerie, che abbruciacchiava le sedie coi cerini rubati al babbo, affossava il pavimento, rompeva le vetrate con la trottola, ingombrava le stanze e vi disseminava i pezzi di vetro, la carta stracciata e il terriccio portato via dai vasi della terrazzina dentro un suo carrettino con una ruota mancante. La guerra scoppiò per causa sua, un martedì quando Rosa aveva sciorinato i panni alla funicella che andava dalla sua finestra alla terrazzina di don Felice sulle carrucolette di rame. Totò aveva fatto un nodo alla fune, talchè quando lei volle tirarla, non riuscì a farla andare nè avanti nè indietro, e mentre ci si arrabbiava e cominciava a gridare, il ragazzo, mezzo nascosto tra i vasi, le fece le fiche, cantando: -- Ohè! Ohè! -- Ah, figlio di non so chi, ti prudono le mani? La signora Giacomina, sentendo questo discorso, venne fuori come una vipera a gridare contro quella ciabatta che rispondeva in tal modo al suo figliuolo: -- Se non la finisci, ti faccio pigliare a calci e chiamare dalla questura! Rosa se la legò al dito. -- Ciabatta a me? Io in questura? Le voglio far vedere, a quella buona donna! Così, quando i vicini si affacciavano al balcone, ora la mamma e ora le figliuole, lei si metteva a parlare ad alta voce, rifacendo il verso di quella gente, guardandosi addosso e stringendosi nelle spalle, o raggiustando le pieghe della veste dinanzi alle vetrate che le servivano da specchio, o facendosi vento col soffietto della cucina. -- Milia! -- fingeva di chiamare. -- La polvere di cipria! Milia, lo spillone!... presto, dico, Milia!... Poi, quando il giuoco era durato un pezzo, sbatteva loro in faccia l'affisso e se ne andava contenta a spazzar le stanze o a tagliar cipolle. La signora Giacomina andava a pigliarsela con suo marito, ma don Felice non voleva rotta la testa e per questo le lasciava ogni libertà di fare quel che più le piaceva. -- Mettetevi in capo che io voglio stare in pace e non cerco gatte a pelare. L'altro martedì, quando la fune piena di biancheria s'incerchiava per aria sotto il peso delle lenzuola, delle camicie, delle mutande ancora gocciolanti, Totò prese un coltello e mentre nessuno gli badava la tagliò. Voleste vedere allora tutta quella resta di panni spenzolare fin giù al primo piano, attaccandosi e insudiciandosi alle inferriate! Quando Rosa s'accorse di quella rovina e vide il suo lavoro sciupato, non seppe più tenersi, e cominciò a sfilare la litania delle contumelie, con la sua voce acuta e stridente che faceva affacciare tutto il vicinato, come se stessero ammazzando qualcuno. E appena scorse la signora Giacomina dietro la finestra, si mise a gridare: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000