e spartiva, si può dire, il sonno con lui, angustiato soltanto per le
strettezze in cui versava.
-- Pensate sempre alla casa, con quella faccia lunga? -- domandava
l'amico Agostino. -- Ora il fatto è fatto, e bisogna stare allegri.
Domani tornerà Vito Lisani, con la moglie, e gli faremo una serenata;
venite anche voi, col mandolino; ci divertiremo....
-- Vuoi che ci vada? -- chiese Salvatore a Fanny.
-- Pur di non trovarti sempre fra i piedi!....
Come Salvatore arrivò in casa di Giovanni Santoro, dove la comitiva
stava per mettersi in cammino, non vide l'amico Agostino.
-- E Agostino, dov'è?
-- Ora viene! -- rispose Michele Calanna, ridendogli in faccia.
Sotto la casa di Vito Lisani la serenata faceva un baccano,
destando tutto il vicinato. Giovanni Santoro suonava l'organino,
instancabilmente, aprendo e chiudendo il mantice, e la compagnia
cantava a squarciagola:
-- Non ti ricordi quand'eeri malaata,
Quand'io vegliavo vicino al tuo letto...
Salvatore, col mandolino sotto il braccio, come se fosse la scatola dei
rasoi, diceva ogni tanto:
-- E Agostino, che gli è successo?
-- Niente, ora viene! -- E le risa interrompevano il canto.
-- Tutte le feste al tempi-o,
Mentre pregavo Iddi-i-o...
-- Io direi di andare a bere.
Nella bettola, in piedi, gridando e canticchiando, la comitiva si
dissetava. Salvatore rifiutava il bicchiere, ma gli amici insistevano:
-- E un sorso.... e un altro.... e ora andremo a trovare Agostino!...
Ma Salvatore, un po' brillo, disse:
-- Niente; io vado da mia moglie!
Gli amici lo presero in mezzo, tentando di persuaderlo, di trascinarlo.
-- Vieni con noi; troveremo Agostino!..
-- M'aspetta mia moglie!
Egli si svincolò, con uno sforzo disperato, girando per aria il
mandolino, e corse a casa. Bussò al portone, prima piano, poi forte,
poi tempestando; ma non aprivano ancora.
-- Vengo!... vengo... -- si sentiva la voce della serva.
Salvatore salì le scale, barcollando, ed entrò in camera, dove trovò
sua moglie levata, in camicia.
-- È questa l'ora di tornare a casa? Briaco come un maiale? -- cominciò
a gridar lei, guardando sotto il letto, con la coda dell'occhio.
-- Noo.. non lo faccio più... -- borbottava Salvatore; e come cercava di
baciarle la spalla che usciva nuda dallo sparato della camicia, quella
lo spinse nel camerino al buio.
-- Giù le mani, maiale!... E impara a venirmi dinanzi in questo stato!
Chiuso a chiave, Salvatore picchiava discretamente:
-- Apri, Fanniuccia... quegli ubriaconi volevano condurmi a mala
parte.... io non lo faccio più!...
VI.
Ora le voglie di lei si facevano più imperiose; tutte le entrate del
salone che passavano per le sue mani non le bastavano; e Salvatore,
il quale le tremava dinanzi, si vedeva protestar le cambiali da ogni
parte.
-- Così non andrete avanti -- diceva l'amico Agostino. -- Se volete un
consiglio, lasciate il salone a uno che si accolli parte dei debiti, e
aprite una bottega più modesta.
-- Ma come, dopo tanto lavoro?...
-- Che volete! La sorte quando dice sì e quando no.
Come Nardo intese quel discorso, mentre stava tagliando i capelli a
un signore, per miracolo non gli cavò un occhio, col braccio che gli
tremava.
-- Se crede -- disse al principale -- il salone lo piglierei io....
Ma Salvatore non sapeva ancora decidersi.
-- Non c'è nessuna speranza? da combinar niente?
-- Che cosa volete combinare? Se tardate ancora, i fabbricanti vi
faranno il sequestro.
Egli voleva almeno il consiglio di sua moglie, per l'amor della quale
più si angustiava.
-- So di molto io! -- rispondeva quella. -- Sono affari vostri.
Il giorno che lasciò il -Salone di Venezia- per passare all'oscura
bottega del vicolo della Neve, Salvatore si sentì stringere il cuore.
Dentro, c'erano ancora l'odor di formaggio e le macchie di grasso
lasciati dal pizzicagnolo che vi stava prima. La casa di contro, alta e
grigia, pareva gli pesasse sullo stomaco, ed egli non si fidò neanche
di leggere una dispensa di romanzo. Nessuno nel vicinato conosceva
il nuovo barbiere, che non aveva cartello, e fino ad ora tarda non
venne anima viva, nemmeno l'amico Agostino, quantunque fosse il suo
giorno di barba. Ma come annottava e Salvatore, sull'uscio, guardava il
lampionaio che correva a zig-zag accendendo i fanali, si vide l'amico
dinanzi, vestito a nuovo e sbarbato di fresco.
-- Scusate se non son venuto, ma ho la fidanzata che m'aspetta e m'è
bisognato farmi bello. Non ve l'ho detto che prendo moglie anch'io? La
figliuola di don Gaspare, il sensale del marchese; dieci mila lire in
contanti e un corredo che bisogna vederlo. Col suocero faremo tutta una
casa e la ragazza è una gioia. Io scappo, che m'aspetta; scusate....
E se ne andò, affrettando il passo.
Ora egli non veniva più a trovarlo; veniva invece il segretario della
marchesa. Con Fanny erano vecchi amici, e lei lo tratteneva spesso a
desinare.
Le strettezze crescevano, ma Salvatore si metteva alla tortura per
trovar denari e far contenta la moglie. La nuova bottega era passiva,
nascosta in fondo a quel vicolo frequentato soltanto da fruttivendoli
e friggitori.
-- Se avessi ancora l'antico salone!...
A propria insaputa, le gambe lo portavano da quelle parti, dinanzi al
-Salone di Venezia- e, una sera, egli si fermò un istante, a guardare.
Il gas vi splendeva; Andrea e un altro giovane servivano le pratiche;
Nardo, seduto nel posto in fondo, teneva un registro sulle ginocchia e
faceva i conti. La disposizione interna era stata un poco mutata; gli
scaffali della profumeria spostati; i divani rivestiti di stoffa nuova;
una fioriera era stata adattata alla base del grande specchio.
Allontanandosi, tra la folla, Salvatore passò dinanzi al salone del
Conterino, anch'esso rilucente, pieno di gente che aspettava il turno
chiacchierando, fumando, leggendo i giornali.
-- Che me n'importa! -- pensò Salvatore, e si affrettava verso casa, dove
avrebbe trovata la sua Fanny.
Il vicino, vedendolo venire, gli dette la chiave dell'uscio, dicendo:
-- Vostra moglie è andata fuori.
Salvatore entrò, tastone, al buio; accese il lume e si mise ad
aspettare, leggendo -Luigi Napoleone o Lotta del Destino e Corona
imperiale-, sentendo suonare le ore, una dopo l'altra.
Alle undici, Fanny rincasò, rossa in viso, col fiato che sentiva di
vino.
-- Dove sei stata, fin'ora?
-- Dove mi piace!
Come Salvatore cercò di farlesi vicino, lei lo respinse, con un urtone:
-- Non mi seccare, ho sonno.
Ed egli tornava pazientemente, ogni giorno, alla sua oscura bottega
sempre deserta, ad affilare i rasoi perchè non gli si arrugginissero,
o a fare i conti dei suoi debiti. Quando capitava qualcuno, mentre la
forbice cantava il suo zic-zac, Salvatore cominciava a fantasticare di
rimettere assieme qualche soldo, di lasciare quel bugigattolo buio e
tristo, di riaprire un salone più bello.
-- Se la sorte dice di sì, debbo levarmi dai guai, e far godere quella
povera Fanny, che è in pena per cagion mia.
In mezzo alla giornata, qualche volta, egli scappava a casa per andare
a vederla un momento; ma lei era sempre fuori.
-- Povera figliuola! S'annoia fra queste quattro mura.
Qualche altra volta Fanny arrivava lei alla bottega, in fretta, con le
guancie rosse e gli occhi brillanti.
-- Dammi dieci lire.
-- Dieci lire? Se non ho un soldo!...
-- Dove li sciupi dunque i denari, viziosaccio!... vagabondo!... Dammi
dieci lire, t'ho detto; se no, stasera...
Salvatore perdeva la testa, non sapeva a qual santo votarsi; e correva
dall'amico Agostino.
-- È fuori -- rispondeva la serva.
Tornava, e gli rispondevano sempre:
-- È fuori, oggi non verrà a casa.
Ricorreva da Giovanni Santoro, che anche lui, un tempo, era stato il
padrone in casa sua, e non gli avrebbe negato un piccolo favore.
-- Dieci lire? Perchè vi servono?
-- Sapete, Fanny...
Giovanni Santoro rideva:
-- Ah, sono per vostra moglie? Glie le porto io.
Fanny gli restava obbligata, lo invitava a tornare, lo tratteneva fino
a tardi, e Salvatore non sapeva come ringraziarlo:
-- Voi siete un vero amico!
E si rivolgeva a lui, nei suoi momenti di imbarazzo, per venti lire,
per cinque lire, promettendogli di restituir presto.
-- Fino al primo del mese, che entrano le mesate...
-- Ad ogni po'? -- disse una volta Santoro, perdendo la pazienza. -- Così
mi costa troppo cara!
VII.
Salvatore aveva più debiti che capelli in testa e il padrone della
bottega minacciava di vendergli i mobili.
-- Non si può più stare in città! -- si lamentava, tristamente. -- I
padroni di casa si portano via tutto loro...
E andò a cercare un'altra bottega che costasse meno, verso Porta
di Ferro, nel nuovo quartiere. Girando per quelle strade che
aveva conosciute povere e quasi deserte, ora fiancheggiate da alti
fabbricati e rumorose, egli cercava la sua antica proprietà, e non si
raccapezzava.
-- È qui?
La casa era sfondata, il tetto e i muri divisorii abbattuti come da
un terremoto, ingombrando il suolo d'un monte di calcinacci, di travi
vecchie e di tegole rotte. Restava in piedi soltanto la gabbia, che i
murifabri, sui ponti, lavoravano ad alzare di due piani.
-- Verrà una bella palazzina!
E prese in affitto una bottega lì vicino, nuova, con le mura
bianchissime e un forte sito di calce. Vi adattò alla meglio le sedie,
i due specchi, l'attaccapanni, le oleografie che gli restavano, e fece
dipingere in nero, sui vetri dello sporto -Piccolo salone Venezia-, che
parevano mignatte appiccicate sulle lastre.
Di lì seguiva i lavori nella sua antica casa, dove i muratori voltavano
l'arco delle ultime finestre e impostavano il cornicione. L'ingegnere
e il padrone venivano spesso a invigilare, guardando per aria i muri,
facendo segnali col bastone, girando da una parte all'altra.
-- Quello mi par di conoscerlo -- pensava Salvatore, guardando da lontano.
E un giorno s'avvicinò.
-- Agostino!
-- Ah... siete voi? -- L'amico pareva un signore, con la catenella sulla
pancia e una spilla alla cravatta.
-- Che cosa fate da queste parti?
-- Ho ricomprato io la casa... -- rispose quello, un po' confuso. -- Mio
suocero è morto... e m'ha lasciato ogni cosa...
-- Dunque, dicevamo, qui... -- L'ingegnere lo chiamava, e Agostino,
scusandosi, s'allontanò.
Salvatore lo vedeva arrivare e partire, quasi tutti i giorni, spesso
in carrozza; e una volta con la moglie, a braccetto, che se egli non
avesse saputo ch'erano loro, non li avrebbe riconosciuti.
-- Che cosa vuol dire aver quattrini! Ora non guarda più nessuno in
faccia!
Un'altra volta passò Andrea, il -figurino-, l'antico giovane di
bottega, che s'era fatto grande, e pareva sempre appuntato con gli
spilli. Salvatore lo salutò, con la mano, ma quello tirò dritto.
-- Anche lui ha messo superbia!
Lo Sciancato, che si spingeva di tanto in tanto fin lassù a strillare
i fogli, tirandosi dietro la sua gamba, non aveva messo superbia, ed
entrava nella bottega, per vendere una copia della -Gazzetta-.
-- Eh! -- diceva, girando un'occhiata per le pareti nude -- mi rammento il
bel tempo del salone grande!
Anche Nardo gli era rimasto affezionato, e veniva a trovarlo, dandogli
ancora del «principale».
-- Gli affari vanno bene?
-- Grazie a Dio, non posso lamentarmi.
Nardo ne provava compassione, vedendolo ridotto in quello stato: un
vecchio, coi capelli grigiastri e la fronte rugosa; ma più per via
della moglie, che andava provocando tutti i maschi e lo riduceva la
favola del quartiere.
Ma come un giorno la incontrò per istrada, bianca e rossa in viso,
con le labbra umide, grassa sotto lo scialle nero che si gonfiava sul
petto, la guardò un momento.
-- E così, avete messo aria, col vostro salone? -- disse lei, fermandolo.
-- Gli amici non si vedono più?
La sua voce s'era fatta più forte e veniva acquistando l'accento
paesano.
Nardo cercava di scusarsi, ma lei non lo lasciò dire:
-- Venite a trovarmi. Avete ancora paura? -- E lo guardò in un certo modo.
Egli non voleva fare un torto a quel brav'uomo del principale, che gli
aveva fatto sempre del bene.
-- Bel modo di compensarlo!
Poi cominciò a pensare:
-- Uno di più, uno di meno!... Quella volta io l'ho rispettato; ma,
veramente, il principale è troppo minchione...
IL «REUZZO»
I.
Finito di fare il soldato e tornato al suo paese, Isidoro Spina
trovò massaro Francesco suo padre che gli voleva dar moglie, temendo
ricominciasse un'altra volta la commedia con Anna Laferra. Ma le
ragazze di Napoli avevano fatto scordare a Isidoro quella cristiana,
per la quale s'era prima tanto disperato: che se il povero Alfio
Balsamo fosse andato via per un po' di tempo anche lui, non sarebbe
morto a causa di quella mala femmina. Basta: da buon figliuolo Isidoro
fece la volontà di suo padre, e presasi in moglie Santa Fiorito, se ne
andò a stare a Monserrato, dove c'era lavoro per lui. Quel matrimonio
incontrò l'approvazione generale: la ragazza era saggia, sapeva far
di tutto e gli portava anche la -roba a dodici-, vuol dire un corredo
dove le camicie e le mutande, le tovaglie e le lenzuola si contavano a
dozzine -- oltre un bel paio di canterani di noce e quattro materassi di
lana. Lui aveva portato il resto della mobilia, com'è l'uso: l'armatura
del letto, le tavole, le seggiole, la fornitura della cucina: ogni
cosa fatta senza economia, chè era il tempo degli agrumi, e il mestiere
d'incassatore di aranci e di limoni gli consentiva una certa agiatezza,
senza contare che suo padre lo aveva aiutato come meglio poteva. Il
matrimonio fu celebrato con gran pompa, tra le congratulazioni dei
parenti e degli amici che auguravano ad una voce:
-- Adesso bisogna pensare a un bel maschietto!
Gli sposi si volevano bene, e presto ebbero la certezza che la
loro unione era benedetta. Già le comari facevano arrossir Santa,
guardandola con dei sorrisi d'intelligenza ed esclamando: «Sia
lodato!... Non avete perduto tempo!...» Già la levatrice prediceva:
«Allegri, è un maschio; mi giuocherei il collo!...» Già Isidoro, tutto
felice all'idea di avere un figliuolo, invitava parenti ed amici alla
festa del battesimo e picchiava sulla spalla di massaro Francesco,
dicendogli: «Vedete, padre, che vi facciamo onore!... e fra giorni
ci sarà un altro Francesco Spina al mondo!...» quando, una notte, sua
moglie mise al mondo una bambina.
Lì per lì, Isidoro provò un certo senso di contrarietà e fu sul punto
di rispondere male alla levatrice che protestava: «È una cosa da non
credersi!... C'erano tutti i segni!... Mi sarei lasciato tagliare
il collo, se non era un maschio!...» Poi, come Santa, pallida e
disfatta, sorrideva di beatitudine alla sua creatura; come suo padre
lo confortava, dicendo: «Sarà per un'altra volta!... Avete tempo
ancora!...» egli si mise a contemplare la sua figliuolina, carezzando
con le mani callose la fronte della moglie che gli chiedeva dolcemente:
-- Non le vorrai meno bene, perchè è una femminuccia?...
-- Ma no!... Ma no!... È nostra figlia!... Poi, ci sarà tempo!
Vi fu festa pel battesimo, come se fosse venuto l'aspettato figliuolo;
e la bambina crebbe tra le carezze del padre e della madre.
Non era passato un anno, che Santa fu nuovamente sul punto di
dare alla luce un'altra creatura. Questa volta non poteva esservi
dubbio: la levatrice aveva assicurato: «Potete andare a rivelarlo al
Municipio...!» e tutte le donne incinte del vicinato mettevano al mondo
dei maschi. A Santa nacque un'altra femmina.
Il broncio di Isidoro durò un poco di più. Ma poichè tutti tornavano a
ripetere che non c'era da scoraggirsi, che erano giovani tutt'e due,
che il maschio non poteva tardare a venire, egli finì per sorridere
anche a quest'altra bambina. Santa gli disse, timidamente:
-- Non l'hai con me, non è vero?
Allora il suo dispetto si dileguò del tutto.
-- Perchè dovrei averla con te? È colpa tua? I figliuoli li manda Dio,
e bisogna prenderli come vengono...
Erano sempre d'accordo, marito e moglie; e in casa c'era la pace. In
breve, la speranza del maschio tornò a sorridere; Santa era incinta
un'altra volta. La levatrice, dopo i granchi presi, non arrischiava
alcun pronostico; ma si vedeva, a una cert'aria saputa, a certe scosse
del capo, a certe reticenze discrete, che era sicura del fatto suo.
Isidoro non diceva nulla, non parlava più del figliuolo come se fosse
già nato: gli pareva veramente impossibile che questa volta non dovesse
venire, ma aveva paura di dirlo, quasi il contarci su, come aveva fatto
prima, potesse riuscirgli di malaugurio, quasi una jettatura potesse
mutare il sesso del nascituro in grembo alla madre. Così, quando nacque
un'altra bambina, egli borbottò con tanto di muso:
-- E tre! Viva la divina Provvidenza!
Adesso il suo malumore non andava via, e sua moglie lo divideva anche
lei. Trovava che quelle figliuole bastavano, le pareva finalmente
tempo che il maschio venisse, e nel suo zelo di massaia solerte e
previdente quasi s'incolpava di non esser buona a contentar suo marito
e suo suocero, chè massaro Francesco l'aveva con lei. Cominciò così
a far voti al Patriarca san Giuseppe, a san Francesco di Paola, alla
Bella Madre delle Grazie: accendeva lampade, prometteva ceri, recitava
preghiere. Isidoro non parlava più del suo desiderio, ma si vedeva che
pensava sempre a una cosa. Ora, quando qualcuno sosteneva dinanzi a lui
che i figliuoli sono tutti eguali, egli scrollava il capo:
-- Già, eguali!... per mangiare, la bocca l'hanno la stessa!... Ma le
femmine non son buone che a portar via la roba, quando vanno a marito,
nelle case degli estranei, dove si scordano perfino di chi le ha fatte!
Invece, i figliuoli, se avevano la bocca per mangiare, avevano anche
delle braccia per aiutarvi a sbarcare il lunario, quando si facevano
grandicelli; e portavano il vostro stesso nome, e lo perpetuavano.
Se egli pensava a un bel ragazzo che gli avrebbe tenuto compagnia,
a cui avrebbe appreso il suo stesso mestiere, che sarebbe stato il
bastone della sua vecchiaia; se vedeva gli altri babbi seguiti dai loro
figliuoli, inorgoglirsene, vantarne la forza e la destrezza, un moto
di ribellione lo faceva sgarbato, cattivo con le bambine. Talvolta se
la prendeva con sua moglie; quell'aspettazione inappagata scemava il
bene che le aveva voluto. Pensava adesso, come tutti i maschi, che le
donne valgono poco più delle bestie, salvo il battesimo; che hanno il
cuore piccolo e niente cervello: e Santa e le sue figlie gli parevano
egualmente inutili. Dacchè aveva uso di ragione, era stato abituato a
considerare il figliuolo come l'erede della potestà paterna, il futuro
padrone, l'orgoglio della casa. Come vedeva che sua moglie era dello
stesso sentimento, il suo rancore se ne andava. Allora tutti e due si
mettevano ad affrettar coi voti il compimento del loro lungo desiderio.
I re e le regine non aspettavano con maggiore ansietà la nascita dei
-Reuzzi-, degli eredi del trono.
II.
I dolori del nuovo parto erano cominciati. Isidoro Spina andava di
su e di giù per la casa, incapace di dare aiuto a sua moglie, come se
anche lui stesse per metter fuori qualche cosa. Durante quella quarta
gravidanza, lo studio dei sintomi dai quali si poteva argomentare il
sesso del nascituro gli aveva tolto il sonno e l'appetito. Poi, con
l'idea d'un mal'occhio gettato sulla sua casa, aveva fatto configgere
sul comignolo del tetto un enorme paio di corna bovine, da fugare tutte
le jettature del mondo; aveva anche piantato dentro un gran vaso un
aloè, sul fusto del quale aveva legato un nastro rosso scarlatto, e lui
stesso s'era provvisto di un cornicello di corallo rosso che portava
appeso al panciotto. Pensava che fosse Anna Laferra, vecchia ciabatta
diventata ora strega, quella che, sapendolo contento, non potendo far
altro per contristarlo, operava qualche malefizio contro il compimento
del suo voto. Giusto, una volta gli dissero che era passata da
Monserrato: lui si mise a gironzare per le vie, con un bastone in mano,
per romperglielo sulle spalle, se l'incontrava. E il momento del parto
si avvicinava, e massaro Francesco, venuto a trovare il figliuolo,
guardava sua nuora in cagnesco, aspettando che facesse finalmente il
suo dovere. Adesso l'impazienza di Isidoro diveniva smaniosa; a un
certo punto non ci resse più: prese a parte la levatrice e le disse:
-- Comare, sentite, io me ne vado... Se mai, sono qui all'osteria di
Jano.
All'osteria, si mise a fare una partita di briscola, ma non ne
azzeccava una. Come aveva li cuor nero, cominciò a bere, e già la testa
gli girava. Ad un tratto comparve un monello, il figliuolo della gna
Sara, che mise a vociferare:
-- Don Isidoro!... Don Isidoro!... Vostra moglie... ha fatto femmina...
-- Eh?... femmina?... -- biascicò lui. -- Bravo davvero!... Ci ho
piacere... com'è vero Dio, ci ho piacere!... Bravo, bravo davvero!...
Massaro Francesco venne dopo un momento a battergli una mano sulla
spalla e gli disse:
-- Io ti saluto, che me ne torno al paese. Quando vuoi venire a casa
mia, mi farai tanto piacere; ma qui i piedi non ce li metto più.
Nel suo cordoglio, Isidoro trovava un conforto nel vino. Ora dava
spesso delle capatine all'osteria; la sua riputazione di lavoratore
sobrio e valente finiva per sciuparsi. In casa, le liti divenivano
frequenti; spesso, quando le bambine avevano delle bizze, egli le
picchiava sodo. Poi se ne pentiva, le accarezzava, ma distrattamente,
mandandole via dopo un poco. Le comari, vedendo la faccia angustiata di
sua moglie, se lo mettevano in mezzo, cercavano di consolarlo, parlando
tutte in una volta:
-- La speranza non è perduta!... Siete giovani ancora!... Cos'è questo
modo?... I figliuoli si prendono come li manda il Signore!... Con
chi ve la pigliate?... volete buttarle alla -ruota-, perchè sono
femminuccie?
La vera ragione era che non si poteva prendersela con nessuno. Ma egli
non si metteva il cuore in pace. L'augurio tradizionale degli amici
che si stringono la mano, separandosi: «Salute e figli maschi!» suonava
per lui come una derisione. Una volta, a sentirselo ripetere dopo aver
bevuto, si fece scuro in viso e disse, guardando il compagno nel bianco
degli occhi:
-- O cosa intendete dire?... Badate che son buono di sfondarvi lo
stomaco a voi e a chi sente più forte di voi!...
Quando non era ubbriaco, sopportava più tranquillamente le persuasioni
delle comari, che tornavano alla carica:
-- Ma finalmente, cos'avete da lasciare a vostro figlio? un principato?
una baronia?... Cosa temete, che si perda la vostra razza?... Siete un
re di corona, che aspettate il -Reuzzo-?...
Lui le lasciava dire, assorto, pensando che in ogni casa il figlio
maschio è come il -Reuzzo- nella famiglia del re. Lo aspettava sempre;
invece, col tempo, nacquero una quinta e una sesta bambina. Adesso,
tutte le volte che sua moglie gli regalava un'altra figlia, lui se ne
andava all'osteria, pigliava una sbornia, non rincasava per due giorni.
Al battesimo, massaro Francesco non ci veniva più, nè lui invitava più
un cane; la cerimonia si compiva in fretta, senza un parente, quasi le
bambine fossero di nessuno.
Le prime figliuole, intanto, crescevano; la maggiore era una
giovanetta. La domenica, quando la madre le conduceva a messa tutte
e sei, le grandi innanzi, le più piccine guidate per mano, Isidoro
restava un poco a considerarle, poi si voltava con chi gli era vicino,
esclamando:
-- Che bel vedere, eh?... Se non pare il Collegio di Maria a
processione!...
Marito e moglie invecchiavano; la speranza che adesso nemmeno si
comunicavano più cominciava a perdersi. Santa tornò ad essere incinta:
nacque una settima bambina e massaro Francesco, dal crepacuore, morì.
Allora Isidoro cominciò a rassegnarsi. Gli restava una grande amarezza
in fondo al cuore; a giorni, non aveva nessuna voglia di lavorare;
il bicchiere lo attirava sempre più, perchè ci annegava dentro il suo
dispiacere; ma non sfogava a bestemmie od a maltrattamenti. Santa era
come lui: aveva perduto ogni speranza, covava un rammarico profondo, ma
non diceva niente.
Aveva passato da un pezzo i quarant'anni, quando divenne nuovamente
incinta. Questa volta, al cominciare dei dolori del parto, Isidoro
non era neppur scappato all'osteria. Lasciata sua moglie in mano
alle comari, s'era messo ad affilare i suoi strumenti di lavoro,
nella corte, quando udì delle vociferazioni; a un tratto, la gna Sara
comparve sull'uscio, gridando a perdifiato:
-- Maschio! Maschio! Maschio!... Compare, un figlio maschio!...
Lui credette d'aver udito male; poi si mise a correre all'impazzata. La
levatrice teneva sollevato il bambino in atto di trionfo; le sorelline,
le comari, la stessa puerpera esclamavano in coro:
-- Il -Reuzzo-! Il -Reuzzo-! È nato il -Reuzzo-!..
Allora, egli tolse in braccio il suo figliuolo, lo sollevò ancora più
in alto e si mise a girare per la camera, gridando come un banditore:
-- Il -Reuzzo-! È nato il -Reuzzo-! Evviva il -Reuzzo-!
III.
Da quel momento, il bambino si chiamò il -Reuzzo-. Mezzo ammattito
dalla gioia per la venuta di quel figliuolo tanto aspettato, al quale
aveva quasi rinunziato, Isidoro Spina non sapeva come festeggiare
degnamente l'avvenimento. Vi fu un battesimo coi fiocchi, i boccali
di vino non si contarono, si accesero dei falò e Rosario Maccarone, il
sensale di frumento soprannominato il Poeta, declamò una poesia fra gli
applausi degli astanti. Avevano messo al piccolino, naturalmente, il
nome di Francesco; ma ciascuno degli invitati domandava di vedere il
-Reuzzo-, e Isidoro lo mostrava a tutti, insuperbito, raggiante.
-- Se non pare il sole!...
-- Sia lodato!... Che bel bambino!...
Santa sorrideva d'orgoglio: quella tarda e insperata maternità le
rendeva cento volte più caro il frutto delle sue viscere; adesso
lei aveva l'aria di averci messo qualcosa del suo nel far nascere
finalmente il maschio sospirato. E le sorelline, estatiche, non si
decidevano a levarsi di torno alla culla.
Il bambino veniva su nella bambagia, tra i baci e i vezzi. Pel suo
piccolo corredo si comprò tutto quel che c'era di meglio; le ragazze
si contendevano a pugni il piacere di tenerlo in braccio, le comari si
fermavano a posta per chiedere:
-- Come sta il -Reuzzo-? Cosa fa il -Reuzzo-? -- chè del nome di
Francesco nessuno si rammentava più.
A un suo vagito, correva tutta la casa; ma egli era buono come il pane,
non strillava mai, non aveva bizze, e sorrideva continuamente ai visi
ridenti che gli passavano dinanzi. Bello, non si poteva dire quant'era
bello. Certi occhi color del cielo, i capelli come oro colato, e
bianco, fine, delicato, impastato di latte, di miele e di rose; un
angioletto, il Bambino Gesù. Tutte le cure, tutte le premure erano
per lui, come per un vero -Reuzzo-, un figliuolo di re, un principino
ereditario. Come cresceva, gli compravano i giuocattoli più costosi, i
dolci più fini. Suo padre lasciava più presto il lavoro per venirsene a
casa, a farsi strappare i capelli dalle sue manine grassoccie. Il guaio
era che il lavoro adesso non fruttava più come un tempo: cominciava
la crisi degli agrumi e le mercedi andavano scemando. Non importava:
Isidoro si toglieva il pan di bocca per comperare dei vestitini
aggraziati al -Reuzzo-, delle scarpettine di vernice, dei berretti
foderati di raso. Quelle sue figliuole che egli aveva accolto di mala
grazia, lavoravano da mattina a sera, filavano, cucivano, mettevano
assieme qualche cosa che serviva a tener su la baracca. Ed era inteso
che anch'esse lavoravano pel fratellino. Le due maggiori erano in
età da andare a marito: ma con le strettezze dei tempi, col bene che
volevano al -Reuzzo-, neppur si parlava di matrimonii.
Un giorno Isidoro, raccogliendo limoni, cadde da un albero e si
spezzò una gamba. Restò per dei mesi inchiodato a letto e le angustie
crebbero. Ma il -Reuzzo-, che adesso cominciava a parlottare, metteva
la gaiezza in tutti, faceva dimenticare all'ammalato i suoi tormenti.
Quando lo udiva ripetere, battendo le manuccie: «papà... papà...»
Isidoro si sentiva guarito. Per il piccolino c'erano sempre sorrisi
e confetti; e come dimostrava una precoce svegliatezza d'ingegno,
suo padre pensava di mandarlo a scuola, sognava per lui un destino
superiore a quello che faceva lui.
La sua gamba si rimise a posto; ma una brutta mattinata di novembre
egli prese una puntura che in tre giorni lo portò all'altro mondo.
Allora la miseria si fece dura pei superstiti. Santa e le sue figliuole
maggiori s'ammazzavano a lavorare; ma tutti i loro sforzi non bastavano
a compensare la perdita del capo di casa. A poco per volta, i bei
canterani di noce, il letto d'ottone, le seggiole, la biancheria furono
venduti o portati al Monte di Pietà. Avevano dovuto lasciare la casa
antica, si erano ridotte in uno stambugio alla Carvana; dei giorni
non sapevano come metter la pentola al fuoco; ma tra la madre e le
figliuole c'era una secreta intesa per non far pesare sul -Reuzzo- la
tristezza di quella povertà. Mentre le ultime bambine andavano senza
scarpe, lui ne aveva sempre un paio lucenti; la mamma lavorava lei
stessa ai suoi vestitini, e l'intima speranza di tutte era di poterlo
mandare a scuola, come aveva detto la sant'anima del babbo.
Lui cresceva buono e dolce, rispettoso e obbediente. Nei primi tempi
dopo la morte di Isidoro chiedeva alla mamma e alle sorelline:
-- Il signor padre dov'è?
-- In paradiso -- gli rispondevano; e lui guardava il cielo.
Restava giornate intere, seduto per terra come un gattino, accanto alle
gonne della mamma, baloccandosi tranquillamente con dei pezzettini di
legno, con dei ritagli di carta. Poi, come la miseria era cresciuta,
e le tre ragazzine più piccole, per guadagnare anch'esse qualche cosa,
s'erano messe a trasportare corbelli di sassi nell'aranceto di Láudani,
dove si dissodava, egli se ne andava con loro. Si metteva a girellare
sotto gli aranci, e vedendo le sorelline curve a raccoglier sassi,
tratto tratto ne prendeva qualcuno con le sue piccole mani bianche
e delicate e lo buttava in un corbello. Aveva cominciato così, per
giuoco: le ragazze se lo divoravano dai baci, nel vedere l'aria di
serietà con la quale egli credeva di aiutarle; e non potendo più dargli
dei dolci, gli comperavano delle frutta; arancie, noci, castagne,
che egli divideva con tutte. Poi, a poco a poco, anche lui cominciò
a colmare per davvero dei corbelli, a trasportarli, a guadagnar dei
soldi. Santa sentiva stringersi il cuore, vedendolo tornare a casa coi
capelli terrosi, le mani nere, la faccia abbronzata, ma bisognava che
anche lui si guadagnasse il pane col sudor della fronte.
Quando l'aranceto di Láudani fu tutto dissodato, il -Reuzzo- venne a
dirle un giorno:
-- Sapete, signora madre? Mi vogliono alla cava, e mi danno cinque soldi
il giorno!
Era stato lui ad offrirsi, combinandosi cogli altri monelli che
lavoravano a cavar la terra rossa. E si mise a fare come gli altri:
scendeva sotto terra, colmava il suo corbello e veniva a vuotarlo sui
carri; un va e vieni che durava tutto il giorno, con la sabbia che
entrava negli occhi, e appena un'ora di riposo. Adesso le sue scarpe si
sgangheravano, cascavano a pezzi; egli restava a piedi nudi, e quando
usciva dalla cava per rientrare a casa, aveva il viso, i capelli,
la camicia, tutto il corpo ricoperto di terra. Vedendolo passare, le
comari dicevano:
-- Guardate il -Reuzzo-!... Come s'è ridotto!... Un figliuolo tanto
aspettato e vezzeggiato!... Che sorte, chiamarsi il -Reuzzo- e ridursi
a piedi scalzi!
E i monelli ai quali egli diceva il nome col quale s'era sempre sentito
chiamare, lo beffeggiavano:
-- Bel -Reuzzo-!.. Un -Reuzzo- senza regno!..
Con la faccia arrostita, screpolata, coi capelli irruviditi, quasi
non si riconosceva più; solo gli occhi restavano color del cielo. Ma
per la sua mamma e per le sorelline egli era sempre il -Reuzzo-, il
prediletto, quello per cui si sognavano dovizie e fortune.
Invece, come le donne trovavano sempre meno lavoro, egli ne cercava
per conto suo. S'era messo garzone da un fornaciaio a impastar creta
e ad allinear mattoni; al tempo del raccolto dei limoni, s'ingaggiava
con le ciurme. Quando non c'era altro da fare, se ne andava pei campi
a raccogliere asparagi, o more, o lumache, e scendeva in città, coi
piedi laceri, i calzoni a sbrendoli, gridando il prezzo di quella roba.
Spesso, dopo una giornata che s'era sgolato, non riusciva a buscare un
soldo; allora insisteva presso le comari che se ne stavano sulle soglie
delle loro botteghe:
-- A tre soldi... a due soldi... come volete!... Non ho -toccato-
niente, quest'oggi; non ho da portar niente a casa...
A vederlo con quegli occhi che parevano dipinti, coi resti della sua
delicata bellezza, alcune gli domandavano:
-- E tu chi sei?... Di dove sei?...
-- Di Monserrato... sono il -Reuzzo-... il figlio di Santa Spina....
Sentendogli dire che era il -Reuzzo-, le donne si mettevano a ridere,
ma gli compravano la sua merce.
NEL CORTILE.
I.
-- E la colpa è tutta vostra! -- diceva don Angelo, il trattore, dalla
sua cucina.
Maestro Titta, il portinaio, badava a piantar stecchi dinanzi al
bugigattolo ritinto in verde di fresco, e non gli dava retta. Quel
cristiano preparava pietanze mettendoci dentro ogni sorta di porcherie;
lui faceva l'impiega-serve, e non era sua colpa se glie ne capitavano
anche di linguacciute.
-- Ogni legno ha il suo fumo!
Però Rosa, la serva degl'impiegati che stavano al quarto piano -- una
gente tranquilla che badava ai casi proprii -- pareva sempre come
morsicata dalle vespe. Non faceva altro che leticare, se ai piani
di sotto tenevano aperte troppo a lungo le chiavette e si portavano
via tutta l'acqua; se il trattore del cortile accendeva il forno e
affumicava il vicinato, quasi le persone fossero aringhe; o se il
cane del tappezziere abbaiava e le si avventava alle gonne, quando lei
usciva pel servizio.
-- Ah, non la vogliono sentire? -- gridava. -- Qualche giorno gli do una
polpetta avvelenata e me lo levo davanti.
-- Pròvati un po'! -- rispondeva il tappezziere -- Poi vedremo come ti
finisce!
-- Come mi finisce? Come mi deve finire? Questa è una porcheria, il cane
tra le gambe; vorrei vedere ogni altro! E non mi fate gli occhi grossi,
avete capito? che io non ho paura...
-- Basta! -- strepitava il trattore, che le voci si sentivano dall'altra
parte, nel -restaurante-.
-- Sentiamo quest'altro, adesso! Voi di che v'immischiate? Pensate ai
fatti vostri, che ai miei ci penso io!...
La causa della collera di Rosa era Paolino, il giovane del tappezziere,
che un tempo le era andato dietro e le aveva promesso di sposarla.
-- Insomma -- chiedeva il portinaio -- che cosa è successo? Vi siete
bisticciati?
-- M'importa assai, di lui e di voi! -- rispondeva Rosa, con la sua voce
squillante.
-- Ma che non ti vuol più? -- insisteva quello, per farla arrabbiare.
-- Soltanto in sogno poteva sperarlo, di guardarmi in faccia! --
replicava lei, con gli occhi un po' rossi. -- Davvero, soltanto in
sogno!... -- E si voltava dalla parte del tappezziere, perchè sentissero
di chi voleva parlare.
-- Questa è una cosa che non si può più tollerare! -- borbottava il
trattore, e minacciava di andare a parlare col padron di casa.
Ma il guaio più grosso fu a maggio, quando venne al quartierino
dirimpetto la famiglia di don Felice Giordano. La signora Giacomina non
le aveva fatto ancora niente, che Rosa sentì un'antipatia per quella
cristiana. Una vecchia smorfiosa, sulla quarantina, che s'imbellettava
fin sul collo e andava vestita come una ragazza appena uscita dal
collegio!
-- «-Non mi toccare che mi sciupo!-» -- l'aveva subito soprannominata.
Una razza di sguaiati, lei, le sue figliuole e il piccolino che
cresceva una bellezza! A vederli per le strade, le fanciulle avanti,
con due vestiti eguali dal cappello agli stivalini; la mamma appresso,
tutta lezii e smorfie, tenendo per mano il figliuolo vestito da
marinaio, con un gran cappello di tela cerata e lo scritto -Duilio-;
il babbo due passi indietro, col cane, parevano una gente per bene,
educata e tranquilla.
-- In casa, bisogna vederli!
Dal cortile, si sentivano a ogni momento grida e fracassi, che la
signora Giacomina voleva comandare a bacchetta, e le ragazze, con la
testa sempre agli innamorati, non le davano ascolto.
-- Se vedo ancora quel pezzente andarti dietro -- strepitava con
Antonietta, la maggiore -- t'accomodo per le feste!
-- Voi di che vi mescolate? Dovete forse sposarlo voi?
-- Ah, sì? Vedremo dunque s'io ti lascerò più andar fuori!
-- Me n'importa un corno! Lo vedrò lo stesso...
Allora si sentivano i ceffoni della signora Giacomina, e gli scoppii
di pianto della ragazza. Se la sorella Angiolina si interponeva, ne
toccava anche lei.
-- Guardate che razza di screanzate! Voglio farvi veder io, se non
tirate dritto! Con tanti di quei calci...
Poi, come s'avvicinava l'ora di andare dal suo amico, il marchese
Motta, lei usciva, in gran toletta. Le ragazze asciugavano le lacrime
e mandavano Milia, la serva, a portar le lettere agl'innamorati.
Milia lasciava la casa sottosopra, i letti disfatti che mostravano
le lenzuola annerite; i panni sciorinati fuori delle finestre, sulle
sedie, per terra, un po' da per tutto. Se la signora Giacomina tornava
a tempo per accorgersi di quella confusione, erano scenate che non
finivano più.
-- Guardate qui, fino a mezzogiorno, la casa sottosopra! E voialtre
scanzafatiche, che cosa fate? Perchè non date una mano a ravviare? E
Milia, dov'è la Milia?...
Milia, come l'uragano s'addensava su lei, rispondeva male:
-- Tutto questo baccano, per un letto disfatto!... Vi pare che la gente
sia di ferro?...
-- Oh, con chi parli, sgualdrina? Se non stai al tuo posto!...
La Milia pestava i piedi per terra, piangendo:
-- Or ora... or ora voglio andarmene!... non ci voglio restare più un
momento!...
-- Zitta, non è niente!... -- s'interponevano le ragazze, per timore
che si scoprissero le loro magagne. -- Mamma, non lo farà più!... e tu,
domandale perdono!...
Ma la casa della signora Giacomina andava sempre più a soqquadro,
malgrado lei ci spendesse un occhio, e comprasse continuamente nuova
biancheria, e rifacesse i mobili, e pretendesse la più gran nettezza,
per figurare, all'occorrenza. Le ragazze non si davano nessun pensiero
delle faccende domestiche, e sotto le vesti all'ultima moda e gli
stivalini dai tacchi alti, portavano camicie ricamate a furia di
sdruci, e calze bucate e spaiate.
-- Sciagurate! Senza pensieri! Come vi fidate di campare così! Chi vuol
essere tanto pazzo da pigliarvi così sciagurate! -- gridava la signora
Giacomina, che non poteva soffrire quel malverso, e avrebbe voluto
veder la sua casa come quella d'un signore.
Per questo s'era anche messo in capo di far la visita alla baronessa
Scilò, che era venuta a stare al piano nobile, dalla scala grande;
ma quando mandava l'ambasciata, per sapere se la baronessa riceveva,
quella faceva rispondere un po' che non era in casa, un po' che stava
male.
-- Tutte le fusa non vengon dritte! -- diceva Rosa -- e la visita può
levarsela di capo; son io che glie l'assicuro!
Poichè non le riuscì di essere ricevuta dalla baronessa, la signora
Giacomina si mise a gridare, che si sentiva per tutto il cortile:
-- L'onore lo facevo a lei, di andarla a visitare!... A me non mancano
case dove mi vengono a ricevere ai piedi dello scalone; chè quando
campava la principessa di Roccasciano eravamo come sorelle, e da lei ho
conosciuta tutta la migliore società!...
Però, malgrado sbraitasse, volle prendere la stessa pettinatrice della
baronessa, la Liberata, e le mandò a offrire dodici lire il mese,
perchè quella andava soltanto nelle case dei signori e non voleva salir
troppe scale.
-- Ci mancava quest'altra, tra i piedi! -- borbottava Rosa, vedendo
la pettinatrice salire dalla signora Giacomina. -- Guardate che c'è:
scialle di seta!... stivaletti verniciati!... pendenti d'oro!... Auf,
quante cose si debbono vedere!
-- Tu di che t'impicci? -- ammoniva maestro Titta.
-- Io? Me n'importa assai! Dico anzi che le treccie finte glie le
combina bene!
Mentre le passava il pettine fra i rari capelli, la Liberata parlava
alla signora Giacomina delle ricchezze dei casati che lei serviva,
degli abiti che le signore aspettavano da Parigi, del trattamento che
facevano alle persone di servizio, dei regali che davano anche a lei:
ora un cestino di frutta primaticcie, ora qualche bottiglia di vino
dolce, ora un palchetto a teatro; quasi per farle sentire la miseria
delle sue dodici lire.
E la signora Giacomina, quando il marchese le mandava dei regali,
prelevava la parte di Liberata:
-- Non bisogna far cattive figure!
E se la pigliava con don Felice che, se restava in casa, sbottonato, in
ciabatte, si buttava sui divani e sulle poltrone, trascinandosi dietro
i guanciali, per star più comodo, e con Totò sempre lercio indosso, la
faccia allumacata di carbone, di gesso e di ogni sorta di sudicerie,
che abbruciacchiava le sedie coi cerini rubati al babbo, affossava il
pavimento, rompeva le vetrate con la trottola, ingombrava le stanze
e vi disseminava i pezzi di vetro, la carta stracciata e il terriccio
portato via dai vasi della terrazzina dentro un suo carrettino con una
ruota mancante.
La guerra scoppiò per causa sua, un martedì quando Rosa aveva
sciorinato i panni alla funicella che andava dalla sua finestra alla
terrazzina di don Felice sulle carrucolette di rame. Totò aveva fatto
un nodo alla fune, talchè quando lei volle tirarla, non riuscì a farla
andare nè avanti nè indietro, e mentre ci si arrabbiava e cominciava
a gridare, il ragazzo, mezzo nascosto tra i vasi, le fece le fiche,
cantando:
-- Ohè! Ohè!
-- Ah, figlio di non so chi, ti prudono le mani?
La signora Giacomina, sentendo questo discorso, venne fuori come una
vipera a gridare contro quella ciabatta che rispondeva in tal modo al
suo figliuolo:
-- Se non la finisci, ti faccio pigliare a calci e chiamare dalla
questura!
Rosa se la legò al dito.
-- Ciabatta a me? Io in questura? Le voglio far vedere, a quella buona
donna!
Così, quando i vicini si affacciavano al balcone, ora la mamma e ora le
figliuole, lei si metteva a parlare ad alta voce, rifacendo il verso
di quella gente, guardandosi addosso e stringendosi nelle spalle,
o raggiustando le pieghe della veste dinanzi alle vetrate che le
servivano da specchio, o facendosi vento col soffietto della cucina.
-- Milia! -- fingeva di chiamare. -- La polvere di cipria! Milia, lo
spillone!... presto, dico, Milia!...
Poi, quando il giuoco era durato un pezzo, sbatteva loro in faccia
l'affisso e se ne andava contenta a spazzar le stanze o a tagliar
cipolle.
La signora Giacomina andava a pigliarsela con suo marito, ma don Felice
non voleva rotta la testa e per questo le lasciava ogni libertà di fare
quel che più le piaceva.
-- Mettetevi in capo che io voglio stare in pace e non cerco gatte a
pelare.
L'altro martedì, quando la fune piena di biancheria s'incerchiava per
aria sotto il peso delle lenzuola, delle camicie, delle mutande ancora
gocciolanti, Totò prese un coltello e mentre nessuno gli badava la
tagliò. Voleste vedere allora tutta quella resta di panni spenzolare
fin giù al primo piano, attaccandosi e insudiciandosi alle inferriate!
Quando Rosa s'accorse di quella rovina e vide il suo lavoro sciupato,
non seppe più tenersi, e cominciò a sfilare la litania delle
contumelie, con la sua voce acuta e stridente che faceva affacciare
tutto il vicinato, come se stessero ammazzando qualcuno. E appena
scorse la signora Giacomina dietro la finestra, si mise a gridare:
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