col dito! Il venerdì, come padre Agatino e il marchese volevano giuocare, ella chiedeva che almeno si mettessero vicino, in modo da poter seguire le vicende della partita. Ai bei colpi, alle vincite replicate, gli sguardi smorti sul viso scarnito le si accendevano, le braccia magre si districavano di sotto il monte delle coperte, annaspando verso le carte. -- Un giro... un giro soltanto... Si abbatteva ancora di più, ricascava sfinita sugli origlieri roventi, rifiutava le medicine per grandi bicchieri d'acqua che non riuscivano a spegnere la sua sete ardente. Nessuno fra quelli che si erano divertiti per tanto tempo a sue spese veniva ora a trovarla; suo nipote Fornari non poteva più salir le scale e solo la Giordano continuava a trascinarsi dietro le figliuole e suo marito don Felice, per dire che era stata dalla -principessa- e per pigliarsela con la Morlieri che, a darle retta, aveva rubato D'Errando a sua figlia Antonietta. -- Ma il barone se l'è presa per i denari, e glie ne fa vedere di tutti i colori, e la picchia perchè vuol far lui da padrone. Bene le sta! Bisognava sentirla sentenziare: «La sorte è di chi se la fa!» La sua se l'è fatta lei, non c'è che dire!... La principessa non ascoltava più quelle chiacchiere e si lagnava, sordamente. Il medico, qualche giorno dopo, disse al duca che non c'era più niente da fare, altro che pensare all'anima. -- Sia fatta la volontà di Dio! -- rispose la principessa quando l'avvertirono; ma lei si sentiva un po' meglio. Mentre padre Agatino e il marchese facevano la partita, nell'altra stanza, e il pretore Restivi russava sulla poltrona, la principessa chiamò la cameriera, si fece sollevare sopra un monte di cuscini e chiese un mazzo di carte. -- Vostra Eccellenza che cosa fa mai!... -- Mi sento meglio, Fanny... voglio svagarmi... A che giuoco sai giuocare? -- Eccellenza... -- Alla scopa? -- Un poco, Eccellenza... E incominciarono la partita. A un tratto i brevi rintocchi di una campanella risuonarono in lontananza: si avvicinarono, sembrarono estinguersi sotto il portone, ripigliarono più squillanti per le scale insieme con uno scalpiccio di passi, togliendo i giuocatori dal loro tavolino, facendo accorrere i servi e rabbrividire la principessa in fondo al suo letto, su cui il mazzo delle carte si sparpagliava, riversandosi da tutte le parti... Per qualche giorno ancora l'ammalata subì alternative di migliorie e di peggioramenti. Ora non parlava quasi più e restava a lungo assopita in profondi letarghi. Fanny che la vegliava ne profittava per andare a far toletta; padre Agatino e il marchese nella stanza accanto, per riprender la partita. Giusto padre Agatino perdeva, da più giorni, costantemente, e doveva già qualche migliaio di lire al suo compagno. Mutava di posto, faceva le corna al mazzo di carte, per rompere la disdetta, ma inutilmente. -- Io non giuocherò più con voi! -- gridava esasperato. -- Ma chi vince? -- disse il marchese -- Io non rientro ancora nel mio! -- E andò via perchè aveva un convegno con l'ingegnere per la condotta in città dell'acqua delle -Settefonti-: questa volta l'impresa era d'esito certo. Padre Agatino passò dalla principessa. Dal fondo del suo letto, lei volgeva lunghi sguardi nella solitudine dello stanzone, e appena vide il monaco si agitò, come volendo dire qualche cosa. -- Come vi sentite? -- Meglio... meglio... -- rispose con un filo di voce. -- Siete svegliata da un pezzo?... Perchè non avete chiamato?... Volete nulla?... Gli sguardi della principessa si rivolsero verso il comodino. Padre Agatino ne aprì la cassetta e ne cavò un mazzo di carte. -- Questo?... Giuochiamo?... -- Sì, un poco... aiutatemi a sollevarmi. -- E i gettoni? -- Lì, pigliate quelle pasticche. -- Quanto valgono? -- ... Cinque lire... E cominciarono a giuocare. La principessa perdeva, perdeva, perdeva; tutte le sue pasticche passavano al suo compagno, una dopo l'altra, con brevissime soste. Gli occhi di lei luccicavano, le guancie si accendevano di riflessi di fuoco, i polsi e le tempie battevano violentemente, tutta la persona tremava. Padre Agatino fece nuovamente carte. La principessa, che ebbe un quattro, interrogò il compagno collo sguardo, esitante. -- Do carte -- disse quello. -- Carte... La principessa coprì la nuova carta con l'altra, che ritirò lentissimamente. -- Nove! -- disse scoprendo il suo giuoco. -- Nove! -- rispose padre Agatino, mostrando il suo. -- Che... disdetta!... -- E ricadde pesantemente, cogli occhi sbarrati. Padre Agatino chiamò gente, irritatissimo. Avrebbe dovuto vincere qualche centinaio di lire e gli restava soltanto un po' di zucchero in mano. RAGAZZINACCIO. I. Quando Alfio Balsamo ebbe in mano il suo foglio di congedo illimitato, mise un gran sospiro di sodisfazione e pensò a cercar lavoro. Da un pezzo, per quel pensiero della leva, per la visita subìta e le carte che aveva dovuto mettere assieme e presentare, egli non aveva toccato la zappa con un dito, e ne provava quasi rimorso. La zappa era una sua vecchia conoscenza, tanto che aveva il manico lucido e levigato, e le mani di lui s'eran ridotte grosse e incallite, dal tanto maneggiarla. Con questo, Alfio Balsamo era uno dei più belli ragazzi di Rocca Sant'Alfio, e il tenente alla visita, nel vederlo nudo come lo aveva fatto la mamma, con quelle sue spalle quadrate e quelle gambe che parevano di bronzo, avrebbe voluto cambiar la legge, per farlo marciare al reggimento. Ma la legge diceva chiaro che il figlio unico va in terza categoria, ed Alfio Balsamo se la cavò con alcuni giorni di riposo forzato. Tornando al paese, aveva avuto il capriccio di comprare, alla fiera di San Giovanni, un berretto rosso fiammante, con una gran nappa azzurra, che pareva tal'e quale quello dei bersaglieri. La sera, pavoneggiandosi in piazza, col berretto sul cocuzzolo e la nappa che gli sbatteva sulle spalle, formava l'invidia di tutti, perchè lui portava il berretto da bersagliere per chiasso e lo aveva comprato con bei soldi sonanti, mentre la miglior gioventù di Rocca Sant'Alfio aveva dovuto marciare e i berretti a quel modo glie li passava il governo. La domenica, mentre suonava la musica nella piazza affollata, e le donne stavano davanti agli usci, pigliando il fresco, Alfio Balsamo non sapeva star fermo, e portava in giro il suo berretto, ficcandolo sotto gli occhi della gente, voltandosi a destra e a manca, per vedere l'effetto che faceva. -- Allegro, buonavoglia! -- gli disse massaro Francesco Spina. -- È il tempo tuo! -- Che volete farci! Oggi a te, domani a me. A quest'ora vostro figlio Isidoro sente la musica della ritirata. Non doveva essere come a Rocca Sant'Alfio, quando quello andava piuttosto a ritirarsi in casa di Anna Laferra, di dove usciva all'alba, senza neanche lasciare un po' di posto a quel baccalà del marito! -- Guarda: eccola lì -- e Alfio si fermò un momento, a vederla sgusciare tra la folla. -- Chi sa dove corre, a quest'ora! Però egli non sapeva capire cosa vedessero in quella cristiana per contendersela, come facevano tutti i maschi del paese. Con Isidoro la cosa era durata a lungo, perchè quel ragazzo era ben piantato e pareva fatto apposta per saziare una lupa. -- Ne valgo dieci, di quegli Isidori -- pensava Alfio, guardandosi addosso, e Anna Laferra gli stava ancora dinanzi agli occhi, quantunque scomparsa, con la sua faccia pallida come la cera, gli occhi che parevano volessero mangiarvi vivo e la bocca amara. Dinanzi alla musica, vicino alla gran cassa che lo assordava col suo bum bum, con le mani in tasca e la testa china, egli sentì darsi a un tratto un urtone. -- Sangue del mondo!... -- ma non ebbe il tempo di dire, che si vide in mezzo a Santo Vacirca e Antonio Manfuso coi berretti di soldato e il tubo di latta del congedo ad armacollo. -- Ohè, ben tornati!... Quand'è che siete arrivati? -- Ieri, colla ferrovia. Sai che tu diventi un bel pezzo d'uomo? -- Anche voi state bene! Da qual paese venite? -- Da Napoli. La gran cassa che batteva furiosamente li assordava, e dovevano gridarsi nell'orecchio, per sentire. -- Come ve la passavate, sotto le armi? -- Poh! Da principio ci sapeva brutta; ma col tempo!... -- Com'è Napoli? Bello? -- Per la Madonna! Bisogna vedere... -- Più grande di Palermo? -- Che Palermo e Messina! -- esclamò Vacirca, ridendo -- Napoli vale per cinque Palermi messi in fila uno dopo l'altro! -- Napoli, bella città! -- disse Manfuso, con un sospiro. -- Insomma, vi siete divertiti? -- Abbiamo un po' girato il mondo, caro te! -- Quando venne Umberto, bisognava vedere!... E la parata alla Villa!... -- E la festa di Piedigrotta! -- E la festa di San Gennaro! -- Niente, quella di San Gennaro non m'è piaciuta niente! Santo Vacirca e Antonio Manfuso passavano a rassegna uno dopo l'altro i ricordi di Napoli, si correggevano se uno sbagliava e interrompevano il discorso con esclamazioni continue. Alfio Balsamo li stava a sentire, a bocca aperta, in silenzio, temendo di farli ridere ancora con le sue domande. -- La Villa di Napoli! Ci entra tutto Sant'Alfio, e soltanto a piantarci cavoli uno si farebbe ricco!... -- E la processione delle carrozze!... -- E i magazzini e i bazzarri, dove c'è tutto il ben di Dio, che bisognerebbe soltanto aver denari per cavarsi tutti i gusti!... -- E le birrerie con le ragazze, per servire gli avventori... Alfio Balsamo aveva una domanda sulla punta della lingua, ma Antonio Manfuso disse a un tratto: -- Andiamo all'osteria. Dallo zio Menico, dove c'era molta gente a bere e a fumare, quello chiamò: -- Un litro, del nostro. E tracannando il bicchiere ricolmo, esclamava: -- Ma a Napoli vino come questo non ce n'è! -- Tu non bevi? -- chiese Vacirca ad Alfio Balsamo. -- Mi dà alla testa -- rispose questi, con soggezione. -- Andiamo, non fare il ragazzo! E Alfio vuotò il suo bicchiere. Il discorso di Napoli ricominciava; ognuno dei congedati raccontava quello che aveva visto e che gli era capitato, le usanze dei paesi, i compagni incontrati o lasciati per via. Il reggimento di Manfuso aveva passato un anno a Brescia; Santo Vacirca aveva girato di qua e di là, in distaccamento. Alfio non aveva nulla da dire, e come il vino gli montava al cervello, dette un pugno sul tavolo, esclamando: -- Sangue del mondo! Avrei voluto fare il soldato anch'io. Santo Vacirca, che accendeva un zolfanello strofinandolo sotto l'anca, rispose: -- Eh, lascia stare; a reggimento non è poi tutto rose e fiori. -- Sì, come se a zappare un cristiano non ci lasciasse l'anima! -- Ogni mestiere ha i suoi guai! -- disse Manfuso, alzandosi. -- E chi ti par che dorme e si riposa, quello porta la croce più gravosa! -- Tu dove lavori, adesso? -- chiese Vacirca. -- Domani vado alla -Falconara-, per -riterzare-. Fuori, la musica era finita e cominciava ad annottare. La gente guardava curiosamente i congedati, e Alfio Balsamo si dava una cert'aria, in quella compagnia, studiando i gesti degli amici, ammirando la loro sveltezza; ma in fondo un po' umiliato della sua ignoranza, del suo finto berretto di bersagliere. Non sapeva far altro che interrogare -- A che ora suonava la ritirata? -- Secondo le stagioni. -- E che facevate fuori? -- Si andava insieme, a spasso, di qua e di là... -- E poi?... -- chiese a un tratto Alfio Balsamo, fermandosi. Santo Vacirca e Antonio Manfuso si guardarono, ridendo. -- Già. Come c'era gente in piazza, tutti e tre si allontanarono per la strada del Lavinaro, dove non si vedeva nessuno. Alfio Balsamo stava a sentire, senza perdere una sillaba, interrompendo a ogni tratto: «E dove?... E come?... Davvero?...» -- Tante regine, ti dico, che non puoi averne un'idea... E quelli abbassavano ancora la voce, e Alfio spalancava ancor più gli occhi. A un tratto, al chiassuolo di San Rocco, s'intese un rumor di passi. -- Chi è che viene? -- Tò -- s'interruppe Vacirca -- quella lì non è Anna Laferra? -- Con Vincenzo Sutro, guarda! -- disse Manfuso -- E quel povero Isidoro che abbiamo lasciato a Napoli disperato per lei! Alfio Balsamo non disse niente; ma come se la vide passare dinanzi, dritta e superba, con la faccia pallida e i capelli scomposti, esclamò, in una risata: -- Va', puttana! II. Il giorno seguente, prima che il sole si levasse, Alfio Balsamo si mise per via, con la zappa in ispalla e un fagottino sotto il braccio. Nel gran silenzio della campagna, mentre la tramontana correva per la pianura increspando i seminati che cominciavano a biancheggiare, egli rideva ancora pensando alla scena della sera. -- Ma se Vincenzo Sutro se la pigliava a male e mi rompeva le costole?... Infine, che cosa m'importa di quella cristiana e del suo Santo!... Se ha cercato subito un successore a Isidoro di massaro Francesco, me ne entra forse qualche cosa in tasca?... E, affrettando il passo perchè la via era lunga: -- È stato il vino! -- pensava. -- Ai miei compagni non ha fatto male; quelli sono avvezzi a bere, a divertirsi.... È stato il vino; ma non importa; mi piace di averle detto il fatto suo! Quando fu giunto alla -Falconara-, Alfio Balsamo non pensava più ad Anna Laferra. Gli uomini erano già al lavoro, e sul gran mare verde dei vigneti i cappelloni di paglia parevano zucche seminate qua e là. Il fattore, che zappava anche lui, vedendo da lontano il peperone del berretto di Alfio, non sapeva chi fosse, e si mise a vociare: «Ohè... Ohè...» Il cane della fattoria, abbaiando e sgambettando, si era intanto buttato in mezzo alle vigne, per corrergli addosso. -- È Alfio Balsamo -- disse massaro Filippo quando intese gridare perchè chiamassero l'animale. -- Bella accoglienza!... -- veniva dicendo Alfio, mentre s'avvicinava a lunghi passi. -- Invece di darmi il benvenuto, mi mandate addosso il cane, quasi fossi un ladro! -- O tu perchè arrivi a quest'ora? -- rispose il fattore -- Qui adesso bisogna lavorare per davvero: il patto lo sai, ma è meglio ripeterlo, se vuoi che l'amicizia duri. -- E voi, fattore che non so come vi chiamate -- gridò Alfio fingendo di andare in collera -- sapete forse che io mangio il pane a tradimento? Non per vantarmi, ma se tutti i zappatori della -Falconara- valessero quanto me, l'uva a quest'ora sarebbe matura! E come ebbe assegnata la sua filiera, si mise al lavoro, con una gran lena, scagliando la zappa furiosamente, come dovesse spaccar legna, scavando dei solchi profondi. Egli avanzava rapidamente, e dileggiava il fattore e massaro Filippo, che lavoravano a fianco: -- Su, su, sangue del mondo! Par che stiate facendo la barba alla vigna! -- e mostrava il suolo sconvolto dai suoi grandi colpi di zappa. -- Le prime furie della granata nuova! -- diceva il fattore. Alfio Balsamo, per fargli vedere che gli bastava il fiato, si metteva per giunta a cantare, come un merlo, così forte che lo sentivano dai punti più discosti della vigna, e perfino dall'altra riva del fiume. Dall'abbeveratorio, dalla fattoria, dal poggio, quel canto si sentiva nettissimamente, nel gran silenzio del mezzogiorno, e le donne che legavano le viti, gli zappatori, i mulattieri che menavano le bestie a bere, avevano imparato a conoscerlo al verso. -- È quel buonavoglia di Alfio Balsamo! -- Io vo' stare allegro -- diceva lui -- perchè ho la salute e la gioventù! -- Tu sei un ragazzinaccio -- rispondeva il fattore -- ed hai ancora il cervello sopra il berretto. Alfio lo sapeva che era un ragazzo forte come un uomo, e se ne teneva! Avreste voluto vedere, per esempio, il figliuolo di massaro Filippo, che aveva venti anni suonati, e intanto era debole e malaticcio che se pigliava una zappa in mano gli cascava addosso e lo schiacciava. Intanto, sorte infame! a quello sfiaccolato capitava ogni giorno qualche partito, perchè massaro Filippo aveva dei soldi da parte, e lui non lo voleva nessuna! -- Massaro Filippo, è dunque vero che vostro figlio Matteo si marita con la Rosa di massaro Ignazio? -- A te cosa t'importa? -- Niente, dico per semplice curiosità! Ma piglierete degli anni di tempo, perchè Matteo non è molto forte di sella. -- Allora -- disse il fattore -- vedi un po' se dànno la Rosa a te! Alfio Balsamo ammutoliva e pigliava la terra a gran colpi di zappa, senza più badare se qualche ceppo robusto restava sfiancato dall'urto del ferro lucente. Ma erano nuvole che duravano poco; egli era un ragazzinaccio, e non pensava due minuti alla stessa cosa. Nel pieno mezzogiorno, quando pioveva fuoco dal cielo, i lavoratori si riposavano, chi dietro le cataste di sarmenti morti, chi all'abbeveratorio, chi alla fattoria. Alfio Balsamo e gli altri pagati a giornata si riunivano nella stanza del fattore, a merendare: ognuno aveva la sua porzione di pane e le cipolle erano a discrezione. -- Già, questo fattore è un boia, che ci tratta peggio degli animali. Cosa vi costa di metter fuori un po' di formaggio, di quello che vi dà il pecoraio del pascolo? Ma le questioni grosse erano pel vino. -- Brrr!.. -- faceva Alfio, scostando dalle labbra il fiaschetto, chiudendo gli occhi, come se avesse bevuto un veleno. -- Dite la verità, che ci avete fatto pisciare il mulo? Il fattore beveva a sua volta, senza dargli retta. -- Ma dov'è il buono? Dove l'avete nascosto? -- E visto un mazzo di chiavi sul tavolo, lo afferrò ad un tratto. -- Ah, finalmente!... Ora vado a ubbriacarmi in cantina... Il fattore, afferratogli il polso, gli diede una stretta così forte da farlo lacrimare. -- Ahi! ahi! Che bestia! Ha creduto che dicessi davvero!... Avete dunque paura che vi rubi? Già, voi dovete avere dei denari nascosti, sotto qualche mattone... Dimenticando ancora il braccio indolenzito, Alfio si metteva a misurare il pavimento, a piccoli passi, battendo i calcagni, per scoprire il nascondiglio. -- Dovete esser ricco, così pezzente come sembrate. Una di queste sere voglio tirarvi una carabinata, dietro una siepe! Così, mentre gli altri se ne stavano sdraiati, a godere intera quell'ora di riposo, Alfio andava di su e di giù, non stava fermo un minuto, parlava per tutti e tornava al lavoro più stanco di prima. Ma quando la giornata era finita, e si tornava alla fattoria, anche lui stava quieto come gli altri, e in quel solo momento non assordava i compagni con le sue cicalate. Come il sole si nascondeva dietro i poggi, di là dal fiume dove le rane e i ramarri cominciavano il loro concerto, i contadini andavano a sciogliere le cavezze alle cavalcature e partivano a un po' per volta, cacciando avanti gli asini o tirandosi dietro i muli restii, con le donne a fianco e i ragazzi appresso. Comare Santa, quella che gli era morto il marito e veniva a coltivarsi il suo pezzo di vigna insieme col figliuolo, era sempre l'ultima ad andarsene, e quando dalla fattoria vedevano la piccola macchia nera che l'asino, curvo sotto il peso delle due persone, faceva in fondo al vallone su cui si stendeva già l'ombra, voleva dire che non c'era più nessuno. Il fattore preparava una minestra di fave e Alfio Balsamo se ne stava buttato per terra, dinanzi ai casamenti, giuocando coi cani, o stando a sentire i discorsi che facevano i più grandi di lui sul valore della -Falconara-, sul buon affare che era stato pei Marozzi l'acquisto di quella proprietà. -- Chi l'avrebbe detto alla sant'anima del principe, che la -Falconara- doveva uscire di casa sua! -- Una volta che la principessa aveva la testa al giuoco! -- La -Falconara- lei non sapeva neppure dove fosse! -- E uguanno raccoglieremo più di cinque mila salme di mosto! Ognuno diceva la sua, sullo stato delle vigne limitrofe, sui prezzi del vino e del bestiame, sui casi che capitavano al prossimo... Una sera, che aveva appena smesso di lavorare e stava badando ad una pentola in cui bollivano delle lumache, glie ne capitò uno a lui, Alfio, che non se lo sarebbe aspettato neanche in sogno. -- Dice tua madre -- venne a riferirgli il fattore dei -Pojeri-, passando dalla -Falconara- -- che Anna Laferra ha fatto querela contro di te, dinanzi al pretore di Vallebianca, per ingiurie, e se non pensi alla difesa la condanna è certa. III. Anna Laferra, a quella parola che le avevano sputata in faccia, s'era sentito avvampare il sangue nelle vene, ed era stata colpa di Vincenzo Sutro se non ne aveva fatto vendetta sull'istante. Vincenzo Sutro, da ragazzo che non vuol far parlare di sè e trovarsi in qualche pasticcio per cause di donne, le diceva, tentando di calmarla: -- Tu non sai dunque chi è?... È Alfio Balsamo, un ragazzinaccio, senza un pelo in faccia... È stato di leva quest'anno, ti dico... Quando mai si è dato peso alle parole d'un bardassa come quello?... A mettersi con lui sarebbe una viltà. -- Vile sei tu che non hai cuore di vendicarmi! E cacciatolo via, Anna Laferra se ne andò da suo marito: -- M'hanno ingiuriata nell'onore, alla presenza della gente. Ve lo dico, perchè l'onore di vostra moglie è come il vostro stesso. Don Gesualdo, che usciva allora dal letto, con gli occhi ancora appiccicati, senza trovare il verso d'infilarsi i calzoni, restò con una gamba dentro e l'altra fuori. -- Come, come? Che è successo? Che v'hanno fatto? -- Vi dico che hanno ingiuriato a morte vostra moglie. -- Dite davvero? E chi ha avuto il coraggio?... -- È stato il figlio di Giovanna Balsamo. Se siete uomo, glie la dovete far pagare cara. -- A chi lo dite? -- rispose don Gesualdo, grattandosi la testa sotto il berretto di cotone. -- Lasciate fare a me. Don Gesualdo era amico del cancelliere e andò a prender consiglio da lui. -- Sporgete querela! -- gli disse il cancelliere. -- Con un paio di mesi di carcere e un centinaio di lire di multa imparerà a metter senno. -- Voi siete un uomo d'oro! A don Gesualdo non pareva vero di far contenta sua moglie con la querela; egli non aveva nessuna voglia d'impacciarsela con Alfio Balsamo e di tornare a casa con le ossa rotte. -- Lì, debbo vederlo! -- diceva Anna Laferra -- lì, dietro le grate! in mezzo ai galeotti! e voglio andare a Vallebianca a posta, il giorno che lo attaccheranno come Cristo! Ma Alfio Balsamo, che era venuto al paese, non aveva nessun timore d'esser condannato. -- Sai che c'è? -- andò a dire a Santo Vacirca. -- Quella buona donna di Anna Laferra mi ha dato querela, per la parola che le dissi la sera che tornasti da soldato, con Antonio Manfuso, ti rammenti? -- Sul serio? Guarda un po'; ha la faccia più dura delle corna di suo marito! -- Pazienza! Ma ci deve rimetter le spese, se mi cerca lite, e quello che le ho detto per istrada glie lo debbo ripetere dinanzi alla giustizia. Già tu mi farai da testimonio, che io ho ripetuto quel che dice tutto il paese! -- Io? Ed io come c'entro? -- Santo adesso mutava tono al suo discorso. -- Io ero pei fatti miei, a fare il soldato! Lasciami stare, per carità; che non ti possono mancare cento altri testimonii migliori di me. Alfio Balsamo se ne andò a trovare Antonio Manfuso. -- Vieni a deporre che Isidoro di massaro Francesco è stato il ganzo di Anna Laferra? -- Ed io come lo so? L'ho sentito dire; ma li ho forse visti coi miei occhi? Chi con una scusa, chi con un'altra, nessuno aveva il coraggio di affermare la verità. -- Anna Laferra? -- diceva don Giuseppe il barbiere, mentre gl'insaponava la testa. -- L'ultima ciabatta del paese! Ma che ti serve la mia testimonianza? L'ingiuria resta e non eviterai nè un giorno di carcere nè una lira di multa. -- Ma andiamo che io non voglio esser posto in prigione e rovinarmi agli occhi della società! -- diceva Alfio Balsamo, come tutti lo abbandonavano. -- Hai visto che vuol dire non aver giudizio? -- gli veniva ripetendo sua madre, più angustiata di lui. -- Debbo sentire anche voi! non basta il guaio che mi casca addosso! -- Non andare in collera, figlio mio; io lo so che non è colpa tua, ma dei compagni che ti portano alla cattiva strada. Cerchiamo frattanto il rimedio, ora che il fatto è fatto. -- E che volete cercare? non vedete che i paesani hanno paura di dir la verità? Donna Giovanna non lo contradiceva, dal gran bene che gli voleva; ma pensava che il mezzo d'accomodar la cosa non era quello della giustizia. Successe così che il pretore di Vallebianca condannò Alfio Balsamo, in contumacia, a due mesi di carcere e a cento lire di multa, nè più nè meno di quel che aveva previsto il cancelliere. -- Questo si sapeva! -- disse Alfio, quando vennero a portargli la notizia ai -Pojeri-, dov'era andato a lavorare. -- Volevate che il pretore mi assolvesse, dopo che quel vecchio pelato di don Gesualdo gli mandò a regalare una posata d'argento? Ma non finisce così, sangue del mondo! e io andrò in città, a pigliarmi il primo avvocato! -- Alfiuccio, lascia stare -- diceva donna Giovanna -- che ci rimetterai le spese. Non sarebbe meglio di pensare ad accomodarla con le buone? -- Ditelo un'altra volta, e io vi perdo il rispetto che v'ho sempre portato! Donna Giovanna non si diede per vinta, e come il figliuolo andò alla città, per l'appello, lei un bel giorno, senza che nessuno lo sapesse, cercò di Anna Laferra. Anna, quando aveva risaputa la condanna, aveva messo un gran sospiro, sentendo sedarsi il suo furore. -- Siete contenta? -- le aveva chiesto suo marito. -- Ora andrà in carcere, e lì imparerà a metter giudizio. -- Bene gli sta! Donna Giovanna era venuta a implorare il suo perdono, umilmente, abbassandosi dinanzi a una che, in altro tempo, non avrebbe neppur salutata, incontrandola per istrada. -- Che volete! Alfio è un ragazzo, un ragazzino, così lungo come lo vedete. Chiacchiera un po' troppo; se togliamo questo, nessuno può dir nulla sul suo conto. Non parlo di vizii: innocente come Gesù Bambino; voi mi capite. Se ha detto quella parola, non sapeva ciò che importava; domandate a chi volete, vi diranno tutti che è incapace di voler male ad anima viva. E poi, affezionato, con sua madre, che non si può ridire. Mai un dispiacere, da lui; e sì che è rimasto orfano a otto anni... Donna Giovanna aveva gli occhi umidi di pianto. -- Questo è il primo dispiacere, che ho per causa dei suoi cattivi compagni. Lasciatelo andare, non ci pensate più; fatelo per me che sono sua madre e vi domando perdono della sua imprudenza... Anna guardava per terra e non diceva niente. -- Fatelo per lui. Così ragazzo, con quella brutta condanna!... Pensate alla compagnia che troverà in carcere!... Chi gli vorrà dare la propria figliuola, se un giorno il Signore lo benedice e potrà pensare a farsi una famiglia? -- Sentite -- disse a un tratto Anna Laferra, con un'animazione straordinaria in viso e il seno che le si sollevava affannosamente. -- Vostro figlio m'ha ingiuriata a sangue, e vi giuro, com'è vero Dio! che se lo avessi avuto fra le mani, in quel momento, mi sarebbe bastato l'animo, donna come sono, di strappargli il cuore dal petto. Ora la collera è passata, e per me non ci penserei più. Ma il mondo parla e non si cura di sapere se chi mi ha ingiuriata è un uomo o un ragazzo. Per questo debbo avere una sodisfazione. Vostro figlio mi dica che non ha inteso offendermi, che non sapeva quel che diceva, che parlava d'altri, che aveva bevuto; mi dica ciò che gli piace, e io gli perdono e non ne parlo più. Quella era appunto la quistione: indurre Alfio a domandarle scusa! Invece, egli era tornato dalla città più arrabbiato che mai, e non parlava che dell'appello, sicuro com'era di vincere, sostenuto dall'avvocato Saetta. -- Tutti lo vantano, e quando una causa gli piace, mette il mondo sottosopra per spuntarla. Leggendo la sentenza del pretore, è partito a ridere che nessuno lo teneva. Vogliamo vedere se i giudici avranno paura dei vecchi cornuti! IV. L'annata aveva mantenuto le sue promesse, e alla vendemmia la -Falconara- non si riconosceva più, con l'animazione straordinaria e l'allegra confusione che vi regnava da mattina a sera. Alfio Balsamo, il ragazzinaccio, lavorava per quattro e si trovava nello stesso tempo in ogni luogo; correva al pozzo con due enormi mezzine di latta, una per mano; attizzava il fuoco nella stalla, sotto il calderone dove ribolliva l'acqua; insaccava il mosto quando il contatore era stanco; spingeva la manovella del torchio, rispondeva alle chiamate del fattore, alle domande del bottaio, agli scherzi, ai motti dei compagni, e trovava il tempo di sgretolare coi denti bianchi un grappolo biondo. -- Non debbo assaggiarla, l'uva di quest'anno? Come se non bastasse, due o tre volte al giorno gli toccava scender nelle tine, per la follatura, e questo veramente gli pesava. Aveva scommesso, l'anno prima, di fare quel servizio per due lire al giorno, invece di quattro, quante ne pretendeva maestro Brasi, il calabrese; ed egli che era un ragazzo onorato aveva mantenuto la parola. Ma appena provato di che si trattava, si era subito pentito; perchè quello spogliarsi e vestirsi a ogni momento, e il passare dal caldo del mosto al freddo dell'acqua con cui si lavava, e il restare in mezzo alle esalazioni della tina che gli mozzavano il respiro, non era molto comodo. -- Avete ragione! -- esclamava, pigliandosela col fattore. -- Me l'avete fatta! Ma un'altra volta non mi ci capiterete. -- Tu impara a non essere presuntuoso! Una domenica, al declinare del sole, quando l'animazione del lavoro cominciava a scemare e la ciurma delle vendemmiatrici trasportava gli ultimi cesti d'uva, Alfio Balsamo si spogliava silenziosamente in un angolo per la terza volta; infilava le mutandine che gli arrivavano a mezza coscia, afferrava il raffio e si disponeva ad arrampicarsi sulla tina. In quel momento arrivò il fattore, seguito da tre o quattro uomini, che si guardavano sorridendo. -- O Alfio! -- gridò quello -- c'è di fuori tua madre che vuol parlarti. -- E che diavolo volete da me? Non vedete che ho da fare? -- Dici piuttosto che hai vergogna di comparire in quel costume! -- Vergogna, io? Mi dispiace che non avete una moglie, perchè vi farei vedere se ho vergogna o no! -- Vuoi scommettere che non ti basta l'animo di venir fuori, così come sei? -- Scommettiamo cinque lire! -- Un soldo, se ti piace. -- Un soldo, e sia! -- rispose Alfio, scendendo in furia. -- Sangue del mondo, vedete se Alfio Balsamo mantiene la sua parola! Nudo come si trovava, col viso di porpora e le carni bianche, brandendo il raffio, egli comparve in mezzo all'arco buio del portone, dinanzi ad una comitiva di donne sedute per terra sulla spianata. -- Ah!... Oh!... Bella Madre!... Che vergogna!... Chi gridava, chi si voltava dall'altra parte, chi rideva a fior di labbro, e il fattore e gli uomini si tenevano i fianchi, in fondo all'andito. Solo Anna Laferra, che era in piedi, appoggiata al collo del pozzo, restò ad un tratto immobile, dinanzi all'apparizione di quella statua viva. Alfio, come se nulla fosse, girava uno sguardo tutt'intorno, riconobbe ad una ad una le persone che si trovavano lì riunite, guardò un momento Anna in faccia, e finalmente si rivolse a sua madre: -- Eccomi qui; che volete? Come gli uomini scoppiarono a ridere più forte di prima, donna Giovanna, che aveva una gran voglia di far come loro, montò in collera. -- Va' via!... Hai inteso? va' via!... -- Sì che vi sento, e non c'è ragione di gridare. -- Come, non c'è ragione? Ed hai la faccia di venir fuori dinanzi alla gente in quel costume? Va' via, ti dico... -- Me ne vado, me ne vado; ma insomma non c'è niente di male... Alfio voltò le spalle alla comitiva e tornò al palmento, a passo di corsa. D'un tratto si buttò nella vasca, immerse le braccia nella pasta che galleggiava, densa, compatta, sul mosto in fermento, e cominciò a rimestarla. Dimenandosi allegramente fra la schiuma sanguigna da cui si sprigionava un alito forte e soffocante, egli rideva ancora della comparsa fatta dinanzi alle donne; quando s'intesero delle voci e dei passi avvicinarsi. Era la comitiva che visitava la fattoria. -- E questo è il palmento -- spiegava il fattore -- che ci si potrebbe vendemmiare tutta la contrada di Sant'Alfio. Ma non bisognava venire oggi, a quest'ora, per veder la festa che c'è tutto il giorno! Quattro pestatori soltanto ballavano in giro sopra uno strato d'uva bianca di gesso e un altro spaccava legna, accanto al torchio. -- Povero Alfiuccio! -- disse donna Giovanna, guardando compassionevolmente il figliuolo -- Che travaglio da cani! Ma così me l'ammazzate! -- Per questo vi porterà un bel mucchio di denari, in capo alla vendemmia -- disse la comare Santa, che sapeva anche lei che cosa vuol dire restar sola al mondo. Alfio non diceva nulla, sotto gli sguardi di Anna Laferra, che lo stringevano, lo avviluppavano, non lo lasciavano più. Egli si contorceva, lentamente, come un serpe in mezzo a quel bagno caldo, a quella spuma che gli sbavava sul corpo. I mucchi di pasta, sciolti, allargati, affondati, risalivano a galla e si aggruppavano nuovamente, più fitti, più folti. Egli li perseguitava, fendendo a stento il liquido pesante che lo sollevava da tutte le parti, allungando le braccia e le gambe fatte sanguinose; scomponendo, arruffando l'intricata matassa degli innumerevoli grappoli calpesti e inariditi. Curvo sulla tina, sfiorando la superficie bollente del mosto, l'acredine densa gli mozzava il respiro; allora si rialzava, anelante, volgendo intorno uno sguardo perduto, pieno d'angoscia, come se volesse invocar soccorso e non gliene restasse neppure la forza. Donna Giovanna guardava ora il figliuolo, ora Anna Laferra, e a veder costei sbiancata in viso, con le labbra quasi scomparse e il seno tumultuante, non lasciare Alfio con gli occhi, sentiva stringersi il cuore. -- Hai visto chi è venuto? -- disse al ragazzo, in un orecchio, mentre la comitiva si disperdeva per la fattoria. -- Ce n'è voluto, per farle dir di sì! Ora la pace dipende da te. -- E se ne andò, dietro alle altre. Fuori, sulla spianata, le vendemmiatrici sedute in giro sui canestri capovolti si riposavano chiacchierando con le nuove venute, e gli asini della comitiva, sbandati qua e là, tritavano pampani, che ce n'era a discrezione. Il fattore badava al fuoco, dov'era messa a cuocere la minestra, intanto che la più parte dei suoi uomini se ne stavano sdraiati per terra, lungo i muri dei casamenti, cantando o dicendo male delle donne. Le donne non davano loro retta; alcune si allontanavano a piccoli passi, chè il sole già basso non scottava, altre schiamazzavano, ballavano fra loro, scambiavano le confidenze o si tiravano pugni, per chiasso. Si levava tutt'intorno un allegro vocìo, in mezzo al quale risuonavano affievoliti i colpi di martello del bottaio che restava ancora in cantina, ad allestire il suo lavoro. Donna Giovanna non perdeva di vista Anna Laferra che stava vicino alla porta del palmento, battendo i piedi, come contrariata; e si sentiva sulle spine temendo che il frutto delle sue fatiche andasse perduto, in un momento. -- Bella Madre, ispiratela voi! Ma come vide Alfio uscire, fermarsi un istante dinanzi ad Anna ed avviarsi per la vigna insieme con lei, le parve come se le avessero levato una pietra dallo stomaco. -- Sia lodato Dio! Adesso faranno la pace! Lungo la redola troppo stretta, Alfio precedeva di qualche passo Anna Laferra, guidandola per la vigna. -- La -Falconara- è grande! Non ci siete mai stata? -- No. -- Ora la vendemmia è quasi finita. I suoi piedi nudi non facevano nessun rumore per terra; si sentiva soltanto il fruscìo della veste di Anna che strisciava sui pampani di cui era ingombro il cammino. A un tratto Alfio si fermò. -- Guarda che bel grappolo dimenticato! -- e corse a raccoglierlo. Tornando, la trovò che batteva i piedi, indispettita. -- Ne volete? -- No. Egli guardava con desiderio l'uva bionda, dagli acini qua e là dorati, leggermente rattrappiti, che dovevano essere dolci più dello zucchero. Poi alzò il braccio e buttò il grappolo all'aria, gridando a uno stormo di passeri: -- A voi! Si rimisero in via per la redola sempre più angusta che, seguendo l'inclinazione del poggio, scendeva serpeggiando. Come il vocìo che veniva dalla fattoria si andava a poco a poco spegnendo, si cominciava a sentire un rumor debole e interrotto, come un lieve ronzare, che andava sempre rinforzandosi, finchè si faceva un sussurro continuo, in mezzo al quale si distinguevano, con le modulazioni degli uccelli, il roco gracidar delle rane e lo stridulo verso delle cicale. -- È il fiume -- disse Alfio, che andava sempre avanti. -- Non correre così -- rispose Anna, trattenendolo col gesto. Come gli fu vicina, si mise a ridere. -- Perchè ridete?... Lei si guardava attorno, non sapeva come fare. -- Scendiamo al fiume. Pochi passi ancora, e il fiume apparve, come uno specchio lucente, in fondo al valloncello, sotto la ripida china che divideva il terreno coltivato dal greto sassoso e folto di eriche. -- Dammi la mano. Tenendosi stretti, precipitarono lungo il pendio, soffice per la sabbia finissima su cui si stampavano profondamente le orme. -- Ah!... sono stanca... La corsa l'aveva animata, respirava a fatica, e sulle sue guancie brune si diffondeva un incarnato così vivo e gli occhi umidi sfavillavano tanto, che Alfio restò a guardarla, a bocca aperta. Da lontano, s'intese un lento squillare di campanacci. -- Sono le mule, che scendono a bere. Anna Laferra si cacciò avanti, risolutamente, equilibrandosi sui grossi ciottoli di cui il greto era sparso, mandando piccole grida, voltandosi ogni tanto a guardare se Alfio la seguiva. Egli la raggiunse. Ora avanzavano a stento, smarriti fra le macchie, scostando con le braccia i rami più alti, schiantandone molti sul loro cammino. La scarsa luce del tramonto si perdeva in mezzo a quella fitta vegetazione; nell'aria bruna c'era un silenzioso sciamare di moscerini piccolissimi e fastidiosi. Poi alle macchie succedevano grossi ciuffi di oleandri selvaggi, sul verde cupo dei quali i fiori rossi occhieggiavano. -- Come son belli! Alfio corse a staccare il ramo più fiorito, e venne ad offrirlo ad Anna, che si era distesa per terra, sopra un tappeto di erbe. Lei buttò gli oleandri da parte e lo attirò in quella frescura odorosa, nella penombra trapelante della cupa verdezza. Come lo ebbe a fianco, mormorò: -- Perchè mi dicesti quella parola? Alfio le rispose, sulla bocca: -- Perchè io muoio per te. Il sole si nascondeva dietro i poggi e alcune nuvole rossastre si rispecchiavano sul fiume brontolante. Il concerto dei trilli, dei zirli, dei gracidii, dei fischi, dei zufolii si faceva tutt'intorno più alto, tra il profumo degli oleandri e gli effluvii delle erbe aromatiche. I campanacci delle mule risuonavano più fiochi, nella lontananza. V. Donna Giovanna non sapeva darsi pace: -- È stata colpa mia! È tutta colpa mia! Il suo figliuolo non si riconosceva più: aveva perduto l'amore al lavoro, il rispetto a sua madre, la paura dell'occhio del mondo. Anna Laferra lo aveva ridotto in quello stato. -- Alfiuccio, bada a quel che fai! -- gli andava ripetendo donna Giovanna. -- Quella femmina ti porterà alla rovina, come ne ha portati tanti altri; è tua madre che te lo dice... Ma era lo stesso che dire al muro. Alfio Balsamo andava dietro ad Anna Laferra, come un cane; non voleva più lavoro se non nelle vicinanze del paese, per poter tornare la sera, e i fattori si lagnavano della sua scioperaggine. Invece di portar denaro alla mamma, ora glie ne chiedeva, ogni momento. -- Questo è l'aiuto che mi dai? -- si lamentava lei. Allora egli montava su tutte le furie. -- Ah, di questo v'importa? È per quelle lire della settimana che vi duole? Donna Giovanna sentì una gran fitta al cuore. -- Con qual animo puoi dirlo? Non sai che tutto quel che faccio è pel tuo bene? 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000