col dito!
Il venerdì, come padre Agatino e il marchese volevano giuocare, ella
chiedeva che almeno si mettessero vicino, in modo da poter seguire
le vicende della partita. Ai bei colpi, alle vincite replicate, gli
sguardi smorti sul viso scarnito le si accendevano, le braccia magre
si districavano di sotto il monte delle coperte, annaspando verso le
carte.
-- Un giro... un giro soltanto...
Si abbatteva ancora di più, ricascava sfinita sugli origlieri roventi,
rifiutava le medicine per grandi bicchieri d'acqua che non riuscivano
a spegnere la sua sete ardente.
Nessuno fra quelli che si erano divertiti per tanto tempo a sue spese
veniva ora a trovarla; suo nipote Fornari non poteva più salir le scale
e solo la Giordano continuava a trascinarsi dietro le figliuole e suo
marito don Felice, per dire che era stata dalla -principessa- e per
pigliarsela con la Morlieri che, a darle retta, aveva rubato D'Errando
a sua figlia Antonietta.
-- Ma il barone se l'è presa per i denari, e glie ne fa vedere di tutti
i colori, e la picchia perchè vuol far lui da padrone. Bene le sta!
Bisognava sentirla sentenziare: «La sorte è di chi se la fa!» La sua se
l'è fatta lei, non c'è che dire!...
La principessa non ascoltava più quelle chiacchiere e si lagnava,
sordamente.
Il medico, qualche giorno dopo, disse al duca che non c'era più niente
da fare, altro che pensare all'anima.
-- Sia fatta la volontà di Dio! -- rispose la principessa quando
l'avvertirono; ma lei si sentiva un po' meglio.
Mentre padre Agatino e il marchese facevano la partita, nell'altra
stanza, e il pretore Restivi russava sulla poltrona, la principessa
chiamò la cameriera, si fece sollevare sopra un monte di cuscini e
chiese un mazzo di carte.
-- Vostra Eccellenza che cosa fa mai!...
-- Mi sento meglio, Fanny... voglio svagarmi... A che giuoco sai
giuocare?
-- Eccellenza...
-- Alla scopa?
-- Un poco, Eccellenza...
E incominciarono la partita. A un tratto i brevi rintocchi di una
campanella risuonarono in lontananza: si avvicinarono, sembrarono
estinguersi sotto il portone, ripigliarono più squillanti per le scale
insieme con uno scalpiccio di passi, togliendo i giuocatori dal loro
tavolino, facendo accorrere i servi e rabbrividire la principessa
in fondo al suo letto, su cui il mazzo delle carte si sparpagliava,
riversandosi da tutte le parti...
Per qualche giorno ancora l'ammalata subì alternative di migliorie e
di peggioramenti. Ora non parlava quasi più e restava a lungo assopita
in profondi letarghi. Fanny che la vegliava ne profittava per andare
a far toletta; padre Agatino e il marchese nella stanza accanto, per
riprender la partita. Giusto padre Agatino perdeva, da più giorni,
costantemente, e doveva già qualche migliaio di lire al suo compagno.
Mutava di posto, faceva le corna al mazzo di carte, per rompere la
disdetta, ma inutilmente.
-- Io non giuocherò più con voi! -- gridava esasperato.
-- Ma chi vince? -- disse il marchese -- Io non rientro ancora nel mio! --
E andò via perchè aveva un convegno con l'ingegnere per la condotta in
città dell'acqua delle -Settefonti-: questa volta l'impresa era d'esito
certo.
Padre Agatino passò dalla principessa. Dal fondo del suo letto, lei
volgeva lunghi sguardi nella solitudine dello stanzone, e appena vide
il monaco si agitò, come volendo dire qualche cosa.
-- Come vi sentite?
-- Meglio... meglio... -- rispose con un filo di voce.
-- Siete svegliata da un pezzo?... Perchè non avete chiamato?... Volete
nulla?...
Gli sguardi della principessa si rivolsero verso il comodino. Padre
Agatino ne aprì la cassetta e ne cavò un mazzo di carte.
-- Questo?... Giuochiamo?...
-- Sì, un poco... aiutatemi a sollevarmi.
-- E i gettoni?
-- Lì, pigliate quelle pasticche.
-- Quanto valgono?
-- ... Cinque lire...
E cominciarono a giuocare. La principessa perdeva, perdeva, perdeva;
tutte le sue pasticche passavano al suo compagno, una dopo l'altra,
con brevissime soste. Gli occhi di lei luccicavano, le guancie si
accendevano di riflessi di fuoco, i polsi e le tempie battevano
violentemente, tutta la persona tremava.
Padre Agatino fece nuovamente carte. La principessa, che ebbe un
quattro, interrogò il compagno collo sguardo, esitante.
-- Do carte -- disse quello.
-- Carte...
La principessa coprì la nuova carta con l'altra, che ritirò
lentissimamente.
-- Nove! -- disse scoprendo il suo giuoco.
-- Nove! -- rispose padre Agatino, mostrando il suo.
-- Che... disdetta!... -- E ricadde pesantemente, cogli occhi sbarrati.
Padre Agatino chiamò gente, irritatissimo. Avrebbe dovuto vincere
qualche centinaio di lire e gli restava soltanto un po' di zucchero in
mano.
RAGAZZINACCIO.
I.
Quando Alfio Balsamo ebbe in mano il suo foglio di congedo illimitato,
mise un gran sospiro di sodisfazione e pensò a cercar lavoro. Da un
pezzo, per quel pensiero della leva, per la visita subìta e le carte
che aveva dovuto mettere assieme e presentare, egli non aveva toccato
la zappa con un dito, e ne provava quasi rimorso.
La zappa era una sua vecchia conoscenza, tanto che aveva il manico
lucido e levigato, e le mani di lui s'eran ridotte grosse e incallite,
dal tanto maneggiarla. Con questo, Alfio Balsamo era uno dei più belli
ragazzi di Rocca Sant'Alfio, e il tenente alla visita, nel vederlo nudo
come lo aveva fatto la mamma, con quelle sue spalle quadrate e quelle
gambe che parevano di bronzo, avrebbe voluto cambiar la legge, per
farlo marciare al reggimento. Ma la legge diceva chiaro che il figlio
unico va in terza categoria, ed Alfio Balsamo se la cavò con alcuni
giorni di riposo forzato.
Tornando al paese, aveva avuto il capriccio di comprare, alla fiera di
San Giovanni, un berretto rosso fiammante, con una gran nappa azzurra,
che pareva tal'e quale quello dei bersaglieri. La sera, pavoneggiandosi
in piazza, col berretto sul cocuzzolo e la nappa che gli sbatteva sulle
spalle, formava l'invidia di tutti, perchè lui portava il berretto
da bersagliere per chiasso e lo aveva comprato con bei soldi sonanti,
mentre la miglior gioventù di Rocca Sant'Alfio aveva dovuto marciare e
i berretti a quel modo glie li passava il governo.
La domenica, mentre suonava la musica nella piazza affollata, e le
donne stavano davanti agli usci, pigliando il fresco, Alfio Balsamo
non sapeva star fermo, e portava in giro il suo berretto, ficcandolo
sotto gli occhi della gente, voltandosi a destra e a manca, per vedere
l'effetto che faceva.
-- Allegro, buonavoglia! -- gli disse massaro Francesco Spina. -- È il
tempo tuo!
-- Che volete farci! Oggi a te, domani a me. A quest'ora vostro figlio
Isidoro sente la musica della ritirata.
Non doveva essere come a Rocca Sant'Alfio, quando quello andava
piuttosto a ritirarsi in casa di Anna Laferra, di dove usciva all'alba,
senza neanche lasciare un po' di posto a quel baccalà del marito!
-- Guarda: eccola lì -- e Alfio si fermò un momento, a vederla sgusciare
tra la folla. -- Chi sa dove corre, a quest'ora!
Però egli non sapeva capire cosa vedessero in quella cristiana per
contendersela, come facevano tutti i maschi del paese. Con Isidoro la
cosa era durata a lungo, perchè quel ragazzo era ben piantato e pareva
fatto apposta per saziare una lupa.
-- Ne valgo dieci, di quegli Isidori -- pensava Alfio, guardandosi
addosso, e Anna Laferra gli stava ancora dinanzi agli occhi, quantunque
scomparsa, con la sua faccia pallida come la cera, gli occhi che
parevano volessero mangiarvi vivo e la bocca amara.
Dinanzi alla musica, vicino alla gran cassa che lo assordava col suo
bum bum, con le mani in tasca e la testa china, egli sentì darsi a un
tratto un urtone.
-- Sangue del mondo!... -- ma non ebbe il tempo di dire, che si vide in
mezzo a Santo Vacirca e Antonio Manfuso coi berretti di soldato e il
tubo di latta del congedo ad armacollo.
-- Ohè, ben tornati!... Quand'è che siete arrivati?
-- Ieri, colla ferrovia. Sai che tu diventi un bel pezzo d'uomo?
-- Anche voi state bene! Da qual paese venite?
-- Da Napoli.
La gran cassa che batteva furiosamente li assordava, e dovevano
gridarsi nell'orecchio, per sentire.
-- Come ve la passavate, sotto le armi?
-- Poh! Da principio ci sapeva brutta; ma col tempo!...
-- Com'è Napoli? Bello?
-- Per la Madonna! Bisogna vedere...
-- Più grande di Palermo?
-- Che Palermo e Messina! -- esclamò Vacirca, ridendo -- Napoli vale per
cinque Palermi messi in fila uno dopo l'altro!
-- Napoli, bella città! -- disse Manfuso, con un sospiro.
-- Insomma, vi siete divertiti?
-- Abbiamo un po' girato il mondo, caro te!
-- Quando venne Umberto, bisognava vedere!... E la parata alla Villa!...
-- E la festa di Piedigrotta!
-- E la festa di San Gennaro!
-- Niente, quella di San Gennaro non m'è piaciuta niente!
Santo Vacirca e Antonio Manfuso passavano a rassegna uno dopo l'altro i
ricordi di Napoli, si correggevano se uno sbagliava e interrompevano il
discorso con esclamazioni continue. Alfio Balsamo li stava a sentire,
a bocca aperta, in silenzio, temendo di farli ridere ancora con le sue
domande.
-- La Villa di Napoli! Ci entra tutto Sant'Alfio, e soltanto a piantarci
cavoli uno si farebbe ricco!...
-- E la processione delle carrozze!...
-- E i magazzini e i bazzarri, dove c'è tutto il ben di Dio, che
bisognerebbe soltanto aver denari per cavarsi tutti i gusti!...
-- E le birrerie con le ragazze, per servire gli avventori...
Alfio Balsamo aveva una domanda sulla punta della lingua, ma Antonio
Manfuso disse a un tratto:
-- Andiamo all'osteria.
Dallo zio Menico, dove c'era molta gente a bere e a fumare, quello
chiamò:
-- Un litro, del nostro.
E tracannando il bicchiere ricolmo, esclamava:
-- Ma a Napoli vino come questo non ce n'è!
-- Tu non bevi? -- chiese Vacirca ad Alfio Balsamo.
-- Mi dà alla testa -- rispose questi, con soggezione.
-- Andiamo, non fare il ragazzo!
E Alfio vuotò il suo bicchiere.
Il discorso di Napoli ricominciava; ognuno dei congedati raccontava
quello che aveva visto e che gli era capitato, le usanze dei paesi, i
compagni incontrati o lasciati per via. Il reggimento di Manfuso aveva
passato un anno a Brescia; Santo Vacirca aveva girato di qua e di là,
in distaccamento. Alfio non aveva nulla da dire, e come il vino gli
montava al cervello, dette un pugno sul tavolo, esclamando:
-- Sangue del mondo! Avrei voluto fare il soldato anch'io.
Santo Vacirca, che accendeva un zolfanello strofinandolo sotto l'anca,
rispose:
-- Eh, lascia stare; a reggimento non è poi tutto rose e fiori.
-- Sì, come se a zappare un cristiano non ci lasciasse l'anima!
-- Ogni mestiere ha i suoi guai! -- disse Manfuso, alzandosi. -- E chi ti
par che dorme e si riposa, quello porta la croce più gravosa!
-- Tu dove lavori, adesso? -- chiese Vacirca.
-- Domani vado alla -Falconara-, per -riterzare-.
Fuori, la musica era finita e cominciava ad annottare. La gente
guardava curiosamente i congedati, e Alfio Balsamo si dava una
cert'aria, in quella compagnia, studiando i gesti degli amici,
ammirando la loro sveltezza; ma in fondo un po' umiliato della sua
ignoranza, del suo finto berretto di bersagliere. Non sapeva far altro
che interrogare
-- A che ora suonava la ritirata?
-- Secondo le stagioni.
-- E che facevate fuori?
-- Si andava insieme, a spasso, di qua e di là...
-- E poi?... -- chiese a un tratto Alfio Balsamo, fermandosi.
Santo Vacirca e Antonio Manfuso si guardarono, ridendo.
-- Già.
Come c'era gente in piazza, tutti e tre si allontanarono per la
strada del Lavinaro, dove non si vedeva nessuno. Alfio Balsamo stava
a sentire, senza perdere una sillaba, interrompendo a ogni tratto: «E
dove?... E come?... Davvero?...»
-- Tante regine, ti dico, che non puoi averne un'idea...
E quelli abbassavano ancora la voce, e Alfio spalancava ancor più gli
occhi. A un tratto, al chiassuolo di San Rocco, s'intese un rumor di
passi.
-- Chi è che viene?
-- Tò -- s'interruppe Vacirca -- quella lì non è Anna Laferra?
-- Con Vincenzo Sutro, guarda! -- disse Manfuso -- E quel povero Isidoro
che abbiamo lasciato a Napoli disperato per lei!
Alfio Balsamo non disse niente; ma come se la vide passare dinanzi,
dritta e superba, con la faccia pallida e i capelli scomposti, esclamò,
in una risata:
-- Va', puttana!
II.
Il giorno seguente, prima che il sole si levasse, Alfio Balsamo si
mise per via, con la zappa in ispalla e un fagottino sotto il braccio.
Nel gran silenzio della campagna, mentre la tramontana correva per la
pianura increspando i seminati che cominciavano a biancheggiare, egli
rideva ancora pensando alla scena della sera.
-- Ma se Vincenzo Sutro se la pigliava a male e mi rompeva le
costole?... Infine, che cosa m'importa di quella cristiana e del suo
Santo!... Se ha cercato subito un successore a Isidoro di massaro
Francesco, me ne entra forse qualche cosa in tasca?...
E, affrettando il passo perchè la via era lunga:
-- È stato il vino! -- pensava. -- Ai miei compagni non ha fatto male;
quelli sono avvezzi a bere, a divertirsi.... È stato il vino; ma non
importa; mi piace di averle detto il fatto suo!
Quando fu giunto alla -Falconara-, Alfio Balsamo non pensava più ad
Anna Laferra. Gli uomini erano già al lavoro, e sul gran mare verde
dei vigneti i cappelloni di paglia parevano zucche seminate qua e là.
Il fattore, che zappava anche lui, vedendo da lontano il peperone del
berretto di Alfio, non sapeva chi fosse, e si mise a vociare: «Ohè...
Ohè...» Il cane della fattoria, abbaiando e sgambettando, si era
intanto buttato in mezzo alle vigne, per corrergli addosso.
-- È Alfio Balsamo -- disse massaro Filippo quando intese gridare perchè
chiamassero l'animale.
-- Bella accoglienza!... -- veniva dicendo Alfio, mentre s'avvicinava
a lunghi passi. -- Invece di darmi il benvenuto, mi mandate addosso il
cane, quasi fossi un ladro!
-- O tu perchè arrivi a quest'ora? -- rispose il fattore -- Qui adesso
bisogna lavorare per davvero: il patto lo sai, ma è meglio ripeterlo,
se vuoi che l'amicizia duri.
-- E voi, fattore che non so come vi chiamate -- gridò Alfio fingendo di
andare in collera -- sapete forse che io mangio il pane a tradimento?
Non per vantarmi, ma se tutti i zappatori della -Falconara- valessero
quanto me, l'uva a quest'ora sarebbe matura!
E come ebbe assegnata la sua filiera, si mise al lavoro, con una gran
lena, scagliando la zappa furiosamente, come dovesse spaccar legna,
scavando dei solchi profondi. Egli avanzava rapidamente, e dileggiava
il fattore e massaro Filippo, che lavoravano a fianco:
-- Su, su, sangue del mondo! Par che stiate facendo la barba alla vigna!
-- e mostrava il suolo sconvolto dai suoi grandi colpi di zappa.
-- Le prime furie della granata nuova! -- diceva il fattore.
Alfio Balsamo, per fargli vedere che gli bastava il fiato, si metteva
per giunta a cantare, come un merlo, così forte che lo sentivano dai
punti più discosti della vigna, e perfino dall'altra riva del fiume.
Dall'abbeveratorio, dalla fattoria, dal poggio, quel canto si sentiva
nettissimamente, nel gran silenzio del mezzogiorno, e le donne che
legavano le viti, gli zappatori, i mulattieri che menavano le bestie a
bere, avevano imparato a conoscerlo al verso.
-- È quel buonavoglia di Alfio Balsamo!
-- Io vo' stare allegro -- diceva lui -- perchè ho la salute e la gioventù!
-- Tu sei un ragazzinaccio -- rispondeva il fattore -- ed hai ancora il
cervello sopra il berretto.
Alfio lo sapeva che era un ragazzo forte come un uomo, e se ne teneva!
Avreste voluto vedere, per esempio, il figliuolo di massaro Filippo,
che aveva venti anni suonati, e intanto era debole e malaticcio che
se pigliava una zappa in mano gli cascava addosso e lo schiacciava.
Intanto, sorte infame! a quello sfiaccolato capitava ogni giorno
qualche partito, perchè massaro Filippo aveva dei soldi da parte, e lui
non lo voleva nessuna!
-- Massaro Filippo, è dunque vero che vostro figlio Matteo si marita con
la Rosa di massaro Ignazio?
-- A te cosa t'importa?
-- Niente, dico per semplice curiosità! Ma piglierete degli anni di
tempo, perchè Matteo non è molto forte di sella.
-- Allora -- disse il fattore -- vedi un po' se dànno la Rosa a te!
Alfio Balsamo ammutoliva e pigliava la terra a gran colpi di zappa,
senza più badare se qualche ceppo robusto restava sfiancato dall'urto
del ferro lucente. Ma erano nuvole che duravano poco; egli era un
ragazzinaccio, e non pensava due minuti alla stessa cosa.
Nel pieno mezzogiorno, quando pioveva fuoco dal cielo, i lavoratori
si riposavano, chi dietro le cataste di sarmenti morti, chi
all'abbeveratorio, chi alla fattoria. Alfio Balsamo e gli altri pagati
a giornata si riunivano nella stanza del fattore, a merendare: ognuno
aveva la sua porzione di pane e le cipolle erano a discrezione.
-- Già, questo fattore è un boia, che ci tratta peggio degli animali.
Cosa vi costa di metter fuori un po' di formaggio, di quello che vi dà
il pecoraio del pascolo?
Ma le questioni grosse erano pel vino.
-- Brrr!.. -- faceva Alfio, scostando dalle labbra il fiaschetto,
chiudendo gli occhi, come se avesse bevuto un veleno. -- Dite la verità,
che ci avete fatto pisciare il mulo?
Il fattore beveva a sua volta, senza dargli retta.
-- Ma dov'è il buono? Dove l'avete nascosto? -- E visto un mazzo di
chiavi sul tavolo, lo afferrò ad un tratto. -- Ah, finalmente!... Ora
vado a ubbriacarmi in cantina...
Il fattore, afferratogli il polso, gli diede una stretta così forte da
farlo lacrimare.
-- Ahi! ahi! Che bestia! Ha creduto che dicessi davvero!... Avete dunque
paura che vi rubi? Già, voi dovete avere dei denari nascosti, sotto
qualche mattone...
Dimenticando ancora il braccio indolenzito, Alfio si metteva a misurare
il pavimento, a piccoli passi, battendo i calcagni, per scoprire il
nascondiglio.
-- Dovete esser ricco, così pezzente come sembrate. Una di queste sere
voglio tirarvi una carabinata, dietro una siepe!
Così, mentre gli altri se ne stavano sdraiati, a godere intera
quell'ora di riposo, Alfio andava di su e di giù, non stava fermo un
minuto, parlava per tutti e tornava al lavoro più stanco di prima.
Ma quando la giornata era finita, e si tornava alla fattoria, anche
lui stava quieto come gli altri, e in quel solo momento non assordava
i compagni con le sue cicalate. Come il sole si nascondeva dietro i
poggi, di là dal fiume dove le rane e i ramarri cominciavano il loro
concerto, i contadini andavano a sciogliere le cavezze alle cavalcature
e partivano a un po' per volta, cacciando avanti gli asini o tirandosi
dietro i muli restii, con le donne a fianco e i ragazzi appresso.
Comare Santa, quella che gli era morto il marito e veniva a coltivarsi
il suo pezzo di vigna insieme col figliuolo, era sempre l'ultima ad
andarsene, e quando dalla fattoria vedevano la piccola macchia nera
che l'asino, curvo sotto il peso delle due persone, faceva in fondo al
vallone su cui si stendeva già l'ombra, voleva dire che non c'era più
nessuno.
Il fattore preparava una minestra di fave e Alfio Balsamo se ne stava
buttato per terra, dinanzi ai casamenti, giuocando coi cani, o stando
a sentire i discorsi che facevano i più grandi di lui sul valore della
-Falconara-, sul buon affare che era stato pei Marozzi l'acquisto di
quella proprietà.
-- Chi l'avrebbe detto alla sant'anima del principe, che la -Falconara-
doveva uscire di casa sua!
-- Una volta che la principessa aveva la testa al giuoco!
-- La -Falconara- lei non sapeva neppure dove fosse!
-- E uguanno raccoglieremo più di cinque mila salme di mosto!
Ognuno diceva la sua, sullo stato delle vigne limitrofe, sui prezzi del
vino e del bestiame, sui casi che capitavano al prossimo...
Una sera, che aveva appena smesso di lavorare e stava badando ad una
pentola in cui bollivano delle lumache, glie ne capitò uno a lui,
Alfio, che non se lo sarebbe aspettato neanche in sogno.
-- Dice tua madre -- venne a riferirgli il fattore dei -Pojeri-, passando
dalla -Falconara- -- che Anna Laferra ha fatto querela contro di te,
dinanzi al pretore di Vallebianca, per ingiurie, e se non pensi alla
difesa la condanna è certa.
III.
Anna Laferra, a quella parola che le avevano sputata in faccia, s'era
sentito avvampare il sangue nelle vene, ed era stata colpa di Vincenzo
Sutro se non ne aveva fatto vendetta sull'istante.
Vincenzo Sutro, da ragazzo che non vuol far parlare di sè e trovarsi in
qualche pasticcio per cause di donne, le diceva, tentando di calmarla:
-- Tu non sai dunque chi è?... È Alfio Balsamo, un ragazzinaccio, senza
un pelo in faccia... È stato di leva quest'anno, ti dico... Quando mai
si è dato peso alle parole d'un bardassa come quello?... A mettersi con
lui sarebbe una viltà.
-- Vile sei tu che non hai cuore di vendicarmi!
E cacciatolo via, Anna Laferra se ne andò da suo marito:
-- M'hanno ingiuriata nell'onore, alla presenza della gente. Ve lo dico,
perchè l'onore di vostra moglie è come il vostro stesso.
Don Gesualdo, che usciva allora dal letto, con gli occhi ancora
appiccicati, senza trovare il verso d'infilarsi i calzoni, restò con
una gamba dentro e l'altra fuori.
-- Come, come? Che è successo? Che v'hanno fatto?
-- Vi dico che hanno ingiuriato a morte vostra moglie.
-- Dite davvero? E chi ha avuto il coraggio?...
-- È stato il figlio di Giovanna Balsamo. Se siete uomo, glie la dovete
far pagare cara.
-- A chi lo dite? -- rispose don Gesualdo, grattandosi la testa sotto il
berretto di cotone. -- Lasciate fare a me.
Don Gesualdo era amico del cancelliere e andò a prender consiglio da
lui.
-- Sporgete querela! -- gli disse il cancelliere. -- Con un paio di mesi
di carcere e un centinaio di lire di multa imparerà a metter senno.
-- Voi siete un uomo d'oro!
A don Gesualdo non pareva vero di far contenta sua moglie con la
querela; egli non aveva nessuna voglia d'impacciarsela con Alfio
Balsamo e di tornare a casa con le ossa rotte.
-- Lì, debbo vederlo! -- diceva Anna Laferra -- lì, dietro le grate! in
mezzo ai galeotti! e voglio andare a Vallebianca a posta, il giorno che
lo attaccheranno come Cristo!
Ma Alfio Balsamo, che era venuto al paese, non aveva nessun timore
d'esser condannato.
-- Sai che c'è? -- andò a dire a Santo Vacirca. -- Quella buona donna di
Anna Laferra mi ha dato querela, per la parola che le dissi la sera che
tornasti da soldato, con Antonio Manfuso, ti rammenti?
-- Sul serio? Guarda un po'; ha la faccia più dura delle corna di suo
marito!
-- Pazienza! Ma ci deve rimetter le spese, se mi cerca lite, e quello
che le ho detto per istrada glie lo debbo ripetere dinanzi alla
giustizia. Già tu mi farai da testimonio, che io ho ripetuto quel che
dice tutto il paese!
-- Io? Ed io come c'entro? -- Santo adesso mutava tono al suo discorso.
-- Io ero pei fatti miei, a fare il soldato! Lasciami stare, per carità;
che non ti possono mancare cento altri testimonii migliori di me.
Alfio Balsamo se ne andò a trovare Antonio Manfuso.
-- Vieni a deporre che Isidoro di massaro Francesco è stato il ganzo di
Anna Laferra?
-- Ed io come lo so? L'ho sentito dire; ma li ho forse visti coi miei
occhi?
Chi con una scusa, chi con un'altra, nessuno aveva il coraggio di
affermare la verità.
-- Anna Laferra? -- diceva don Giuseppe il barbiere, mentre gl'insaponava
la testa. -- L'ultima ciabatta del paese! Ma che ti serve la mia
testimonianza? L'ingiuria resta e non eviterai nè un giorno di carcere
nè una lira di multa.
-- Ma andiamo che io non voglio esser posto in prigione e rovinarmi
agli occhi della società! -- diceva Alfio Balsamo, come tutti lo
abbandonavano.
-- Hai visto che vuol dire non aver giudizio? -- gli veniva ripetendo sua
madre, più angustiata di lui.
-- Debbo sentire anche voi! non basta il guaio che mi casca addosso!
-- Non andare in collera, figlio mio; io lo so che non è colpa tua, ma
dei compagni che ti portano alla cattiva strada. Cerchiamo frattanto il
rimedio, ora che il fatto è fatto.
-- E che volete cercare? non vedete che i paesani hanno paura di dir la
verità?
Donna Giovanna non lo contradiceva, dal gran bene che gli voleva;
ma pensava che il mezzo d'accomodar la cosa non era quello della
giustizia.
Successe così che il pretore di Vallebianca condannò Alfio Balsamo, in
contumacia, a due mesi di carcere e a cento lire di multa, nè più nè
meno di quel che aveva previsto il cancelliere.
-- Questo si sapeva! -- disse Alfio, quando vennero a portargli la
notizia ai -Pojeri-, dov'era andato a lavorare. -- Volevate che il
pretore mi assolvesse, dopo che quel vecchio pelato di don Gesualdo gli
mandò a regalare una posata d'argento? Ma non finisce così, sangue del
mondo! e io andrò in città, a pigliarmi il primo avvocato!
-- Alfiuccio, lascia stare -- diceva donna Giovanna -- che ci rimetterai
le spese. Non sarebbe meglio di pensare ad accomodarla con le buone?
-- Ditelo un'altra volta, e io vi perdo il rispetto che v'ho sempre
portato!
Donna Giovanna non si diede per vinta, e come il figliuolo andò alla
città, per l'appello, lei un bel giorno, senza che nessuno lo sapesse,
cercò di Anna Laferra.
Anna, quando aveva risaputa la condanna, aveva messo un gran sospiro,
sentendo sedarsi il suo furore.
-- Siete contenta? -- le aveva chiesto suo marito. -- Ora andrà in
carcere, e lì imparerà a metter giudizio.
-- Bene gli sta!
Donna Giovanna era venuta a implorare il suo perdono, umilmente,
abbassandosi dinanzi a una che, in altro tempo, non avrebbe neppur
salutata, incontrandola per istrada.
-- Che volete! Alfio è un ragazzo, un ragazzino, così lungo come lo
vedete. Chiacchiera un po' troppo; se togliamo questo, nessuno può dir
nulla sul suo conto. Non parlo di vizii: innocente come Gesù Bambino;
voi mi capite. Se ha detto quella parola, non sapeva ciò che importava;
domandate a chi volete, vi diranno tutti che è incapace di voler
male ad anima viva. E poi, affezionato, con sua madre, che non si può
ridire. Mai un dispiacere, da lui; e sì che è rimasto orfano a otto
anni...
Donna Giovanna aveva gli occhi umidi di pianto.
-- Questo è il primo dispiacere, che ho per causa dei suoi cattivi
compagni. Lasciatelo andare, non ci pensate più; fatelo per me che sono
sua madre e vi domando perdono della sua imprudenza...
Anna guardava per terra e non diceva niente.
-- Fatelo per lui. Così ragazzo, con quella brutta condanna!... Pensate
alla compagnia che troverà in carcere!... Chi gli vorrà dare la propria
figliuola, se un giorno il Signore lo benedice e potrà pensare a farsi
una famiglia?
-- Sentite -- disse a un tratto Anna Laferra, con un'animazione
straordinaria in viso e il seno che le si sollevava affannosamente. --
Vostro figlio m'ha ingiuriata a sangue, e vi giuro, com'è vero Dio! che
se lo avessi avuto fra le mani, in quel momento, mi sarebbe bastato
l'animo, donna come sono, di strappargli il cuore dal petto. Ora la
collera è passata, e per me non ci penserei più. Ma il mondo parla e
non si cura di sapere se chi mi ha ingiuriata è un uomo o un ragazzo.
Per questo debbo avere una sodisfazione. Vostro figlio mi dica che
non ha inteso offendermi, che non sapeva quel che diceva, che parlava
d'altri, che aveva bevuto; mi dica ciò che gli piace, e io gli perdono
e non ne parlo più.
Quella era appunto la quistione: indurre Alfio a domandarle scusa!
Invece, egli era tornato dalla città più arrabbiato che mai, e
non parlava che dell'appello, sicuro com'era di vincere, sostenuto
dall'avvocato Saetta.
-- Tutti lo vantano, e quando una causa gli piace, mette il mondo
sottosopra per spuntarla. Leggendo la sentenza del pretore, è partito
a ridere che nessuno lo teneva. Vogliamo vedere se i giudici avranno
paura dei vecchi cornuti!
IV.
L'annata aveva mantenuto le sue promesse, e alla vendemmia la
-Falconara- non si riconosceva più, con l'animazione straordinaria e
l'allegra confusione che vi regnava da mattina a sera.
Alfio Balsamo, il ragazzinaccio, lavorava per quattro e si trovava
nello stesso tempo in ogni luogo; correva al pozzo con due enormi
mezzine di latta, una per mano; attizzava il fuoco nella stalla, sotto
il calderone dove ribolliva l'acqua; insaccava il mosto quando il
contatore era stanco; spingeva la manovella del torchio, rispondeva
alle chiamate del fattore, alle domande del bottaio, agli scherzi, ai
motti dei compagni, e trovava il tempo di sgretolare coi denti bianchi
un grappolo biondo.
-- Non debbo assaggiarla, l'uva di quest'anno?
Come se non bastasse, due o tre volte al giorno gli toccava scender
nelle tine, per la follatura, e questo veramente gli pesava. Aveva
scommesso, l'anno prima, di fare quel servizio per due lire al giorno,
invece di quattro, quante ne pretendeva maestro Brasi, il calabrese; ed
egli che era un ragazzo onorato aveva mantenuto la parola. Ma appena
provato di che si trattava, si era subito pentito; perchè quello
spogliarsi e vestirsi a ogni momento, e il passare dal caldo del mosto
al freddo dell'acqua con cui si lavava, e il restare in mezzo alle
esalazioni della tina che gli mozzavano il respiro, non era molto
comodo.
-- Avete ragione! -- esclamava, pigliandosela col fattore. -- Me l'avete
fatta! Ma un'altra volta non mi ci capiterete.
-- Tu impara a non essere presuntuoso!
Una domenica, al declinare del sole, quando l'animazione del lavoro
cominciava a scemare e la ciurma delle vendemmiatrici trasportava gli
ultimi cesti d'uva, Alfio Balsamo si spogliava silenziosamente in un
angolo per la terza volta; infilava le mutandine che gli arrivavano
a mezza coscia, afferrava il raffio e si disponeva ad arrampicarsi
sulla tina. In quel momento arrivò il fattore, seguito da tre o quattro
uomini, che si guardavano sorridendo.
-- O Alfio! -- gridò quello -- c'è di fuori tua madre che vuol parlarti.
-- E che diavolo volete da me? Non vedete che ho da fare?
-- Dici piuttosto che hai vergogna di comparire in quel costume!
-- Vergogna, io? Mi dispiace che non avete una moglie, perchè vi farei
vedere se ho vergogna o no!
-- Vuoi scommettere che non ti basta l'animo di venir fuori, così come
sei?
-- Scommettiamo cinque lire!
-- Un soldo, se ti piace.
-- Un soldo, e sia! -- rispose Alfio, scendendo in furia. -- Sangue del
mondo, vedete se Alfio Balsamo mantiene la sua parola!
Nudo come si trovava, col viso di porpora e le carni bianche, brandendo
il raffio, egli comparve in mezzo all'arco buio del portone, dinanzi ad
una comitiva di donne sedute per terra sulla spianata.
-- Ah!... Oh!... Bella Madre!... Che vergogna!...
Chi gridava, chi si voltava dall'altra parte, chi rideva a fior di
labbro, e il fattore e gli uomini si tenevano i fianchi, in fondo
all'andito. Solo Anna Laferra, che era in piedi, appoggiata al collo
del pozzo, restò ad un tratto immobile, dinanzi all'apparizione di
quella statua viva.
Alfio, come se nulla fosse, girava uno sguardo tutt'intorno, riconobbe
ad una ad una le persone che si trovavano lì riunite, guardò un momento
Anna in faccia, e finalmente si rivolse a sua madre:
-- Eccomi qui; che volete?
Come gli uomini scoppiarono a ridere più forte di prima, donna
Giovanna, che aveva una gran voglia di far come loro, montò in collera.
-- Va' via!... Hai inteso? va' via!...
-- Sì che vi sento, e non c'è ragione di gridare.
-- Come, non c'è ragione? Ed hai la faccia di venir fuori dinanzi alla
gente in quel costume? Va' via, ti dico...
-- Me ne vado, me ne vado; ma insomma non c'è niente di male...
Alfio voltò le spalle alla comitiva e tornò al palmento, a passo di
corsa. D'un tratto si buttò nella vasca, immerse le braccia nella pasta
che galleggiava, densa, compatta, sul mosto in fermento, e cominciò a
rimestarla. Dimenandosi allegramente fra la schiuma sanguigna da cui
si sprigionava un alito forte e soffocante, egli rideva ancora della
comparsa fatta dinanzi alle donne; quando s'intesero delle voci e dei
passi avvicinarsi. Era la comitiva che visitava la fattoria.
-- E questo è il palmento -- spiegava il fattore -- che ci si potrebbe
vendemmiare tutta la contrada di Sant'Alfio. Ma non bisognava venire
oggi, a quest'ora, per veder la festa che c'è tutto il giorno!
Quattro pestatori soltanto ballavano in giro sopra uno strato d'uva
bianca di gesso e un altro spaccava legna, accanto al torchio.
-- Povero Alfiuccio! -- disse donna Giovanna, guardando
compassionevolmente il figliuolo -- Che travaglio da cani! Ma così me
l'ammazzate!
-- Per questo vi porterà un bel mucchio di denari, in capo alla
vendemmia -- disse la comare Santa, che sapeva anche lei che cosa vuol
dire restar sola al mondo.
Alfio non diceva nulla, sotto gli sguardi di Anna Laferra, che
lo stringevano, lo avviluppavano, non lo lasciavano più. Egli si
contorceva, lentamente, come un serpe in mezzo a quel bagno caldo, a
quella spuma che gli sbavava sul corpo. I mucchi di pasta, sciolti,
allargati, affondati, risalivano a galla e si aggruppavano nuovamente,
più fitti, più folti. Egli li perseguitava, fendendo a stento il
liquido pesante che lo sollevava da tutte le parti, allungando
le braccia e le gambe fatte sanguinose; scomponendo, arruffando
l'intricata matassa degli innumerevoli grappoli calpesti e inariditi.
Curvo sulla tina, sfiorando la superficie bollente del mosto,
l'acredine densa gli mozzava il respiro; allora si rialzava, anelante,
volgendo intorno uno sguardo perduto, pieno d'angoscia, come se volesse
invocar soccorso e non gliene restasse neppure la forza.
Donna Giovanna guardava ora il figliuolo, ora Anna Laferra, e a veder
costei sbiancata in viso, con le labbra quasi scomparse e il seno
tumultuante, non lasciare Alfio con gli occhi, sentiva stringersi il
cuore.
-- Hai visto chi è venuto? -- disse al ragazzo, in un orecchio, mentre la
comitiva si disperdeva per la fattoria. -- Ce n'è voluto, per farle dir
di sì! Ora la pace dipende da te. -- E se ne andò, dietro alle altre.
Fuori, sulla spianata, le vendemmiatrici sedute in giro sui canestri
capovolti si riposavano chiacchierando con le nuove venute, e gli
asini della comitiva, sbandati qua e là, tritavano pampani, che ce
n'era a discrezione. Il fattore badava al fuoco, dov'era messa a
cuocere la minestra, intanto che la più parte dei suoi uomini se ne
stavano sdraiati per terra, lungo i muri dei casamenti, cantando o
dicendo male delle donne. Le donne non davano loro retta; alcune si
allontanavano a piccoli passi, chè il sole già basso non scottava,
altre schiamazzavano, ballavano fra loro, scambiavano le confidenze
o si tiravano pugni, per chiasso. Si levava tutt'intorno un allegro
vocìo, in mezzo al quale risuonavano affievoliti i colpi di martello
del bottaio che restava ancora in cantina, ad allestire il suo lavoro.
Donna Giovanna non perdeva di vista Anna Laferra che stava vicino alla
porta del palmento, battendo i piedi, come contrariata; e si sentiva
sulle spine temendo che il frutto delle sue fatiche andasse perduto, in
un momento.
-- Bella Madre, ispiratela voi!
Ma come vide Alfio uscire, fermarsi un istante dinanzi ad Anna ed
avviarsi per la vigna insieme con lei, le parve come se le avessero
levato una pietra dallo stomaco.
-- Sia lodato Dio! Adesso faranno la pace!
Lungo la redola troppo stretta, Alfio precedeva di qualche passo Anna
Laferra, guidandola per la vigna.
-- La -Falconara- è grande! Non ci siete mai stata?
-- No.
-- Ora la vendemmia è quasi finita.
I suoi piedi nudi non facevano nessun rumore per terra; si sentiva
soltanto il fruscìo della veste di Anna che strisciava sui pampani di
cui era ingombro il cammino.
A un tratto Alfio si fermò.
-- Guarda che bel grappolo dimenticato! -- e corse a raccoglierlo.
Tornando, la trovò che batteva i piedi, indispettita.
-- Ne volete?
-- No.
Egli guardava con desiderio l'uva bionda, dagli acini qua e là dorati,
leggermente rattrappiti, che dovevano essere dolci più dello zucchero.
Poi alzò il braccio e buttò il grappolo all'aria, gridando a uno stormo
di passeri:
-- A voi!
Si rimisero in via per la redola sempre più angusta che, seguendo
l'inclinazione del poggio, scendeva serpeggiando. Come il vocìo che
veniva dalla fattoria si andava a poco a poco spegnendo, si cominciava
a sentire un rumor debole e interrotto, come un lieve ronzare, che
andava sempre rinforzandosi, finchè si faceva un sussurro continuo, in
mezzo al quale si distinguevano, con le modulazioni degli uccelli, il
roco gracidar delle rane e lo stridulo verso delle cicale.
-- È il fiume -- disse Alfio, che andava sempre avanti.
-- Non correre così -- rispose Anna, trattenendolo col gesto.
Come gli fu vicina, si mise a ridere.
-- Perchè ridete?...
Lei si guardava attorno, non sapeva come fare.
-- Scendiamo al fiume.
Pochi passi ancora, e il fiume apparve, come uno specchio lucente, in
fondo al valloncello, sotto la ripida china che divideva il terreno
coltivato dal greto sassoso e folto di eriche.
-- Dammi la mano.
Tenendosi stretti, precipitarono lungo il pendio, soffice per la sabbia
finissima su cui si stampavano profondamente le orme.
-- Ah!... sono stanca...
La corsa l'aveva animata, respirava a fatica, e sulle sue guancie brune
si diffondeva un incarnato così vivo e gli occhi umidi sfavillavano
tanto, che Alfio restò a guardarla, a bocca aperta.
Da lontano, s'intese un lento squillare di campanacci.
-- Sono le mule, che scendono a bere.
Anna Laferra si cacciò avanti, risolutamente, equilibrandosi sui grossi
ciottoli di cui il greto era sparso, mandando piccole grida, voltandosi
ogni tanto a guardare se Alfio la seguiva. Egli la raggiunse.
Ora avanzavano a stento, smarriti fra le macchie, scostando con
le braccia i rami più alti, schiantandone molti sul loro cammino.
La scarsa luce del tramonto si perdeva in mezzo a quella fitta
vegetazione; nell'aria bruna c'era un silenzioso sciamare di moscerini
piccolissimi e fastidiosi. Poi alle macchie succedevano grossi
ciuffi di oleandri selvaggi, sul verde cupo dei quali i fiori rossi
occhieggiavano.
-- Come son belli!
Alfio corse a staccare il ramo più fiorito, e venne ad offrirlo ad
Anna, che si era distesa per terra, sopra un tappeto di erbe. Lei buttò
gli oleandri da parte e lo attirò in quella frescura odorosa, nella
penombra trapelante della cupa verdezza.
Come lo ebbe a fianco, mormorò:
-- Perchè mi dicesti quella parola?
Alfio le rispose, sulla bocca:
-- Perchè io muoio per te.
Il sole si nascondeva dietro i poggi e alcune nuvole rossastre si
rispecchiavano sul fiume brontolante. Il concerto dei trilli, dei
zirli, dei gracidii, dei fischi, dei zufolii si faceva tutt'intorno
più alto, tra il profumo degli oleandri e gli effluvii delle erbe
aromatiche. I campanacci delle mule risuonavano più fiochi, nella
lontananza.
V.
Donna Giovanna non sapeva darsi pace:
-- È stata colpa mia! È tutta colpa mia!
Il suo figliuolo non si riconosceva più: aveva perduto l'amore al
lavoro, il rispetto a sua madre, la paura dell'occhio del mondo. Anna
Laferra lo aveva ridotto in quello stato.
-- Alfiuccio, bada a quel che fai! -- gli andava ripetendo donna
Giovanna. -- Quella femmina ti porterà alla rovina, come ne ha portati
tanti altri; è tua madre che te lo dice...
Ma era lo stesso che dire al muro. Alfio Balsamo andava dietro ad Anna
Laferra, come un cane; non voleva più lavoro se non nelle vicinanze
del paese, per poter tornare la sera, e i fattori si lagnavano della
sua scioperaggine. Invece di portar denaro alla mamma, ora glie ne
chiedeva, ogni momento.
-- Questo è l'aiuto che mi dai? -- si lamentava lei.
Allora egli montava su tutte le furie.
-- Ah, di questo v'importa? È per quelle lire della settimana che vi
duole?
Donna Giovanna sentì una gran fitta al cuore.
-- Con qual animo puoi dirlo? Non sai che tutto quel che faccio è pel
tuo bene?
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