giovava alla prosperità dei corpi, e introdottone altri perniciosissimi alla salute? Non ha ella messo nel mondo moderno tali ordini e costumi “che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell'animo, è più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte? E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co' loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorchè tu non le abbia mietute, anzi subito che elle nascono.„ Ma l'opera della Moda più proficua alla Morte è questa: che mentre per l'addietro costei era odiata, “oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza.„ E mentre prima gli uomini credevano di poter essere immortali, cioè di non morire interamente, la Moda, quantunque sapesse “che queste erano ciance, e che quando costoro vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura„, pure, dice alla Morte, “intendendo che questo negozio degl'immortali ti scottava, perchè pareva che ti scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via quest'usanza di cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta' sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische....„ Così egli torna a ridere di quella gloria della quale altrove ha dimostrata la fallacia. Ma quando vede la vanagloria degli uomini, quantunque dica di non sapere “se il riso o la pietà prevale„, il riso prevale effettivamente. Se egli sorride dell'amore, della fama, della patria, il suo sorriso è o più amaro o più contenuto; nel considerare la superbia del secolo, la boria degli uomini, e nel paragonarle alla loro reale impotenza, alla miseria dei loro risultati, l'umorismo scaturisce naturalmente, più schietto, più efficace. Momo ha fatto un lungo ragionamento per disingannare Prometeo e dimostrargli che il genere umano è sommo nell'imperfezione; Eleandro risponde più brevemente a Timandro quando questi sostiene che l'uomo non è ancora perfetto, ma certo sarà tale col tempo: “Nè io ne dubito. Questi pochi anni che sono corsi dal principio del mondo al presente, non potevano bastare; e non se ne dee far giudizio dell'indole, del destino e delle facoltà dell'uomo: oltre che si sono avute altre faccende per le mani. Ma ora non si attende ad altro che a perfezionare la nostra specie....„ La risata è più sincera, più fresca. Udite la conclusione: “Circa la perfezione dell'uomo, io vi giuro, che se fosse conseguita, avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano. Ma poichè non è toccato a me di vederla, e non aspetto che mi tocchi in vita, sono disposto di assegnare per testamento una buona parte della mia roba ad uso che quando il genere umano sarà perfetto, se gli faccia e pronuncisi pubblicamente un panegirico tutti gli anni; e anche gli sia rizzato un tempietto all'antica, una statua, o quello che sarà creduto a proposito....„ Nondimeno Timandro ha ragione di chiamare maligno il suo interlocutore; e il riso, che doveva essere il conforto di quest'ultimo, non lo salva dalla disperazione. Se egli ride degli uomini, e non li odia, e non si sdegna dei loro vizi e delle loro colpe, ciò accade perchè sente che, posto nelle stesse circostanze dei viziosi e dei colpevoli, sarebbe macchiato o capace degli stessi loro difetti: “Riserbo sempre l'adirarmi a quella volta che io vegga una malvagità che non possa aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne ho potuto vedere....„ E ancora egli non capisce “questo continuo presupporre che si fa scrivendo e parlando, certe qualità umane che ciascuno sa che oramai non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici, adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla e da chi gli nomina, e da chi gli ode nominare. Che si usino maschere e travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro, e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine....„ E insomma: “l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera e perfetta, si è, che non bisogna filosofare. Dal che s'inferisce che la filosofia, primieramente è inutile, perchè a questo effetto di non filosofare, non fa bisogno esser filosofo; secondariamente è dannosissima,„ perchè insegna “la vanità delle cose.„ Ancora una volta le risa finiscono in lacrime. Sarà da stupire? Non era anzi meraviglioso che, nella profondità del suo dolore, egli trovasse la possibilità di ridere? Egli stesso se ne è stupito. “Cosa certamente mirabile è questa, che nell'uomo, il quale in fra tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso.... Mirabile cosa si è l'uso che noi facciamo di questa facoltà: poichè si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande tristezza d'animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, nondimeno ridere....„ E il riso sarà per lui “specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento o delirio„, perchè “gli uomini, non essendo mai soddisfatti nè mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta.„ È vero che il riso è ignoto, come agli animali, anche ai popoli che sono nello stato primitivo; e che è cresciuto, si può dire, colla civiltà; ma poichè la civiltà è corruzione, se ne dovrà dedurre che il riso oggi “supplisce per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù, dalla giustizia, dall'onore e simili....„ Esso sarà pertanto una cosa triste e disperata più che la stessa imprecazione, porterà agli stessi risultati della riflessione dolorosa. Ragionando, il Leopardi estende il suo pessimismo a tutto l'universo creato; la stessa cosa fa ridendo. La Terra si ostina a interrogare la Luna: “Io vorrei sapere se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità, le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati dagli altri, nell'indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere istituzioni utili; tutto sale e si raguna costà: di modo che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si parte dagli uomini? In caso che questo sia vero, io fo conto che tu debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose (verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine) non già solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per l'addietro, ma tutti e interamente. E certo che se elle non sono costì, non credo si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo una convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano, tutte queste cose; donde io credo che tu medesima abbi caro di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa costì un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di danari.„ Ma la Luna neppure intende di che cosa il pianeta le chiede notizia; e solo quando la Terra le domanda se sono presso di lei in uso i vizii, i misfatti, gl'infortunii, i dolori, la vecchiezza; allora il satellite capisce tutti questi nomi e le cose da essi significate, perchè ne è pieno, perchè i suoi abitatori sono infelicissimi. “E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualche altro pianeta del nostro mondo; e gl'interrogassi se in loro abbia luogo l'infelicità, e se i beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il Sole medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.„ Si può dire anche meglio: il riso del Leopardi è più disperato della sua stessa disperazione. Egli ha detto che solo la morte esiste; ma credere alla morte, al nulla, è ancora avere una specie di fede. L'orrore sembra massimo; eppure ce n'è uno ancora più grande. Quando gli amanti non amano più, odiano; ma l'odio è ancora una forma dell'amore. Tanto desiderio della morte cela ancora l'amarezza dei disinganni, misura ancora la forza delle speranze, sia pure perdute. Il vero segno che l'amore è finito non è odiare l'oggetto un tempo caro o l'amarne un altro: è l'indifferenza. A questa indifferenza per la morte e per la vita Giacomo Leopardi arriverà con l'ironia. Il suo Plotino, esauriti tutti gli argomenti per dissuadere Porfirio dall'uccidersi, ricorre a quest'ultimo come al più persuasivo: viva egli -- per far piacere all'amico! “E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l'uomo, in quanto a sè, non dovrebbe esser molto sollecito di ritenerla nè di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovrìa ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perchè non avrebbe a compiacergliene?... „ EPILOGO Noi sappiamo chi fu Giacomo Leopardi grazie all'analisi particolareggiata di tutte le sue circostanze intrinseche ed estrinseche, ed alla sintesi del suo pensiero; tra le prime e il secondo abbiamo trovato un nesso intimo, un rigoroso rapporto. Pure questo nesso, questo rapporto è negato, non solo da altri, da molti biografi e critici, ma anche, e prima e più vivacemente di tutti, dallo stesso Leopardi. “Ce n'a été que par l'effet de la lâcheté des hommes, qui ont besoin d'être persuadés du mérite de l'existence, que l'on a voulu considérer mes opinions philosophiques comme le résultat de mes souffrances particulières, et que l'on s'obstine à attribuer à mes circonstances matérielles ce qu'on ne doit qu'à mon entendement. Avant de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse et de la vulgarité et prier mes lecteurs de s'attacher à détruire mes observations plutôt que d'accuser mes maladies.„ Senza violenza, ma con ironia, quando lo Stella gli riferì il giudizio d'un lettore, secondo il quale le sue teorie non erano “-fondate a ragione ma a qualche osservazione parziale-,„ egli rispose al suo editore: “Desidero che sia vero.„ Ed anche Tristano, all'amico che giudica il suo libro sulla vita malinconico, sconsolato e disperato perchè egli, l'autore, è infelice, risponde che tutto si sarebbe aspettato “fuorchè sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità, anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi....„ Prima di esaminare il valore delle sue proteste, notiamo che egli non le ripete sempre con tanta violenza ed ironia; che anzi più volte fa molte concessioni ai suoi contraddittori. Questo medesimo Tristano che si è sdegnato ed ha riso, e che propone anche, al colmo del sarcasmo, di bruciare il proprio libro “come un libro di sogni poetici, d'invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un'espressione dell'infelicità dell'autore„; confessa poi, sul serio e non più da burla, la propria infelicità: “perchè in confidenza, mio caro amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a me, con licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tutti i giornali de' due mondi non mi persuaderanno il contrario.„ Ed Eleandro: “Io giudico, quanto a me, di essere infelice; e in questo so che non m'inganno. Se gli altri non sono, me ne congratulo con tutta l'anima. Io sono anche sicuro di non liberarmi dall'infelicità prima che io muoia. Se gli altri hanno diversa speranza di sè, me ne rallegro similmente.„ Con eguale sentimento, aggiuntovi il terrore del mistero, il Pastore asiatico canta: Questo io conosco e sento, Che degli eterni giri, Che dell'esser mio frale, Qualche bene o contento Avrà fors'altri; a me la vita è male. È possibile che questa coscienza della propria sciagura non determini la sua filosofia disperata? Uno dei caratteri salienti ne è, come vedemmo, la misantropia; e di questa, biasimandola in Eleandro, Timandro assegna la causa: “Voi parlate„, gli dice, “al vostro solito malignamente, e in modo che date ad intendere di essere per l'ordinario molto male accolto e trattato dagli altri: perchè questa il più delle volte è la causa del mal animo e del disprezzo che certi fanno professione di avere alla propria specie.„ Si confrontino queste parole con quelle che il Leopardi disse in prima persona: aspro a forza Tra lo stuol de' malevoli divengo, e con queste altre: E sprezzator degli uomini divengo Per la greggia ch'ho intorno: si vedrà che il suo disprezzo dei proprii simili dipende dal disprezzo che egli stesso ha patito da essi. Tanto egli è persuaso di questa verità, che le dà forza di sentenza: “Chi comunica poco cogli uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perchè l'uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini.„ È sempre difficile, e qualche volta anche risibile, il tentar di immaginare che cosa sarebbe stato un uomo se diverse in tutto o in parte fossero state le sue circostanze. Chi può dire che cosa avrebbe scritto Dante se non fosse stato bandito, o che cosa avrebbe fatto Napoleone se fosse nato un secolo prima? Una logica inesorabile governa tutte le opere umane; se noi possiamo credere di disporre liberamente della nostra vita e del nostro pensiero avvenire, non possiamo negarne, anzi continuamente ne discopriamo la rigorosa determinazione nel passato. Pertanto è impossibile giudicare quel che sarebbe avvenuto di Giacomo Leopardi in circostanze diverse dalle sue; ma questo rigore di determinazione egli stesso dimostra, anche senza volerlo. Non c'è uno solo dei suoi giudizii che non sia suggerito da un'impressione ricevuta; i fatti esercitano una continua influenza sul suo pensiero. A Bologna gli uomini gli parvero “vespe senza pungolo.„ Perchè? Perchè vi fu bene accolto. Milano fu detta da lui “insociale„ perchè non fu contento dell'accoglienza che vi trovò. A Napoli, sul principio, sentendosi soddisfatto, lodò l'indole “amabile e benevola„ degli abitanti; poi, trovatosi male, capovolse il suo giudizio. Egli espressamente confessa quanto gli riuscisse funesto l'essersi visto disprezzato e fuggito a Recanati: “cosa che per altro ha pregiudicato per sempre al mio carattere.„ Confessa ancora che tra le cause della sua malinconia a Roma, gran parte ha la sua “particolare costituzione morale e fisica.„ Se, anche restando a Recanati, le malattie gli danno tregua, queste tregue suscitano “qualche speranza di potermi rifare mutando vita.„ Se appena egli potesse occuparsi a suo agio negli studii, la sua disperazione sarebbe mitigata: “Dici troppo bene ch'io forse non m'accorgerei, certamente non sentirei tutta la nullità umana se potessi ancora trattenermi negli studi.„ Basta talvolta la primavera a consolarlo: “Io sento riaprirsi l'animo al ritorno della primavera, chè certo due mesi addietro ero stupido, insensato in modo, ch'io mi faceva maraviglia a me stesso, e disperava di provar più consolazione in questo mondo....„ Egli definisce anche meglio il mutamento che le mutate sue condizioni producono in lui quando si duole col Giordani perchè questi è caduto nella stessa malattia d'animo che ha afflitto lui: “dalla quale non ch'io sia veramente risorto, ma tuttavia conosco e sento che si può risorgere. E le cagioni erano quelle stesse che producono in te il medesimo effetto: debolezza somma di tutto il corpo e segnatamente de' nervi, e totale uniformità, disoccupazione e solitudine forzata, e nullità di tutta la vita. Le quali cagioni operavano ch'io non credessi ma sentissi la vanità e noia delle cose, e disperassi affatto del mondo e di me stesso. Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò sono migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter guarire, e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e necessaria.„ Basta che la sua salute risenta un poco di giovamento dal clima di Pisa, che egli non tremi più dal freddo, che possa passeggiare lungo l'Arno, che mangi con appetito, che abiti una camera a ponente, sopra un grande orto, tra buona gente; che la vita gli costi quanto la sua misera borsa gli consente di spendere, perchè tosto egli si senta rivivere, e torni a far versi, e canti il suo -Risorgimento-: Credei ch'al tutto fossero In me, sul fior degli anni, Mancati i dolci affanni Della mia prima età: I dolci affanni, i teneri Moti del cor profondo, Qualunque cosa al mondo Grato il sentir ci fa. Quante querele e lacrime Sparsi nel novo stato, Quando al mio cor gelato Prima il dolor mancò! Mancâr gli usati palpiti, L'amor mi venne meno, E irrigidito il seno Di sospirar cessò! Piansi spogliata, esanime Fatta per me la vita; La terra inaridita, Chiusa in eterno gel; Deserto il dì; la tacita Notte più sola e bruna; Spenta per me la luna, Spente le stelle in ciel. . . . . . . . . . . Tale era il suo stato: egli non aveva forza di lamentarsi, non chiedeva conforto, era immerso come in un letargo dal quale nulla riusciva a destarlo; desiderava la morte, ma gli mancava anche la forza di esprimere a sè stesso questo desiderio. A un tratto non si riconosce più: Chi dalla grave, immemore, Quiete or mi ridesta? Che virtù nova è questa, Questa che sento in me? Moti soavi, immagini, Palpiti, error beato, Per sempre a voi negato Questo mio cor non è? Siete pur voi quell'unica Luce de' giorni miei? Gli affetti ch'io perdei Nella novella età? Se al ciel, s'ai verdi margini, Ovunque il guardo mira, Tutto un dolor mi spira, Tutto un piacer mi dà. Meco ritorna a vivere La piaggia, il bosco, il monte; Parla al mio core il fonte, Meco favella il mar. Chi mi ridona il piangere Dopo cotanto obblio? E come al guardo mio Cangiato il mondo appar? Se ciò non è opera della speranza, se egli ancora si duole perchè non vedrà mai più il viso della speranza; se il suo risorgimento non è totale; se egli continua a credere che la natura sia sorda, che non sia sollecita del bene ma soltanto dell'essere, e non si curi d'altro che di serbare gli uomini al dolore; se non ha fede negli uomini nè nell'amore, bisogna accusarne la gravezza dei suoi mali, il lungo abito del dolore. Venti anni di pene fisiche e morali, di aspettazioni vane, di disinganni continui non si possono scordare perchè il nuovo clima è più dolce, perchè la nuova città è più ospitale: il parziale beneficio determina nel suo pensiero una parziale conversione: ma questo esatto proporzionarsi dell'effetto alla causa dimostra appunto come tutta la sua vita morale sia rigorosamente governata dalla sua vita reale. Il sollievo di Pisa è dipeso dalla migliorata salute; un altro egli ne prova quando il De Sinner gli promette di pubblicare in Germania i suoi scritti filologici. Disperato della gloria, basta che egli creda di poterne gustare i vantaggi perchè tosto ritorni da morte a vita: “Quel forestiero che ha veduto l'Eusebio, è un filologo tedesco al quale.... ho fatto consegna formale di tutti i miei mss. filologici, appunti, note, ecc. cominciando dal -Porphyrius-. Egli, se piacerà a Dio, li redigerà e completerà e li farà pubblicare in Germania, e me ne promette danari e gran nome. Non potete credere quanto mi abbia consolato quest'avvenimento, che per più giorni mi ha richiamato alle idee della mia prima gioventù, e che, piacendo a Dio, darà vita ed utilità a lavori immensi, ch'io già da molti anni considerava come perduti affatto, per l'impossibilità di perfezionare tali lavori in Italia, pel dispregio in cui sono tali studi tra noi e peggio pel mio stato fisico.„ Quindi la sua misantropia si tempera; egli quasi la critica: “Nessuno è sì compiutamente disingannato del mondo, nè lo conosce sì addentro, nè tanto l'ha in ira, che guardato a un tratto da esso con benignità, non se gli senta in parte riconciliato.„ Ancora meglio: “Io conobbi già un bambino il quale ogni volta che dalla madre era contrariato in qualche cosa, diceva: -ah, ho inteso, ho inteso: la mamma è cattiva-. Non con altra logica discorre intorno ai prossimi la maggior parte degli uomini, benchè non esprima il suo discorso con altrettanta semplicità.„ Pertanto, dopo averlo negato, egli stesso riconosce esplicitamente il rapporto tra le sue circostanze e le sue idee. Porfirio, discutendo con Plotino intorno alla vanità universale della quale è troppo persuaso, osserva: “E qui primieramente non mi potrai dire che questa mia proposizione non sia ragionevole: se bene io consentirò facilmente che ella in buona parte provenga da qualche mal essere corporale.„ Se queste parole non si riferiscono, come pare evidente, allo stesso Leopardi, noi troviamo che egli confessa a chiare note come la sua filosofia dipenda dalla sua esperienza. Alla sorella infatti scrive: “Direte che io vi sono sempre intorno colla filosofia; ma mi concederete che questa non mi è stata insegnata nè dai libri, ne dagli studi, nè da nessun'altra cosa, se non dall'esperienza: ed io vi esorto a questa filosofia, perchè credo che vi abbiate i miei stessi diritti e la mia stessa disposizione.„ Queste parole sono del 1823: diremo che da giovane egli concedesse quel rapporto da causa ad effetto tra le sue disgrazie e il suo pessimismo che più tardi doveva con tanto sdegno negare? La sua lettera sdegnosa al De Sinner è del '32: leggete che cosa scriveva al Bunsen nel '35, tre anni dopo, e due soli prima di morire: “Voi avete ragione che nelle mie prose la malinconia è forse eccessiva e forse anche qualche volta fa velo al giudizio. Datene la colpa parte al mio carattere, e parte all'età in cui furono scritte....„ Egli quasi vorrebbe correggerle! Il rapporto tra il pensiero e la vita è ancora nitidamente affermato più sotto: “La propria mia esperienza m'insegna che il progresso dell'età, fra i tanti cangiamenti che fa nell'uomo, altera ancora notabilmente il suo sistema di filosofia.„ Che cosa vuol dir questo, se non che la filosofia non è un prodotto puro della ragione astratta, ma il risultato necessario della pratica delle cose? Egli osserva pure come sia erroneo l'attribuire a cause esteriori e reali ciò che dipende soltanto dall'intima nostra natura; i vecchi, per esempio, “riuscendo il freddo all'età loro assai più molesto che in gioventù, credono avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell'aria o nella terra.„ Altrettanto non accade in lui, quando, per tutte le sue sciagure, afferma l'infelicità necessaria e universale? Tuttavia, se per tante prove e per sua stessa confessione la dipendenza delle fasi del suo pensiero dai casi della sua vita è innegabile, che cosa faremo delle proteste che egli pure fieramente lanciò? Perchè protestò talvolta? Perchè non riconobbe sempre che tale egli fu quale doveva essere? Perchè negò l'efficacia dell'esperienza e riconobbe soltanto quella della ragione? Il perchè non è difficile da trovare. Ammettendo senz'altro che dall'esperienza, dalle circostanze esteriori ed intime tra le quali la sua vita si svolse nascesse la sua filosofia, che valore avrebbe essa avuto? Si sarebbe ridotta a un giudizio particolare, a un'opinione personale, a un'impressione fortuita: nessuno le avrebbe dato credito. Se egli voleva -- e per la legge dell'amor proprio doveva volere -- che fosse appresa come una cosa seria, come un'espressione della verità, doveva necessariamente negarne le cause reali ed affermarne soltanto l'origine razionale. Anche concedendo, come fece a proposito di Bruto, che la disperazione può dipendere dalle calamità, egli doveva presumere che l'ispirazione della calamità “ha forza di rivelare all'animo nostro quasi un'altra terra, e persuaderlo vivamente di cose tali, che bisogna poi lungo tempo a fare che la ragione le trovi da sè medesima„; e che l'effetto della calamità “si rassomiglia al furore dei poeti lirici, che d'un'occhiata scuoprono tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di molti secoli.„ E poi: non è una cosa sciagurata che il pensiero umano, che questo nostro giudizio del quale siamo tanto superbi, pel quale ci siamo collocati sul vertice della vita, sia così rigorosamente determinato da cause sulle quali nulla possiamo, sia quasi come un frutto a formare il quale hanno contribuito la specie della pianta, la natura del terreno e l'ordine delle meteore? Non è doloroso, non è male che la nostra mente non possa operare libera e sola, che il nostro giudizio non sia indipendente e sovrano? Il Leopardi intende questa necessità, e se talvolta la nega, la negazione non è altro che una forma di ribellione. Nè, da un'altra parte, il suo pensiero fu realmente tutto determinato dai soli casi della sua vita, dalle “circostanze materiali„ dalle “sofferenze particolari„ dalle “malattie.„ Noi possiamo trovare nelle storie esempii di vite più infelici ancora di quella del Recanatese, senza che per questo i disgraziati abbiano tutto negato; ne troveremo molti che si sono contentati, che si sono confortati; qualcuno anche che ha riso d'un riso schietto. Ma l'esperienza del dolore è acquistata, nel Leopardi, da uno spirito inquieto la cui inquietudine è cresciuta per effetto dell'educazione. Già vedemmo che il colore del tempo nel quale egli visse fu grigio. Nel suo dolore e nel suo pessimismo sono pertanto da distinguere due gradi, ed egli stesso li distingue. Quando dice che vive “malinconico, solitario e tristo„, quando scrive: “Non so perchè, ma mi trovo in una malinconia che cresce ogni giorno„; quando loda la noia e i “dolci affanni„, quando narra che aver pianto a Roma sulla tomba del Tasso è l'unico “-piacere-„ che abbia gustato nella città eterna; quando compone il -Passero solitario-, -L'Infinito-, -La sera del dì di festa-, -Alla Luna-, -Consalvo-, le poesie idilliache, elegiache, dove la tristezza è composta, dove il dolore è indefinito, egli è un romantico come tutti gli altri. I disinganni inevitabili ai troppo immaginosi, le ferite inevitabili ai troppo sensibili, l'esperienza di alcuni dolori reali, gli avrebbero fatto esprimere quella malinconia diffusa, quasi grata, quasi soddisfatta di sè stessa, che i poeti e i novellieri e i filosofi del suo tempo espressero concordemente. Egli sa che c'è, ed ha realmente provata la malinconia dolce e grata; ma perchè i suoi dolori non ebbero limite, perchè lo perseguitarono sino alla morte, perchè egli non potè godere, questo sentimento che è come “un crepuscolo„ dà luogo alla malinconia “nera e solida„ che è “notte fittissima e orribile.„ Guardate il dolente Chateaubriand: non ebbe egli i suoi piaceri, le sue fortune, i suoi trionfi? Il suo pessimismo è pertanto temperato. Un giorno egli scrive: “Ne désirons point survivre à nos cendres, mourons tout entiers de peur de souffrir ailleurs. Cette vie-ci doit corriger de la manie d'être.„ Non è la stessa idea che informa tanta parte degli scritti del Leopardi? Ma lo Chateaubriand, se arriva a concepirla, non la svolge, non la estende, non la sostiene, non ne fa un articolo della sua fede; non la mette neppure in un libro, l'annota in un manoscritto pubblicato dopo la sua morte; fate che, dopo averla concepita, le sventure d'ogni sorta lo perseguitino ogni giorno e lo schiaccino: egli vi tornerà sopra, la svilupperà, l'affermerà -- come ha fatto Giacomo Leopardi. Noi già notammo che questi non stima sempre bella e buona la morte: perchè dunque la giudica “atra„, perchè la chiama “abisso orrido, immenso?„ Perchè si duole che la vecchiezza e la morte abbiano principio fin da quando il labbro infante Preme il tenero sen che vita instilla, e non si possano emendare dalla Nonadecima età più che potesse La decima o la nona, e non potranno Più di questa giammai l'età future? Se egli fosse costantemente persuaso che la morte è un bene, il solo bene, si dorrebbe così? Se si duole, ciò è perchè non sempre il suo pensiero è tutto ottenebrato: vi sono momenti durante i quali egli pensa che la morte è un male, il peggiore, con la vecchiezza che menoma le potenze vitali delle creature; e pertanto che la vita è un bene vero; che la vita dei giovani, calda, operosa, feconda, dischiusa a tutte le impressioni della natura, confusa nel gran torrente della vita universale, è il bene sommo, il miracolo dell'universo. E non solo il rigore spaventoso del suo destino gli vieta di fermarsi in questi concetti perchè brutalmente interrompe le sue tregue; non solo l'esempio di tanti dolenti lo conferma nella sua tristezza; ma la stessa disposizione della sua mente lo conduce alla negazione assoluta. Forse, attenuate le sue disgrazie, il suo pessimismo non si sarebbe attenuato in proporzione. Avendo cominciato a considerare la miseria del mondo e la vanità delle cose, egli sarebbe arrivato, con minore esperienza del dolore, a conclusioni non molto diverse. Per l'acutezza della sua sensibilità egli doveva naturalmente esprimere un giudizio disperato ad ogni impressione dolorosa; ma egli non era soltanto sensibile, era anche riflessivo. Noi trovammo in lui un potente spirito filosofico, l'attitudine, l'abitudine, il bisogno di procedere dal noto all'ignoto, dal particolare al generale, dal fatto alla legge. Una mente così logica non poteva credere che il dolore del quale egli era vittima fosse un'eccezione, una rarità, una cosa tutta fortuita; se l'uomo, se il poeta gli si ribellavano -- come si ribellarono tante volte -- il filosofo doveva vedervi un fatto naturale, necessario; e del fatto accertato doveva indagare la cagione, e trovarla in una legge. Il filosofo, vedendo l'uomo penare, doveva guardarsi attorno per considerare se queste pene fossero realmente singolari, se agli altri uomini fossero proprio sconosciute; e osservando la vita e leggendo le storie doveva scoprire che, esacerbato in lui, il dolore è retaggio di ogni uomo. Egli udì i lamenti esalare dagli oppressi petti dei suoi simili, in ogni tempo, in ogni luogo. Intorno a lui egli trovò altrettanti fratelli in tutti i romantici. Classico, seppe che gli antichi erano assuefatti a credere “che le cose fossero cose e non ombre„ e la felicità “possibilissima a conseguire, anzi propria dell'uomo.„ Ma se la visione della vita e del mondo fu un tempo generalmente luminosa e serena, non per questo mancò l'esperienza del dolore. Anche gli antichi sentirono quel che c'è d'incompiuto, di manchevole, d'incerto nel destino umano, e conobbero l'enormità del fato che ci sovrasta, e non furono esenti dalle lacrime; così il Leopardi discoprì nella invidiata serenità dell'ideale pagano le ombre che la velano; e discopertele affermò l'universalità del dolore. Ecco: “il saggio Chirone, che era dio, coll'andar del tempo si annoiò della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì.... Or pensa, se l'immortalità incresce agli Dei, che farebbe agli uomini.... Gl'Iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, nè per terra nè per acqua; ricchi d'ogni bene; e specialmente di bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe; potendo, se io non m'inganno, essere immortali, perchè non hanno infermità nè fatiche nè guerre nè discordie nè carestie nè vizi nè colpe, contuttociò muoion tutti: perchè, in capo a mille anni di vita, o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano.„ Ancora: “Bitone e Cleobi fratelli, un giorno di festa, che non erano in pronto le mule, essendo sottentrati al carro della madre, sacerdotessa di Giunone, e condottala al tempio; quella supplicò la dea che rimunerasse la pietà de' figliuoli col maggior bene che possa cadere negli uomini. Giunone, invece di farli immortali, come avrebbe potuto, e allora si costumava; fece che l'uno e l'altro pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il simile toccò ad Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, fecero istanza ad Apollo che li pagasse: il quale rispose volerli soddisfare fra sette giorni; in questo mezzo attendessero a far gozzoviglia a loro spese. La settima notte mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s'hanno a svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga....„ Se favole simili dimostrano che la morte non è un male, ma il premio più insigne; hanno i filosofi antichi espresso molta fede nella vita? Seneca “non trova contro al timore altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere.„ Il consiglio di Senofonte significa che il godimento dei beni è poco grato se manca la speranza di maggiori beni futuri: “consiglia che avendosi a comperare un terreno, si compri di quelli che sono male coltivati; perchè, dice, un terreno che non è per darti più frutto di quello che dà, non ti rallegra tanto, quanto farebbe se tu lo vedessi andare di bene in meglio....„ Ma questa aspettazione dei beni, questa ricerca della felicità, come è oggi causa dei più amari disinganni, così era giudicata anticamente: secondo Bione boristenite “i più travagliati di tutti sono quelli che cercano le maggiori felicità.„ Bruto giudicò la virtù “una parola nuda„, Teofrasto negò la gloria e disse che la morte sopravviene non appena l'uomo comincia a vivere; gli stoici insegnarono che per ottenere la felicità non c'è altra via che rinunziarla; Virgilio “contro l'uso dei Romani antichi, e massimamente di quelli d'ingegno grande, si professa desideroso della vita oscura e solitaria; e questo in una cotal guisa, che si può comprendere che egli vi è sforzato dalla sua natura, anzi che inclinato; e che l'ama più come rimedio o rifugio, che come bene.„ Ma come enumerare tutti gli antichi dolenti? Tristano, vedendo rifiutata da tutti la sua filosofia dolorosa, crederà che sia di sua propria invenzione: “ma poi, ripensando, mi ricordai ch'ella era tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità umana; e chi di loro dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore in giovinezza; ed altri altre cose infinite su questo andare.„ E se Porfirio pensa di uccidersi, non trova forse antichi esempi di uomini che vollero morire “per tedio solamente, e per sazietà dello stato proprio.... quali erano coloro che udito Egesia, filosofo cirenaico, recitare quelle sue lezioni sulla miseria della vita; uscendo dalla scuola andavano e si uccidevano; onde esso Egesia fu detto per soprannome -il persuasor di morire-?...„ Certamente gli antichi lodarono anche moltissimo la vita; come la lodano anche i moderni: ad ora ad ora il pianto cessa, gli occhi brillano, i canti di gioia riecheggiano; ma che cosa concludere? Che vi sono due leggi, una del dolore, un'altra del piacere? Le leggi particolari sono molte; ma dev'essercene pure una generale, universale, la legge delle leggi, la chiave del mistero. L'appetito di scienza che è in Leopardi filosofo non resta appagato se dalle leggi particolari egli non assorge all'ultima, o alla prima, all'unica certamente dalla quale tutte le altre dipendono. Ma questa verità fondamentale nessun uomo l'ha scoperta, nessun uomo la può scoprire; guardate: se uno s'affanna troppo a cercarla, la scienza moderna lo chiama pazzo, lo giudica affetto da follia metafisica!... Tale è veramente la condizione dell'intelletto umano: che esso, o deve rinunziare a comprendere tutta quanta la verità, o deve appagarsi di una verità non tutta vera. Il Leopardi passa dalla considerazione del proprio dolore a quello degli altri uomini, dei vivi e dei morti; logicamente collega tutti i fatti che lo dimostrano; da filosofo segue “indefessamente con l'occhio dell'intelletto un ordine di verità connesse tra loro a mano a mano„, ed arriva alla legge del dolore universale, necessario, eterno, infinito, inconsolabile. Ma egli pur sente d'avere esagerato. La sua teoria non è equa, come non sono state eque tutte le altre d'invenzione umana; ed egli stesso implicitamente lo riconosce. Filippo Ottonieri “stimava che una buona parte degli uomini, antichi e moderni, che sono riputati grandi o straordinari, conseguirono questa riputazione in virtù principalmente dell'eccesso di qualche loro qualità sopra le altre. E che uno in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra loro; se bene elle fossero o straordinarie o grandi oltre modo, possa con difficoltà far cose degne dell'uno o dell'altro titolo, ed apparire ai presenti o ai futuri nè grande nè straordinario.„ Un uomo veramente, esattamente equilibrato, che volesse e sapesse tenere conto preciso di tutto, non solo non farebbe cose grandi o straordinarie, ma non ne farebbe neppur piccole, non farebbe niente. Tutti i nostri giudizii sono parziali, partigiani, appassionati, monchi; ma chi si spaventasse di questa necessità dovrebbe continuamente tacere. Poichè il silenzio continuo e la rinunzia totale sono impossibili in qualunque uomo, e più che impossibili, assurdi in un ingegno, in un genio come Giacomo Leopardi, questi formulerà postulati dei quali, mentre l'amor proprio vuole che si riconosca l'esattezza, la ragione denunzia inconsapevolmente l'esagerazione, perciò la falsità. Tutte le volte -- e come vedemmo non sono poche -- che egli riconosce il nesso tra la sua vita e la sua filosofia, non viene a dire, indirettamente, che la sua filosofia sarebbe diversa se egli avesse avuto un altro destino? E questo nesso che c'è in lui, non c'è in ogni uomo? Quindi tutte le filosofie non sono relative e, per qualche lato, false? Egli che ha fatto tante distinzioni tra uomini ed uomini e che si è tanto lagnato del proprio destino, afferma pure “questa massima riconosciuta da tutti i filosofi, la quale ti potrà consolare in molte occorrenze; ed è che la felicità e l'infelicità di ciascun uomo (esclusi i dolori del corpo) è assolutamente eguale a quella di ciascun altro, in qualunque condizione o situazione si trovi questo o quello. E perciò, esattamente parlando, tanto gode e tanto pena il povero, il vecchio, il debole, il brutto, l'ignorante, quanto il ricco, il giovane, il forte, il bello, il dotto: perchè ciascuno nel suo stato si fabbrica i suoi beni e i suoi mali; e la somma dei beni e dei mali che ciascun uomo si può fabbricare è uguale a quella che si fabbrica qualunque altro.„ Ma, come abbiamo visto che lo Chateaubriand non mette nelle sue opere la sentenza disperatissima sulla necessità della morte totale senza speranza di vita futura, così il Leopardi non sviluppa nei suoi scritti il più equo e consolante giudizio: lo esprime soltanto in una lettera alla sorella. Una critica meschina ed arrogante ardisce cogliere in fallo queste grandi anime, e presume di veder meglio di loro e più a dentro. Esse vedono e sanno tutto; ma naturalmente tutti i concetti non sono e non possono essere concordi; e fra i moltissimi bisogna pure scegliere. Il Leopardi ha visto prima che i suoi censori quel che si può e si deve dire contro la sua filosofia disperata; leggete il suo epistolario: vedrete che egli vi appare meno pessimista che non nelle opere. Certo l'esagerazione è biasimevole; ma non è altrettanto necessaria? Ecco: per il suo bisogno di risolvere i formidabili enimmi della vita e della morte lo hanno giudicato infermo di follia metafisica; se egli avesse temperato il suo pessimismo, se avesse dato forza agli argomenti con i quali sente di poterlo combattere, avrebbero provato che in lui c'è anche la follia del dubbio. Per fortuna questa accusa almeno non gli può esser mossa. Non ostante le contraddizioni inevitabili, egli non dubita. È un appassionato, un operoso ridotto contro sua voglia a discutere, ma inconsolabile per essersi dovuto restringere ai semplici ragionamenti; tutta la forza della sua volontà è concentrata nella sua fede -- negativa, ma incrollabile. Nel negare, egli mette lo slancio mistico dei suoi pii antenati. Non che dubitare della sua credenza al rovescio, egli l'afferma vivacemente, e sdegnosamente protesta contro chi ne vuol scemare il valore, riducendola a un effetto dei suoi dolori. E non ha torto: la sua filosofia, se è derivata dall'esperienza, è anche scaturita dalla ragione. Ma un pessimismo soltanto filosofico e speculativo interesserebbe i pensatori, lasciando freddi tutti gli altri. Il pessimismo del Leopardi non è freddo, perchè il filosofo è accompagnato in lui dal poeta; e non è falso, perchè la speculazione è accompagnata dall'esperienza. Il filosofo che nega è anche un uomo che soffre. Perciò egli fu, è e sarà sempre creduto. Egli fu, è e sarà sempre ammirato perchè ha saputo definire tutti gli aspetti del dolore umano con una forma che eccita il più grande, il più puro, il più raro piacere. -- Questo pessimismo suo, quantunque sembri totale e insanabile, ammette un temperamento ed offre un conforto. Egli preferisce la morte alla vita; ma la morte non consola la vita, la distrugge: la consolazione è nell'Arte. Per quella stessa ragione che la gioventù e l'amore sono le sole cose delle quali egli si loderebbe, l'arte è la sua consolazione. Amore e gioventù vivono di amene illusioni, che la vita pur troppo distrugge: l'arte crea tutto un mondo ideale contro il quale la realtà non può nulla: in mezzo alle peggiori disgrazie, tra i disinganni più atroci, l'artista può rifugiarvisi. Ed egli vi si rifugia. La sua gioventù è finita prima di cominciare; nessuna donna lo ha amato; i mali lo assediano; ma il suo pensiero vive ed opera ad ora ad ora, e l'arte gli concede tutte le sue grazie. Essa è per lui divina. Giudicata “inevitabile„ l'umana infelicità, egli trova un conforto negli “studi del bello.„ Se la vita degli uomini è tutto un ozio perchè tutto è vanità, l'arte, che pare esercitarsi intorno a cose vane, è invece la sola attività utile, perchè essa sola compensa la tristezza della realtà con la letizia delle fantasie. Questo è un invertimento del giudizio comune: che importa, se l'infelice ottiene per esso un sollievo e si riconcilia con la vita e quasi benedice quella natura che aveva già maledetta? FINE. INDICE PARTE PRIMA. L'UOMO. -L'indole:-I. Il sentimento poetico Pag.1 II. Lo spirito filosofico 11 -L'educazione:- Classicismo e romanticismo23 -L'esperienza:- I. La salute 52 II. L'amore 65 III. La famiglia94 IV. La patria 152 V. La gloria 177 PARTE SECONDA. IL PENSIERO. -Il pessimismo:- I. L'illusione 193 II. La misantropia 212 III. Lo scetticismo 224 IV. La morte 237 -L'ironia- 245 EPILOGO 278 OPERE DI FEDERICO DE ROBERTO (Edizioni Treves). -Le donne, i cavalier'-.... Edizione di lusso, in-8, illustrata da 100 incisioni L. 12 -- -I Vicerè-, romanzo. 2 vol.10 -- -Una pagina della storia dell'amore- 3 50 -L'illusione-, romanzo3 50 -La sorte-, novelle3 50 -La messa di nozze-, romanzo5 -- -L'albero della scienza-, novelle 4 -- -Al rombo del cannone-5 -- -All'ombra dell'olivo-6 -- -Ironie-, novelle 4 -- -Leopardi-7 -- Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788