“che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione
e di distruzione,„ e che la stessa terra e gli stessi soli “dovranno
venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio.„
Altri mondi sorgeranno, altre creature nasceranno delle quali nulla
si può predire; ma questa nostra progenie, non che perfezionarsi
col tempo, dovrà probabilmente perire dei suoi proprii vizii. La
disperata fantasia del Leopardi prevede che gli uomini mancheranno
“parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi
l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte
infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte
gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte
le vie di far contro la propria natura e di capitar male.„ Egli non
si può pertanto “dilettare e pascere di certe buone aspettative, come
veggo fare a molti filosofi in questo secolo„; e la sua disperazione è
“intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza.„
III.
LO SCETTICISMO.
Pure, disperando di tutto, non credendo ai piaceri dei sensi, alle
gioie dell'amore, ai premii della gloria, alla consolazione della
famiglia, alla bontà dei simili, alla possibilità del progresso;
resta ancora un'àncora, la più salda: Dio. Quei beni che il mondo
nega possono essere a usura compensati dal cielo; se il corpo umano
e la stessa terra che lo sostiene sono condannati a perire, una vita
immortale può sorridere all'anima. La fede è l'ultimo rifugio.
Ma la fede dev'essere cieca, e lo spirito indagatore la distrugge. Fin
dai primi anni della sua vita morale, quando gl'insegnamenti paterni
erano ancora da lui ascoltati, quando la pietà cristiana ereditata
dalla nascita, succhiata col latte, era in lui fervida, il Leopardi
cominciò, se non a dubitare, a discutere. Nel suo studio sugli -Errori
popolari degli antichi- egli esaminò prima degli altri i molti che
si riferiscono alla Divinità; ma ciò che al moderno, al cristiano,
sembrava errore, fu pure la credenza di quegli antichi Padri dei quali
egli doveva più tardi invidiare la sorte! Se gli uomini s'ingannarono
una volta, chi assicura che non si possono ingannare ancora? Egli quasi
presentiva questa conseguenza della sua critica, quando s'ingegnava
di distinguere la superstizione dalla religione e la credulità dalla
fede. “La superstizione, dice Teofrasto, è un timore mal regolato
della Divinità. Questa definizione non conviene all'uopo nostro. Più
opportuna è quella di un moderno: La superstizione è un abuso della
Religione nato dall'ignoranza. Avrebbe potuto dire: è un effetto
dell'ignoranza di chi pratica la religione.„ Egli così si studia di
dimostrare a sè stesso la ragionevolezza dell'esame. “Il volgo è
naturalmente religioso. Questa qualità è ottima. Ma quasi nessuna
delle buone qualità del volgo si contiene dentro i suoi limiti, e
tutto ciò che eccede i suoi limiti è cattivo in quanto li eccede. La
sola scienza può fissare il punto preciso, oltre il quale non debbono
estendersi gli effetti di una virtù, o di una prevenzione giusta
ed opportuna. È impossibile che l'ignoranza conosca questo punto, e
per conseguenza è quasi impossibile che le stesse buone qualità del
volgo non producano qualche cattivo effetto. La Religione ha prodotta
la superstizione; e poichè il male che nasce da un gran bene suol
essere grande ancor esso, è evidente che la superstizione deve essere
un male considerabilissimo, poichè la Religione è il più grande di
tutti i beni, ed essa corrompe la Religione. Il rispetto giustissimo,
che si ha per questa augusta madre della umanità, applicato a cose
chimeriche, rende difficilissimo al saggio il guarire i popoli dalla
superstizione. Massime erronee si venerano come quelle che insegna la
più pura delle dottrine, si vuole che esse facciano causa commune colla
Religione, e si crederebbe, rigettando quelle, mancare a questa. Il
popolo reputa empio chi disprezza l'oggetto delle sue superstizioni:
un uomo nemico dei pregiudizii è, secondo lui, un irreligioso.„ Non
potrebbe darsi che il popolo avesse ragione? Per creder bene non
bisogna credere tutto? Quando il dubbio comincia, chi può dire dove
si arresterà? Egli si sdegna perchè “il nome di Filosofo è divenuto
odioso alla più sana parte degli uomini. Ormai esso non significa
più che infedele.„ Ma quest'effetto non è purtroppo naturale? Non si
produrrà, non è sul punto di prodursi anche in lui? Per ora egli se
ne sdegna, e tenta rassicurarsi, e scioglie un inno alla fede nella
quale è nato: “Sì, dice Bacone, una tintura di filosofia allontana
gli uomini dalla Religione. Verità terribile, ma della quale possiamo
consolarci con ciò che soggiunge quel gran conoscitore dello spirito
umano: una cognizione soda della filosofia li riconduce al suo seno.
Religione amabilissima! è pur dolce poter terminare col parlar di te
ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi
tutto giorno; è pur dolce poter concludere con animo fermo e sicuro,
che non è filosofo chi non ti segue e non ti rispetta, e non v'ha chi
ti segua e ti rispetti che non sia filosofo. Oso pur dire che non ha
cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor tenero, che soddisfa e
rapisce; che non conosce le estasi in cui getta una meditazione soave
e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare
verso l'oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Comparendo nella
notte dell'ignoranza, tu hai fulminato l'errore, tu hai assicurata alla
ragione e alla verità una sede che non perderanno giammai. Tu vivrai
sempre, e l'errore non vivrà mai teco. Quando esso ci assalirà, quando
coprendoci gli occhi con una mano tenebrosa minaccerà di sprofondarci
negli abissi oscuri che l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi,
noi ci volgeremo a te, e troveremo la verità sotto il tuo manto.
L'errore fuggirà come il lupo della montagna inseguito dal pastore, e
la tua mano ci condurrà alla salvezza.„
Dalla stessa osservazione del dolore umano egli trae, nei primi tempi,
la prova di una vita futura: “Tutto è o può essere contento di sè
stesso, eccetto l'uomo; il che mostra che la sua esistenza non si
limita a questo mondo, come quella dell'altre cose.„ E della gravezza
di questo dolore egli chiama testimonio Dio. “Tu sapevi già tutto ab
eterno„ dice al Redentore, “ma permetti alla immaginazione umana che
noi ti consideriamo come più intimo testimonio delle nostre miserie.
Tu hai provata questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu
hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro.... Pietà di
tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell'uomo
infelicissimo, di quello che hai veduto, pietà del genere tuo, poichè
hai voluto aver comune la stirpe con noi, esser uomo ancor tu.... Ora
vo' da speme a speme, e mi scordo di te, benchè sempre deluso.... Tempo
verrà ch'io, non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui
ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte, e allora ricorrerò
a te. Abbi allora misericordia....„ Ed alla Madre di Dio: “È vero che
siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici! È vero
che questa vita e questi mali sono brevi e nulli; ma noi pure siam
piccoli, e ci riescono insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi
pietà di tante miserie....„
Nutrito di cultura classica, egli è meglio di tanti altri in grado di
conoscere per quali caratteri la predicazione cristiana si distingue
dalle credenze pagane. “Gesù Cristo fu il primo che distintamente
additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte,
detrattore e persecutore di tutte le vere; quell'avversario d'ogni
grandezza intrinseca e veramente propria dell'uomo; derisore d'ogni
sentimento alto, se non lo crede falso, d'ogni affetto dolce, se lo
crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore
degl'infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo....
Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi
chiamiamo società o mondo, non si trova mai considerata nè mostrata
risolutamente come nemica della virtù, nè come certa corruttrice d'ogni
buona indole, e d'ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è
un concetto, per quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni,
anche profani, tanto o poco meno sconosciuto dagli antichi.„ Di questo
concetto pochi al pari di lui apprezzeranno l'esattezza; la sua propria
esperienza non glie l'ha dimostrata, quando invece dell'aiuto e dei
premii ai quali aveva diritto, non ha trovato altro che trascuranza e
derisione?... Ma il carattere più segnalato del cristianesimo, l'idea
fondamentale che lo distingue dall'idea pagana, è una sfiducia del
mondo più larga, più profonda; è la disperazione di trovar mai la
felicità sulla terra. E se la religione di Gesù dice che questa terra
è una valle di lacrime, che i beni di questo mondo sono nulla, chi
meglio del Leopardi, la cui vita è tutta una croce, potrà intenderla?
Chi più totalmente di lui comprenderà questa sfiducia di poter trovare
la felicità nello stato umano?... Ma la stessa enormità del dolore che
gli fa intendere la verità predicata dal figlio di Dio, lo distacca
ultimamente dalla fede: “S'ingannano a ogni modo coloro i quali
stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e
dalle cose commesse contro gli Dei; ma per lo contrario non d'altronde
ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.„ Il
suo spirito indagatore vuol sapere il perchè del dolore. Se la vita
è un circolo di creazione e distruzione continue, e se “quel che è
distrutto, patisce; e quel che distrugge non gode, e a poco andare è
distrutto medesimamente; dimmi tu,„ chiede l'Islandese alla Natura,
“quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova
cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con
morte di tutte le cose?...„ L'asiatico Pastore errante canta, rivolto
alla luna:
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir della terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
Ma se l'immortale giovanetta conosce il tutto, egli, il semplice
pastore, il cantore dolente, dice guardando il cielo, considerando sè
stesso:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? Che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io chi sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia,
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so....
Egli non sa null'altro fuorchè il suo dolore. E disperatamente Saffo
chiede il perchè del dolore suo proprio:
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatti è la vita, onde poi scemo
Di giovinezza, e disfiorato, al fuso
Dell'indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame?
Un arcano consiglio muove gli eventi: nessuno risponde all'incauta
domanda:
Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De' celesti si posa.
Bruto non conosce questa rassegnazione; egli si sdegna e si ribella:
A voi, marmorei numi,
(Se numi avete in Flegetonte albergo
O su le nubi) a voi ludibrio e scherno
È la prole infelice....
Forse i travagli nostri, e forse il cielo
I casi acerbi e gl'infelici affetti
Giocondo agli ozii suoi spettacol pose?
Ma a nulla vale lo sdegno come a nulla vale la rassegnazione: i destini
umani si compiono in mezzo al silenzio delle cose, all'indifferenza
della natura: la luna versa immutato il suo raggio sui campi delle
battaglie che mutano la faccia delle nazioni,
e non le tinte glebe,
Non gli ululati spechi
Turbò nostra sciagura,
Nè scolorò le stelle umana cura.
“Imaginavi tu forse„, chiede la Natura all'Islandese, “che il mondo
fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli
ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi
ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o
all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual
si sia mezzo, io non me ne avveggo, se non rarissime volte: come,
ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho
fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni,
per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di
estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.„ E la ragione
riconoscerà anche la giustezza di questo argomento; ma ne sarà forse
lenito il dolore, o sarà reso più sopportabile? La ragione risponderà:
“Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa,
con grande istanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse
dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in
continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento
e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in
alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena
mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò
mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi
figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi
mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa
per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per
tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di
farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome
tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di
non invitarmici. Ma poichè spontaneamente hai voluto che io ci dimori,
non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo
potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico
ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini.
Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per
tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo
universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia?
Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non
potevo sconsentirlo nè ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi
hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto
e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia
tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia?....„
Così egli dibatte il formidabile enimma; ma tutte le domande restano
senza risposta, tutti i ragionamenti si spuntano contro il ferrato
mistero, tutti i gridi del dolore vanamente si perdono. Aspetti
la morte: egli vedrà allora la faccia della verità. Ma perchè ciò
avvenga, bisogna che, dopo morto, egli pur viva d'un'altra specie
di vita! E non vuole. La morte, sì; purchè sia la fine totale, il
nulla. L'aspettazione della morte, dice Porfirio, “sarebbe un conforto
dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori„; ma egli si duole
di Platone che ha tolto da questo pensiero ogni dolcezza, anzi lo ha
reso il più amaro di tutti, col dubbio terribile che la vita dell'anima
continui oltre tomba. Il dubbio di questa vita avvenire turba, non
conforta, la vita presente; “e non sì potendo questo dubbio in alcun
modo sciorre, nè le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati
per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la
morte piena d'affanno e più misera che la vita.„ Dovunque è mistero e
terrore. Se le mummie del Ruysch una notte si destano, se riacquistano
tanto di vitalità da pensare e parlare, dicono che hanno paura della
vita come, vivendo, ne avevano della morte:
Come da morte
Vivendo rifuggìa, così rifugge
Dalla fiamma vitale
Nostra ignuda natura;
Lieta no, ma sicura,
Però ch'esser beato
Nega ai mortali e nega ai morti il fato.
Non bisogna dunque destarsi. Il sonno, il sonno profondo, senza sogni,
senza coscienza dell'essere, è la sola condizione felice. Quando la
Terra e la Luna fanno strepito contendendo, la Terra pietosamente non
vuol spaventare i suoi abitatori nè rompere il loro sonno, “che è il
maggior bene che abbiano.„ Il sonno continuo di tutte le cose sarebbe
preferibile alla vita. “Se il sonno dei mortali fosse perpetuo,„
canta il Gallo silvestre, “ed una cosa medesima colla vita; se sotto
l'astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i
viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati,
nè strepito di fiere per le foreste, nè canto di uccelli per l'aria, nè
susurro d'api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non
moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse
in alcuna banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si
troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non
vi si trova?„ E se il sonno è necessario, esso dimostra la malignità
della veglia. “Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad
ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, ristorarsi con un
gusto e quasi con una particella di morte.„
IV.
LA MORTE.
La morte sarà pertanto il rimedio radicale e la conclusione ultima.
La felicità pareva lo scopo dell'esistenza; ma non fu raggiunta nè
dall'individuo nè dal consorzio umano; non fu raggiunta subito, nè sarà
raggiunta in avvenire, col progresso; non fu raggiunta in terra, nè
sarà raggiunta in un altro mondo. Perchè dunque le creature aprono gli
occhi alla luce? Che cosa è questa vita?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Questo è il quadro della vita mortale. Finite le speranze di felicità,
spente le illusioni, null'altro resta fuorchè la morte:
Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m'avanza,
canta l'infelice Lesbiana; e Silvia miseramente cade all'apparir del
vero. Quando l'uomo è giovane, quando può sperare, la vita è luminosa;
ma dopo, tosto che la verità è conosciuta,
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l'altre etadi oscura
Segno poser gli Dei la sepoltura.
Ma parlare della morte con questo tono dolente, chiamarla abisso
“orrido, immenso„, è ancora in certo modo come lodare la vita. Questa
morte non è un vero rimedio, non è una cosa veramente lodevole, se egli
la loda ironicamente:
Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor; beata
Se te d'ogni dolor morte risana.
Per adoperare questo tono, bisogna che l'illusione non sia ancora
finita, che una qualche fede sussista. Se morire non è un vero bene,
bisogna che il bene consista in qualche altra cosa. Non si trovò
in nessun luogo, in nessun tempo, in nessun concetto; ma l'appetito
della felicità non è ancora morto; si spera ancora, non si sa come,
non si sa in che cosa, irragionevolmente. Perchè la ragione trionfi,
bisogna dar torto all'istinto della felicità che si ribella alla
morte; e riconoscere che l'istinto è un fenomeno transitorio, e che la
morte è il fenomeno permanente, il vero, il solo, l'ultimo fine della
vita. Poichè tutti gli altri, tutti insino ad uno, si dimostrarono
fallaci, la morte sarà lo scopo reale, l'unica meta, la ragione stessa
dell'esistenza. Ed il Leopardi arriva a questa conclusione logica,
l'accetta pienamente quando dice che le creature “ingegnandosi,
adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non
s'affaticano se non per giungere a questo solo intento della natura„;
quando afferma che proprio ed unico obbietto delle cose è il morire:
esse anzi sono state create per essere distrutte, perchè la legge della
distruzione si potesse mantenere: “non potendo morire quel che non era,
perciò dal nulla scaturirono le cose che sono.„
Come parrà allora stolto e funesto lo studio di prolungare la vita!
“Non solo io non mi curo dell'immortalità„, dice il Metafisico al
Fisico, “e sono contento di lasciarla ai pesci; ai quali la dona il
Leeuwenhoek, purchè non siano mangiati dagli uomini o dalle balene;
ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro
corpo per allungare la vita come propone il Maupertuis, io vorrei che
la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla
misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice
che i più vecchi non passano l'età di un giorno, e contuttociò muoiono
bisavoli e trisavoli„. Per un momento, non solo la vita degli efimeri,
ma quella di qualunque animale gli parrà preferibile alla umana; gli
animali non raggiungono la felicità, ma passano il tempo meglio di noi,
unicamente occupati di ciò che loro occorre:
De' bruti
La progenie infinita, a cui pur solo,
Nè men vano che a noi, vive nel petto
Desìo d'esser beati; a quello intenta
Che a lor vita è mestier, di noi men tristo
Condur si scopre e men gravoso il tempo
Nè la lentezza accagionar dell'ore.
Anche il Pastore canterà:
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato....
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Tosto però egli s'accorge che questa sua opinione può dipendere da un
inganno:
O forse erra dal vero
Mirando all'altrui sorte il mio pensiero;
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.
Certo dell'inganno, il Leopardi ritorna alla verità disperata:
Non altro in somma
Fuorchè infelice, in qualsivoglia tempo,
E non pur ne' civili ordini e modi,
Ma della vita in tutte l'altre parti,
Per essenza insanabile, e per legge
Universal che terra e cielo abbraccia,
Ogni nato sarà.
Se il vivere è funesto a tutti, il non vivere sarà preferibile:
Mai non veder la luce
Era, credo, il miglior....
Quindi la morte non sarà temuta, ma preferita e lodata come il “maggior
bene dell'uomo„; e desiderata e cercata:
In cielo,
In terra amico agli infelici alcuno
E rifugio non resta altro che il ferro;
e se altri, sdegnando gli anni suoi vuoti e odiando la luce, non si
uccide,
al duro morso
Della brama insanabile che invano
Felicità richiede, esso da tutti
Lati cercando, mille inefficaci
Medicine procaccia, onde quell'una
Cui natura apprestò, mal si compensa.
Ma Saffo si dà la morte:
Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi.
Come ella morendo corregge il male del quale fu vittima, così Bruto
uccidendosi sfida l'iniqua potenza che lo ha sopraffatto. Egli invidia
gli animali non solo perchè arrivano alla morte senza prevederla, cioè
senza nè temerla nè desiderarla, ma anche perchè, volendo uccidersi,
nessuno lo vieterebbe loro:
A voi, fra quante
Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
Figli di Prometeo, la vita increbbe;
A voi le morte ripe,
Se il fato ignavo pende,
Soli, miseri, a voi Giove contende.
E come anche Porfirio invidia gli animali perchè, morendo, non hanno
paura o speranza di un'altra vita, così Bruto vorrà morire interamente,
senza tema di punizioni, senza speranza di gloria postuma, di felicità
oltre umana:
Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi
Regi, o la terra indegna,
E non la notte moribondo appello;
Non te dell'atra morte ultimo raggio
Conscia futura età....
.... A me d'intorno
Le penne il bruno augello avido roti;
Prema la fera, e il nembo
Tratti l'ignota spoglia;
E l'aura il nome e la memoria accoglia.
Costoro furono disgraziati: a Bruto non valse la virtù, a Saffo non
valse l'amore. Noi vediamo pertanto che, dandosi la morte, si dolgono,
accusano, non sono sereni. La Lesbiana si lagna che di tante sperate
palme e dilettosi errori le avanzi solo la morte; Bruto chiama “misero„
il desìo di morire; e “atra„ la morte. Il Leopardi che ha giudicato
essere la morte non una cosa vana come tutte le altre, ma la sola
realtà, dovrà dire serenamente che il partito di procurarsela è il
migliore, il più ragionevole, il più conforme a natura, ancora quando
la vita non è stata sciagurata. Udite infatti Porfirio, deliberato
di uccidersi, affermare che questa sua deliberazione “non procede da
alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che mi
sopraggiunga„, ma dal “vedere, gustare, toccare la vanità di ogni
cosa.„ Nè la morte è legge delle sole creature, ma di tutta quanta
la creazione. Morrà la terra, morranno i soli. Altri ne nasceranno, è
vero; la ragione dimostra che l'esistenza, non essendo mai cominciata,
non avrà mai fine; ma l'anima offesa si compiace di antivedere la fine
del Tutto: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà
spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro
maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi
segno nè fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite
vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma
un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso.
Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale,
innanzi di essere dichiarato nè inteso, si dileguerà e perderassi.„
L'IRONIA.
Resterà egli sempre in questo atteggiamento? Non potrà far altro che
querelarsi e disperare? Impotente a mutare il ferreo ordine delle cose
che lo soverchiano, si dorrà continuamente perchè altri rida del suo
dolore? Non potrà ridere egli stesso degli altri, degli uomini e delle
donne, del mondo e della natura?
Già del fato mortale a me bastante
E conforto e vendetta è che sull'erba
Qui neghittoso immobile giacendo,
Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido.
Questo sorriso gli strappa l'ultimo disinganno, l'ultimo dolore patito
per causa d'una donna; ma già da molto tempo egli ha fatto suo pro
della naturale disposizione all'ironia. A ventidue anni, per consolarsi
dell'indegnità della fortuna, “quasi per vendicarmi del mondo e quasi
anche della virtù„, imagina le prime satire. Al dolente Giordani
scrive: “Non potresti di Eraclito convertirti in Democrito? La qual
cosa va pure accadendo a me, che la stimava impossibilissima. Vero
è che la disperazione si finge sorridente. Ma il riso intorno agli
uomini ed alle mie stesse miserie, al quale io mi vengo accostumando,
quantunque non derivi dalla speranza, non viene però dal dolore,
ma piuttosto dalla noncuranza, ch'è l'ultimo rifugio degl'infelici
soggiogati dalla necessità. Vo' lentamente leggendo, studiando e
scrivacchiando. Tutto il resto del tempo lo spendo in pensare e
ridere meco stesso....„ Nonostante i dileggi della gente, si avvezza
a ridere, “e ci riesco.„ Il suo riso è amaro, sdegnoso, è spesso una
sghignazzata violenta: “Amami, caro Brighenti; e ridiamo insieme alle
spalle di questi.... che possiedono l'orbe terraqueo. Il mondo è fatto
al rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il.... dinanzi e
il petto di dietro, e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben
sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di
stare a guardarlo e fischiarlo....„ Questo concetto dell'opportunità
del riso si ribadisce in lui; è espresso altre volte più pacatamente.
“L'indifferenza e l'allegria sono le uniche passioni proprie, non
solamente dei savi, ma di tutti quelli che hanno pratica delle cose
umane, e talento per profittare dell'esperienza.„ Meglio: “Chi ha
coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è
preparato a morire.„ E ancora: Eleandro riconosce che se sì dolesse
piangendo, darebbe noia agli altri ed a sè stesso, senza alcun frutto:
“Ridendo dei nostri mali trovo qualche conforto; e procuro di recarne
altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per
fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che se ne
possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la
disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che
io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con
nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo
assai più degno dell'uomo e di una disperazione magnanima, il ridere
dei mali comuni, che il mettermene a sospirare, lacrimare e stridere
insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto.„
E Giacomo Leopardi si vendica infatti col riso di tutte quelle cose
delle quali si è doluto o ha dimostrato la fallacia. Come dell'ultima
donna amata, così pure ride di tutte le altre e di se stesso che le
aveva deificate. “Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno
vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i
raggi d'attorno e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale
che si fa innanzi.„ E se la colpa non è loro, ma dell'immaginazione
che va cercando una perfezione fuor dell'umano, egli riderà di questa
aspettativa, facendo decretare un premio dall'Accademia dei Sillografi.
Tutti non si lodano “-del fortunato secolo in cui siamo-„ per i
progressi della scienza, per gli adattamenti dei ritrovati scientifici
alla vita pratica? Questa età non si può chiamare l'età delle macchine,
“non solo perchè gli uomini di oggidì procedono e vivono forse
più meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al
grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate
o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e così
vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire,
trattano le cose umane e fanno le opere della vita„? Allora l'Accademia
dei Sillografi bandisce un concorso per una macchina “disposta a fare
gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte
Baldassare Castiglione, il quale descrive il suo concetto nel libro del
-Cortegiano-, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti
che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire,
come eziandio quello del Conte. Nè ancora l'invenzione di questa
macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando
pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze,
si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che
fosse la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi
all'autore di questa macchina una medaglia d'oro in peso di cinquecento
zecchini, in sulla quale sarà figurata da una parte l'araba fenice del
Metastasio posata sopra una pianta di specie europea, dall'altra sarà
scritto il nome del premiato col titolo: INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E
DELLA FELICITà CONIUGALE.„
Più acuto, più stridente è il suo riso contro gli uomini. Il regno
delle macchine dev'essere salutato con gioia perchè ci affida che col
tempo si troveranno congegni da servire non alle sole cose materiali,
ma anche alle spirituali; “onde nella guisa che per virtù di esse
macchine siamo già liberi e sicuri dalle offese dei fulmini e delle
grandini, e da molti simili mali e spaventi, così di mano in mano si
abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e facciasi grazia alla novità
dei nomi) qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia
o parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi
dall'egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla prospera fortuna
degl'insensati, de' ribaldi e de' vili, dall'universale noncuranza
e dalla miseria dei saggi, de' costumati e de' magnanimi....„ E
l'Accademia, con la donna perfetta, mette a concorso una macchina che
rappresenti un amico, “il quale non biasimi e non motteggi l'amico
assente; non lasci di sostenerlo quando l'oda riprendere o porre in
giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l'ottenere
il riso degli uomini, al debito dell'amicizia; non divulghi, o
per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi,
il segreto commessogli; non si prevalga della familiarità e della
confidenza dell'amico a soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente;
non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e
di ovviare o riparare a' suoi danni, e sia pronto alle sue domande
e a' suoi bisogni, altrimenti che in parole....„ PRIMO VERIFICATORE
DELLE FAVOLE ANTICHE sarà il motto inciso sopra una faccia della
medaglia da conferirsi in premio; e le immagini di Pilade e Oreste
saranno ritratte nell'altra. Un simbolo dell'età dell'oro e le parole
dell'egloga virgiliana: QUO FERREA PRIMUM DESINET AC TOTO SURGET GENS
AUREA MUNDO saranno stampati nella medaglia offerta a chi inventerà
“un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e
magnanime. L'Accademia reputa che i vapori, poichè altro mezzo non pare
che vi si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un semovente
e indirizzarlo agli esercizi della virtù e della gloria....„
Vapori, larve, fantasmi, illusioni, nomi: nient'altro sono le cose
alle quali gli uomini credono, per le quali combattono. I beni non si
trovano, sono soltanto nell'immaginazione che se li dipinge, che li
aspetta nel futuro e non ricorda di averli trovati mai nel passato.
Di questo inganno riderà il Passeggiere col venditore di Almanacchi,
il quale, promettendo che l'anno nuovo sarà felicissimo, non sa dire a
quale vorrebbe che somigliasse dei venti passati da che vende lunarii.
“Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse
felice?„ -- “No in verità, illustrissimo.„ -- “E pure la vita è una cosa
bella. Non è vero?„ -- “Cotesto si sa.„ -- “Non tornereste voi a vivere
cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che
nasceste?„ -- “Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.„ -- “Ma
se aveste a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti
i piaceri e i dispiaceri che avete passati?„ -- “Cotesto non vorrei.„ --
“Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, quella del
principe, o di chi altro?...„
Udite come ride della gloria, che fu uno dei maggiori suoi
struggimenti: “L'anno ottocento trentatremila dugento settantacinque
del regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa,
e fece appiccare nei luoghi pubblici della città e dei borghi
d'Ipernéfelo, diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli Dei
maggiori e minori, e gli altri abitatori della detta città, che
recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione,
a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni
giudici deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota
povertà non si poteva dimostrare così liberale come avrebbe voluto,
prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato più
bello o più fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di poterla
portare in capo il dì e la notte, privatamente e pubblicamente, in
città e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato,
figurato in qualunque modo e materia, col segno di quella corona
dintorno al capo....„ Presentate le invenzioni ai giudici, tre sono i
premiati: Bacco per l'invenzione del vino, Minerva per quella dell'olio
e Vulcano per aver trovato una “pentola di rame, detta economica,
che serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente....„
Dovendosi pertanto dividere in tre parti la corona, resta a ciascuno
soltanto un ramoscello di lauro; ma tutti e tre rifiutano sì la parte
che il tutto: Vulcano perchè, dovendo stare sempre al fuoco, non vuol
mettersi quell'ingombro pericoloso sulla fronte; Minerva perchè le
basta l'elmo; Bacco perchè non vuol mutare la sua mitra e la sua corona
di pampini per quella di lauro: “l'avrebbe accettata volentieri se gli
fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma
le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che
ella si rimase nel loro comune erario....„
Ride della gloria che l'esperienza gli ha dimostrato essere una parola,
non una cosa; riderà, se non della patria, dei compatriotti che non
hanno saputo restaurare la fortuna d'Italia. I -Paralipomeni della
Batracomiomachia- sono tutta una satira dei moti del Trentuno, delle
azioni e dei costumi di quel tempo. Le rane rappresentano i preti, i
topi gl'Italiani che bandiscono la guerra ai granchi, ai Tedeschi, e
poi scappano appena se li trovano a fronte:
Guerra tonar per tutte le concioni
Udito avreste tutti gli oratori,
Leonidi, Temistocli e Cimoni,
Muzi Scevola, Fabi dittatori,
Deci, Aristidi, Codri e Scipioni,
E somiglianti eroi de' lor maggiori
Iterar ne' consigli e tutto il giorno
Per le bocche del volgo andare attorno.
Guerra sonar canzoni e canzoncine
Che il popolo a cantar prendea diletto;
Guerra ripeter tutte le officine,
Ciascuna al modo suo col proprio effetto.
Lampeggiavan per tutte le fucine,
Lancioni, armi del corpo, armi del petto,
E sonore minacce in tutti i canti
S'udiano, e d'amor patrio ardori e vanti.
. . . . . . . . . . . . . .
Eran le due falangi a fronte a fronte
Già dispiegate ed a pugnar vicine,
Quando da tutto il pian, da tutto il monte
Dièrsi a fuggir le genti soricine.
Come non so, ma nè ruscel nè fonte,
Balza nè selva al corso lor diè fine.
Fuggirian credo ancor, se i fuggitivi
Tanto tempo il fuggir serbasse vivi.
Fuggiro al par del vento, al par del lampo....
E quando poi sono al sicuro, i millantatori recitano la commedia della
Carboneria:
Allor nacque fra' topi una follia
Degna di riso più che di pietade,
Una setta che andava e che venìa
Congiurando a grand'agio per le strade,
Ragionando con forza e leggiadria
D'amor patrio, d'onor, di libertade,
Fermo ciascun, se si venisse all'atto,
Di fuggir come dianzi avevan fatto....
Il pelame del muso e le basette
Nutrian folte e prolisse oltre misura,
Sperando, perchè il pelo ardir promette,
D'avere, almeno ai topi, a far paura.
Pensosi in su i caffè con le gazzette
Fra man, parlando della lor congiura,
Mostraronsi ogni giorno, e poi le sere
Cantando arie sospette ivano a schiere....
Ma che è la miseria degl'Italiani paragonata alla miseria di tutto il
mondo? Ecco Ercole presentarsi da parte di Giove al padre Atlante, ed
offrirgli di sollevarlo per qualche ora dal peso della terra che il
vecchio regge sulle spalle: “Ma il mondo è fatto così leggiero,„ gli
risponde Atlante, “che questo mantello che porto per custodirmi dalla
neve, mi pesa di più; e se non fosse che la volontà di Giove mi sforza
di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me
la porrei sotto l'ascella o in tasca, o me l'attaccherei ciondolone a
un pelo della barba, e me n'andrei per le mie faccende.„ Ed Ercole,
provato a tenerla un poco in mano, sente che Atlante ha detto il
vero, e s'accorge d'un'altra novità: che il mondo è muto, non batte
più di “un oriuolo che abbia rotta la molla„; per destarlo, vorrebbe
fargli toccare una buona picchiata di clava; ma ha paura di farne
una cialda o di romperlo come un uovo. “E anche non mi assicuro che
gli uomini che al tempo mio combattevano a corpo a corpo coi leoni
e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla percossa tutti in un
tratto.„ Allora i due numi si mettono a giocare alla palla con la
terra; ma essa piglia vento, perchè è leggera: “Cotesta è sua pecca
vecchia, di andare a caccia del vento....„ Anche il Folletto e lo Gnomo
vedono un giorno che gli uomini sono tutti morti e che, nondimeno, il
mondo, creato secondo quei petulanti per loro uso e consumo soltanto,
dura ancora. “E non volevano intendere che egli è fatto e mantenuto
per li folletti„, esclama il Folletto; e lo Gnomo: “Eh, buffoncello,
va' via. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi?„ -- “Per gli
gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa è la più bella che si
possa udire! Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l'aria, il mare,
le campagne?„ -- “Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento, e
tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?...„ Ma la ridicola
contesa finisce, perchè i due presuntuosi interlocutori si accordano
nel beffarsi dell'arroganza degli uomini. Non dicevano costoro che la
roba degli gnomi, sepolta sotto terra, apparteneva al genere umano?
“Che meraviglia? Quando non solamente si persuadevano che le cose del
mondo non avessero altro ufficio che di stare al servizio loro, ma
facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una
bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano rivoluzioni
del mondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo.... -- Le
zanzare e le pulci erano anch'esse fatte per benefizio degli uomini? --
Sì, per esercitarli nella pazienza!„ Anche i porci, “secondo Crisippo,
erano pezzi di carni apparecchiati dalla natura a posta per le cucine
e le dispense degli uomini, e, acciocchè non imputridissero, condite
colle anime invece di sale....„ E il più bello è che di tanti generi
d'animali o di piante cotesti uomini non avevano notizia, pure credendo
che tutto fosse al mondo per loro! “Parimente di tratto in tratto,
per via de' loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o
pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d'anni, non avevano
mai saputo che fosse al mondo; e subito la scrivevano tra le loro
masserizie, perchè s'immaginavano che le stelle e i pianeti fossero,
come dire, moccoli da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far
lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende. -- Sicchè
in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammoline che
certe notti vengono giù per l'aria, avranno detto che qualche spirito
andava smoccolando le stelle per servizio degli uomini....„
Questo argomento di risa è inesauribile. La Terra, ragionando con la
Luna, le chiede se è abitata da uomini, se i suoi abitanti l'hanno
conquistata “per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti
politiche, colle armi„; tutte parole delle quali la Luna sconosce il
senso. “Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente
che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono.
Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le
cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la
natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente
da per tutto....„ E dove lasciamo l'imbarazzo del povero Copernico,
quando il Sole, stanco, secondo il sistema tolemaico, “del continuo
andare attorno per far lume a quattro animaluzzi che vivono in un
pugno di fango„, delibera di non muoversi più e ordina all'astronomo di
far muovere invece, per amore o per forza, la Terra, che fino a quel
giorno ha creduto di sedere come in trono, mentre ognuno degli uomini
suoi abitatori, “se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un
cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno
imperatore; non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero della
metà della Terra, come erano gli imperatori romani; ma un imperatore
dell'universo; un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle
visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti, di
vostra signoria illustrissima, e di tutte le cose.„ Fare che la Terra
lasci il suo posto al centro dell'universo, “ch'ella corra, ch'ella
si rotoli, ch'ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto,
nè più ne meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in
fine, ch'ella divenga del numero dei pianeti; questo porterà seco che
sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il
trono, e lasciar l'impero; restandosene però tuttavia co' loro cenci,
e colle loro miserie, che non sono poche....„ Il malcapitato astronomo
si dispone tuttavia a tentare l'impresa, ma trova ancora una certa
difficoltà e la sottopone al Sole: “Che io non vorrei, per questo
fatto, essere abbruciato vivo, a uso della fenice: perchè, accadendo
questo, io sono sicuro di non avere a risuscitare dalle mie ceneri come
fa quell'uccello, e di non vedere mai più, da quell'ora innanzi, la
faccia della signoria vostra.„ E il Sole lo rassicura che non patirà
nulla, sebbene “forse, dopo te, ad alcuni i quali approveranno quello
che tu avrai fatto, potrà essere che tocchi qualche scottatura, o altra
cosa simile....„
E gli uomini, questi medesimi uomini che hanno torturato chi ha loro
insegnato le verità, credono alla propria eccellenza! L'umorista trarrà
ancora da questa superba pretesa le sue risa più sonore. Prometeo è
malcontento della sentenza del collegio delle Muse: il vino, l'olio
e le pentole sono stati preferiti all'invenzione sua: il genere
umano, il modello di terra col quale egli formò i primi uomini. E
quando Momo dubita che l'uomo sia la miglior opera, la più perfetta
creatura del mondo, l'inventore scommette di scendere con lui nelle
cinque parti del globo per farlo ricredere. Calati in America, si
trovano fra i Cannibali, dove un selvaggio mangia arrostito il corpo
del proprio figliuolo; calati in Asia, trovano che una vedova è arsa
viva, come vuole la legge, insieme col morto marito. Prometeo non si
dà per vinto, considerando che tutti costoro sono barbari, e aspetta
di visitare l'Europa civile; ma il suo compagno già gli fa osservare
che se gli uomini fossero un genere perfetto, non avrebbero bisogno
d'incivilirsi, non dovrebbero essere distinti in barbari e civili;
e che la parte incivilita è troppo piccola, paragonatamente a tutta
l'altra; e che questa famosa civiltà di Parigi e di Filadelfia non è
ancora compiuta; e che, per arrivare a un grado incompiuto di civiltà,
gli uomini hanno dovuto penare per un tempo lunghissimo; e che le
loro invenzioni più singolari e proficue hanno avuto origine dal
semplice caso; e che la civiltà, una volta ottenuta, non è stabile,
ma può cadere e disperdersi, come tante volte è successo, secondo
insegnano le storie. Per tutte queste ragioni, la sentenza di Prometeo
non sarà da modificare dicendo che il genere umano è sommo, sì, ma
nell'imperfezione anzichè nella perfezione?.... Prometeo non risponde,
e cala con il compagno a Londra; dove vedono una gran folla attorno
a una casa: un uomo si è ucciso, ed ha ucciso con sè i figliuoli,
non già per esser povero, o disperato, o infelice; ma per tedio della
vita, lasciando raccomandato a un amico il suo cane.... “Momo stava per
congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltà, e sopra
la contentezza che appariva ne risultasse alla nostra vita, e voleva
anche rammemorargli che nessun altro animale fuori dell'uomo, si uccide
volontariamente esso medesimo, nè spegne per disperazione della vita
i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne, e senza curarsi di vedere le due
parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa.„
Così, quantunque il Leopardi abbia voluto assicurare che il suo riso
sia noncurante, esso viene dal dolore ed è pieno di dolore. L'ironia
si alterna col pessimismo; certe volte, come nella -Palinodia-, si
confonde con esso. Se per la sua sfiducia nella vita e nell'umanità
vede che ridono di lui, ridendo egli confessa al Capponi d'avere errato
e assicura di essersi ricreduto:
Aureo secolo omai volgono, o Gino,
I fusi delle Parche. Ogni giornale,
Gener vario di lingue e di colonne,
Da tutti i lidi lo promette al mondo
Concordemente. Universale amore,
Ferrate vie, molteplici commerci,
Vapor, tipi e -cholèra- i più divisi
Popoli e climi stringeranno insieme:
Nè meraviglia fia se pino o quercia
Suderà latte e mèle, o s'anco al suono
D'un -walser- danzerà. Tanto la possa
Infin qui de' lambicchi e delle storte
E le macchine al cielo emulatrici
Crebbero, e tanto cresceranno al tempo
Che seguirà; poichè di meglio in meglio
Senza fin vola e volerà mai sempre
Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.
Perciò gli uomini non mangeranno più ghiande -- se la fame non li
costringerà; il danaro sarà disprezzato -- ma saranno tenute da conto le
cambiali. E la guerra non cesserà, e il vero merito sarà sfortunato,
e la frode regnerà sempre, e della forza si farà sempre abuso. Ma
se queste “lievi reliquie„ del passato resteranno in mezzo all'età
dell'oro,
nelle cose
Più gravi, intera, e non veduta innanzi,
Fia la mortal felicità. Più molli
Di giorno in giorno diverran le vesti
di lana o di seta. I rozzi panni
Lasciando a prova agricoltori e fabbri,
Chiuderanno in coton la scabra pelle,
E di castoro copriran le schiene.
Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri
Certamente a veder, tappeti e coltri,
Seggiole, canapè, sgabelli e mense.
Letti ed ogni altro arnese, adorneranno
Di lor menstrua beltà gli appartamenti;
E nove forme di paiuoli, e nove
Pentole ammirerà l'arsa cucina.
Egli continua così a deridere, fingendo d'ammirarlo, il progresso
umano; quando a un tratto depone l'ironia e torna alla sfiducia, alla
persuasione del dolore:
Quale un fanciullo, con assidua cura,
Di fogliolini e di fuscelli, in forma
O di tempio o di torre o di palazzo,
Un edifizio innalza; e come prima,
Fornito il mira, ad atterrarlo è volto,
Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli
Per novo lavorìo son di mestieri;
Così natura ogni opra sua, quantunque
D'alto artificio a contemplar, non prima
Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,
Le parti sciolte dispensando altrove.
E poichè le cose umane sono distrutte da questa natura crudele,
varia, infinita una famiglia
Di mali immedicabili e di pene
Preme il fragil mortale, a perir fatto
Irreparabilmente: indi una forza
Ostil, distruggitrice, e dentro il fere
E di fuor da ogni lato, assidua, intenta,
Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,
Essa indefatigata; insin ch'ei giace
Alfin dall'empia madre oppresso e spento....
L'ironia e il pessimismo tornano ancora a darsi la mano. La Morte, nel
concetto disperato del Leopardi, fu sorella dell'Amore; quando egli
vuol riderne, ma d'un funebre riso, la considera come sorella della
Moda: entrambe non sono figlie della Caducità? “Nemica capitale della
memoria„, la Morte non se ne vuole rammentare; ma la Moda se ne ricorda
bene: “So che l'una e l'altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare
di continuo le cose di quaggiù, benchè tu vada a questo effetto per
una strada e io per un'altra.... Dico che la nostra natura e usanza
comune è di rinnovare continuamente il mondo; ma tu fino da principio
ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle
barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di
cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare
parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare
quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli con bazzecole che
io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con
istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza; formare
le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per
costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo d'una
figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare genti con le
calzature snelle, chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino
dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi,
generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili
a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori
e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente per l'amore che mi portano.
Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle
flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane,
che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal
freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle
coi panni lani, e il petto con quei di tela, e fare d'ogni cosa a mio
modo ancorchè sia con loro danno.„ E la Morte comincia a persuadersi
della parentela; e mentre la trista sorella le galoppa al fianco, ella
le chiede, come massima prova del legame che le stringe, di aiutarla
a compiere l'opera propria. Ma la Moda non l'ha già aiutata? Costei
che annulla e stravolge continuamente tutti gli usi, ha mai lasciato
smettere in nessun luogo la pratica del morire?... Se questo non
bastasse, non ha ella mandato in disuso l'antico genere di vita che
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