mali col trascurarli, o con il lasciare di coltivarne continuamente l'immagine; è la ragione poi quella che deve a ciò persuaderci, e di essa ci dobbiamo prevalere per felicitarci, non per il contrario. Sono però persuasa che voi medesimo convenite meco non doverci per sistema rendere infelici, ma sopportar con coraggio i mali della vita, sperandone sempre il fine. Il vostro bell'animo vi darà pur troppo dei motivi di dolore, se estenderete la vostra sensibilità senza freno; ma questa, trattenuta nei limiti, vi darà motivo di compiacervene bene spesso. Spero che il Cielo pietoso vorrà addolcire la vostra sorte, e che vi renderà più quieto, cambiando le circostanze, e ponendovi in un sistema meno coartato....„ Ella si fa filosofo e teologo, discute di cose che non sono da lei per alleviare i mali del nipote, al quale dà anche il dolce nome di amico. “Caro amico, credetemi: siamo infelici molte volte perchè non sappiamo risolverci ad abbandonare qualche sentimento, che ci rende infelici....„ Della propria sincerità gli dà assicurazioni vivaci: “Allorchè trattasi di far palese il cuor mio ad un cuor sensibile e ben fatto, e del quale fo assolutamente stima, non duro alcuna fatica, e i miei sentimenti escono dal cuore, vanno alla penna, alla carta, come un vaso d'acqua posto in pendenza verso ciò che contiene entro sè stesso. Voi potrete rilevarlo senza stento, giacchè sembrami possediate lo stesso dono di natura.„ E lo eccita a scuotersi, se non altro per compiacerla; e si duole che egli voglia essere il proprio nemico: “Capisco che non trovate cosa che vi sollevi; ma, caro Giacomo, tante volte questa nostra fantasia ci dipinge delle immagini tanto nere, che poi non lo sono in sostanza; e se volessimo aprire gli occhi, vedremmo che non è effetto della cosa in sè, ma de' nostri sguardi già ottenebrati.„ Come definisce bene il male morale del giovane! Ma ella sa pure che non tutte sono ingigantite dalla mente le sue cagioni di dolore: ella sa che la salute del poveretto è distrutta, che la sua volontà in famiglia è troppo violentata; e tanto riconosce che egli ha ragione di dolersi, che contro il suo sistema “di non impacciarmi mai ne' fatti altrui,„ prega Monaldo di lasciarlo venire a Roma in casa di lei per qualche tempo. Il padre non si oppone apertamente, “anzi mi dice che non si offenderà, se i suoi figli cercheranno qualche loro vantaggio (sebbene esso non ne veda in questo proposito) e nè tampoco se a farlo conseguire impiegheranno gli amici. Poco però si persuade che possiate trovarvi contento fuori di casa, ove non vi manca cosa alcuna; e teme che vi pentirete, se giungete a escire dalla casa paterna....„ Neanche questa volta Monaldo accorda il suo consenso, e poi anche una volta vede con dispiacere che il figlio non gli parli! E Ferdinanda esorta il nipote: “Perchè non procurar da voi medesimo di ottenere questo permesso?... Ottenete di venire in Roma, e spero che non ne resterete malcontento. Infine non potrà dispiacervi di cambiare per qualche tempo il soggiorno di Recanati con quello di Roma....„ parole che dovrebbero sonargli come un'irrisione, se non venissero da questa buona creatura che lo ha trattato come un figlio e che si adopera invano per ottenergli un posto di professore alla Biblioteca vaticana. Nulla egli ottiene per suo mezzo; ella muore lasciandogli un insegnamento che è la conferma d'un'antica persuasione di lui: “perchè troppo sensibili saremo sempre infelici....„ Lo ha pure esortato alla rassegnazione, alla pazienza; ma naturalmente egli crederà più alle parole di approvazione dettate dalla calda simpatia che non ai consigli di prudenza suggeriti dalla fredda ragione; e penserà che egli ed i fratelli non sono soli della loro specie, che a cuori sensitivi come i loro il trattamento del padre è iniquo; e non si piegherà a sopportarlo. Noi lo vediamo pertanto esprimere ai suoi corrispondenti le stesse lagnanze e le stesse accuse. Se Monaldo addebita al Giordani la ribellione dei figli, Giacomo sdegnosamente protesta: “L'uomo di cui mio padre si lagna, è tale, che neppure io ardisco nominarlo pel rispetto e l'amore ch'io gli debbo. Ma mio padre se voleva dei figli contenti in questo stato, doveva generarli d'altra natura, ed ora non dovrebbe imputare a persone venerabili e rinomate in tutta l'Italia quello ch'è necessità delle cose evidentissima a tutti, fuorchè a lui solo.„ E se gli propongono una cattedra a Bologna, e lo sollecitano a ottenere l'assenso paterno, egli scrive: “Vi dico che non avete idea di mio padre. Non c'è affare che lo interessi così poco, quanto quelli che mi riguardano. Non vuol mantenermi fuori di qua a sue sole spese; ma non muoverebbe una paglia per procurarmi altrove un mezzo di sussistenza che mi togliesse da questa disperazione....„ Per accettare una dedica dal Brighenti egli dovrebbe sottoporla all'approvazione del padre; e non vuole: “Sapete che mio padre è di principii differentissimi dai miei; e che d'altra parte, s'io non gli domanderei neppure il pan da mangiare, molto meno cose non necessarie.„ Una tregua è il viaggio di Roma. Nell'autunno del '22 i genitori finalmente consentono che egli vada alla capitale in casa dello zio Antici: allora, da lontano, tolte le occasioni di dissapori, l'affetto paterno e filiale si manifesta con espressioni sincere e commoventi: “Bacio la mano alla cara mamma. A lei professerò eternamente la più viva gratitudine e il più caldo e filiale affetto. Mi ami, caro signor padre, ch'io l'amo di tutto cuore, e desidero di servirla e di compiacerla e di ubbidirla in ogni cosa. E per quasi niun altro rispetto mi rallegro di aver sortito un cuore sensibile e pieno d'amore, se non perchè io posso rivolgere la mia sensibilità verso di lei.„ Quando il padre, per il Natale, gli manda con dolci e cordiali espressioni, una strenna di dieci scudi, egli risponde: “Sarebbe quasi inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalità che mi usa e dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo signor padre, quali sono i miei sentimenti ancorchè io non li sappia esprimere. E per tanto mi basterà dirle che la ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo riconosco dall'antico e tenero e forse pur troppo non meritato amore che ella mi porta; il quale amore però, quando anche non meritato, certamente è corrisposto, e corrisposto con tutte le forze possibili dell'animo mio.„ Tuttavia l'esagerazione della vigilanza che il padre vuole esercitare sul figlio anche da lontano, e le sue paure grottesche si rivelano ancora quando gli scrive: “Abbiatevi ogni cura, e non dimenticate di evitare accuratamente il pericolo delle carrozze....„ Egli che non ha voluto forzar la mano alla moglie per provvedere alla sorte del giovane, trova poi di che ridire quando questi pensa a procacciarsi denaro col proprio lavoro, con una traduzione di Platone: “La vostra fatica verrà pagata circa baiocchi 60 al giorno, e voi lavorando un mese ogni dì senza riposo festivo, guadagnerete scudi 18, un poco più di quanto diamo al nostro cuoco e un poco meno di quanto si dà nelle amministrazioni allo scrittore dei soprascritti....„ Così pure, quando Giacomo dà lezioni per vivere, il padre giudica che gli emolumenti mensili siano “alquanto umilianti.„ Questo è il nuovo danno che viene al Leopardi dalla famiglia: non solamente non ne riceve il benefizio degli affetti, non solamente vi trova opposizioni e contrasti, non solamente vi è tenuto in una soggezione penosa; ma essa non gli dà e quasi gl'impedisce di procacciarsi quel denaro che, dopo la salute e l'amore -- e anche prima dell'amore a giudizio di molti, -- è pur necessario a render gli uomini contenti. Adelaide Leopardi, nel tempo delle peggiori strettezze, non vuole smettere la carrozza: ella trova i quattrini per mantenere questo segno di grandezza, non ne trova per salvare suo figlio. Col titolo di conte questi non ha un soldo da spendere; se fosse nato da un borghesuccio o da un operaio si caverebbe d'impiccio senza difficoltà; la sua condizione sociale fa che non soltanto il padre si dolga di vederlo lavorare per vivere, ma che ne soffra egli stesso. Perchè, infatti, tornato a Recanati e ricaduto nella soggezione antica, e costretto a farsi mandare ad altri indirizzi lettere e stampe se vuole evitare che glie le leggano, e disperato al punto di pensare a gettarsi alla ventura pur di ritrovarsi libero; egli accetta la proposta del libraio Stella che lo chiama a Milano e gli paga il viaggio e lo alloggia in casa propria. Il giovane vi si sente incatenato e “in certa maniera ridotto all'obbligazione di servirlo„; tosto si propone di fare “ogni sforzo per trarre dalla mia debole e sciocca natura il vigor necessario a svilupparmi da questi lacci.„ Da lontano l'anima pacificata ripensa le dolcezze pur tanto grandi del tetto domestico: ricevendo lettere del padre gli pare di trovarsi in mezzo alla sua famiglia, “l'amore verso la quale è anche accresciuto in me dalla lontananza„; ed al fratello Carlo scrive da Bologna, dove dà lezioni per non esser di peso alla famiglia, che è per lui “un giubilo e un palpito„ l'aprire lettere di casa; e alla sorella Paolina, che la consolazione provata vedendo i caratteri della madre “è stata tanta che quasi dubitava di travedere„; e al fratello Pierfrancesco, che baci la mano al babbo e alla mamma per lui “tante volte, finattanto che non vi diranno, basta.„ Ma, come l'altra volta, anche ora Monaldo trova modo di pesare sul figlio lontano. Già egli comincia col rendere lode “grandissima„ a Dio, perchè Milano non è piaciuta al giovane quanto egli “temeva.„ Se Giacomo, per godere di un Benefizio, vorrebbe esser dispensato dall'obbligo dell'abito talare e della tonsura, il padre che gli ha voluto “gettar sul muso„ la prelatura, che ha rinunziato a malincuore all'idea di vederlo abbracciare lo stato ecclesiastico, gli sta addietro per dimostrargli il suo torto. “Non vedo quale ripugnanza possa aversi ad un abito, clericale o prelatizio, poco importa, il quale fu l'abito di tanti Santi, e lo fu pure di tanti uomini grandissimi in ogni genere di grandezza. Conosco che in addietro per i vostri rapporti letterarii avrete dovuto capitolare coi pregiudizii, o piuttosto colla malvagità del tempo; ma attualmente la vostra età, la vostra esperienza e il vostro nome vi mettono al disopra di queste umiltà, e siete in grado di dare il tuono nella repubblica delle lettere, piuttosto che di riceverlo. Qual trionfo, figlio mio, per la causa dei Santi e dei saggi, e qual gloria per la Chiesa e per lo Stato, se l'uomo il più erudito forse dello Stato spiegasse arditamente la bandiera della Chiesa, e con ciò proclamasse altamente che gli studi, le lettere e le meditazioni dei saggi conducono a conoscere e a venerare la Chiesa, e a disprezzare e a combattere i suoi palesi e nascosti inimici?„ Ma questo paladino della religione, questo nuovo banditor di crociate, è poi partigiano del Turco, e pone in ridicolo la simpatia del figlio per la causa greca, considerando i Greci non tanto come cristiani che combattono per la fede, quanto come sudditi ribelli che vogliono una libera patria. “Avrete letto nei fogli, come le grandi Potenze vogliono prendere una parte decisiva negli affari dell'Oriente. Così avranno pace i vostri Greci, e ne godo perchè sono uomini; ma mi pare che siano birbanti assai, ed è un avvenimento singolare che la somma legge dell'umanità imponga di soverchiare il Turco, quando forse ha più ragione di noi....„ E se un Recanatese va a combattere e a morire per la croce contro la mezzaluna, così egli ne dà conto al figlio: “Anche Recanati ha pagato il suo tributo di follia alla demenza del secolo, e ha tinta col suo sangue la terra classica della Grecia. Alcuni mesi addietro il conte Andrea Broglio, lasciati i genitori e la moglie, dichiarò la guerra alla Mezzaluna e andò a fare il -ciccobimbo- in qualità di brigante volontario. Ebbe in guiderdone un titolo di Maggiore e una razione quotidiana di polenta; ma alli 23 di maggio, assalendo Anatolico, una palla di cannone lo uccise sul campo.„ Il figlio gli dà ragione quanto al fatto, adducendo un argomento che ha già manifestato nei suoi versi, cioè disapprovando che Italiani vadano a morire per causa non propria; ma che effetto gli devono aver prodotto le derisioni dell'amor patrio che infiamma gli Elleni, se egli aveva già abbozzato un inno alla Grecia, se aveva già detto di riguardare i poveri Greci come fratelli, se si era quasi scusato di non aver parlato abbastanza a favor loro in un suo articolo, “considerata la impossibilità in cui siamo di parlare liberamente?„ Per reverenza al padre egli non replica alle parole irriverenti; ma che credito può ora accordare alla fede cristiana della quale il padre fa sfoggio? Come può udirne le esortazioni? Egli vede ancora questo padre, quest'uomo, questo derisore di eroi, tremar poi dinanzi alle gonne della moglie. Quando pensa con la sua testa, Monaldo dispiace al figlio per l'ostinata e l'ostentata predicazione di idee che questi non può far sue, anche perchè le vede discordi; quando poi il padre vorrebbe accontentarlo, allora la paura della moglie lo impaccia. Non volendo Giacomo vestir l'abito clericale, si potrebbe pure ottenere il godimento temporaneo del Benefizio; ma il padre gli scrive: “Bisogna maneggiar bene la cosa per i miei riguardi domestici. Scrivetemi ostensibilmente nei termini suddetti, come avendo avuto questo lume da altri, e pregatemi di farvi ottenere questa piccola temporanea provvista, toccando che voi niente costate alla casa. Io sono inimico giurato di questi giri, ma mi conviene patteggiare fra il mio cuore e il molto giudizio di mamma vostra; la quale vi ama tenerissimamente, ma crede che le vostre lettere siano una miniera d'oro, la quale vi rende inutile qualunque altro sussidio.„ Allora, come i figli hanno convenuto tra loro di scriversi sotto finti nomi per sottrarre le loro lettere agli sguardi del padre, così anche il padre suggerisce a Giacomo di servirsi di indirizzi convenzionali per isfuggire al vigile sguardo della moglie. Ma ben tosto il primo, il costante, l'inflessibile pensiero di Monaldo torna ad angustiare il giovane: bisogna che egli torni a seppellirsi a Recanati. “Io le protesto e giuro,„ risponde Giacomo, “che non ho desiderio maggiore che quello di vivere in compagnia sua, e in seno della mia famiglia; e che quando io possa vivere a Recanati con salute sufficiente, e sufficiente possibilità di occuparmi nello studio per passatempo, io non tarderò neppure un momento a volare costì.... per vivere al suo fianco, e non allontanarmene mai più.„ Se il padre gli scrive dicendogli tutto il bene che gli vuole, egli risponde con proteste d'affetto continue: “Io per la parte mia posso giurarle che, parlando umanamente, non vivo se non per lei e per la mia cara famiglia; non ho mai goduto della vita se non in relazione a loro; ed ora la vita non mi è cara se non in vista del dolore che cagionerei a loro se la perdessi.„ Tornato ancora una volta a Recanati, sente la sua vita finita; ma pure riconosce che, se il padre non vuole, non potrebbe neanche volendo mantenerlo fuori; e per vivere del suo fuori di casa egli dovrebbe lavorar molto; e lavorar molto, nelle condizioni della sua salute, non potrà più mai. Allora il suo amico Tommasini, conoscendo che Recanati è per il poveretto la morte, gli offre la propria casa, a Parma; più tardi lo invita Pietro Colletta, a Livorno; ma l'anima altera non si può piegare a questa specie di servitù. Preferisce soffrire; e poichè gli amici sanno che le sue sofferenze sono veramente insopportabili, tornano a proporgli di venirsene da loro: il Colletta reitera l'invito, la moglie del Tommasini ripete con più premurosa insistenza la preghiera del marito. Tutti si accorgono della necessità di fare qualche cosa per l'infelice, tranne che il padre e la madre. Giacomo è costretto da ultimo ad accettare l'elemosina di ignoti ammiratori toscani, che per iniziativa del Colletta contribuiscono a costituirgli una piccola pensione perchè possa vivere a Firenze e attendere ai lavori letterarii. Ma quando, lontano dal padre, egli pubblica il suo nuovo libro, le -Operette morali-, Monaldo trova ancora nei suoi pregiudizii di che amareggiarlo con critiche, con paure, con scrupoli, con esortazioni a correggersi, quando l'infelice è moribondo, quando non può scrivere una riga senza sudor di sangue. “Io le giuro,„ risponde il giovane difendendo l'opera propria, “che l'intenzione mia fu di far -poesia in prosa-, come s'usa oggi; e però seguire ora una mitologia ed ora un'altra, ad arbitrio; come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani, buddisti, ecc. E l'assicuro che così il libro è stato inteso generalmente, e così coll'approvazione di severissimi censori teologi è passato in tutto lo Stato romano liberamente, e da Roma, da Torino, ecc., mi è stato lodato da dottissimi preti. Quanto al correggere i luoghi ch'ella accenna, e che ora io non ho presenti, le prometto che ci penserò seriamente; ma ora vede Iddio se mi sarebbe -fisicamente- possibile, non dico di correggere il libro, ma di rileggerlo. Una dichiarazione di protesta che pubblicassi, creda all'esperienza che oramai ho di queste cose, che non farebbe altro che scandalo, e quel che vi fosse di pericoloso nel libro, non ne diverrebbe che più ricercato, più osservato e più nocivo.„ Ed anche non volendo, Monaldo è destinato a fargli male. Quando egli pubblica i suoi -Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831-, dove inveisce contro il liberalismo e i liberali, e sostiene che la Francia dev'essere smembrata e che i Turchi hanno ragione contro i Greci, e deride con espressioni triviali le nuove idee politiche e filosofiche; tutti credono che l'autore ne sia Giacomo, e si rallegrano o ridono della sua conversione; tanto generalmente l'opera di Monaldo è attribuita al figlio, che questi è costretto a pubblicare una dichiarazione di semplice protesta, dove non c'è una parola che suoni biasimo all'opera del padre, quantunque egli la detesti; e perchè il padre se ne duole, egli è costretto a giustificarsi, a dire che ha pubblicato la dichiarazione “per non usurpare ciò che è dovuto ad altri, e perchè non voglio nè debbo soffrire di passare per convertito, nè di essere assomigliato al Monti, ecc., ecc. Io non sono stato mai nè irreligioso, ne rivoluzionario di fatto nè di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli che si professano nei -Dialoghetti-, e ch'io rispetto in lei, ed in chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io dovessi nè debba nè voglia disapprovarli. Il mio onore esigeva ch'io dichiarassi di non aver punto mutato opinioni.„ Monaldo, da canto suo, scrive e stampa articoli contro i giovani che disconoscono l'autorità paterna, e ride dell'-Antologia- dove il figlio ha stampato un saggio dei suoi proprii -Dialoghi-.... Intanto le difficoltà finanziarie, finita la pensione degli amici di Toscana, tornano ad opprimere il giovane; e il ritorno a Recanati lo impaura più della morte; e il padre non vuole e non può aiutarlo. Come rivolgersi a lui? Pure, mancando ogni altro mezzo, egli lo prega in questi termini: “Io credo ch'ella sia persuasa degli estremi sforzi ch'io ho fatti per sette anni affine di procurarmi i mezzi di sussistere da me stesso. Ella sa che l'ultima distruzione della mia salute venne dalle fatiche sostenute quattro anni fa per lo Stella, al detto fine. Ridotto a non poter più nè leggere nè scrivere nè pensare (e per più di un anno neanche parlare) non mi perdetti di coraggio, e quantunque non potessi più fare, pur solamente col già fatto, aiutandomi gli amici, tentai di continuare a trovar qualche mezzo. E forse l'avrei trovato, parte in Italia, parte fuori, se l'infelicità straordinaria dei tempi non fosse venuta a congiurare colle altre difficoltà, ed a renderle finalmente vincitrici. La letteratura è annientata in Europa: i librai, chi fallito, chi per fallire, chi ridotto ad un solo torchio, chi costretto ad abbandonare le imprese meglio avviate. In Italia sarebbe ridicolo ora il presumere di vender nulla con onore in materie letterarie, e di proporre ai librai delle imprese nuove. Di Francia, Germania, Olanda, dove io aveva mandata una gran quantità di mss. filologici con fondatissime speranze di profitto, non ricevo, invece di danari, che articoli di giornali, biografie e traduzioni. Mi trovo dunque, com'ella può ben pensare, senza i mezzi di andare innanzi. Se mai persona desiderò la morte così sinceramente e vivamente come la desidero io da gran tempo, certamente nessuna in ciò mi fu superiore. Chiamo Iddio in testimonio delle mie parole. Egli sa quante ardentissime preghiere io gli abbia fatte (sino a far tridui e novene) per ottener questa grazia; e come ad ogni leggera speranza di pericolo vicino o lontano, mi brilli il cuore dall'allegrezza. Se la morte fosse in mia mano, chiamo di nuovo Iddio in testimonio ch'io non le avrei mai fatto questo discorso; perchè la vita in -qualunque luogo- mi è abbominevole e tormentosa. Ma non piacendo ancora a Dio d'esaudirmi, io tornerei costì a finire i miei giorni, se il vivere in Recanati, sopra tutto nella mia attuale impossibilità di occuparmi, non superasse le gigantesche forze ch'io ho di soffrire. Questa verità (della quale io credo persuasa per l'ultima acerba esperienza ancor lei) mi è talmente fissa nell'animo, che malgrado del gran dolore ch'io provo stando lontano da lei, dalla mamma e dai fratelli, io sono invariabilmente risoluto di non tornare stabilmente costà se non morto. Io ho un estremo desiderio di riabbracciarla, e solo la mancanza de' mezzi di viaggiare ha potuto e potrà nelle stagioni propizie impedirmelo; ma tornar costà senza la materiale certezza di avere il modo di riuscirne dopo uno o due mesi, questo è ciò sopra di cui il mio partito è preso, e spero che ella mi perdonerà se le mie forze e il mio coraggio non si estendono fino a tollerare una vita impossibile a tollerarsi. Non so se le circostanze della famiglia permetteranno a lei di farmi un piccolo assegnamento di dodici scudi il mese. Con dodici scudi non si vive umanamente neppure in Firenze, che è la città d'Italia dove il vivere è più economico. Ma io non cerco di vivere umanamente. Farò tali privazioni che, a calcolo fatto, dodici scudi mi basteranno. Meglio varrebbe la morte, ma la morte bisogna aspettarla da Dio.... Se le circostanze, mio caro papà, non le consentiranno di soddisfare a questa mia domanda, la prego con ogni possibile sincerità e calore a non farsi una minima difficoltà di rigettarla. Io mi appiglierò ad un altro partito, e forse a questo avrei dovuto appigliarmi senza altrimenti annoiar lei con questo discorso: ma come il partito ch'io dico, è tale, che stante la mia salute, non è verisimile che in breve tempo non vi soccomba, ho temuto che ella avesse a fare un rimprovero alla mia memoria, dell'averlo abbracciato senza prima confidarmi con lei sopra le cose che le ho esposte. Del rimanente, io da un lato provo tanto dolore nel dar noia a lei, e dall'altro sono così lontano da ogni fine capriccioso, e da ogni lieta speranza nel voler vivere fuori di costà, che ho perfino desiderato, ed ancora desidererei, che mi fosse tolta la possibilità di ogni ricorso alla mia famiglia, acciocchè non potendo io mantenermi da me, e molto meno essendomi possibile il mendicare, io mi trovassi nella materiale, precisa e rigorosa necessità di morir di fame. Scusi, mio caro papà, questo malinconico discorso che mi è convenuto tenerle per la prima e l'ultima volta della mia vita. Si accerti della mia estremissima indifferenza circa il mio avvenire su questa terra, e se la mia domanda le riesce eccessiva, importuna, o non conveniente, non ne faccia alcun caso. In ogni modo, se Dio vorrà ch'io viva ancora, io non cesserò di adoperarmi come per lo passato, con tutte le mie forze, per procurarmi il modo di vivere senza incomodo della casa, e per far cessare le somministrazioni che ora le chiedo. Mi benedica, mio caro papà, e preghi Dio per me....„ L'uomo che supplica in questo modo ha trentaquattro anni, ed è uno dei più grandi del suo tempo; e con un nome illustre, con un ingegno strapotente, come ha dovuto accettare l'elemosina dei Toscani, così vive in parte degli aiuti del Ranieri, quando, ottenuto finalmente il povero soccorso paterno, non è in grado di sopperire con questo ai bisogni della sua vita stremata. E se, per il divisato e non potuto effettuare ritorno in famiglia, è costretto a trarre una cambialetta di 40 ducati, se ne deve scusare in termini di supplicazione; e deve ringraziare il padre e la madre della “carità„ che gli hanno fatta. Se essi non fanno di più perchè non possono, la colpa non è loro; ma la loro colpa inescusabile è di non comprendere ancora, come non hanno compreso mai, la condizione del figlio, la gravità dei suoi mali fisici e morali. “Il tuono delle sue lettere alquanto secco,„ scrive questi al padre sei mesi prima di morire, “è giustissimo in chi fatalmente non può conoscere il vero mio stato, perch'io non ho avuto mai occhi da scrivere una lettera che non si può dettare, e che non può non essere infinita; e perchè certe cose non si debbono scrivere ma dire solo a voce. Ella crede certo ch'io abbia passato fra le rose questi sette anni ch'io ho passato tra i giunchi marini....„ E in mano di questo amico al quale non può dettare tutto l'intimo pensiero suo; del quale sente, nonostante la fratellanza di sette anni, di doversi guardare; in mano di questo amico egli muore diciotto giorni dopo avergli fatto scrivere al padre lontano, che non una volta ha pensato di andarlo a raggiungere: “I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono arrivati con l'età ad un grado tale che non possono più crescere; spero che superata finalmente la piccola resistenza che oppone il moribondo mio corpo, mi condurranno all'eterno riposo, che invoco caldamente ogni giorno non per eroismo ma per il rigore delle pene che provo. Ringrazio teneramente lei e la mamma del dono dei dieci scudi, bacio le mani ad ambedue loro, abbraccio i fratelli, e prego loro tutti a raccomandarmi a Dio, acciocchè, dopo ch'io li avrò riveduti, una buona e pronta morte ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire altrimenti.„ E dopo che il grande infelice è morto, credete voi che il padre s'acqueti? Udite che cosa scrive Paolina all'amica Brighenti: “Di Giacomo poi, della gloria nostra, abbiam dovuto tacere più che mai tutto quello che di lui ne veniva fatto di sapere, come di quello che non combinava punto col pensare di papà e colle sue idee. Pertanto, non abbiam fatto mai parola con lui delle nuove edizioni delle sue opere, e quando le abbiam comprate, le abbiamo tenute nascoste e le teniamo ancora.... Preghiamo Iddio che non vengano quei volumi nelle mani dei miei genitori; essi ne morrebbero di dolore!...„ Monaldo disereda il figlio Carlo perchè ha sposato, contrariamente alla sua volontà, la cugina Mazzagalli; nel suo testamento egli nomina Giacomo, l'eterna gloria della sua casa, solo perchè si celebrino dieci messe per il riposo dell'anima sua; mentre lungamente ricorda l'altro figlio Luigi, “morto con tutti i segni del predestinato.„ E quando, morto anche Monaldo, la vedova riceve un giorno uno dei visitatori che traggono a Recanati come in pellegrinaggio, e l'ode riverire in lei la madre del grande poeta, ella non sa rispondere altro che: “Dio gli perdoni....„ IV. LA PATRIA. La città dove siamo nati e dove viviamo, la terra dove si parla il nostro proprio linguaggio, sono come la continuazione della casa: da esse ci possono venire motivi di somma consolazione come di grave dolore. Se Giacomo Leopardi non fu felice nella famiglia, ebbe almeno ragione di compiacersi della patria? Per colmo di sciagura egli nacque in tempi sciagurati e in un paese infelice. In un borgo, in un villaggio, se mancano troppe cose al vivere civile, i costumi sono semplici, la vita è tranquilla, la libertà grande. Ma Recanati è tanto popolosa ed ha tali tradizioni storiche da non poter essere confusa tra i villaggi. In una città vasta ed animata, se vi è troppo tumulto, vi sono pure spettacoli stupendi; se l'individuo è costretto ad osservare troppe norme perchè troppo estesa è la società circostante, tanto più facilmente egli può trovare in mezzo alla varia moltitudine chi lo comprenda e gli giovi. Ma Recanati non è una grande città. È città piccola; ciò significa il luogo meno adatto a un ingegno avido di vedere e di sapere, cupido di impressioni potenti e nuove: vi mancano egualmente, come il Leopardi stesso dice, “e i diletti della società civile, e i vantaggi della vita solitaria„. Pietro Giordani così ne parla: “Recanati, piccola terra, che il papa chiama città, vicina quattro miglia a Loreto, quel gran mercato d'ignobili superstizioni.... Ivi tutti i mali d'Italia, e niuna consolazione.„ Il pensiero degli uomini è in certo modo proporzionato ai luoghi dove essi vivono: dentro un orizzonte angusto le idee sono piccole; le idee grandi e nobili derivano dalle impressioni suscitate dalle cose nobili e grandi. Le rivoluzioni, i tentativi di migliorare la condizione umana, si compiono nelle metropoli; la provincia è più ligia alle tradizioni, più avversa alle novità. Se i grandi ingegni sono ammirati da chi è capace d'intenderli, sono invece derisi dal volgo, al quale per la loro singolarità non possono uniformarsi: e nella provincia, perchè è più volgare, la singolarità dell'ingegno pare anche maggiore. “Ella non conoscerà Recanati„, scrive il Leopardi al Brighenti, “ma saprà che la Marca è la più ignorante ed incolta provincia dell'Italia. Ora, per confessione anche di tutti i Recanatesi, la mia città è la più incolta e morta di tutta la Marca, e fuor di qui non s'ha idea della vita che vi si mena.„ Lassù “l'ingegno non si conta fra i doni della natura„. Chi comprenderà gli studii linguistici dello straordinario giovanetto? “Quanto agli amatori della buona lingua, se di questa io parlassi ad alcuno qui, crederebbero che s'intendesse di qualche brava lingua di porco.„ Troverà egli qualcuno col quale ragionare delle cose che gli stanno a cuore? “In Recanati non andando d'accordo nelle massime con nessuno, non disputo mai, ed ostinatissimo mi lascio spiattellare in faccia spropositi da stomacare i cani, senza mai aprir bocca.„ Di quale considerazione godrà? Come in famiglia, così in tutta la città lo trattano da “vero e pretto ragazzo, e i più aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, d'eremita e che so io.„ Tanto egli è disconosciuto, che non crede d'incontrare veri odii o inimicizie, “perchè questi si esercitano cogli uguali e nessuno vorrà degnarsi di credermi suo uguale; ma disprezzi e scherni gli aspetto, e li ricevo da tutti quelli che tratto e vedo„. Dice anche: “Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l'intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare.„ Esagera? I suoi nervi troppo tesi gli fanno giudicare così? No; è la verità. I nobili oziosi ed ignoranti lo dileggiano per l'ingegno e la cultura; un giorno, perchè egli tenta di replicare a uno di loro, è da costui percosso sul viso con un frustino. La plebe ride della deformità del suo corpo: talvolta, se egli esce a prendere una boccata d'aria, è costretto a tornarsene in casa dagl'insulti della canaglia; i monelli si divertono a tirar sassi o pallottole di neve sulla schiena al “gobbo de Leopardi„. E i preti lo giudicano empio per le sue massime; perchè, onorando i genitori, non intende esserne schiavo. Che effetto produrrebbero tutte queste cose in uomo qualunque? Non avrebbe ogni uomo ragione di sentirsi fuori del mondo civile, in un misero paesaccio, in un romitaggio, in una sepoltura? Ma il Leopardi non è un uomo come tutti gli altri: noi sappiamo quanto vulnerabili sono i suoi nervi, quanto è inferma la sua sensibilità. Allora non ci stupiremo se egli chiamerà Recanati “tana, caverna, serraglio, porca bicoccaccia, vilissima zolla, capitale dei poveri e dei ladri, luogo pieno e stivato di maledizioni„; se chiamerà i suoi concittadini “animali„ dalla cui vista fugge: “Ogni giorno mi par mill'anni di fuggir via da questa porca città, dove non so se gli uomini sieno più asini o più birbanti; so bene che tutti sono l'uno e l'altro....„ Eppure egli non ha giudicato sempre così. Anche prima di uscire da Recanati, quando l'opposizione dei parenti e gli scherni degli estranei non lo hanno ancora esasperato, egli è stato giusto con la sua città natale. “Ora dico di odiarla perchè vi sono dentro, che finalmente questa povera città non è rea d'altro che di non avermi fatto un bene al mondo, dalla mia famiglia in fuori.„ Egli è anche così più che giusto con la sua famiglia.... E se la sua sensibilità è tanto offesa a Recanati, l'immaginazione vi opera prodigi, raffigurandogli le bellezze dell'ignoto mondo. “Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo„, scrive al Giordani, “tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti uomini ci sono, che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere; la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire: In questa caverna vivrò, e morrò dove son nato?...„ Ma tanto egli è esperto degli inganni orditi dalla fantasia, che non appena si rappresenta queste meraviglie già è sicuro di non poterle trovare. “A voi succede,„ riscrive al Giordani sei mesi dopo, “quello che succederà a me se mai vedrò il mondo, di averlo a noia. Allora forse non mi dispiacerà e fors'anche mi piacerà questo eremo che ora aborro.„ Così appunto accade. Appena esce da Recanati, appagato finalmente il lungo desiderio di veder Roma, la metropoli lo scontenta, e il luogo natio quasi gli pare preferibile. “Tenete per certissimo che il più stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e più grave Romano. Assicuratevi che la frivolezza di queste bestie passa i limiti del credibile. S'io vi volessi raccontare tutti i propositi ridicoli che servono di materia ai loro discorsi, e che sono i loro favoriti, non mi basterebbe un in foglio....„ Non lo scontenta solo lo spirito della popolazione, ma anche il materiale della città: “Tutta la grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero de' gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, sono tanti spazii gittati fra gli uomini, invece d'essere spazii che contengono uomini....„ È il consueto disinganno che l'immaginazione prepara quando le cose troppo desiderate ed abbellite sono finalmente ottenute. Egli ha aspettato tanto, ha tanto presentito il piacere, che quando lo consegue non lo apprezza più. “Domandami se, in due settimane da che sono in Roma, io ho mai goduto pure un momento di piacere fuggitivo, di piacere rubato, preveduto o improvviso, esteriore o interiore, turbolento o pacifico, vestito sotto qualunque forma. Io ti risponderò in buona coscienza e ti giurerò, che, da quando io misi piede in questa città, non una goccia di piacere non è caduta nell'animo mio, eccetto in quei momenti ch'io ho letto le tue lettere.... Dirai ch'io non so vivere; che per te, e per altri tuoi simili il caso non andrebbe così....„ Egli stesso riconosce l'origine intima del suo scontento: “In verità, era troppo tardi per cominciare ad assueffarmi alla vita non avendone mai avuto niun sentore„; ma, perchè il disinganno sia così grande, bisogna che altre cause abbiano concorso a produrlo. Se noi dobbiamo credere che, passato alla metropoli da una città meno infelice di Recanati, oppure più presto, prima che la sua salute fosse distrutta e che il suo spirito si ottenebrasse, vi si sarebbe compiaciuto; dobbiamo anche notare che neppure in queste condizioni propizie le cause reali del suo dispiacere non sarebbero mancate. Oh! Se' tu Roma, o d'ogni vizio il seggio? aveva già sdegnosamente cantato Vittorio Alfieri; e le condizioni morali dell'eterna città erano veramente tali da sdegnare un'anima come quella del Leopardi. Principalmente, anzi unicamente attento alle cose letterarie, come trovava egli le condizioni della letteratura a Roma? Se l'alfabeto era tutta la letteratura di Recanati, qual era quella di Roma? “Quanto ai letterati, de' quali ella mi domanda„, scrive al padre, “io n'ho veramente conosciuti pochi, e questi pochi m'hanno tolto la voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare all'immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani al paradiso. Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera scienza dell'uomo, è l'Antiquaria. Non ho ancora potuto conoscere un letterato romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che l'Archeologia. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e par un giuoco da fanciulli, a paragone del trovar se quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il greco, senza la perfetta cognizione delle quali lingue, ella ben vede che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità.„ Ed al fratello: “Della letteratura non so che mi vi dire. Orrori, e poi orrori. I più santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo letterato di Roma, la filosofia disprezzata come studio da fanciulli; il genio e l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose, ma nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione; l'antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l'unico vero studio dell'uomo. Non dico esagerazioni. Anzi è impossibile che vi dica abbastanza....„ Il suo disinganno cresce ogni giorno, ogni giorno egli trova un nuovo argomento di noia, finchè arriva a questa conclusione disperata: “Quantunque io sia già incapace affatto di godere, e incapace per sempre, Roma mi ha fatto almeno questo vantaggio, di perfezionare la mia insensibilità sopra me stesso, e di farmi riguardare la mia vita intera, il mio bene, il mio male, come vita, bene, male altrui.„ Non per questo, tornato a Recanati, egli si rassegna alla vita del “natìo borgo selvaggio„, dove la sua vita “est plus uniforme que le mouvement des astres, plus fade et plus insipide que les paroles de notre Opéra„; dove non trova la libertà che ha goduto fuori di casa; dove, se vuol far venire un libro, gli conviene aspettare quattro, sei, otto mesi, talvolta anche di più; dove manca di giornali, dove si trova in un buio veramente spaventevole. Ma, partito un'altra volta per andare in altre città grandi, non vi si trova contento. “Al primo aspetto„, scrive da Milano, “mi pare impossibile di durar qui neppure una settimana.„ E col tempo, se riceve impressioni grate, ne riceve pure di sgradevolissime. “Qui mi trovo malissimo e di pessima voglia. Pochi letterati ho conosciuto, e non mi curo di vederli per la seconda volta....„ Il bello, che trova a Milano in gran copia, gli è guastato “dal magnifico e dal diplomatico anche nei divertimenti.... Gli uomini sono come -partout ailleurs-; e quello che mi fa rabbia è, che tutti ti guardano in viso e ti squadrano da capo a piedi come a Monte Morello....„ A Bologna trova che gli uomini sono “vespe senza pungolo„, e con infinita meraviglia deve convenire “che la bontà di cuore vi si trova effettivamente, anzi vi è comunissima, e che la razza umana vi è differente da quella di cui tu ed io avevamo idea„. Tuttavia egli vive in quella città “molto malinconico, e in certe passeggiate solitarie che vo facendo per queste campagne bellissime, non cerco altro che rimembranze di Recanati.„ Se passa a Firenze, la metropoli toscana “non sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita„: e, senza il Giordani, la cui compagnia gli è stata di tanto conforto, il suo malumore si sfoga vivacemente: “Questi viottoli, che si chiamano strade, mi affogano; questo sudiciume universale mi ammorba; queste donne sciocchissime, ignorantissime e superbe, mi fanno ira„, e, come a Roma, la condizione degli spiriti è ancora quella che più lo sdegna: “Io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto. Infine mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica.„ Tornato a Roma, la stessa ira d'una volta lo infiamma: “La letteratura romana, come tu sai benissimo, è così misera, vile, stolta, nulla, ch'io mi pento di averla veduta e vederla, perchè questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo e la compassione che ho per loro, ridonda nell'animo mio a danno del gran concetto e del grande amore ch'io aveva alle lettere.„ Che dirà egli di Napoli? “Non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiaffricano, nel quale io vivo in un perfetto isolamento da tutti„; egli ha bisogno di fuggire “da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di Spagnuoli e di forche.„ Facciamo una larghissima parte al suo nervosismo, all'irritabilità cresciuta per le continue sventure, le malattie, il disagio pecuniario, le opposizioni della famiglia; facciamo una larghissima parte all'ingannatrice fantasia che dipinge troppo belli i luoghi lontani e li rende preferibili ai vicini, talchè anche quando egli si trova contento, come a Pisa, pure vive di rimembranze dell'odiato Recanati; resta ancora, per altre testimonianze, che le condizioni morali delle città italiane non erano, a quei tempi, delle più felici. Basterà per tutte quella di Vittorio Alfieri, uomo sano, operoso e ricco, capace di istituir paragoni grazie ai lunghi viaggi fatti da un capo all'altro d'Europa. Giudicati i Romaneschi maestri nel mal oprare, i Napoletani nello schiamazzare, i Genovesi nel patir la fame, i Veneziani nel lasciar fare, i Milanesi nel banchettare, egli conclude Tale d'Italia è la primaria gente; Smembrata tutta, e d'indole diversa; Sol concludendo appieno in non far niente. Nell'ozio e ne' piacer nojosi immersa Negletta giace, e sua viltà non sente; Fin sopra il capo entro a Lete sommersa. E questo è appunto il nuovo motivo di dolore di Giacomo Leopardi, ammiratore fervidissimo dell'Astigiano: in ogni parte d'Italia ai suoi tempi non solamente l'ignoranza è grande quanto l'ignavia e l'amore delle vanità, ma lo stesso sentimento della patria comune, della nazione, è infimo e nullo. Fanciullo, sotto l'impero del padre guelfo, egli aveva cominciato a parteggiare per le autorità legittime contro i Francesi invasori e i rivoluzionarii di casa. Ritiratosi Gioacchino Murat da Macerata, liberato il Piceno, egli aveva rivolto un'orazione agl'Italiani eccitandoli all'odio degli stranieri. “Ogni francese è degno d'odio, perchè niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Quel popolo forsennato con tanto sangue e stragi, con tanti danni a tutta l'Europa, non fece che una parentesi nella cronologia dei regnanti per rientrar poi nello stato primiero.„ E dalla esecrazione dei rivoluzionarii francesi era passato all'esaltazione dei governi indigeni. “Non v'ha popolo,„ giudicava, “più felice dell'italiano nell'amministrazione paterna di sovrani amati e legittimi„; e se l'Italia era divisa in tanti staterelli, se ne compiaceva perchè ella “offre lo spettacolo vario e lusinghiero di numerose capitali, animate da corti floride e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello straniero„; e aveva dimostrato che l'Italia non è fatta per le armi, bensì per le arti. Ma la sua conversione fu molto rapida: due anni dopo, quando cominciava a lagnarsi di Recanati e diceva che gli era tanto cara da somministrargli le belle idee per un trattato dell'odio della patria, tosto si correggeva: “Ma mia patria è l'Italia; per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano.„ Questo sentimento si afforza ogni giorno più: egli non tralascia occasione di significarlo: se gli Accademici di Viterbo lo chiamano a far parte della loro società, si rallegra delle loro cure “con la mia nazione, alla quale resta tanto poco del vero amore, non dirò delle patrie particolari, ma della nostra comune gloriosissima e sovrana patria, che è l'Italia„; e se il Visconti abbandona la terra e la lingua italiana, egli non l'ama “niente affatto, perchè mi pare, che si sia scordato dell'Italia„; e invece chiama “mio„ l'Alfieri, e dedica al Monti le sue prime canzoni patriottiche che per niente al mondo dedicherebbe “a verun potente.„ Noi vediamo quindi che, come gli era accaduto in fatto di letteratura, così anche in politica è variamente sollecitato dalle correnti morali del suo tempo. Ma se tra il classicismo e il romanticismo il temperamento era difficile perchè le tendenze delle due scuole rispondevano a due tendenze del suo spirito, in materia politica la via di mezzo non era possibile. Una volta venuta meno l'ubbidienza al regime tradizionale e il compiacimento nella secolare divisione della patria italiana, egli doveva seguire sino in fondo la nuova via della ribellione; dove lo aspettavano nuove e non meno gravi pene. Qual era infatti la condizione reale di quell'Italia che egli aveva vista grande nelle memorie di tempi troppo remoti? Una delle peggiori che la sua storia rammenti. Cinquant'anni prima gl'Italiani erano immersi in un letargo profondo, dal quale pareva che nulla potesse mai trarli; dei loro mali avevano perduto quasi coscienza, si può dire che non ne soffrissero. Cinquant'anni dopo essi dovevano insorgere, combattere, cadere, ma poi finalmente trionfare. L'età del Leopardi è invece la più travagliata. La rivoluzione e l'invasione francese hanno destato gli spiriti; Napoleone, italiano d'origine, pronunzia in Milano di aver preparato alti destini alla nazione infelice. Ma i fatti non seguono alle promesse. Discacciati i Tedeschi, restano i Francesi; i danni prodotti dai nuovi occupatori in nome della libertà sono infiniti. Se qualcuno si è illuso, se qualcuno ha dato fede alle promesse, il disinganno è amarissimo. Il Leopardi che non ha creduto, che è rimasto per questo riguardo il misogallo dei primi tempi, vede nei nuovi casi l'ultima rovina. Beato egli stima Dante che il fato A viver non dannò fra tanto orrore; Che non vedesti in braccio L'itala moglie a barbaro soldato; Non predar, non guastar cittadi e colti L'asta inimica e il peregrin furore; Non degl'itali ingegni Tratte l'opre divine a miseranda Schiavitude oltre l'Alpi, e non de' folti Carri impedita la dolente via; Non gli aspri cenni ed i superbi regni; Non udisti gli oltraggi e la nefanda Voce di libertà che ne schernia Tra il suon delle catene e de' flagelli. Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto Che lasciaron quei felli? Qual tempio, quale altare o qual misfatto? Ed egli soffre d'esser nato in mezzo a questa rovina: Perchè venimmo a sì perversi tempi? Perchè il nascer ne desti o perchè prima Non ne desti il morire, Acerbo fato? onde a stranieri ed empi Nostra patria vedendo ancella e schiava, E da mordace lima Roder la sua virtù, di null'aita E di nullo conforto Lo spietato dolor che la stracciava Ammollir ne fu dato in parte alcuna? Ma il più grave è questo: che il fiore della gioventù italiana sia tratto a combattere e a morire non contro i proprii nemici, ma contro nemici altrui: non per la moribonda Italia, ma per altra gente, per quelli che sono venuti a tiranneggiarla; e a morire lontano, in Ispagna, in Germania, nei deserti nevosi di Russia. Morian per le rutene Squallide spiagge, ahi d'altra morte degni, Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo E gli uomini e le belve immensa guerra. Cadeano a squadre a squadre Semivestiti, maceri e cruenti, Ed era letto agli egri corpi il gelo. Allor, quando traean l'ultime pene, Membrando questa desiata madre, Diceano: oh non le nubi e non i venti, Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene, O patria nostra. Ecco da te rimoti, Quando più bella a noi l'età sorride, A tutto il mondo ignoti, Moriam per quella gente che t'uccide. Di lor querela il boreal deserto E conscie fur le sibilanti selve. Così vennero al passo, E i negletti cadaveri all'aperto Su per quello di neve orrido mare Dilaceràr le belve.... La grandezza dell'affanno è smisurata, non c'è altro conforto se non nella stessa immensità dello sconforto.... Il Leopardi chiede ansiosamente se la miseria della patria sua non cesserà una volta: In eterno perimmo? E il nostro scorno Non ha verun confine? Egli eccita allora gl'italiani a volgersi indietro, a contemplare i vestigi della potenza e della gloria passata; a ricordare i loro grandi, Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso, Alfieri; e se il Mai discopre antiche celebri scritture e se le sue scoperte commuovono il mondo dei dotti e quasi fanno credere che siano tornati i tempi del Rinascimento, egli lo esorta a perseverare nell'opera, tanto che infine Questo secol di fango o vita agogni E sorga ad atti illustri, o si vergogni. E se la sorella Paolina sta per andare a nozze egli vuole che dia forti esempii ai figli. Mettano opera le donne perchè la patria si redima: esse hanno una grande potenza sugli animi umani; ad esse il giovane chiede ragione della miseria dei tempi: La santa Fiamma di gioventù dunque si spegne Per vostra mano? attenuata e franta Da voi nostra natura? e le assonnate Menti, e le voglie indegne, E di nervi e di polpe Scemo il valor natìo, son vostre colpe?... .... O spose, O verginette, a voi Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno È della patria e che sue brame e suoi Volgari affetti in basso loco pose, Odio mova e disdegno; Se nel femmineo core D'uomini ardea, non di fanciulle, amore. E si volge di nuovo al passato, trova nella storia di Roma l'esempio di quanto ha giovato alla patria una donna: Virginia. Ancora: ad un vincitore nel giuoco del pallone ricorda che gli esercizii del corpo sono preparazione necessaria alla guerra; e che vincitori dei giuochi olimpici erano quelli che vincevano poi e fugavano i Medi e i Persiani. Ma le esortazioni sono vane; egli sente che il funesto obblio delle grandi cose non finisce, che nessuno si onora d'esser figlio d'una madre come l'Italia, che la rovina di lei è senza riparo. Nell'alba della sua vita ha visto l'invasione francese e i danni dell'opera napoleonica; giunto alla sera, pochi anni prima di morire, vede i vani conati del Trentuno e l'invasione austriaca. A questa miseria politica del suo paese fa riscontro la miseria sociale. Tutte le classi della nazione hanno vizii e colpe. “Dite benissimo dei nobili,„ scrive al Brighenti, “che sono il corpo morto della società. Ma pur troppo io non vedo quale si possa chiamare il corpo vivo oggidì.... Le Corti, Roma, il Vaticano? Chi non conosce quel covile della superstizione, dell'ignoranza e de' vizi?„ I preti, “in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto„; ma che fanno di questa loro potenza? Quelli che reggono lo Stato tengono su un governo “gotico„; quelli che pensano, che disputano, i teologi, “sono una razza di gente così ostinata come le donne. Prima si caverebbero loro tutti i denti di bocca, che un'opinione dalla testa. Bensì credo che sia meglio avere a fare colle donne, e anche col diavolo, che con loro.„ Egli non ha voluto pertanto mettersi nella carriera ecclesiastica; ma la professione curiale non è meno discreditata: “Quante miserie, quante pazzie, quanti intrighi in questo povero mondo! Come se avessimo felicità d'avanzo, e bisognasse minorarla colla barbarie delle istituzioni sociali.„ Perduta, anzi non mai veramente concepita la speranza di poter aiutare colle azioni la patria; espresso soltanto in un impeto lirico il sogno di combattere solo, di procombere solo per l'Italia; egli attende all'unica opera che gli è consentita: la rigenerazione intellettuale degli Italiani -- poichè la loro miseria, a questo riguardo, è altrettanto grande quanto quella sociale e politica. Troppo rari sono gl'ingegni che sostengono “l'ultimo avanzo della gloria italiana„: le lettere: pure egli li cerca e li onora. Del Giordani scrive: “Io penso che se molti de' nostri sapessero scrivere in quella maniera, non dico solamente quanto alle parole, ma quanto alle cose, la letteratura italiana seguiterebbe ad essere la prima d'Europa, come è già poco meno che l'ultima.„ E del Trissino: “Io non mi posso dimenticare d'un giovane signore italiano così amorevole, nè di sentimenti così magnanimi, nè di tanti pregi e virtù d'ogni sorta, che se fossero meno singolari in questa povera terra non sarebbe stoltezza lo sperar della nostra patria.„ E così anche del Papadopoli, della Tommasini, e di tanti altri. Questo pensiero: che le lettere non debbono essere vano esercizio, ma strumento di riforma civile, lo occupa assiduamente. Se il Brighenti disegna di pubblicare un'opera sulla riforma degli spettacoli dei quali si diletta il popolo italiano, caldamente egli lo incuora: “Non posso abbastanza lodarvi del vostro zelo per la riformazione degli spettacoli italiani: spettacoli barbari, e simili oramai a quelli della China. Le vostre osservazioni sono veramente utili, e a questo debbono mirare (e non mirano) gli scrittori: dico a giovare ai loro contemporanei, come cercavano di fare tutti gli antichi e tutti i classici, che non sarebbero classici se non avessero scritto per altro fine che di scrivere. Io non credo che dopo la Spagna, in punto spettacoli barbari, si possa addurre nell'Europa colta verun esempio di maggior corruzione, che l'Italia. Conseguenza pur troppo naturale dell'aver noi perduto il nome e la sostanza di nazione.„ E al Grassi: “Del suo valoroso e benefico assunto d'insegnare un'altra volta la lingua militare all'Italia che l'ha disimparata, che altro posso far io, se non confortarla caldissimamente a proseguire la sua magnanima impresa, che ha sì degnamente cominciata, anzi condotta in buoni termini, col suo dizionario?„ Tanto è ansioso di fare, con le lettere, opera utile alla patria, che, poeta, quasi ripudia la poesia. “Andando dietro ai versi e alle frivolezze (io parlo qui generalmente), noi facciamo espresso servizio ai tiranni: perchè riduciamo a un giuoco o ad un passatempo la letteratura; dalla quale sola potrebbe aver sodo principio la rigenerazione della nostra patria.„ E la rassegnazione cristiana predicata dal Manzoni lo scontenta: “Tale conclusione è ottima per istituire una riforma morale; ma io dubito molto che basti a levar su dal fango una nazione invilita e spirarle ardimento proporzionato alle sue tremende necessità. Coloro, quali i fondatori di religione, che parlarono all'universale degli uomini abbracciando ogni tempo ed ogni contrada, e non ne specificando alcuna, potettero rimanersi nelle astrazioni d'una sconfinata rassegnazione e pazienza. Ma essi non ebbero patria o non la conobbero; dovecchè il Manzoni tiene cara soprammodo la sua.„ E tutti i suoi disegni sono rivolti alla restaurazione delle lettere italiane come strumento della salute nazionale. “Tante cose restano da creare in Italia, ch'io sospiro in vedermi così stretto e incatenato dalla cattiva fortuna, che le mie poche forze non si possano adoperare in nessuna cosa. Ma quanto ai disegni, chi può contarli? La Lirica da creare.... tanti generi della tragedia, perchè dell'Alfieri n'abbiamo uno solo; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata all'età nostra, fino a una lingua e uno stile, ch'essendo classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al volgo come ai letterati.„ E perchè si faccia bene all'Italia, come fondamento della sua rigenerazione morale vuole che si crei una lingua filosofica, “senza la quale io credo ch'ella non avrà mai letteratura moderna sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non sarà mai più nazione. Dunque l'effetto ch'io vorrei principalmente conseguire, si è che gli scrittori italiani possano essere filosofi inventivi e accomodati al tempo, che insomma è quanto dire scrittori e non copisti.... Anche procurerò con questa scrittura di spianarmi la strada a poter poi trattare le materie filosofiche in questa lingua, che non le ha mai trattate; dico le materie filosofiche quali sono oggidì, non quali erano al tempo delle idee innate.... Quasi innumerabili generi di scrittura mancano o del tutto o quasi del tutto agl'Italiani, ma i principali e più fruttuosi, anzi necessari, sono, secondo me, il filosofico, il drammatico e il satirico. Molte e forse troppe cose ho disegnate nel primo e nell'ultimo; e di questo (trattato in prosa alla maniera di Luciano, e rivolto a soggetti molto più gravi che non sono le bazzecole grammaticali a cui lo adatta il Monti) disponeva di colorirne qualche saggio ben presto. Ma considerando meglio le cose, mi è paruto di aspettare. In ogni modo procureremo di combattere la negligenza degli Italiani con armi di tre maniere, che sono le più gagliarde: ragioni, affetti, riso.„ Non solamente la salute gl'impedisce di eseguire tanti disegni, ma la stessa inutilità della propria opera gli fa cadere le braccia. A Roma impera l'archeologia, a Firenze la statistica, a Milano e da per tutto la pedanteria; la letteratura, in istato d'asfissia, non che scuotere le genti, non dà pane da mangiare a chi la professa. “Con questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, c... chi si affatica a pensare e a scrivere.„ Gl'Italiani sono da più di un secolo, e vogliono restare tributarii degli stranieri anche nelle lettere. La miseria dei tempi è tale, “che chiunque in Italia vuol bene, profondamente e filosoficamente scrivere e poetare, dee porsi costantemente nell'animo di non dovere nè potere in verun modo essere commendato nè gustato nè anche inteso dagl'Italiani presenti.„ E i governi non badano soltanto a impedire ogni movimento, ma anche a soffocare il pensiero. Quasi tutte le volte che ha pronto un libro, il Leopardi è incerto di poterlo pubblicare. Quando manda al Giordani il manoscritto delle sue prime canzoni, la polizia lo sequestra; quando ne manda un'altra copia a Roma, gli scrivono che sono da prevedersi difficoltà da parte della censura. L'altra canzone al Mai è trattenuta dalla polizia austriaca e proibita per espressa volontà del Vicerè: “Essendo questa poesia scritta nel senso del liberalismo ed avendo la tendenza a rafforzare i malintenzionati nelle loro malevole viste, essa vuolsi per ciò tosto proibire e tagliare la via all'introduzione di contrabbando ed alla diffusione.„ La stessa polizia austriaca proibisce un'edizione fiorentina dei -Canti-, per “irreligiosità e principii antisociali.„ A Bologna la censura vieta la pubblicazione delle canzoni nuove e della -Comparazione- delle sentenze di Teofrasto e di Bruto: se egli vuole ottenere la revoca del divieto, deve far precedere il libro da un avvertimento nel quale loda i governi ed eccita i popoli all'obbedienza. Stampa a Firenze, sull'-Antologia-, un saggio delle -Operette morali-, per vedere se anche queste saranno trattenute in Lombardia; ma nella stessa Firenze il consiglio dei ministri gli rigetta il manifesto d'un giornale che si propone di pubblicare. A Napoli, pochi mesi prima che egli muoia, un'edizione delle sue intere opere dispiace ai Padri revisori ed è interdetta. La persecuzione continua anche dopo che egli è morto: il pretore di Reggio Calabria, nel 1856, condanna a mille ducati di multa Pietro Merlino, barbiere, “colpevole di detenzione di un libro proibito, intitolato -Canti di Giacomo Leopardi-.„ V. LA GLORIA. In questo paese, del quale le condizioni non gli sono lieve causa di dolore, potrà egli sperare di trovar un compenso alle tante sue sciagure? Poichè quasi ogni azione gli è stata contesa, e il pensiero e lo studio è stato tutta la sua vita, potrà egli ottenere il premio di questa attività: la gloria? Della gloria ha avuto una brama ardente. “Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente desiderio di gloria.„ A diciotto anni, questa non è in lui presunzione: tali prove ha dato del suo ingegno, che il Giordani gli può scrivere: “Io ho innanzi agli occhi tutta la vostra futura gloria immortale.„ E il proposito del giovane è più che mai di raggiungerla: “Non voglio vivere fra la turba: la mediocrità mi fa una paura mortale; ma io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno coll'ingegno e collo studio.„ Gli eruditi lavori dell'adolescenza cominciano a fruttargli le prime pubbliche lodi. Il Cancellieri, nella sua -Dissertazione- intorno agli uomini dotati di grande memoria, stampa: “Quali progressi non dovranno aspettarsi da un giovine di merito sì straordinario?„ e cita il giudizio dello svedese Akerblad: “Parmi che così erudita Opera di un Giovine ancora in tenera età sia di ottimo augurio per l'Italia, che potrà sperare di veder un giorno a comparire un filologo veramente insigne.„ Ma le prime canzoni levano più alto grido. Vincenzo Monti, a cui sono dedicate, gli scrive: “Il core mi gode nel vedere sorgere nel nostro Parnaso una stella, la quale se manda nel nascere tanta luce, che sarà nella sua maggiore ascensione?„ Il Trissino dice che 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000