emozione cresceva; però, dalla carrozza della Mazzarini che saliva su al Quirinale, avrebbe voluto far sapere alla gente in qual luogo ella andava. E come in sogno, passava dinanzi ai soldati ed ai corazzieri, saliva su per lo scalone, attraversava la fila delle sale, rispondeva agli inchini dei cerimonieri, si trovava nel salotto dove le altre signore stavano ad aspettare. Ve n'era una, infagottata dentro una casacca inqualificabile, goffa ed impacciata. -- Chi è? -- chiese all'amica. -- La moglie d'un magistrato; non rammento il nome. -- Ma non si viene a Corte in un simile -accoutrement-, non trovi? A un tratto, entrò la regina: un fruscio di stoffe, il triplice inchino. Ella divorava cogli occhi la figura della sovrana, ne afferrava tutt'insieme la toletta e la fisonomia, l'incesso e l'espressione, liberata assolutamente dalla soggezione che l'aveva tenuta sin lì. Sua Maestà, salutando in giro le dame, arrivò fino a lei. -- La signora Duffredi. -- Dei Duffredi di Sicilia? -- Maestà sì. Sono anzi i soli.... -- No, no: ve n'è degli altri, a Venezia. Non lo sapeva? E però un'altra famiglia. La loro discende da casa d'Altavilla, non è vero? -- Si, Maestà.... Con un sorriso, passò oltre. -- Che bella toletta!... -- osservò piano la Mazzarini. La sovrana parlava adesso con vivacità, in mezzo a un gruppo di dame con le quali era intima; poi si rivolgeva affabilmente ora all'una ora all'altra delle nuove presentate. Il discorso, dalle notizie d'Oriente, passava alla letteratura slava; Sua Maestà citava la leggenda di Marco Kraljevich e, nominato il Karageorgevitch, si volse a lei, dicendo scherzosamente: -- Anche loro potrebbero vantar dei diritti sulle Due Sicilie! Tutte la guardarono. Ella rispose subito: -- Non abbiamo che i doveri di sudditi devoti! Guardandosi intorno, ella ora pensava d'esser stata sempre in quella sala, non credeva di doverne andar via, e quando Sua Maestà si ritirò, le rimase un leggiero senso di rammarico, come per un bel sogno svanito. Per dei giorni, il ricordo di quell'udienza l'occupò tutta; i giornali la citavano fra le dame ricevute dalla sovrana. La figura di Arconti si relegava al secondo piano, quantunque quegli stessi fogli le mettessero continuamente sotto gli occhi il suo nome, nel commentare il discorso da lui pronunziato alla Camera. Dalla Mazzarini, un giovedì, se lo vide improvvisamente dinanzi. -- Le mie congratulazioni! -- gli disse. -- Perchè? -- Pel successo del suo discorso. Ero alla Camera, lei non m'ha vista: aveva da badare a cose più importanti! Al leggiero sarcasmo, egli rispose balbettando confusamente qualche parola. Non le levava gli occhi di dosso. Ella sapeva di star bene, si sentiva innalzata sulla folla anonima, assaporava il proprio trionfo. L'esaltazione la faceva provocatrice; sostenendo gli sguardi di lui, insisteva a chiedergli: -- Dov'è stato? Fuori di Roma?... -- No. -- Come non la vedevo da un pezzo.... -- Non ne imagina la cagione? -- No, davvero! -- Ma non vede che è per lei?... che ho voluto evitarla a posta?... Si mise a ridere mostrando i denti. -- Le faccio dunque paura? La sua ilarità era un poco forzata, ella ostentava una sicurezza che dinanzi al pericolo non la sosteneva più. Erano appartati in un angolo; al pianoforte il tenore Bagnoni cantava il -Suonatore di lira-, di Schubert e le note soavi, i melodiosi sospiri accompagnavano le parole del giovane: -- Sì.... paura, terrore.... perchè la mia vita dipende da lei.... perchè io l'amo.... Aveva parlato piano, lentamente, con un fervore contenuto, con uno struggimento nella voce e nello sguardo. Ella ansimava un poco, col cuore che precipitava i suoi battiti. Disse, socchiudendo gli occhi, contraendo quasi dolorosamente le labbra. -- Per pietà.... non aggiunga altro.... -- No; bisogna che m'oda. Dei «bene», dei «bravo» si levarono intorno. Egli riprese rapidamente: -- Ho creduto di morire, non osavo parlare, pensavo che mai le mie parole avrebbero potuto salire fino a lei.... Delle persone si avvicinarono; ella ingiunse: -- Taccia; ci ascoltano.... Ora non comprendeva quel che si diceva intorno a lei; si mise a parlare senza pensare quel che diceva, col viso in fiamme, un tumulto nell'anima, gli occhi attratti dagli sguardi di Arconti che martoriava un guanto. Avrebbe voluto dirgli: «Non insista, io non posso ascoltarla, si scordi di me....» Ma quelle parole non l'avrebbero tradita, dimostrando la sua esitazione? Bisognava essere più dura, più recisa. Come, se ella lo amava?... Egli pareva in preda a una nervosità irritata, sempre crescente a misura che il tempo passava senza che ella restasse un momento sola. Della gente cominciava ad andar via, suo marito arrivò. L'altro era scomparso; e un pentimento la prese: era stata troppo severa, lo aveva offeso, egli la fuggiva!... Nell'anticamera, se lo vide dinanzi. Aiutandola a mettersi il mantello, le disse rapidamente, con una supplicazione tenera: -- Mi permette di scriverle? Guglielmo si avvicinava; ella ebbe paura, e chinò gli occhi. Una lettera di fuoco, riletta ogni ora, custodita sulla propria persona; delle frasi inaudite che le tornavano a memoria, come una musica... «Il sogno sfrenato d'una mente in delirio è dunque compiuto?... Io v'ho detto senza morire che siete l'aspirazione dell'anima mia?... No, non ve l'ho detto ancora!... Sorriso del cielo, poesia del creato, nembo d'oro e di rose, io piego i ginocchi dinanzi a voi, sospirando... Una virtù nuova m'infiamma, la vostra grazia discende su me!...» La sua cameriera, che le aveva data quella prima, le consegnò altre lettere, i giorni seguenti. Ella fingeva di lasciarle sulla toletta, dando a intendere che doveva consegnarle a qualche altro. Le leggeva quando poteva, a letto, in carrozza, nel bagno. Ve n'era una lunga, fittissima, in cui egli narrava la storia di quell'amore, la lotta combattutasi in lui prima di confessarlo, e un'altra brevissima, un biglietto dove non si conteneva che un pensiero, una imagine, una preghiera. «Un vostro rigo, una vostra parola, qualche cosa di voi, che emani da voi, che mi parli di voi, che mi faccia credere alla realtà di quanto m'accade...» Ella aveva tentato di rispondergli; ma stracciava fogli sopra fogli, non riuscendole di conciliare l'espressione dell'amore coi consigli della prudenza. La domenica egli mandò due lettere, a distanza di poche ore. Voleva rispondergli di aver più riguardi, di non comprometterla; preferì di dirglielo a voce. Il tempo, fattosi orribile, le aveva impedito di andare al Pincio, dove si sarebbero certamente incontrati. Ogni giorno guardava il cielo, studiava il corso delle nuvole; il vento e la pioggia si alternavano di continuo. Il lunedì, come vi fu una tregua, andò fuori. Egli era all'angolo di palazzo Chigi, con altre persone; salutò profondamente. Però non venne al giardino, dove ella girò un pezzo spiando continuamente pei viali, aspettandolo. Non vi era nessuno; gli alberi nudi, sotto un cielo di cenere, mettevano una grande malinconia. Il dispetto del primo momento per esser lasciata sola, cedeva adesso all'imaginazione del conforto che un grande affetto doveva procurare contro le tristezze della natura e della vita. Il domani, che era il suo giorno, ella fece una lunga toletta. Sarebbe venuto certamente, l'aspettazione le metteva la febbre. La prima visita fu invece quella di una Americana che aveva conosciuta dai Mazzarini. Ella s'era messa a parlare inglese, con l'occhio alla portiera, aspettando di vederlo comparire. Si udì uno squillo di campanello; egli le venne incontro. -- Arconti, come va?... Si sentì prendere tutta dalla mano di lui; però, dominandosi, fece la presentazione. Egli pareva felice, parlava con grande vivacità, diceva delle galanterie alla straniera, ma guardando lei. Ella stessa recitava una parte, e quella commedia di salone le procurava un piacere mai provato, sedava l'agitazione del suo spirito. L'Americana andò via. Allora egli le afferrò la mano, cominciò a divorarla di baci, mormorando rotte parole. -- No!... No!... Stia buono... potrebbe venir gente!... -- Amor mio!... Non è possibile!... Che tortura... A un tratto la portiera si sollevò nuovamente: apparve, come piovuto dalle nuvole, il vecchio don Gaetano Linguaglossa. Repressa la sua violenta commozione, ella stese la mano al nuovo venuto. -- Sono a Roma da due giorni; la mia prima visita è per lei. -- Sempre amabile!... L'onorevole Arconti, il commendatore Linguaglossa... Il vecchio lo squadrò con un'aria di stupefazione; poi disse, lentamente, compitando: -- L'onorevole deputato? -- e stendendogli a un tratto la mano, glie la strinse forte -- Oh, quanto piacere!... L'altro non aveva detto nulla, mordendosi i baffi. Con degli sguardi supplichevoli, intanto che il commendatore spiegava il motivo della sua venuta alla capitale, ella gli diceva di aver pazienza, di non tradirsi. Però l'altro non finiva più di parlare, narrando la storia d'un suo nipote che, dovendo fare il volontario, aveva corso il rischio di essere arrestato come disertore, per un imbroglio di carte. -- Una legge diabolica, nessuno ci capisce niente! Dal distretto alla prefettura, dalla prefettura al municipio, dal municipio al reggimento, dal reggimento al consiglio di leva... -- e a misura che enumerava i passi fatti, volgeva gli occhi dal deputato a lei e da lei al deputato. -- Anzi, giacchè ho avuto l'alto onore di conoscere l'onorevole -- e s'inchinò un poco -- potrebbe farmi grazia, di dirmi se al Ministero della guerra... Egli rispose appena, con un fastidio mal dissimulato; il commendatore riprendeva come nulla fosse. Vi erano dei momenti di silenzio, durante i quali don Gaetano si guardava intorno, scrollando il capo, in aria d'approvazione. Con la tentazione di gridargli: «Andate via!...» ella era costretta a riattaccare il discorso. -- E le sue sorelle, stanno bene? -- Così, come comportano gli animi. Ma il tempo qui è micidiale! Io ero stato a Roma d'inverno, la prima volta nel 1868, quando c'era il potere temporale e bisognava fornirsi nientemeno di passaporto... A un tratto Arconti si alzò. Ella gli disse, trattenendolo un poco per la mano: -- Va via?... -- Sì, -- rispose, quasi duramente. Aveva voglia di piangere: egli l'aveva con lei, forse non sarebbe tornato! Come il commendatore se ne andò, corse al tavolino e gli scrisse la sua prima lettera: «Perchè mi avete lasciata così bruscamente? Non avete compreso che io soffrivo più di voi? È stato un contrattempo disgraziato, nel quale io non ho colpa. Se sapeste che male mi avete fatto! Voi dite di amarmi e non vi rassegnate a sopportare le piccole contrarietà che sorgono ad ogni piè sospinto nel mondo!...» Aveva da poco mandata quella lettera, che ne ricevè una di lui. «Una tortura spietata come questa nessuno può imaginarla: esser dinanzi a voi, aver piene le labbra, le mani, tutta la persona del vostro profumo, e non potervi stringere al cuore, non potervi dire le sole parole che voi dobbiate ascoltare!... Vedete che è impossibile durare in questo tormento! Per pietà di me, se non volete farmi commettere una pazzia, lasciate che io vi veda sola, un momento, non fosse che un momento, dove vorrete...» Allora ella si pentì di avergli scritto quel biglietto. Appena ricevutolo, egli rispose: «Voi mi avete scritto! la vostra mano regale si è posata su questo foglio! Il vostro pensiero arriva fino a me! Incredibile!... Sogno!... Ora e sempre, a costo di tutto, la vostra volontà sarà la mia. Nessuna dolcezza eguaglia quella di obbedirvi. Voi avete sofferto per me! Ed io non ho ancora data la vita, per sentirmi dire queste parole!...» Le lettere seguivano alle lettere, sempre più infiammate, sempre più supplici, traboccanti di passione devota, di amor mistico. Come un aroma d'incenso se ne sprigionava, avvolgendola tutta. Ella le lasciava cadere, tendendo le braccia, dicendo tra sè: «Sì... sì... prendimi!...» Però, non gli rispondeva che per scongiurarlo di esser calmo, di esser prudente; e incontrandolo, lassù al Pincio, alle supplicazioni di lui rispondeva con altre supplicazioni: -- Abbia pietà di me! Si contenti di questo!... Io non posso darle di più... Egli l'accusava, freddamente: -- Voi non mi amate!... Voi non mi avete detto ancora che mi amate!... Ve ne siete guardata bene!... -- Oh!... Allora gli sguardi di lui, umidi e fissi, la penetravano tutta, la costringevano ad abbassar le palpebre. E il martedì, nei momenti che restavano soli, egli la stringeva alla vita, la baciava furiosamente sulle guancie, sulla bocca. Atterrita all'idea di veder comparire qualcuno, ella lo allontanava; allora l'altro si lasciava cadere sopra una poltrona, si prendeva la testa fra le mani, con una disperazione muta. Per confortarlo, ella si appressava, gli diceva dolcemente: -- Perdonatemi... ma che colpa è la mia? Non sapete a che rischi mi espongo? -- Sì, sì... avete ragione!... Siete voi che dovete perdonarmi... A sua volta ella si gettava a sedere, e dei lunghi sospiri le sollevavano il seno, intanto che egli si chinava su di lei. -- Voi mi amate?... Ditelo, almeno!... Ch'io lo senta almeno dalle vostra labbra adorate... Ella chiuse gli occhi, poi gli buttò le braccia al collo. Così, guancia contro guancia, egli le soffiò all'orecchio le parole di fuoco: -- Verrete da me?... -- No!... Mio Dio!... No... Ma una febbre le accese il sangue, e come egli insisteva, pregando, minacciando, scrivendo lettere su lettere, evitandola più tardi, torturandola con la sua indifferenza, tornando a farsi supplice, ella riconosceva di non poter durare nel rifiuto, di esser costretta a parlamentare. Era dunque fatale passare di lì? Si metteva una mano sugli occhi, s'immergeva in una contemplazione interiore; poi, alzatasi, passeggiava rapidamente da un capo all'altro della stanza, mormorando: «Ma se l'amo!... se l'amo!...» Egli non le dava tregua, scongiurava: -- Venite!... Ch'io vi veda sola, ch'io vi abbia per me un'ora, un minuto!... Perchè dite di no? Di che avete paura? Non sapete che la vostra volontà è la mia legge?... Allora ella metteva innanzi altre difficoltà: -- Ma dove volete che venga? A casa vostra? Non pensate alla compromissione?... -- Non a casa mia... -- Abbassata la voce, presale una mano, spiegò: -- In un'altra casa... che è mia ed è vostra... dove non ci conosce nessuno... Ella si nascose il viso tra le mani. Era laggiù, in via Leonina. Ella era andata a piedi fino a piazza Venezia, s'era fatta lasciare in carrozzella a Tor de' Conti. Malgrado il velo che le nascondeva il viso, malgrado la tranquillità di quel quartiere, ella credeva di avere tutta Roma alle calcagna. Andava rapidamente, ansimando, leggendo i nomi delle vie, con la paura di smarrirsi, atterrita all'idea di dover chiedere la sua strada. A un tratto scoperse la casa gialla, il piccolo portone. Un uomo vi stava fermo dinanzi. Ella passò oltre, col cuore stretto da un'angoscia. In capo a via Santa Maria dei Monti, tornò indietro: qualche raro passante le piantava gli occhi addosso. Ella affrettava il passo. Il portone era libero; entrò. A due riprese, su per le scale, dovette fermarsi, sul punto di svenire. Delle voci che partivano dall'alto la spronarono. L'uscio cedette alla sua pressione; due braccia la sollevarono. VII. -- Leggi questo telegramma. Ella afferrò il foglio che Guglielmo le tendeva, corse a la finestra e sollevata la veletta sulla fronte, lesse: «Marchese aggravato, tenuto consulto dottor Caldara, avute speranze, avvertovi onde prevenire notizie inesatte.» Il sangue, dal cuore ov'era affluito, gonfiandolo, le si riversò nuovamente per tutte le vene. Però la sua vista si confuse; ella dovette appoggiarsi al muro. -- Una bella notizia!... Bisognerà tornare a Palermo, giusto adesso... Sono cose che capitano soltanto a me!... Guglielmo passeggiava di su e di giù per la stanza; ella si passava una mano sulla fronte. Avrebbe voluto cadere in ginocchio, delle lacrime di gratitudine le gonfiavano le palpebre; diceva in cuor suo, guardando il cielo: «Signore!... Signore!...» Appena scorto il telegramma, un terrore l'aveva gelata, un brivido le aveva drizzati i capelli: il castigo fulmineo, la morte che piombava su qualcuno dei suoi... suo figlio!... «Signore!... Signore!...» e un tremito la scuoteva ancora, le faceva battere i denti. -- Tu cos'hai?... -- disse a un tratto Guglielmo, fissandola. -- Io?... Nulla... questa notizia... il freddo d'oggi... Però il cuore le dava un balzo ad ogni parola, ad ogni rumore; un nodo le serrava la gola; e con una sete ardente aveva paura di chieder dell'acqua. Suo marito, frattanto, riprendeva a discutere intorno alla malattia dello zio. -- Dev'esser grave, altrimenti il telegramma non si spiegherebbe... «Avute speranze» vuol dire che s'erano perdute; è chiaro? -- Sì, ma egli è forte... supererà anche questa... Evitava di guardarlo, non si fidava di sostenere lo sguardo di lui; se almeno egli l'avesse maltrattata, se le avesse detto qualche cosa di urtante! Invece, le chiedeva: -- Perchè sei uscita a piedi, con questo freddo? -- Credevo di far meglio, di riscaldarmi col moto. -- E dove sei stata? La terribile domanda scoppiava, imprevista. Tutto l'intimo essere suo si ribellava alla menzogna, protestava contro la slealtà, intanto che le labbra pronunziavano: -- Da Mistress Blackson, dalla Mazzarini... -- A proposito, che t'ha detto di suo marito? -- Nulla... -- Vuol dire che non lo sa ancora. Si parla delle sue dimissioni... Ed aveva cominciato ad esporre la situazione parlamentare. Ella era impaziente di restar sola, di raccogliere i suoi pensieri, però un infiacchimento della volontà, un avvilimento di tutta sè stessa la teneva ancora lì. -- Ma come sei pallida!... Ti senti male? -- Sì, un poco. La voce di quell'uomo le faceva male; ogni sua parola era un rimprovero, un'accusa, una sferzata. Sola finalmente nella sua camera, ella tentava di rammentarsi tutti i motivi di dolore che egli le aveva dati, i propositi di vendetta che l'avevano animata contro di lui. Non aveva ella voluto questo? Non si era sentita nel dritto di prendere finalmente la sua rivincita? Però ella non aveva previsto il secreto rammarico che l'occupava. Oltre alla vergogna provata dinanzi a suo marito, oltre alla superstiziosa paura del castigo, un sentimento di stupore doloroso le s'imponeva. Ella si diceva: «Io sono caduta!» e ripeteva quella frase, meccanicamente, fino a smarrirne il senso. Qualche cosa d'irrevocabile s'era compito in lei! Ella non aveva provato questo, il giorno che si era svegliata donna. Sentiva che quest'altro uomo le aveva tolto assai di più che non il primo. Una specie di pentimento sorgeva in lei; ella si diceva che non avrebbe più ricominciato. Ma non era stato l'amore che l'aveva sospinta? E allora si domandava: «Sono dunque sicura di amarlo?...» Com'era possibile che ella si facesse questa domanda? Non si era interrogata tante volte, il suo cuore non le aveva detto di vivere per quel sentimento? Però ella si diceva adesso: «È questo, l'amore?...» Nella fluttuazione a cui era in preda il suo spirito, tratto tratto ella si scuoteva, vagava per la camera senza uno scopo, s'avvicinava alla finestra, guardava giù nella via. Alla vista della folla, un sorriso cominciò a spuntarle sulle labbra: ella non invidiava più nessuno, conosceva adesso la passione! Poi la paura dello scandalo la turbava. Ma chi avrebbe potuto saper nulla? E non doveva ella sfidar tutto e tutti? Allora affermava sicuramente, alzando il capo: «Io l'amo!...» E a poco a poco la compiacenza cresceva. La Mazzarini aveva mandato un invito per l'Argentina; malgrado le notizie di Palermo, Guglielmo la indusse ad accettare. Il teatro era pieno d'una folla elegante; ella trovava un'altra espressione alla gente che conosceva. Non prestava ascolto allo spettacolo; si diceva: «Se sapessero!...» e guardava in platea, temendo e sperando di vedervi il suo amante. Aveva un amante!... Com'egli apparve, come la cercò con lo sguardo, ella sentì rimescolarsi; per darsi un contegno, si rivolse all'amica, chiedendole notizie della crisi ministeriale. Delle visite si alternavano nel palco, la consueta ammirazione rispettosa si leggeva in tutti gli sguardi. La sua paura era sciocca!... Fra il secondo e il terz'atto si schiuse l'uscio di un palco vuoto di seconda fila, e la principessa di San Terenzio entrò, unicamente accompagnata dal marchese Romani, che la sbarazzava del mantello, parlandole all'orecchio. Allora ella vide, nelle poltrone, la Respigliani, seduta tranquillamente fra il marito e l'amante; Madame Duroy, sola, nel palco degli ufficiali; Marino Cortona col cannocchiale appuntato verso la Ferazzano, che lo salutava fingendo di passarsi una mano sulla nuca, per accomodarsi i capelli. L'esempio delle altre dissipava i suoi scrupoli: tutte facevano così! Ella avrebbe adesso voluto che Paolo fosse venuto a farle una visita. Il domani, appena desta, ebbe la lettera di lui: un inno squillante: «Dal cielo che tu le schiudesti, ai tuoi piedi viene l'anima mia, ti dice la sua trepida meraviglia, la sua folle esultanza, l'eternità della sua gratitudine...» Però, quando fu arrivata in fondo, il foglio le cadde di mano. Riconosceva che era una lettera scritta bene, ma le restava un senso vago e ingiustificato di malcontento. Nel pomeriggio, andò al Pincio; egli era là ad aspettarla. -- Love, sweet love!... Si era messo a parlare con un fervore così intenso che, malgrado adoperasse una lingua straniera, ella gli disse, accennando al cocchiere: -- Speak low, I pray you... Appoggiato un braccio allo sportello, guardandola negli occhi, egli lasciava traboccare in parole rapide e sommesse la gioia di cui il suo cuore era ricolmo, attestava l'amor suo dinanzi al cielo. -- E sarà sempre così? -- Che cosa bisogna fare per dimostrarlo? Ella abbassò un poco le ciglia, come per sottrarsi ad una incresciosa visione; poi disse: -- Siete preparato a una triste notizia? -- Qual'è? -- Probabilmente dovrò partire. -- Voi?... È impossibile! -- Purtroppo... Egli impallidì, intanto che udiva le notizie di Palermo. -- Vi seguirò!... -- Ah, non lo dite! -- Vi seguirò!... Credete dunque che io possa rinunziare a voi, ora?... Verrò in capo al mondo, a costo di tutto... In quel momento, ella lo trovava più bello. Pensava: «Come mi ama!...» intanto che cercava di persuaderlo, di fargli intendere ragione. -- E i pericoli a cui mi esponete?... Volete perdermi per sempre?... D'altronde, nulla è ancora deciso; forse non ci sarà bisogno di andare laggiù!... La fisonomia di lui si schiariva; abbassata ancora la voce, chiese: -- Quando verrete? Dinanzi ai suoi sguardi divoratori, ella chinò i proprii. Si mise a tirare lentamente un guanto sul braccio, mormorando: -- No... non mi chiedete questo. -- Come?... Volete dunque che io faccia una pazzia?... -- Tacete... Abbiate pietà di me!... E gli confessò i suoi terrori, la coscienza della colpa, il timore della punizione. -- Voi non mi amate! -- Infatti, non ve ne ho dato la prova!... -- Perdono!... perdono!... Avete ragione, sempre! Una grande sodisfazione la penetrava, all'idea di averlo ridotto a non insistere; l'impero che esercitava su di lui l'assicurava dell'avvenire. -- Ma allora, perchè siete così bella! Perchè m'avete inebriato l'anima, i sensi, tutte le potenze della vita? Come una nuova vampa gli passava negli occhi, ella smise di parlare inglese. -- Conosce chi sono quelle signore, laggiù in fondo? Voltatosi a guardare, egli rispose: -- Non so... non le ravviso... -- e a un tratto, tornando a fissarla, esclamò: -- Sentite, volete sapere che cosa faccio adesso? -- Che cosa? -- Apro lo sportello, salgo accanto a voi, e dinanzi a questa gente, tranquillamente, vi prendo la testa fra le mani, vi metto le dita fra i capelli, e vi bevo a baci sulla bocca, sul collo, sugli occhi... -- No... no... per pietà!... Ella si tirava indietro, spaurita, credendo che dicesse sul serio, e lo scongiurava sottovoce di esser paziente e prudente, di aver fiducia in lei. Poi esclamò con disinvoltura, ordinato al cocchiere di avanzare: -- Arrivederla dunque; a ben presto! Era contenta di sè, non aveva nulla perduto se restava arbitra di quell'uomo, di guidare gli eventi, di concedersi o di rifiutarsi. Egli tornava alla carica, con lettere ardenti, implorando, minacciando. Dinanzi alla gente, al ballo, si chinava su di lei, a rammentarle quell'ora di cielo, a dirle: «Ora vi porto via!...» Ella implorava cogli occhi, atterrita; l'altro ripeteva: «E credete possibile che io rinunzii a voi, adesso?...» finchè, vinta, ella si lasciava strappare una promessa, ma chiedendogli di rimettersi a lei stessa pel compimento. Le notizie di Palermo erano migliori, e come il carnevale si avanzava, ella andava da per tutto, trovando un nuovo sapore, in quelle condizioni, alla vita mondana. Il giorno che lesse l'invito pel ballo del Quirinale, il sangue le die' un tuffo; e come Paolo riprendeva con nuovo ardore a esigere il mantenimento della promessa, ella tornò da lui, due giorni prima della festa. Un pensiero d'amore riscattava la mediocrità di quelle due stanze quasi vuote. Disseminati per terra, sparsi sui tavoli, sulle seggiole, raccolti a piccoli mazzi nelle coppe e nei calici, dei fiori rallegravano la vista, esalavano delicati profumi. Le tendine di cretonne, accostate, impedivano che degli sguardi indiscreti penetrassero, e lasciavano filtrare una mezza luce propizia al turbamento dell'ora. Ella si guardava intorno, muta, tendendo l'orecchio, credendo di udire il rumore di un passo, facendogli segno di parlar sottovoce, chiedendogli che gente abitasse vicino. -- Sei sicuro che non mi conoscano? -- Ma sì... e poi, di che temi? Non sono qua io? Chi ti strappa dalle mie braccia? Ella si lasciò stringere al suo petto; poi tentò difendersi, ma restò senza forza dinanzi alle soave blandizie delle carezze. A un tratto si nascose il viso dietro un braccio, soffocando un sospiro di vergogna e di rimorso. Egli la consolava, l'obbligava con dolce violenza a voltarsi verso di lui, a guardarlo in faccia. -- Negli occhi... leggimi negli occhi!... Non credi all'amor mio?... Allora, scuotendo il capo, buttando indietro i capelli, ella incrociava le mani sulla spalla di lui, mormorando: -- Sì, ti credo... Sarei qui, se non ti credessi? -- È vero! -- Ma tu non sai che cosa mi costi!... o Paolo!... -- Amore! Egli l'accarezzava, in silenzio; ed ella si lasciava fare, inerte, lievemente contrariata nella sua aspettazione di eloquenti conforti e di proteste ferventi, sentendo che malgrado la suprema intimità si conoscevano ancora poco per fare un'anima sola. -- Lunedì sera, al Quirinale? L'idea di quel convegno secreto in mezzo agli splendori della Corte, delle specie di connivenza che a loro insaputa le avrebbero prestata quelle grandi dame da lei un tempo invidiate, la colmava di sodisfazione. Tornando a casa, con un mazzo di quei fiori che egli le aveva composto, non ritrovava più la paura dell'altra volta; e intanto che, vestita dell'abito da ballo, la sarta le girava intorno, raccogliendo delle pieghe, appuntando dei merletti, ella si guardava allo specchio, trovandosi un'altra fisonomia, un'aria più -femme-, pensando che la vita cominciava soltanto adesso per lei. Ella era di nuovo nella reggia! Una chiarezza abbagliante, una diffusa luminosità che faceva parere più vasti e più alti i saloni, e quasi bagnava le morbide stoffe, le carni vellutate, le chiome lucenti. Uno sfolgorìo di gemme, un palpitar di ventagli, lo splendore delle uniformi tempestate di croci, la sfilata dei diplomatici, dei generali, dei cerimonieri, la scomposizione e la ricomposizione incessante di un quadro magnifico dove i toni più caldi e più ricchi eran profusi.... Grazie alla Mazzarini, ella aveva potuto trovar posto vicino all'ingresso dei sovrani; ed ammirava il suo -carnet- dalle cifre reali, esaminava le tolette e le bellezze, sussultava alle battute della fanfara, all'entrata del re e della regina; contemplava la quadriglia d'onore scandalizzata dagli sbagli che commetteva un ministro e che facevano sorridere la sovrana; e nella esaltazione che le luci, i profumi, la musica, la visione di tutte le ricchezze le procurava, ella quasi non vide Arconti che veniva a salutarla. L'abito nero di lui le pareva un po' troppo semplice. V'era un addetto militare russo, un capitano, giovane, alto, biondo, dalla cambrure quasi muliebre, dall'uniforme splendente, sul quale i suoi sguardi tornavano spesso. Però, come ella conosceva poca gente, come non era molto notata, un sottile scontento le guadagnava l'anima; ella avrebbe voluto esser moglie di un ministro o d'un ambasciatore, aver diritto ai primi posti, attirare l'attenzione di tutti. Nella specie di umiliazione che la sua fantasia le creava, si sentiva ora prendere da una tenerezza dinanzi a Paolo, il cui sguardo innamorato cercava di lei, non vedeva che lei. La regina cominciava il giro delle sale; ella invidiava le signore alle quali Sua Maestà accordava l'onore di rivolgere la parola. Pensava: «Si ricorderà di me? Mi parlerà?...» e la seguiva cogli occhi. Ma la sovrana s'era seduta accanto alla baronessa Tchernicheff, e la circolazione si ristabiliva. Sfilavano delle coppie superbe, intorno alle quali tutti facevano ala: delle principesse di sangue reale, delle grandi dame straniere a braccio di diplomatici, di ufficiali, di personaggi magnifici e superbi che avevano l'aria di non guardare nessuno. E il principe di Lucrino apparve ad un tratto, dando il braccio alla marchesa del Nepal, la Inglese che faceva girar la testa a tutta Roma. Si chinava un poco su di lei, la faceva ridere d'un riso che scopriva fin sopra alle gengive i denti lunghi e abbaglianti. Che cosa le diceva? Forse era -en bonne fortune-. Più tardi, nel salone degli Specchi, le si avvicinò a domandarle l'onore di una danza. Ella si aspettava dei complimenti, una dichiarazione larvata. Invece il principe parlava della festa, trovando che questi del Quirinale erano dei balli borghesi; egli sapeva un incidente occorso nella quadriglia d'onore, la bévue dell'ambasciatore turco, un motto della sovrana. Quantunque fosse in abito nero, spiccava tra la folla per l'eleganza del suo portamento, per la distinzione del tratto; si vedeva che egli era come in casa sua; Arconti le pareva un poco spostato. Le battute della fanfara reale annunziarono il ritiro dei sovrani: dei generali facevano aprire la folla, e il re passava dando il braccio alla regina. L'animazione cresceva, adesso cominciava quell'assalto al -buffet- di cui ella aveva tanto sentito parlare. Vi erano dei tipi curiosi: un vecchio dai capelli inverosimilmente neri, con due grossi smeraldi alla camicia, delle decorazioni complicate, un taccuino in mano. -- Chi è? -- chiese ella. Il principe sorrise. -- Ah! ah!... Non lo conosce? Il conte Ferdinando Spirelli-Gloria di Calcaterra e Argenta... un pezzo grosso!... un -reporter-! Passava in quel momento Arconti insieme con un vecchio signore dalla commenda al collo. -- Sono gl'intrusi del giornalismo e della politica -- finì di dire il principe. Ella credette che l'allusione fosse rivolta ad Arconti; che, sapendo di avere in lui un rivale, il principe glie ne avesse voluto dimostrare l'inferiorità. Allora ella protestava tra di sè: non era vero che egli fosse un intruso! Anche non essendo un principe romano, la sua nascita gli dava il diritto di entrare nella reggia cogli altri. Era vero, invece, che in quell'ambiente non brillava molto, che quella luce non gli era troppo favorevole... Ma perchè giudicava ella l'uomo che amava? Ballando con lui, ella rispondeva alla pressione della sua mano, abbassava le ciglia alle parole turbatrici che egli le mormorava. Lucrino, da lontano, non cessava di guardarla; le piaceva di farne un geloso. La sua ebbrezza andava crescendo coll'inoltrarsi della notte; accanto alla Mazzarini, ella si vedeva ora molto circondata, conosceva nuova gente; e al ricordo della mediocrità in cui era prima vissuta, un senso di stupore l'invadeva. A un tratto ella si rivedeva con la fantasia nella casa di via Leonina; allora dei sorrisi le increspavano le labbra. Le durava ancora nell'anima il fermento prodotto da quelle impressioni, quando, il domani, arrivò da Palermo un telegramma inquietante. Suo marito, deciso di partire subito, diè l'ordine di preparare i bauli. Nella confusione in cui era messa la casa, ella si chiuse un momento in camera, per raccogliere le proprie idee, per iscrivere a Paolo. «La contrarietà che io temevo» gli scrisse «è avvenuta; sono costretta a seguire mio marito in Sicilia, debbo lasciarti. Spero che sarà per poco; fàtti coraggio e non toglierne a me...» Invece, ella non sapeva perchè l'idea di quella separazione le desse una specie di compiacenza. Era pel sentimento della propria libertà che avrebbe riacquistata? O per la prova a cui metteva l'amore di Paolo? Egli rispose: «Bisogna -assolutamente- che io ti veda; comprendi? Se non mi assicuri che domani verrai anche per un istante solo, mi presenterò a casa tua.» Impaurita da quella minaccia, promise. E il domani, abbreviata la sua visita alla Mazzarini, corse in via Leonina. L'uscio le si schiuse dinanzi: egli era lì che l'afferrava per le mani, che le piantava gli occhi in viso. -- Tu parti?... Tu mi lasci?... Ora?... -- È necessario! -- E me lo dici così?... Io non conosco che una sola cosa necessaria al mondo, ed è l'amor nostro!... Parlava concitatamente, martoriandole il polso, trascinandola verso la luce. -- Ma che colpa ci ho io?... È un mio capriccio, forse?... Credi che io vada a divertirmi?... Che cosa posso farci? Egli disse, con voce sorda: -- Verrò anch'io. -- No, Paolo, non lo ripetere!... Non è possibile... A che scopo verresti? Credi che laggiù potrei fare quel che faccio qui? Tutti mi conoscono, non potrei dare un passo senza essere riconosciuta, senza avere tutta Palermo alle calcagna! Tu non potresti nemmeno venire da me due volte di seguito... Vedi dunque? Perchè?... -- Perchè?... Perchè? Egli la stringeva, la soffocava, cogli occhi rossi, la voce selvaggia: -- Perchè ho bisogno di te!... Perchè non possa vivere senza di te!... Perchè ti voglio portar via... -- Poi, sconvoltisi i capelli, scuotendo il capo, prendeva a supplicare: -- No... non mi lasciare!... Tu non sai che dolore!... O consenti che venga anch'io, senza vederti, che cosa importa? Ma respirare l'aria che tu respiri; poter dire: ella è qui, forse la incontrerò, forse vedrò, da lontano, il colore della sua veste, il gesto del suo saluto!... -- Povero amore!... Povero amore!... Accarezzandogli lievemente i capelli, ella socchiudeva un poco gli occhi, inebbriata, dicendosi: «Come mi ama! Come mi ama! Non credevo così...» -- Tu soffri, povero amore... -- mormorava -- Soffro anch'io, sai!... Coraggio! Tornerò presto, te lo giuro! più presto che tu non creda!... Mi scriverai tutti i giorni, ti scriverò anch'io; d'altronde, tu non verrai laggiù, con la commissione d'inchiesta? -- In autunno, fra un secolo! -- Vedrai che il tempo passerà... pensa alla gioia del rivederci... Suvvia, coraggio!... -- Oh, se tu sapessi!... Allora, mettendoglisi più amorosamente vicino, obbligandolo a guardarla, ella chiedeva: -- È più forte di te, non è vero?... Dimmi che cosa provi, aprimi tutto l'animo tuo; sarà una consolazione, vedrai... Egli disse, piano: -- Mi pare che il mondo perisca, che la luce si spenga per sempre... -- Oh, sì; è così!... E dimmi ancora, perchè?... perchè io sono, che cosa?... -- Il mio respiro, la vita dell'anima mia... Le mani si cercavano, le labbra si univano, e nel languore stanco in cui la sua esaltazione finiva, egli ascoltava con maggior tolleranza la voce della ragione, le persuasioni con le quali ella lo confortava, le istruzioni che gli dava sul modo con cui avrebbero corrisposto. -- Ogni sera, quando tornerai a casa, mi narrerai la tua giornata; io ti dirò tutta la mia vita, ci parrà così di esser vicini. -- Dammi almeno il tuo ritratto. Egli fece quella domanda con un tono di voce così supplice, guardandola con tanta passione, che ella fu punta da un vivo dolore all'idea di non poter contentare il desiderio di lui. -- Non ne ho nessuno! E non c'è il tempo di farne... Ma te lo manderò da Palermo, appena arrivata... -- Dammi almeno una ciocca dei tuoi capelli. -- Tutti! Presa una forbicina sulla toletta, egli le si avvicinò. Restava fermo a guardarla, cogli occhi luccicanti. Alzò le mani; ma come gli tremavan forte, finì per dire: -- Guarda, non posso... -- Lascia a me. Recise un ricciolo della nuca; egli fece per prenderlo, ma ella disse: -- Non ancora, aspetta. Il suo cappellino nero era guarnito d'una ghirlanda di fiori; ne colse due e li intrecciò coi capelli. Egli si chinava a baciarle la punta delle dita intente a quel lavoro. Allora, come l'istante della separazione si avvicinava, persuasa che toccava a lei di esser forte, ella s'affrettò, lo scongiurò rapidamente, sottovoce, di aver fede in lei, e si sottrasse ai suoi abbracci disperati. Un sentimento di meraviglia la occupava, partendo: non avrebbe creduto a tanto dolore da parte di lui. Nel mondo in cui ella entrava, i legami si stringevano, si rompevano, si riprendevano, secondo le esigenze degli avvenimenti. Se egli soffriva tanto per una separazione temporanea, che cosa avrebbe fatto per una rottura? Però l'idea della passione ispiratagli la colmava d'orgoglio sodisfatto. Ella si considerava come un'eccezione; si diceva: «Io sono una di quelle donne fatali a cui nulla resiste!...» Il pensiero di quell'uomo sospirante la sua memoria, del desiderio cocente di cui ell'era oggetto, l'accompagnava per via, le dava un secreto compiacimento, perchè ella trovava giusto che quell'uomo soffrisse un poco, che pagasse col dolore la felicità ottenuta. VIII. Arrivarono a Palermo che il marchese non era morto ancora; ma il disfacimento del suo corpo rassomigliava alla putrefazione di un cadavere. Nella stanza dell'ammalato si diffondeva un cattivo odore intollerabile, che la disinfezione all'acido fenico inaspriva. Col suo viso come di cera e col suo sguardo lucente, egli metteva paura. Guglielmo stava tutto il giorno al capezzale del moribondo; ella andava a trovarlo vincendo un'intima ripugnanza, facendosi forza, dicendosi che era un dovere; e la tristezza di quella lenta agonia la guadagnava a poco a poco. Suo figlio, guastato ancora più dalle moine della zia e di Stefana, era insopportabile, stava tutto il giorno nella corte con una frusta in mano, in compagnia degli stallieri e dei lacchè, a veder strigliare i cavalli, lavare le carrozze e forbire i guarnimenti, imitando i cocchieri in tutte le loro mosse, passando una corda alla bocca di un mozzo di stalla come un morso e facendolo trottare a furia di frustate. Suo padre si estasiava dinanzi a quelle monellerie; ella quasi non riconosceva il frutto delle sue viscere in quel piccolo carrettiere che aveva sempre le mani sudicie e i calzoni laceri, e che bestemmiava come un turco. Fu una festa ritrovarsi con Giulia, ma l'amica in quel tempo aveva avuto dei motivi di dolore; dicevano che Toscano la trascurasse per correre nuove avventure. E le altre compagne non si vedevano più; Enrichetta Balsamo aveva lasciato Palermo per Trapani, Bice Emanuele era scomparsa dal mondo, suo marito la maltrattava in tutti i modi: ubbriaco, vizioso, sciupava tutto per i suoi capricci facendo mancare a lei perfino il bisognevole. Ella avrebbe voluto andare a trovarla: Giulia le disse che l'amica non vedeva gente volentieri. La compagnia di tutte le altre, quando ebbe finito di riferir loro quel che aveva fatto e visto alla capitale, non era molto divertente; ella scopriva adesso in loro tanti difetti! Le lettere di Paolo erano il suo compenso. Egli le dirigeva alle sue iniziali, ferme in posta, Stefana doveva andare a prenderle. Però la vecchia serva le aveva chiesto: -- Chi ti scrive? -- Un'amica.... una signora romana, divisa dal marito.... -- E perchè non mette l'indirizzo giusto? -- Sai, Guglielmo ha tante fisime pel capo.... non vuole che io la tratti, per la sua posizione. La donna scosse il capo.... -- Bada.... non commettere imprudenze.... -- Di che imprudenze parli?... Mi secchi anche te, con le tue osservazioni!... Ella aveva fatta la voce grossa, per darsi ragione; Stefana rispose, dolcemente: -- Va bene, va bene, non t'inquietare.... E andava a prendere le lettere, senz'altro. Da quei fogli traboccava la passione, esalavano ardenti sospiri e supplici invocazioni. Paolo ricordava l'estasi godute, le dolcezze assaporate, il tremore delle labbra unite alle labbra, l'inabissamento degli sguardi negli sguardi, i fremiti, gli spasimi, le voluttà. Dei rimproveri indiretti gli sfuggivano di tanto in tanto; poi li disdiceva, domandando perdono e chiamandola: «Vieni, soave amore, grazia infinita, splendore abbagliante, sola anima, unica forma; vieni, ch'io beva il tuo riso, ch'io aspiri le tue parole, ch'io mi inebrii della tua portentosa visione....» Alcune volte scriveva dalla Camera, sui foglietti con l'intestazione azzurra, mescolando le frasi appassionate alle descrizioni dell'ambiente: «Come il tuo ricordo è vivo, presente, immortale! Tu mi stai al fianco, mi sorridi: eccoti, io ti contemplo.... La volgarità di questo luogo è riscattata: tu vi venisti un giorno: le cose che tu hai mirate non acquistano nuove virtù?... Ti ricordi di quel giorno? Io vedevo i tuoi occhi che mi cercavano, compresi che eri venuta per me.... Qualcuno mi suggerisce delle osservazioni; vedendomi scrivere e alzare il capo, crede ch'io prenda degli appunti. Che pietà mi fanno! Che vuoti rumori sono quelli che mi feriscono l'orecchio! Come tutto è inutile al mondo, fuorchè il tuo sorriso!... Hanno chiamato il mio nome, non so che cosa ho risposto. Io vengo qui per animare della tua visione questo luogo; io voglio associare il tuo ricordo a tutte le cose, scrivere il tuo nome dovunque: gli amanti che verranno dopo, sdegneranno l'oggetto dell'amor loro, pensando a te... Un altro imbecille discorre, discorre, discorre, con una voce monotona, con un gesto automatico. Io vorrei alzarmi, gridargli di tacere, cantar le tue lodi....» Gli rispondeva, un pomeriggio sereno di marzo, con un bel raggio di sole che penetrava fino sul suo piccolo tavolo e indorava il foglietto a lui destinato, quando intese delle voci, il portone girare sui cardini e chiudersi. Ebbe appena il tempo di nascondere la sua lettera in fondo al cassetto, che Guglielmo entrò dicendo: -- Se n'è andato.... -Bebè-, nella corte, dietro il portone chiuso, continuava a guidare un carrettino al quale aveva attaccati due cani; suo padre parlava del testamento che era in consegna del notaio Denaro. Ella non udiva, tutta presa dall'idea della morte, pensando a quell'esistenza passata tra gli splendori, trascinata miseramente tra gli attacchi del male ed ora spenta per sempre. Chi avrebbe detto al galante cavaliere trionfante per la sua eleganza e pel suo spirito nel fasto della corte borbonica, quella fine triste e dolorosa che nessuna cara compagnia aveva confortata? Dov'erano i giorni dei suoi amori e delle sue fortune? E che cos'era questa vita, la cui durata costava tante pene e che finiva così? Ella restava piena d'una vaga malinconia; non avrebbe creduto che 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000