Ella si perdeva ad imaginare la vita di queste, le attrattive che
esercitavano sugli uomini. Com'era possibile per alcune averne tanti,
tutti in una volta e senz'amore? Insieme con le amiche, guardava
curiosamente la Camilleri, la moglie del presidente Vasto, tutte quelle
di cui più si mormorava: studiava le loro tolette, le loro mosse,
non perdeva nessuna delle loro parole; le trovava più eleganti, più
affascinanti delle oneste, e le fissava in viso quasi potesse leggere
nei loro occhi il secreto della loro vita.
Alcune non venivano ricevute in società; della Sanfiorito si diceva una
cosa mostruosa ed inconcepibile: che fosse l'amante del cognato, tanto
più vecchio e più brutto di suo marito; ma intorno ad una, Matilde
Gerosa, regnava come un'aria di mistero che arrestava i più maligni.
Era così bella, con degli occhi così febbricitanti, con un'espressione
così fatale, con una voce così stranamente velata, quasi un'eco
lontana! La più discussa di tutte era la Gelia: benchè non più giovane,
cambiava d'amante ogni quindici giorni, tante signore non avrebbero
voluto riceverla, se non fosse stata la posizione di suo marito. Che
eleganza, però! Che grazia di linguaggio! Che brio! Dove entrava lei,
entrava la gaiezza. In estate, ai bagni, uno sciame di giovanotti
l'attorniava sulla rotonda della baracca; usciva a nuotare al largo,
e qualcuno sempre l'accompagnava. Le ragazze, in distanza, non avevano
occhi che per lei; Anna Sortino, una spregiudicata, diceva mostrando le
due teste lontane:
-- Chissà che cosa fanno le mani, adesso!...
Ella sentiva crescere il suo disprezzo per gli uomini, si rimproverava
amaramente di pensare ad essi, li stimava tutti eguali: falsi e odiosi;
poi voleva strapparli a quelle altre, averli tutti intorno, essere
circondata più delle altre quantunque fosse ancora ragazza.
Enrico, rivedendola, la punzecchiava, faceva delle allusioni alle
preferenze che lei dimostrava pel figlio della Tedesca, diceva:
-- La signorina ama molto la Germania!...
-- Sì, per l'appunto; è una nazione -seria-.
-- Ma pesante, via, ne convenga!
-- Lei è padronissimo di preferire la leggerezza francese...
E lo piantava lì. Ma una tristezza le restava in cuore: poi trovava che
era molto sciocco affliggersene, e ricominciava a farsi corteggiare da
tutti un po', fuorchè da quelli che erano impegnati con le sue amiche
vere. Giulia aveva accaparrato Toscano, un bel giovane dalla fama
dongiovannesca, che s'era battuto cinque volte, che faceva parlare
sempre di sè. Ella non comprendeva come l'amica potesse credere
ad uno che faceva quella vita; ma Giulia ne era cotta, giurava che
sarebbe stata sua moglie, o si sarebbe uccisa. Bice Emanuele non aveva
precisamente un innamorato; molti giovanotti la corteggiavano, ella non
li guardava neppure, con la mente piena d'un ideale introvabile. Era la
più poetica di tutte, aveva gli occhi pieni di sogni, e un sogno pareva
ella stessa, con la sua figurina esile, leggiera e quasi fragile.
Certe volte, quand'erano tutte insieme, quando si parlava di tolette,
di gioielli, delle ricchezze e delle eleganze che tutte agognavano,
qualcuna delle più matte proponeva, per chiasso, una quistione:
-- Per una bella collana di perle, chi di voi si farebbe baciare in
bocca?
Anna Sortino era la prima a dire: «Io!» Giulia era più difficile:
bisognava che le perle fossero come le nocciuole, e cinque file. Ella
stessa non si risolveva ad accettare la proposta senza l'aggiunta, per
esempio, di un abito di broccato; ma non v'erano offerte a cui Bice
Emanuele s'arrendesse.
Ella apprezzava il sovrano disdegno dell'amica, ma non lo divideva.
La missione di loro tutte non era la conquista degli uomini? Questo
non le impediva intanto di schernirli, di trovar subito il ridicolo di
ciascuno e di definirlo con un soprannome che veniva subito ripetuto
e adottato: -Sfido io!- l'ex tenente Bracciaferri, -Costantinopoli- il
cavaliere Bartolomeo Morello che era stato in Turchia e faceva entrare
la capitale dell'Oriente in ogni discorso, -Hop-hop- il barone Sirniani
che voleva fare lo -sportman-, -Bébé- il vecchietto Sibiliano, la
-gran cassa- Giovanni Reggio, la cui pancia prendeva proporzioni sempre
più inquietanti, -Cachemir- il Vardas, che si chiamava semplicemente
Casimiro, il -Poeta- Marcellini, che passeggiava sempre solo, per vie
remote, a ora tarda, guardando in aria. Non importava: malgrado le loro
ridicolaggini, le loro stravaganze, i loro difetti, ella voleva loro
piacere, voleva sentirsi ammirata, desiderata, vincere le sue rivali,
costringere quegli uomini a cercarla, a pensare a lei, a renderle il
tributo che le spettava...
VII.
Talvolta gli zii, senza parlare precisamente di matrimonio, le
chiedevano chi preferisse fra tutti i giovanotti che le stavano
attorno.
-- Nessuno! -- rispondeva, tra le denegazioni incredule e certi sorrisi
d'intelligenza che marito e moglie scambiavano.
-- Vediamo: Bracciaferri?...
-- -Cosa?... Per bacco: bell'animale!... Sfido io!... Chi, l'aiutante
maggiore? un carambolaio!...-
-- Sibiliano, allora?...
-- Già, per fargli la pappa...
-- San Demetrio?
-- Ah, quello sì, davvero!... Molto elegante, molto -soigné-!... coi
calzoni sotto i tacchi, i capelli sul bavero... Brrr!...
-- Insomma, non c'è proprio nessuno che sia degno di te?
-- E a voi che cos'importa? Avete fretta di mandar via la vostra
nipotina?
Con due baci e due salti la scena finiva, salvo a ricominciare qualche
tempo dopo. Però, essi non le parlavano mai di Enrico; avevano soltanto
delle reticenze, dei sorrisi d'intelligenza, come per significare:
«Sappiamo! sappiamo!...»
Un giorno, ricominciando la solita litania, la zia le disse a
bruciapelo:
-- Ed Enrico Sartana?
-- Chi, San Giorgio cavaliere? -- rispose subito lei, piegando un poco il
capo, atteggiando il viso a bellezza insipida.
-- Eh! eh!... -- tossicchiò lo zio.
-- Perchè?... -- chiese lei arrossendo un poco.
-- È proprio San Giorgio cavaliere?... Ti è assolutamente indifferente?
-- Assolutamente.
-- Così, se ti domandasse, lo rifiuteresti?
Ella non rispose, la zia non insistè. Non poteva rispondere, col cuore
gonfio di tenerezza e di rimorso. Egli l'amava! La chiedeva in isposa:
era chiaro! Non lo aveva ancora detto a lei, aspettando di parlarne
prima ai parenti: un pensiero del quale ella apprezzava tutta la
delicatezza, pel quale doveva essergli grata! La madre di lui non la
trattava già con maggiore effusione, non la chiamava: -figlia mia?-...
Allora, ella doveva maritarsi? Era dunque giunto il tempo in cui
sarebbe davvero entrata nella vita?... Lo aveva aspettato tanto; adesso
era giunto! La proposta della zia suonava per lei come una rivelazione.
Ella si vedeva già fidanzata, già sposa: passato e presente
s'inabissavano lontano; una nuova esistenza, un nuovo orizzonte le
si schiudeva dinanzi. Ella lavorava ad imaginare tutto quello che le
sarebbe accaduto, sospingeva col desiderio il corso degli avvenimenti,
dimenticava la realtà circostante -- e ritrovandosi a un tratto in mezzo
ad essa, fra le parenti che non parlavano più di domanda, tra le amiche
garrule o indifferenti, dinanzi a Enrico che non diceva ancora nulla,
comprendendo di essersi troppo affrettata a costrurre un edifizio
sopra una semplice supposizione, sentivasi presa da una stanchezza
sfiduciata, da un principio di disgusto. Odiava i giorni monotoni che
non le portavano nessuna emozione, che scorrevano per lei come per
tutti gli altri. Ella si sentiva fatta a un modo diverso dal comune,
si sentiva destinata a qualche cosa di alto e di grande. Chi aveva un
cuore come il suo? Chi poteva comprenderla?
Le altre parlavano ad ogni momento della loro dote; e prima di dar
retta a qualcuno, volevano sapere se era ricco, e quanto; a lei sarebbe
parsa la profanazione di tutto il suo ideale, un simile calcolo.
E quando seppe che la casa Sartana non era più solida come prima,
Enrico gli parve più interessante: avrebbe voluto dirgli: «Io sono
ricca per due: ciò che è mio non è tuo?...» Invece, egli le tornava
dinanzi per tentare qualcuno dei suoi soliti epigrammi! Ella rispondeva
freddamente, con un disprezzo superiore, intanto che si sentiva
struggere d'amore disconosciuto, intanto che avrebbe voluto dirgli:
«Perchè mi tratti così? Guardami, leggimi nell'anima!...» Per vendetta,
si volgeva nuovamente a Platamone; ma costui, dopo esserle stato una
serata intorno, parlava di tornarsene in Germania, di stabilirsi a
Vienna, perchè si annoiava a Palermo, dove non c'era nulla da fare,
nulla che lo trattenesse... E se lei fosse stata realmente presa dalle
sue assiduità, dagli sguardi languidi che le rivolgeva? Anch'egli
dunque mentiva? Non vi era proprio nessuno a cui potersi fidare?
Ella non poteva nemmeno contare sulle amiche: Giulia, contenta di
Toscano che ogni quindici giorni aveva un'avventura, non capiva il suo
scontento; Bice Emanuele era sempre un po' isolata nel suo idealismo,
la Sortino le pareva un po' troppo volgare per comprenderla; Enrichetta
Geremia, fidanzata con Balsamo, era come perduta per tutte; e le altre,
le maligne, quasi avessero compresa quella freddezza sorta fra lei ed
Enrico, non si lasciavano sfuggire nessuna occasione di notarla, di
alludervi, intanto che le protestavano affezione ed interesse. Ella
lasciava dire, studiando di non tradirsi; quando un giorno in casa
della Carduri, vide la Leo che confabulava in un gruppo di compagne. Al
suo appressarsi, colei smise di parlare, come imbarazzata.
-- Che dicevate di bello? -- chiese ella, appoggiandosi al braccio di
Giulia.
-- Nulla... una notizia di matrimonio...
-- Ah, sì?... E chi sposa?
-- Sara Máscali... ma sai, non è ancora ufficiale... una cosa che si
dice... Io l'ho saputo da mia cugina.
-- E lo sposo?... -- insistè lei, intanto che le gambe le si piegavano.
Rosa rispose, evitando di guardarla:
-- Dicono, Enrico Sartana.
La sua vista s'annebbiò come se tutte le sue vene si fossero vuotate
di sangue. Sentiva morirsi, appesantirsi sul braccio di Giulia; ma
nell'abbandono di tutte le sue forze, la paura di lasciarsi scorgere la
sosteneva.
-- Una bella coppia! -- disse, componendo le fredde labbra a un sorriso,
intanto che ansimava, che il cuore le si schiantava. -- Sarà una bella
coppia!
Giulia la condusse dinanzi a una finestra.
-- Soffri?... -- le chiese amorosamente.
-- Io? No... Perchè dovrei soffrire?
Ma non udiva nulla di tutto quello che si diceva intorno, sentiva un
rumorìo confuso nelle orecchie, un freddo serpeggiante a brividi per
la schiena, e quando finalmente si trovò sola, nella sua cameretta,
si chinò sul suo letto, affondò il viso sui guanciali e scoppiò in
pianto. Adesso nessuno la vedeva; adesso la sua disperazione poteva
liberamente prorompere. Delle parole rotte, perdute tra i singhiozzi,
le salivano alle labbra: «Come?... Perchè?... È dunque vero?...» Che
cosa aveva fatto a colui? Come aveva meritato quel tradimento? Se egli
non l'amava, perchè le aveva tolta la pace? Se l'amava, perchè sposava
quell'altra? Perchè non le aveva mai detto una sola parola?
-- Mio Dio!... Mio Dio!...
Rialzatasi, passatasi una mano sugli occhi, ella restava a guardar
fiso in un punto, come abbacinata: no, no: nulla poteva spiegare quella
doppiezza, quel tradimento... nulla, fuorchè la malvagità, il calcolo
vile!... Quell'altra non era più ricca di lei? più ricca d'assai?...
Era dunque per questo! Non poteva esser che questo!... Ed ella si
disperava per un tal uomo? E se pure lo aveva amato, l'amor suo non
finiva, non moriva dinanzi alla rivelazione di un animo così vile?...
Ah, sciocca! ah, sciocca!... E adesso, passeggiando su e giù per la
camera, si stringeva una mano con l'altra, forte, fino a farsi male,
si premeva una tempia, arrestavasi tratto tratto a battere i piedi,
fremente, convulsa, con un riso amaro che le increspava le labbra.
Voleva ridere, voleva sghignazzare, voleva metterselo sotto i piedi,
dal disprezzo... No! no! no! Disprezzarlo sarebbe stato ancora pensare
a lui; egli avrebbe trionfato! Non curarlo voleva; dimenticarlo,
annientare la sua memoria, guardarlo come si guarda un estraneo, il
primo venuto, la folla!...
Però la sua indifferenza, il suo scetticismo, non la difendevano
da un'ansia secreta, tutte le volte che al passeggio, a teatro, in
società, ella s'aspettava di vederlo apparire. E adesso egli era
diventato invisibile. Era andato via, o passava il suo tempo accanto a
quell'altra?
Lo scorse improvvisamente, un pomeriggio di domenica, alla villa d'Alì,
dove s'eran dato convegno tutte le conoscenze della principessa, per
festeggiarne il natalizio. Come faceva molto caldo, la principessa
riceveva in giardino, all'ombra delle acacie: le signore sedevano sulle
poltroncine di ferro disposte attorno a una gran tavola di marmo; gli
uomini erano in piedi, accanto alle dame, o raccolti in gruppi; le
ragazze smarrite pei viali a coglier fiori, a inseguirsi, intanto che
dei camerieri circolavano, con dei vassoi pieni di dolci, con delle
caraffe di liquori e di rosolii splendenti come enormi blocchi di
topazii, di rubini e di zaffiri, con dei boccali d'acqua ghiacciata
imperlati di brina. Vinta da una secreta oppressione tra l'allegro
cicaleccio delle compagne, sotto gli sguardi ammiratori degli uomini,
ella s'era forzata a fare come le altre, a ridere, a scherzare,
a procurarsi un principio d'ebbrezza, vuotando uno dopo l'altro i
minuscoli calici di cristallo; poi, vedendo Giulia che sfogliava
una margherita doppia, le strappò di mano il fiore, continuando a
sfogliarlo lei stessa dei petali rimasti.
-- Non t'ha amata... non t'ama... non t'amerà... Non t'ha amata... non
t'ama... Grulla, hai visto?
E l'aveva piantata, mettendosi a cogliere dei lillà, dei ciuffi di
vainiglia... A un tratto, svoltando dietro il viale delle palme, scorse
Enrico Sartana.
-- Oh, voi!...
Non aveva saputo frenare l'istintiva esclamazione Egli le stringeva
intanto la mano libera di fiori, e guardandola negli occhi diceva:
-- Da quanto tempo non ho più il piacere d'incontrarla!...
-- Sì, davvero... -- rispose lei, tutta intenta a comporre il suo
mazzo. -- Sono lieta però di vedervi; così, posso farvi le mie
congratulazioni...
-- A proposito di che?
-- Ma, del vostro fidanzamento!... So che sposate una bella signorina,
una mia amica... Scusate, quella vainiglia... Grazie!... Vi auguro di
tutto cuore ogni felicità.
Ella non sapeva come tutte quelle parole le uscissero dalle labbra; il
fuoco dei dolci liquori, il profumo di quei fiori l'avevano esilarata;
la vista di lui finiva di rimescolarle il sangue, di turbarle la mente.
Raccolta la vainiglia e presentatala a lei, Enrico disse guardando quei
fiori e quelle mani con una espressione appassionata:
-- Non posso esser felice con chi non amo.
Una risata argentina le gorgogliò in gola.
-- Allora, scusate, fate male a sposarla!
-- Infatti, non la sposo.
-- O dunque?...
I loro sguardi si erano confusi, mentre essi indietreggiavano un poco.
-- Non la sposo... a costo di dare un dolore a mia madre... Era lei che
avrebbe voluto... Voi sapete che io non posso disporre del mio cuore...
-- No, non lo so... -- rispose ella, senza lasciarlo cogli occhi,
sollevando il capo, intanto che i fiori le cadevano di mano.
-- Ve lo dico io, se non lo sapete... Il mio cuore è vostro.
Chinatosi rapidamente, raccolto il mazzo pel gambo ancora tutto caldo
della mano di lei, lo aveva baciato religiosamente. Ella non udiva più
che il battito sonoro del cuore, il martellar frequente delle tempie.
Un raggio di sole, filtrando attraverso il denso fogliame, si posava
sulla testa di lui, oro sopra oro; dei cinguettii d'uccelli scoccavano
rapidi e brevi come baci.
-- Teresa, voi non potete augurarmi la felicità -- continuava il giovane
-- potete darmela!... Io sono pronto a sfidar tutto e tutti... ma se voi
mi sostenete, se non mi abbandonate!...
Allora, con gli occhi quasi lacrimosi, ella disse:
-- Ah, son io che v'ho abbandonato?
-- Sì, sì... avete ragione... Accusatemi! Sono senza scusa!... Ma ora...
Sentite: vicino a voi, per sempre!...
Egli le aveva appena presa una mano, che delle voci chiamarono:
-- Teresa!... Teresa!...
-- Eccomi... son qui...
Sciolta dalla sua stretta, ella correva incontro alle compagne, ebbra
e folle di gioia. Erano dei torrenti d'oro che il sole declinante
riversava, rutilando, dietro il fogliame, sui viali del giardino; fiumi
di diamanti che i viali sabbiosi facevano riscintillare; una nuova
vita che la brezza marina, appena levatasi, faceva scorrere nel suo
sangue. Ella abbracciava fitta fitta la sua Giulia, batteva le mani,
scoppiava a ridere, si diceva mentalmente: «Siamo serie!» ma riprendeva
a sorridere, ad aggirarsi, a parlare, insofferente dell'immobilità e
del silenzio, sentendosi struggere quando Enrico levava gli occhi su di
lei, gli occhi pieni di fiamme e di carezze, gli occhi di chi era per
sempre suo!...
Era suo, infatti! Adesso egli riprendeva a prodigarle, più di prima,
attenzioni grandi e piccole, a starle intorno, a trovarsi da per tutto
dove ella andava, a non andare dov'ella non era, a non vivere che per
lei. Non poteva più parlarle da solo a sola, come quella volta; le
mormorava soltanto qualche parola tenera, le stringeva di nascosto la
mano; ma questo le bastava perchè il suo cuore continuasse a vibrare
come quel giorno benedetto, perchè una gioia suprema illuminasse
tutta la sua vita. Adesso tutte sapevano le assiduità di lui, tutte
alludevano al coronamento felice di quell'amore, anche la zia e lo zio
dimostravano ad Enrico una premura, una preferenza, come se egli fosse
già il fidanzato, come se non mancasse altro che una formalità perchè
tutti lo riconoscessero tale. Il rancore delle sue nemiche, della Leo,
della Carduri, della Máscali, era anch'esso un segno della sua fortuna.
Dicevano che dopo averla conosciuta bene, Enrico si sarebbe pentito,
perchè lei era incostante, pericolosa, troppo avida di piaceri,
incapace di far felice un marito. A quei giudizii malvagi, a quegli
augurii funesti, ella scrollava il capo: erano dettati dall'invidia,
non riuscivano a turbare il suo contento. Ella viveva d'una vita
intensa, come in sogno, col cuore pieno d'una sola idea; tutte le
impressioni che riceveva dileguavano, svanivano nella beatitudine di
sapersi amata, nella previsione di un bene più grande. Nel ridestarsi
dopo una sera passata accanto a lui, le sue labbra si schiudevano
naturalmente al sorriso, pensando alle dolcezze passate, alle dolcezze
avvenire, a quella sua sospensione in un gaudio continuo. Talvolta,
ella faceva suonare il suo nome futuro: «Baronessa di Lerma... Teresa
Sartana di Castrovecchio...» più tardi «Duchessa di Castrovecchio...»
si vedeva già -dame-, con degli abiti -à traine-, scollati, con dei
gioielli sfolgoranti, o in abiti da camera dal taglio ampio, dalle
maniche larghe, dalle ricche trine; o in costumi da passeggio, serii,
con dei cappellini chiusi, degli ampli nastri formanti un grosso nodo
sotto un orecchio... Poi vedeva la sua casa: un quartiere nel palazzo
Sartana, ma rimesso a nuovo, con una -victoria- dai cavalli -piaffant-
sul selciato del cortile; poi il suo salotto, il suo -boudoir-, dove
le sue amiche sarebbero convenute per il -five o' clock-... e poi
dei viaggi, Roma, la Corte, Parigi in lontananza, anche Londra, le
corse, gli spettacoli... E poi il suo ritorno a Palermo, le novità che
avrebbe portate per la prima, il successo che avrebbe avuto, l'autorità
che avrebbero acquistato i suoi giudizii... Perchè tutto questo si
realizzasse, che cosa mancava? Nulla! Una visita della principessa, una
lettera al babbo che era a Parigi, una lettera al nonno...
Il nonno arrivò come un fulmine, senza un annunzio: una scampanellata
violenta, e un'irruzione col cappello in testa, con un sacco da notte
buttato malamente in un canto.
-- Nonno!... Nonno!... Che bella improvvisata!...
-- Dov'è tua zia?... Dov'è quell'altro?... Ne fanno delle belle!... Si
può sapere dove sono?... Non c'è nessuno in questa casa?... Adesso ci
penso io!... Ah, siete qui?... Tu va' via: ho da parlare...
E spintala per una spalla, chiuse l'uscio. Il suo primo stupore
diede luogo ad uno smarrimento, ad una paura crescente d'istante in
istante. Si trattava di lei! Parlavano in quel momento di lei, del suo
matrimonio, del suo avvenire! Ed ella non doveva saperne nulla! doveva
esser messa alla porta, così, come una cameriera!... Risolutamente,
corse all'uscio più vicino. Si udivano, a intervalli, le parole
concitate del nonno, delle frasi spezzate, con dei silenzii e delle
riprese più vivaci:
-- A tradimento?... Ah, queste cose?... Ed io che dormivo tranquillo...
Sissignore, lo avevo detto, vi avevo pregato... È uno spiantato, non
hanno più nulla, corpo del diavolo, volete capirlo?... Debbo pensarci
io!... La marito da me... Chi voglio io!... E se non era un amico che
m'avvertiva!... La porto via, subito subito.... Questa la vedremo!...
Cosa vi siete messo in capo?... Tante grazie!... Mi faccio tagliar la
testa, piuttosto... Neanche un centesimo: do tutto a un ospedale... Vi
dico che la vedremo!...
E se ne andò, facendo sbattere gli usci, come una furia.
-- Che cosa è stato? -- chiese ella, entrando.
Lo zio, indignato, riferiva l'opposizione violenta che veniva a fare a
quel matrimonio, le minaccie che aveva profferite.
-- È un villano! Questo non è il modo!... Si vede proprio che è un
villano...
-- La quistione è un'altra; se dice di no, sarà di no!...
-- Ed io non conto? -- proruppe ella.
-- Tu... tu... Non lo conosci! Che cosa vuoi fare?
-- La vedremo!...
E come il nonno, tornato verso sera, le diceva, con una voce che si
studiava di parer calma:
-- Sono venuto a prenderti... Andiamo a Milazzo...
-- Perchè, nonno? -- gli rispose, tranquillamente -- Cosa vuoi che venga
a farci?
-- Perchè così mi piace! -- esclamò lui. Poi riprese: -- Perchè succedono
delle cose graziose, mentre io sto lontano... perchè i romanzetti li
tolgo io dal capo alle persone...
-- Io non ho romanzi pel capo, nonno...
-- Ah no?... Tanto meglio!... Allora tornerai a casa, hai capito?...
dove non c'è il rischio di incontrare degli scapestrati che danno la
caccia alle doti...
-- Nonno!...
-- Eh?... Ah, tu credi che quel rompicollo ti venga dietro pei tuoi
begli occhi?... Sono i quattrini miei che l'attraggono... Ma starà
fresco, starà... Degli spiantati!... una famiglia che non si regge più
in piedi!... E i miei quattrini debbono servir per loro?... Sposalo
dunque, ma se aspettate che io dia un soldo!...
Ella disse:
-- Che cosa importa! Io gli vo' bene.
-- Ah, gli vuoi bene, stupida che sei?... Cosa vuol dire che gli vuoi
bene, stupidaccia?... Te lo farò veder io, il bene... Ma se va dietro
ad un'altra, mentre ti tiene a bada, a un'altra che è più ricca di te?
Se ogni giorno lui e sua madre si mettono a fare i conti delle doti,
per vedere qual'è il pezzo più grosso?
-- Questa è una volgare malignità.
-- Ah! ah! ah!... Bravissima! mi piace, -la volgare malignità-... Dove
le impari queste frasi? È una malignità che sua madre fa la corte
ai Pini, che suo zio tiene a bada la Barbagallo, e che giuocano con
tre, con quattro mazzi di carte? Ah, tu credi che ti voglia bene,
stupidaccia?
E piantò tutti un'altra volta.
Ella scoppiò in pianto, ma un odio violento contro quel vecchio
cattivo, malvagio, che calunniava in tal modo la gente, arrestava
le sue lacrime. Non credeva una parola di quella calunnia atroce;
attestava all'imagine di Enrico che niente avrebbe scossa in lei la
fede salda, cieca, di cui egli era meritevole. Adesso, con gli zii,
non si parlava d'altro che del da fare, del modo di resistere a quel
vecchio ostinato. Lo zio era irritatissimo, parlava di non riceverlo,
incoraggiava la sua passione; la zia pareva cominciasse a dubitare. Ma
ella si diceva che mai avrebbe accolto il dubbio indegno. Però Enrico
avrebbe potuto farsi vivo, prendere un'iniziativa, forzare la mano
di sua madre, scriverle una parola di conforto! Invece era il nonno
che, senza farsi più vedere per alcuni giorni mandava un suo amico,
don Gaetana Linguaglossa, a ripetere, con belle maniere, il dispiacere
che quell'-intrigo- gli procurava. Don Gaetano che parlava pianissimo,
masticando le parole, come dietro un confessionale, aggiungeva le sue
riflessioni: quello che il nonno aveva fatto per questa nipote, il bene
che le voleva, le buone ragioni che doveva avere per opporsi a quel
matrimonio.
-- Perchè... veramente... veda bene... la casa Sartana non è più la
stessa d'un tempo... niente affatto!... e una grossa dote soltanto la
può salvare... La signorina è molto ricca; ma non basta, veramente... E
la principessa madre ha messo gli occhi altrove, veda bene!... Non dico
pel giovanotto, certamente... ma anche lui bisogna che ci pensi, in fin
dei conti!...
Poi tornava il nonno, ma senza parlar di nulla, imbronciato però,
irascibile con tutti, freddissimo con lei. Se aspettava di vederla
piegarsi! Ella non diceva nulla, certa che Enrico avrebbe smentite
quelle infamie. Avrebbe voluto rivolgersi a suo padre, scrivergli di
tornare a Palermo, per sostenerla, per assicurare la sua felicità; ma
suo padre non rispondeva da tre mesi ad una lettera d'augurii, non si
era mai curato di lei, l'avrebbe ancora lasciata senza risposta!
Talvolta la risoluzione di vestirsi e di andare in casa di Enrico,
accompagnata da Miss o dalla cameriera, o anche sola, la prendeva
come un bisogno irresistibile. Che le importava delle conseguenze,
della compromissione! Tanto meglio! Lo amava, e voleva dargli una
prova dell'amor suo!... Bisognava credere che lui non sapesse nulla
degli ostacoli sopravvenuti, altrimenti non avrebbe aspettato tanto a
decidersi!... No, li sapeva: Linguaglossa aveva almeno detto d'essere
stato a parlare con la principessa. Allora?... Poteva dunque esser vero
che egli non si decideva? che faceva dei calcoli vili? che mentiva?...
No! no! Ella quasi gridava -no!- nella ribellione di tutto il suo
spirito. Non poteva esser vero, non era!... Ma allora?... E un giorno,
entrando dalla zia, la sorprese mentre esclamava: «Povero ragazzo!»
Ella portò le mani alle tempie, sbarrò gli occhi, vedendolo ucciso,
morto per lei!...
-- Zia!... In nome di Dio, la verità...
-- Non è nulla!... -- rispose la zia. -- Lo hanno costretto a partire.
-- Partito?...
-- È partito... lo hanno allontanato... i suoi parenti...
Ella vacillò, stese le mani e cadde.
Quando riaprì gli occhi, tutti le erano intorno, a prodigarle delle
cure, a confortarla. Partito? Andato via? Tutto finito? Senza una
lettera, senza una parola? Perchè? Chi lo aveva forzato? Il suo
cuore sanguinava come quello di lei? O non pensava più a lei, si era
rassegnato facilmente, correva ad altri amori, ad altre donne?... E si
mentiva con quel viso? Ma v'era forza che poteva costringere un uomo a
rinunziare ad un grande amore?... Qual'era la verità?... Non avrebbe
mai potuto saperla?... E avrebbe dovuto vivere sotto quel cielo che
egli non mirava più?... Oh, mai, mai!...
Così, due giorni dopo, s'imbarcò col nonno per tornare a casa.
VIII.
Un nuovo lutto, un lutto di cui non era traccia sugli abiti, ma che
pesava eternamente sul cuore. Era bene, adesso, rivivere in quella
piccola città silenziosa che le rammentava il tempo per sempre
volato della sua fanciullezza, dov'erano sepolti i suoi cari; in
quella vecchia casa piena di tanti ricordi!... Il mondo tutt'intorno,
non era mutato; ella lo guardava da lontano, indifferente a tutto,
oramai!... Dicevano che ella aveva delle arie, che era superba, che
si sentiva superiore agli altri perchè veniva da una grande città -- e
non sapevano come s'ingannavano! Ella si sentiva troppo provata dalla
sventura per avere ambizioni, per curarsi di nulla. Il suo voto era
già fatto: rifiutare tutto, lasciarsi vivere, senza desiderii, senza
rimpianti, in una quieta vegetazione. Non serbava più rancore a suo
nonno; infine, era tutta colpa di lui? Se quell'altro l'avesse amata
realmente, si sarebbe così facilmente rassegnato a perderla? Delle
domande le si affollavano talvolta alla mente, nel bisogno di trovare
una spiegazione a quella condotta inesplicabile; poi, esaurite delle
ipotesi, si diceva, scrollando le spalle: «A che pro?... Oramai!...»
Ella non sapeva che cosa pensare di lui; sapeva bene, però, che il suo
proprio cuore era morto, che non avrebbe avuto più un palpito. Lo aveva
già dichiarato a suo nonno, un giorno che egli, credendo tutto finito,
aveva fatto delle allusioni al matrimonio di lei.
-- Puoi star sicuro che io non mi mariterò -- gli aveva risposto, con
voce pacata.
-- Sentiamo quest'altra, adesso!...
-- È inutile, sai, nonno. Non mi parlare di questo, perchè è tempo
sprecato. Tu vedi che io faccio quel che vuoi, che sto qui, senza
chiederti nulla, così, tranquillamente. Io farò tutto ciò che dirai,
anche per l'avvenire; a patto che non mi parlerai di partiti, di
matrimonii e di niente. Fino a quando mi vorrai con te a questo patto,
ci starò; se non vorrai, andrò a chiudermi in convento.
Ella aveva a lungo rimuginata quell'idea: andarsi a chiudere alla
Badia, fra le vecchie monache che passavano il loro tempo a preparare
conserve e a scodellar biancomangiari, od a pregare ed a seguire le
funzioni religiose dietro una grata. Era andata lassù, a fare una
visita alla vecchia zia Serafina, a domandarle minute informazioni
sulla vita delle monache, sulla possibilità per una ragazza come lei di
ritirarsi fra loro, sulle vestizioni secrete che ancora si celebravano
malgrado la proibizione del governo. Però non aveva detto nulla del
suo proposito, trovando che ci sarebbe stato tempo, e che intanto la
sua vita era proprio d'una monaca. Nessuna distrazione mondana, tranne
dei consigli che le conoscenti -- non aveva più amicizie -- le chiedevano
sulla foggia degli abiti, sulle cose che si portavano, sopra minuti
lavori femminili. Ella si rassegnava nuovamente alla tirannia di Miss
e non si vestiva quasi più; se la zia invece di abiti confezionati le
mandava dei tagli di stoffe, li lasciava dentro una cassa, in pasto
alle tignole. Oramai!... Ella passava il suo tempo leggendo, divorando
la vecchia collezione del -Journal pour tous-, tutti i libri del nonno
e quelli dei suoi amici, i giornali che arrivavano in casa e quelli che
portavano dal Gabinetto in seconda lettura. Dopo i romanzi francesi, i
-Promessi Sposi- che non conosceva ancora, le parvero un poco noiosi:
-Ettore Fieramosca- la fece palpitare; e, tutta sola, con voce velata
dalla commozione, declamava i versi del -Marco Visconti-:
Rondinella pellegrina
Che ti posi sul verone...
o canticchiava sulle arie delle opere udite a teatro, e quasi
piangendo, le strofe della -Serventese-:
Nella stessa oscura cella --
Entro un sol letto di morte
La più bella -- ed il più forte
Poser taciti a giacer.
Lampeggiar parve d'un riso --
Al levar della celata
Presso il viso -- dell'amata
Il sembiante del guerrier.
Un giorno, leggendo l'-Edmenegarda- del Prati, le venne in mente
di scrivere la sua storia: non era piena di strani avvenimenti, di
casi straordinarii? Così, comperò della carta -reale-, la migliore
che trovò; fece venire il legatore, gli spiegò in che formato doveva
tagliarla e come doveva rilegare il libretto. Quando l'ebbe, ne fu
molto contenta: aveva l'aria d'un album semplice e severo. Scrisse sul
frontespizio: -Memorie della mia vita-, rimandò a un altro giorno la
composizione del primo capitolo, e non ne fece più nulla.
A Milazzo, adesso, c'era una monotonia ancora più grande di prima;
pure, se il nonno la forzava ad andare in qualche posto, ella
lo seguiva, per dovere, per non dar troppo nell'occhio, ma senza
distrarsi, senza notar nessuno. Luigi Accardi era a Messina, Niccolino
Francia aveva preso moglie a Barcellona; e fra gli altri giovanotti che
le stavano attorno ve n'erano alcuni non brutti, Manara, per esempio;
ma il suo gesto continuo quando si vedeva guardata, quando pensava per
caso a qualcuno di essi, era una piccola alzata di spalle -- un gesto
che ella ripeteva dinanzi alla gente e che veniva appreso come un -tic-
nervoso. Il nonno, preoccupato da quell'aria costantemente annoiata,
faceva dei progetti, voleva rinnovare la casa per ricever gente; ma lei
rispondeva:
-- Perchè? Lascia stare! Una spesa inutile...
-- Ma allora, che diavolo vuoi? che diavolo bisogna fare per vederti
contenta?
-- Nulla, nonno!... Sono contentissima!
-- Con quella faccia da accompagnamento?... Ma dici cosa vuoi! Vuoi
andar via? Vuoi andare a Napoli?...
-- No, non voglio nulla...
Però, ella si penti subito di aver rifiutato. Avrebbe potuto andare in
quella gran città, portare il proprio lutto in mezzo al suo tumulto,
alle sue feste, osservare la vita senza prendervi parte, incontrare
anche Enrico, chissà!... sorprenderlo a fianco di un'altra donna,
vederlo impallidire ad un tratto -- e poi rifiutare di ricevere le
persone che egli le avrebbe mandate, sorda alle sue insistenze, ai
ricordi che egli avrebbe evocati in lettere di fuoco, nelle quali
avrebbe minacciato uno scandalo, una pazzia... Adesso, ella era
irritata contro di sè stessa per quello sciocco rifiuto, e la sua
irritazione cresceva pensando che se avesse chiesto al nonno di
contentarla, egli avrebbe subito accondisceso, ma che, per non sentirsi
rinfacciare la sua mutabilità d'opinione, per non mostrar di piegarsi,
ella non gli avrebbe chiesto mai nulla...
Di tanto in tanto, quando arrivava gente da Messina o dal fondo della
provincia, il nonno era tutto occupato, faceva dei preparativi di
ricevimento, oppure le diceva di vestirsi per condurla a qualche posto.
Ella sapeva che cosa significava tutto ciò: qualche candidato alla
sua mano che veniva in casa, o che bisognava andare a trovare in casa
altrui: dei provinciali milionarii, ma goffi come dei contadini, che
le facevano pena, perfino -- poveretti! -- o certe volte dei giovanotti
messinesi, o di Reggio, chiacchieroni, antipatici, o comuni, come tutti
gli altri, incapaci di parlare al suo cuore. Ella si sentiva offesa
da quelle esposizioni della sua persona, dalle contrattazioni di cui
indovinava di essere oggetto, da quel mercato che si pretendeva fare
di lei; e al nonno che le chiedeva che cosa le era parso del tale o del
tal'altro, rispondeva, con un mal dissimulato fastidio:
-- Te ne prego, nonno: lasciami in pace... sai bene che io non ti
domando nulla, a te...
Il nonno gridava, le dava della pazza, minacciava di andarsene al Capo,
di piantar tutti. Lei lo lasciava dire finchè la tempesta si chetava.
Quando l'orgoglio non la sosteneva più, un'immensa tristezza le gravava
sull'anima: ella si sentiva così sola al mondo, senza madre, senza
padre! Non v'era più avvenire per lei, la sua vita era infranta! A
che le servivano la sua nascita, la sua ricchezza, tutte le doti
della mente e dell'anima? E invidiava la sorte degli umili, dei
poveri di spirito. Ma certe notti d'insonnia, se la scossa prodotta
da una lettura metteva in moto il suo cervello, una prodigiosa
serie di visioni la teneva immobile, cogli occhi sbarrati, col cuore
palpitante, come se tutti gli avvenimenti imaginati, le gioie, gli
spasimi, le stranezze del destino, le audacie sue proprie, fossero
reali e presenti. Che cosa le sarebbe realmente accaduto? Avrebbe
ella un giorno divisa la sua vita con quella d'un uomo? Allora, a
quell'idea, all'idea di vestire la bianca veste delle spose, di cingere
la simbolica ghirlanda del fior d'arancio, due mute lacrime le rigavan
le gote.
Di tratto in tratto, lo slancio mistico della rinunzia la riprendeva;
andava spesso in chiesa, ricamava delle tovaglie d'altare, seguiva
tutte le funzioni religiose, si confessava spesso, era assidua alle
prediche di padre Raffaele; e nelle cerimonie del Natale e della Pasqua
la sua commozione si risolveva in lungo pianto. Ma se riprendeva a
leggere romanzi, sognava di vivere nel gran mondo, di andare a cavallo,
di essere corteggiata, e quei desiderii la struggevano. Manara non le
dispiaceva; se egli l'avesse chiesta, forse avrebbe finito per dir di
sì; ma il giovane la seguiva soltanto da lontano. Certe notti, sognava
di lui, di altri uomini, e i suoi sogni erano pieni di un turbamento
misterioso. Ella esaminava a lungo il suo corpo: quantunque fosse
cresciuto ancora un poco, rimaneva piuttosto piccolo, ma era d'una
modellatura squisita: vita snella come un anello, seno e fianchi
sviluppati, gambe e braccia che parevano fatte al tornio. Che le
giovava? In casa Russo, v'era un bel ragazzo di dieci anni; si chiamava
Mario, aveva un viso d'angelo. Ella se lo teneva spesso vicino, gli
regalava delle cravatte o dei fazzoletti ricamati da lei stessa, gli
prodigava lunghe carezze, lo baciava sulla bocca. Poi se ne stancava,
e il vuoto della sua vita le pareva più grande.
Allora, il desiderio di viaggiare prima di maritarsi, di vedere un
poco il mondo, la riprendeva, più cocente di prima. Se il nonno avesse
rinnovata la sua offerta! Ma non ne parlava più... Solamente, un
giorno, come la -Gazzetta di Messina- annunziò l'arrivo della squadra
in quella città, e se ne discorreva dai Ferla, alcuni proposero:
-- Si va a vederla?
-- Andiamo! -- disse il nonno. -- Facciamo svagare i ragazzi!...
Ma la cosa era ancora un progetto, quando, una mattina, la rada
presentò uno spettacolo straordinario: la squadra all'áncora, tre
corazzate e un avviso, con uno sciame di barche intorno.
Dal dispetto pel viaggio mancato, ella aveva rifiutato di visitare
le fregate; però in città c'era un gran movimento: il Municipio dava
un pranzo allo stato maggiore delle navi, un pranzo ufficiale, di
soli uomini, ma seguito da un ricevimento al quale erano invitate le
signore. Ella si sentì a un tratto invasa dalla febbre antica, spese
nella sua toletta le cure d'un tempo.
Quando la loro carrozza arrivò dinanzi al Municipio, una folla di
dimostranti con la musica, dei lampioncini, delle torcie, gridavano:
-Viva la Marina! Viva la squadra a Milazzo!...- Ella entrò nel
momento che ufficiali, autorità e invitati si facevano ai balconi:
dei battimani, l'inno, nuove grida, un'esaltazione che si propagava
contagiosamente. I militari non sapevano come ringraziare; il sindaco,
rientrato in sala, faceva delle presentazioni sommarie, intanto che la
musica, di sotto, continuava a strepitare. Rimasta un poco in disparte,
ella sorrideva di pietà, vedendo le altre donne circondate dagli
ufficiali; avrebbero saputo dir loro tante cose, quelle stupide!...
Adesso il sindaco conduceva accanto all'ammiraglio il nonno, che
chiamava anche lei: e ad un tratto ella si vide in mezzo allo stato
maggiore.
Si parlava delle navi ancorate nella rada; avendone letta la
descrizione nella -Gazzetta di Messina-, ella stupiva tutti con la
precisione delle sue notizie; e udendola chiedere che cosa si fosse
fatto pel rinnovamento della flotta, e discorrere degli errori commessi
nella battaglia di Lissa, che il fanalista del Capo le aveva narrata di
fresco, l'ammiraglio attestava la sua meraviglia per avere incontrata
una signorina così al corrente di certe quistioni.
-- I miei complimenti, davvero!... Ma non siamo per nulla in quest'isola
che è la perla dei mari!
Adesso l'ammiraglio parlava col pretore, e un tenente di vascello, un
bel giovane magro, col viso inquadrato da una barbetta bruna e dei
grandi occhi pensierosi, le spiegava in che cosa consistessero le
esercitazioni che ogni giorno la squadra andava a fare al largo.
-- Non sarà possibile visitare le navi?
-- S'imagini!... Sempre, sempre che siamo all'áncora -- rispose il
giovane, premurosamente. -- La signorina non ne conosce nessuna?
-- No, ed è un torto...
-- Che ci prometterà di riparare...
Ella se n'era andata a casa con una leggiera esaltazione prodotta dalla
folla, dal successo che aveva riportato. L'imagine di quell'elegante
ufficiale le tornava spesso dinanzi; ella avrebbe voluto sapere se
pensava a qualcuna, se non aveva lasciata una persona cara al suo
paese, domandandosi ancora che cosa avrebbe pensato di lei, l'effetto
che quell'incontro gli avrebbe prodotto... Il domani, il segretario
comunale, girando con una carrozzella, venne a dire che l'ammiraglio
invitava a bordo, pel pomeriggio, tutte le persone che erano state al
ricevimento del Municipio.
-- Pare che ci saranno delle regate... credo che si ballerà...
Ella mise la casa sottosopra, mandò a chiamare la sarta, fece rovistare
in tutte le casse e in tutti gli armadii per trovare un nastro; se
la prese con Miss e con Stefana che non facevano abbastanza presto.
Aveva scelta la sua toletta bianca, adattandovi come cintura una gran
fascia azzurra, i cui lunghi capi pendevano al fianco; il cappellino di
paglia guarnito d'azzurro anch'esso, una cravatta della stessa tinta,
l'ombrellino di merletto -écru-, le scarpette sboccate che lasciavano
vedere le calze color del mare: un assieme che faceva voltar la gente,
alla Marina, mentre si dirigeva col nonno e con Miss allo sbarcatoio.
Le scialuppe della squadra venivano prese d'assalto dagl'invitati: una
barca a vapore, comandata dall'ufficiale bruno, fischiava. Ella voleva
ad ogni costo salir su di essa e trascinava il nonno da quella parte;
ma l'ufficiale, appena scorto il senatore, saltò a terra.
-- Onorevole, se vuol prender posto... Signorina, s'appoggi...
Le altre, dalle barche a remi, guardavano con invidia la lancia che
filava rapidamente, avanzandole tutte. Ella aveva aperto l'ombrellino,
e ascoltava le spiegazioni dell'ufficiale che additava or l'una or
l'altra nave e dimostrava il meccanismo della piccola vaporiera. Egli
le offrì ancora la mano, saltando sul pianerottolo della scala pendente
lungo il fianco nero dell'ammiraglia; e su in alto, il ponte coperto di
tappeti era adorno di vasi di fiori, di rami di palma, come un salone.
I canotti che dovevano correre se ne andavano a prender posto verso
terra, dove si vedeva una siepe di folla fittissima. Poi, ad uno sparo,
partivano, tra grida lontane, confuse, e come s'appressavano, volando
sull'acque spumose, con un batter fragoroso di remi, delle esclamazioni
si levavano dal gruppo degli invitati, e i marinai di bordo gridavano
anch'essi, incitando i compagni: -Palestro!... Roma!... Arranca,
arranca!... Roma!... San Martino!....- Un clamore, dei battimani, il
timoniere vincitore che agitava il berretto; e ad un tratto, volgendosi
alle signore, ella propose vivacemente:
-- Un premio!... bisogna offrire un premio ai vincitori!...
Quelle stupide non sapevano che cosa dire, che cosa risolvere; solo
la moglie del sindaco e qualche altra approvavano. Ma che dare, che
comprare, in quella bicocca dove non si trovava mai nulla?
-- Io mando a casa... la statuetta di bronzo, sai, nonno?... E voialtre?
Ciascuna adesso offriva un oggetto; bisognava però mandare qualcuno a
terra. Ella si guardò attorno: Manara stava a divorarla cogli occhi.
-- Scusate, Manara, volete farmi un piacere?... Andate a casa nostra,
fatevi dare la statuetta che è sull'-étagère- del salotto, sapete... e
a casa di queste signore...
Il giovane partì, dicendole cogli occhi che andava per lei; e
l'altra regata cominciò. Ma ella preferiva adesso visitare la nave,
e appena espresse quel desiderio, l'ufficiale le si mise a fianco.
Andarono con Miss, scavalcando catene, girando attorno alle ruote di
cordami, scendendo in batteria; ed egli spiegava ogni cosa, faceva
muovere i cannoni sulle rotaie semicircolari, mostrava la manovra del
caricamento. Come Miss era rimasta un poco indietro, ella appoggiò
una mano sulla gola fredda e nera d'un pezzo, tenendo l'altra sul pomo
dell'ombrellino. L'ufficiale, contemplandola un poco, sussurrò:
-- Mi lasci adesso ammirare questo quadro: la forza cieca accanto alla
grazia splendente...
-- Lei fa dei madrigali!...
La visita ricominciò. Scesa un'altra scala, si trovarono nelle viscere
della nave: dei corridoi scuri con delle lampade pendenti dalla vôlta
bassa, una balaustrata di ferro da cui l'occhio si sprofondava nella
voragine delle macchine, un uscio socchiuso dal quale si scorgevano dei
visi di marinai febbricitanti.
-- L'ospedale.
-- Povera gente!
S'udivano, soffocate, le grida salutanti i vincitori della seconda
regata. Ella adesso trovava che la vita del mare doveva avere delle
grandi attrattive: la lotta degli elementi, le grandi calme e le
convulsioni supreme, le genti lontane, i nuovi costumi; ma che, alla
lunga, poteva riuscire monotona.
-- È vero!
L'ufficiale diceva la sua vocazione di fanciullo, i contrasti che aveva
dovuto superare, l'opposizione della sua mamma -- e l'ideale finalmente
raggiunto.
-- Ma vi sono, è vero, delle ore in cui si prova la nostalgia della
terraferma.
E gli occhi aggiungevano: «È questa, l'ora...»
Risalirono, intanto che il sole tramontava e che arrivava Manara,
trafelato, coi doni. Egli mostrò il suo dispetto, vedendola con
l'ufficiale accanto; ma ella adesso era occupata a chieder consiglio
sul modo con cui distribuire quei premii improvvisati. I vincitori si
avanzavano, salutando militarmente e prendendo gli oggetti con le mani
ruvide, incallite, dalle sue mani esili ed inguantate. La sua statuetta
toccò al timoniere della -San Martino-; l'ufficiale, vedendola portar
via, mormorò:
-- Peccato!...
E ad un tratto una musica invisibile, tutta ottoni, intuonò un
vivace ballabile. L'ammiraglio scusava i suoi ufficiali che andavano
impegnando signore e signorine, e sul ponte sgombro, nella sera
fresca, alla grand'aria del largo, delle coppie intrecciarono i loro
giri. Ella ballava col suo tenente, ed ogni volta che passava dinanzi
a Manara, scorgeva il suo sguardo geloso, il suo pugno chiuso. Come
il cielo era già scuro, una viva esclamazione di meraviglia si levò
dalla folla: delle lampade elettriche si accendevano in cima alle
antenne e una specie di chiaror lunare si proiettava sulla riva, di
nuovo formicolante di spettatori curiosi. Altre danze, un -buffet-
sontuoso dinanzi al quale tutti si affollavano, degli sguardi accesi
dal piacere, le risa degli ufficiali instancabili, -egli- che ballava
un'altra volta con lei, premendole appena la mano, nell'onda luminosa
che pioveva dai fari elettrici, una luce fantastica, come di sogno...
Un sogno che ella continuava con la testa in fiamme sul guanciale,
nella silenziosa oscurità della sua cameretta. Le parole dell'ufficiale
le ritornavano tutte, ad una ad una: erano degli omaggi, delle
dichiarazioni implicite, una grande lusinga per lei. «Peccato!...» egli
invidiava il marinaio a cui era toccato un oggetto che le apparteneva:
forse se lo sarebbe fatto cedere, mediante un compenso! E sorrideva
pensando alla gelosia di Manara, trovando naturale di essersi servita
di lui per mandarlo a terra. L'imagine del tenente, dolce, seria,
distinta, non le andava via dagli occhi: ella lo seguiva nella sua
cabina, aspettava di rivederlo.. quando, il domani, la rada si mostrò
vuota, deserta. Nella notte, era venuto l'ordine di partenza, e la
squadra aveva salpato, all'alba.
Allora uno stupor triste, una malinconia indefinita invase il suo
cuore, al pensiero di quell'incontro rapido, imprevisto, che non si
sarebbe rinnovato mai più. Poteva dire di amarlo, quell'uomo? Non
ne aveva avuto il tempo; nondimeno sentiva un vuoto desolato, uno
sconforto di vivere, e insieme uno struggimento tenero al pensiero che
qualcuno, attraverso ai mari, portava via l'imagine di lei chiusa in
cuore: un'impressione indefinibile, come ella non aveva ancora provata
l'eguale...
E il rancore per quella vita inutile, monotona, uggiosa, e il rimpianto
della sua gioventù sfiorente a poco a poco, crescevano, si facevano
cupi e profondi. Un disprezzo l'animava contro tutta la gente da
cui era circondata, contro la grettezza provinciale che le faceva
altrettante colpe delle sue iniziative, del suo spirito; che condannava
ogni suo modo di pensare, che si scandalizzava d'ogni sua parola,
d'ogni suo atto -- come quella proposta dei premii per le regate, che
non le perdonavano perchè a nessuna di loro sarebbe venuta in mente.
Ed ella doveva ancora vivere lì? Avrebbe dovuto morire tra quelle mura?
Esser sepolta in una di quelle chiese tristi ed oscure?... A volte, la
prendeva la tentazione di fuggirsene via; poi invidiava i morti, quelli
che dormivano l'eterno sonno sotto il marmo bianco a San Francesco di
Paola, e il suo dolore finiva in pianto.
L'orgoglio, la superbia le impedivano di chieder nulla al nonno, di
darsi per vinta -- e i suoi giorni erano adesso d'un grigio che niente
rompeva. Nei primi tempi, aveva spesso ricevuto lettere dalle sue
amiche, specialmente da Giulia Viscari; poi si erano fatte rare, erano
cessate. Ella diveniva scettica, non credeva più all'amicizia, si
rimproverava lo zelo che vi aveva portato. Un giorno la zia scrisse
che Giulia era promessa ad un ricco signore di Trapani, che fra breve
avrebbe sposato. Dapprima, ella quasi credette d'aver letto male,
suppose un momento che la zia avesse sbagliato: l'amica non le aveva
giurato tante volte che si sarebbe uccisa piuttosto che rinunziare a
Toscano? Ella non era stata spettatrice della sua passione che pareva
sfidare l'universo? Come era dunque possibile?... Ed era vero! Ed
ella si diceva, scrollando le spalle: «Dopo tutto!...» Che cosa era
infine l'amore? Ella era stata molto sciocca a giurare unicamente su
di esso! L'amore non aveva impedito ad Enrico Sartana di lasciarla,
di scomparire, di -amare- delle altre! V'era l'interesse, più forte
dell'amore; v'erano la ragione, le necessità della vita! Giulia aveva
compreso questo, ed anch'ella lo comprendeva. Ancora facevano di
lei delle esposizioni umilianti, contrattavano in suo nome; quel che
avrebbe avuto di meglio a fare non sarebbe stato di accettare il primo
partito che capitava? Ne prendeva l'impegno con sè stessa; ma sempre
la volgarità, la goffaggine, l'ignoranza di quella gente la faceva
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