fortemente il barone, veniva Maurizio solo. Un silenzio misterioso
regnava sui campi addormentati, rotto ad ora ad ora da un lontano
latrare di cani, dal primo stridore delle cicale, delle modulazioni
d'uno zufolo. Sull'orlo dei fossati, fra le erbe che cominciavano
a ingiallire, s'accendevano i fuochi pallidi e freddi delle prime
lucciole, e i profumi delle piante aromali, della menta, del rosmarino,
del fior d'arancio, si diffondevano nell'aria dolce e molle. Ella
s'attardava pei sentieri, lasciando cadere il discorso, traendo lunghi
sospiri.
-- Com'è buono!... Sentite che odore di reseda!... È quella dei miei
viali.
Egli ne portava ora, ogni giorno, una ciocca all'occhiello. Tutte le
volte che la accompagnava, ella lo invitava a lasciarla dinanzi al
cancello, dove il fattore l'aspettava attorniato dai cani saltellanti;
ma egli mormorava:
-- Se mi manda via...
-- Ma no, tutt'altro!... dico per voi che dovete tornare indietro.
Dinanzi alla fontana, ella reiterava il suo invito; ma il giovane
insisteva per accompagnarla ancora, fin quando, ai piedi della scala
della terrazza, come dinanzi ad una soglia vietata, ella diceva
risolutamente, tendendogli una mano:
-- Adesso, addio!
Egli se ne tornava a lenti passi; talvolta s'udiva il fruscio delle
erbe che sferzava col suo bastone. Una sera che era piovuto e la via
pareva un pantano, ella andava accanto a lui, guardando dove metteva i
piedi, alzando l'orlo della sua veste, facendosi forza per non dirgli:
«Datemi il vostro braccio!» Egli la guidava, avvertendola di torcere
cammino, di evitare una pozzanghera; a un tratto le disse:
-- Vuole appoggiarsi?
Ella passò una mano dietro il braccio che egli le offriva, ma non
ardiva appesantirvisi. Andavano così, a fianco, ma or discosti ora
vicini, come le difficoltà del cammino volevano; il giovane parlava
con maggiore vivacità del consueto; si sentiva nella sua voce una
gioia trepida e contenuta: ella non aveva ancora provato accanto ad un
uomo un turbamento simile a quello che la guadagnava. Perchè?... Ella
non voleva comprendere il significato dell'attitudine di lui, voleva
stornare gli sguardi dalla sua figura che le risorgeva continuamente
dinanzi... Il domani di quella passeggiata, aprendo un libro che egli
le aveva mandato, dei petali di rosa le caddero in grembo: ma quanti!
una pioggia: bianchi, giallognoli, rosei, rossi d'un rosso così cupo
che sembrava sangue rappreso... Egli l'amava! quei fiori erano stati
sfogliati per lei, per dirle ciò che il labbro non osava!... Ella
scrollava il capo, impercettibilmente e tristamente: per quale fatalità
doveva incontrare altre passioni nel breve cammino che le restava
ancora a percorrere? La delicatezza ingenua di quel fanciullo le
procurava una commozione tenera e malinconica; ella pensava ai tesori
d'affetto che quell'anima vergine avrebbe voluto spendere per lei, agli
slanci di cui doveva esser capace, alla morte che sarebbe stata per lui
l'inevitabile rifiuto col quale gli avrebbe risposto. Ma ella avrebbe
saputo lenire la piaga, gli avrebbe fatto vedere l'impossibilità di
quell'amore, parlandogli come una madre!...
Aveva serbato qualcuna di quelle foglie di rosa di cui il libro era
pieno. Nel restituirlo, gli disse:
-- Scusate se ho confuso i segni posti tra le pagine...
Egli rispose, avvampando:
-- Non fa nulla... non erano segni...
Però, in un altro volume, un romanzo, ella trovò un passaggio
d'amore sottolineato con la matita rossa. Allora, prima di continuare
nella lettura, cominciò a sfogliare il libro: non v'era espressione
appassionata, frase poetica, che non fosse notata. Ella le divorò
tutte, con la fronte in fiamme, il respiro affrettato, un'inquietudine
s'impadroniva di lei, un'irrequietezza nervosa che si sfogava sulla
gente da cui era attorniata. Nessuno dei due faceva un accenno a quella
corrispondenza indiretta; ma un imbarazzo sempre più grande li vinceva
entrambi. Una volta che ella gli aveva mostrato un lavoro all'uncinetto
eseguito da lei, le punte delle sue dita sfiorarono quelle di lui
sotto il tenue merletto: un tocco lieve, l'ombra d'una carezza che
le mise però un lungo brivido per tutto il braccio... Un giorno,
repentinamente, i suoi vicini annunziarono che tornavano in città: una
freddezza insolita era nell'accoglienza che le facevano; Maurizio aveva
gli occhi rossi, come se avesse pianto.
Lo portavano via; si erano accorti di qualche cosa e lo sottraevano
al pericolo d'una passione per una donna come lei! E ad un tratto,
non vedendolo più, ella si nascondeva il viso tra le mani, atterrita
dalla verità che non poteva più rifiutare di conoscere: ella lo amava!
lo amava! lo amava perchè egli era buono e sincero! perchè il suo
vecchio cuore le batteva sotto il seno sfiorito così forte come un
tempo! perchè aveva ancora bisogno d'un pascolo! L'interesse che quel
fanciullo le aveva destato fin dal primo momento, l'assiduità con
la quale aveva pensato a lui, la commozione provata nello scoprire
i primi sintomi della passione nascente, il turbamento che la sua
vicinanza le metteva nello spirito e nei sensi, era l'amore che tornava
ad avvamparla! Ella sentiva mancarsi, pensando a quel che dovevano
essere le parole d'amore di quel fanciullo che non aveva ancora amato;
e lo chiamava, sommessamente, imaginando di tenerselo a fianco, di
passargli una mano fra i capelli, di sentire la sua guancia candida e
fresca poggiarsi sulla guancia di lei, le sue labbra cercare le sue.
Come lo avrebbe amato! Come avrebbe prodigato per lui tutto quel che
le rimaneva di ciò che era stata una volta!... Poi, nel rivedersi
allo specchio, nell'osservare il disfacimento delle sue fattezze, il
raccapriccio le faceva chiudere gli occhi; sentiva orrore di sè stessa,
riprovava il disgusto che le avevano destato le vecchie avide dei
fanciulli, ridotte al mestiere delle iniziatrici...
A Milazzo, la freddezza della sua famiglia s'accrebbe: evitavano di
incontrarla, la salutavano appena. La madre aveva cominciato a parlare
contro di lei, s'era schierata fra i suoi avversarii, minacciava
di fare uno scandalo se ella non si levava dal capo di sedurle il
figliuolo. Delle lacrime di umiliazione le bruciavano gli occhi; ma
ella riconosceva che la madre aveva ragione, che quell'amore era un
tristo inganno, che se si fosse consumato avrebbe avuto per tutti il
più sciagurato domani. Andar via era il partito che le si presentava
ancora: ma dove? sotto qual cielo ella sarebbe stata sicura? Quando
avrebbe finalmente trovato il riposo?... E come scorgeva Maurizio
passare e ripassare dalle sue finestre, aspettarla nelle vie,
seguirla in chiesa, guardarla con un'espressione più ardente, il
cuore cominciava a tumultuarle, le persuasioni lusingatrici tornavano
ad assalirla. Era egli proprio il fanciullo che pareva? Compiva a
momenti ventidue anni: era un uomo. Ed ella lottava ancora contro
la vecchiezza, si trovava a giorni non ancora disprezzabile, sentiva
che malgrado le tristezze provate, ella era rimasta nell'anima come a
vent'anni. Tornava quasi a riaverli. Uno sguardo che egli le dava da
lontano la rendeva felice per tutto un giorno; un'ora prima che egli
passasse sotto la sua finestra, ella si metteva ad aspettar dietro i
vetri, sussultando all'apparir d'ogni forma che le ricordasse quella
di lui; se egli non portava la ciocca di reseda all'occhiello, un
rammarico sottile l'invadeva, come per un segno di trascuranza. Era uno
stupore. All'appressarsi della domenica, ella ritrovava lo stesso senso
di giocondità, che la guadagnava, fanciulla, all'idea della festa:
in quel giorno ella poteva vederlo più da presso, più a lungo; e come
la sera calava sulla sua letizia, il cuore le si tornava a chiudere,
come al tempo dei tempi, quando ella si rannicchiava nel suo verginale
lettuccio... E la sua fantasia le svolgeva ancora dinanzi altri
romanzi; vincere tutti gli ostacoli che sorgevano fra loro, fuggire
con lui in una plaga remota, ignorata, deserta: un idillio soavissimo,
una gioia ineffabile... Oppure sacrificarsi per lui, indurlo a sposare
una fanciulla che avrebbe potuto farlo felice, disarmare il rancore
di sua madre, farla ricredere, e poi scomparire, nascondere a tutti
il proprio lutto inconsolabile... Ma come seppe che egli era ammalato,
come comprese che soffriva per lei, per la lotta sostenuta fra l'amore
che le portava e il rispetto filiale, ella sentì traboccare la sua
tenerezza. La notte, tra veglia e sonno, era uno strazio senza fine
che ella provava, credendo di vederlo dinanzi a sè, slanciarsi verso
di lei, con le braccia tese, disperatamente, e ricascare indietro,
alle stratte delle catene da cui era avvinto. Anelando di confondersi
in un abbraccio supremo, essi erano a forza disgiunti, e lontani l'uno
dall'altro un languore mortale, un lento esaurimento li spegneva a poco
a poco. Le vecchie fiabe di cui la sua fantasia s'era prima nutrita, le
storie d'amor disperato, di giovinetti principi sospiranti alle Belle
superbe, di madri imploranti la compassione di queste, le tornavano
a memoria: nel veder la vecchia Stefana aggirarsi per la casa, curva
dagli anni, rammentava le sere dell'infanzia remota, passate nell'udir
quei racconti e nel lungo fantasticare quando la voce della serva
moriva nel sonno...
Tutti gli espedienti da lei posti in opera per avere notizie di
Maurizio, per sapere qualche cosa della sua salute, cadevano intanto
dinanzi all'ostilità della famiglia di lui. La sua disperazione
cresceva; ella finiva per non intender più nulla intorno a sè, per
trovar tutto inutile, per veder tutto nero. Non spendeva più nessuna
cura per la sua toletta: poichè egli non poteva vederla, che interesse
aveva a farsi meno brutta?... Una domenica che era andata a messa
senza veletta, coi capelli malamente raccolti, ella sentì soffocarsi,
scorgendolo. Era pallido e smunto, i suoi occhi accerchiati da un
lividore splendevano più intensamente nel fissarsi su di lei; ma sopra
la gioia del rivederlo, sopra la pietà del suo male; ella sentiva
serrarsi il cuore d'angoscia nel mostrarsi a lui come era, orribile,
spaventevole, nell'imaginare la repulsione che la sua vecchiezza doveva
ispirargli. E con uno sguardo d'umiltà implorante, di trepidazione
paurosa, ella interrogava la fisionomia di lui, come nell'attesa di una
sentenza di morte; ma lo sguardo del giovane, fisso, avvampante, diceva
che ella era sempre per lui la bellezza, la seduzione, l'amore! Con
un gesto smarrito ella tentava di raccogliere i suoi poveri capelli,
di nascondere le guancie dietro ai larghi nastri del suo cappello;
ma, a casa, fermandosi dinanzi allo specchio, sentì mancarsi, come
all'apparizione di uno spettro; la sua pelle era macchiata, il collo
rugato, annerito; i capelli rari, secchi, giallastri: ella non s'era
ancora vista così!... Nel nuovo studio di nasconder quelle rovine, un
riverbero dell'antico splendore luceva sul suo viso; ma ella si sentiva
oramai colpita al cuore; la sua seduzione le pareva simile a quella di
Armida, e nel rileggere il vecchio Tasso macchiato d'inchiostro sentiva
di sè stessa la pietà che la maga le aveva un tempo ispirata.
Contava di vederlo più da vicino in autunno; ma gli Squillace andarono
invece, per evitarla, a Spadafora. Triste autunno, passato nella
solitudine, nell'evocazione dolorosa di una gioconda stagione, ma
confortata non sapeva ella stessa da qual vaga lusinga, da quale
aspettazione. A novembre, ella tornò a casa. Fu una sera fredda e
piovosa, passata col suo notaio che era venuto a parlarle di certi
contratti: sul punto di andarsene, egli cominciò a riferirle le notizie
cittadine, i casi della gente, dei quali era sempre informato pel
primo.
-- Gli Squillace sono partiti, pel continente... Staranno un pezzo; pare
anzi che vogliano stabilirsi fuori...
Ella non udì altro, non vide l'uomo andar via: si trovò dinanzi alla
finestra, con la fronte sul vetro freddo e rigato dalla pioggia.
Perduto!... senza speranza!... disgiunto per sempre da lei, oltre quel
mare, da uno spazio smisurato!... Il mare era formidabile, cingeva la
riva d'una corona di spuma; la luna correva impazzata tra le nuvole
rotte, proiettava la sua luce scialba sulla cresta dei cavalloni e
l'orizzonte si perdeva in un buio fitto di nebbia... Un sogno svanito,
l'ultima lusinga distrutta: e un rammarico tanto più lancinante,
quanto più quel sogno s'era salvato dalla jattura delle prove reali.
Ora, pensando alle commozioni soavi, alle delicatezze timidamente
ingenue, all'alito fresco di poesia che quell'amore inespresso le
aveva fatto passare per l'anima stanca e sconfortata, pensando che
tutto questo moriva per non più rinascere, uno strazio ineffabile le
rigava di lacrime il volto... Il vento fischiava, spazzava la via,
faceva oscillare le fiamme dei lampioni; non un passante, non un segno
di vita; solo la voce sorda, il cupo rombo del mare... Addio! Addio!
per sempre!... Non era lui soltanto che spariva: era la speranza, la
lusinga, tutto ciò che aveva dato un prezzo alla vita e che non sarebbe
tornato mai, mai più!.. Che freddo! che gemiti nell'aria, che schianto
nel cuore!... Il suo pianto non cessava; ella non aveva la forza
di togliersi di lì, le pareva che un'oppressione mortale l'avrebbe
soffocata fuor della vista della tempesta: avrebbe voluto correre lungo
la riva fragorosa, mescolare agli urli degli elementi l'urlo della sua
disperazione... Il rumor d'un passo la fece trasalire ad un tratto; era
Stefana che le si appressava, trascinandosi penosamente per domandarle:
-- Hai nulla?... che hai?...
-- Nulla... lasciami!... Non ho nulla; va a letto.
Tornava ad appoggiar la fronte sul vetro, rabbrividendo; e il ricordo
di altre notti passate così, senza sonno, senza riposo, col cuore in
tempesta, con la mente smarrita, si evocava nella sua memoria. Quante!
Quante! La notte che era fuggita dalla casa maritale, quella in cui
Arconti l'aveva abbandonata, quella in cui ella aveva abbandonato
Sartana; e ancora la notte della sua partenza da Palermo, quando aveva
tentato sottrarsi all'amore di quest'ultimo, e le notti passate con
Arconti a Castellammare, quando un pericolo di morte le sovrastava, e
ancora la notte in cui aveva appresa la morte di Morani... Allora, la
storia della sua vita le ripassava tutta sotto gli occhi; ella rivedeva
le figure di quelli che s'erano trovati sul suo cammino, dei vivi e dei
morti; ella ripensava i suoi amori, i i suoi errori, i suoi dolori, le
continue alternative di fede e di sfiducia, di cieche impazienze e di
tardi pentimenti, le sue eterne aspettazioni risolte nella presente
vuota tristezza; ma da questa il suo pensiero ricorreva ancora al
passato, a scene perdute, a profili appena intravisti, e l'evocazione
si svolgeva continuamente, come una serie d'imagini sfilanti dietro
a una lente... Tratto tratto, delle persuasioni si facevano nel suo
spirito; come lampi, delle verità l'abbagliavano. Aveva aspettato
troppo grandi cose, per questo tutto l'aveva scontentata! Aveva temuto
troppo, e qual dolore era stato veramente insopportabile? Nel credersi
diversa dagli altri come s'era ingannata! La sua storia era la storia
d'ognuno! Come tutti, aveva apprezzato le cose prima di ottenerle o
quando eran svanite. In ogni periodo della sua esistenza, aveva tutt'in
una volta rimpianto il passato e riposte le sue speranze nell'avvenire!
Nondimeno, dei giorni felici erano sorti per lei; ma la felicità
dileguata era un nuovo motivo di cruccio!... Uno solo di quei giorni
tramontati poteva forse risorgere? Che cosa non avrebbe dato perchè
anche i tristi tornassero? Ma tutto era scomparso per sempre!... Come
il pellegrino nel deserto, era andata innanzi, attirata dalla vista
dell'oasi fresca ed ombrosa; ma il miraggio l'aveva ingannata; e il
più terribile era questo: che dopo aver riconosciuto nell'allettante
spettacolo un vano giuoco di luce, aveva continuato a crederlo vero,
a lacerarsi i piedi sulla sabbia infocata!... Quante volte l'ingrata
realtà le si era svelata? Ed aveva accolto sempre nuove lusinghe!
Quante volte aveva creduto di conoscere la vita? E l'esperienza passata
era stata inutile, ed a costo di lacrime aveva ricevute nuove lezioni
inutili anch'esse!... Ora però che chiudeva gli occhi e si volgeva
indietro col pensiero riconosceva la gran vanità. Che cosa distingueva
più i ricordi delle impressioni reali da quelli dei sogni? E sul
punto di chiuder gli occhi per sempre, questa vita che prima d'esser
vissuta era piena di tante promesse, non si riduceva ad un mero sogno,
tutta?... E poi dopo?... Triste! Triste! Terribile!...
La tempesta non si placava, il freddo si faceva più acuto: che
notte!... che notte!... Ancora un rumor di passi strascicato, e Stefana
tornava a chiederle, premurosa ed inquieta:
-- Perchè non vai a letto?.. È mezzanotte suonata....
-- Adesso... più tardi; lasciami, non vedi che soffro?...
Ella andava ora di su e di giù per la stanza, si lasciava ogni tanto
cadere sopra una seggiola; poi scattava in piedi, insofferente
dell'immobilità. Le mancava il respiro, si sentiva tolta l'aria,
pensando all'avvenire, ai giorni incerti ed oscuri che l'aspettavano;
poi, come la figura di Maurizio le si ripresentava alla mente, ella
s'incolpava come d'un tradimento dei pensieri che aveva sottratti a
lui. Addio! Addio!... Ella tornava a piangere, inconsolabilmente,
pensando che nulla avrebbe potuto consolarla della perdita di
quell'amore, dell'ultimo amore, tenero e puro e forte com'erano stati
i primi....
Le ore passavano, ella non le avvertiva; le pareva che quella notte
durasse da un'eternità, che non avrebbe avuto mai fine. Girava gli
occhi per la camera, e ciascuna cosa su cui il suo sguardo si posava
le suggeriva nuove visioni; a ondate, i ricordi la travolgevano.
Di repente, uno scricchiolio la fece rabbrividire. Sorse in piedi,
irrigidita, cogli occhi sbarrati dalla paura. Il silenzio tornava a
piombare sulla casa, non si udiva più che il gemito della raffica e il
fragore del mare. Ella ricadde sulla sua seggiola, col capo sul petto,
le braccia pendenti. Una gravezza di sonno morboso ora la inchiodava
a quel posto; i contorni delle cose si perdevano dietro il velo delle
ciglia calanti, i suoi pensieri fluttuavano, si confondevano, finivano
per ismarrirsi. A scatti, ella rialzava il capo, guardava attonita
dinanzi a sè; poi tornava ad abbattersi. Un rumor sordo, come un
lamento trattenuto, la fece sussultare di nuovo. Questa volta ella
s'alzò, passò nella stanza vicina. Seduta contro l'uscio, agghiacciata
dal freddo, con la testa reclinata e le braccia raccolte sul petto,
Stefana aspettava lì dietro. Vedendo la padrona, tentò d'alzarsi, ma
l'intorpidimento delle sue vecchie membra non glie lo consentiva.
Ella prese ad ammonirla, affettuosamente:
-- Perchè non sei andata a letto? Vuoi ammazzarti, così?
-- Adesso... -- rispose, con voce velata -- Quando andrai anche tu...
L'aiutò ella stessa a levarsi, la sorresse fino alla sua cameruccia. La
vecchia batteva i denti.
-- Stai male?
-- No... no.
Col giorno, la febbre l'assalse. Non volle che la padrona chiamasse
nessuno, asseriva di non aver nulla. Ma come la febbre era alta, ella
mandò pel dottore. Il delirio sopravvenne. Nel delirio biascicava
parole incomprensibili; un nome solo s'udiva: Teresa. Il terzo giorno
un miglioramento parve determinarsi. La riconobbe: nel vederla i suoi
occhi velati tornavano a brillare. Coi segni, le diceva di mettersi a
sedere accanto al capezzale, le prendeva una mano e restava un pezzo
tenendola così. Peggiorò rapidamente. Sul far della notte, la casa fu
invasa dalla gente che seguiva il Viatico; ma i sacramenti le furono
amministrati che già rantolava.
Era una nuova tristezza che scendeva su lei. Ora, ella non aveva
più la paura d'una volta in presenza della morte; la miseria della
vita non le rendeva più insoffribile quel tragico spettacolo. Così,
all'alba del domani, quando vennero a dirle che Stefana era spirata,
ella s'inginocchiò, pregò un poco, poi passò nella camera mortuaria.
La finestra ne era spalancata, due candele ardevano sopra un tavolo
dinanzi a una imagine sacra. Il cadavere era così rimpiccolito che
pareva quello d'una bambina. Una benda passata sotto il mento e
annodata sul capo tratteneva la mascella cascante. Ella restava a
contemplare una mano della morta, una povera scarna mano che aveva
avute tante carezze per lei, e la sua mente si perdeva al pensiero
dell'umiltà di quel destino, dell'oscurità di quella vita ora spenta.
La vecchia serva non aveva più nessun parente; nessuno veniva a
reclamare la misera successione. Ella ne fece l'inventario. V'era della
biancheria, delle vesti, un piccolo gruzzolo di risparmii. Una cassetta
dipinta in verde, che Stefana aveva sempre trascinata con sè quando
aveva accompagnata la padrona, era posta dentro una cassa più grande,
ma la chiave non si trovava. Ella non sapeva che cosa contenesse;
supponeva vi fossero degli altri denari, il frutto di lunghi anni di
lavoro. Pensava di distribuirle in elemosine, di far dire delle messe
in suffragio di quell'anima semplice e buona, quando, un giorno, il
cameriere le presentò una piccola chiave, cascata da una vecchia veste
della morta.
Era quella della cassetta. Come ella l'aprì, come ne trasse le cose
che vi erano dentro, le sue mani cominciarono a tremare. V'era una
vesticciuola che ella aveva portata a dieci anni, un ramoscello
del fior d'arancio del suo abito nuziale, i vecchi quaderni delle
sue lezioni, una puppattola con la quale aveva giuocato bambina, i
-carnets- dei suoi balli, gl'imbuti di carta ricamata che avevano
rivestito i mazzi di fiori offertile per le sue feste, le imagini
di santi ricevute in premio al tempo delle sue prime comunioni. Man
mano che ella traeva uno di quegli oggetti sformati e scoloriti, i
rottami della sua vita che un affetto cieco, del quale ora apprezzava
l'intensità, aveva serbato come reliquie, era una trafittura che ella
sentiva al cuore. In un angolo, tra vecchi fiori e nastri di cappelli,
stava il suo ritratto di fanciulla, quella che ella non era riuscita
a trovare quando aveva voluto donarlo ad un amato. Non contenta di
starle sempre al fianco, la vecchia aveva voluto custodir la sua
imagine; quelle cose religiosamente raccolte, per tanti e tanti anni,
attraverso continue peregrinazioni, dicevano la devozione, l'idolatria
che quel povero essere aveva avuto per lei. Le reliquie le restavano
ora tutte dinanzi: ella le contemplava con occhio arido e fisso. Il
pensiero di non poter più confortare quella povera donna d'un sorriso,
d'un abbraccio, l'opprimeva. Ella non l'aveva pianta neppure! Adesso
rammentava tutte le volte che l'aveva maltrattata, che le aveva date
delle risposte dure, che l'aveva respinta come un essere inferiore,
incapace di comprenderla. Invece, la buona creatura le si era attaccata
sempre di più. Che bene le aveva voluto! Come l'aveva protetta bambina,
come l'aveva ammirata fanciulla e sposa! «Tu sembri una regina!..»
Che orgoglio metteva nel farla più bella, che indulgenza nel piegarsi
a tutte le sue volontà! In ogni suo dolore, ella l'aveva trovata al
fianco, vigile, inquieta; era vissuta della sua vita, era morta quasi
per lei. Ed ella l'apprezzava ora soltanto; riconosceva, sempre tardi,
che nessuno, mai, l'aveva amata così.
FINE.
DELLO STESSO AUTORE:
LA SORTE.
DOCUMENTI UMANI.
ERMANNO RAELI.
L'ALBERO DELLA SCIENZA.
PROCESSI VERBALI.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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