-- Non è partito... è qui...
Rimandò la donna, si mise a misurare da un capo all'altro la camera,
come una leonessa ferita. Che fare? che dire?... Fingere, aspettare che
egli si decidesse a rivelarle i suoi progetti... Provocarlo piuttosto,
sferzarlo... o supplicarlo ancora!... Ripeteva a voce alta le frasi
che pensava: «Se credete che io v'abbia amato mai!... No! tu non farai
questo: non merito tanta crudeltà...» Imaginava le risposte che egli le
avrebbe date, e come l'ora scorreva, l'ansia, il tormento crescevano;
a un tratto, a un improvviso squillo del campanello, ella sussultò,
scattò in piedi, sentì tutto il suo sangue rifluirle al cuore...
-- Tu parti?
Dopo averle baciata la mano, egli rispose:
-- Domani.
-- Credevo... che non saresti venuto...
-- Perchè?
-- Nulla!... temevo... Si è sciocchi quando si ama...
Egli si cavò lentamente i guanti, guardandone la cucitura. Disse:
-- Tu cosa farai?
-- Non so... non ho ancora stabilito... aspetto che tu stesso decida...
-- Ma tu sei libera!... non c'è ragione di vincolarti...
Vi fu un momento di silenzio. Ella domandò:
-- E quando conti di ritornare?
-- Presto, spero... più presto del solito...
-- Non mentire!
S'era alzata, appoggiandosi alla spalliera della poltrona, fissandolo
in viso.
-- Se tu non vuoi credermi... -- rispose egli, scrollando le spalle.
-- Non mentire... so tutto!...
E adesso egli chinava lo sguardo. Irrigidita, col capo eretto, il
respiro breve e precipitato, ella lasciava cadere delle parole lente e
gelate:
-- Tu parti... per non vedermi più... per raggiungere un'altra...
Credevo però che avresti avuto... la lealtà... di dirlo...
Più lungo, più penoso, il silenzio tornò a pesare dintorno. Egli
evitava sempre di guardarla. Il rancore e lo sdegno ribollivano in lei,
traboccavano quasi; ella frenava gl'impeti da cui si sentiva strozzare.
-- Tu non rispondi nulla?
-- Cosa vuoi che dica?... Se non sono creduto! se tu presti fede
piuttosto alle ciarle della gente!...
-- Allora... allora... -- e febbrilmente la mano di lei stringeva la sua
-- allora, giura che mi hanno ingannato!... giura che non è vero... Tu
taci!... tu eviti di guardarmi!... tu non hai il coraggio...
-- Oh, insomma!...
Di scatto, anch'egli sorse in piedi. Ella indietreggiò, spalancando
gli occhi, riparandosi istintivamente con un braccio, presa da una
folle paura, credendo che fosse sul punto di batterla. E come egli
si stringeva la testa fra le mani, traendo un sospiro d'ambascia,
prorompendo a un tratto:
-- Ma perchè mi torturi?... Non vedi che soffro?... Che volete da me?...
-- ella cominciò ad assentire, col capo, con la mano:
-- Sì, sì... hai ragione... il torto è mio!... tutto mio!... Non
gridare... Sei libero, guarda: non ti trattengo, va'... va'...
-- Non capisci tu dunque...
-- Zitto!... Non dir nulla!... Capisco, sì, sì... capisco che non si
dice a una creatura: «Sai, non t'amo più, ne amo un'altra, tu sei
d'inciampo alla mia felicità, lasciami, vattene...» Ah!... ah!...
Cadde sul divano, col capo contro il bracciale, le labbra contratte
da brividi sibilanti. Egli venne a mettersele accanto, a tentare di
sollevarla, di persuaderla:
-- Ma non è questo!... Se ti hanno detto male!... È la mia famiglia che
ha dei progetti... che crede di costringermi...
-- Non m'ingannare... tutto è finito, per sempre...
Egli non rispose. Allora, ricomponendosi, passandosi una mano sulla
fronte, ella disse:
-- Tutto era già finito da un pezzo... il torto fu mio, a tentare di
risuscitare un cadavere... Adesso, ecco, comprendo!...
Si alzò e gli stese una mano.
-- Non è colpa di nessuno... doveva finire così!... Siate felice.
Gli occhi di lui si velarono di lacrime.
-- Vi ho molto amata, credetemi...
Ella fece un gesto vago. Aveva bisogno di tutta la sua forza per
contenersi. Egli restò un poco in silenzio, a capo chino; poi fece un
passo.
Allora un singhiozzo violento le straziò la gola.
-- Dio!... Mio Dio!...
Credeva di morir soffocata, il pianto tempestoso si mutava in una tosse
convulsiva e lacerante. Egli diceva qualcosa; col capo, con tutta la
persona, ella faceva cenno di no, di no. Come quello strazio si venne
sedando, l'altro disse, piano:
-- Se volete, non partirò...
Allora le sue lacrime cessarono d'un tratto.
-- Addio!
Egli chinò il capo.
-- In qualunque circostanza potessi esservi utile, ricordatevi che avete
in me un amico...
-- Grazie... Vi ringrazio.
Ed era scomparso! e non era tornato indietro! e non era venuto a
gettarlesi ai piedi, a domandarle perdono, a lasciarla almeno con una
buona parola... Così! Così!... Una pietra sepolcrale si chiudeva dunque
su quel passato, qualche cosa crollava nell'anima di lei... Un momento,
ella stette in ascolto, udendo il clamore pauroso del silenzio; poi si
sentì torcere ed abbattere...
E il domani, nell'abisso di miseria morale, di sofferenze fisiche in
cui era precipitata, aspettava ancora. Come niente veniva, come l'ora
della partenza trascorse, ella mandò ancora Stefana da lui. Credeva
che non fosse partito, che sarebbe venuto ancora una volta. Era troppo
triste, troppo malvagio lasciarla così...
-- Partito?... è partito?...
Allora un impeto selvaggio di sfida la sollevò. Che viltà! che
viltà!... E ad un tratto il cameriere venne ad annunziare:
-- Il signor principe di Lucrino.
VII.
Sul mare grigio e plumbeo, il vapore filava rapidamente, con la prora
eretta, fremendo per tutte le commessure alle poderose vibrazioni
della macchina ansante. Lungo i fianchi del legno, correvano le
piccole ondate che il suo moto formava sulla superficie stagnante
dell'acque, e pel contrasto del nero di cui lo scafo era tinto esse
prendevano intorno una colorazione azzurrognola, rivelavano qualche
cosa della loro misteriosa profondità. Laggiù in fondo, in quella pura
freddezza, non era bene sparire?... Ella era costretta a distogliere
lo sguardo dall'abisso affascinante, a portarlo in giro per la cerchia
dell'orizzonte. Cielo ed acqua, una cinerea uniformità da per tutto;
ma come un grumo di nuvole più scure, Ustica appariva sullo sfondo
nebbioso. Allora, dalle latebre della sua memoria, sorse il canto
udito, tanto tempo addietro, una notte serena di primavera nel porto di
Palermo:
«Voga quel remo:
Chissà se un'altra volta ci vediamo,
Capo d'Orlando e Monte Pellegrino!...»
Era dunque ancora la via conosciuta, tante volte percorsa; e uno dopo
l'altro i ricordi degli antichi viaggi si svolgevano nella mente di
lei. Tristi tutti, egualmente, le andate ed i ritorni, fin dal primo
salpare per l'ignoto della vita; ma nessuno come questo!... Le coste
isolane non si scorgevano ancora, già nella notte erano scomparse
quelle del continente, e in tale sospensione fra due lontananze ella
trovava l'imagine del proprio stato. Più amaramente che ella non avesse
mai creduto si chiudeva un tenebroso periodo della sua vita. Stolta,
che aveva sperato di prendere una rivincita dell'abbandono in cui s'era
vista lasciata, per non riuscire ad altro che ad una nuova amarezza!
Prima dell'ebbrezza, la nausea l'aveva vinta, ed era stata una
desolazione così profonda, una disperazione così radicale, che ancora
il desiderio di finirla l'assaliva dinanzi alle fredde profondità
del mare... Se dal buio passato ella guardava verso l'avvenire,
un'incertezza paurosa la sgominava. Ella andava verso un paese in cui
non avrebbe incontrato che ostilità. Alle intercessioni di sua zia,
il nonno aveva acconsentito di rivederla, mettendo però come patto
che ella non sarebbe venuta a Milazzo. Egli non la giudicava degna di
rientrare nella casa dov'era cresciuta! Ed una coincidenza che al suo
cuore ulcerato pareva cercata apposta, obbligava sua zia a lasciare
Palermo giusto mentre ella vi si recava!...
Con una stretta al cuore, vedeva ora avvicinarsi la meta, sorgere tra
cielo e acqua il titanico blocco del Monte Pellegrino, distendersi ai
suoi piedi la linea della città. Quella vista l'affascinava, il suo
spirito si smarriva nell'irrompere incessante delle memorie, ed alla
voce di Stefana che l'avvertiva dell'approdo un brivido la scosse.
Nessuno ad aspettarla a terra, neppure un servo. Ella frenava le
lacrime entrando nell'albergo, rispondendo al cameriere che le chiedeva
se la camera offertale era di suo gradimento. Che triste ritorno! La
città rumoreggiava sordamente, ed era come un mormorio minaccioso che
si levasse contro di lei, come una voce astiosa che la scacciasse...
Il giorno dopo venne suo zio, scusandosi con un equivoco sul giorno
dell'arrivo, invitandola ad andare con lui a Termini, dov'erano per
affari. Ella rifiutò, aspettando il nonno che aveva già telegrafata
la sua partenza da Milazzo. Quando lo vide apparire, il suo cuore si
strinse più fitto. Era un vecchio cadente, l'ombra di colui che ella
ricordava nell'imponenza della forza e nel rigoglio della salute. Le
sottrasse la mano che ella voleva baciargli e le sfiorò appena con
le labbra la fronte. Parlava del suo viaggio, del tempo, di Stefana,
e non una parola, non una domanda intorno al passato. Di tanto in
tanto si facevano dei silenzii, come fra estranei che non trovano
nulla da dirsi. Così continuava a trattarla, senza nessuna espansione,
evitando ogni allusione alla intimità di un tempo, non dicendo
nulla dell'avvenire. Talvolta, quando ella ricordava i giorni remoti
dell'infanzia, le carezze che egli le prodigava prendendosela sulle
ginocchia, sentiva la tentazione di buttargli le braccia al collo, di
confidarsi a lui, di giustificarsi; ma la sua freddezza l'arrestava.
Infine, perchè la trattava così? Se ella aveva fatto del male, lo aveva
fatto a sè stessa, e l'espiazione non era finita!... Malgrado lo studio
messo nel nascondersi, nel farsi ignorare, ella vide qualcuna delle sue
antiche conoscenze, la Leo, Sara Máscali; e furono degli sguardi duri,
delle arie sdegnose, delle insultanti voltate di spalle. Suo figlio,
adesso un bel giovanetto di dodici anni, veniva a trovarla tutti i
giorni per un'ora, in compagnia dell'aio; ma la sua entrata in collegio
era stata decisa, e ne affrettavano a un tratto i preparativi, quasi a
sottrarglielo più presto. Ella non trovò un'accoglienza fraterna che da
un'estranea, da Giulia Víscari, che volle condursela in casa. Gli anni
parevano non esser passati per l'amica; era sempre fresca, vivace ed
allegra come quando l'aveva lasciata l'ultima volta. Anche lei aveva
sofferto dei disinganni, ma, con una maggior forza di reazione, li
aveva superati più facilmente.
-- Che cosa avrei dovuto fare? -- le diceva -- Desolarmi, strapparmi
i capelli (quei pochi che mi restano!) dare lo spettacolo della
mia disperazione? E poi? Perchè? Per aggiungere sciocchezza sopra
sciocchezza!
-- Però, convieni che l'abbiamo fatta grossa!
-- Ah, sì!... Se potessi tornare indietro, t'assicuro che non
ricomincerei!...
-- Ed io, dunque?
Adesso conoscevano gli uomini, il loro egoismo, la loro mancanza di
cuore.
-- Noi siamo fatte a un altro modo!
-- È inutile, non ci capiscono!
Quelle confidenze le riuscivano di molto conforto; però l'ostilità di
cui era oggetto trovava in questo un nuovo alimento. Sua zia, che era
stata così tepida verso di lei, le rimproverava, tornando a Palermo, di
avere accettata l'ospitalità dell'amica; ella non seppe frenarsi:
-- Ma sai, non avevo molto da scegliere!... E sarebbe curioso che io
facessi la difficile!...
La folla delle beghine maligne, delle invidiose della loro libertà,
diceva che esse s'intendevano perchè si rassomigliavano, riduceva
la loro amicizia ad un calcolo, e una tristezza immensa la prendeva
dinanzi a quell'accanimento senza ragione, senza scusa, sentendosi
continuamente denigrata ora che nulla v'era più di riprovevole nella
sua vita. Ma una curiosità pungente di sapere quel che si diceva di
lei, del suo passato, la faceva insistere tanto presso l'amica, fino a
vincerne la riluttanza.
-- Dicono tante cose... che te n'importa? Io non ne credo nessuna!...
-- Dimmele! Voglio saperle... Mi dànno molti amanti?
-- Sì...
-- Oh, le vili!... Ma chi?... Quanti?...
-- Molti, che so!...
-- Le vili! le vili!...
La loro viltà consisteva nell'addebitare alle altre come una colpa
ciò che avrebbero voluto fare esse stesse! La maschera dell'onestà le
soffocava; l'idea di essere amate, il desiderio del frutto proibito
le struggeva; ma non avendo il coraggio di romperla col mondo, di
pagare del proprio, nascondevano il rancore delle voglie insaziate
sotto l'ipocrisia della virtù. Ella non credeva alla virtù di nessuna:
l'onestà era o freddezza di carattere, sterilità di fantasia, mancanza
di cuore, o paura del castigo, calcolo interessato, stucchevole posa.
Potevano darla a intendere a tutti, con le loro attitudini d'angeli
offesi, tranne che a lei! Non era già il tentativo di attenuare
la propria colpa che le faceva in tal modo comprendere tutte le
donne nello scetticismo di quel giudizio; ma convincimento antico,
persuasione confermata dai fatti. Se tutte coloro che gridavano
allo scandalo fossero state libere, se non avessero avuto a temere
la perdita del loro posto nel mondo, i disagi, le denigrazioni, che
cosa sarebbe diventata la loro onestà? La prova era la condotta di
quelle che avevano dei mariti ciechi o compiacenti, l'abbandono di
ogni ritegno di cui esse davano spettacolo. Ma per queste non c'erano
accoglienze fredde o voltate di spalle; i loro tradimenti erano
incoraggiati, la loro doppiezza premiata!
L'ingiustizia della società la colmava di sdegno. Quando ella aveva
abbandonato suo marito, tutte le avevano dato ragione; pretendevano
dunque che una donna giovane e bella come lei, rimasta sola, dovesse
rinunziare al mondo, all'amore, alla felicità? Sodisfare ai propri
capricci restando accanto a quell'uomo, le sarebbe stato permesso; i
fulmini si scagliavano sul suo capo perchè non si era piegata ad una
transazione sleale!... Evidentemente, la condizione della donna non
poteva essere più disgraziata: o legata per tutta la vita a chi non era
fatto per lei, o condannata ad una rinunzia superiore alle sue forze,
o esposta al dileggio di tutti. Perchè dunque gli uomini dovevano
godere d'una libertà sconfinata? V'era giustizia? Le donne non avevano
anch'esse desiderii, simpatie, bisogni? Ella s'infiammava discutendo
di queste cose, avrebbe voluto tanto ingegno da perorare pubblicamente
la causa di quante erano come lei, da combattere per la riforma delle
leggi, donde veniva il primo male. Gli uomini le avevano fatte, per
loro uso e consumo, per loro tutela; un dispotismo feroce le informava.
-- Ci avete consultate? Ci avete ammesse a discutere con voi? Io rifiuto
di riconoscere un regime imposto con la forza bruta! Leggete la storia:
ci teneste come schiave, ci trattaste come cose! Ma allora eravate
almeno conseguenti. Ora che vi siete degnati di riconoscerci un'anima,
uno spirito, ora che noi abbiamo aperti gli occhi, badate!...
Cogli uomini che frequentavano quasi esclusivamente il salotto
dell'amica, ella impegnava delle discussioni vivaci, sferzava il loro
egoismo, rideva quando li sentiva affermare la supremazia esercitata
dal suo sesso per via della grazia e della seduzione.
-- Bella supremazia! Una credenza che voialtri diffondete perchè vi
torna comodo, per piegarci a ciò che vi conviene, per farci dimenticare
tutte le altre nostre inferiorità! Grazie tante!... -Une fiche de
consolation!-
Le donne avevano però un'arma in loro mano: esse potevano vendicarsi
terribilmente, distruggendo l'onore d'un uomo, coprendolo di ridicolo
per tutta la vita. Ella ne conveniva tra sè; apertamente non si dava
per vinta, affermava che erano pregiudizii. Ad ogni modo, voleva dire
che anche gli uomini non potevano esser contenti di uno stato di cose
creato da loro; bisognava dunque pensare al rimedio! Però, quando
ella cercava di proporlo, si confondeva, non riusciva a formularlo.
Divorava gli opuscoli morali di Dumas figlio, si metteva ad esclamare,
tutta sola, col libro fra le mani: «Sì, sì, è così!» ai passaggi in
cui vedeva precisato il proprio confuso pensiero; ma incontrando dei
paradossi, delle contradizioni, era tentata di scrivere delle lunghe
lettere all'autore; o piuttosto avrebbe voluto confidargli la sua
storia che ella giudicava un soggetto degno di studio, e chiedergli
dei consigli, proporgli delle quistioni. Perchè lei che non credeva se
non alla passione, aveva obbedito al capriccio? Qual'era la migliore
vendetta da prendere contro l'abbandono degli uomini? Avrebbe ella
potuto uscire trionfante dalla lotta in cui era stata vinta?
Sì, forse. La virtù vera esisteva, la sua santa mamma ne era stata
una prova; Bice Emanuele che ella incontrò un giorno per via, ne era
un'altra. Suo marito aveva finito di rovinarsi, era stato coinvolto
in affari equivoci, aveva compromesso il nome dei suoi figli; eppure
s'era rassegnata sempre al suo destino, semplicemente, senza lagnarsi.
Quando ella rammentava l'amica giovane, bella, elegante, corteggiata
da tutti, piena di delicatezze, squisitamente sensibile, e paragonava
quel fantasma alla creatura avvizzita, dimessa, sommessa, che si vedeva
ora dinanzi, riconosceva che solo una forza interiore, la naturale
bontà, il sentimento del dovere avevano potuto impedirle di fare come
tante altre. Se non aveva ceduto alla tentazione, non era già perchè
non l'avesse compresa, lei che non era vissuta se non di sogni; nè
per un calcolo, giacchè aveva tutto perduto; nè per ostentazione, se
dimostrava per le cadute altrui un'indulgenza così buona. Un'idea,
una fede l'aveva solamente sostenuta; ed allora, tutta convertita da
quello spettacolo, ella riconosceva che v'erano ancora molte altre come
quella, buone senza secondo fine, degne di rispetto e d'ammirazione. Ma
a che cosa giovava loro questa bontà? Erano forse felici?... Ne vedeva
ancora delle altre meno meritevoli, circondate com'erano dall'affetto
vigile, dalla protezione tenera dei loro mariti. Come pensare a tradire
un uomo unicamente occupato di voi, pieno di cure, di delicatezze,
di fiducia? Bisognava essere senza cuore, pervertite nell'anima, per
tradire una persona fatta così; e quelle che erano state capaci di
tale mostruosità le facevano sdegno. Ella aveva tradito Arconti in
un triste periodo della sua vita, quando durava l'eco delle lezioni
perverse che aveva ricevute. Più tardi, fin quando egli era stato buono
con lei, un pensiero cattivo non s'era neppure affacciato alla sua
mente!... E a un tratto, ripensando a lui, al posto che aveva tenuto
nella sua esistenza, sentiva le rapide fitte d'un desiderio acutissimo,
secretamente covato: il desiderio di rivederlo, di riudirlo. La ragione
lo combatteva, le rappresentava il male che egli le aveva cagionato; ma
certi giorni, dopo una lettura, o per aver rammentate delle parole che
gli erano abituali, o senza motivo, per l'umore del suo spirito, per
la tensione dei suoi nervi, ella ripensava alle passate dolcezze, agli
entusiasmi dei primi anni, e il suo desiderio si faceva più ardente.
Dov'era egli? Poteva non pensare a lei? Se egli fosse venuto di
nascosto a raggiungerla, a tentare di riacquistarla?... E fantasticava
di essere accostata da una persona sconosciuta che le consegnava
con aria di mistero una lettera, una lettera di lui, nella quale
egli annunziava la sua presenza a Palermo e chiedeva un convegno, ma
parlando in terza persona, così: «Un uomo che visse della vostra vita,
che piange tutte le sue lacrime per avervi perduta...»
Un giorno, tutti i fogli politici annunziarono il suo matrimonio.
Allora un rancore immenso la invase contro di lui e uno sdegno violento
contro sè stessa, per non esser riuscita a strapparselo dal cuore. E
malgrado il suo rancore e il suo sdegno, ella pensava che un'altra
aveva le sue carezze, udiva le sue parole innamorate! Ella non le
aveva credute, e adesso le invidiava; aveva sdegnato quell'uomo, e
adesso lo rimpiangeva! Perchè, se egli era stato falso e bugiardo?...
Ma finalmente ella riconosceva che, se pure fosse stato diverso, la
felicità duratura non avrebbe potuto trovarsi in un falso legame,
sibbene nella santità della famiglia, nell'austerità del dovere. Se a
lei fosse capitata la sorte di trovare un marito appena diverso dal
suo, come avrebbe sopportato i suoi difetti, come avrebbe soffocate
le tentazioni, per poco che egli l'avesse sorretta!... E l'imagine di
Enrico Sartana le tornava alla memoria, più distinta che mai, in quella
Palermo dove l'aveva conosciuto, dove udiva parlare di lui, delle sue
avventure dopo la separazione, dove poteva incontrarlo da un momento
all'altro. Il giorno che lo vide comparire nel salotto dell'amica, il
sangue le die' un tuffo. Malgrado la barbetta a punta e un principio di
canizie, era sempre il bel giovane d'un tempo, aveva ancora l'aria di
San Giorgio cavaliere. Mentre egli parlava di molte cose indifferenti,
rivolgendosi più spesso all'amica, dando a lei dei rapidi sguardi,
ella era come ammaliata, non vedeva più nulla di ciò che la circondava,
udiva soltanto il suono delle parole senza comprenderne il senso, con
la mente piena di ricordi, di visioni risorgenti; e quand'egli andò
via dopo averle stretta la mano, ella lasciò ricadere pesantemente il
suo braccio, assorbita nella contemplazione del passato. Un pensiero
vinceva tutti gli altri; ella si domandava, col cuore stretto: «Come
deve disprezzarmi!...» Un abisso separava la fanciulla che egli aveva
conosciuta dalla donna che ora ritrovava, e la compiacenza d'essere
sfuggito al pericolo di averla a compagna, era probabilmente il solo
sentimento che ella gli destava! Le voci malvagie e bugiarde dovevano
essere arrivate fino a lui; se il ricordo del passato era sorto
talvolta a difenderla, egli non aveva potuto resistere all'insistenza
delle calunnie! Con una soggezione secreta, il bisogno di dissipare
il tristo giudizio formatosi intorno a lei la occupava nel rivederlo.
E un sentimento di gratitudine veniva ad unirsi a tutto questo, come
ella notava la discrezione delle sue parole, il rispetto di cui la
circondava. Dopo tanto tempo, la società si era trasformata intorno
ad essi; senza dir nulla delle relazioni passate tra loro, egli le
rammentava tante cose, e una grande attrattiva era per lei in quei
ricordi. Ella si sentiva riportata indietro negli anni, pensava a
momenti che tutto quanto era venuto dopo non fosse che una imaginazione
dolorosa. Ma come notava le assiduità di lui, come leggeva nei suoi
sguardi qualche cosa che egli non le diceva, ella protestava tra sè:
«No, no... è troppo tardi, oramai!... sarebbe l'errore più grande!...»
Ella non poteva più amare, non poteva più essere amata, aveva troppe
tristezze nell'anima, aveva letto troppo addentro nel libro della
vita!... Ed esprimeva questa sua sfiducia dinanzi a lui, ma senza
rammaricarsi, rassegnatamente, come accertando una gran verità:
-- La felicità è una chimera... tutto ciò che si può ottenere di meglio
è la calma... Io non aspiro più ad altro.
-- È vero; avete ragione.
Quell'arrendevolezza destava la sua curiosità; ella avrebbe voluto
sapere ciò ch'ei pensava intimamente, udirlo parlare dei giorni
lontani, subire anche quest'altra prova... E, inconsapevolmente, si
attardava dinanzi allo specchio, si guardava a lungo, chiedendosi: «Non
sono più desiderabile?...» Qualche giorno, a certe ore, uno stupore
pauroso le gelava il sangue, vedendo rapidamente moltiplicarsi i segni
della sua decadenza; ma da un momento all'altro la sua fisonomia si
rimetteva, riacquistava i colori, la freschezza della gioventù; ella si
sentiva rinascere, derideva le sue paure. Lentamente e continuamente
i capelli però le cadevano; la chioma meravigliosa che arrivava un
tempo ai fianchi, il «Mantello d'oro» era ridotta della metà. Dei
giorni la trovava ancora copiosa; alcuni altri l'idea di perderla
tutta l'atterriva. Dei fili d'argento striavano i capelli corvini di
Giulia; ella l'invidiava, avrebbe preferito di diventar tutta bianca,
pensava che vi sarebbe stata un'altra specie di poesia. Gli artefizii
a cui ricorrevano alcune per darsi una giovinezza che non avevano più
le parevano ridicoli; ella era sicura che si sarebbe rassegnata, non
nascondeva a nessuno l'età sua, affettava anzi d'esser già vecchia.
-- Ma fammi il piacere! -- protestava allegramente l'amica. -- O dici
questo per sentirti assicurar del contrario?
-- Così fosse!... Purtroppo...
-- Bada però che qualcuno non ne è persuaso.
Era dunque proprio vero? Gli sguardi di Enrico dicevano dunque ciò che
le sue labbra non profferivano? No, no; ella non voleva riconoscerlo.
«Mio Dio» pregava, «fate che io m'inganni!» ma con una secreta
restrizione, come temendo la certezza dell'inganno desiderato... Egli
adesso la seguiva da per tutto, le parlava con una espressione più
tormentata; una dolce sera d'estate, fermo dinanzi alla sua carrozza,
al Foro Italico, intanto che ella accompagnava impercettibilmente col
capo il ritmo incalzante del canto dell'-Ombra- nella -Dinorah-, le
disse, piano, guardandola negli occhi:
-- Vi rammentate i balli di casa d'Alì?
Le parve come se egli l'avesse stretta alla vita, prendendola per
una mano, trascinandola seco. E vedendo a un tratto il pericolo, ella
pensava che l'unico mezzo di evitarlo era la fuga. Perchè, malgrado
i suoi propositi, malgrado la sua esperienza, ella sentiva la lusinga
rinascere, udiva una voce che le dimostrava l'assurdità di quella vita,
la necessità d'un affetto, anche a costo di nuove torture... Non era
egli l'uomo che pel primo le aveva fatto battere il cuore? Non era
stato sul punto di dividere la sua vita per sempre?... Ed ecco che egli
glie lo ricordava.
Fu un giorno che Giulia non era passata nel salotto, quasi prevedendo
di quel che doveva avvenire. Come ella aveva espresso con maggiore
amarezza del consueto, a proposito d'una lettura recente, il suo
scetticismo, egli le disse:
-- Non credete dunque più a nulla?
-- Ho troppo sofferto.
-- Non siete stata la sola.
Senza avvicinarsi a lei, evitando di guardarla, egli soggiunse, come
parlando tra sè:
-- Perchè non avviene nulla di ciò che si è aspettato?
Ella non rispose, temendo di tradirsi; quando l'altro mormorò:
-- Credete dunque che io abbia scordato?... Il sogno che sognammo
insieme è tutto quello che ho avuto di meglio nella mia vita... ma ora
più che mai sento cosa ho perduto.
Ella chiuse gli occhi un istante; poi, abbassato il capo in atto di
rassegnazione, balbettò:
-- Bisognava arrivare a questo!...
-- Sì! non era possibile fingere più a luogo, trattarsi come due
estranei, quando tutto ci ricordava la felicità a cui passammo
accanto... Perchè non potemmo ottenerla?
-- Di chi la colpa?
Anche lui chinò il capo, sbattendo un guanto contro il ginocchio.
-- Sì, è vero... fui debole... mi arresi troppo presto alle insistenze
interessate... E se sapeste che rimorso è stato il mio! come nulla è
valso a farmi dimenticare!...
Si accusava, senza giustificarsi, senza muovere un rimprovero contro
di lei, diceva che il ricordo di quel primo amore gli era rimasto
sempre fitto in cuore, che il matrimonio non aveva potuto cancellarlo,
che la vita dissipata in cui s'era dopo gettato non l'aveva guarito
neanch'essa. Tacque un poco; poi soggiunse, pianissimo:
-- Ma non è del passato che si tratta...
Allora ella cominciò a sentire un tremito percorrerle tutte le fibre.
-- Si tratta del presente... della felicità che possiamo ancora
afferrare... perchè io vi amo... ti amo. Teresa! -- oh, lasciatevi
chiamare così, come un tempo, come non ho cessato di chiamarvi,
secretamente, dal fondo dell'anima!
Le prese una mano; ella non pensò a ritirarla, scrollando lentamente il
capo appena piegato, cogli occhi rivolti alla luce.
-- Non dite di no!... siamo ancora in tempo... Come siete bella! che
sguardi luminosi!... m'accecano...
Un impercettibile amaro sorriso le increspava gli angoli delle labbra,
e passandosi una mano sulla faccia ella si guardava ora intorno con
l'attonita espressione di chi esce da un sogno.
-- No... no... -- mormorava -- la vita non si rifà... è troppo tardi,
credetemi!...
-- Non dite questo!... mi fate troppo male!... Io non vi domando di
amarmi... lasciatemi vivere soltanto vicino a voi!... Che cosa vi
costa?... volete?...
Ciò ch'egli domandava rispondeva all'intima sua brama, sempre rimasta
insodisfatta, ma questa volta risorgente più intensa, con la speranza
luminosa di vederla finalmente appagata. Dopo tanto tempo, dopo
tanti disinganni, non potevano essi, non dovevano anzi trattarsi
come amici, come fratelli, con qualche cosa di più arcano, ma senza
macchiarsi? Di questo sentimento dolce e forte nella sua purezza
ella si sentiva capace; ella sarebbe restata accanto a quell'uomo,
intimamente, parlandogli di cose care, senza pensare un solo istante
alla possibilità di essere altro per lui. A questo patto, acconsentiva;
e finalmente la sua vita ebbe uno scopo, il suo cuore un pascolo,
il suo spirito un'occupazione, e come per incanto ogni dolore, ogni
sconforto s'inabissò, disparve, nell'invasione d'una suprema letizia,
nella rifioritura dell'anima, nella risurrezione di tutto l'essere suo.
Ella gli scriveva delle lunghe lettere, narrandogli la storia della
sua esistenza, dei suoi dolori, dicendogli che nulla più gli restava
al mondo fuorchè l'affetto di lui, chiedendogli di difenderla contro
i malvagi, ma scongiurandolo di non tradire la fede che aveva riposta
nella sua parola. «Noi non possiamo essere l'uno per l'altra che i più
intimi, i più teneri amici; la triste esperienza che abbiamo acquistato
ci deve garentire da nuovi e più grandi errori... Voi mi starete
vicino quanto più sarà possibile; e la fiducia che nulla riuscirà
a scuotere la nostra affezione sarà il più grande conforto nelle
avversità che il destino non risparmia a nessuno. Gli animi volgari non
ci comprenderanno: tanto peggio per loro; la nostra coscienza non ci
rimorderà!...» Egli scriveva poco, la guardava con occhi supplici di
desiderio, tentava di baciarla in viso, scongiurava, alle repulse di
lei:
-- Sulla fronte, almeno?
-- Sulla fronte, sì.
Ella gli aveva dato a leggere il -Giglio nella valle- di Balzac, la
-Principessa di Clèves- della signora di Lafayette, sottolineando per
lui i passaggi in cui era espressa la passione casta e contenuta;
decisa questa volta a salvare l'amor suo dalla caduta fatale, a
qualunque costo, a costo di morirne. Ma la lotta s'impegnò più
presto che ella non credesse: non eran bastate le preghiere, doveva
ora difendersi materialmente, incrociando le braccia sul seno,
protendendole poi, al gesto disperato col quale egli si allontanava.
-- Volete dunque espormi, mio Dio, al disprezzo di tutti?
Già un mormorio correva intorno ad essi, le malignazioni erano
cominciate, e come il mondo non le teneva nessun conto dell'eroismo
con cui ella resisteva, egli non le teneva conto dei rischi a cui
s'esponeva per amor suo. Si faceva invece più insistente, minacciava di
abbandonarla:
-- Se questa tortura deve continuare, finirò per fuggirvi...
All'idea di perderlo ella rompeva in lacrime, riconoscendo finalmente
di essersi ancora lasciata prendere dall'inganno d'una pura affezione.
Ma come affrontare la malvagità del mondo? come darsi in balia delle
sue nemiche, in quel piccolo ambiente dove l'atto più innocente era
spiato, commentato, risaputo? No, ella non avrebbe fatto mai questo,
non tollerava l'idea dei sorrisi maligni con cui le malvage avrebbero
vista la conferma dei loro pronostici. L'amore non era dunque il
più forte? Ma non aveva ella negato l'amore? E sapeva soltanto come
l'avrebbe trattata quell'uomo il domani della sua dedizione? No, v'era
troppa tristezza in lei, d'intorno a lei... Sarebbe piuttosto fuggita
ella stessa: nella lontananza era l'unica salvezza. Poi si diceva che
la logica fatale della sua condizione rendeva inutile quel partito: a
che cosa sarebbe andata incontro, fuggendo? Poteva restar sempre sola?
Delle cadute meno degne non l'aspettavano?.. Ma si ribellava alla
logica; anche ora, come sempre, voleva fare a suo modo. Lungamente,
secretamente, ella maturava quel proposito, dilaniata nondimeno da
impulsi contrarii, vedendo danni da per tutto, imaginandone sempre
più grandi. Si frenava dinanzi all'amica, si studiava di nasconderle
la battaglia che si combatteva nel suo cuore, ma quando finalmente le
annunziò la risoluzione della partenza, non le fu possibile contenersi
oltre. Rompendo in pianto, con voce strozzata dai singhiozzi, ella le
confidava la passione che non aveva saputo soffocare, i pericoli che la
circondavano, il tentativo di salute che le restava da compiere.
-- E dove vuoi andare? che cosa farai, sola, lontana?...
-- Non so, non lo so... ma non togliermi coraggio! Tornerò a Roma, andrò
più lontano se occorre, continuerò la mia vita sbalestrata... pur di
togliermi da questo martirio, di evitare quest'abisso...
L'amica finiva per riconoscere la convenienza della fuga; ella la
scongiurava di non farne trapelare nulla, di non rivelare il suo
rifugio. Voleva scomparire senza vederlo, senza lasciargli una parola,
certa che le sue forze l'avrebbero tradita. E come i preparativi della
partenza erano già cominciati, dinanzi ai bauli scoperchiati, alle
valigie aperte, un'ambascia più disperata le scoppiava in cuore, col
pentimento del suo sacrifizio. Ella era passata accanto alla felicità
e non aveva saputo riconoscerla e aveva voluto respingerla! Pel mondo,
per lui, per sè stessa, quel sacrifizio era vano: tutti l'avrebbero
sospettata egualmente ed a lei non restava che il rancore d'un bene
perduto per sempre, d'una speranza voluta a forza distruggere. Non era
vero che l'amore non esisteva, ella aveva bestemmiato: non esisteva
che l'amore, la vita dell'anima; ella non ne avrebbe trovato mai uno
più alto, più poetico di quello di Enrico, cominciato nella purezza
della prima gioventù, sopravvissuto a tante vicende, ridestatosi con
tanta violenza! Ella sacrificava il suo bene allo sciocco mondo che
non le aveva dato se non amarezze. Ella piangeva tutte le sue lacrime,
riconosceva di non avere ancora tanto sofferto. Un tenebrore fitto
e pauroso avvolgeva l'avvenire, il danno non avrebbe avuto mai fine!
Che cosa sarebbe stato di lui?... Allora, l'impossibilità di lasciarlo
così, senza neppure un ultimo addio, le apparve evidente. Gli scrisse,
e ciascuna parola di quella lettera le costava una stilla di pianto.
«Quando voi riceverete la presente, io sarò partita, per sempre. Avevo
creduto in voi, avevo sognato di passare nella vita tenendoci per mano,
amandoci, ma serbando il diritto di tener alta la fronte. Voi non avete
avuta questa forza, non ve ne faccio una colpa. Non m'incolpate, a
vostra volta, se io prendo una determinazione che vi farà male, ma non
quanto ne farà a me stessa. Dimenticatemi! Addio.»
Come una cappa di piombo, il cielo le pesava sul punto di lasciare
la casa ospitale dell'amica, nel ripeterle la raccomandazione di non
rivelare a nessuno il suo destino. Tornò a Roma, col cuore stretto
da una morsa, col corpo ammalato e lo spirito affranto. L'imagine
dell'abbandonato le era sempre presente, con tutte le forze dell'anima
ella tendeva verso di lui. Un giorno, improvvisamente, se lo vide
dinanzi.
VIII.
Non era dunque un sogno! La vita aveva ancora sorrisi, l'amore
aveva ancora promesse, la felicità esisteva! Ma nel momento che era
cominciata, ella aveva detto ad Enrico:
-- Senti, sei tu che mi togli alla solitudine a cui m'ero rassegnata!...
Se credi ora di potermi lasciare!... Tu non mi sfuggirai più,
comprendi? Io ti strapperò il cuore con queste mani, se tu tenterai di
sfuggirmi!...
-- Sarà difficile. Non me l'hai già tolto?...
Non era un sogno; però ella aveva un continuo, insaziato bisogno di
nuove conferme, tanto era incredibile.
-- Ed è vero?... Tu mi vuoi tanto bene?... Hai pianto per me?...
-- Credevo di morire!
-- Ed è vero?... Oh, perdonami, non è diffidenza... è meraviglia, è
stupore... se tu sapessi!... È come se da un carcere eterno, buio
e freddo, io fossi passata all'aria libera e pura. Grazie! grazie!
grazie! Come ti son grata! Come ti amo!...
Tentava di metterglisi in ginocchio dinanzi; egli la rialzava,
protestando, affermando che era sua la meraviglia, la gratitudine,
ripetendole che aveva pensato sempre a lei, che l'aveva amata sempre,
che la speranza di incontrarla qualche volta gli aveva sempre sorriso.
Ella scrollava il capo, indulgentemente.
-- Sarebbe troppo bello!... Questo capisco che non è possibile...
Allora, perchè non cercasti mai di me?
-- Perchè... perchè tu eri d'altri...
Chinati gli occhi, in atto di riconoscere la propria colpa, ella taceva
un poco; poi gli gettava le braccia al collo, mormorando:
-- Ora bisogna che tu mi ascolti... che io ti narri la storia della mia
vita, che ti faccia una confessione completa!...
E gli narrava tutto, tranne l'avventura del principe, pensando che
a giudizio degli uomini quella sua vendetta le faceva torto. Per
legittimare la caduta con Arconti, ella attestava la prepotenza della
passione, diceva di lui:
-- Pochi uomini sono stati amati altrettanto...
Poi, temendo che questo ferisse l'amor proprio di Enrico, si correggeva:
-- Ma non come te!.. L'amai, è vero, sulle prime, quando credetti
al suo sentimento... ma la benda mi cadde subito dagli occhi; egli
non amava che sè stesso!... non credeva a niente, era impastato di
scetticismo, inbevuto di vanità!... Non come te; tu sei buono, gentile,
sei sempre quello che m'innamorasti fanciulla!... Anch'io ho pensato
a te, quand'eri lontano; ma le vicende della vita... le fatalità del
destino....
Però conveniva di essere stata molto sciocca a resistergli tanto a
lungo, a fuggirlo, a rischiare di perdere quella felicità, la prima,
l'unica che aveva mai provata!
-- O dunque? -- chiedeva egli.
-- Ah! tu non sai di quale amarezza fui abbeverata! come disperavo di
tutto!...
E gli narrava l'immenso disinganno sofferto, il naufragio della sua
fede, la morte del cuore. Come credere in qualche cosa, quando l'uomo
pel quale ella aveva tutto sacrificato si era ridotto a deriderla,
a maltrattarla? Ella esagerava i torti di Arconti, col bisogno di
sentirsi dare ragione, di vedersi compianta; e come le esclamazioni di
Enrico la sollevavano, ella soggiungeva:
-- Vedi? avevo ragione di dubitare? Ho ragione se talvolta voglio
sentirti ripetere che mi ami, che non mi abbandonerai, che non farai
come gli altri?
Ma, nel ripetergli queste domande, ella s'interrompeva dicendo, con un
sorriso, per farsi tollerare:
-- Come sono, noiosa? Non mi dar retta!
Egli non aveva l'eloquenza dell'altro, non sapeva trovare di quelle
espressioni poetiche che l'avevano un tempo sedotta; non scriveva di
quelle lettere che l'avevano ubbriacata; ma ella pensava che fosse
meglio così. Aveva troppo provato la falsità vuota di quella rettorica
per apprezzarla ancora; la prosa umile ma schietta del linguaggio
ordinario non era la più conveniente espressione della verità? Senza
declamazioni, egli le provava d'amarla, faceva tutto ciò che ella
voleva, non le rimproverava mai il suo passato. Ella però temeva che
il pensiero dell'altro dovesse funestarlo; per questo, gli propose di
andar via da Roma.
-- Qui tu sei esposto ad incontrarlo ogni giorno; capisco che non deve
farti piacere! Per quanto grande possa essere la tua fiducia in me,
egli ti deve dar ombra...
-- Io non t'ho dato motivo di sospettarlo!
-- Lo so!... lo so!... E te ne ringrazio... Ma se tu sei pieno di fede,
io ho sempre paura. Credi a me, sarà meglio andar via...
Però egli non volle. In fondo, l'idea di buttar giù la sua casa, di
trovarsi fra gente sconosciuta, non le sorrideva molto; ella vi si
rassegnava come ad un vero sacrifizio, ad una prova d'amore, e dinanzi
al rifiuto di Enrico, si sentì vinta da un nuovo impeto di gratitudine.
-- Come sei generoso!... Se sapessi come questa tua fiducia mi fa bene,
come ingigantisce la mia devozione... Tu mi hai redenta!... I miei
errori, tutte le mie tristezze sono cancellate; tu mi ridai i miei
vent'anni, torno ad essere per opera tua come quando t'amai la prima
volta... E una risurrezione di tutto l'essere mio...
E come Enrico protestava, ella affermava, ripetutamente:
-- Sì, sì, redenta!... senza l'amor tuo, chissà che cosa sarebbe
accaduto di me!...
Ed aveva fatta una scoperta:
-- Io ti debbo tutto, tu mi hai tratto da un abisso di miseria, hai
impedito che finissi di perdermi; ed io non ho fatto nulla per te...
-- Proprio? Nulla?
-- Nulla!... Ti ho data tutta me stessa... gran che!... valgo così
poco!... e poi, se ti amavo!... Ma di noi due, chi è in debito verso
l'altro son io!... Non dir di no; è così, lo so!... E vedi, tu puoi
farmi quel che ti piace, maltrattarmi, tradirmi; io non mi lagnerò,
accetterò tutto da te...
Forse ella commetteva un errore dicendogli questo; ma era così fatta,
da mettersi tutta nei suoi affetti, da non calcolare mai. Del resto,
egli non le dava motivo di pentirsene. Quella vita che la serietà
e la gelosia di Arconti non le avevano consentito, adesso ella era
libera di farla. Enrico rispondeva al tipo dell'uomo di mondo che ella
aveva vagheggiato: s'era fatto ammettere al -Circolo delle Caccie-,
amava la società, andava a cavallo, giuocava, fin troppo, ma ella vi
avrebbe posto riparo. Le presentava i suoi amici, non essendo geloso,
o piuttosto sapendo di non averne motivo; l'accompagnava dovunque, era
sempre al suo fianco premuroso ed allegro. Ella dava dei pranzi, delle
cene; invitava dei giovanotti scapoli, artisti in voga, giornalisti che
parlavano delle sue serate, della grazia con cui ella faceva gli onori
di casa.
Il principe di Lucrino era fra gli assidui. Nel rivederlo la prima
volta, ella s'era sentita avvampare; a poco a poco il suo disagio
dinanzi a lui scemò. Come aveva cominciato ad alludere alla sua breve
fortuna, ella tagliò corto:
-- Se tiene a venire in casa mia, non parli di questo.
Però il principe aveva di tanto in tanto delle pose romantiche; quando
pronunziava certe parole: il -passato-, le -memorie-, le sottolineava,
guardandola fiso. Per fortuna, Enrico non sapeva nulla. Una sera le
disse:
-- Sai chi ho conosciuto? Arconti.
Ella chinò un momento gli occhi; poi gli chiese, gettandogli le braccia
al collo:
-- Che cos'hai provato?
-- Niente.
-- No, non fingere!... Dimmi la verità!... dimmi che hai sofferto!...
non me ne avrò a male; è una prova d'amore!...
-- Ma perchè vuoi che soffrissi? non lo vidi mai con te, non fu per lui
che ti perdetti...
-- Perchè non mi hai portata via?... Dovrò incontrarlo anch'io...
Ma ella sentiva risorgere la secreta curiosità di ritrovarsi in
presenza di lui: l'ignorata emozione che doveva occuparla nel rivedere
da estraneo l'uomo col quale era stata legata dalla suprema intimità,
esercitava una irrestibile attrattiva sulla sua imaginazione.
Improvvisamente, un giorno, a Piazza Colonna, lo vide; ella sentì
come se il terreno le mancasse sotto i piedi, come se le gambe le
si piegassero. Ravvisandola tardi, egli si toccò il cappello quando
già stava per passar oltre; ed ella continuava a procedere a caso,
dimenticando la sua via, col cuore tumultuante, la mente inondata da un
mare di ricordi... Sapeva egli la sua relazione con Sartana? Ne provava
gelosia o dispetto?... Avrebbe voluto mostrarglisi a fianco di Enrico,
dimostrargli che altri l'amava meglio di lui, la faceva più felice di
lui... Poi s'indispettiva contro sè stessa per quei pensieri che gli
accordava; ma tornava sempre ad averlo presente, e adesso, come se la
gente si fosse data un'intesa, ella non udiva parlare se non di lui;
dei suoi successi politici, del bene che voleva a sua moglie, della
passione che questa gli portava, della vita nascosta, tutta intima,
nella quale essi custodivano la loro felicità. Una curiosità più acre
di vedere questa donna la pungeva assiduamente; un giorno la scorse
finalmente, appesa al braccio di lui, col capo lievemente reclinato,
tutta intenta a udire qualche cosa che egli le mormorava. Un tipo
superbo di bellezza bruna, agile e forte: ella ne conveniva; e qualche
cosa come un rancore impotente, come una gelosia umiliata nasceva in
lei, insieme con una sorda disperazione, perchè, in fondo all'anima,
inconfessata fin lì, ella aveva nutrita l'idea di rivedere quell'uomo,
di provare ancora su di lui il suo potere, e perchè adesso comprendeva
che questo era impossibile! Ma la sua fantasia ammalata la gettava
in pieno dramma: ella si vedeva apparire come lo spettro del rimorso
in mezzo a quei due, imaginava le supplicazioni della donna, pensava
al risveglio della passione nell'uomo, lo scacciava lungi da sè,
sorda, inflessibile, spietata... Sorrideva compassionevolmente di sè
stessa: non avrebbe mai dunque messo senno? non era ancora ammaestrata
abbastanza?... Però, tutt'ad un tratto, ella si sentiva scontenta del
presente; la nuova passione le pareva meschina in confronto dell'altra,
Enrico di tanto inferiore ad Arconti. Non le erano venuti da costui
tutti i dolori? Che cosa voleva dunque dire quel nuovo, più acerbo
rimpianto di un passato aborrito?...
Per soffocarlo, ella lavorava a rappresentarsi il danno che quell'uomo
le aveva fatto; ma i ricordi amari non avevano presa, la sua
imaginazione fuorviava, le metteva invece dinanzi tutte le dolcezze
d'una passione che era stata la poesia della sua vita. Il viaggio a
Parigi ed a Londra! Le sedute della Camera dov'ella riascoltava le
parole che aveva udite per la prima! Le lunghe sere d'inverno passate a
discutere intorno a ciò che v'era di più alto nella vita del pensiero!
L'inaugurazione del -Nido- ancora tutto pieno di ricordi di lui...
Aveva egli potuto dimenticar queste cose? Ella stessa, un tempo, le
aveva dimenticate! Non s'era stancata di quell'uomo? Non aveva trovato
che egli non la contentava, che non rispondeva al tipo da lei ideato?
E adesso che tutto era finito, si sorprendeva a rimpiangerlo!...
L'amore d'Enrico non dava un pascolo al suo bisogno d'arcane esultanze.
Egli era buono, pieno di cure; ma non aveva l'intelletto, la parola
dell'altro. Ora ella s'accorgeva d'essersi ingannata nel credere che
l'amor puro della giovinezza potesse rinascere, in lei che era passata
per tante prove, nell'uomo che aveva tanto vissuto. Egli le narrava le
relazioni avute durante il matrimonio e dopo la separazione: ne parlava
come di capricci, di legami fugaci, di avventure di corta durata,
con leggerezza e con una evidente disistima delle donne. Affermava
che adesso era un'altra cosa; ma dicendo di credergli, ella sentiva
crescere invece il proprio scetticismo. Non solamente quell'uomo le
pareva leggiero, ma la stessa fede nell'amore tornava a scuotersi, ed
ella non credeva neppure a sè stessa... Tutte le parole che diceva a
costui, le aveva dette all'altro: «Non ho che te... Tu m'hai rivelata
la vita... Noi ci ameremo eternamente...» Come crederle più?
Poi si faceva una ragione: queste cose la stupivano perchè ella
non aveva ancora esperienza, ma il mondo era stato sempre così! A
guardarsi intorno, non trovava una moltitudine di creature nella sua
stessa condizione? Bisognava dunque accettarla rassegnatamente! E si
riattaccava ad Enrico, gli dava tutta sè stessa, voleva esaltarlo e
denigrare quell'altro. Era stata presa dalla tentazione di bruciare
tutte le lettere antiche; ma, avendone letta una, la prima capitata
nel fascio, non potè, non si fidò neppure di continuar la lettura,
sentendosi afferrata da quel passato... Però, all'idea che Arconti
potesse sospettare questo, pensare che ella lo rimpiangeva, il suo
sentimento diventava una specie di livore furente. Voleva scrivergli
di restituirle le sue proprie lettere, i suoi ritratti, per fargli
intendere che s'ingannava, se pensava questo... E un giorno un
fattorino lasciò da lei un pacco; ella riconobbe nell'indirizzo il
carattere di Arconti. Ruppe i suggelli con le mani, tolse febbrilmente
l'involto: v'erano tutte le sue lettere e tutti i suoi ritratti che
egli le restituiva con una semplice carta da visita. Allora, ella si
sentì così miserabile, che si mise a piangere.
Più che al tempo dell'abbandono patito, ella comprendeva che adesso
tutto era finito tra loro, radicalmente, per sempre. Fin quando quelle
lettere erano rimaste in potere di lui, aveva potuto supporre che egli
se la vedesse accanto in idea, che rammentasse almeno il posto da lei
preso nella sua vita; adesso egli le mandava indietro come cose inutili
e vili, respingeva la sua stessa memoria! E ciò che vinceva il suo
dolore, era lo sbalordimento prodotto dalle contradizioni per le quali
passava, dalla rivelazione dello spaventevole abisso che era l'anima
umana... E sapendo bene che ella non l'avrebbe mai fatto, pensava
adesso di andarlo a cercare, di dirgli: «Non mi riconosci più? Non
valgo dunque più nulla? Guardami: hai proprio tutto dimenticato?...»
La sera, Enrico vide il biglietto che ella non aveva pensato a
nascondere; le chiese:
-- È venuto?
-- No. M'ha restituite le mie lettere.
-- Le chiedesti tu?
-- Sì; mi seccava lasciargliele.
Egli le prese una mano, la guardò negli occhi.
-- Che impressione hai provata?
-- Nessuna.
Nello sguardo dell'uomo parve a lei di leggere un timido rimprovero,
come se egli avesse compreso il principio di molestia che le dettava
quella nuda risposta.
-- Perchè non vuoi dirmelo?
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