-- Taci! mi fai male... -- Qualche volta, se aprirai un giornale, gli occhi ti andranno sul mio nome; allora, il ricordo di quel che fummo... -- Basta, per pietà... Gli occhi le si velavano di lacrime, dei singhiozzi le sollevavano il seno; ed era tale l'intensità della tristezza prodotta da quella suggestione, che ella credeva di aver ricuperato l'amor suo, quando Paolo riabbracciava, chiedendole perdono. -- Che sciocchi! Che barbaro gusto, starci a torturare così, mentre tutto ci ride! E trovavano un sapor nuovo alla loro felicità. Tutto era per loro soggetto di gioia, le cose più comuni, più insignificanti. Come a Palermo le pareva distinto il parlare toscano, adesso le piaceva mescolare nel suo discorso delle parole, delle frasi, dei proverbii siciliani; e li spiegava all'amato, che li trovava pieni d'efficacia, e la incitava a servirsi più spesso del suo dialetto. Ella gli faceva la cronaca della sua giornata, gli riferiva gl'incidenti più minuti, gli dava a leggere le lettere che riceveva, si mostrava a lui per il primo nelle sue nuove tolette. Egli le recava i giornali, la metteva al corrente di quel che avveniva. A furia di sentir parlare di partiti, di leggi, di idee di governo, ella incominciava a interessarsi alla cronaca parlamentare, alle quistioni generali di politica interna ed estera. Però sosteneva contro di lui il prestigio dell'autorità, la forza del potere; quando lo sentiva esprimere qualche teoria troppo liberale, gli dava, scherzosamente, del rivoluzionario; gli diceva: -- Ma come è possibile che tu, nella tua posizione sociale, con la tua educazione, col tuo ingegno superiore, ti possa credere l'eguale d'una persona volgare, gretta, ignorante?... Come puoi credere che tutti gli uomini siano eguali, se degli abissi li separano? -- Sono appunto questi abissi che bisognerebbe colmare. -- Utopie! Tu non sarai mai l'eguale del tuo portiere! -- Il mio ideale sarebbe che il mio portiere fosse eguale a me! -- Allora, chi resterebbe nel bugigattolo? Quelle dottrine, nel concetto di lei, gli facevano un po' torto: ella avrebbe voluto vederlo più autoritario, entusiasta della monarchia, pronto a dar la vita pel suo re; invece, egli sorrideva un poco alle frasi ammirative che ella aveva pei Savoia. -- Che stirpe di prodi! che gente leale e gagliarda!... Spero bene che tu non sarai pei placidi tramonti!... -- E se fossi?..... Ella rispondeva ridendo, ma impetuosamente, a quel proposito detto ridendo: -- Non dovresti comparirmi più dinanzi! -- Poi, dalla minaccia passando alla seduzione, riprendeva: -- No, tu faresti invece ciò che vuole l'Amor tuo, non è vero? Tu non rinunzieresti alle tue idee, se io te ne pregassi?... Allora, egli scrollava un poco il capo: -- Dopo tutto, un'idea val quanto un'altra... E le confessava che scrivendo o pronunziando un discorso in sostegno delle proprie teorie, le teorie contrarie gli si affollavano nella mente; che quando udiva un contraditore, diceva tra sè: «Infine, anche lui ha ragione... se è convinto! se non si dice anche lui che ho ragione io!...» -- Ma perchè sei così? -- chiedeva ella, curiosa di comprendere quello spirito complicato, dinanzi al quale sentivasi un poco intimidita. -- Chi lo sa!.... Forse perchè ho pensato molto. Delle intere serate passavano nel discutere di morale, di filosofia, di problemi altissimi; egli sfoggiava per lei tutta la sua eloquenza, ella restava ammirata, facendo tratto tratto qualche osservazione sottile, dettata del buon senso, che imbarazzava un poco il pensatore. Il problema metafisico la interessava più degli altri; ella era ansiosa di sapere se esisteva una giustizia superiore, riparatrice; il suo terrore della morte sarebbe stato attenuato dall'idea d'una seconda vita, qualunque essa fosse -- e interrogava l'amato, pendendo dal suo labbro, come se egli ne sapesse più degli altri. -- Così, quando si muore?... -- Ci s'addormenta per sempre, d'un sonno senza sogni. -- E più nulla?... Più nulla!... Non v'è dunque nulla lassù?... L'opinione d'un uomo come lui aveva un gran peso, la turbava nella sua fede religiosa; e ad un tratto, mettendosi una mano dinanzi, come ad allontanare qualcuno, esclamava: -- No, no; parliamo d'altro... E tornavano a discutere di politica, di quel che egli avrebbe fatto se fosse salito al potere, delle quistioni del giorno. Ella se la prendeva con la repubblica francese, prevedeva la sua caduta; e fra i pretendenti Chambord aveva le sue simpatie, per la nobiltà del carattere, la saldezza della fede, la religione della bandiera. Paolo le aveva spiegato più volte la parentela cogli Orléans, perchè ella non la riteneva. Una sera, le disse: -- D'Aumale non ha possessioni in Sicilia? -- Sì, allo Zucco. E una villa a Palermo; non l'hai vista? -- Non rammento. È bella? -- La palazzina non molto, il giardino è un incanto. Una vaga inquietudine sorse in lei. Avrebbe voluto sviare quel discorso; sentiva però che la colpa del silenzio sarebbe cresciuta. Se egli avesse parlato d'altro... -- Si può visitare sempre? -- chiese egli ancora. -- Non so... credo sia necessario un permesso... quando v'andai io, c'era il visconte de Biennes, amico di mio marito... -- E il duca? -- Venne dopo. Un bel vecchio, una testa intelligente, un gran signore di razza... -- E questo visconte? -- Il suo -attaché-... -- Giovane? -- Giovanissimo, l'età tua... Dopo una pausa, egli chiese: -- Ti piaceva? -- Sì, molto; te lo confesso... Gli sguardi di lui le pesavano. Egli continuava a chiedere, con un tono d'indifferenza: -- E tu gli piacesti?... Te lo disse?... Come ti disse?... -- Quel che dicono tutti... non lo sai? -- Non me ne avevi parlato ancora... Quando fu? Ella chiuse gli occhi. -- Quando?... Perchè non vuoi dirmelo? -- Quando tornai a Palermo, per la morte dello zio... -- -Dopo di me?- Ella non rispose. Sentì che le si faceva più vicino, che cercava la sua mano. -- Come ti disse?... Dove ti vide?... di'!... Allora, con moto lento, ella gli passò le braccia intorno al collo, gli nascose il viso contro la spalla. Mormorò: -- Non mi chieder nulla... sai bene com'è doloroso... parlami d'altro... Egli la sollevò dolcemente, le carezzò con una mano la fronte, le strinse la destra con l'altra. -- Dimmi tutto... m'avevi giurato di dir tutto!... che importa se è doloroso!... L'amore è fatto di spasimi e d'esultanze... Dimmi tutto... -- Abbassando la voce, aggiunse: -- Perchè tremi?... Dimmi la la verità: colui... A un tratto ella si svincolò, si strinse le mani, girando il capo ansiosamente, con le narici dilatate, come se le mancasse il respiro. -- Ebbene... l'hai voluto!... soffocavo!... mille volte, mille volte la confessione m'era salita alle labbra!... la paura, la vergogna... Sì... un momento di pazzia... d'aberrazione!... non ero più io... te lo giuro!... non lo credevo io stessa... Ne fui punita, sai!... il pentimento, il rimorso assiduo, cocente... Un pallore si diffondeva in volto all'amato, le sue labbra si schiudevano un poco. Ella tentò di prendergli una mano; i capelli disciolti le caddero sul viso, con un gesto automatico li ricacciò indietro, continuando: -- Sono indegna di perdono... lo sento!... non te ne chiedo... Ma tu eri lontano... mio marito mi colmava d'oltraggi!... No, non mi giustifico... Paolo, ascoltami... dammi la tua mano... Che ho fatto, mio Dio! Gli era caduta in ginocchio dinanzi, buttando indietro lo strascico della sua veste da camera, congiungendo le mani. -- Senti: tutta la verità... allora io non t'amavo... no!... oh, no!... non t'amavo come ora!... non sapevo quel che tu valessi, non credevo che tu avresti preso tanto posto nella mia vita... Ero leggiera, sì, non sapevo... Una parola m'ubbriacava... Fu una ubbriacatura, ne ebbi la nausea... Appoggiò le mani ai ginocchi di lui, vi nascose il viso. -- Mi faccio orrore!... Restò un pezzo così. Malgrado l'ambascia, il violento palpitare del cuore, la vampa salitale al viso, si sentiva come liberata da un incubo. Aveva confessato l'errore; la sua coscienza non le avrebbe più rimproverato il silenzio, la doppiezza, l'inganno. Aspettava che egli la sollevasse, che le dicesse qualche cosa. Egli non diceva nulla, non si scuoteva. Con un sospiro doloroso ella stessa rialzò il capo. Allora vide una cosa che non aveva vista ancora: il pianto d'un uomo. Delle lacrime grosse e lente solcavano il viso di lui, un tremito convulso gli agitava le labbra nelle quali infiggeva i denti, fino a sbiancarle. Un istante, ella rimase muta, impaurita, compresa per la prima volta dell'enormezza della propria colpa; poi alzò le braccia, disperatamente, e trascinandosi sulle ginocchia, si mise a supplicare: -- Paolo!... Non piangere!... Mi fai morire!... Paolo! uccidimi!... Con un'amarezza sconfortata nel viso, egli scuoteva il capo, a riprese, bevendo le proprie lacrime, reprimendo i singhiozzi, e gli occhi di lei restavano secchi ed ardenti. -- Paolo, uccidimi!... voglio morire! voglio morire!... Impigliatasi nelle pieghe della veste, cadde, di fianco, col viso contro il braccio disteso, ansimante, sfinita. Allora soltanto egli si curvò su di lei, la sollevò, stringendola al proprio petto; e a un tratto anch'ella ruppe in pianto. Dolcemente e disperatamente, essi confondevano le loro lacrime, abbracciati, tenendosi per mano, guancia contro guancia, tempia contro tempia. Egli diceva: «Perchè?... perchè?...» e con voce soffocata ella ripeteva: «Non so... la pazzia!... non io!...» e come egli l'attirava sempre più al suo cuore, reggendole la testa con una mano, ella gli si voltò incontro, si afferrò alle sue spalle, e alzato il viso lacrimoso, supplicò: -- Disprezzami!... oltraggiami!... fai di me quel che vuoi!... ma dimmi che non mi abbandonerai!... che avrai pietà di me!... che mi lascerai vivere al tuo fianco... come una serva, come una schiava, come una cosa... Egli le chiuse la bocca, dicendo, sottovoce: -- Taci!... taci!... -- Una parola... una sola!... Dimmi che non mi lasci... Le rispose un sordo ruggito, un grido rauco d'amor furibondo e di dolore esasperato. -- No! no! no!... E come il parossismo era finalmente superato, più calmo, più tranquillo, ma insistente, ostinato, egli le chiedeva di narrargli tutta l'avventura, gl'incidenti più piccoli, i particolari più intimi. Inutilmente ella lo pregava di desistere, gli rappresentava la tortura a cui la metteva e si metteva lui stesso: voleva saper tutto, le strappava la confessione di tutto. Un'ombra di tristezza gli velava la fronte; allora ella ammoniva: -- Hai visto?... Perchè, mio Dio, perchè? -- Perchè così -- esclamava lui, stringendo un pugno, con la smania di torturarsi. Poi, pentito, se le fece vicino, mormorando: -- Adesso, basta... non ne parleremo più... -- Grazie! grazie! Come sei nobile, come sei generoso! Come mi sento indegna di te! Ma che bene, che bene ti voglio! Egli parlò d'altro; ma di tanto in tanto era lei stessa che, temendo di leggere un pensiero molesto sulla sua fronte lievemente corrugata, gli chiedeva: -- Pensi ancora a questo? Ci pensi sempre? -- No, no... -- Giuralo! -- Te lo giuro... -- Tu m'illudi!... non m'hai perdonata... E si nascondeva il viso tra le mani, irrigidiva le braccia resistendo con tutta la sua forza all'uomo che voleva costringerla a mostrare il viso. -- No, lasciami; non voglio esser guardata... Allora egli la carezzava, la blandiva, mormorando con voce supplichevole: -- Ma perchè non mi credi?... Non penso più a questo, te lo giuro!... o meglio penso che non fosti tu. Fra la donna che eri allora e quella che sei adesso, non c'è forse un abisso?... Allora ella schiuse le braccia: -- Immenso, senza fondo!... -- Io so come siete fatte -- continuava egli -- come siete deboli quando una passione, un ideale, non vi sorregge... -- Sì... è così... -- Allora, tu non m'amavi. Era colpa tua se, dopo le amarezze per cui eri passata, non ti restava quel tanto di fede da credere all'amore? -- È vero! Come sai dirlo! -- Potrebbe forse succedere adesso, questo? -- Oh!... oh!... oh!... Ma vedi: tutti gli uomini che sono sulla terra, i più potenti, i più invidiati, potrebbero morirmi dinanzi, offrirmi il dominio del mondo... quand'anche tu mi battessi, m'insultassi, mi scacciassi... io li lascerei morire! E rimasta sola, ma piena sempre di lui, corse allo scrittoio, restò fino a tarda notte scrivendogli: «Tu non sai, tu non potrai saper mai quanto sei generoso, quanto sei grande! Ciò che tu hai fatto, il tuo perdono, le parole che hai trovate per questa povera creatura traviata ma non malvagia, sono qualche cosa di così unicamente nobile, di così sovranamente buono, che tutta una vita spesa per te non basterà a sdebitarmi! Io ti dovevo tutto: l'oblìo delle passate amarezze, il riacquisto di una fede, la rivelazione d'una felicità inenarrabile; e tu aggiungi ancora a tutto questo ciò di cui nessun altro sarebbe capace! Io domando al Signore che cosa ho fatto per meritarti! Mi sento così meschina dinanzi a te, così miserabile, così indegna, che quasi non credo alla mia fortuna. Grazie, grazie, grazie. Amore mio grande; possa tutto il bene che tu mi hai fatto esserti restituito, come te lo restituirà sempre, eternamente, il mio cuore!...» Ed egli, che da qualche tempo non le scriveva più con l'assiduità di prima, riprendeva a mandarle una lettera ogni giorno; le diceva: «No, tu non mi devi nulla, povero Amore; tutto quello che io faccio e che io dico, lo devi a te stessa, alla nuova vita che hai saputo trasfondere nell'anima mia... Il nostro destino è di esser posti alla prova. Dalla prova per la quale noi siamo passati usciamo ritemprati, più forti. Veramente, noi non potevamo giurare sul nostro amore fin quando non era stato provato. Bella virtù quella che non conosce le tentazioni! Adesso, soltanto adesso possiamo misurare l'immensità del bene che ci vogliamo...» Così, tornava la quiete antica, la serenità confidente d'un tempo. Soltanto, Paolo evitava nuovamente di seguirla dove ella andava, di mostrarsi in pubblico con lei. Ella gli dava dei convegni, a teatro, da un'amica, a passeggio; ma non lo vedeva venire, l'udiva ripetere delle scuse quando si ritrovavano insieme. Se questo contegno gli era suggerito dalla delicatezza, come una nuova prova di stima, ella ne soffriva egualmente. Alla lunga, non aveva l'aria d'un abbandono, non poteva essere appreso dalla gente in questo senso? Però, non osava rimproverarlo, temendo di non averne il diritto, di provocare i suoi stessi rimproveri. Insisteva soltanto, dolcemente, perchè, senza trascurare le sue occupazioni, facesse di tutto per non lasciarla sola. In molte delle case che ella frequentava, Paolo non era conosciuto: ella lo pregava di farsi presentare; ma, dopo aver promesso, egli se ne dimenticava. Quando fu annunziato il concerto di Rubinstein alla sala Dante, le assicurò che non sarebbe mancato. Però, non venne. Ella non ascoltava la musica, impaziente, sempre più smaniosa a misura che il programma si esauriva senza che egli comparisse. Alla fine d'ogni pezzo, si volgeva a guardar per la sala, sperando che fosse sopraggiunto: non c'era. Dei giovanotti le si avvicinavano a salutarla, il principe di Lucrino fra gli altri, che pareva comprendere la sua inquietudine e vi alludeva con un sorriso discreto. La sera, Paolo la pregò di scusarlo: gli erano capitati degli elettori fra capo e collo, aveva dovuto accompagnarli su e giù pei ministeri, mandandoli al diavolo in cuor suo. -- Avresti voluto esser vicino a me? -- Ma si capisce!... Credi che mi divertissi con quella gente? Ella aggiunse, piano: -- Mi pareva... che non volessi venire. -- Che idea!... Io vorrei seguirti come la tua ombra... È vero però che preferisco vederti da solo a sola... -- Vedi?... io l'avevo capito... -- È naturale!... Convieni che c'è un gusto mediocre a starsene a distanza, dandosi del lei, soffocando tutte le dolci cose che salgono alle labbra... -- Ah, non lo dire!... È bello anche a quel modo... Per me è forse più bello... -- È una commedia! -- Tutta la vita sociale è una commedia!... Bisogna sapervi recitare la propria parte... -- Però, la gente... -- La gente non conta!... non deve saper nulla. Senti, è una cosa che mi fa soffrire!... -- Non accadrà più!... te lo prometto... oggi non è stata mia colpa... -- Oh, per una volta!... E poi, ascolta: -- riprendeva, tutta felice nel vedersi esaudita -- ascolta: la tua presenza è una garanzia per me, mi difende dagli attacchi di tanti noiosi... Se non ti vedessero più accanto a me, sospetterebbero una rottura... -- Tu dicevi poc'anzi che non debbono saper nulla! -- Andiamo, non fingere di non capirmi... Egli disse, sorridendo, sfiorandole con le dita la fronte: -- La logica non è il forte di queste testoline... -- Subito dopo, senza darle il tempo di replicare, chiese: -- E questi noiosi, chi sono? Ella rispose, vagamente, per dargli dei sospetti: -- Tanti!... A un tratto, un pensiero balenò nello sguardo di lui. -- Ascolta: se tu rivedessi il Francese?... Nascosto il viso tra le palme, ella esclamò: -- No, mio Dio!... sarebbe atroce... -- Ma se lo rivedessi?... -- insisteva egli, con un sorriso ambiguo, obbligandola a guardarlo. -- Non so... avrei paura... vergogna... -- E se egli ti rammentasse... -- Oh!... non lo farebbe! -- Tu credi? -- Non lo lascerei dire!... Farei appello alla sua cavalleria... Egli rise ironicamente. -- Non mi credi?... Credi che io pensi ancora a lui?... Ma te lo giuro: no! no! no! potessi morire, qui, sul momento! -- Zitta! Taci... -- E tu dunque, perchè?... È una grazia di Dio, però, che egli sia lontano! Del resto... -- Che cosa? -- Se egli fosse stato qui, non ti avrei detto nulla... -- Perchè? -- Perchè avrei avuto paura... di te... della tua gelosia... Malgrado questo, egli tornava spesso a parlarne, si divertiva a proporle dei casi imbarazzanti, chiedeva che cosa ella avrebbe fatto se fosse avvenuto questo o quest'altro. Ella gli strappava il giuramento che non l'avrebbe più torturata a quel modo; però, quel soggetto era sempre in fondo ai loro discorsi; dopo averlo evitato un pezzo, ci cascavano entrambi; ella stessa era curiosa di sapere ciò che egli provava. -- Se tu lo incontrassi, che impressione ti farebbe? -- Non so... -- Lo provocheresti? -- Non so. -- Mio Dio, fate che non sia mai! Altre volte, egli aveva degli impeti selvaggi, l'afferrava pel collo, stringendo i denti, sgranando gli occhi. -- Vorrei strozzarti!... Un giorno o l'altro ti strozzerò!... -- Si, te l'ho detto... uccidimi! Ma la sua mano si faceva blanda, prodigava carezze soavi, intanto che le labbra mormoravano: -- No... è impossibile!... tu puoi tutto su di me... tu mi faresti commettere delle viltà!... Allora, ella chiedeva: -- Senti.... se io fossi tua moglie, e ti avessi tradito.... mi riprenderesti? Egli pensava un poco, poi rispondeva, molto piano: -- Sì... -- Questo è amore! Questo!... IV. Per le vacanze di Pasqua, Paolo la lasciò. La sua presenza era necessaria in famiglia, degli affari lo chiamavano per qualche tempo nel suo collegio; però, era stata lei stessa a pregarlo di partire, a combattere la persuasione che gl'impediva di lasciarla, sia pure per poco. Non le dispiaceva di restar libera qualche tempo; era curiosa di vedere che cosa avrebbe provato. Da principio, andò attorno più spesso del solito; presto si stancò. I giorni crescevano, i pomeriggi erano lunghi, caldi, fastidiosi. Se egli fosse rimasto a Roma, non lo avrebbe visto egualmente in quelle ore; però la sua assenza metteva un vuoto in tutta la vita di lei. La prima sera passata sola in casa, a leggere, a passeggiare di su e di giù per le stanze, le era parsa interminabile; per far qualcosa, si mise a scrivergli. Il domani, si rivolse ai suoi vicini del primo piano. I Watson erano andati via; adesso l'occupavano dei Piemontesi, i Marcale; una famiglia curiosa, dove si buttavano i quattrini in capricci, mentre mancavano, per esempio, le seggiole. La mamma e le figliuole sfoggiavano in carrozza tolette elegantissime, con le quali andavano poi in cucina a preparare il desinare. Il marito non stava mai in casa; ci veniva invece, a tutti i momenti, un certo signor Giacomotti, presentato come suo socio. A lei usavano ogni sorta di amabilità; però, avendo compreso una sera di esser di troppo fra la signora e il socio, ella diradò le sue visite. La solitudine le pesava sempre più, e nelle lunghe fantasticaggini alle quali ella s'abbandonava, un pensiero triste, che ella non voleva formulare, tornava assiduamente ad occuparla: che cosa sarebbe stato di lei, se quell'isolamento avesse dovuto prolungarsi? Paolo l'amava sempre, le sue lettere affettuose le erano di un immenso conforto; però... ed ella chiudeva gli occhi, si portava le mani alle orecchie, quasi a privarsi d'ogni senso per non assistere ad uno spettacolo angoscioso: il raffreddamento di quella passione, la morte dell'amore... Perchè sorgevano in lei quelle tristi visioni, quando nulla poteva farla dubitare dell'avvenire? Forse era la primavera, l'intimo senso di tristezza che la rifioritura del creato le procurava, adesso che si moltiplicavano in lei, a poco a poco, i sintomi del decadimento, le piccole rughe della coda dell'occhio, la cascaggine delle guancie, il pallore della carnagione. Poi, il caldo crescente, il cielo luminoso sul quale il nuovo verde metteva i suoi delicati ricami, le ricordava la Sicilia, la riportava ai tempi di Milazzo e di Palermo; vecchie impressioni, sensazioni cancellate da anni risorgevano in lei, senza perchè: ella risentiva l'arsura della spiaggia di San Papino, il fastidio di certi pomeriggi al Capo; qualche mattina, tra veglia e sonno, pensava, con l'antica angustia, di dover mettere in pulito i componimenti, di dover subire la revisione meticolosa di Miss... Che ne era di lei? Avrebbe dato qualche cosa per rivederla. E le notizie della gente che aveva conosciuta le facevano battere il cuore: Enrico Sartana, dopo pochi anni di matrimonio, s'era diviso dalla moglie, era tornato a Palermo: neppur lui aveva dunque incontrata la felicità!... Si sarebbero rivisti mai?... La musica sacra dei concerti la manteneva in una mestizia dolce, piena di fantasie, di rimpianti. La domenica delle Palme, vedendo passare dei bambini coi mistici rami, un'improvvisa tenerezza la fece quasi piangere. Stefana andava a confessarsi; tornando dalla comunione, col libriccino delle preghiere, la coroncina del rosario attorcigliata a un polso, venne a prenderle una mano, a baciargliela. Allora ella si ricordò della sua mamma, della sorellina, di suo figlio, dei giorni lontani della sua innocenza, quando ella andava in chiesa, vestita di bianco, con un velo sulla fronte, tra una fila di fanciulle candide come lei; quando la sua mamma le diceva: «Figlia mia santa!» quando non sapeva ancora che cosa fosse il mondo, quale avvenire l'aspettasse; e uno stupor muto la teneva, pensando che ella era in peccato mortale, e una nostalgia accorata, e un pio desiderio di genuflessione, di preghiera, di penitenza... Non poteva commettere un sacrilegio; però il Giovedì Santo, vestita a nero, fece il giro dei Sepolcri. Uno scalpiccio lento di passi nelle chiese affollate, avvolte in una penombra, nella quale i ceri splendenti mettevano larghi cerchi d'oro; un sottile aroma diffuso per l'aria, un mormorio di preci. Ella cadde in ginocchio in un angolo buio; e curva sopra una seggiola, le mani congiunte, si umiliava dinanzi a Dio, riconosceva l'errore, addebitandolo all'avversità del destino. Anche lei era stata pura e casta, anche lei aveva potuto ricevere l'Ostia!... In fondo all'anima, ella si sentiva buona, tenera, pietosa, sensibile a tutte le delicatezze. Perchè non le era stato possibile dimostrare queste sue qualità? Il mondo la giudicava trista, le faceva sentire il peso della sua condanna; ma Dio le leggeva nell'anima, l'udiva, la perdonava... Riuscì all'aperto col cuore oppresso, gli occhi arrossati, e come incontrò delle amiche, fu costretta a parlar di mode, di teatri, di svaghi!... Le cerimonie sacre di quei giorni di lutto la riportavano incessantemente col pensiero ai tempi della sua infanzia: ella si rivedeva al suo balcone di Milazzo, ascoltando il suono delle tabelle che i monelli scuotevano per le vie, guardando i bastimenti ancorati nella rada con le bandiere a mezz'asta. Poi, nella mattina luminosa dei Sabato, riprovava l'ansietà dell'attesa, sussultando ad ogni rumore, ad ogni zufolio che le intronava le orecchie, fin quando, a un primo squillo di campana, cento, mille si univano, gravi, argentini, da lontano, da presso, in un tripudio sonoro che la faceva nuovamente cadere in ginocchio e rompere in singhiozzi. Qualcuno si curvava su di lei, le prendeva una mano tentando di baciarla; allora ella si stringeva al petto la vecchia serva, la baciava sulle guancie scarne e rugose. Lo scampanio si diffondeva pel cielo; nella via, dei vecchi, dei fanciulli, inginocchiati, a capo nudo, pregavano; si udivano esclamazioni di esultanza, e la commozione di lei si faceva insoffribile. L'anno innanzi, in quell'ora, Paolo le aveva mandato un canestro di rose, e quei fiori le erano riusciti più accetti di una collana di perle orientali; adesso egli era lontano, solo col pensiero poteva unirsi a lei! A un tratto Stefana le tornò dinanzi con un gran mazzo di rose bianche e rosse, e, dallo stupore, ella esclamò: -- Come?... Chi le manda?... Lui?... -- L'ha lasciato detto... Ella affondò il viso nel folto dei petali olezzanti, e pazza di gioia, corse a scrivergli, a confidargli tutto il bene che le faceva. Aspettava che anch'egli le scrivesse, poichè erano dei giorni che non riceveva sue lettere; però, come ne passarono ancora degli altri senza che arrivasse nulla, la dolce emozione cedeva all'inquietudine, ai dubbii. Perchè la trascurava? Era la lontananza che produceva, come sempre, il suo effetto? Un'altra sua lettera, premurosa, appassionata, restò senza risposta. Allora, ella cadde in una sfiducia disperata: egli non l'amava più come prima, la confessione fattagli aveva intiepidito il suo affetto... Ed era vero? Quell'uomo a cui ella aveva sacrificato tutto, pel quale aveva rinunziato alla sua posizione, al rispetto del mondo, la trascurava, non trovava il tempo di mandarle un rigo?... Inaspettatamente, egli tornò, se la strinse al cuore, divorandola a baci. -- Perchè non hai scritto?... -- Non mi vedi in viso? Sono stato ammalato... Era vero: aveva le occhiaie un poco infossate, un pallore diffuso sulle guancie appena dimagrite. Le apprensioni di lei svanirono nel ritorno della dolce intimità; però, come egli si rimetteva con ardore rinnovato al lavoro, ella lo ammoniva, lo pregava di aversi riguardo, tanto più che le sue occupazioni e il malessere di cui soffriva ancora lo tenevano troppo lontano da lei. -- Hai ragione -- rispondeva -- ma il lavoro è un bisogno per me; del resto, esso non c'impedisce di amarci... -- Ci vediamo però molto poco... -- Tutti i giorni! -- Sai bene che qui non mi basta... Per risvegliare la sua gelosia, ella gli riferiva i proprii successi mondani, i corteggiamenti di cui era l'oggetto, esagerandoli un poco, concludendo col dirgli: -- Vedi, quando non mi stai vicino? -- Che importa! Io ho fede in te. -- Ma la fede, a lungo, può scuotersi!... Io non sono, purtroppo, al riparo dalla calunnia; e a furia di sentir parlare male di una persona... -- Nessuno mi parla di te, nè in bene nè in male... e quando pure parlassero, bisognerebbe poi che io dessi loro ascolto... -- Eh, sai!... Egli riprendeva a seguirla, ad accompagnarla, ma di malavoglia, come una -corvée-. -- Ti secchi? -- chiedeva ella. -- No... ma lo spettacolo di quegl'imbecilli che ti stanno attorno m'irrita... -- Dovrebbe irritarti di più quando sei lontano da me... -- Quando sono lontano non li vedo... penso ad altro... Quelle parole le dettero una rapida trafittura. -- A che cosa pensi dunque?... Non sono io il tuo pensiero costante?... -- Ma sì, ma sì... Ho detto che non penso ad essi... Egli pensava alla politica; in quei giorni la solidità del Gabinetto era scossa, si parlava d'un rimpasto ministeriale che avrebbe evitata una crisi. Per dimostrare l'interesse che prendeva al suo avvenire, ella gli parlava di queste cose, consigliandogli di avvicinarsi al governo senza rinunziare ai suoi principii. Invece egli si schierò fra gli oppositori più vivaci: durante la discussione dei bilanci pronunziò una dozzina di discorsi uno più acre dell'altro. -- Non vuoi ascoltarmi, ma batti una strada falsa! -- diceva ella. -- Per ora, quest'atteggiamento troppo deciso non ti conviene; sei troppo giovane... -- Mi consigli di andare a scuola? O non la comprendeva, o era troppo sicuro di sè. Nelle parole di lui, di tanto in tanto, ella credeva di leggere una specie di condiscendenza forzata, di fastidio nascosto. Non glie ne diceva nulla, non ne voleva convenire neppure con sè stessa, arrestata da un sentimento di vago timore. Però, come gli anniversarii del loro amore tornavano, ella non poteva frenarsi dal notare la differenza che v'era tra il passato ed il presente. -- Allora, tu non potevi fare a meno di cercarmi, di seguirmi... -- Ma allora io non avevo altro mezzo di vederti. Tu non eri ancora mia!... Con un sorriso un po' scettico, ella soggiungeva: -- Ora che -lo scopo- è raggiunto!... -- Ma non è questo!... Tu vorresti dunque paragonare le incertezze, le ansie, i tormenti di quei tempi, alla festa continua che è ora la vita per noi?... Ma vi è qualche cosa di più divino di questa sicurezza che oggi siamo felici quanto ieri, che domani saremo felici come oggi?... -- Tu dici davvero?... tu pensi quello che dici? -- Ne dubiti dunque? Malgrado tutto, ella pensava che il passato, con le sue ansie, con le sue torture, era stato più bello, aveva procurato emozioni più raffinate, più intense. -- Se tu vuoi che io preferisca il presente, perchè non ti dedichi tutto a me, come prima? -- Tu però dicevi di temere che la troppa assiduità avrebbe generata la stanchezza... La logica!... la logica!... Delle risposte dure le salivano alle labbra. Avrebbe voluto dirgli che quando si ama veramente, non si vedono i difetti della persona amata, o per lo meno non gli si rimproverano. Non le diceva illogica quando era dietro a sedurla!... Ed era lei illogica, o lui egoista?... Non gli diceva nulla, non lo rimproverava, per timore di peggio; ma questo timore medesimo, a lungo andare, accresceva la sua sfiducia. Ella era dunque a questo: da ammettere che un mutamento poteva operarsi in lui, forse già si operava?.. E che cosa avveniva in lei? anche lei non vedeva i suoi difetti, non si sentiva allontanar da quell'uomo? E come erano arrivati a questo? Che cosa era accaduto fra loro? In qual giorno, in qual punto, la prima ombra era calata? Non lo poteva dire. Ma ciò che la stupiva, era la rapidità con cui il dubbio era sorto, con cui la fede si era scossa. In un tempo così breve!... Mai più lo avrebbe creduto! Non lo poteva credere; si diceva che era in inganno, che la sua imaginazione ingigantiva oltre misura dei sintomi insignificanti; aveva bisogno di fugare quelle tristi visioni. -- Dimmi che mi ami sempre, come prima... -- Ma più di prima! -- Oh, se fosse... -- È! è!... Non lo vedi? Non lo leggi nei miei sguardi, nelle mie parole? Non senti che fai parte della mia vita, che sono legato a te, materialmente, che mi aggiro intorno a te come intorno a un sole raggiante e benefico?... Voleva credergli, non attribuire alla sua facondia, alla sua abilità oratoria le frasi che le veniva ripetendo. Come se avesse compreso di poter ritentare la prova con maggior probabilità di riuscita, il principe di Lucrino era adesso più assiduo presso di lei, veniva a trovarla più spesso, non mancava mai, a teatro, di salire nel suo palco; qualche volta, quando ella usciva a piedi, lo incontrava: egli le chiedeva il permesso di accompagnarla, si faceva più insistente, più ardito. Riferendo a Paolo l'impiego delle proprie giornate, ella gli diceva, con una indifferenza studiata: -- Ho visto gente... Lucrino fra gli altri... -- Che cosa ti ha detto? -- Le solite storie... A te non importa più nulla... Egli taceva; delle volte quel silenzio si prolungava fino a divenire imbarazzante. -- A che pensi?... -- chiedeva ella. -- A nulla... alla relazione che debbo presentare domani... Ella incrociava le braccia, battendo lentamente un piede. Voleva far la sostenuta, costringerlo a cedere per il primo. Come egli continuava ad accarezzarsi i baffi, ella finiva per gettargli le braccia al collo. -- Ma parla! scuotiti! dici che hai!... Sei geloso? Di Lucrino?... Ah! ah!... Che grullo!... che grullo!... Ma non vedi che non so come fare per attirarti a me? che io morirei piuttosto che tradirti?... -- Quell'altra volta, però, tu non sei morta... -- Ah!... Ella si morse le labbra, gettando un poco indietro il corpo, come repentinamente ferita. Poi, dischiuse le braccia e piegato il capo, mormorò: -- E giusto!... Poichè t'ho ingannato una volta, tu devi credermi capace di ingannarti ancora... di passare di capriccio in capriccio... di fingere e di mentirti... -- Io non ho detto... -- Ma è peggio che se lo avessi detto!... E appoggiato il capo ad una mano, scrollandolo a riprese, ella riconosceva adesso il motivo della freddezza di lui. La confessione leale che si era creduta in dovere di fargli l'aveva menomata nella sua stima. Sciocca lealtà! fisima stolta! Se ella avesse taciuto, come avrebbero fatto tutte le altre, a quest'ora non si sarebbe sentita accusare! Ella pagava la dirittura dell'animo suo! Perchè non era dunque come quelle che passano da un uomo ad un altro, non obbedendo se non alla propria fantasia e facendosi obbedire da tutti?... Ora, anch'ella restava a lungo silenziosa; a un tratto egli le prese una mano, dicendo: -- Non capisci che soffro?... che soffro perchè ti amo?... -- Ma dici, buon Dio, quel che debbo fare!... Quante volte non t'ho proposto di andar via, di vivere unicamente l'uno per l'altro!... Tu non hai voluto!... -- E tu neppure. -- Sì, ma per te! unicamente per te!... Ma se dobbiamo restar qui, a fare quel che abbiamo fatto, perchè mi trascuri? perchè non mi segui dovunque?... È naturale che la gente, vedendomi sola, creda di poter sperare!... È naturale che tu, non sapendo mai quel che faccio, non seguendo a passo a passo tutta la mia vita, ti trovi disarmato contro i sospetti... Quante volte te l'ho detto?... Se tu mi sei vicino, se mi ascolti, se mi leggi negli sguardi, ti accorgi che io non mentisco... Quando sei lontano, quando pensi alla gente che mi attornia, i cattivi pensieri ti assalgono, tuo malgrado non puoi liberartene... -- È vero... -- Ah, se è vero!... Credi a me, che delle cose del cuore m'intendo.... Voialtri uomini siete più intelligenti, siete capaci di concezioni grandiose, avrete una logica più severa; ma nelle cose del sentimento non vedete così a fondo come noi... Voi vivete con la testa, noi col cuore!... Questa passione che a te non impedisce di occuparti d'altro -- non te ne faccio una colpa, voglio che sia così! -- è tutta la mia vita... Lasciati guidare da me, promettimi che farai quel che voglio!... Sii buono, non dirmi di no... La sua voce si faceva supplichevole, carezzevole; le sue mani tremanti cercavano quelle di lui; egli si lasciava vincere dall'accento tenero, appassionato, dall'espressione intensa degli sguardi coi quali ella lo fissava; ad un tratto, mormorava: -- Quest'altro, non...? -- Chi, Lucrino?... Mio Dio, no! no! te lo giuro! Non mi credi? come fartelo credere?... Perchè ti confessai quella colpa?... È stata essa che m'ha perduta!... Mi credi capace di tutto... Ah!... L'amara contrazione del suo viso finì in singulti. Allora egli si piegò su di lei, le prese il capo fra le mani, la baciò in fronte, esclamando: -- Sì, sì... ti credo!... Ma è che t'adoro!... che non reggo al pensiero... Ora basta!... Se ti dico che ti credo!... -- Non lo dici col cuore... -- Ma sì, sì, sì... Guardami: ho l'aria di fingere?... si finge così?... -- Basta, il pianto ti logora il viso... -- Oh!... è già logoro troppo!... -- Sciocca!... Non sai quel che dici!... Così, ridi, sorridi!... Voglio vederti sorridere sempre... Tu non sai quanto t'amo!... Cullata da quelle parole, come liberata da una gravezza, come tornando alla vita, ella chiudeva gli occhi, poggiava il capo sul petto di lui, sussurrando: -- Adesso, senti: non dire più nulla, non voglio più parlare: sono troppo felice... Dissipate le ultime traccie dell'uragano, seguivano lunghi giorni di calma, nei quali non era più quistione di sospetti e di accuse. Come veniva l'estate, ella gli dava a scegliere le stoffe delle sue tolette, gli mostrava i figurini dei giornali di mode, gli descriveva le confezioni viste nelle sartorie, gli enumerava le commissioni date dalle sue conoscenze. Egli la metteva a corrente del dietroscena parlamentare, discuteva la situazione ministeriale, commentava le notizie del giorno, discuteva le teorie di governo; ma era per lei un soggetto di stupore continuo il sentirgli sostenere la sua tesi sulla relatività di tutto, sul gabbamento universale, e il vederlo poi incaponito nel suo concetto democratico. -- Non ti contradici, così?... -- Io soltanto?... Ma se tutto è contradizione! Ella si rifiutava di accogliere la persuasione molesta che quella sua fermezza in un ideale politico dipendesse da un calcolo, dall'assegnamento sulla riuscita del suo partito... Dopo le vacanze di carnevale, scoppiò finalmente la crise che si prevedeva da tanto tempo. Di giorno, egli non si fece più vedere; le scriveva però dalla Camera lunghe lettere, spiegandole la conversione a sinistra che s'imponeva al capo del futuro Gabinetto, annunziandole l'offerta d'un segretariato generale che gli avevano fatta, sebbene indirettamente. -- Tu m'hai portato fortuna! -- le diceva, la sera, quand'erano insieme. -- Quel giorno che m'auguravi forse è vicino... Io ne sono contento per te; se varrò qualche cosa, mi sentirò meno indegno dell'amor tuo... Ella gli turava la bocca, protestando che l'indegnità era la sua propria; ma tutto questo non le procurava la compiacenza che ella aveva sognata; suo malgrado, scorgeva dietro le parole dell'amante, sotto quella esagerata modestia, la sodisfazione d'un orgoglio che non le pareva troppo giustificato... La crise si risolse senza che l'offerta fosse confermata. Egli stesso disse che non l'avrebbe più accettata, visto il programma del nuovo ministero. Per lei, aveva torto; ricominciavano delle discussioni, ciascuno si accalorava nel sostenere la propria tesi; poi seguivano dei brevi silenzii durante i quali ella reprimeva degli sbadigli. Avvicinandosi la chiusura della Camera, egli le chiese se permetteva che andasse a casa; non si oppose. Pensava che la lontananza avrebbe fatto bene ad entrambi, avrebbe fatto apprezzar loro ciò che la sazietà poteva sciupare. Restò ancora un poco sola a Roma; come il caldo la cacciò via, riprese la vita errante degli alberghi, delle stazioni di bagni. Intorno a lei, gli uomini facevano la ruota, si studiavano di interessarla. Alcuni, più arditi, le parlavano liberamente, le dicevano delle cose che ella fingeva di non capire, o che ascoltava abbassando gli occhi, o che provocavano le sue risposte taglienti. In cuor suo, non era molto sdegnata: le piaceva di essere fra le più -entourées-; il movimento, le conversazioni, la musica, la danza finivano di stordirla. In ogni parola che gli uomini le rivolgevano, ella trovava la misura del proprio fascino, la conferma che mai il suo impero di donna era stato più saldo. Paolo riprendeva a scriverle assiduamente, rimpiangendo i giorni felici, ricordandole di pensar sempre a lui; ma ora ella comprendeva che questa sua nuova assiduità non era disinteressata, che poteva invece esser dettata dalla paura di perderla. Con la coscienza del proprio valore, ella imparava a giudicare più esattamente l'uomo al quale si era accordata. L'orgoglio era il sentimento che più lo dominava. La confessione del tradimento lo aveva ferito, più che nell'amore, nell'amor proprio. Aveva imaginato di essere stato il solo a conquistarla, il solo a vincere, con la potenza della propria seduzione, la virtù di lei; la scoperta che un altro aveva ottenuto, dopo di lui, ma più facilmente di lui, ciò di cui solo si credeva degno, gli aveva tolta una persuasione cara al suo orgoglio. Adesso, l'idea che un altro potesse portargli via il vanto della propria conquista, lo faceva nuovamente appassionato ed eloquente. Ma la sua eloquenza non era fatta di rettorica? Ella rammentava le sue scettiche opinioni sui sentimenti, sull'ideale, sull'inganno universale. In fondo al suo disprezzo di tutto e di tutti, c'era però l'esaltata opinione di sè stesso... Adesso, ella vedeva più distintamente i suoi difetti... Che importava! V'era qualcuno che non ne avesse? Dicevano che l'amore acceca: una frase fatta! O vedeva i suoi difetti perchè l'amore s'intiepidiva? No! no! Ella lo amava sempre; l'idea di tradirlo non le passava neppure pel cervello. Però, nessuno sapeva come ella era fatta. Degli sconosciuti le scrivevano lettere anonime, ora piene di dichiarazioni poetiche, ora di incitamenti sensuali; tutti le davano degli appuntamenti, le chiedevano di mettere dei segnali nel caso che ella acconsentisse... Ella stracciava quelle lettere, dapprima sdegnata, poi ridendo della stoltezza di quella gente; e in fondo sentiva crescere la stima di sè stessa, apprezzava di più la propria superiorità. Paolo l'aveva trattata male, le aveva dato motivi di lagnanze: eppure, era stata lei a pregarlo, a trattenerlo. Quante donne avrebbero fatto altrimenti, si sarebbero ribellate!... Ella ne conosceva ogni giorno, di quelle che non avevano altro amore al mondo fuorchè sè stesse, che si lasciavano amare senza scomodarsi, incapaci di fare il più piccolo, il più futile sacrifizio! Ne conosceva di quelle che dichiaravano la passione una cosa sciocca, balorda, nociva alla salute; che si mettevano a ridere quando ella affermava che senz'amore non v'era legame possibile. E queste erano le più fortunate; gli uomini le seguivano come la loro ombra, subivano pazienti i loro capricci, perdonavano i loro tradimenti, strisciavano ai loro piedi. Ella che si era vista trascurata dall'uomo al quale aveva immolata tutta sè stessa, invidiava la loro fortuna, ma aveva troppo cuore, sentiva troppo per imitarle. Una di quelle, la Merio, la più fredda, la più insensibile, le pareva un mostro. Teneva gli uomini a bada, li obbligava a fare dei viaggi, delle pazzie, ad aspettarla di notte, all'acqua e al vento, per concedere poi loro una stretta di mano, per degnarsi di ricevere una lettera. Quando qualcuno la seccava troppo, faceva intendere a un altro di levarglielo di torno. Dei duelli erano avvenuti per lei, un giovanotto si era ucciso. Il giorno che lo avevano portato a seppellire, ella era andata a passeggio, in carrozza scoperta, 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000