istante; confonderci insieme, fare un essere solo, sempre sempre, fino alla morte... Il sorriso beato di Paolo si comunicava a lei, quella visione l'estasiava -- ma non era condannata a restare una visione? Se anche ella avesse potuto sciogliere legalmente il vincolo che aveva spezzato di fatto, il passato di lei avrebbe gettato su quella felicità un'ombra da cui l'amor libero era difeso. -- No, questo non è possibile... sarebbe pericoloso... ed inutile ancora!... perchè la realtà è più bella della visione!... perchè noi staremo sempre insieme egualmente!... Ed era lui, adesso, che ripeteva: -- Se ci fossimo conosciuti prima? -- Ah, sì!... Tu sei pieno di generosità, ma sento che il mio passato non ti deve far piacere... che non te ne fece almeno un tempo... Non hai ragione, sai: non ho mai amato quell'uomo! tu sei il primo a rivelarmi la vita del cuore... Se sapessi, se sapessi... E gli diceva la differenza fra quel viaggio e l'altro compiuto con suo marito, l'abbandono in cui l'aveva lasciata pochi giorni dopo il matrimonio, tutte le sofferenze che le avea procurate. -- Ero sciocca, nella mia gelosia? Ma ancora non sapevo, avevo delle fisime... Poi ricostruivano la storia della loro passione, fin dai primi giorni che s'eran visti, fin dal primo incontro, a Roma, molti anni addietro. -- Ti ricordi? Fu all'albergo di Milano... -- Mi par di vederti: ti avevo scorta dalla piazza, mi sentii attratto verso di te da una forza magnetica. -- Anch'io ti notai subito, quando salutasti... Era predestinato!... Perchè non mi portasti subito via? -- Se avessi ascoltata la voce del cuore!... -- Che impressione ti feci? -- Mi sembrasti un fulgore abbagliante; contro la luce i tuoi capelli splendevano. Da quel momento pensai sempre a te, come all'unica donna degna d'esser desiderata. Da quel tempo, nessun'altra donna mi ha occupato... E tu pensasti qualche volta a me? -- Ma sì, ma sì!... Allora egli voleva sapere tutto quello che le era avvenuto durante il matrimonio; ella parlava vagamente della simpatia ispiratale da Sampieri, da Aldobrandi, della corte discreta che le avevano fatto altri; ma tutte le volte che le loro confidenze prendevano quella piega, ella sentiva più acuto il rimorso del tradimento, più imperioso il dovere di confessarlo; però, non riusciva a parlare, non si sentiva la forza di affrontare lo sguardo di lui limpido e fermo; acquetava la propria coscienza con la risoluzione di dir tutto più tardi. Intanto, anch'ella voleva conoscere il suo passato, insistendo per sapere ogni cosa se egli rispondeva ambiguamente a qualche sua domanda. -- No -- assicurava Paolo -- neppure i miei furono amori, furono le prove per cui passano tutti, dei legami fugaci... -- Però, una volta... Allora esigeva che egli le raccontasse la storia del suo fidanzamento, una storia triste, che egli riferiva a bassa voce: l'agonia della povera creatura che si era afferrata a lui come alla vita, lo strazio di non poter nulla contro la fatalità del male, di sentirle dire: «Fra un mese, fra una settimana, io sarò morta... tu mi piangerai, non è vero?...» Piangeva ella stessa, nell'ascoltarlo; la voce dell'amato tremava un poco, ma i suoi occhi erano secchi. -- Neppur tu devi esser gelosa di quella povera morta... -- Ebbene: non sono gelosa. Tu mi conoscevi forse, allora? -- Non è vero? -- Sì, sì; sono ragionevole, vedi! Però come il termine di quel viaggio si avvicinava, la sua malinconia cresceva. Forse era il pensiero che non avrebbero potuto più fare la stessa vita, che le convenienze sociali li avrebbero costretti a riguardi continui. -- Se tu vuoi -- gli proponeva -- andiamo a stabilirci in un angolo ignorato del mondo, in un paesuccio di campagna, dove nessuno ci conosca, dove saremo liberi di fare quel che ci piacerà... -- Sarebbe l'ideale ottenuto... Ma io non ho il diritto di seppellirti viva... -- Oh, per me!... È piuttosto che tu stesso hai dei doveri, il tuo avvenire da assicurarti... Tu sei fatto per salire ai primissimi posti, per conquistare il potere! Sarebbe il rimorso di tutta la mia vita, impedirti di proseguire in una via dove t'aspetta il trionfo... Ciascuno riconosceva, per le ragioni dell'altro, l'impossibilità di conseguire quel sogno; riconoscevano ancora la necessità di vivere separati, ma disponevano anticipatamente la loro vita in modo che nessun giorno sarebbe passato senza vedersi da soli o dinanzi a quel mondo nel quale anch'ella contava di sostenere una parte. Non era soltanto per lui che ella rinunziava a vivere insieme ignorati; era per tutelare l'amore: l'intimità di tutti i momenti avrebbe finito per intiepidirlo. Se ella voleva esser sempre desiderata, le bisognava spiegare tutte le sue attrattive, mostrarsi or da lontano or da vicino, brillare in società, perchè egli si potesse dire: «Questa donna che tutti desiderano è mia, unicamente!...» Assaporando la dolcezza d'un autunno mite e sereno, si attardavano intanto sulle rive del lago di Ginevra, peregrinando a Losanna, a Vevey, visitando il castello di Chillon, spingendosi fino a Yverdun e a Neuchâtel, fin quando il primo freddo fece prender loro a malincuore la via di Roma. Per prolungare ancora quell'incanto, andarono nei primi giorni allo stesso albergo; Paolo aveva lasciata la sua casa ed ella doveva ancora trovare la propria. Come la città era ancora deserta del loro mondo, essi andavano spesso insieme, si davano dei convegni al passeggio, in un negozio; s'incontravano come per caso, ed era un fascino supremo mormorarsi delle parole d'amore tra i saluti reverenti delle persone che ancora non sospettavano nulla. Ella trovò, al Maccao, un quartiere che si meritava il nome di -Nido- datogli da Paolo; piccolo, ma civettuolo, soleggiato, con del verde dinanzi. Le corse per provvedere al mobilio le prendevano adesso tutto il suo tempo; ella domandava dei consigli all'amato sopra ogni cosa, ma finiva per scegliere lei stessa, guidata dal proprio gusto che egli esaltava. Paolo le aveva mandato delle grandi ceramiche, dei piccoli quadri, degli oggetti d'arte, volendo che da per tutto i suoi occhi si posassero su qualche cosa che le parlasse di lui. -- Ma tu hai forse bisogno di essermi ricordato? Se sapessi come mi sei presente, sempre, a tutti gli istanti!... come non vedo che te, non penso che a te, non odo che la tua voce!... -- Il tuo pensiero -- diceva egli -- è il sostrato, la trama sulla quale si ricama tutta la mia vita... -- Come parli bene!... Io sento quanto te; ma le espressioni mi mancano... -- Non basta il tuo sguardo? Quando si compì l'arredamento del -Nido-, ella vi passò; fu un giorno di festa. Là si sarebbero sempre amati, là ella avrebbe assaporata la dolcezza di vivere! Ma tutti i giorni era festa: ricorreva quasi tutti i giorni una data luminosa nella storia del loro amore; egli ne aveva compilato il calendario, nel quale erano segnati il primo incontro, la confessione, la prima lettera, il primo bacio, il possesso, Castellammare, l'unione assoluta, cento altri piccoli avvenimenti che ella non aveva neppure notati. Che pensiero poetico era stato il suo! Che baci aveva ella posto su quel foglio, documento dell'adorazione ispiratagli! E nella ricorrenza di quelle feste, appena ella apriva gli occhi alla luce, Stefana le veniva dinanzi coi fiori che egli le mandava: l'omaggio più gradito, l'attenzione sempre sognata e mai ottenuta; ella li carezzava, ne aspirava il profumo, ne custodiva alcuni tra le pagine di un libro, in una lettera di lui. Che felicità! Però, come adesso la gente cominciava a dimostrar di conoscere i loro rapporti, Paolo avrebbe voluto farsi vedere meno spesso con lei; ella insorgeva contro quell'idea dettata da uno scrupolo eccessivo: -- Non ci mancherebbe altro! Il mondo ci costa già abbastanza. E poi, che ci vedano insieme, dov'è il male? Suppongano quel che loro piace... La vita che ella faceva non le impediva di esser trattata dalle persone con cui era stata prima in relazione; ma v'erano alcune che cominciavano a far le difficili, che le parlavano un po' fra i denti quando la incontravano in visita, o che la salutavano appena. Ella si consolava pensando che le più pudibonde erano quelle che per proprio conto si permettevano le più ampie libertà, sotto l'egida dei gerenti responsabili; poi, era felice di soffrire quei piccoli dolori per amore di Paolo. Era stato un dolore più grande la rottura coi suoi parenti. Dopo la sua risoluzione incrollabile di partire, il nonno e la zia le avevano scritto ancora, quantunque freddamente, per darle notizia dei suoi affari, dell'amministrazione della sua dote che Duffredi le aveva ceduta interamente; adesso non le rispondevano più. Ella pensava con uno scettico sorriso all'idolatria che il nonno aveva avuto per lei, e che cessava così, dall'oggi al domani, perchè ella s'era ribellata a un destino insoffribile, perchè non s'era fidata di rinunziare più oltre alla sua parte di gioia sulla terra. Poi si stringeva nelle spalle, s'avvinghiava al collo dell'amato; per lui tutto le era dolce, l'amor suo la compensava di tutto. Egli era più difficile, soffriva al pensiero dell'ostilità a cui era esposta; presumeva che nessuno avesse a parlare di lei. -- Come è possibile, amore? Ormai, tutti sanno che siamo stati quattro mesi insieme! -- Non tutti... E poi, che importa? Purchè ora non trovino nulla... -- Ebbene, che cosa trovano? Ci vedono insieme, come ogni altra gente! Per questo ella voleva che, nel suo giorno, egli venisse di tanto in tanto a trovarla, come per una visita, all'ora delle altre visite: vederlo a distanza, in presenza delle persone, pensando a quel che erano l'uno per l'altro, le procurava un'emozione sempre più forte; poi, era anche un mezzo per allontanare i sospetti. Ella prendeva esempio dalle altre: la Giacomelli non si faceva sempre accompagnare da don Marcantonio Bragadino? Emma Triburzi non andava e veniva da Firenze con Giacomo Mastellani? -- Infine, dicano quel che vogliono: noi facciamo quel che ci piace; sarebbe stolto occuparsi di loro! E la notte, all'uscir dal teatro, com'egli l'accompagnava, giravano lungamente in carrozza per le vie deserte, stretti l'uno all'altra, dicendosi piano il bene che si volevano, rinnovandosi i loro giuramenti dinanzi alle stelle. -- Se ci vedessero così?... Ci vedano pure! Essi non sapranno mai il bene che ti voglio! Facevano delle scappate anche di giorno, andavano spesso per la campagna romana, sulla via Appia, a Ponte Molle: dei squadroni di cavalleria facevano esercitazioni, gli ufficiali cercavano di guardare dentro alla carrozza; ella gli diceva: -- Parlami!... ripetimi qui, dinanzi a questa natura, ciò che provi per me... Un giorno nuvoloso, che minacciava pioggia, andarono a Villa Borghese: come i viali erano deserti, ella abbassò un vetro dello sportello. A un tratto, s'udì uno scalpitar di cavalli, un'altra carrozza s'incrociò con la loro: era il re, che si sporse un poco a guardare e, prima ancora che Paolo districasse il braccio passato dietro la vita di lei, si cavò il cappello, con un breve sorriso di compiacente intelligenza, quasi a dire: «I miei complimenti!...» Ella arrossì tutta, chiedendo: -- Ti ha riconosciuto? -- Hai visto bene... Tutto questo non faceva all'amato il piacere che procurava a lei stessa; ma egli s'arrendeva sempre alle sue volontà. Andavano insieme a Tivoli, a Frascati; ella realizzava ad una ad una le fantasie di cui si era nutrita; si diceva di tanto in tanto, stupita della rivoluzione operatasi nella sua vita: «Sono proprio io che fo questo?...» La felicità di cui si sentiva piena faceva rifiorire la sua persona; ella non era mai stata così bella, si trovava un'aria più provocante, come tutti le affermavano. Ella sorrideva ai complimenti degli uomini, li riferiva a Paolo, gli diceva, buttandogli le braccia al collo: -- Tu non sei geloso?... Se sapessi che effetto mi fanno! Tutti mi sembrano vuoti, stupidi, insignificanti, meschini, dinanzi a te! Come i lavori parlamentari ricominciarono, ella lo costrinse a prendervi parte assiduamente; andava ella stessa alla Camera, voleva che egli parlasse per lei sola, ritagliava dai giornali i resoconti dei suoi discorsi. Per lei, egli era un po' troppo liberale e democratico, accarezzava troppo l'ideale dell'eguaglianza umana che le pareva impossibile; e il suo secreto desiderio era di convertirlo, di ottenere quest'altra prova del proprio potere. Paolo non esaltava il suo ingegno? non s'arrendeva spesso ai suoi giudizii? non sollecitava i suoi consigli? Certe volte ella pensava di avere un salone politico, come ve n'erano a Parigi, per contribuire alla fortuna dell'amato; poi si diceva che questo conveniva alle donne sul tramonto, a quelle che perdevano o non avevano mai avute altre attrative: ella era giovane, piacente, capiva poco di politica. Quando chiedeva a Paolo di che cosa s'era occupato, quali affari studiava, cominciava ad ascoltarlo attentamente, approvando, chiedendo spiegazioni; alla lunga, finiva per batter le ciglia, per reprimere dei piccoli sbadigli; allora poggiava il capo sui ginocchi di lui, interrompendolo: -- Dimmi tante cose!... delle cose care, come tu solo sai dirne... Egli le ripeteva che era l'amor suo grande, il suo orgoglio, il suo sorriso, la sua vita, che avrebbe voluto metterle ai piedi l'universo, immolarle l'umanità; che era un sacrilegio distogliere un'ora sola dall'amore, che voleva rinunziare a quella miserabile politica, vivere unicamente, interamente per lei. Ella, socchiudeva gli occhi ridenti, dilatava le narici, aspirando la lode, imbevendosene tutta; l'altro insisteva: -- Mi dimetterò, non m'occuperò più di nulla; se v'è qualcuno che crede al mio ingegno, al mio avvenire, voglio che dica: «È stato l'amore di lei che l'ha esaurito...» -- No!... No!... Tu non pensi a me, dunque? al dolore che mi daresti?... No, non lo farai! Rina tua non vuole!... Tu non sai che i tuoi trionfi sono i miei, che io fremo d'orgoglio quando la tua parola è soffocata da uno scoppio d'applausi?... Ella s'infervorava, quantunque egli non insistesse; si faceva promettere obbedienza, ma per compenso voleva che le scrivesse ogni giorno. Ella stessa gli rispondeva assiduamente, dicendogli: «Noi dobbiamo fare oramai una sola vita: io voglio dividere i tuoi lavori, i tuoi piaceri, i tuoi pensieri d'ogni momento. Se tu dovessi soffrire, io soffrirei per te, più di te!...» Si faceva leggere le sue relazioni, voleva essere informata degli umori della Camera, delle probabilità di crise; gli diceva: «Che festa sarà per noi il giorno che salirai al potere!» Montecitorio non la divertiva molto; pure vi tornava più spesso, cercando l'emozione del mistero, del pericolo arditamente sfidato; sedotta all'idea del dominio esercitato su quell'uomo. Un giorno, vestita di nero, con una veletta spessa sul viso, andò all'ufficio di via della Missione, domandò dell'onorevole Arconti, scrivendo il suo nome sulla scheda presentatale da un usciere. V'erano dei contadini, dei provinciali, dei sollecitatori d'ogni genere, ai quali i deputati facevano rispondere che avevan da fare. Ella restava in piedi guardando intorno, temendo di toccare qualche cosa di poco pulito, quando Paolo comparve e le si accostò in un angolo. -- Tu qui!... Che imprudenza! -- Mi rimproveri?... Avevo bisogno di vederti, volevo dirti... -- Come della gente poteva udire, ella s'interruppe per riprendere a voce più forte: -- Una seduta interessante? -- Tutt'altro... -- Tu m'ami, non è vero?... Dillo! ripetilo... II. La schiera dei suoi ammiratori si faceva numerosa: ella ne aveva sempre qualcuno d'intorno. Imaginavano di poter trarre profitto della sua libertà, supponevano che ella l'avesse cercata per darsi alla vita galante! I loro elogi, sì, le piacevano, solleticavano la sua vanità femminile; ma come s'ingannavano nel resto! Ella teneva fronte a tutti, voltava in ridicolo le loro dichiarazioni, scherzava a parole, li metteva a posto se passavano il segno, e quella lotta acuiva il suo spirito, le dava la coscienza della propria forza. Il marchese di Durazzo, uno dei più brillanti, dei più assidui e dei più insistenti, non restava due minuti con lei senza farle delle dichiarazioni più o meno velate; ella sosteneva imperterrita i suoi attacchi. -- Dubitate delle mie parole? -- Me ne guarderei bene! -- Allora, consentite ch'io speri? -- La speranza è l'ultima a morire. -- Siete crudele!... Non potrò far mai nulla per provarvi l'amor mio? -- Sì, una cosa semplicissima... -- Ditela! -- Parlarmi d'altro. D'Azeglio, un capitano di cavalleria, molto brillante, molto -lancé-, l'assediava anche lui, ma in un modo speciale, facendo il difficile, presumendo d'interessarla, di destare la sua gelosia mostrandole tutte le donne che se lo contendevano. Era venuto una sola volta a farle visita, poi le aveva dichiarato che non sarebbe tornato più, non volendo vederla dinanzi alla gente! Ogni tanto, dopo averle concesso la grazia di guardarla, le chiedeva: -- Mi permette di venirla a trovare? -- Ma sempre! -- Quando? -- Tutti i martedì! Con le loro pose, con le loro pretese, la facevano ridere! Ella li giudicava tutti al loro giusto valore, sapeva quel che volevano, stava sempre sulle difese. Ve n'erano di superiori a Paolo per ricchezza, per avvenenza, per eleganza; l'amore che aveva per lui non l'accecava di certo; la garantiva, però; la faceva passare immune in mezzo ai fuochi incrociati di quegli assedii. Il principe di Lucrino le si era presentato di nuovo, ma senza domandarle più nulla. Era fra i pochi che non fingessero d'ignorare la sua relazione con Paolo; alludeva alla felicità di lei, le chiedeva soltanto di esserle amico. Si rassegnava al suo scacco; una volta, anzi, aveva fatto prova di spirito: -- La mia disgrazia è stata quella dei carabinieri d'Offenbach: sono sempre arrivato tardi! Ella riferiva tutto a Paolo, attenuando soltanto qualche frase, tacendo qualche circostanza; se vedeva un'ombra velare un poco gli sguardi di lui, gli buttava le braccia al collo: -- Ti dispiace?... Vuoi che io non li veda più? che rinunzii ad ogni distrazione, che fugga la società? -- No!... ma no!... Chi ti ha detto questo!... -- Hai fede in me? -- Piena, cieca, assoluta. -- Grazie!... grazie!... credi pure che nessuna ne è più degna!... Che bene mi fai!... Avrebbe voluto mettersi in ginocchio dinanzi a lui; con dolce violenza egli l'obbligava a rialzarsi: -- Sei tu che mi fai bene!... Perchè sospetti di me?.. Io capisco che il mondo ti seduce, che tu hai bisogno di brillarvi, che l'atmosfera dei salotti è l'ambiente tuo vitale. -- È vero... -- Che le galanterie degli uomini ti sono gradite, come sono graditi a me, per esempio, gli applausi dei miei colleghi, le lodi dei giornali... -- Sì, è così... come mi comprendi!... -- Ma che questo non t'impedisce di sorridere delle loro pretese, perchè il tuo cuore è preso, è tutto mio... Ella lo abbracciava fitto, esclamando: -- Amore!... Amor mio caro!... Come sei fatto per me!... Che bene, che bene ti voglio... La virtù di cui gli dava prova, serbandoglisi fedele in mezzo alle seduzioni, riscattava la sua colpa antica, le faceva dimenticare l'avventura di Palermo e l'obbligo di confessarla. Alcune volte, ella trovava perfino eccessivi i suoi scrupoli, pensando alla leggerezza trionfante delle altre donne; ma la sua lealtà la rimordeva, le dimostrava il dovere di confessar l'errore a quell'uomo così diverso dagli altri, così pieno di delicatezza e di nobiltà. Però differiva il compimento di questo dovere, cullata dalla fiducia di Paolo, distratta dalle esigenze della vita. Con l'inoltrarsi dell'inverno i suoi successi mondani crescevano; ella era sempre più -entourée-, i giornali citavano la sua presenza alle -premières-; il -Fanfulla- aveva detto di lei: «un fiore di leggiadria che i giardini profumati della Conca d'oro hanno ceduto agli Orti romani.» Al primo piano della palazzina dove ella abitava, era venuta a stare una famiglia d'inglesi, i Watson: una madre, giovane ancora, e tre ragazze una più graziosa dell'altra. Ella s'era legata con esse, andava in casa loro tutti i sabati, troneggiava in mezzo al mondo cosmopolita che vi si dava convegno. Sentiva tratto tratto gli effetti della sua falsa posizione, nella freddezza che incontrava qua e là, ma vi si rassegnava, senza dir nulla a Paolo. Comprendeva che non avrebbe potuto tornare al Quirinale; però, nei giorni che precedevano i balli a Corte, una sorda irritazione la prendeva: tutte quelle che la trattavano freddamente parlavano a posta dei loro preparativi, vi insistevano, quasi per farle notare che ella sarebbe rimasta fuori; e, come quando era bambina, affrettava il corso del tempo perchè quella festa a cui non poteva intervenire fosse una cosa passata. In quaresima, dai Watson, si recitava la commedia, si rappresentavano i quadri viventi: -Cinderella-, -Midsummer's night's dream-, -Cordelia-. Nella commedia ella aveva le prime parti; ed era la sua passione e il suo trionfo. Entrava nei panni del suo personaggio, si muoveva sulla scena, dinanzi a un centinaio di spettatori, con la stessa disinvoltura che se fosse stata nel proprio salotto, diceva le cose imparate a memoria come se avesse parlato d'istinto. Fioccavano gli applausi, i complimenti. Il piacere di lei sarebbe stato più grande se avesse potuto recitare insieme con Paolo, ma egli era troppo serio per chiedergli questo, e poi sarebbe stato sfidar troppo l'opinione. Però rivolgeva a lui, intenzionalmente, le frasi d'amore, le parole soavi, gli diceva che rappresentava unicamente per lui, che la folla scompariva dai suoi occhi, che egli era tutto il suo pubblico. Come Paolo scuoteva un poco il capo, ella insisteva: -- Non mi credi?... Ma tu non fai altrettanto per me? non parli per me sola? -- Sì; ma io non sono circondato da belle signore che mi sorridono!... io parlo solo al mio banco... -- E supponi che quegli uomini esistano per me? Che io mi accorga di loro?... o Paolo, come t'inganni! come mi conosci male!... -- Tu non t'accorgerai di loro, sarà bene; ma son essi che si accorgono di te... -- Se tu non vuoi, non li vedrò più! -- No, no... non mi dar retta; perdonami! Ella gli passava una mano fra i capelli, lo costringeva a guardarla. -- Sei geloso, di'... sei geloso? -- Come egli assentiva, con un moto degli occhi, ella chiedeva ancora. -- Di chi?... Dimmelo... dillo!... -- Ma di tutti e di nessuno, di quelli che ti stringono la mano, di quelli che ti parlano, che ti guardano appena... delle tue amiche, della gente che incontri, dei libri che leggi, di tutto ciò che mi sottrae qualche cosa del tuo pensiero. Ella esclamava, sommessamente, ripetutamente: -- Com'è bello... com'è bello, essere amate così! Poi riprendeva, tenendolo stretto per una mano, guardandolo negli occhi: -- Tu, è vero? non vivi che per me... non cerchi nessun'altra?... Perchè nessuna potrebbe amarti come me, non è vero?... E quanto mi ami? quanto? -- Quanto non è possibile dire! Sempre più! Ogni giorno più dell'altro! E queste ore che tu mi dài non mi bastano, sono troppo corte, volano presto... Vorrei starti sempre vicino, a tutti gli istanti, come al tempo del nostro viaggio; di', ti ricordi?... -- Ah!... Tacevano un poco; egli mormorava: -- Perchè non dev'esser sempre come allora? Perchè dobbiamo rinunziare a quella felicità? -- Perchè!.. Perchè tu hai dei doveri, perchè io non sono libera, perchè bisogna contare sul mondo, salvare le apparenze... E poi, credimi, è meglio che sia così: la sazietà ucciderebbe l'amore, farebbe nascere la stanchezza. Alle proteste di lui, ella soggiungeva: -- Oh, non lo negare!... Perchè dunque è così difficile che l'amore resista al matrimonio?... No, non ci lagniamo. Del resto, torneranno i giorni più belli: l'estate è vicina, andremo via, ai bagni, sui monti... e saremo sempre insieme, quasi come allora, vedrai!... Invece, come si diedero convegno a Livorno, lo scontento di lui crebbe; in mezzo ad una società scioperata ed osservatrice, tra una folla di conoscenze vecchie e nuove, essi erano costretti a prendere maggiori precauzioni, a contenersi di più. Ella era più che mai felice di vederselo vicino, a tutte le ore, in presenza della gente, trattandolo come un amico, rappresentando una commedia; questo a lui non bastava. E, prendendosela con lei, quasi fosse sua colpa, la evitava, la lasciava sola, le mostrava il suo corruccio! -- Ma perchè fai questo? -- chiedeva ella, umilmente, giungendo le mani. -- Che cosa mi rimproveri? perchè mi punisci? perchè?... -- Perchè? -- prorompeva egli -- perchè ho bisogno di te: perchè quando penso che debbo restarmene lontano da te, sento la tentazione di afferrarti pel collo, così, e di strozzarti, piuttosto... -- Sì... sì... -- cogli occhi chiusi, abbandonata, ella si offeriva al suo furore appassionato. -- Uccidimi, sì; è dolce morire di tua mano!... -- Perdono!... Perdono!... Nella stretta convulsa che seguiva quell'impeto, ella mormorava: -- Andiamo via!... nascondiamoci fuori del mondo, in campagna, in un deserto... -- Questo non è possibile. -- Sì, purtroppo hai ragione! ma allora bisogna rassegnarsi!... Quel che tu vorresti è anch'esso impossibile, con la vita a cui ci costringono la nostra posizione, i nostri doveri!... Tu soffri, non è vero? nel sentirmi maltrattata? ma che cosa sarebbe se facessimo quel che tu vorresti? -- È vero!... hai ragione!... Ma la ragione è una triste cosa; io non la so tollerare!... Infatti, dovendo andare a casa sua, chiamato da affari di famiglia, da interessi elettorali, rimandava sempre la partenza, non voleva staccarsi da lei. Ella diceva: -- Se potessi venire anch'io con te!... Come vorrei conoscere il tuo paese, la tua famiglia, entrare nella tua casa, rovistare sul tuo tavolo... Vi troverei i ricordi di quelle altre che ti hanno amato prima di me, li disperderei tutti, lascerei dovunque qualche cosa di mio! -- Perchè non vieni? -- Io?... No, so bene che non è possibile... A qual titolo entrerei in casa tua?... Poi, ti nuocerei... -- Non dir questo, intendi? -- Oh!... credi pure che lo capisco bene... Vedi, bisogna essere ragionevoli!... Anche tu devi intender ragione, andare a casa, pensare ai tuoi affari!... Che cosa è una separazione di un mese?... Se hai fiducia in me... -- Amore!... Amor mio!... povero Amore! E allora soltanto egli s'indusse a lasciarla. Per essergli più vicina, ella andò a Recoaro; la tristezza della solitudine si dissipò presto nell'animazione che le regnava d'intorno. Come da per tutto, ella era sempre molto festeggiata, i giovanotti la corteggiavano, i mariti lasciavano le mogli per fare i galanti con lei. Ella accoglieva i complimenti di tutti, opponeva a tutti la stessa resistenza vivace, agguerrita. Talvolta si sorprendeva a pensare a qualcuno di quegli uomini: ve n'erano che le piacevano fisicamente, o per le doti dello spirito: ella si rimproverava questi pensieri che accordava loro. Amando un altro, essendosi data a lui, anima e corpo, per sempre, come era possibile pensare ad altri, sia pure per un momento? La passione non era dunque come aveva creduto, cieca, esclusiva; o era lei stessa incapace di provarla, leggiera, volubile? No; ella amava Paolo, con tutte le sue forze, ora molto più di prima. Prima era stato capriccio, curiosità, attrattiva del frutto proibito, persuasione vendicatrice; adesso ella si sentiva legata a lui, indissolubilmente, dal culto che egli stesso le aveva votato, dalla gratitudine per la felicità che le aveva fatto conoscere... Forse anche il bisogno di legittimare la sua caduta esagerava la forza di quell'amore?... Perchè riconosceva ella questo? Perchè scendeva in fondo alla sua coscienza ad esplorarne le pieghe recondite! Ella scopriva ora la differenza passante tra le cose imaginate e le reali. Quella passione creduta ideale era cominciata male, non era bastata una prima volta a salvaguardarla; adesso non le impediva di trovare che v'erano altri uomini dai quali si sarebbe lasciata amare... Era dunque veramente una perversa?... No. Ella riconosceva ancora che qualche cosa di simile accadeva in tutti, che nel fondo del proprio animo nessuno era quale appariva; che tanti istinti, tanti moventi, tante idee, si nascondevano, si mascheravano... Non doveva accadere lo stesso in Paolo? Nell'amore di lui non doveva entrare l'orgoglio di averla fatta cadere, di vedersi additare come l'eroe d'un romanzo?... Le riflessioni non duravano a lungo; la vita la riprendeva; ella pensava che la vivacità della sua imaginazione, l'acutezza del suo spirito erano le cause di quelle osservazioni un po' tristi. Che importavano tutte quelle sottigliezze? Ella affermava la prepotenza dell'amore, dell'ideale. Se pensava talvolta a qualche altro uomo, ammetteva forse la possibilità di tradire l'assente? Avrebbe voluto vedersi messa alla prova dalla seduzione in persona, da don Giovanni redivivo, perchè rifulgesse la forza della propria costanza! Tradire l'amato, adesso, le sarebbe parsa una infamia senza nessuna scusa. Egli le scriveva delle lettere traboccanti di passione, di tenerezza, che ella divorava, rileggeva due e tre volte, fino ad impararle a memoria, assistendo così a tutta la sua vita, dimenticando coloro che le stavano attorno. Il cavaliere Augusto di Sant'Uberto, fra questi, era uno dei più insistenti. Un elegante, un seduttore di professione, con una fama di spadaccino, di duellista fortunato: lo spauracchio dei mariti. Magro, alto, dagli occhi vivaci, dai mustacchi a punta, dalle mosse eleganti; un ballerino consumato, compromettente. Le aveva mormorato le prime frasi galanti durante una danza, tenendola stretta, facendole sentire tutto il suo corpo, il peso d'uno sguardo divoratore. Ella aveva evitato di guardarlo: uno scambio di sguardi, ballando a quel modo, dopo quelle parole, poteva decidere il destino d'una donna! Le sue qualità mondane, la sua reputazione di conquistatore lo rendevano interessante per lei; ella non voleva però compromettersi, tanto più che lo sapeva legato con la Rinardi, una sua nuova amicizia. Egli tornava alla carica, e come trovava sempre la stessa resistenza, si vendicava punzecchiandola, contraddicendola in ogni sua opinione; se la vedeva con un romanzo in mano, se l'udiva ammirare la calma della notte, lo stormire degli alberi, il chiaror della luna, canzonava con insistenza il suo ideale poetico. -- Volete dirmi con questo che voi comprendete il solo reale? Vi credo! -- E voi andate dietro alle finzioni! -- Se la verità è tanto brutta... -- Che cosa ne sapete? -- Purtroppo! Ella si dava l'aria di una scettica, come se uscisse allora da un inganno crudele; in secreto rideva di quella commedia. Sant'Uberto, pigliandosi beffe di lei, le diceva che uno solo poteva comprenderla in mezzo a quella società: l'avvocato Trovisani. Glie lo avevano presentato alla -Trink-Halle-: un uomo sulla quarantina, un po' basso, bruno, con una barbetta corta ma folta, con delle mani ben fatte, delle quali era molto vano. Le stava spesso vicino, rispettosamente, prevenendo i suoi desiderii, schierandosi sempre, ad ogni costo, dalla sua parte, ogni volta che s'impegnava qualche discussione. Come per alcuni giorni non si vide, Sant'Uberto le disse: -- Sa che Trovisani la evita?... Ha detto: «Sento che quella donna mi sarebbe fatale!» -- Oh, Dio! Malgrado lo trovasse un po' comico, e quantunque Sant'Uberto fosse capace d'avere inventato lui quel motto, ella ne provò un senso di piacere. L'avvocato tornò ad avvicinarla, a farle la sua corte discreta. Ella lo credeva perfettamente innocuo, quando, un giorno che erano andati a fare un'escursione alla -Civillina-, trovandosi solo con lei, le afferrò una mano e si mise a baciargliela. -- Trovisani, siete matto? Tentava di liberarsi, con una voglia di ridere, tanto le pareva buffo. Egli continuava, esclamando: -- Vi amo! Vi adoro! Dovete esser mia... -- Siete pazzo? Lasciatemi, o grido... Riuscì finalmente a svincolarsi, raggiunse quegli altri; ma l'avventura la fece pensare ai pericoli cui la sua posizione l'esponeva. Così, tornò a Roma un po' prima del tempo stabilito con Paolo, scrivendogli di venirla a raggiungere, di non lasciarla più sola... «È troppo eterna questa separazione; non mi fido più di starmene lontano da te. Come sono stati tristi, lunghi, interminabili, questi giorni di solitudine! Tutto mi è parso vuoto ed inutile; trovandomi in mezzo alla gente, ammirata, invidiata, pensavo: Che cosa sto a far qui? Per chi fo questa toletta, per chi spendo queste cure?... Per nessuno, egli è lontano, non può vedermi, i soli elogi suoi avrebbero un prezzo. O Paolo, la vita senza di te è una cosa impossibile! Ritorna, affrettati, io ti tendo le braccia, t'invoco...» Egli tardò ancora qualche giorno, scusandosi in lunghissime lettere; ai primi di novembre finalmente fu a Roma. -- Perchè hai anticipato? -- le chiese, nella furia dei primi abbracci. -- Ti annoiavi? Mi desideravi? -- Quanto!... Quanto!... Almeno qui tutto mi parla di te; la tua figura, il tuo ricordo è associato a tutto; ma lì... sola, in un albergo, in un paese sconosciuto... e poi... -- Che cosa?... Perchè questa reticenza?... Dimmi tutto!... -- E le stringeva forte una mano, le figgeva, gli occhi negli occhi. -- Nulla... non t'allarmare!... Mentre gli riferiva l'avventura di Trovisani, egli s'arricciava i baffi, si mordicchiava le labbra, esclamando tratto tratto: «Buffone!... Buffone!...» -- Non è vero?... Ci vuole del -toupet- ad aggredire così una signora!... a credere di poterla prendere come una cameriera!... Avesse almeno avuta qualche qualità dalla sua; fosse stato piacente, simpatico... -- E ve n'erano, di questi? -- Ma.... sì.... qualcuno.... Sant'Uberto, per esempio... -- T'ha fatta la corte anche lui? -- Sai... me la fanno un po' tutti! -- Che cosa ti ha detto? Ella chinò il capo, diede dei buffetti alle pieghe della sua veste, rispondendo: -- Eh!... che mi trovava bella, elegante... che eclissavo tutte le altre... che ballavo divinamente... -- E tu, che cosa gli hai risposto? -- Nulla; cosa volevi che rispondessi? Non gli davo retta... Dicono tutti la stessa cosa!... Con una signora come me, poi, libera o che si suppone tale, tutti si credono in dovere di fare i galanti, di attaccare arditamente... Oramai, ci sono avvezza! Egli disse, tornando a guardarla: -- E ti piace, confessalo... -- No, te lo giuro!... Mio Dio, i complimenti, gli elogi, la corte elegante, sì, mi piace, mentirei se lo negassi... piace a tutte, stanne pur sicuro, alle più rigide, alle più scrupolose; siamo fatte per questo!... ma l'indiscrezione, le grossolanità, le brutalità... -- Lo scopo però è tutt'uno... -- Sì, certo... anzi, puoi dire che a quell'altro modo si raggiunge più facilmente... Allora egli osservò, con un sorriso forzato: -- Vedo che calcoli tutto... -- Come lo dici!... Credi che io pensi a colui?... Paolo, non lo credere!... Te lo giuro, neppur per sogno!... Non ho detto per lui... chi lo vedrà più?... Come vuoi che io pensi ad altri, quando sono piena di te, tutta, unicamente? -- Perchè hai detto questo, dunque? -- Ma perchè è una cosa che ho pensata sempre, fin da quando ero con mio marito... Pensavo che il rispetto, la discrezione, la corte poetica, erano più pericolose... E tu credevi?... O Amore! Amore! All'abbraccio, al bacio con cui suggellava la pace, successe un breve silenzio. Egli chiese a un tratto: -- Chi ti fece pensare a questo? -- Ma... un po' tutti... quelli che mi stavano attorno, quelli che ti nominai... -- Ma, più specialmente? -- Che cosa t'importa? Acqua passata!... -- Non monta: lo vo' sapere... -- Ebbene... Aldobrandi. Per la seconda volta, ella abbassò gli occhi. L'altro insisteva: -- Ti fece la corte? -- Molto. -- Discretamente? -- Sì... da principio... Egli s'era chinato su di lei, divorandola con lo sguardo, pendendo dalle sue labbra. -- E più tardi?... più tardi? -- No, no... -- Nascondendosi il viso tra le mani, ella scongiurava: -- No... lasciami... non mi chieder nulla... -- Lo vo' sapere... te ne prego!... non debbo saper tutto di te? possiamo avere dei segreti l'uno per l'altro?... Poi, che cosa temi?... Non mi conoscevi, allora!... Dimmi la verità, quell'uomo... -- No, te lo giuro!... E a mezze parole, più rispondendo alle domande di lui che non narrando, gli aveva detta la diabolica perversione di quel seduttore, l'oscura avventura da cui era cominciata la sua perdita. Spasimava, tra il dovere di dir tutto, il resto, il tradimento meno scusabile, e il terrore di perdere l'amore di lui, la sua stima; poichè già una tristezza si dipingeva in volto all'amato, già i suoi sguardi l'evitavano. -- Hai visto? M'hai fatto soffrire, per soffrire tu stesso... Paolo! Che hai?... Guardami, Paolo; dimmi che mi perdoni... -- No; con qual diritto t'incolperei? -- Grazie! grazie!... Tu sei generoso; t'amo per questo, specialmente per questo!... Egli disse ancora, guardandosi intorno, quasi trasognato: -- Com'è accaduto stasera che abbiamo rimestate queste cose? -- Mentre doveva essere una festa serena!... il giorno della nostra riunione, il primo d'una serie infinita... I bei giorni infatti tornarono, con la felicità di un tempo, le dimostrazioni d'un amore che andava sempre crescendo, la fusione completa delle loro esistenze. La delicatezza di cui Paolo aveva dato prova l'incoraggiava a completare la confessione; oramai non aspettava che l'opportunità. Però, quando parlavano delle donne che cadono, dei giudizii severi che il mondo ne dà, ella gli chiedeva, guardandolo, un po' triste: -- Dimmi la verità: tu non mi disprezzi? Egli le turava la bocca, esclamando: -- Tu sei il vanto mio dolce! il mio orgoglio!... Vorrei mostrare all'universo l'amore che ti porto... -- Ma se non fossi tua? se sentissi parlar di me come d'una estranea? -- E questo è possibile imaginarlo soltanto? se sono così pieno di te!... No, povero Amore: fuor dell'amore tu non m'ispiri che una sola cosa; una grande pietà... -- Come sei buono!... Com'è bello, questo! -- Poveretta!... Poverina!... Allora ella sentivasi prendere da una più grande tenerezza; gli nascondeva il viso sul petto, mormorando: -- Sì, è dolce esser compianta da te!... Dimmi -poveretta-, se sapessi che bene mi fa!... Ah, nessun uomo valeva quanto lui! Egli la lasciava sempre libera, non le chiedeva mai quel che aveva fatto in sua assenza, le dimostrava una fiducia sempre più salda. Non la seguiva, anzi, come prima; non cercava di vederla in presenza della gente, quando altri uomini le stavano intorno. Questo però non le piaceva; ella lo voleva vicino, sempre, sopratutto in cospetto del mondo. -- Tu hai l'aria di sfuggirmi... -- Ma no! ma no! -- Lo so perchè fai questo: è per delicatezza, per provarmi che hai fiducia in me... -- Non c'è bisogno di provare ciò che non si mette in dubbio. -- Grazie! Ma io voglio che tu mi segua dovunque... -- Sarà fatto... era solo per evitare le maldicenze... -- Oramai!... Dicano quel che vogliono!... Tu farai quel che dirò io? -- Sempre! -- Che cosa faresti per provarmi che mi vuoi bene? -- Non so; morirei. Ella sussurrava: -- Ti danneresti per me?... III. Aveva bisogno di quel grande conforto: le piccole angustie, le umiliazioni dolorose non le erano risparmiate. La Rinardi, che a Recoaro aveva fatto l'amica, a Roma l'accolse freddamente, non le restituì la visita. I Terraísi, venuti da Palermo a stabilirsi alla capitale, fingevano di non riconoscerla!... Questi qui prendevano le parti di suo marito, negavano che egli l'avesse maltrattata, dicevano che ella aveva sempre avuto l'istinto della perdizione, che era fuggita di casa per darsi alla vita allegra... La menzogna e la calunnia la rivoltavano; l'ingratitudine non capiva nella sua mente. Delle persone che si erano sedute alla sua tavola, che le avevano protestato amicizia, adesso la trattavano così -- senza una ragione! Che cosa aveva fatto loro? di che cosa avevano a lagnarsi tutte quelle che se la prendevano con lei? Forse era l'invidia, il rancore di non poter fare apertamente altrettanto! Malgrado quella persuasione, malgrado la nessuna stima che aveva di quelle altre, la loro condotta l'addolorava, l'offendeva; ella diceva a Paolo: -- Bisogna, vedi, che tu mi ami molto, che tu compensi tutto quel che mi manca... Non ho che te al mondo: i miei zii, mio nonno non mi vogliono più vedere; mio figlio è bambino, quando sarà grande forse neppure mi riconoscerà. Tu sei tutto per me!... -- E tu dunque? -- Sì; ma tu hai l'avvenire che ti sorride, uno scopo pratico che attira tutta la tua attività: fuor dell'amore, che cosa resta a una povera donna come me? Gli anni passano, sai... Egli le turava la bocca, ella scuoteva un poco il capo. Aveva compiti i trent'anni senza molta tristezza; l'avvicinarsi del trentunesimo la colmava d'un'angoscia muta. Sentiva precipitare il corso del tempo; si vedeva già a quaranta, vecchia, inutile, impossibile. Restava lunghe ore allo specchio, guardandosi negli occhi, stirandosi le guancie, esaminandosi i denti. Certe notti d'incubo, sognava che qualcuno le cascasse a pezzi, infracidito; che gli altri intorno oscillassero nelle gengive, vicini a cadere anch'essi, ed era un orrore, un terrore pazzo che la svegliava, di scatto. Col giorno, l'incubo si dissipava, ella pensava che adesso era veramente donna, che aveva dinanzi i lunghi anni della maturità sana e forte; che gli uomini preferivano quelle dell'età sua. E quando Paolo le rinnovava i suoi giuramenti, con un trasporto veemente, scompigliandosi i capelli, stringendola fino a farle male, le sue paure finivano in sorrisi silenziosi, in una compiacenza estasiata dinanzi alla certezza che il proprio impero era ancora molto lontano dal tramonto, che ella sarebbe stata ancora amata. Certe volte, non era anzi lui che manifestava il timore di non esser più degno d'amore, di perdere quella poca attrattiva che aveva potuto esercitar su di lei, fin lì? -- Son'io che invecchio; guarda: ho delle rughe profonde, dei capelli bianchi... -- Non è vero! -- Sì, guarda bene: qui, attorno alle tempie... vedi?... avrò presto tutte le tempie bianche, sarò presto tutto bianco... Allora non dirò più nulla come uomo, potrò ispirare forse del rispetto, se non ti farò paura... -- Smetti!... tu non sai quel che dici!... Io ti vorrò sempre bene lo stesso... E tu me ne vorrai altrettanto... Invecchieremo insieme, se mai, e ci vorremo bene in un altro modo; che importa? Ricorderemo i tempi passati, ci terremo sempre compagnia... tu mi porterai delle ricette contro i reumi, io ti darò a baciare la mano... che non sarà più come adesso, ma secca, ossuta, aggrinzita... -- Taci, grulla: è impossibile!... Ella tentennava un poco il capo, e le pareva d'avere degli occhiali sul naso, una cuffia di merletti sui capelli bianchi. Altre volte, era l'amato che evocava una diversa visione dell'avvenire: -- No, io finirò prima di te, tu cesserai d'amarmi, ti accorgerai che non sono degno dell'amor tuo... -- Cattivo, perchè dici questo? -- E mi lascerai, tornerai al tuo paese, non mi vedrai più... Allora, non riceverai più di quelle lettere nelle quali io mettevo qualche cosa dell'anima mia, non ti sentirai più mormorare le parole pazze che io ti dicevo un tempo... 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000