istante; confonderci insieme, fare un essere solo, sempre sempre, fino
alla morte...
Il sorriso beato di Paolo si comunicava a lei, quella visione
l'estasiava -- ma non era condannata a restare una visione? Se anche
ella avesse potuto sciogliere legalmente il vincolo che aveva spezzato
di fatto, il passato di lei avrebbe gettato su quella felicità un'ombra
da cui l'amor libero era difeso.
-- No, questo non è possibile... sarebbe pericoloso... ed inutile
ancora!... perchè la realtà è più bella della visione!... perchè noi
staremo sempre insieme egualmente!...
Ed era lui, adesso, che ripeteva:
-- Se ci fossimo conosciuti prima?
-- Ah, sì!... Tu sei pieno di generosità, ma sento che il mio passato
non ti deve far piacere... che non te ne fece almeno un tempo...
Non hai ragione, sai: non ho mai amato quell'uomo! tu sei il primo a
rivelarmi la vita del cuore... Se sapessi, se sapessi...
E gli diceva la differenza fra quel viaggio e l'altro compiuto con
suo marito, l'abbandono in cui l'aveva lasciata pochi giorni dopo il
matrimonio, tutte le sofferenze che le avea procurate.
-- Ero sciocca, nella mia gelosia? Ma ancora non sapevo, avevo delle
fisime...
Poi ricostruivano la storia della loro passione, fin dai primi giorni
che s'eran visti, fin dal primo incontro, a Roma, molti anni addietro.
-- Ti ricordi? Fu all'albergo di Milano...
-- Mi par di vederti: ti avevo scorta dalla piazza, mi sentii attratto
verso di te da una forza magnetica.
-- Anch'io ti notai subito, quando salutasti... Era predestinato!...
Perchè non mi portasti subito via?
-- Se avessi ascoltata la voce del cuore!...
-- Che impressione ti feci?
-- Mi sembrasti un fulgore abbagliante; contro la luce i tuoi capelli
splendevano. Da quel momento pensai sempre a te, come all'unica donna
degna d'esser desiderata. Da quel tempo, nessun'altra donna mi ha
occupato... E tu pensasti qualche volta a me?
-- Ma sì, ma sì!...
Allora egli voleva sapere tutto quello che le era avvenuto durante
il matrimonio; ella parlava vagamente della simpatia ispiratale da
Sampieri, da Aldobrandi, della corte discreta che le avevano fatto
altri; ma tutte le volte che le loro confidenze prendevano quella
piega, ella sentiva più acuto il rimorso del tradimento, più imperioso
il dovere di confessarlo; però, non riusciva a parlare, non si sentiva
la forza di affrontare lo sguardo di lui limpido e fermo; acquetava la
propria coscienza con la risoluzione di dir tutto più tardi. Intanto,
anch'ella voleva conoscere il suo passato, insistendo per sapere ogni
cosa se egli rispondeva ambiguamente a qualche sua domanda.
-- No -- assicurava Paolo -- neppure i miei furono amori, furono le prove
per cui passano tutti, dei legami fugaci...
-- Però, una volta...
Allora esigeva che egli le raccontasse la storia del suo fidanzamento,
una storia triste, che egli riferiva a bassa voce: l'agonia della
povera creatura che si era afferrata a lui come alla vita, lo strazio
di non poter nulla contro la fatalità del male, di sentirle dire: «Fra
un mese, fra una settimana, io sarò morta... tu mi piangerai, non è
vero?...»
Piangeva ella stessa, nell'ascoltarlo; la voce dell'amato tremava un
poco, ma i suoi occhi erano secchi.
-- Neppur tu devi esser gelosa di quella povera morta...
-- Ebbene: non sono gelosa. Tu mi conoscevi forse, allora?
-- Non è vero?
-- Sì, sì; sono ragionevole, vedi!
Però come il termine di quel viaggio si avvicinava, la sua malinconia
cresceva. Forse era il pensiero che non avrebbero potuto più fare
la stessa vita, che le convenienze sociali li avrebbero costretti a
riguardi continui.
-- Se tu vuoi -- gli proponeva -- andiamo a stabilirci in un angolo
ignorato del mondo, in un paesuccio di campagna, dove nessuno ci
conosca, dove saremo liberi di fare quel che ci piacerà...
-- Sarebbe l'ideale ottenuto... Ma io non ho il diritto di seppellirti
viva...
-- Oh, per me!... È piuttosto che tu stesso hai dei doveri, il tuo
avvenire da assicurarti... Tu sei fatto per salire ai primissimi posti,
per conquistare il potere! Sarebbe il rimorso di tutta la mia vita,
impedirti di proseguire in una via dove t'aspetta il trionfo...
Ciascuno riconosceva, per le ragioni dell'altro, l'impossibilità di
conseguire quel sogno; riconoscevano ancora la necessità di vivere
separati, ma disponevano anticipatamente la loro vita in modo che
nessun giorno sarebbe passato senza vedersi da soli o dinanzi a quel
mondo nel quale anch'ella contava di sostenere una parte.
Non era soltanto per lui che ella rinunziava a vivere insieme ignorati;
era per tutelare l'amore: l'intimità di tutti i momenti avrebbe finito
per intiepidirlo. Se ella voleva esser sempre desiderata, le bisognava
spiegare tutte le sue attrattive, mostrarsi or da lontano or da vicino,
brillare in società, perchè egli si potesse dire: «Questa donna che
tutti desiderano è mia, unicamente!...»
Assaporando la dolcezza d'un autunno mite e sereno, si attardavano
intanto sulle rive del lago di Ginevra, peregrinando a Losanna, a
Vevey, visitando il castello di Chillon, spingendosi fino a Yverdun e
a Neuchâtel, fin quando il primo freddo fece prender loro a malincuore
la via di Roma. Per prolungare ancora quell'incanto, andarono nei primi
giorni allo stesso albergo; Paolo aveva lasciata la sua casa ed ella
doveva ancora trovare la propria. Come la città era ancora deserta
del loro mondo, essi andavano spesso insieme, si davano dei convegni
al passeggio, in un negozio; s'incontravano come per caso, ed era un
fascino supremo mormorarsi delle parole d'amore tra i saluti reverenti
delle persone che ancora non sospettavano nulla.
Ella trovò, al Maccao, un quartiere che si meritava il nome di -Nido-
datogli da Paolo; piccolo, ma civettuolo, soleggiato, con del verde
dinanzi. Le corse per provvedere al mobilio le prendevano adesso tutto
il suo tempo; ella domandava dei consigli all'amato sopra ogni cosa,
ma finiva per scegliere lei stessa, guidata dal proprio gusto che egli
esaltava. Paolo le aveva mandato delle grandi ceramiche, dei piccoli
quadri, degli oggetti d'arte, volendo che da per tutto i suoi occhi si
posassero su qualche cosa che le parlasse di lui.
-- Ma tu hai forse bisogno di essermi ricordato? Se sapessi come mi sei
presente, sempre, a tutti gli istanti!... come non vedo che te, non
penso che a te, non odo che la tua voce!...
-- Il tuo pensiero -- diceva egli -- è il sostrato, la trama sulla quale
si ricama tutta la mia vita...
-- Come parli bene!... Io sento quanto te; ma le espressioni mi
mancano...
-- Non basta il tuo sguardo?
Quando si compì l'arredamento del -Nido-, ella vi passò; fu un giorno
di festa. Là si sarebbero sempre amati, là ella avrebbe assaporata la
dolcezza di vivere! Ma tutti i giorni era festa: ricorreva quasi tutti
i giorni una data luminosa nella storia del loro amore; egli ne aveva
compilato il calendario, nel quale erano segnati il primo incontro,
la confessione, la prima lettera, il primo bacio, il possesso,
Castellammare, l'unione assoluta, cento altri piccoli avvenimenti che
ella non aveva neppure notati. Che pensiero poetico era stato il suo!
Che baci aveva ella posto su quel foglio, documento dell'adorazione
ispiratagli! E nella ricorrenza di quelle feste, appena ella apriva
gli occhi alla luce, Stefana le veniva dinanzi coi fiori che egli le
mandava: l'omaggio più gradito, l'attenzione sempre sognata e mai
ottenuta; ella li carezzava, ne aspirava il profumo, ne custodiva
alcuni tra le pagine di un libro, in una lettera di lui. Che felicità!
Però, come adesso la gente cominciava a dimostrar di conoscere i loro
rapporti, Paolo avrebbe voluto farsi vedere meno spesso con lei; ella
insorgeva contro quell'idea dettata da uno scrupolo eccessivo:
-- Non ci mancherebbe altro! Il mondo ci costa già abbastanza. E poi,
che ci vedano insieme, dov'è il male? Suppongano quel che loro piace...
La vita che ella faceva non le impediva di esser trattata dalle
persone con cui era stata prima in relazione; ma v'erano alcune che
cominciavano a far le difficili, che le parlavano un po' fra i denti
quando la incontravano in visita, o che la salutavano appena. Ella si
consolava pensando che le più pudibonde erano quelle che per proprio
conto si permettevano le più ampie libertà, sotto l'egida dei gerenti
responsabili; poi, era felice di soffrire quei piccoli dolori per amore
di Paolo.
Era stato un dolore più grande la rottura coi suoi parenti. Dopo la
sua risoluzione incrollabile di partire, il nonno e la zia le avevano
scritto ancora, quantunque freddamente, per darle notizia dei suoi
affari, dell'amministrazione della sua dote che Duffredi le aveva
ceduta interamente; adesso non le rispondevano più. Ella pensava con
uno scettico sorriso all'idolatria che il nonno aveva avuto per lei, e
che cessava così, dall'oggi al domani, perchè ella s'era ribellata a un
destino insoffribile, perchè non s'era fidata di rinunziare più oltre
alla sua parte di gioia sulla terra. Poi si stringeva nelle spalle,
s'avvinghiava al collo dell'amato; per lui tutto le era dolce, l'amor
suo la compensava di tutto.
Egli era più difficile, soffriva al pensiero dell'ostilità a cui era
esposta; presumeva che nessuno avesse a parlare di lei.
-- Come è possibile, amore? Ormai, tutti sanno che siamo stati quattro
mesi insieme!
-- Non tutti... E poi, che importa? Purchè ora non trovino nulla...
-- Ebbene, che cosa trovano? Ci vedono insieme, come ogni altra gente!
Per questo ella voleva che, nel suo giorno, egli venisse di tanto in
tanto a trovarla, come per una visita, all'ora delle altre visite:
vederlo a distanza, in presenza delle persone, pensando a quel che
erano l'uno per l'altro, le procurava un'emozione sempre più forte;
poi, era anche un mezzo per allontanare i sospetti.
Ella prendeva esempio dalle altre: la Giacomelli non si faceva sempre
accompagnare da don Marcantonio Bragadino? Emma Triburzi non andava e
veniva da Firenze con Giacomo Mastellani?
-- Infine, dicano quel che vogliono: noi facciamo quel che ci piace;
sarebbe stolto occuparsi di loro!
E la notte, all'uscir dal teatro, com'egli l'accompagnava, giravano
lungamente in carrozza per le vie deserte, stretti l'uno all'altra,
dicendosi piano il bene che si volevano, rinnovandosi i loro giuramenti
dinanzi alle stelle.
-- Se ci vedessero così?... Ci vedano pure! Essi non sapranno mai il
bene che ti voglio!
Facevano delle scappate anche di giorno, andavano spesso per la
campagna romana, sulla via Appia, a Ponte Molle: dei squadroni di
cavalleria facevano esercitazioni, gli ufficiali cercavano di guardare
dentro alla carrozza; ella gli diceva:
-- Parlami!... ripetimi qui, dinanzi a questa natura, ciò che provi per
me...
Un giorno nuvoloso, che minacciava pioggia, andarono a Villa Borghese:
come i viali erano deserti, ella abbassò un vetro dello sportello. A un
tratto, s'udì uno scalpitar di cavalli, un'altra carrozza s'incrociò
con la loro: era il re, che si sporse un poco a guardare e, prima
ancora che Paolo districasse il braccio passato dietro la vita di lei,
si cavò il cappello, con un breve sorriso di compiacente intelligenza,
quasi a dire: «I miei complimenti!...»
Ella arrossì tutta, chiedendo:
-- Ti ha riconosciuto?
-- Hai visto bene...
Tutto questo non faceva all'amato il piacere che procurava a lei
stessa; ma egli s'arrendeva sempre alle sue volontà.
Andavano insieme a Tivoli, a Frascati; ella realizzava ad una ad una le
fantasie di cui si era nutrita; si diceva di tanto in tanto, stupita
della rivoluzione operatasi nella sua vita: «Sono proprio io che fo
questo?...» La felicità di cui si sentiva piena faceva rifiorire la
sua persona; ella non era mai stata così bella, si trovava un'aria più
provocante, come tutti le affermavano. Ella sorrideva ai complimenti
degli uomini, li riferiva a Paolo, gli diceva, buttandogli le braccia
al collo:
-- Tu non sei geloso?... Se sapessi che effetto mi fanno! Tutti mi
sembrano vuoti, stupidi, insignificanti, meschini, dinanzi a te!
Come i lavori parlamentari ricominciarono, ella lo costrinse a
prendervi parte assiduamente; andava ella stessa alla Camera, voleva
che egli parlasse per lei sola, ritagliava dai giornali i resoconti
dei suoi discorsi. Per lei, egli era un po' troppo liberale e
democratico, accarezzava troppo l'ideale dell'eguaglianza umana che le
pareva impossibile; e il suo secreto desiderio era di convertirlo, di
ottenere quest'altra prova del proprio potere. Paolo non esaltava il
suo ingegno? non s'arrendeva spesso ai suoi giudizii? non sollecitava
i suoi consigli? Certe volte ella pensava di avere un salone politico,
come ve n'erano a Parigi, per contribuire alla fortuna dell'amato; poi
si diceva che questo conveniva alle donne sul tramonto, a quelle che
perdevano o non avevano mai avute altre attrative: ella era giovane,
piacente, capiva poco di politica. Quando chiedeva a Paolo di che
cosa s'era occupato, quali affari studiava, cominciava ad ascoltarlo
attentamente, approvando, chiedendo spiegazioni; alla lunga, finiva per
batter le ciglia, per reprimere dei piccoli sbadigli; allora poggiava
il capo sui ginocchi di lui, interrompendolo:
-- Dimmi tante cose!... delle cose care, come tu solo sai dirne...
Egli le ripeteva che era l'amor suo grande, il suo orgoglio, il suo
sorriso, la sua vita, che avrebbe voluto metterle ai piedi l'universo,
immolarle l'umanità; che era un sacrilegio distogliere un'ora sola
dall'amore, che voleva rinunziare a quella miserabile politica, vivere
unicamente, interamente per lei. Ella, socchiudeva gli occhi ridenti,
dilatava le narici, aspirando la lode, imbevendosene tutta; l'altro
insisteva:
-- Mi dimetterò, non m'occuperò più di nulla; se v'è qualcuno che crede
al mio ingegno, al mio avvenire, voglio che dica: «È stato l'amore di
lei che l'ha esaurito...»
-- No!... No!... Tu non pensi a me, dunque? al dolore che mi daresti?...
No, non lo farai! Rina tua non vuole!... Tu non sai che i tuoi trionfi
sono i miei, che io fremo d'orgoglio quando la tua parola è soffocata
da uno scoppio d'applausi?...
Ella s'infervorava, quantunque egli non insistesse; si faceva
promettere obbedienza, ma per compenso voleva che le scrivesse ogni
giorno. Ella stessa gli rispondeva assiduamente, dicendogli: «Noi
dobbiamo fare oramai una sola vita: io voglio dividere i tuoi lavori,
i tuoi piaceri, i tuoi pensieri d'ogni momento. Se tu dovessi soffrire,
io soffrirei per te, più di te!...» Si faceva leggere le sue relazioni,
voleva essere informata degli umori della Camera, delle probabilità
di crise; gli diceva: «Che festa sarà per noi il giorno che salirai
al potere!» Montecitorio non la divertiva molto; pure vi tornava più
spesso, cercando l'emozione del mistero, del pericolo arditamente
sfidato; sedotta all'idea del dominio esercitato su quell'uomo.
Un giorno, vestita di nero, con una veletta spessa sul viso, andò
all'ufficio di via della Missione, domandò dell'onorevole Arconti,
scrivendo il suo nome sulla scheda presentatale da un usciere. V'erano
dei contadini, dei provinciali, dei sollecitatori d'ogni genere, ai
quali i deputati facevano rispondere che avevan da fare. Ella restava
in piedi guardando intorno, temendo di toccare qualche cosa di poco
pulito, quando Paolo comparve e le si accostò in un angolo.
-- Tu qui!... Che imprudenza!
-- Mi rimproveri?... Avevo bisogno di vederti, volevo dirti... -- Come
della gente poteva udire, ella s'interruppe per riprendere a voce più
forte: -- Una seduta interessante?
-- Tutt'altro...
-- Tu m'ami, non è vero?... Dillo! ripetilo...
II.
La schiera dei suoi ammiratori si faceva numerosa: ella ne aveva sempre
qualcuno d'intorno. Imaginavano di poter trarre profitto della sua
libertà, supponevano che ella l'avesse cercata per darsi alla vita
galante! I loro elogi, sì, le piacevano, solleticavano la sua vanità
femminile; ma come s'ingannavano nel resto! Ella teneva fronte a
tutti, voltava in ridicolo le loro dichiarazioni, scherzava a parole,
li metteva a posto se passavano il segno, e quella lotta acuiva il
suo spirito, le dava la coscienza della propria forza. Il marchese di
Durazzo, uno dei più brillanti, dei più assidui e dei più insistenti,
non restava due minuti con lei senza farle delle dichiarazioni più o
meno velate; ella sosteneva imperterrita i suoi attacchi.
-- Dubitate delle mie parole?
-- Me ne guarderei bene!
-- Allora, consentite ch'io speri?
-- La speranza è l'ultima a morire.
-- Siete crudele!... Non potrò far mai nulla per provarvi l'amor mio?
-- Sì, una cosa semplicissima...
-- Ditela!
-- Parlarmi d'altro.
D'Azeglio, un capitano di cavalleria, molto brillante, molto -lancé-,
l'assediava anche lui, ma in un modo speciale, facendo il difficile,
presumendo d'interessarla, di destare la sua gelosia mostrandole
tutte le donne che se lo contendevano. Era venuto una sola volta a
farle visita, poi le aveva dichiarato che non sarebbe tornato più, non
volendo vederla dinanzi alla gente! Ogni tanto, dopo averle concesso la
grazia di guardarla, le chiedeva:
-- Mi permette di venirla a trovare?
-- Ma sempre!
-- Quando?
-- Tutti i martedì!
Con le loro pose, con le loro pretese, la facevano ridere! Ella li
giudicava tutti al loro giusto valore, sapeva quel che volevano, stava
sempre sulle difese. Ve n'erano di superiori a Paolo per ricchezza,
per avvenenza, per eleganza; l'amore che aveva per lui non l'accecava
di certo; la garantiva, però; la faceva passare immune in mezzo ai
fuochi incrociati di quegli assedii. Il principe di Lucrino le si era
presentato di nuovo, ma senza domandarle più nulla. Era fra i pochi
che non fingessero d'ignorare la sua relazione con Paolo; alludeva alla
felicità di lei, le chiedeva soltanto di esserle amico. Si rassegnava
al suo scacco; una volta, anzi, aveva fatto prova di spirito:
-- La mia disgrazia è stata quella dei carabinieri d'Offenbach: sono
sempre arrivato tardi!
Ella riferiva tutto a Paolo, attenuando soltanto qualche frase, tacendo
qualche circostanza; se vedeva un'ombra velare un poco gli sguardi di
lui, gli buttava le braccia al collo:
-- Ti dispiace?... Vuoi che io non li veda più? che rinunzii ad ogni
distrazione, che fugga la società?
-- No!... ma no!... Chi ti ha detto questo!...
-- Hai fede in me?
-- Piena, cieca, assoluta.
-- Grazie!... grazie!... credi pure che nessuna ne è più degna!... Che
bene mi fai!...
Avrebbe voluto mettersi in ginocchio dinanzi a lui; con dolce violenza
egli l'obbligava a rialzarsi:
-- Sei tu che mi fai bene!... Perchè sospetti di me?.. Io capisco che il
mondo ti seduce, che tu hai bisogno di brillarvi, che l'atmosfera dei
salotti è l'ambiente tuo vitale.
-- È vero...
-- Che le galanterie degli uomini ti sono gradite, come sono graditi
a me, per esempio, gli applausi dei miei colleghi, le lodi dei
giornali...
-- Sì, è così... come mi comprendi!...
-- Ma che questo non t'impedisce di sorridere delle loro pretese, perchè
il tuo cuore è preso, è tutto mio...
Ella lo abbracciava fitto, esclamando:
-- Amore!... Amor mio caro!... Come sei fatto per me!... Che bene, che
bene ti voglio...
La virtù di cui gli dava prova, serbandoglisi fedele in mezzo alle
seduzioni, riscattava la sua colpa antica, le faceva dimenticare
l'avventura di Palermo e l'obbligo di confessarla. Alcune volte, ella
trovava perfino eccessivi i suoi scrupoli, pensando alla leggerezza
trionfante delle altre donne; ma la sua lealtà la rimordeva, le
dimostrava il dovere di confessar l'errore a quell'uomo così diverso
dagli altri, così pieno di delicatezza e di nobiltà. Però differiva il
compimento di questo dovere, cullata dalla fiducia di Paolo, distratta
dalle esigenze della vita. Con l'inoltrarsi dell'inverno i suoi
successi mondani crescevano; ella era sempre più -entourée-, i giornali
citavano la sua presenza alle -premières-; il -Fanfulla- aveva detto di
lei: «un fiore di leggiadria che i giardini profumati della Conca d'oro
hanno ceduto agli Orti romani.»
Al primo piano della palazzina dove ella abitava, era venuta a stare
una famiglia d'inglesi, i Watson: una madre, giovane ancora, e tre
ragazze una più graziosa dell'altra. Ella s'era legata con esse, andava
in casa loro tutti i sabati, troneggiava in mezzo al mondo cosmopolita
che vi si dava convegno. Sentiva tratto tratto gli effetti della sua
falsa posizione, nella freddezza che incontrava qua e là, ma vi si
rassegnava, senza dir nulla a Paolo. Comprendeva che non avrebbe potuto
tornare al Quirinale; però, nei giorni che precedevano i balli a Corte,
una sorda irritazione la prendeva: tutte quelle che la trattavano
freddamente parlavano a posta dei loro preparativi, vi insistevano,
quasi per farle notare che ella sarebbe rimasta fuori; e, come quando
era bambina, affrettava il corso del tempo perchè quella festa a cui
non poteva intervenire fosse una cosa passata.
In quaresima, dai Watson, si recitava la commedia, si rappresentavano i
quadri viventi: -Cinderella-, -Midsummer's night's dream-, -Cordelia-.
Nella commedia ella aveva le prime parti; ed era la sua passione e
il suo trionfo. Entrava nei panni del suo personaggio, si muoveva
sulla scena, dinanzi a un centinaio di spettatori, con la stessa
disinvoltura che se fosse stata nel proprio salotto, diceva le cose
imparate a memoria come se avesse parlato d'istinto. Fioccavano gli
applausi, i complimenti. Il piacere di lei sarebbe stato più grande
se avesse potuto recitare insieme con Paolo, ma egli era troppo serio
per chiedergli questo, e poi sarebbe stato sfidar troppo l'opinione.
Però rivolgeva a lui, intenzionalmente, le frasi d'amore, le parole
soavi, gli diceva che rappresentava unicamente per lui, che la folla
scompariva dai suoi occhi, che egli era tutto il suo pubblico. Come
Paolo scuoteva un poco il capo, ella insisteva:
-- Non mi credi?... Ma tu non fai altrettanto per me? non parli per me
sola?
-- Sì; ma io non sono circondato da belle signore che mi sorridono!...
io parlo solo al mio banco...
-- E supponi che quegli uomini esistano per me? Che io mi accorga di
loro?... o Paolo, come t'inganni! come mi conosci male!...
-- Tu non t'accorgerai di loro, sarà bene; ma son essi che si accorgono
di te...
-- Se tu non vuoi, non li vedrò più!
-- No, no... non mi dar retta; perdonami!
Ella gli passava una mano fra i capelli, lo costringeva a guardarla.
-- Sei geloso, di'... sei geloso? -- Come egli assentiva, con un moto
degli occhi, ella chiedeva ancora. -- Di chi?... Dimmelo... dillo!...
-- Ma di tutti e di nessuno, di quelli che ti stringono la mano, di
quelli che ti parlano, che ti guardano appena... delle tue amiche,
della gente che incontri, dei libri che leggi, di tutto ciò che mi
sottrae qualche cosa del tuo pensiero.
Ella esclamava, sommessamente, ripetutamente:
-- Com'è bello... com'è bello, essere amate così!
Poi riprendeva, tenendolo stretto per una mano, guardandolo negli occhi:
-- Tu, è vero? non vivi che per me... non cerchi nessun'altra?...
Perchè nessuna potrebbe amarti come me, non è vero?... E quanto mi ami?
quanto?
-- Quanto non è possibile dire! Sempre più! Ogni giorno più dell'altro!
E queste ore che tu mi dài non mi bastano, sono troppo corte, volano
presto... Vorrei starti sempre vicino, a tutti gli istanti, come al
tempo del nostro viaggio; di', ti ricordi?...
-- Ah!...
Tacevano un poco; egli mormorava:
-- Perchè non dev'esser sempre come allora? Perchè dobbiamo rinunziare
a quella felicità?
-- Perchè!.. Perchè tu hai dei doveri, perchè io non sono libera, perchè
bisogna contare sul mondo, salvare le apparenze... E poi, credimi, è
meglio che sia così: la sazietà ucciderebbe l'amore, farebbe nascere la
stanchezza.
Alle proteste di lui, ella soggiungeva:
-- Oh, non lo negare!... Perchè dunque è così difficile che l'amore
resista al matrimonio?... No, non ci lagniamo. Del resto, torneranno
i giorni più belli: l'estate è vicina, andremo via, ai bagni, sui
monti... e saremo sempre insieme, quasi come allora, vedrai!...
Invece, come si diedero convegno a Livorno, lo scontento di lui crebbe;
in mezzo ad una società scioperata ed osservatrice, tra una folla di
conoscenze vecchie e nuove, essi erano costretti a prendere maggiori
precauzioni, a contenersi di più. Ella era più che mai felice di
vederselo vicino, a tutte le ore, in presenza della gente, trattandolo
come un amico, rappresentando una commedia; questo a lui non bastava.
E, prendendosela con lei, quasi fosse sua colpa, la evitava, la
lasciava sola, le mostrava il suo corruccio!
-- Ma perchè fai questo? -- chiedeva ella, umilmente, giungendo le mani.
-- Che cosa mi rimproveri? perchè mi punisci? perchè?...
-- Perchè? -- prorompeva egli -- perchè ho bisogno di te: perchè quando
penso che debbo restarmene lontano da te, sento la tentazione di
afferrarti pel collo, così, e di strozzarti, piuttosto...
-- Sì... sì... -- cogli occhi chiusi, abbandonata, ella si offeriva al
suo furore appassionato. -- Uccidimi, sì; è dolce morire di tua mano!...
-- Perdono!... Perdono!...
Nella stretta convulsa che seguiva quell'impeto, ella mormorava:
-- Andiamo via!... nascondiamoci fuori del mondo, in campagna, in un
deserto...
-- Questo non è possibile.
-- Sì, purtroppo hai ragione! ma allora bisogna rassegnarsi!... Quel che
tu vorresti è anch'esso impossibile, con la vita a cui ci costringono
la nostra posizione, i nostri doveri!... Tu soffri, non è vero? nel
sentirmi maltrattata? ma che cosa sarebbe se facessimo quel che tu
vorresti?
-- È vero!... hai ragione!... Ma la ragione è una triste cosa; io non la
so tollerare!...
Infatti, dovendo andare a casa sua, chiamato da affari di famiglia,
da interessi elettorali, rimandava sempre la partenza, non voleva
staccarsi da lei. Ella diceva:
-- Se potessi venire anch'io con te!... Come vorrei conoscere il tuo
paese, la tua famiglia, entrare nella tua casa, rovistare sul tuo
tavolo... Vi troverei i ricordi di quelle altre che ti hanno amato
prima di me, li disperderei tutti, lascerei dovunque qualche cosa di
mio!
-- Perchè non vieni?
-- Io?... No, so bene che non è possibile... A qual titolo entrerei in
casa tua?... Poi, ti nuocerei...
-- Non dir questo, intendi?
-- Oh!... credi pure che lo capisco bene... Vedi, bisogna essere
ragionevoli!... Anche tu devi intender ragione, andare a casa, pensare
ai tuoi affari!... Che cosa è una separazione di un mese?... Se hai
fiducia in me...
-- Amore!... Amor mio!... povero Amore!
E allora soltanto egli s'indusse a lasciarla. Per essergli più vicina,
ella andò a Recoaro; la tristezza della solitudine si dissipò presto
nell'animazione che le regnava d'intorno. Come da per tutto, ella era
sempre molto festeggiata, i giovanotti la corteggiavano, i mariti
lasciavano le mogli per fare i galanti con lei. Ella accoglieva i
complimenti di tutti, opponeva a tutti la stessa resistenza vivace,
agguerrita. Talvolta si sorprendeva a pensare a qualcuno di quegli
uomini: ve n'erano che le piacevano fisicamente, o per le doti dello
spirito: ella si rimproverava questi pensieri che accordava loro.
Amando un altro, essendosi data a lui, anima e corpo, per sempre, come
era possibile pensare ad altri, sia pure per un momento? La passione
non era dunque come aveva creduto, cieca, esclusiva; o era lei stessa
incapace di provarla, leggiera, volubile? No; ella amava Paolo, con
tutte le sue forze, ora molto più di prima. Prima era stato capriccio,
curiosità, attrattiva del frutto proibito, persuasione vendicatrice;
adesso ella si sentiva legata a lui, indissolubilmente, dal culto che
egli stesso le aveva votato, dalla gratitudine per la felicità che le
aveva fatto conoscere... Forse anche il bisogno di legittimare la sua
caduta esagerava la forza di quell'amore?... Perchè riconosceva ella
questo? Perchè scendeva in fondo alla sua coscienza ad esplorarne le
pieghe recondite!
Ella scopriva ora la differenza passante tra le cose imaginate e le
reali. Quella passione creduta ideale era cominciata male, non era
bastata una prima volta a salvaguardarla; adesso non le impediva di
trovare che v'erano altri uomini dai quali si sarebbe lasciata amare...
Era dunque veramente una perversa?... No. Ella riconosceva ancora che
qualche cosa di simile accadeva in tutti, che nel fondo del proprio
animo nessuno era quale appariva; che tanti istinti, tanti moventi,
tante idee, si nascondevano, si mascheravano... Non doveva accadere
lo stesso in Paolo? Nell'amore di lui non doveva entrare l'orgoglio di
averla fatta cadere, di vedersi additare come l'eroe d'un romanzo?...
Le riflessioni non duravano a lungo; la vita la riprendeva; ella
pensava che la vivacità della sua imaginazione, l'acutezza del suo
spirito erano le cause di quelle osservazioni un po' tristi. Che
importavano tutte quelle sottigliezze? Ella affermava la prepotenza
dell'amore, dell'ideale. Se pensava talvolta a qualche altro uomo,
ammetteva forse la possibilità di tradire l'assente? Avrebbe voluto
vedersi messa alla prova dalla seduzione in persona, da don Giovanni
redivivo, perchè rifulgesse la forza della propria costanza! Tradire
l'amato, adesso, le sarebbe parsa una infamia senza nessuna scusa. Egli
le scriveva delle lettere traboccanti di passione, di tenerezza, che
ella divorava, rileggeva due e tre volte, fino ad impararle a memoria,
assistendo così a tutta la sua vita, dimenticando coloro che le stavano
attorno.
Il cavaliere Augusto di Sant'Uberto, fra questi, era uno dei più
insistenti. Un elegante, un seduttore di professione, con una fama
di spadaccino, di duellista fortunato: lo spauracchio dei mariti.
Magro, alto, dagli occhi vivaci, dai mustacchi a punta, dalle mosse
eleganti; un ballerino consumato, compromettente. Le aveva mormorato
le prime frasi galanti durante una danza, tenendola stretta, facendole
sentire tutto il suo corpo, il peso d'uno sguardo divoratore. Ella
aveva evitato di guardarlo: uno scambio di sguardi, ballando a quel
modo, dopo quelle parole, poteva decidere il destino d'una donna! Le
sue qualità mondane, la sua reputazione di conquistatore lo rendevano
interessante per lei; ella non voleva però compromettersi, tanto più
che lo sapeva legato con la Rinardi, una sua nuova amicizia. Egli
tornava alla carica, e come trovava sempre la stessa resistenza, si
vendicava punzecchiandola, contraddicendola in ogni sua opinione; se
la vedeva con un romanzo in mano, se l'udiva ammirare la calma della
notte, lo stormire degli alberi, il chiaror della luna, canzonava con
insistenza il suo ideale poetico.
-- Volete dirmi con questo che voi comprendete il solo reale? Vi credo!
-- E voi andate dietro alle finzioni!
-- Se la verità è tanto brutta...
-- Che cosa ne sapete?
-- Purtroppo!
Ella si dava l'aria di una scettica, come se uscisse allora da un
inganno crudele; in secreto rideva di quella commedia. Sant'Uberto,
pigliandosi beffe di lei, le diceva che uno solo poteva comprenderla
in mezzo a quella società: l'avvocato Trovisani. Glie lo avevano
presentato alla -Trink-Halle-: un uomo sulla quarantina, un po' basso,
bruno, con una barbetta corta ma folta, con delle mani ben fatte,
delle quali era molto vano. Le stava spesso vicino, rispettosamente,
prevenendo i suoi desiderii, schierandosi sempre, ad ogni costo, dalla
sua parte, ogni volta che s'impegnava qualche discussione. Come per
alcuni giorni non si vide, Sant'Uberto le disse:
-- Sa che Trovisani la evita?... Ha detto: «Sento che quella donna mi
sarebbe fatale!»
-- Oh, Dio!
Malgrado lo trovasse un po' comico, e quantunque Sant'Uberto fosse
capace d'avere inventato lui quel motto, ella ne provò un senso
di piacere. L'avvocato tornò ad avvicinarla, a farle la sua corte
discreta. Ella lo credeva perfettamente innocuo, quando, un giorno che
erano andati a fare un'escursione alla -Civillina-, trovandosi solo con
lei, le afferrò una mano e si mise a baciargliela.
-- Trovisani, siete matto?
Tentava di liberarsi, con una voglia di ridere, tanto le pareva buffo.
Egli continuava, esclamando:
-- Vi amo! Vi adoro! Dovete esser mia...
-- Siete pazzo? Lasciatemi, o grido...
Riuscì finalmente a svincolarsi, raggiunse quegli altri; ma l'avventura
la fece pensare ai pericoli cui la sua posizione l'esponeva. Così,
tornò a Roma un po' prima del tempo stabilito con Paolo, scrivendogli
di venirla a raggiungere, di non lasciarla più sola... «È troppo eterna
questa separazione; non mi fido più di starmene lontano da te. Come
sono stati tristi, lunghi, interminabili, questi giorni di solitudine!
Tutto mi è parso vuoto ed inutile; trovandomi in mezzo alla gente,
ammirata, invidiata, pensavo: Che cosa sto a far qui? Per chi fo questa
toletta, per chi spendo queste cure?... Per nessuno, egli è lontano,
non può vedermi, i soli elogi suoi avrebbero un prezzo. O Paolo,
la vita senza di te è una cosa impossibile! Ritorna, affrettati, io
ti tendo le braccia, t'invoco...» Egli tardò ancora qualche giorno,
scusandosi in lunghissime lettere; ai primi di novembre finalmente fu
a Roma.
-- Perchè hai anticipato? -- le chiese, nella furia dei primi abbracci.
-- Ti annoiavi? Mi desideravi?
-- Quanto!... Quanto!... Almeno qui tutto mi parla di te; la tua figura,
il tuo ricordo è associato a tutto; ma lì... sola, in un albergo, in un
paese sconosciuto... e poi...
-- Che cosa?... Perchè questa reticenza?... Dimmi tutto!... -- E le
stringeva forte una mano, le figgeva, gli occhi negli occhi.
-- Nulla... non t'allarmare!...
Mentre gli riferiva l'avventura di Trovisani, egli s'arricciava
i baffi, si mordicchiava le labbra, esclamando tratto tratto:
«Buffone!... Buffone!...»
-- Non è vero?... Ci vuole del -toupet- ad aggredire così una
signora!... a credere di poterla prendere come una cameriera!...
Avesse almeno avuta qualche qualità dalla sua; fosse stato piacente,
simpatico...
-- E ve n'erano, di questi?
-- Ma.... sì.... qualcuno.... Sant'Uberto, per esempio...
-- T'ha fatta la corte anche lui?
-- Sai... me la fanno un po' tutti!
-- Che cosa ti ha detto?
Ella chinò il capo, diede dei buffetti alle pieghe della sua veste,
rispondendo:
-- Eh!... che mi trovava bella, elegante... che eclissavo tutte le
altre... che ballavo divinamente...
-- E tu, che cosa gli hai risposto?
-- Nulla; cosa volevi che rispondessi? Non gli davo retta... Dicono
tutti la stessa cosa!... Con una signora come me, poi, libera o che
si suppone tale, tutti si credono in dovere di fare i galanti, di
attaccare arditamente... Oramai, ci sono avvezza!
Egli disse, tornando a guardarla:
-- E ti piace, confessalo...
-- No, te lo giuro!... Mio Dio, i complimenti, gli elogi, la corte
elegante, sì, mi piace, mentirei se lo negassi... piace a tutte, stanne
pur sicuro, alle più rigide, alle più scrupolose; siamo fatte per
questo!... ma l'indiscrezione, le grossolanità, le brutalità...
-- Lo scopo però è tutt'uno...
-- Sì, certo... anzi, puoi dire che a quell'altro modo si raggiunge più
facilmente...
Allora egli osservò, con un sorriso forzato:
-- Vedo che calcoli tutto...
-- Come lo dici!... Credi che io pensi a colui?... Paolo, non lo
credere!... Te lo giuro, neppur per sogno!... Non ho detto per lui...
chi lo vedrà più?... Come vuoi che io pensi ad altri, quando sono piena
di te, tutta, unicamente?
-- Perchè hai detto questo, dunque?
-- Ma perchè è una cosa che ho pensata sempre, fin da quando ero con mio
marito... Pensavo che il rispetto, la discrezione, la corte poetica,
erano più pericolose... E tu credevi?... O Amore! Amore!
All'abbraccio, al bacio con cui suggellava la pace, successe un breve
silenzio. Egli chiese a un tratto:
-- Chi ti fece pensare a questo?
-- Ma... un po' tutti... quelli che mi stavano attorno, quelli che ti
nominai...
-- Ma, più specialmente?
-- Che cosa t'importa? Acqua passata!...
-- Non monta: lo vo' sapere...
-- Ebbene... Aldobrandi.
Per la seconda volta, ella abbassò gli occhi. L'altro insisteva:
-- Ti fece la corte?
-- Molto.
-- Discretamente?
-- Sì... da principio...
Egli s'era chinato su di lei, divorandola con lo sguardo, pendendo
dalle sue labbra.
-- E più tardi?... più tardi?
-- No, no... -- Nascondendosi il viso tra le mani, ella scongiurava: --
No... lasciami... non mi chieder nulla...
-- Lo vo' sapere... te ne prego!... non debbo saper tutto di te?
possiamo avere dei segreti l'uno per l'altro?... Poi, che cosa temi?...
Non mi conoscevi, allora!... Dimmi la verità, quell'uomo...
-- No, te lo giuro!...
E a mezze parole, più rispondendo alle domande di lui che non
narrando, gli aveva detta la diabolica perversione di quel seduttore,
l'oscura avventura da cui era cominciata la sua perdita. Spasimava,
tra il dovere di dir tutto, il resto, il tradimento meno scusabile,
e il terrore di perdere l'amore di lui, la sua stima; poichè già
una tristezza si dipingeva in volto all'amato, già i suoi sguardi
l'evitavano.
-- Hai visto? M'hai fatto soffrire, per soffrire tu stesso... Paolo! Che
hai?... Guardami, Paolo; dimmi che mi perdoni...
-- No; con qual diritto t'incolperei?
-- Grazie! grazie!... Tu sei generoso; t'amo per questo, specialmente
per questo!...
Egli disse ancora, guardandosi intorno, quasi trasognato:
-- Com'è accaduto stasera che abbiamo rimestate queste cose?
-- Mentre doveva essere una festa serena!... il giorno della nostra
riunione, il primo d'una serie infinita...
I bei giorni infatti tornarono, con la felicità di un tempo, le
dimostrazioni d'un amore che andava sempre crescendo, la fusione
completa delle loro esistenze. La delicatezza di cui Paolo aveva dato
prova l'incoraggiava a completare la confessione; oramai non aspettava
che l'opportunità. Però, quando parlavano delle donne che cadono, dei
giudizii severi che il mondo ne dà, ella gli chiedeva, guardandolo, un
po' triste:
-- Dimmi la verità: tu non mi disprezzi?
Egli le turava la bocca, esclamando:
-- Tu sei il vanto mio dolce! il mio orgoglio!... Vorrei mostrare
all'universo l'amore che ti porto...
-- Ma se non fossi tua? se sentissi parlar di me come d'una estranea?
-- E questo è possibile imaginarlo soltanto? se sono così pieno di
te!... No, povero Amore: fuor dell'amore tu non m'ispiri che una sola
cosa; una grande pietà...
-- Come sei buono!... Com'è bello, questo!
-- Poveretta!... Poverina!...
Allora ella sentivasi prendere da una più grande tenerezza; gli
nascondeva il viso sul petto, mormorando:
-- Sì, è dolce esser compianta da te!... Dimmi -poveretta-, se sapessi
che bene mi fa!...
Ah, nessun uomo valeva quanto lui! Egli la lasciava sempre libera, non
le chiedeva mai quel che aveva fatto in sua assenza, le dimostrava una
fiducia sempre più salda. Non la seguiva, anzi, come prima; non cercava
di vederla in presenza della gente, quando altri uomini le stavano
intorno. Questo però non le piaceva; ella lo voleva vicino, sempre,
sopratutto in cospetto del mondo.
-- Tu hai l'aria di sfuggirmi...
-- Ma no! ma no!
-- Lo so perchè fai questo: è per delicatezza, per provarmi che hai
fiducia in me...
-- Non c'è bisogno di provare ciò che non si mette in dubbio.
-- Grazie! Ma io voglio che tu mi segua dovunque...
-- Sarà fatto... era solo per evitare le maldicenze...
-- Oramai!... Dicano quel che vogliono!... Tu farai quel che dirò io?
-- Sempre!
-- Che cosa faresti per provarmi che mi vuoi bene?
-- Non so; morirei.
Ella sussurrava:
-- Ti danneresti per me?...
III.
Aveva bisogno di quel grande conforto: le piccole angustie, le
umiliazioni dolorose non le erano risparmiate. La Rinardi, che a
Recoaro aveva fatto l'amica, a Roma l'accolse freddamente, non le
restituì la visita. I Terraísi, venuti da Palermo a stabilirsi alla
capitale, fingevano di non riconoscerla!... Questi qui prendevano le
parti di suo marito, negavano che egli l'avesse maltrattata, dicevano
che ella aveva sempre avuto l'istinto della perdizione, che era fuggita
di casa per darsi alla vita allegra... La menzogna e la calunnia
la rivoltavano; l'ingratitudine non capiva nella sua mente. Delle
persone che si erano sedute alla sua tavola, che le avevano protestato
amicizia, adesso la trattavano così -- senza una ragione! Che cosa
aveva fatto loro? di che cosa avevano a lagnarsi tutte quelle che se
la prendevano con lei? Forse era l'invidia, il rancore di non poter
fare apertamente altrettanto! Malgrado quella persuasione, malgrado la
nessuna stima che aveva di quelle altre, la loro condotta l'addolorava,
l'offendeva; ella diceva a Paolo:
-- Bisogna, vedi, che tu mi ami molto, che tu compensi tutto quel che mi
manca... Non ho che te al mondo: i miei zii, mio nonno non mi vogliono
più vedere; mio figlio è bambino, quando sarà grande forse neppure mi
riconoscerà. Tu sei tutto per me!...
-- E tu dunque?
-- Sì; ma tu hai l'avvenire che ti sorride, uno scopo pratico che attira
tutta la tua attività: fuor dell'amore, che cosa resta a una povera
donna come me? Gli anni passano, sai...
Egli le turava la bocca, ella scuoteva un poco il capo. Aveva compiti
i trent'anni senza molta tristezza; l'avvicinarsi del trentunesimo la
colmava d'un'angoscia muta. Sentiva precipitare il corso del tempo; si
vedeva già a quaranta, vecchia, inutile, impossibile. Restava lunghe
ore allo specchio, guardandosi negli occhi, stirandosi le guancie,
esaminandosi i denti. Certe notti d'incubo, sognava che qualcuno le
cascasse a pezzi, infracidito; che gli altri intorno oscillassero nelle
gengive, vicini a cadere anch'essi, ed era un orrore, un terrore pazzo
che la svegliava, di scatto. Col giorno, l'incubo si dissipava, ella
pensava che adesso era veramente donna, che aveva dinanzi i lunghi anni
della maturità sana e forte; che gli uomini preferivano quelle dell'età
sua. E quando Paolo le rinnovava i suoi giuramenti, con un trasporto
veemente, scompigliandosi i capelli, stringendola fino a farle male, le
sue paure finivano in sorrisi silenziosi, in una compiacenza estasiata
dinanzi alla certezza che il proprio impero era ancora molto lontano
dal tramonto, che ella sarebbe stata ancora amata. Certe volte, non era
anzi lui che manifestava il timore di non esser più degno d'amore, di
perdere quella poca attrattiva che aveva potuto esercitar su di lei,
fin lì?
-- Son'io che invecchio; guarda: ho delle rughe profonde, dei capelli
bianchi...
-- Non è vero!
-- Sì, guarda bene: qui, attorno alle tempie... vedi?... avrò presto
tutte le tempie bianche, sarò presto tutto bianco... Allora non dirò
più nulla come uomo, potrò ispirare forse del rispetto, se non ti farò
paura...
-- Smetti!... tu non sai quel che dici!... Io ti vorrò sempre bene lo
stesso... E tu me ne vorrai altrettanto... Invecchieremo insieme, se
mai, e ci vorremo bene in un altro modo; che importa? Ricorderemo i
tempi passati, ci terremo sempre compagnia... tu mi porterai delle
ricette contro i reumi, io ti darò a baciare la mano... che non sarà
più come adesso, ma secca, ossuta, aggrinzita...
-- Taci, grulla: è impossibile!...
Ella tentennava un poco il capo, e le pareva d'avere degli occhiali
sul naso, una cuffia di merletti sui capelli bianchi. Altre volte, era
l'amato che evocava una diversa visione dell'avvenire:
-- No, io finirò prima di te, tu cesserai d'amarmi, ti accorgerai che
non sono degno dell'amor tuo...
-- Cattivo, perchè dici questo?
-- E mi lascerai, tornerai al tuo paese, non mi vedrai più... Allora,
non riceverai più di quelle lettere nelle quali io mettevo qualche cosa
dell'anima mia, non ti sentirai più mormorare le parole pazze che io ti
dicevo un tempo...
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