L'Illusione
Federico De Roberto
F. DE ROBERTO
L'Illusione
ROMANZO
-Terza Edizione-
MILANO
LIBRERIA EDITRICE GALLI
DI
C. CHIESA E F. GUINDANI
-Galleria V. E., 17-80-
1891
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Milano -- Stabilimento Tipografico Enrico Trevisini, Via Larga, 15.
PARTE PRIMA.
I.
-- Il nonno! Il nonno!... Arriva!... È qui!...
Lasciata a precipizio la finestra insieme con Lauretta, ella si
mise a correre per le stanze, gridò dinanzi all'uscio della mamma:
«È arrivato!... È qui!...» scappò a dare l'allarme alle persone di
servizio, e tornò verso la sala, chiamando:
-- Nonno!... Nonno!... Eccoci, nonno!...
Il nonno, seguìto dal portiere e dal facchino con le valigie, era
a mezza scala quando la vide scendergli incontro. Abbracciandola e
baciandola sulle due guancie, esclamò:
-- Teresa!... Come stai? come sta la mamma?...
-- Bene, nonno... tutti bene!... anche Lauretta.... Dov'è andata?...
To': eccola lì!
E scoppiò a ridere perchè la sorellina, rimasta indietro, ansimante,
cominciava appena allora a scendere i gradini, uno alla volta,
strettamente afferrata alle bacchette della ringhiera. Allora risalì di
corsa e traversò di nuovo la casa, gridando:
-- Mamma!... Ohè, mamma!... È qui!...
Come la mamma, un po' pallida, usciva dalla sua camera mezzo buia, le
si buttò addosso, con le braccia in aria:
-- Vieni anche te!... Fai presto! Eccolo, guarda!
E mentre il nonno, entrato, abbracciava la sua figliuola, lei gli
girava intorno, saltellando, tirandolo per le falde dell'abito,
rovesciando domande su domande:
-- Ma quando sei partito?... Quanti giorni sei stato per via?... Hai
avuto un bel viaggio?... Cosa si dice in quel brutto Milazzo?... Nonno,
ohè nonno!...
Tacque subito, quando lo udì chiedere, sottovoce:
-- Dov'è tuo marito?
-- È andato fuori....
Anche la mamma aveva risposto piano; tutti e due restarono un pezzo a
parlare in disparte, poi il nonno se ne andò in camera sua a disfare le
valigie, in mezzo a Lauretta che lo aiutava, seria e composta, ed a lei
che gli metteva sossopra ogni cosa, ricominciando a interrogarlo:
-- Nonno, da quanto tempo non venivi a Firenze?.. A questo Senato
non ci vuoi proprio andare?... Vai a Torino pel Senato? Ah, è bella
Firenze!... Io vo' star sempre nella mia bella città!... Senti una
cosa, nonno: a Milazzo non ci ritorno, di sicuro!...
-- Se ci tornano babbo e mamma, -- osservò Lauretta -- ci tornerai anche
te.
Il nonno smise di sistemare i suoi effetti per stampare dei baci sulle
guancie magroline della bimba.
-- Così parlano le ragazze a modo!... Queste son le nipotine che fanno
la gioia dei nonni!...
Ella scosse il capo, si mise un dito sul mento e guardò il nonno di
sottecchi.
-- Bravo, ed io non conto, eh?... E tu non vuoi sentirti chiamare -Bià-,
come ti dicevo quand'ero piccina?..
E il nonno si chinò ancora su di lei, la baciò in fronte, chiedendo con
un sorriso:
-- Adesso sei una donnina matura?
-- Ho dieci anni!
-- Vuol dire che è tempo di metter la testa a partito. Io so che ne hai
fatte delle tue, che hai dati dei dispiaceri alla mamma!...
-- Chi te l'ha detto?...
-- Lo so... che t'importa?... Non è vero, Matilde?
La mamma che entrava in quel momento, si strinse a fianco la bambina,
mormorando:
-- Sì, ma non ne darà più; l'ha promesso, l'ha giurato, questo amorino...
Entrò anche Miss, per riverire il barone, chinandosi tutta d'un pezzo,
come se avesse inghiottito il manico della granata, e per avvertire poi
alle piccine:
-- Maintenant, mademoiselles, c'est l'heure de votre leçon.
Laura quasi stava per seguirla, quando lei saltò su:
-- Ah, vous savez, Miss, aujourd'hui c'est fête... c'est l'arrivée de
grand-papa; on ne travaille pas!...
Si parlamentò un poco, fin quando, a maggior contento delle bambine,
Miss se ne tornò indietro mogia mogia. Il nonno, scavando in fondo alle
sue valigie, ne trasse due puppattole, grandi, vestite di tutto punto,
alla cui vista Lauretta giunse le mani e lei ricominciò a saltare.
Adesso, mentre con la sorella si rifugiava in un cantuccio a prender
possesso dei regali, il nonno e la mamma parlavano un'altra volta fra
loro. Tratto tratto, lei alzava il capo, guardando da quella parte;
si udiva il nonno che borbottava: «Ci penserò io!... Avrà da fare con
me!...» e la mamma rispondeva: «No, no, per carità...» portando poi
il suo fazzoletto agli occhi. Come il babbo rincasò, Stefana venne a
prendere le bambine e le condusse via.
-- Cos'ha il nonno col babbo, che non l'ha neppur salutato?... -- domandò
lei alla cameriera.
-- Nulla, che dovrebbe avere?...
Però, a desinare il babbo non comparve, e la mamma, cogli occhi rossi,
non toccò quasi niente. Solo il nonno parlava per tutti, narrava delle
cose di Milazzo, diceva delle burlette guardando sua figlia, chiedeva
conto a Miss dei progressi delle sue allieve. Miss prodigava elogi a
Laura che otteneva sempre dieci punti nel dettato; ma per la sorella
maggiore faceva delle riserve:
-- Elle ne veut pas étudier, elle manque de suite. Et c'est bien
dommage, car elle aurait du talent... Monsieur le baron devrait lui
dire de songer un peu moins à sa toilette...
-- Come se un bel giorno non t'apparirà il diavolo, a furia di guardar
nello specchio!...
-- Già!... -- protestava lei, con un'aria d'incredulità non molto sicura.
-- Davvero!
Ella buttò indietro, con una rapida scossa del capo, la massa dei suoi
capelli d'oro, ripetendo:
-- Già, a me non la date a intendere!...
Ma alzatosi di tavola, il nonno andò a chiudersi in camera con la
mamma, intanto che Stefana metteva a letto le bambine. Ella chiese
ancora:
-- Dov'è il babbo? Perchè non ha desinato in casa?
-- Avea un invito...
-- Proprio oggi che arrivava il nonno!...
Ella scuoteva il capo, non bene persuasa; ma recitando le preghiere
della sera, cacciandosi sotto le lenzuola, pensava ridendo alla festa
che sarebbe cominciata con la presenza del nonno. Era molto tempo che
se ne stava lontano, dall'ultima volta che avevano lasciato Milazzo;
ma ella non rammentava bene questo. Le avrebbe fatte divertire, lui
che giuocava con loro come un ragazzo, che le contentava in ogni cosa!
La mamma era stata tanto di cattivo umore! e il babbo! Una volta, non
sapeva dove, li aveva uditi che si bisticciavano; il babbo gridava, la
mamma scoppiava in pianto: rammentava l'abbraccio fitto che le aveva
dato, scorgendola.
Ma anche il domani, e gli altri giorni che restava a casa, il babbo
non parlava con nessuno, sgridava terribilmente le persone di servizio,
non rispondeva nemmeno alle carezze delle figliuole. La mamma non volle
andare a passeggio, la domenica; diceva di sentirsi poco bene, ma non
si metteva a letto. Inutilmente, mentre la carrozza aspettava sotto il
portone, lei insisteva:
-- Mammina, vieni anche te!... Non è giusto, sai, lasciar solo il tuo
babbo adesso che è con noi!.. Guarda: tu metterai l'abito -mauve-,
quello che ti sta tanto bene... Nonno, sapessi com'è bella la mamma con
quella toletta!... Vieni dunque, mammina!...
La mamma invece la pregava di non insistere, e esse andarono sole col
nonno. Andarono alle Cascine, dove c'erano tante belle carrozze, tanti
signori a cavallo; e lei, composta come una damina, col piccolo busto
eretto, gli sguardi brillanti dal piacere, spiegava tratto tratto:
-- Guarda, nonno, quella lì è la Treggiani; la conosci? Quell'altre due
sono le sorelle Lorenzetti: una è maritata col marchese Bicci e l'altra
con Martinari... Tò, guarda il babbo!..
Il babbo, a cavallo, stava fermo vicino a una -victoria-, a discorrere
con una signora elegantissima, che aveva delle perle enormi alle
orecchie e rideva mostrando i denti più bianchi delle perle. Il nonno
si voltò bruscamente dall'altra parte, ella tacque un poco. Poi, come
passavano altre carrozze, riprese:
-- La principessa Roskoff... Non mi piace punto com'è vestita, oggi!...
Quella è la Giacomelli, sai, la signora che ha i più bei brillanti
di Firenze... ma io non li ho visti... La mamma non vuole andar mai a
teatro!... Nonno, tu ci condurrai?... Di' la verità: un passeggio come
questo a Milazzo non lo sognano neppure!...
Ma come la sorellina tossicchiava un poco, il nonno diè l'ordine di
tornare a casa; e lì, intanto che la svestivano, lei enumerava un'altra
volta, per la mamma, tutte le carrozze che aveva incontrate, descriveva
le più belle tolette, criticava le brutte.
-- Sai, c'era anche il babbo...
Però non aggiunse altro, vedendo che la mamma chinava gli occhi. E
quando il babbo rientrò anche lui, s'udirono delle voci aspre, si
vedeva il nonno passare da una stanza ad un'altra, su tutte le furie --
e Stefana veniva ancora a portar vie le bambine.
-- Sono in collera, il babbo e il nonno... -- notava lei. -- E anche la
mamma... Non dice niente, ma le dànno dispiaceri... io me ne accorgo
bene!...
Certi altri giorni, invece, pareva che tutti avessero fatto pace: il
desinare era animato, il babbo discorreva, la mamma sorrideva un poco,
le diceva di mettersi al piano. Lei cominciava a suonare qualcuno dei
pezzi meglio studiati; ma, giunta ai passaggi complicati, s'impuntava,
sbuffava, si dimenava sulla seggiola; intanto che Miss, con la sua voce
pacata che era un'altra disperazione, ammoniva:
-- Faites attention, mademoiselle... recommencez, s'il vous plait.
Ella tornava da capo, ma ad un nuovo imbroglio si lasciava scivolare
dallo sgabello, buttando indietro i suoi capelli.
-- Assez, maintenant!...
E cedeva il posto a Lauretta che eseguiva gli esercizii a puntino,
senza sbagliare una nota, e si guadagnava tutti i baci e tutte le
carezze.
-- Questo si chiama studiare!... Perchè non studii anche te come tua
sorella?
Ancora tutta fremente per l'irritazione che le difficoltà incontrate le
avevano messa, dalla sua poltrona dove se ne stava sdraiata sbattendo
le gambe, ella esclamava, sorridendo sul punto di piangere:
-- Eh, studio anch'io... ma le dita non ci vanno!.. cosa posso farci?...
Io vorrei saper suonare senza perder tanto tempo!...
Alcune volte veniva il conte Rossi, il loro padron di casa, tanto
amico del babbo: un bel giovane, il più bel giovane di tutta Firenze.
Allora ella provava una grande soggezione; se egli la guardava, se la
carezzava, si sentiva tutta rimescolare; e non voleva esser trattata
come una bambina in sua presenza. Il babbo andava via col conte; ella
gli chiedeva, piano:
-- Dove vai, babbo, a teatro?... Conduci anche noi!.
-- Un'altra sera...
E la mamma tornava ad avere l'umor nero, si chiudeva in camera, non
voleva veder gente. Certi giorni, come venivano delle visite, il
portiere aveva ordine di riferire che la signora non riceveva, e
lei, dietro la finestra, guardava con rammarico le belle carrozze
riluccicanti tornarsene indietro.
-- La -calèche- della marchesa Castelli... la -victoria- della
Santamarta...
Durante le lezioni, mentre Miss correggeva il dettato francese, o
assegnava la traduzione inglese, o spiegava la geografia, se udivasi
uno scalpitar di cavalli padronali, ella s'alzava, correva a vedere.
-- Thérèse!... -- esclamava Miss.
-- Me voici...
-- Je voudrais savoir qui vous a appris ça?... Vous n'aurez pas de
dessert, ce soir...
Ella alzava le spalle, mormorando: «Je m'en moque!» E prima di desinare
faceva tante moine al nonno, che il castigo finiva per esser condonato.
-- Mi secca, sai, quella vecchia!... Perchè lei è vecchia, crede che
tutte debbano essere a un modo...
-- Ma no, che non è vecchia.
-- A quarant'anni suonati?... Allora, cos'è, una ragazzina?... E poi
brutta, nonno!... Io non le posso soffrire le persone brutte!... Per
mia fortuna, ho un babbo e una mamma che sono tanto belli!... Sai, la
mamma, quando passa per le vie, le persone si voltano a guardarla....
io me ne accorgo!... E il babbo, quando monta a cavallo, com'è
elegante!... Non ti pare, nonno?...
Il nonno evitava di rispondere. Ella riprendeva:
-- Hai viste le signore che vanno a cavallo?.. A Milazzo non se ne
incontra!... Come stanno bene!... Quando sarò grande, voglio andare a
cavallo anch'io...
Allora il nonno cominciava un predicozzo: bisognava avere il capo ad
altro, allo studio, alle cose serie, prendere esempio da Laura; ma sul
più bello ella lo interrompeva:
-- Va bene, va bene, nonno; hai ragione, studierò di più; ma Laura,
vedi, è fatta a un altro modo, si secca ad andar fuori, a veder gente;
tutt'al contrario di me... A me piace il passeggio, la società, il
teatro... Nonno, non par vero: da tanto che siamo tornati a Firenze,
non m'hanno condotta una sola volta a teatro!...
E come finalmente il nonno, per farla contenta, le annunziò che aveva
preso un palco al Niccolini, pel -Crispino e la comare-, ella si mise
a ballare per le stanze, ridendo, battendo le mani:
-- Lauretta, a teatro!... andremo a teatro!... C'è il palco: fila
seconda, numero nove... Gioia, verrai anche te!... vedrai che bellezza!
Si stringeva al petto la sorellina, le stampava dei baci fragorosi
sulle guancie, ed esclamava, tutta sola, saltarellando:
-- Fila seconda, numero nove!... Fila seconda, numero nove! -- Poi
correva dalla mamma, le chiedeva: -- Quale veste metterò?... La bianca o
la celeste?... La bianca è un po' antica, ma non mi sta meglio?... Eh,
cosa ne dici?... Proviamo?
Tutto il giorno, il pensiero di quello svago le impedì di far nulla,
di star ferma due minuti di seguito; andata fuori con Miss, non
aveva occhi che pei cartelloni annunzianti lo spettacolo; ma quando
rincasarono e chiese alla mamma se aveva preparato il suo abito, il
nonno, che era lì, rispose brusco, con una voce che non gli conosceva
ancora:
-- Andate via, non si va a nessun posto.
Ella lo guardò un poco, corrugando le sopracciglia, battendo un piede;
e appena fuori di quella camera, si cavò il cappello, lo buttò per
terra, si mise a strappare la veste, pallida e muta. Stefana, accorsa,
tentava di calmarla; ella gridava, coi denti stretti, respingendola
bruscamente:
-- Va' via, sai!... va' via...
-- Tua madre, Teresa!... non le dare un altro dispiacere...
-- Esci, ti dico!...
E andò a chiudersi nella sua cameretta. Stefana la seguiva, picchiava
all'uscio, insistendo:
-- Teresa!.. Teresina! Non esser cattiva!.. apri!.. ascolta, ho da dirti
una cosa...
Ella non rispondeva. Poi s'udì un passo e la voce del nonno, terribile,
che gridava:
-- Apri!
E come ella non rispondeva ancora, un urto violento dischiuse l'uscio.
Il nonno, rosso in viso, coi pugni stretti, le s'avanzò incontro,
gridando:
-- Anche tu?... Siete tutti di una razza?...
Ella indietreggiò, dalla paura; ma ad un tratto la mamma entrò di
corsa, se la prese in braccio, se la strinse al petto, furiosamente,
mormorando con voce rotta:
-- Teresa!... Teresa!... figlia mia!...
-- Mamma!... oh, mamma!...
E il suo rancore finì in pianto disperato. I singhiozzi le scuotevano
il petto, le squarciavano la gola, le torcevano le labbra, e grosse,
cocenti, le lacrime solcavano le sue guancie infiammate.
-- Figlia mia!... Teresina mia!... La tua mamma!... Non piangere, no; mi
fai male!... Sii buona; basta, adesso!
Ella tentava di articolare una sillaba che si perdeva nel brivido
sibilante dei singhiozzi; e scuoteva il capo, sconsolatamente, come
per dire che tutto, che tutto era inutile. Ora la mamma, sedutasi,
l'adagiava sulle sue ginocchia, la stringeva al seno, la cullava,
mormorando parole di conforto, interrotte da carezze e da baci; e a
poco a poco la tempesta si sedava, le lacrime cessavano di scorrere, i
singhiozzi si facevano più rari, si mutavano in grossi sospiri.
-- Non più, adesso.... Figlia mia, figlia mia cara! Aspetta, asciùgati
gli occhi.... Bambina mia bizzosa! Tu non farai più questo, un'altra
volta, non è vero? -- ella, con un moto del capo, assentiva. -- Vedi come
indovino? come conosco quel che hai nel tuo cuoricino?... Adesso, dimmi
che mi vuoi bene...
-- Tanto, mamma!...
-- Quanto mi vuoi bene?
Ella cercava un poco; poi, alzati gli occhi:
-- Quanto il cielo.
-- Cara!... Cara!... Adesso andiamo dal nonno; vieni a domandargli
perdono....
Ella doveva aver fatto molto dispiacere ai parenti, perchè, anche dopo
la pace, la mamma continuava a piangere; e il nonno andava di su e di
giù per la casa, borbottando cose che non si capivano, poi tornava a
chiudersi in camera con sua figlia; e il babbo non si vedeva, nè quel
giorno nè il domani.
-- O il babbo dov'è?
Non le rispondevano; solo Stefana le disse, una sera:
-- È partito... Aveva da fare, a Palermo....
E un bel giorno la casa fu messa sottosopra: armadii spalancati dai
quali cavavano biancheria e vestiti; bauli, valigie e sacchi da notte
che si andavano colmando di roba; mobili che i facchini venivano a
caricarsi sulle spalle e portavano via.
-- Che cosa fanno? -- chiese a Stefana.
-- Si parte anche noi, si torna a Milazzo.
Ella rimase, dallo stupore. E perchè a Milazzo? Cosa volevano farci?
C'era già il babbo?... Le domande le morivano sulle labbra, vedendo il
viso patito della mamma, che non aveva animo di levarsi dalla poltrona,
e la cera del nonno così minacciosa, come s'ei fosse sul punto di
picchiare qualcuno. Ella guardava le finestre del conte Rossi, che
erano dirimpetto alle loro, nella corte; e si sentiva stringere il
cuore, pensando che non lo avrebbe più riveduto. Prima che partissero,
egli venne a salutarli: era un pomeriggio scuro, il conte parlava piano
col nonno; quando s'alzò, baciò la mano alla mamma. A lei, dette un
bacio sulle guancie; ne restò come stordita.
La casa adesso era vuota: restavano i letti e le seggiole; e i bauli
ingombravano la sala. Miss le conduceva fuori, e lei si guardava
intorno, leggeva il nome delle vie, i cartelli delle botteghe,
chiedendo:
-- Est-ce que nous ne reviendrons plus à Florence?
-- Je ne sais pas.
Il giorno della partenza, la sua povera mamma stava così male, che
dovettero reggerla nel discendere le scale e nel salire in carrozza.
Lei sporgeva il capo dallo sportello per vedere la sfilata delle case,
delle vie, delle piazze, per salutare la sua bella città, col cuore
stretto, con una gran voglia di piangere. E dal finestrino del treno
che si metteva in movimento, stendeva un braccio, apriva e chiudeva la
mano, esclamando:
-- Addio, Firenze!... Arrivederci....
II.
Era tanto più piccolo e più brutto, Milazzo! Dal vapore, si scorgeva il
mucchio delle case sotto il Castello, la passeggiata della Marina -- una
Marina per ridere, dopo quella di Napoli! -- il porto senza bastimenti,
le case basse e povere. Per le vie, niente folla, niente carrozze,
niente negozii rilucenti: le piazze vuote, tranne la fontana del
Carmine, colla statua di Mercurio che aveva una cintura di latta. San
Giacomo faceva pietà, dopo Santa Maria del Fiore, e quando uno arrivava
dai Mulini all'Ospedale, aveva bell'e traversato il paese da una parte
all'altra.
Con la mamma quasi sempre a letto, col nonno che non pareva più quello
di prima, ora bisognava vedersi sempre dinanzi il muso lungo di Miss,
udire i suoi borbottii di eterna malcontenta. Il solo viso allegro
era quello di Stefana, che le voleva bene come un'altra mamma. «Ti
tenni in braccia io per la prima, quando venisti al mondo!» le diceva,
mettendosela ancora a sedere sulle ginocchia, malgrado cominciasse a
pesare. Ed era lei che osava tener testa a Miss se questa la sgridava,
che dimostrava al barone il torto della governante o compensava di
nascosto i castighi irrevocabili. Quando le toglievano il -dessert-,
Stefana glie ne dava, senza farne accorgere nessuno, una porzione
doppia di quella che le sarebbe toccata; quando la condannavano a
desinar fuori di tavola, desinavano insieme, tutt'e due sole, con
più gusto, con maggiore appetito; tanto che appena Miss infliggeva un
castigo, lei le rispondeva, per farla arrabbiare, con un bell'inchino:
-- Merci! Vous m'obligez, vraiment....
Nei primi tempi, ella chiedeva spesso a Stefana notizie del babbo;
la donna rispondeva che era in viaggio, o che stava poco bene, o
che aveva da fare; a poco a poco ella finiva per non notare la sua
assenza, per dimenticare la sua figura. La mamma non ne parlava mai,
non parlava quasi di niente; si metteva accanto le bambine, carezzando
lungamente i loro capelli, ascoltando il loro chiacchierio, e certe
volte, sull'imbrunire, quando non avevano ancora portato il lume, delle
lacrime le luccicavano sulle guancie.
Se avessero potuto dormire nella sua stessa camera, come quand'erano
più piccine! Lei aveva adesso una cameretta tutta per sè; e di
giorno era una festa, chiudervisi dentro, disporre ogni cosa come le
talentava: trascinare più qua il tavolino da studio, spingere più là
una seggiola, rovistare nelle cassette del canterano, un mobiletto
piccolino, bellino, che era il suo orgoglio. Ma quando calava la sera,
e lei pensava alla notte che doveva passar lì dentro, sola, con un
filo di luce del lampadino messo nel corridoio per illuminare anche
la camera di Miss, aveva paura e dimenticava l'antipatia ispiratale
dalla governante, invidiando Lauretta che le dormiva accosto. Era
brutta la notte, il buio, il silenzio. Per questo, malgrado le fosse
stato proibito dal nonno, Stefana veniva a tenerle compagnia nelle
prime ore della sera, discorrendo di tante cose: com'era stato che il
nonno l'aveva presa al suo servizio, quante volte aveva rifiutato di
maritarsi per restar sempre in quella casa; oppure le narrava delle
fiabe dove i figliuoli dei re morivano d'amore, lontani dalle Belle,
e le cercavano girando il mondo, sfidando maghi, giganti, serpenti,
leoni, la fame, la sete e le tempeste per liberarle, per distruggere i
malefizii operati dalle streghe. Se le regine non accordavano in moglie
ai principini le ragazze ch'essi volevano, i poveretti deperivano a
vista d'occhio, non mangiavano più, si struggevano a lento fuoco, si
riducevano in fin di vita: tutti i cortigiani piangevano, i popoli
erano in lutto, i medici ammattivano, i maghi non sapevano che cosa
escogitare; e a un tratto, appena le Belle si presentavano, essi
guarivano come per miracolo.
Ella sbarrava gli occhi, immobile, incantata; e quando una fiaba
finiva, ne domandava un'altra, e poi un'altra ancora, finchè il sonno
non s'aggravava sulle sue ciglia. Quando la credeva addormentata,
Stefana se ne andava in punta di piedi, come camminando sulle uova; ma
tante volte lei era desta ancora, con tutte quelle avventure nel capo;
e durante la notte, svegliandosi a un tratto, sussultava, spalancava
gli occhi, impaurita dalle grandi ombre proiettate dal lampadino posto
per terra, dalle brutte forme che prendevano le vesti floscie sulle
seggiole. Allora le fiabe narrate a veglia, invece di distrarla,
accrescevano il suo spavento: le -Mamme Draghe-, gli eremiti colle
barbe bianche fino ai piedi, gli uomini selvaggi, le teste di Turchi
che appariscono quando le ragazze vanno a cogliere ramolacci, il
diavolo che chiamavano -Cugino-, parevano s'affacciassero dall'uscio,
ed ella non ardiva voltarsi contro il muro, per vedere almeno quel
che avveniva nella camera. Poi, dalla parte del muro, col letto che vi
era addossato, non poteva sorger nessuno, e così ella aveva le spalle
sicure -- giacchè la sua gran paura era che entrassero delle persone a
rubarla, a portarla via, imbavagliandola, legandole mani e piedi. Ella
aveva nell'orecchio il ritornello d'una fiaba, la predizione insistente
e minacciosa che diceva: «Viene la morte con l'anche storte...» e
quest'idea di morire l'agghiacciava nel suo lettuccio, le serrava la
gola, le faceva battere i denti. Col giorno, ombre e paure svanivano;
e che gioia quando, appena aperti gli occhi, la luce penetrante
tra le fessure delle imposte la colpiva! Ma che seccatura, anche,
quand'era Miss che veniva a destarla, una, due, tre volte, finchè
non le tirava giù le coperte! Aveva una sveglia nella testa, colei?
Alle sette d'inverno, alle cinque d'estate, era sempre in piedi, come
una sentinella! E non c'era caso che accordasse mai cinque minuti di
dilazione! Ella se ne vendicava pigliandosela con l'Irlanda, il paese
dove quella vecchia era nata, o cantarellando nel camerino di toletta,
come i monelli delle vie, sull'aria -la donna è mobile-:
-- La vecchia insipida,
Il legno fradicio....
-- Teresa! -- ammoniva Stefana, che l'aiutava a vestirsi.
-- Cosa vuoi te, adesso? Non posso neppur cantare?
-- Le signorine non cantano di queste cose!
-- O bella!... La vecchia insipida: che c'è di male?
Non la poteva soffrire, con le sue eterne ammonizioni, coi rimproveri
continui perchè il quaderno del dettato non era pulito, perchè le
divisioni erano sbagliate, perchè i nomi della storia sacra non
le restavano in mente. Lei si seccava a studiare quelle cose: come
volevano sentirlo? A cosa doveva servirle la divisione, quando sarebbe
stata grande? I conti li avrebbe dati a fare ad un altro; non era ricca
e nobile abbastanza? Suo padre era il conte Uzeda, suo nonno era il
barone senatore Palmi! E Stefana le diceva bene che il nonno avrebbe
date tutte le sue ricchezze a lei ed a Lauretta, perchè l'altra sua
figlia, la zia di Palermo, non aveva figliuoli.
Era questa zia di Palermo, la zia Carlotta, che mandava gli abiti
alle nipotine; e quando arrivavano le casse, lei non dava più retta
a nessuno, provandosi e riprovandosi le vesticciole, i cappellini,
le scarpette; guardandosi in tutti gli specchi, chiedendo il giudizio
d'ogni persona, dalla mamma al portiere. Venivano anche gli abiti per
la mamma, che neppur li guardava; peccato, dei begli abiti di velluto e
di raso, pieni di trine, di nastri, di guarnizioni d'ogni specie; dei
cappelli colle grandi piume attorcigliate, con dei mazzi di fiori che
pareva si potessero spiccare! La mamma non usciva quasi mai di casa; e
la domenica, per la messa, o quando doveva far qualche visita, o andare
alla Badia, dalla zia Serafina, la monaca sorella del nonno, si metteva
la prima veste che capitava e spesso lo scialle in capo.
Pensando a un tempo lontano, quando era proprio piccolina, e non
sapeva nemmeno dove fosse, se a Firenze o a Palermo o chi sa dove,
lei rammentava le lunghe tolette della mamma: la vedeva dinanzi allo
specchio assestarsi la veste ai fianchi, metter le buccole sfolgoranti
alle orecchie voltandosi di profilo, avvolgersi il capo in una gran
fascia ricamata per andare al ballo o al teatro. E quando non c'era
nessuno, lei stessa fermavasi dinanzi al grande specchio dell'armadio,
e lì, con una tovaglia da faccia, cercava di avvolgersi il capo al
modo della sua mamma; oppure si stringeva i gomiti contro i fianchi,
salutando a destra e a sinistra, come rammentava di averla vista
salutare, in carrozza.
-- Thérèse, qu'est-ce que vous faites-là?
Ella sussultava alla voce fredda di Miss, e avvampava in viso.
-- Je ne fais rien du tout!... vous le voyez bien, n'est-ce pas?
Era proprio una noia, doversela trovare sempre fra i piedi tutto il
giorno, in casa e fuori! Ma a passeggio, almeno, unendosi con le amiche
e gli amici, lasciandola indietro con le altre cameriere, si godeva
d'una certa libertà. Erano a San Papino le passeggiate favorite, pei
campi verdi seminati di margheritine, sulla spiaggia fatta di ciottoli
che cominciavano grossi come il pugno, divenivano a poco a poco piccoli
e candidi, o bizzarramente venati, come confetti, e finivano in sabbia
minutissima, che il mare lambiva quetamente, o assaltava, certi giorni,
mugghiando e spumeggiando. Non finiva mai, quella spiaggia, partendo
dalla Tonnara e girando lontano lontano fino a Patti, alle montagne di
Tindari e al Capo d'Orlando, con le isole di Lipari in faccia; il sole
vi moriva, non vi si scorgeva anima vivente per ore ed ore, e la notte,
dicevano, certuni avean visto vagolarvi delle fiammelle: le anime dei
soldati morti nella battaglia del Sessanta e seppelliti lì, dentro
grandi fosse, tutti insieme.... I ragazzi si sparpagliavano di qua e
di là, intanto che le grandi sedevano per terra, in crocchio, sotto
gli ombrellini o dietro una barca tirata a secco; e si rincorrevano,
facevano raccolta di ciottolini, inseguivano le farfalle venute dai
campi e smarrite in quel deserto. Niccolino Francia stava sempre vicino
a lei, la guidava fino al velo d'acqua che s'avanzava o si ritraeva
sulla sabbia fine; certe volte le faceva una gran paura, piantandola
lì e fingendo di tornarsene di corsa dov'eran quegli altri, che non si
scorgevano neppure.
-- Sì, sì!... -- le urlava, vedendola affondare penosamente sulla sabbia.
-- Raggiungimi, se puoi...
Come faceva quel diavolo a correre sui ciottoli? Lei si sentiva
incatenata pei piedi, faceva degli sforzi enormi per cavarli da
quell'ammasso di sassolini scricchiolanti, col vento del mare che le
fischiava alle orecchie, con una paura terribile di restar perduta in
quella spiaggia, ma senza chiamare aiuto, perchè le sarebbe parsa una
viltà.
-- Bravo! Bravissimo! Spiritoso!... -- diceva soltanto al compagno,
ironicamente, com'egli tornava a raggiungerla. -- Cosa credi, di farmi
paura?...
Ma, trafelata, col cuore che le batteva ancora forte, si lasciava
cadere per terra, su quel letto nettissimo di ciottoli bianchi,
buttandosi sulle spalle, con l'abituale gesto del capo, i capelli
scomposti. Niccolino le si metteva accanto e allora parlavano di quel
che avrebbero fatto, quando sarebbero stati grandi.
-- Io andrò via da Milazzo... -- diceva lei -- Credi che voglia
invecchiare qui dentro?... Voglio andare a Firenze, dove son nata, o
almeno almeno in una gran città, dove c'è tanta gente, di bei passeggi,
tanti teatri... A teatro si va dopo il primo atto, per eleganza, lo
sai?
Niccolino la prendeva per la vita, la stringeva, l'obbligava a
stargli a braccio, come marito e moglie. Certe volte lei lasciava
fare, certe altre gli si ribellava, cercava di svincolarsi, e allora
lui, prepotente, cogli occhi rossi e i denti stretti, l'afferrava,
le si buttava addosso; poi si rabboniva, diventava tutto carezze, fin
quando una voce che per l'immensità della spiaggia parea lontanissima
chiamava:
-- Teresa!... Ragazzi!...
Un'altra passeggiata, più bella ma più rara, si faceva su al Castello,
col Maggiore, che era amico del nonno e conduceva anche i suoi figli.
Si entrava dalla gran porta addossata a un torrione, e si traversavano
degli archi, una galleria tutto buia dove la sciabola del Comandante
sbatteva con fracasso, fino alla grande spianata erbosa dove sorgeva
l'antica cattedrale: una gran chiesa con la cupola, ma abbandonata,
cadente, una rovina. Non c'eran porte agli usci, nè vetri alle
finestre, nè imagini agli altari: i muri sforacchiati dalle bombe, il
pavimento sfossicato, le lastre delle sepolture rotte o strappate: nel
Sessanta, i soldati se n'erano serviti come di tavole da pranzo! Dietro
l'altar maggiore si vedeva una gran fossa ed una scala terrosa, da cui
si andava in un sotterraneo: le lucertole vi stavano di casa. Uscendo
dalla cattedrale, salivasi ancora, alla fortezza più vecchia, sulle cui
mura altissime luccicavano le baionette delle sentinelle; ed ella era
tutta fiera vedendo i soldati presentare le armi al Comandante che la
teneva per mano. Egli le mostrava la -Batteria tedesca-, le polveriere,
la buca da cui s'andava al passaggio secreto che metteva fuori del
Castello, sotto terra; poi si traversavano altri archi con uno scudo di
marmo in cima, fino alla torre del parafulmine, dove si perdeva quasi
l'aria, tanto era alta. Alla discesa, i bambini scappavano innanzi di
corsa, si disperdevano verso gli spalti di tramontana, i più belli:
affacciandosi dalle feritoie slabbrate, si vedevano i muri precipitare
a picco, sui campi verdeggianti, -- e dei condannati chiusi nel bagno
eran fuggiti una volta da quella parte, legando una corda fatta di
lenzuola alle grate della finestra; ma come la corda non arrivava fino
al suolo, s'eran buttati giù, spezzandosi le gambe, restando per terra
fin quando i carcerieri li avevano ripresi. Sullo spigolo di una delle
torri si vedeva un disegno curioso, che pareva una specie di grossa
mosca; e il figlio del Comandante spiegava che era il segnale per
riconoscere il punto più debole della fortezza. Doveva esser bella,
quand'era piena di cannoni e di soldati! Adesso ce n'erano pochi,
dei cannoni; l'erba cresceva tra le feritoie, accanto alle lapidi di
marmo incastrate nei muri, e non s'udiva altro che la voce del vento
sempre fischiante a quell'altezza. V'erano dei vecchi artiglieri, e dei
soldati, per custodire i galeotti del bagno; e i bambini passavano di
lì, prima d'uscire: una grata dinanzi a una porta grande, dietro alla
quale si vedevano i condannati dalle faccie scialbe. Ella aveva paura,
non li poteva guardare, si sentiva venir male, e Niccolino glie lo
faceva apposta: cercava di trattenerla, additava i visi più tristi:
-- Guarda quello lì, che spavento!... Stanotte scappa, per venirti a
rubare...
Si andava anche al Capo, in carrozza: una via che si svolgeva come un
nastro fra le vigne e gli uliveti, col mare a destra e a sinistra,
fino alla casa bianca della Lanterna, da cui si vedevano tutte le
altre isole dell'arcipelago che da San Papino non si potevano scorgere
-- dei buchi scuri all'orizzonte -- e le onde che mordevano le basi
della roccia. Quella era una via che facevano spesso, in autunno e
in primavera, perchè lì, al Capo, c'era la -Rocca-, una proprietà del
nonno, con la casina di villeggiatura, dove il dottor Russo li mandava
per la mamma e per Lauretta che aveva sempre qualche cosa: o la tosse,
o le glandole gonfie, o degli sfoghi sulla pelle, tanto che bisognava
sempre misurarle delle cucchiaiate di sciroppi, delle prese di ferro,
dei mezzi bicchieri di misture. La piccina sopportava tutto in pace,
senza lagnarsi, obbedendo in ogni cosa, non trascurando per questo le
sue lezioni, levandosi sempre alla stessa ora, malgrado il permesso
accordatole dal nonno di restare a letto un poco più a lungo.
-- Vedi tua sorella? -- dicevano a lei.
-- La vedo, sì... ma che posso farci?... Io sono a un'altra maniera!...
Per questo non era gelosa degli elogi che tutti prodigavano a Laura,
anzi riconosceva per la prima che li meritava. Però, talvolta, se la
sorellina per eccesso di zelo faceva andare a monte un divertimento già
stabilito; se, alla proposta di uno svago, rispondeva che per conto suo
preferiva restare in casa, lei entrava in una sorda irritazione, e a
voce bassa, concitata, la colmava per tutto un giorno di male parole:
-- Sgobbona! Mummia!... Ti dispiace veder divertirsi gli altri?... Cosa
vuoi diventare, una dottoressa?... Bestia! sgobbona!...
Addirittura malvagia, certe altre volte la canzonava per le sue
infermità, chiedendole se le nocciole le erano rimaste in gola quando
le vedeva il collo gonfio, o paragonandola ad un mantice se l'udiva
tossire. La collera finiva in grandi scoppii di pianto; inginocchiata
dinanzi alla sorella, le chiedeva un perdono che le era subito
accordato, le prodigava tutte le sue carezze, voleva essere la sua
infermiera, la sua protettrice -- come le diceva la mamma.
Poi quei propositi svanivano, se si parlava d'una scampagnata, d'una
gita in barca, d'un divertimento del quale la sorellina non poteva
prender la sua parte. Il nonno le rimproverava il suo egoismo, non
voleva lasciarla andar sola; allora la mamma intercedeva per lei;
bastava che gli dicesse una sola parola per ottenerle tutto. Se anche
gli avesse detto di buttarsi dal Castello, lui si sarebbe buttato. Era
matto per quella figliuola; bisognava vederlo quando la sua malattia
s'aggravava: tutto il giorno accanto a lei, a curarla, a cercare di
svagarla, raccontando delle storie, leggendole dei libri, facendole
vedere le figure dei vecchi giornali illustrati.
Dai discorsi che Stefana le teneva, tra una fiaba e l'altra, quando
aspettava di vederla addormentata, lei aveva capito che quella malattia
era una malattia prodotta dai dispiaceri: per questo credeva che
fosse una cosa da nulla. Però la mamma era molto patita, mangiava
pochissimo, non si fidava di far nulla, tante volte restava a letto
intere giornate. Quando le due sorelline fecero la prima comunione,
volle vestirle ella stessa, s'ostinò ad accompagnarle in chiesa;
abbracciandole, dicendo loro: «Figlie mie sante!...», aveva gli occhi
rossi, e tremava. Tornò a mettersi a letto, il dottore veniva adesso
mattina e sera, e un giorno la zia Serafina lasciò il convento, col
permesso della Madre Badessa, per aiutare il nonno che da solo non
riusciva a dirigere la casa. Anche le lezioni di Miss furono sospese;
ma senza saper bene perchè, lei non trovava nessun piacere in quella
vacanza. Dopo un pezzo arrivò anche la zia Carlotta da Palermo, con suo
marito; ma non fu neppur quella una festa; avevano tutti una cera così
triste! Solo la mamma, dal fondo del suo letto, sorrideva al suo babbo
ed alle sue figlie.
Un giorno, mentre facevano colazione, la zia Carlotta venne a dire a
Miss di vestir le bambine.
-- Perchè, zia?... Dove si va?
La zia non rispose, ma il cocchiere aveva già attaccato: si andava al
Capo. Veniva anche la mamma?
Prima d'andar via, le condussero nella camera dell'ammalata, che
riposava, cogli occhi socchiusi; il nonno e la monaca stavano ai due
lati del capezzale; la zia Carlotta teneva la fronte appoggiata alla
spalliera del letto.
Ella sentì sollevarsi per le ascelle dallo zio, che disse:
-- Bambina, bacia la mano a tua madre.
Baciò la mano bianca e fredda che usciva fuor del lenzuolo; ma il cuore
le si chiudeva, perchè i baci alla sua mamma li aveva dati sempre in
viso. Non parlava nessuno.
Quando furono in carrozza, con Miss e lo zio, ella chiese
improvvisamente:
-- Che cos'ha la mamma?
-- Nulla, bambina... Sai bene, soffre un poco...
-- Allora perchè la lasciamo?
-- Andiamo innanzi; poi verranno gli altri.
Arrivati al Capo, tutta la gente di campagna circondò lo zio, e la
moglie del fattore le condusse in casa. Era una giornata bella quanto
mai, con un'aria così chiara che, dalla terrazza, Stromboli e Panaria
quasi si toccavano con mano, ed anche il piccolo scoglio di Basiluzzo
si scorgeva come un sassolino in mezzo al mare. Giù in giardino c'era
un gran caldo e un gran silenzio; s'udiva il ronzare degli insetti che
pareva il mormorio d'un discorso lontano. Sul tardi arrivò il portiere
da Milazzo; appena lo vide apparire dietro il cancello, gli gridò:
-- Vengono gli altri? Come sta la mamma?
Il portiere rispose soltanto, alzando un braccio, con una voce di
spavento:
-- Signorina!... Signorina!... -- ed entrò correndo.
Allora lei comprese una cosa: che la sua mamma moriva. Non chiamò
gente, non si mise nulla in capo: così com'era, uscì dal giardino
per tornarsene in città. Avrebbe trovata la via, bastava andar sempre
diritto, fino al Castello; di lì sarebbe scesa subito a casa.
La polvere che sollevavano le sue scarpe l'acciecava, due contadine che
si tiravano dietro un asino carico di legna si fermarono a guardarla.
Ella affrettò il passo; ad un tratto si udì chiamare:
-- Signorina, dove andate?
Era il fratello del fattore che saliva dalla Croce. Gli rispose:
-- Passeggio un poco, fino alla chiesa.
-- Tornate a casa, signorina!... Venite con me!..
Come quell'uomo la prese per mano, tentò svincolarsi; egli la sollevò
fra le braccia. Allora, dibattendosi furiosamente, scoppiò in tal
pianto che si sentì vuotare. Le parve che tutte le cose girassero, poi
la prese un gran freddo e non vide più nulla.
Quando riaprì gli occhi, Stefana la teneva fra le braccia, piangendo;
si udivano i singhiozzi convulsivi di Lauretta nelle braccia di Miss.
-- La mamma! Voglio veder la mamma...
Fece ancora per fuggire; Stefana la strinse tutta al petto, mormorando:
-- Figlia mia! Povera figlia! La mamma è con la Madonnina santa, lassù
in paradiso!...
III.
Degli abiti neri per tutti, la casa che parea vuota dopo la partenza
degli zii di Palermo e il ritorno della zia monaca alla Badia -- e le
visite degli amici e dei conoscenti che si succedevano tutto il giorno
nel salotto buio. Una volta, ella aveva udito il nonno che mormorava a
uno di questi amici, parlando delle sue nipotine: «Povere bimbe, esse
non sanno quel che hanno perduto!» Lei avrebbe voluto dirgli: «Sì che
lo so, nonno!...» Ella vedeva la sua mamma tutte le notti in sogno, che
le parlava, che le accarezzava i capelli, che se la stringeva al petto.
Svegliandosi, si diceva per un poco, col cuore allargato da una gioia
infinita: «Ma dunque non è morta!...» poi vedeva le sue vesticciole
nere, e restava muta, cogli occhi fissi in un punto, senza muoversi,
fin quando Miss o Stefana non venivano a chiamarla.
Però, a poco a poco, quei sogni si fecero più rari, non tornarono più.
Adesso si ricominciava ad andar fuori, anche per la povera Lauretta che
stava peggio dopo quel gran dolore. Andavano ancora sulla spiaggia di
San Papino, alla Tonnara, al Castello; ma passando da San Francesco di
Paola tutte facevano il segno della croce e recitavano delle preghiere,
perchè la povera mamma era sepolta lì.
La chiesa era stata fabbricata dallo stesso Santo, tante centinaia
d'anni addietro; anzi egli aveva operato un gran miracolo stirando
una trave che non era lunga abbastanza: in mezzo agli affreschi del
soffitto avevano lasciato una gran fessura dalla quale si scorgeva quel
legno miracoloso. Il pavimento era tutto ricoperto di lapidi, ma lei
girava intorno ad esse, col terrore di camminare sui morti, e arrivata
dinanzi a quella della mamma, cadeva in ginocchio, a mani giunte. Come
restava un giorno ammalata tutte le volte che vi andava, finirono per
non condurvela più.
Quella disgrazia le fece ricordare il suo babbo: la sera chiedeva
spesso a Stefana:
-- Perchè non è venuto anche lui?... Gli hanno detto che la povera mamma
non c'è più?... Non ha scritto al nonno?...
-- Non so...
-- E adesso dov'è?
-- A Palermo.
Un giorno, dalla loggia del giardino, udì il portiere e il cuoco
che discorrevano; parlavano del -conte-, il cuoco diceva: «Sua
moglie dev'essere contenta!... Se aspettavano, non c'era bisogno del
divorzio!...» Ella pensò un pezzo a questo; poi se ne dimenticò.
Il nonno era adesso più buono di prima, riversava il suo affetto sulle
nipotine, le conduceva ogni giorno con sè, in campagna, al -Gelso-,
una gran proprietà comprata da poco, nella pianura, dove piantava
un vigneto. Quando fu pronto il villino che aveva fatto costrurre
sul palmento, andarono lì invece che al Capo. Fu così allegra la
prima vendemmia: tanta gente che andava e veniva ogni giorno, i
grandi fuochi che accendevano sull'imbrunire, i canti e i balli delle
contadine! Vicino a quella loro proprietà, ce n'era una dei Giuntini,
che avevano una figliuola, Bianca. Com'era bella! Alta quanto una
signorina, coi capelli più neri dell'inchiostro, il viso pallido, gli
occhi profondi! Ella sentiva battere il suo cuore più forte al solo
vederla, le stava dinanzi con una secreta soggezione, provava per
lei lo stesso turbamento che rammentava di aver provato, a Firenze,
pel conte Rossi. In breve divenne sua amica, e l'imitava nel modo di
parlare e di muoversi. La prima volta che la baciò in viso si sentì
tutta rimescolare. Invidiava il suo pallore così distinto, le sue vesti
lunghe; e la voleva tutta per sè. Di ritorno a Milazzo, nel vederla con
altre, credeva d'esser trascurata da lei; allora le si mostrava fredda,
faceva la sostenuta; ma appena l'amica la prendeva per mano, il suo
rigore finiva.
Bianca possedeva dei piccoli monili più belli dei suoi; un giorno
che lo disse al nonno, egli le fece vedere quelli della povera mamma.
Restò abbarbagliata. Quante perle! Quanti brillanti! Ella si provava
gli anelli, faceva scattare le molle dei bracciali, versava le collane
da una mano all'altra come piccole cascate, e assediava il nonno di
domande sul nome di certe gemme che non aveva mai visto, sulle figure
dei cammei, sulla composizione degli smalti. Pensare che tutte quelle
bellezze erano metà sue e metà di Lauretta!
Però la sorellina non istava bene, non si divertiva a giuocare cogli
altri ragazzi, e malgrado le sgridate del nonno, studiava da mattina
a sera, a tavolino od al pianoforte, fino a riammalarsi. Un giorno vi
fu una gran novità; si parlava di andare a Palermo dalla zia Carlotta,
che li aveva invitati. Il nonno non voleva lasciar la casa nè mandarle
sole; ella si mise a scongiurarlo a mani giunte perchè dicesse di sì.
Alla Badia, una volta, lo udì parlare piano ma irritato con la zia
monaca, che gli diceva: «Infine, è loro padre...» Si parlava certo del
babbo.
Come il viaggio fu deciso, Miss cominciò a fare i bauli. Il nonno le
accompagnò sul vapore per raccomandarle al capitano: un uomo lungo
e magro con una barba ispida, che scese lui stesso sotto coperta per
scegliere la più bella cabina. Quando suonò la campana ed ella ebbe
finito di salutare il nonno che se ne tornava a terra, il comandante le
disse:
-- Signorina, vuol salire sul ponte con me?
Diventò tutta rossa; era la prima volta che un uomo le dava del -lei-.
Che festa, quel viaggio! Il capitano lasciava ad ogni tratto il suo
da fare per venire a chiedere a Miss se aveva bisogno di nulla, per
accarezzare le ragazze, per condurle con lui nel suo camerino, dove
offriva loro dei dolci, dei liquori, e mostrava degli strumenti,
le fotografie di tanti altri piroscafi, delle scatolette di sandalo
intagliato che mandavano un odore così buono. Ogni tanto ella l'udiva
dire a Miss, parlando di lei: «Che amore di bimba!... che bellezza!...»
Ella fingeva di non udire, gettava indietro i suoi capelli, guardava da
un'altra parte e assediava di domande il timoniere, credendo di veder
da per tutto Monte Pellegrino. Quando finalmente apparve e i passeggeri
si prepararono a sbarcare, il capitano venne a salutare la governante:
regalò una scatolina di sandalo a Laura ed un'altra a lei stessa,
dicendo:
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000