Ermanno Raeli
Federico De Roberto
F. DE ROBERTO
ERMANNO RAELI
RACCONTO
MILANO
LIBRERIA EDITRICE GALLI
DI
CHIESA & GUINDANI
LIPSIA e VIENNA, F. A. Brockhaus--BERLINO, A. Asher e C.
PARIGI, Veuve Boyveau--NAPOLI, Ernesto Anfossi
1889
ERMANNO RAELI
La discussione, quella sera, come tutte le volte che nessun profano
veniva a turbare il libero corso delle nostre grandiose fantasmagorie,
aveva finito per aggirarsi intorno al problema del destino, alla
misteriosa potenza che regola le azioni umane e che, attirandoci con
magnifiche lusinghe, ci precipita nella più profonda ed incurabile
miseria. Tutti convenivano nel considerare la felicità come una
chimera; però, mentre qualcuno sosteneva che il dolore è condizione
fatale dell'esistenza; che, qualunque cosa gli uomini facciano, esso
si trova alla fine di tutto, qualche altro affermava che se noi non
siamo sodisfatti è quasi sempre perchè cerchiamo la nostra
sodisfazione dove non possiamo trovarla.
Allora, il ricordo di una tragica storia fu evocato in sostegno di
quest'ultima tesi, secondo la quale la felicità sarebbe impossibile
relativamente, per effetto d'un errore d'indirizzo, e non in un senso
disperatamente assoluto.
Ma, poichè l'errore è universale ed eterno; poichè, ammessa
l'esistenza della felicità, tutti la proseguono per vie che se ne
discostano, non potrebbe darsi che le due tesi apparentemente distinte
si fondessero in una, e che fosse un assai magro conforto quello
derivante dalla fede in qualche cosa che nessuno consegue?...
I.
Ermanno Raeli era rimasto orfano a ventun anno. Figlio di un siciliano
e d'una tedesca, i tratti caratteristici delle due razze si mostravano
curiosamente commisti nella sua persona e nella sua personalità. I
suoi grandi occhi azzurri, d'una purissima trasparenza cristallina,
facevano uno strano contrasto coi capelli di un nero intenso,
profondo, notturno, di un nero come difficilmente si vede l'uguale;
sulla carnagione pallida del suo viso fiorivano le labbra un po'
grosse, sporgenti, vivide, delle vere labbra di arabo; alla fisonomia
espressiva, dai mobili lineamenti, su cui si leggeva nettamente il
pensiero, si opponeva una voce fredda, rara, povera d'intonazioni; e
con una statura piuttosto piccola e forte, il suo incesso era lento,
incerto, quasi vagante. Tutt'insieme, senza che egli potesse chiamarsi
bello nel senso volgare della parola, spirava una grande simpatia ed
un grande interesse; vederlo una volta bastava per non dimenticarlo
più.
Ma la persona morale pagava caramente i vantaggi che l'individuo
fisico doveva alla curiosa mescolanza delle due razze. Per quanto
diversi, i due tipi avevano pur dovuto fondersi e riplasmarsi in un
unico stampo; i due temperamenti persistevano intatti e divisi nella
nuova coscienza, esponendola a un dissidio continuo e irrimediabile.
Egli aveva come un doppio -io-, sentiva in due modi diversi,
vagheggiava due opposti ideali, e al momento dell'azione non riusciva
a decidersi. Si potrebbero riferire molti sintomi di tale
complicazione psichica; basterà qualcuno per tutti. Bambino, egli
aveva appreso dalla viva voce del padre e della madre l'italiano e il
tedesco; più tardi, ne aveva fatto uno studio regolare, riuscendo a
conoscerli entrambi; ma non era intanto padrone nè dell'uno nè
dell'altro. Nella sua conversazione non c'erano di quelle frasi, di
quelle espressioni, di quei modi di dire che sono come la notazione
permanente delle idee e dei sentimenti di tutto un popolo. Pochissime
volte accadeva di sentirgli citar dei proverbii; intendo i proverbii
che corrono sulle bocche dei popolani e dei contadini, in cui si
riassume la filosofia d'una razza, non quelli ogni giorno ripetuti nei
discorsi convenzionali ed incolori delle classi più colte. Di qui, una
difficoltà di rendere con evidenza molte impressioni, di definire
precisamente molte idee, e sopratutto una mancanza di carattere, di
-significazione- nel suo dire. Da un'altra parte, la mezza padronanza
che egli aveva delle due lingue, lo metteva spesso in un grave
imbarazzo; le due espressioni diverse, i due diversi giri di frase gli
si presentavano contemporaneamente, in modo che spesso il suo italiano
aveva un sapore tutto tedesco e il suo tedesco un'andatura
assolutamente italiana. Questo faceva sorridere la gente; egli ne
soffriva. In mezzo a un discorso, gli accadeva talvolta di arrestarsi,
interdetto; cercando, esaurendosi in tentativi infruttuosi per
esprimere chiaramente, non solo agli altri, ma anche a sè stesso ciò
che egli pensava in un modo vago, indeterminato, si potrebbe dire
algebrico. E a quel modo che, spesso, in una circostanza sollecitante
all'azione, egli non sapeva risolversi per un partito, spesso ancora,
dovendo tradurre il proprio pensiero, non riusciva a concretarlo in
una formola esatta. Ma, se le alternative a cui era esposto dalla
duplicità della sua natura riuscivano a ritardare i suoi atti
mantenendolo in una specie di -libertà d'indifferenza-: allorquando
l'equilibrio si rompeva egli portava nella risoluzione una foga che
era come la rivincita della volontà lungamente compressa; talchè la
contradizione non era soltanto in lui nella qualità delle tendenze,
tra l'idealismo sognatore e il misticismo fantastico che gli venivano
dalla madre e il senso del reale, la vivace energia dell'indole
paterna, ma anche nella dinamica morale, tra l'atonia e i parossismi
di cui subiva l'avvicendarsi.
Queste sterilizzanti contradizioni iniziali furono ben tosto
esasperate dalla sua educazione intellettuale. Amato in un modo
esclusivo dai suoi, e specialmente dalla madre, che aveva come la
divinazione della sua irrequieta debolezza, non fu neppure discussa
l'idea di metterlo in collegio, e i riguardi dovuti alla sua salute,
malferma e cagionevole fino alla adolescenza, contribuirono ad
accrescere e forse ad esagerare la naturale indulgenza dei genitori.
Poi sopravvenne la malattia della signora Raeli, lunga, penosa, per la
quale tutta la famiglia dovè peregrinare in cerca di cieli miti e di
acque salutari, che non giovarono a nulla; poi i lunghi giorni passati
nello stupore e nel cordoglio, con l'imagine della morta vagante per
la casa silenziosa; poi ancora il colpo di fulmine che portò via il
padre; talchè, nell'età in cui egli entrava, solo, nella vita, Ermanno
Raeli aveva appena una superficiale ed imparaticcia cultura. Ma a
quelle stesse circostanze che avevano impedito alla sua mente di
agguerrirsi alla disciplina di studii seri, egli doveva una grande
esperienza sentimentale. A ciascun lutto che gli aveva allagata
l'anima di nerezza, egli s'era ripiegato su sè stesso, aveva misurata
la vanità degli affidamenti umani, apprezzata tutta la dolorosa
precarietà dell'esistenza ed angosciosamente domandata una soluzione
all'enimma della Vita. Così, quando s'accorse della propria ignoranza
e si diede febbrilmente a ripararvi, intraprese ogni genere di studii,
ma abbracciò di preferenza quelli dai quali si riprometteva una
risposta ai quesiti che gli stavano a cuore.
Nella biblioteca che egli veniva formando, le opere filosofiche
tennero ben presto il primo posto. Per sua stessa confessione, nessun
romanzo gli aveva destato tanto interesse, nessun libro era stato da
lui letto con tanta ansiosa avidità, come l'-Etica-, la -Fenomenologia
dello spirito-, la -Critica della ragione pura-, il -Mondo come
rappresentazione e come volontà- o la -Filosofia dell'Incosciente-. Al
pari del Taine, egli avrebbe potuto dire: «Ho letto Hegel, tutti i
giorni, durante un anno intero, in provincia; è probabile che non
riceverò mai più delle impressioni eguali a quelle che egli mi ha
procurate.»
Era stata un'esaltazione senza misura; egli aveva dimenticato il mondo
circostante e sè stesso, per immedesimarsi, per confondersi nello
spirito dei suoi autori, affascinato dalla grandiosità degli orizzonti
che essi gli avevano schiusi. A quella luce di spirito, egli si vide
rivelato ai proprii occhi; le tendenze alla contemplazione,
all'astrazione, che gli venivano dall'indole materna, presero uno
straordinario sviluppo, e la sua vocazione parve fermamente stabilita:
egli avrebbe dedicate tutte le forze del suo ingegno allo studio della
natura umana e dei fini dell'universo. Una grande disillusione lo
aspettava...
Il pensiero è come quei farmaci potenti, modificatori salutari ma
terribili veleni ad un tempo, che solo una lenta e graduale
assuefazione è capace di rendere tollerabili. Se l'erpetico che si
sottopone alla cura arsenicale assorbisse per la prima volta la dose a
cui arriva in capo a qualche mese di progressivo accrescimento, gli
effetti più disastrosi sarebbero a temersi. Qualche cosa di simile
avvenne in Ermanno Raeli, a quell'improvvisa iniziazione filosofica. I
metodi scolastici, contro i quali si rivolgono critiche frequenti ed
acerbe, hanno questo di buono, che preparano e disciplinano.
Un'accorta ginnastica intellettuale permette di arrivare, senza
sensibile sforzo, alle concezioni più ardue; i principii imbevuti, si
può dire, col latte non si abiurano mai completamente e permettono di
superare la crise di scetticismo che presto o tardi scoppia nelle
giovani coscienze. In Ermanno, la mancanza d'un'adeguata e razionale
preparazione; l'aver cominciato a studiar tardi, da solo e tutto in
una volta, con l'aggravante di una naturale tendenza ad esaurire ogni
ordine di idee, a spingere fino agli ultimi limiti l'analisi,
produssero una vera ubbriacatura, uno stordimento morboso, ed una
conseguente incapacità ad arrestarsi ad una conclusione concreta...
L'opera degli umili maestri non è così appariscente come quella degli
oracoli dello spirito, il cui verbo essi spiegano e commentano; ma è
forse più utile; poichè, in mezzo al laberinto dei sistemi
contradittorii essi offrono una guida ed un appoggio. Imbevuto tutt'ad
un tratto di questi sistemi; ammettendo, a volta a volta, la
legittimità di ciascuno; confuso ed impotente però dinanzi al dissidio
scoppiante fra l'uno e l'altro, Ermanno, che aveva cominciato con
l'ansietà, finì con la saturazione e con il disgusto. Egli aveva avuta
l'ambizione di trovare una personale soluzione al problema
dell'esistenza; ma, a misura che approfondiva le proprie indagini, a
misura che accumulava i materiali coi quali costruire, egli si
accorgeva della loro irriducibile eterogeneità. Dapertutto vedeva
contrasti ed antinomie; a ben guardarci, non si scopriva forse che
tutto aveva un lato di vero, ma che tutto aveva ancora un lato di
falso? A che cosa credere allora?... A tutto ed a niente... In questa
conclusione d'un pirronismo progredito e sapiente, pessimistica
malgrado l'apparente facilità di contentatura che essa suppone, egli
si era finalmente ridotto. L'incapacità di rispondere ai problemi che
egli s'era proposto: ecco l'unica risposta che era riuscito a
trovare...
Fu verso quel tempo che io lo conobbi. Scrivevo allora, qualche volta,
in una rassegna letteraria messa su da giovani con grandi speranze e
poi miseramente scomparsa. Un giorno mi capitò fra mano un saggio,
senza nome di autore, intitolato -Filosofia del subbiettivo-. Lo
sfogliai, non lo nascondo, con un sentimento ostile; ma dovetti tosto
ricredermi. Le idee non erano molto connesse, la forma riusciva penosa
a furia di tormentature e di contorsioni, la lingua era zeppa di
neologismi e di frasi tolte di peso dal tedesco; ma dietro tutto ciò
si sentiva il pensiero e l'erudizione. In breve, l'idea dell'autore
era questa: l'unico campo del nostro studio, l'unico oggetto che noi
abbiamo a nostra portata, siamo noi stessi; il mondo non è che un
miraggio della nostra coscienza: non corriamo dunque dietro
all'illusione, afferriamoci alla realtà, penetriamo nei recessi più
intimi dell'-io- e seguiamovi l'elaborazione di tutti i concetti a
cui, prestando dapprima una autonomia puramente formale, crediamo più
tardi come a realità esteriori e indipendenti.
Scrissi un articolo su quel saggio, non discutendo le idee
dell'autore, ma riesponendole in poche parole e dimostrando tutta la
simpatia che quello spirito così serio m'aveva destata. Qualche giorno
dopo, ricevetti la visita di Ermanno Raeli. Me ne ricordo come se
fosse ieri. Mi trovavo all'ufficio della rassegna, in un chiaro
pomeriggio di settembre, e quando Ermanno comparve sull'uscio dove si
proiettava la luce irrompente dall'aperta finestra, non vidi che i
suoi occhi, quegli occhi intensamente turchini, un vero spiraglio di
cielo purissimo. Egli veniva a ringraziarmi dell'attenzione accordata
al suo opuscolo e della simpatia colla quale avevo penetrato i suoi
intendimenti, mentre sarebbe stato molto più facile--soggiunse--e
molto più tentatore il combatterli.
Un'istintiva affinità, uno di quegl'impulsi di cui non riesciamo a
darci ragione, ma a cui non possiamo sottrarci, mi portava verso di
lui. Gli ripetei quanto pensavo del suo lavoro, e a poco a poco la
conversazione si annodò. La sua voce era un po' monotona, l'accento
quasi cupo, ma in fondo a quell'apparente freddezza s'indovinava una
grande sincerità, una confidenza assoluta. Uscimmo insieme e non
ricordo più quali vie tenemmo. La folla era scomparsa ai nostri occhi,
ingolfati come eravamo in piena metafisica, lontani da ogni realtà che
non fosse ideale, felici di comprenderci interamente ed ansiosi di
leggere sempre più addentro in noi stessi.
Come il sole declinava, ci trovammo al Giardino Inglese, a quell'ora
quasi deserto. Sedemmo sopra un banco assaporando la dolcezza del
riposo, dell'ombra, del silenzio, in quel luogo... Poi si riprese a
discorrere, ma a salti, con delle pause in cui ciascuno seguiva per
suo conto un filo di idee svolgentesi da una parola buttata lì, spesso
a caso. Gli parlai di letteratura e gli chiesi se non avesse nulla
composto. Mi risposo di no. Non stimava degna d'aspirazione che la
poesia, «la grande arte,» ma lo spirito di critica gli dimostrava
ch'essa era morta, o per lo meno spostata; gl'impediva di tentare di
conseguirla. Ciò nondimeno, ammirava i poeti francesi contemporanei,
nei quali trovava una squisita finitezza di forma e un'assoluta
modernità di contenuto. Preferiva a tutti il Baudelaire, del quale
sapeva a memoria moltissimi componimenti, e con voce leggermente
tremante e curiosamente cadenzata, recitò le -Armonie della Sera-:
Voici venir les temps où vibrant sur sa tige
Chaque fleur s'évapore ainsi qu'un encensoir...
Quel richiamo alla primavera mentre la brezza vespertina faceva
rabbrividire il fogliame dei platani che incominciava ad incresparsi
d'oro, quella precoce tristezza d'accento in un giovane che
s'affacciava appena alla vita, formavano dei contrasti così intimi e
dolorosi che io sentii, mio malgrado, stringermi il cuore. «Ci
rivedremo?» gli chiesi, quando fummo per separarci. «Al mio ritorno,»
rispose; «parto domani per Napoli.»
Qualche tempo dopo egli mi confessò che quella partenza era stata un
pretesto per evitarmi. L'impressione lasciatagli da quella comunione
spirituale era stata così forte, il piacere risentito così raro e
delicato, che egli aveva avuto paura di sciuparne il ricordo nella
indifferenza o nell'impaccio di un nuovo incontro. Se per un raffinato
istinto di civetteria egli avesse voluto rafforzare la seduzione
esercitata sul mio spirito, nessun artifizio gli sarebbe meglio
riuscito. Pensai a lui, continuamente; ricordando certi segni
caratteristici, ero sicuro di essermi imbattuto in un tipo
eccezionale, la cui eccezionalità consisteva nello incontro molto raro
di certe tendenze isolatamente frequenti--per ciò stesso interessante
a studiare. Fu quindi con raddoppiata simpatia che io lo rividi e che
potei controllare l'esattezza delle mie induzioni. A poco a poco,
riuscii a conquistare la sua intimità, a leggere in quell'anima ed a
comprendere il suo modo d'essere e di sentire.
Ciò che egli aveva detto, sulle intenzioni poetiche di cui si sentiva
pieno e sulla inattitudine all'esecuzione, aveva particolarmente
attirata la mia attenzione; quando lo ebbi conosciuto, potei studiare
a fondo quel caso curioso d'impotenza artistica. La visione era in lui
di una potenza straordinaria, l'emozione che ne risentiva finiva per
essere puerile a furia d'intensità; soltanto, quando tentava di
rivestir d'una forma il suo concetto, egli sentiva talmente
l'inevitabile disproporzione, da provarne una vera vergogna. Tutti gli
artisti, i più forti, i più felici, conoscono questo pentimento di
sfiducia dinanzi all'inconseguibile perfezione dell'ideale presente
alla fantasia; avrebbe quindi potuto darsi che lo scontento di Ermanno
dipendesse da una eccessiva scrupolosità di coscienza. Ma per grande
che fosse la mia disposizione ad incoraggiarlo, fui costretto a
riconoscere ch'egli aveva ragione di dubitare di sè.
Ricordo uno dei suoi poemetti più accarezzati: -Le Tenebre-. Esso era
d'un'ispirazione molto fuor del comune. Al cadere d'un giorno,
l'orizzonte appariva tutto sanguinoso, come se il sole fosse per
morire svenato. Il mare era una pozza grumosa ed una pioggia di stille
rossiccie fendeva il cielo silenziosamente. Poi la notte cadeva sulla
faccia dell'abisso: una notte cieca, così profonda che l'orrore si
impadroniva degli uomini e li cacciava, a turbe, sulle alture, dove
aspettavano il primo raggio del nuovo giorno. Ma il tempo prefisso
passava, e, in alto, in basso, da per tutto la spaventevole oscurità
continuava a regnare. Gli uomini tentavano di vincerla, intorno alle
loro dimore, con tutti i loro poveri mezzi; ma, questi non avevano più
efficacia, le fiamme non irraggiavano più, erano delle macchie
rossastre sul nero universale. Allora, quella disperata umanità
formicolante nella notte senza fine, si rivelava quella che era
originalmente: un branco animalesco cui l'istinto solo era norma;
tutte le ipocrisie, tutte le menzogne cadevano; gli esseri si
combattevano, si dilaniavano, si uccidevano: per ogni dove la forza
bruta, la fame sorda, la rapina selvaggia.... E come, dopo un tempo
immemorabile, un primo fioco barlume spuntava all'Oriente, tutti
quegli esseri si buttavano a faccia a terra, e con le cresciute unghie
si mettevano a scavare disperatamente, per nascondersi, per fuggire
l'orribile luce... Questa visione apocalittica che dava i brividi a
Ermanno, diventava, nelle sue terzine italiane, troppo scialba, troppo
fredda, troppo paziente. Più egli vi lavorava, più il fantasma gli
sfuggiva. Così, un altro componimento, molto più breve, -La scatola di
Norimberga-, gli era stato suggerito dalla vista delle campagne etnee
durante un'eruzione. Era un fanciullo che, cavando dalla sua scatola
degli alberelli, delle casuccie verdi, delle siepi di cartone, una
montagna di sughero, componeva un paesaggio accidentato, con dei
piani, delle valli, dei paesetti. Poi, quando quella sua graziosissima
natura era composta, vi nascondeva, qua e là, delle bricciche di pane,
e la popolava di formiche che salivano e scendevano faticosamente in
traccia del raro alimento. Poi, accendeva uno zolfanello e appiccava
il fuoco a un lembo della carta; e il fuoco serpeggiava incenerendo
gli alberi, investendo le case, mettendo lo scompiglio nel popolo
dello formiche come impazzate. Poi finalmente dava un calcio al tavolo
su cui il suo giuoco era disposto e mandava tutto per aria. Vi erano
delle reminiscenze heiniane, un tentativo di umorismo in questi versi
tedeschi; essi irritavano l'autore per la loro povertà. Egli avrebbe
voluto fare dei capolavori; ma se anche ne avesse fatti, li avrebbe
dichiarati delle miserie.
Dietro un olivo Venere la bionda
Sul berillo del ciel languida splende,
Piove dall'alto una pace profonda,
Il carbonar la sua catasta incende.
Piove dall'alto una pace profonda,
Un vel trapunto sul cielo si stende;
Della cicala tra l'oscura fronda
Solo il verso monotono s'intende.
Tra un nugolo di polvere la greggia
Si riduce all'ovile, i mandriani
Scagliano sassi a un branco che indietreggia;
Scodinzolando vigilano i cani
E nel clamore dei belati echeggia
Come un accento di lamenti umani.
Qualche volta, come in questa -Sera-, egli raggiungeva una certa
efficacia di forma; ma era un disgusto che lo prendeva per il meschino
risultato di tanta energia, di tanta commozione interiore...
Heine, gioconda larva innanzi a un teschio ròso,
Leopardi, eco triste, gemito lungo e stanco,
Baudelaire, erta sfinge con le catene al fianco,
Shelley, lampeggiamento sopra un mar tempestoso;
Quando, oppressa dal peso di mille ambascie, langue
L'anima e vi domanda un istante di pace,
È la vostra parola come morsa tenace
Che soffoca, che stringe fino al gocciar del sangue.
Quando mille punture sottili, dispietate,
Fan l'anima bersaglio, invece d'un usbergo
Son lancie i vostri detti, che dinanzi, da tergo,
Si conficcano ovunque, fitte ed avvelenate.
Quando l'esulcerata anima vi domanda
Una stilla soltanto d'un balsamo leniente,
Son le vostre parole pioggia d'olio bollente
Che stride, ed esacerba la piaga miseranda.
Sa tutto questo l'animo. Anch'esso il naufragato
Esperta ha l'amarezza delle azzurre distese,
Pure alla colma mano reca le labbra accese.
Così bevo io l'onda del canto disperato.
I soggetti dei versi di Ermanno Raeli, raccolti sotto il titolo
generale di -Flemme e Fiamme-, erano molti e svariati; ma, cosa
naturalmente notevole in un giovane, la passione ne era esclusa. E
malgrado la nostra cresciuta amicizia, egli non mi aveva fatta nessuna
confessione sentimentale. Questo avrebbe potuto spiegarsi col fatto
che, nella sua vita ancor breve e semplicemente trascorsa, egli non
aveva provato nulla che valesse la pena di essermi confessato--ma
Ermanno evitava manifestamente ogni discorso che avesse rapporto a
quel tema dell'amore anche in un modo generale ed astratto. Io
rispettavo la sua riserva, ma non sapevo rendermene ragione. Quando,
sulle prime, non ancora fatto accorto della sua ripugnanza, sceglievo
quell'argomento, egli lasciava cadere la conversazione, divagava, mi
sfuggiva; però, dietro quell'apparente indifferenza, io credevo
sentire ch'egli avesse qualche cosa da dire. Che cosa?... Cercai per
molto tempo, inutilmente, di appurarlo. In nessuna occasione riuscii;
nè nella discussione delle opere dell'arte, che sono così sovente
l'apoteosi dell'amore; nè negli incontri, in società, delle persone i
cui romanzi erano sulle bocche di tutti. Compresi più tardi che una
invincibile ritrosia, e come un vero ed istintivo pudore impediva ad
Ermanno perfino di parlare delle cose del sesso. Tutta la sua vita era
improntata d'un carattere di austerità: non sorpresi mai sulla sua
bocca una parola cruda, non vidi mai nella sua libreria un libro
frivolo; non lo trovai mai a teatro, al melodramma o alla commedia,
dove la rappresentazione del sentimento è così immediata da acquistare
tutta l'illusione della realtà.
Da che altro rifuggiva egli per indole se non dalla Realtà?...
II.
Io ebbi la chiave dell'enimma e gli ultimi veli che mi nascondevano
l'anima di Ermanno si sollevarono a poco a poco, quando il mio giovane
amico, sul finire dell'inverno del 188* intraprese un lungo viaggio
attraverso l'Europa. Padrone assoluto di sè, bramoso di veder nuovi
paesi e nuove genti, egli si era lungamente negato il conseguimento
del suo desiderio, ponendovi come patto l'acquisto di una soda
cultura. Spesso, dopo lunghe giornate di indefesso lavoro nel suo
piccolo studio dalle pareti nascoste dietro gli scaffali, al grande
tavolo su cui stavano accatastati, a portata di mano, ogni sorta di
dizionarii, egli usciva in fretta e correva al porto, lasciando
rinfrescar la sua fronte infiammata dalla cogitazione, bevendo a
larghe boccate i balsamici effluvii del mare. Là, oltre quella distesa
monotona, erano i paesi vagheggiati, le grandi capitali della civiltà,
i centri donde parte e dove affluisce il pensiero dei popoli. Nessuno
al mondo avrebbe potuto impedirgli di salire a bordo del primo vapore
in partenza e di compiere la sua aspirazione; ma egli giudicava che
non era ancor tempo; e tanto indugiò, e mise tanta coscienza
nell'arricchire la mente di cognizioni prima di girare pel mondo, che
l'ansia dei primi anni sbollì e le impressioni ripercosse in quel
cervello troppo affaticato non ebbero nulla dell'aspettata vivacità.
Il suo viaggio fu una serie di disillusioni; gli stilò dinanzi una
processione di belle vedute: piazze, corsi, monumenti, giardini, che
egli guardava come dietro a un vetro di cosmorama; le imagini si
sovrapposero alle imagini, si confusero, finirono per stancarlo. Egli
dovette mescolarsi alla folla che aborriva; la sua personalità si
smarrì, si annullò quasi nella varia vastità degli ambienti, e il
viaggiatore disingannato finì per rimpiangere le ore di silenziosa
meditazione della sua vita di Palermo.
Da questo stato d'indifferenza un po' stanca egli uscì una volta, a
San Remo, dinanzi al sepolcro della madre; ma, compiuto quel pietoso
pellegrinaggio, egli proseguì la sua via, senza desiderii,
vagabondando, arrestandosi una settimana in un luogo ignorato,
torcendo cammino secondo la disposizione dello spirito, la fisonomia
dei luoghi o il colore del cielo. Verso i primi d'aprile era a Parigi.
M'avvertì del suo arrivo mandandomi un giornale; poi nulla più, per
quindici giorni. La prima lettera che ricevetti era datata in questo
modo: -Dalla Tebaide-, 16 aprile.... «Che cosa supponi tu,» mi
scriveva, «che io sia venuto a fare qui? Passo il mio tempo nei Musei,
più spesso nelle Biblioteche. Sono stato dai principali librai ed ho
la stanza ingombra di novità. Ieri fui al Collegio di Francia, al
corso del Renan. Già lo avevo visto, ti ricordi, al tempo del
Congresso degli Scienziati; egli non è apprezzabilmente mutato. Lo
sentissi! Un buon piccolo parroco di villaggio che espone la dottrina
ai villici; nessuna oratoria maestà, un'aria -bonhomme-, delle comuni
e spesso familiari espressioni. Una inglese, grassa, bionda, cogli
occhiali, certo una -authoress-, si guardava intorno, scandalizzata,
malgrado la sua nordica flemma. Ma che disinvoltura! Sempre la stessa
aria di un giocoliere che trasformi una palla in un fazzoletto, il
fazzoletto in un soldo, il soldo in una chiave e che all'ultimo faccia
tutto sparire. Leggi questo piccolo periodo colto a volo; si tratta
della data del -Levitico-. «Ah! je fais bien mes compliments à ceux
qui sont sûrs de ces choses-là! Le mieux est de rien affirmer, ou bien
de changer d'avis de temps en temps. Comme ça, on a des chances
d'avoir été ou moins une fois dans le vrai!...» Non è tutto l'uomo in
questo giudizio?...»
Da quel tempo le lettere seguirono alle lettere, tutte datate ad un
modo: -Dalla Tebaide!-... Dalla Tebaide! Ma lì, malgrado la sua
indifferenza, egli aveva pur dovuto esser fatto segno di tentazioni
d'ogni sorta! Come sarebbe uscito dalla lotta?... Inaspettatamente, la
domanda che io mi rivolgevo ebbe una risposta. «Iersera,» diceva
Ermanno in una sua lunga lettera, «il vago spirito di tentazione che
qui serpeggia per ogni parte, ha preso una forma. La lotta non è stata
lunga, nè la vittoria contrastata. Io ho evitata la Bestia; conosco
quello che essa può darmi...» E da quel momento, ora a mezze frasi e
ad allusioni, ora in lunghi passaggi di autobiografia, egli mi venne
rivelando il secreto fino a quel momento così bene nascosto. «Hai tu
notato,» mi scriveva, «la cura da me posta nell'evitare ogni occasione
di rivelarti la mia concezione dell'amore? Egli è che le circostanze
in cui io la costrussi non sono molto allegre. Da tutto il fondo del
mio essere sale un tale disgusto al ricordarle, ed un ribrezzo così
freddo mi passa per il corpo, che tu avresti rinunciato a sodisfare la
tua curiosità per risparmiarmi una tanto penosa sensazione. Ma un
giorno o l'altro non ti debbo io una confessione completa?
«...Dopo tutto, io ho forse torto di pensare che il mio caso sia
estremamente raro e meritevole di storia. Io avrò conosciuto pochi
uomini, ma una naturale attitudine all'osservare, a notare i minuti
fatti, i fuggevoli segni, gl'indizii incerti a cui ordinariamente non
si guarda su, ha slargato il campo della mia esperienza. M'inganno
dunque se io dico che la gran parte di noi ha subita la mortale
profanazione dei sogni più intimamente accarezzati? Sai tu dirmi in
quali condizioni di raccapriciante cinismo ci è rivelato il mistero
nascosto in fondo a quello che si è convenuto di chiamare l'amore?...»
«...Qui, i -chroniqueurs-, a proposito dell'ultimo romanzo di Zola,
rimettono sul tappeto il vecchio tema del naturalismo. Alcuni gridano
allo scandalo, hanno l'aria di chiedere al procuratore della
Repubblica di sequestrare il volume e di processare l'autore. Io
vorrei soltanto sapere se tutta questa gente è sincera; che cosa va a
fare quando, dopo aver fulminato in nome della morale offesa, depone
la penna ed esce sul -boulevard-?... Io non difendo il naturalismo;
non mi occupo di sapere se dei limiti, e quali, debbano imporsi
all'artistica rappresentazione del vero. Non mi preme tanto del fatto
letterario, se non come segno dello stato psicologico di cui è una
produzione. E quale è questo stato? Una violenta, e quando ancora si
voglia brutale reazione contro le convenzionali menzogne, le raffinate
ipocrisie di cui ogni giorno siamo testimoni. Coi piedi striscianti
nel fango, con lo sguardo nell'infinito dei cieli, l'uomo s'aggira
dentro una primordiale contradizione, e per una fatale vicenda, il
magnificamento del basso provoca il magnificamento dell'alto, e
viceversa. Gli esaltati, ebri, sognanti romantici hanno per mezzo
secolo celebrata l'apoteosi dell'anima umana, gonfii di sublimi
speranze, di indefinite aspettazioni. Essi hanno costrutto un ideale
tipo di uomini nobili, magnanimi, eroici; hanno vista la vita dal lato
più seducente. Ma la medaglia ha il suo rovescio, e troppo a lungo fu
ripetuta la parte dell'angelo per non accorgersi che le ali erano di
cera dorata. Più d'un Icaro, affidatosi ad esse per spiccare i suoi
voli, sentì che si struggevano al sole e precipitò miseramente. Ancora
contasi dalla caduta, non vuoi tu che rovesciassero la loro collera
sugli autori dell'inganno e, perchè altri non ne fosse più vittima,
che gridassero loro: Bugiardi?... Eccoli chinarsi nel fango,
raccattare tutte le miserie, sfoggiare tutti i cenci, denudare tutte
le piaghe, e con una brutalità di accento per entro alla quale
echeggia una profonda amarezza, esclamare: «Questo è il Nume,
adorate!...»
«Ciascuno di noi presume di conoscere sè stesso; ma non sorgono
talvolta, dall'inesplorato fondo dell'io, delle tendenze, degl'impeti,
dei desiderii, delle imagini, delle idee che ci stupiscono per la loro
eterogeneità, come se non potessero appartenere alla coscienza che noi
siamo avvezzi a scrutare? Tu mi dirai che io piglio le mosse un po' da
lontano per dirti che questo pomeriggio sono stato di una tristezza
nera, soffocante, e che avrei voluto essere molte migliaia di miglia
lontano da qui. La ragione? Nessuna, o molte. Non avevo detto una
parola da parecchi giorni; io parlo un rotto francese e non amo di
stringere nuove e temporanee conoscenze. L'atmosfera era dolce, il
cielo radioso, il bosco straordinariamente popolato da una folla
elegante, gioconda. Avevo soltanto letto poco prima i giornali, e
tutte le cronache narravano la semplice e tragica storia del suicidio
d'un giovane, quasi un ragazzo, ripescato nella Senna ed esposto alla
Morgue. L'imagine del morto, che io non avevo visto, mi perseguitava,
e dinanzi alla clemenza del cielo, alla pienezza della vita, io
pensavo ostinatamente al dramma scoppiato in quel cuore, alla lotta
ignorata, all'oscura sconfitta sull'alto del ponte, in fondo all'onda
travolgente..... Poi, quando quell'ossessione cessò, in mezzo
all'ultima animazione della folla che si disponeva a lasciar la
passeggiata, mi sentii come travolgere anch'io sotto un'ondata fredda
ed opaca. In quel momento compresi che non mi sarebbe molto costato il
fare come quel povero ragazzo.
«...Assolutamente, le mie lettere non sono punto gaie; ma egli è che
questo viaggio è stato finora una completa disillusione. Io temo
d'essere incapace a provare ancora un'emozione un po' viva. Per
fortuna tu mi conosci e non crederai che io inclini verso quella cosa
detestabile che qui chiamano -pose-. Se c'è niente che abbia virtù di
farmi sorridere, questo è il -pathos- romantico; e del resto, oggi,
esso sarebbe anche un poco fuori di moda. Non è più il tempo in cui
Alfredo de Musset, visitando un podere di Ulrico Guttinguer,
esclamava, come segno d'una eccelsa ammirazione: «Ah! quel bon endroit
pour se tuer!...» Oggi la vita, anche pei poeti, va presa in un altro
senso; ed è forse appunto perchè io non ho uno scopo pratico e
immediato da proseguire, un obbiettivo verso il quale concentrare
tutte le mie attività, che sono in preda a questo malessere. Ma, senza
posa e con l'accento della più grande sincerità, io vedo il mio
avvenire infinitamente triste. Nella vita del pensiero, ho provate le
prime vertigini della follia, in cospetto del nero senza fine del
destino e della fondamentale impotenza umana; nella vita pratica nulla
mi arresta, e la vita del sentimento mi è interdetta: troppo brutale,
troppo violenta è stata la disillusione sofferta; troppo angosciosa è
stata l'esperienza della vergogna, della nausea che precedono e
seguono lo spasimo di un istante; troppo amaro mi è rimasto sulle
labbra il sapore dei baci comprati, troppo spaventevole è stata la
visione delle torture a cui sono condannate le tragiche vittime della
nostra superba civiltà sociale, troppo acuto mi ha perseguitato il
rimorso della contaminazione subita--e commessa--poichè la miseria è
egualmente profonda da una parte e dall'altra nelle coppie accanite
sopra i letti rischiosi...
«...Qui non si parla ora che del nuovo dramma di Alessandro Dumas. Io
ti dirò una cosa che forse non crederai: non ho letta la sua -Dame aux
Camélias-. Dirò meglio: non l'ho finita di leggere. Questa cosa
rimonta--vediamo--ad otto anni fa. Già la prima malinconia del
volgersi indietro e di misurare il tempo trascorso scende più spesso
sopra di noi... Io ero nel periodo lirico della vita: breve quanto tu
vuoi, l'ho attraversato ancor io. Fu una delle poche volte che andai a
teatro, una sera che si rappresentava la -Signora dalle Camelie-. Non
ricordo più come si chiamassero gli attori; certo non dovevano avere
una grande reputazione, perchè non li ho più intesi nominare; ma fosse
il loro ingegno mal conosciuto, od una speciale sovraeccitazione, o
non so che cosa altro, tutto il pubblico fu trascinato all'entusiasmo
da una rappresentazione così appassionata, così umanamente vera, da
dare l'illusione della vita. Io uscii dal teatro ebro, alla lettera. I
personaggi mi stavano ancora dinanzi: io li vedevo, io li udivo;
Margherita meglio di ogni altro, immortalmente adorabile. Io non
pensavo all'attrice, non davo un corpo alla spirituale Figura; ma io
l'amavo, intensamente, -sentivo- di non poter amar altro che lei... Il
giorno dopo comprai il romanzo, e andai a cominciarne la lettura,
subito, al Giardino Inglese, sotto l'ombra che tu conosci, nel
silenzio. La mia mano tremava nel voltare le pagine; ed a misura che
avanzavo, il mio cuore batteva più forte, e la Figura mi sorrideva,
più adorabile; e come un timore di profanare il mio sentimento, di
togliere alla Figura la sua divina idealità cominciò a nascere in me;
e il terrore del poi, della vaga angoscia all'approssimarsi della
fine, e dello sbalordimento dopo voltata l'ultima pagina, sorse e si
fece così gigante, che io chiusi il libro a un tratto, andai a riporlo
a casa, e non l'ho più riaperto. A Palermo, io l'ho quasi a portata di
mano; nelle mie ricerche in libreria, gli occhi mi corrono sempre a
quel volume; ma non vi ho letto nè vi leggerò più...
«...La tentazione mi circonda, mi assedia da ogni parte, sotto tutte
le forme. Talvolta temo di non poter durare a resisterle. Penso alla
voluttà del rilassamento dei miei nervi troppo tesi, della frescura di
una mano passante sulla mia fronte, della morbidezza che le mie
braccia stringerebbero... A che cosa mi avrà servito questa mia virtù?
Ed è virtù quello che cento persone su cento, a occhi chiusi,
deriderebbero? Perchè ostinarmi a non fare ciò che fanno tutti gli
altri, semplicemente?...
«... Più mi guardo attorno, più mi rendo padrone del meccanismo
sociale, e più il problema dell'amore m'appare complesso e
formidabile. Non passa giorno che qui non scoppii, come un tumore, uno
scandalo; che delle piaghe non si mettano a nudo, che delle vittime
non siano immolate. Passa la folla, elegante, allegra, felice: e il
dramma o la tragedia covano nel profondo dei cuori. Ah! il problema è
grave, e tutto, nella vita, dipende dalla soluzione che gli si dà: la
pace, l'onore, la salute del corpo e dello spirito... Il grande
commediografo ha ben ragione di studiarne, nelle sue geniali
creazioni, tutti gli aspetti, ed io non vedo perchè sorridere di
un'arte che prosegua degli alti e nobili fini. Ma, disgraziatamente,
le sue soluzioni, come le nostre, come quelle di tutti, non sono
esenti da lamentabili effetti. Il danno è ovunque!... Quelli che più
mi rattristano, sono gli adolescenti dalle gentili e quasi muliebri
figure. Io non conosco nulla di più angoscioso del contrasto fra la
purissima idealità a cui si dedicano tutte le forze dell'anima, e la
vergogna in cui si precipita e il brago in cui si affonda. A che cosa
valgono dunque i propositi più nobili, le aspirazioni più alte, gli
slanci più generosi, se un fiato pestilenziale ammorberà l'anima e ne
soffocherà il verginale profumo?... Quando io discendo ad esplorare
questi dolorosi secreti, quando io rimescolo il fondo disgustoso del
ricordo, quando lo spettro orribile della profanazione mi si presenta
dinanzi come il giorno che mi afferrò con le sue viscide mani; allora
s'agguerrisce il mio spirito ed oppone più salde barriere alle
traditrici lusinghe. Io proseguo intanto fra le rinunzie il mio vago
pellegrinaggio perchè, se un premio pur anche l'avvenire mi riserva,
lavato, purificato, io possa riesserne degno...»
III.
Fu il contrario che avvenne.
Ermanno Raeli aveva lasciato Parigi e si era recato in Germania. Gli
premeva di vivere per qualche tempo in mezzo ad un popolo col quale si
sentiva legato per origine e per educazione, di sentir parlare la
lingua di sua madre, di attingere direttamente alle sorgenti di quella
filosofia di cui il suo spirito si era nutrito. Aveva già compilato un
programma di studii e di ricerche, si faceva anticipatamente una festa
di innalzarsi alle più ardue cime della meditazione, di vivere ancora
più esclusivamente nel mondo delle idee, quando questa realtà lo
avvinse con le sue più salde catene.
Fu a Vienna, uno di quei giorni «che il fondo inesplorato della
coscienza ribolle sordamente, e come la terra freme per tutti i germi
che vi stanno sepolti e tendono all'aria ed alla luce, così un oscuro
lavorìo di crescenza si compie nel nostro essere.» Al concerto di
Strauss, mentre il suo cuore si gonfiava «di rancori, di rimpianti, di
aspirazioni indefiniti al ritmo incalzante d'un walzer che pareva un
inno di tripudio universale,» egli incontrò colei che chiamò col
simbolico nome di Sfinge... Ahimè, quanto poco enimmatica era la
creatura nella quale egli s'era imbattuto, e come bisognava essere
inesperti della vita per trovare un sapor di mistero là dove non era
che una troppo ovvia verità!..
I giovani avvezzi a pensare con la propria testa ed a foggiarsi delle
idee sopra ogni cosa prima ancora di conoscere nulla, sanno quel
particolar genere di smarrimento che si prova dinanzi ai fatti in
aperto contrasto con le persuasioni stimate più salde. Uno smarrimento
di questo genere, ma intenso fino all'angoscia, fu quello provato da
Ermanno dinanzi a quella donna che prima gli sorrise.
Le sue scettiche disposizioni dell'animo erano effetto di teorie, di
concetti nominali, piuttosto che dell'esperienza; egli credeva morto
il suo cuore, quand'esso invece non aveva ancora palpitato.
L'iniziamento alle relazioni dei sessi nelle condizioni di disgusto in
cui era avvenuto, gli aveva procurato una grande sfiducia; ma era
stato il bisogno di una mancata correzione sentimentale che glie ne
aveva fatto esagerare le proporzioni. Il giorno che egli fu messo in
presenza di una seduzione come quella della signora Woiwosky, il suo
sconforto si disperse. Non che egli non avesse resistito; ma la sua
resistenza era dipesa soltanto dalla propria naturale irresolutezza,
dalla tendenza a troppo considerare, dal contrasto perenne tra il
pensiero e l'azione.
Il primo, l'istintivo sentimento che la donna gl'incuteva era una
specie di vaga paura: egli si sentiva dinanzi ad un essere diverso,
sconosciuto e per ciò stesso formidabile. L'apprensione era così
forte, che egli non osava fissarne l'oggetto; ma a questo contribuiva
ancora il suo particolare bisogno di rifugio nella contemplazione
ideale. Egli non guardava le donne accanto alle quali si trovava
talvolta; ne riceveva un'impressione d'assieme che elaborava nel
profondo della mente, spendendovi intorno tutte le ricchezze
dell'imaginazione. L'impressione del reale era per lui un punto
d'appoggio per dar la scalata ai fantastici mondi; quando ne
ridiscendeva, si sentiva oppresso come fuori dell'atmosfera necessaria
al mantenimento della vita. Tutte le donne erano per questo belle in
qualche modo ai suoi occhi, poichè tutte gli davano la spinta ad una
raffigurazione perfetta; tutte erano indegne perchè nessuna poteva
rispondere completamente alla perfezione intravista. Quando incontrò
la Woiwosky, si produsse il consueto fenomeno. Egli non osò guardarla,
apprese del suo fascino appena quel tanto bastevole ad una
idealizzazione suprema, si saturò di seduzione -pensata-; ma quando
l'operazione inversa stava per prodursi, qualcosa di nuovo sopravvenne
a produrre un risultato diverso.
Fra quei due, le parti si erano presto completamente invertite: la
donna aveva anticipato il compimento dell'aspirazione che, timido,
ombroso, indeciso, Ermanno non confessava nettamente neanche a sè
stesso. Egli aveva come la sorda coscienza dei pericoli a cui andava
incontro, della menomazione che avrebbe subita scendendo delle vette
di quella sua solitudine. Ma la seduzione era irresistibile; il
bisogno d'affetto, la sete dell'amore si erano in lui subitamente
sviluppati e fatti impellenti; e ad un tratto egli si era abbandonato
a quella dolcezza nuova, rifacendosi delle sue titubanze e delle sue
esitazioni con quell'impeto che era da prevedersi.
Quando si ricordano i pensieri, i sentimenti, i concetti che si
avevano un tempo e si paragonano ai nuovi che la diversa realtà
conseguita suggerisce, par d'essere un tutt'altro individuo, tanto il
passato è inconciliabile col presente. La rivoluzione operatasi nella
sua esistenza aveva dato ad Ermanno Raeli questo sentimento, in fondo
attristante, anche quando la mutazione avviene o si crede che avvenga
in meglio. Dove egli aveva visto tutto nero, la luce più gioconda
irraggiava; dove egli aveva di tutto disperato, la speranza, qualche
cosa di più, la realità, gli sorrideva. Aveva creduto che i suoi
giorni sarebbero scorsi fra gli studii più severi e difficili, e il
mondo lo travolgeva nel turbine delle sue più potenti distrazioni.
Aveva negato l'amore... e vi credeva? Oh, se credeva alle estasi
divine del sentimento! Non viveva che di queste...
Il pericolo di simili reazioni interiori è che esse si compiono
proporzionalmente all'azione iniziale, talchè ad un eccesso risponde
un eccesso, senza che sia mai possibile una graduazione conveniente.
Se Ermanno Raeli non fosse stato così profondamente scettico, non
sarebbe divenuto così ciecamente fiducioso; se si fosse fatto un più
equo giudizio delle cose e della vita, non avrebbe offerto il tesoro
della sua verginità sentimentale alla prima donna incontrata per via.
La signora Woiwosky ne era degna? Ogni donna che accorda liberamente
sè stessa all'amore d'un uomo è degna di quest'amore; la quistione che
rimane aperta è di sapere che cosa l'uomo s'aspetta da lei. Non più
giovanissima, vissuta in un ambiente dove i freni morali sono molto
rallentati, avendo avuta per unica legge il suo proprio piacere, la
signora Woiwosky non poteva dare ad Ermanno Raeli ciò che egli se ne
riprometteva. Nel primo momento, come sempre, era stata la simpatia
fisica che l'aveva vinta. Ordinariamente, la ignoranza del carattere
reale della persona verso cui ci sentiamo spinti, è corretta
dall'imaginazione che ce lo presenta quale lo desideriamo e che ci
espone più tardi, dinanzi alla rivelazione di quello che è nel fatto,
meglio a disinganni che a compiacenze. Per la signora Woiwosky,
cotesto miraggio anticipato, che la realtà non avrebbe smentito, non
era a temere--od a sperare;--e se ella fu meravigliata quando il
carattere di Ermanno le si manifestò, la sua meraviglia fu del genere
di quelle che si provano dinanzi alle cose strane e curiose. Quel
giovane in cui ella aveva apprezzato il fascino personale, lo strano
miscuglio di forza e di delicatezza, si trovava nello stesso tempo in
anima delle più squisitamente sensibili. Era molto più che lei non
domandasse!...
Preso dalle dolcezze della nuova vita, Ermanno aveva finito
naturalmente per rimpiangere il tempo in cui non le aveva cercate; per
ciò stesso, dinanzi alla felicità presente, egli non aveva l'agio di
considerare come fosse venuta; tremava piuttosto che se ne andasse, e
quasi le negava fede, tanto essa gli pareva grande, in questa
condizione dell'animo, la facilità con cui la donna gli si era data
non aveva il senso inquietante che avrebbe potuto avere per altri;
diventava un titolo di più alla sua gratitudine. Tutto era per lui una
ragione d'amarla, ed egli aveva delle incantevoli invenzioni di
sentimento, una squisitezza di pensieri, una poesia d'espressione
dinanzi alle quali l'altra, avvezza ad un mondo molto diverso, restava
stupefatta, ma che sulle prime era disposta ad apprezzare in ragione
stessa della loro rarità, benchè senza troppo capirle.
Da ambe le parti, l'equivoco fu delizioso; ma durò poco. Al completo
abbandono dell'essere suo, Ermanno si veniva accorgendo che non era
risposto con eguale effusione; che quella donna stretta al suo fianco
era molto lontana da lui, più lontana che se migliaia di miglia li
separassero... Come da un orlo indifeso, egli scorgeva un abisso
spaventevole; ma la stessa enormità del pericolo gli procurava una
specie di sicurezza. Sentiva che il disinganno gli sarebbe stato
fatale, che aggiunto alle amarezze sofferte avrebbe avuto un'influenza
decisiva su tutta la sua vita; e preso da una paura crescente dinanzi
ai sintomi sempre più inquietanti che l'altra, già stanca di
rappresentare una parte non sentita, non riesciva più a nascondere,
cercava di persuadersi di aver visto male, di essersi ingannato, di
diventar troppo esigente, di mancare d'esperienza... Se il fanciullo
che chiude gli occhi dinanzi al pericolo crede di sottrarvisi, egli è
che il pericolo in tanto esiste per lui in quanto ne ha la coscienza;
con l'abolirne la percezione egli stima di averlo realmente abolito.
Per le nature in cui l'imaginazione ha uno sviluppo esuberante, un
simile fenomeno si riproduce frequentemente anche nell'età in cui la
ragione potrebbe intervenire a far sentir la sua voce; ed Ermanno, che
non poteva più illudersi, si sorprendeva talvolta a negar fede a ciò
che avveniva.
Erano, sul principio, dei malintesi, futili in apparenza, a proposito
di incidenti volgari: una parola interpretata in vario senso, un
diverso modo di vedere, ma che intanto rivelavano la radicale
impossibilità di una comprensione reciproca. Ciò nondimeno, Ermanno
non poteva decidersi a rassegnarsi; e con l'inconfessato convincimento
della inutilità dei suoi sforzi, cercava di leggere in fondo al cuore
di quella Sfinge, nella lusinga di trovare qualche cosa a cui
aggrapparsi. A misura che egli si faceva più insistente, la stanchezza
della donna cresceva. Con una maggiore esperienza della vita, ella
vedeva che era impossibile durarla, aspettava che egli stesso se ne
sarebbe persuaso proponendole di separarsi con una buona stretta di
mano, da persone di spirito. Dinanzi alla strana ostinazione di
Ermanno, ella fu anche tentata di prendere l'iniziativa della
separazione, dichiarandogli lealmente di voler riacquistare la propria
libertà; un istintivo sentimento di rispetto per l'intuita superiorità
di quell'anima la arrestò. Allora, i malintesi divennero più grandi,
scoppiarono più frequenti, fin quando un giorno Ermanno Raeli vide
compiersi una cosa abbominevole, che spense come un turbine l'ultima
sua illusione. Quella donna che aveva appartenuto a lui, a cui egli
aveva creduto come alla stessa Fede, si era data ad altri;
semplicemente, freddamente, per capriccio, come gettava via dei guanti
ancora freschi pei nuovi, ella lo aveva abbandonato per un altro... La
súbita rivelazione di questa mostruosità diede una scossa terribile al
suo spirito. Non crederla, era impossibile; ribellarvisi, era inutile:
il fatto esisteva, brutale, violento. Tutte le dolcezze, tutte le
promesse, quell'intima, quella lunga comunione: tutto era finito. Ogni
legame era sciolto. Fra loro, dopo quello che erano stati l'uno per
l'altro, nulla esisteva più di comune; essi erano ridiventati due
estranei, come prima, più di prima... Un momento, egli fu tentato di
andarsene da lei, di supplicarla, di scongiurarla, di riprenderla fra
le sue braccia, di evocare gl'istanti volati, di rivelarle l'abisso
che gli aveva scavato dinanzi, di fargliene misurare la profondità, di
domandarle in ginocchio di stendergli una mano, di non farlo perdere,
di non indurlo a negare, a bestemmiare la fede, l'amore... L'amore? E
ad un tratto la mal repressa ribellione scoppiava dentro di lui. Era
dunque quello l'amore? Quale disgusto!... In alto e in basso della
scala sociale, brutalmente confessata o ipocritamente nascosta,
venduta o concessa, non esisteva che la sodisfazione degl'istinti!...
Egli non era stato amato, ma non aveva amato neppure. Riconosceva
adesso la sua illusione, l'inganno in cui era caduto, il chimerico
inseguimento di qualche cosa che era soltanto dentro di lui, nella sua
imaginazione, e che mai, mai, avrebbe potuto afferrare...
Una crise violenta scoppiò nella sua coscienza. Come reazione voluta,
accarezzata, con una sfrenata compiacenza, sostenuta dal fondo
d'energia che era nella sua natura e che prendeva una rivincita, egli
si buttò a capo fitto in una vita di pazzi piaceri e di amori malsani;
trovò una specie di furibonda voluttà nel profanare, nel deridere, nel
macchiare di fango i suoi assurdi ideali. Di quella crise fu per
morire. Nondimeno, guarì; ma il suo sguardo serbò per sempre
l'attonita immobilità di chi ha visto spalancargli la terra dinanzi; e
una ruga precoce, indelebile traccia della tempesta, solcò la sua
fronte.
IV.
Quando Ermanno Raeli tornò a Palermo, dopo parecchi anni di assenza,
la sua vita riprese a scorrere sola, monotona, come una volta.
Nessuno, o ben pochi, sospettavano ciò che era avvenuto nell'animo
suo; a giudicarne dai suoi atti, nulla sembrava mutato in lui; la sua
tristezza, il suo mutismo, la sua avversione pel mondo erano antichi.
Agli occhi degli indifferenti, Ermanno non aveva nulla di
particolarmente interessante: era un giovane dovizioso, di buona
nascita, molto intelligente, ma incerto ancora della via da seguire, e
forse per ciò stesso dall'aria un poco eccentrica.
Fra le rare persone la cui compagnia egli talvolta non disdegnava, il
conte Giulio di Verdara occupava il primo posto. Era un carattere,
nelle sue manifestazioni esteriori, perfettamente opposto a quello di
lui; ma, sotto al sorriso canzonatore che gli errava sulle labbra,
dietro le professioni di scetticismo egoistico, si nascondeva un gran
fondo di bontà e di rettitudine. Avviatosi per la carriera
diplomatica, l'aveva sul più bello lasciata, come se la riserva e la
finzione imposte repugnassero a quello spirito franco malgrado
l'apparente contradizione fra le teorie professate e la pratica.
Datosi ad operazioni di grande commercio, egli sosteneva per esempio
che l'onestà era una -blague-, che il primo istinto dell'uomo era
quello della frode e della rapina; ciò non impediva intanto che egli
fosse onesto fino allo scrupolo, e buono fino a danneggiare i proprii
interessi quando v'era un interesse altrui da risparmiare.
Giulio di Verdara ed Ermanno Raeli, intendendosi nel fondo, soffrivano
la loro diversità esteriore; ma i loro incontri, per la stessa natura
delle loro tendenze, non erano frequenti. Il conte aveva preso moglie
durante l'assenza di Ermanno; questi, nella sua avversione a conoscere
nuova gente, aveva evitato una presentazione spesso proposta. Doveva
però ben tosto avvenire una circostanza da metterlo nell'impossibilità
di dare indietro.
Dalla sua peregrinazione per i musei di Europa, egli aveva portato un
gusto per le cose dell'arte, e lasciata da un canto la filosofia, si
era messo attorno ad uno studio sulla scuola siciliana di pittura, e
specialmente sul Monrealese. La figura di questo artista forte,
originale, precorritore del proprio tempo e di tanto superiore alla
sua fama, lo aveva subitamente sedotto. Aveva fatto il giro dell'isola
per vederne tutte le opere, ed a Palermo, quando lasciava il suo
grazioso pianterreno del Corso Alberto Amedeo, passava le sue giornate
fra la Biblioteca comunale e il Museo nazionale, attorno agli scritti
su Pietro Novelli ed alle pitture di lui.
Un giorno che egli era appunto per recarsi al Museo, il conte di
Verdara gli fece pervenire un biglietto nel leggere il quale Ermanno
non potè frenare un movimento di contrarietà. «Mio caro,» scriveva il
conte, col suo abituale tono disinvolto e scherzoso, «mi piove sul
capo un'amica di mia moglie, alla quale bisogna fare gli onori della
città. Io che mi ricordo quant'era seccante Cicerone a scuola, vorrei
salvarle, mia moglie e l'amica, dai ciceroni di piazza. E quanto a me,
la mia ignoranza è tale, che non so se il Monrealese è di Partinico.
Poichè tu sai dunque i Filippini a memoria, sarai così amabile da
trovarviti oggi all'una? Grazie e scusa.» Ad un invito motivato in
quel modo, Ermanno non poteva sottrarsi, ma fu con un fastidio mal
nascosto che egli s'incamminò. Però, quando fu giunto all'Olivella,
appena entrato nel primo cortile, dimenticò completamente quel
malumore e la sua causa. Al pensiero aborrente dall'attuale realtà, i
ricordi e le evocazioni dei mondi sepolti sono un grato rifugio. Fra
quelle antiche rovine Ermanno ritrovava, se non la gaiezza, almeno una
compiacente serenità. Il Tritone del cinquecento, in groppa al delfino
guizzante, distendeva in alto le braccia ad imboccare la involucrata
buccina. Tutt'intorno: le iscrizioni greche, arabiche e medievali; le
porte intagliate dell'antico ospedale, i sarcofaghi, le stele ed ogni
sorta di marmi logori e scuri. In quel silenzio, in quella solitudine,
quelle pietre mutilate si animavano agli occhi di Ermanno, ridicevano
antiche storie di splendori e di miserie, attestavano con la loro sola
presenza la fatale nullità delle umane vicende; però, la conferma che
le cose esteriori danno ai nostri concetti più tristi non è per sè
stessa una specie di strana ma profonda sodisfazione?.. L'attrattiva
d'una grande poesia era per lui in quei ruderi da cui ordinariamente
si rifugge attristati ed oppressi; le voci delle generazioni
tramontate riecheggiavano ancora lì in mezzo, ed era come se le
iscrizioni non fossero scolpite nella fredda pietra, ma sussurrate da
qualche voce, dai morti dei vuoti sarcofaghi...
«Ti sei allontanato da quanto in vita era agli occhi tuoi
più caro; hai lasciato il mondo e non ritornerai.
«Finchè Iddio non ridesti le sue creature. Nessuno spera
vederti e pur tu stai vicino.
«Il tuo viso ogni dì si logora ed ogni notte: l'amor tuo
non si svela e pur tu ami.
«Scenda sopra di te la pace di Dio, finchè sorga in Oriente
il sole, finchè tremoli una vettina sugli alti rami dell'arak.»
Questi versetti d'un frammento d'iscrizione araba furono i primi che
Ermanno Raeli spiegò quando, all'arrivo di Giulio di Verdara e delle
signore, la comitiva cominciò il suo giro. La contessa Rosalia di
Verdara poteva avere, a quel tempo, poco più di trent'anni. Alta,
slanciata e flessuosa come un ramo di palma, bruna dalla carnagione
leggermente dorata, dagli occhi vivi e profondi, ella riuniva la
simpatia del più puro tipo siciliano all'eleganza e allo spirito di
una parigina. Tutto in lei rivelava la gran signora di razza,
l'agevole sicurezza di sè, la padronanza che esercitava dintorno, la
distinzione del tratto, il modo di dire le cose più indifferenti.
Appena suo marito ebbe pronunziato il nome di Ermanno, districato il
braccio dal mantello che ricopriva l'abito di velluto e -gros grain
mordoré-, chinando amabilmente il capo su cui portava una capottina
analoga, guernita di un grosso -colibri- bianco, ella gli aveva stesa
la mano: «Io già la conosco, di nome, come un buon amico di Giulio...»
ed a sua volta lo aveva presentato alla sua giovane compagna: «La
signorina Massimiliana di Charmory...» All'inchino di Ermanno questa
aveva risposto con una breve mossa del capo; poi la visita era
incominciata.
Intanto che si girava sotto i portici e che Giulio di Verdara
scherzava sulle cose spiegate e sullo spiegatore, la contessa,
leggermente intimidita dallo scuro ambiente, prestava alla sua nuova
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000