La parola avrà tutt'al più un valore suggestivo, non mai espressivo. I
segni verbali, a cui s'è dato un convenzionale significato, potranno
destare, per associazione, l'idea ad essi attribuita, ma non
rappresentarla -direttamente-.
Io non voglio dirle che l'amo! io vorrei farle -vedere- il mio
sentimento, tutti i moti dell'anima innamorata: io vorrei farle
leggere nella mia coscienza, farle assistere, come un altro -io-, a
tutto quello che nel campo della mia coscienza si svolge....
14 settembre.
Che cosa importa? Da secoli e da secoli, il linguaggio serve ai
bisogni dell'umanità. Perchè ti preoccupi tu dell'imperfezione di
questo strumento? Quale movimento di superbia ti persuade a
disdegnarlo? Perchè non tentare di esprimere, bene o male, il
sentimento di cui tu vivi?
Sera.
No! No! Qualcuno mi dà ragione.
Vi sono degli stati dell'animo troppo fini per essere nominati, troppo
spirituali per ammettere un'espressione sensibile. L'estasi è uno di
questi stati. Il puro Spirituale è escluso dal linguaggio umano.
(Bossuet).
Ed Ella è la più pura delle Spiritualità! L'amor mio è un'estasi
infinita! Che cosa possono le parole per me?...
No! No! Come i mistici in orazione, io non posso dirle che l'amo
altrimenti che amandola.
16 settembre.
Pietà! Pietà!... È per oggi....
Sogno gentile, alata fantasia, ombra inafferrabile, non fuggire--per
pietà!--non fuggire lontano!... Come non hai tu indovinato ciò che io
non ti ho detto, ciò che io non ti -potevo- dire?... Credi tu che
potrai un'altra volta essere amata come da me?... Oh, se esiste
qualcuno che sappia farti felice, possa il mio voto esser compiuto, se
non da me, almeno come io vorrei!...
Mezzogiorno.
Pietà, Signore, pietà!... La mente si perde, la vita si spegne....
Tutto è sospeso in me, d'intorno a me. Io ho la sensazione
dell'arresto del tempo. Nel silenzio delle cose aspettanti, si ode il
battito lento del mio cuore così gonfio di sangue e di lacrime che sta
per scoppiare....
O Sogno! Sogno! Sogno!
Ore 2.
Che urlo! che urlo rauco, selvaggio, lacerante!... Il mostro ansava,
sbuffava, fremeva, sprizzava faville di fuoco--il mostro di ferro che
come un serpente si snodava e spariva....
Se dall'oppresso mio petto potesse esalare un simile urlo, rauco,
selvaggio, lacerante!... Che cosa hanno rovesciato sul mio petto? Una
valanga? una montagna?... Aiuto!... Soccorso!... Nessuno sente la mia
voce.... Io soffoco.... io sono sepolto vivo . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
1.^o ottobre.
Quando Ella sedeva al piano, nei giorni felici di questa primavera
splendente nella memoria, i suoni dolci, carezzanti, giocondi, le
melodie lente, cullanti, gli accordi tristi, dolorosi come gemiti di
moribondi, le parlavano essi per me? Le ripetevano essi i gemiti sordi
che io soffocavo dentro il mio cuore? Le narravano essi le aspirazioni
dell'anima mia assetata d'amore? Le promettevano essi il paradiso di
felicità che spiegava ai miei occhi affascinati i suoi luminosi
miraggi?...
4 ottobre.
«Nessuna creatura umana è compresa da nessuna creatura umana.»
(Taine).
L'impossibilità di una tale comprensione deriva unicamente
dall'impossibilità dell'espressione. In un'ora di raccoglimento
interiore, a centinaia e a migliaia le aspirazioni, gl'impulsi, i
propositi nobili od abbietti; le persuasioni, i giudizii, i concetti
fondati o falsi; le imagini fantasmagoriche, i ricordi e le previsioni
col loro corteggio di pentimenti, di rammarichi, di delusioni, di
speranze, di compiacenze, sorgono nella mente, brillano più o meno a
lungo e si spengono nelle tenebre dell'incosciente. Quanti di siffatti
momenti psicologici, la cui serie costituisce il mio -io-, sono da me
manifestati--ammesso che la manifestazione sia adeguata? Una parte
infinitesimale. Di me non si conosce se non quello che io faccio--ed
un'azione apparentemente generosa può essere determinata da ignobili
moventi--e quello che io dico. Ora, le mie parole non rispondono mai
al mio pensiero--perchè sono parole; vuol dire qualcosa di
determinato, di concreto, di fisso, di immutabile; ed il pensiero
possiede le qualità perfettamente opposte; esso non -è-, ma -diviene,
si fa-, in una gestazione perenne.... Le parole non rappresentano se
non un fuggevole istante di questa rapidissima successione--ed è come
se uno, per dare l'imagine del movimento, rappresentasse il mobile
fermo in diversi punti della sua traiettoria.
15 ottobre.
Talvolta io fingo con me stesso, nell'intimità impenetrabile della mia
coscienza, e spesso non so dove finisce la sincerità, e dove comincia
la menzogna.
Se io non posso gettare uno scandaglio in questo baratro del mio
pensiero, come potrà altri esplorarlo per mezzo delle mie parole?
Notte.
Talvolta, io non l'amavo....
16 ottobre.
È un mese che io non parlo più, che dal mio labbro non escono se non
le poche parole necessarie ai brevi rapporti di questa mia vita
raminga. Quando io mi son deciso a parlare, nel tempo che pronunzio le
prime parole, il mio pensiero è già mille miglia lontano da quel punto
di partenza.
Io mi ripiego su me stesso, io vivo di me e per me: l'anima mia è un
mondo, e la vita cesserà prima che io ne abbia compiuta
l'esplorazione.
Leggo talvolta, e le voci dei grandi spiriti poetici, dei pensatori
profondi, risvegliano mille echi nelle più recondite pieghe della mia
mente.
Sera.
M'inganno ancora. La parola scritta risponde più imperfettamente
all'espressione del pensiero. Parlando, si è più ingenui, più fedeli,
più veri; la scrittura è un'arte--voglio dire un artifizio. Il periodo
non esce bello e foggiato dal cervello; esso è invece il frutto di
mille tentativi, di mille ricerche, di mille pentimenti; la sua
coesione è tutta opera dello studio, il pensiero è per sè stesso
ondeggiante, incoerente, indefinito....
17 ottobre.
Perchè prendo queste note su di me stesso? Se la parola traduce male
il pensiero, come pretendere di adattarla all'espressione del
sentimento?
Se le mie parole fossero come i rintocchi di un mortorio, in una
campagna spogliata e deserta, sotto un cielo plumbeo e opprimente come
il coperchio di una bara, esprimerebbero esse l'agonia dell'anima?
18 ottobre.
Nelle grandi emozioni, nei dolori cocenti, nelle gioie profonde, si è
muti. Le parole scorrono più abbondanti, più facili, quando il cuore è
tranquillo; se esso precipita o rallenta i suoi palpiti, non escono
dalle labbra che grida inarticolate.
19 ottobre.
«Nella conversazione, ordinariamente, s'inventa poco; più volontieri
si ripete ciò che si è già detto, imparato o pensato; la parola
interiore, al contrario, è il linguaggio del pensiero attivo,
personale, che cerca, che trova e che si arricchisce del suo proprio
lavoro.» (Egger).
Sera.
Quando io parlo ad alta voce, il pensiero interiore è per me
sensibile--ed io noto il disaccordo.
20 ottobre.
«Noi abbiamo più idee che parole. Quante cose sentite e che non sono
nominate! Di queste cose ve ne sono senza numero nella morale, senza
numero nella poesia, senza numero nelle belle arti.... Le parole non
bastano quasi mai per rendere precisamente quel che si sente.»
(Diderot).
22 ottobre.
Troverò io mai l'entusiastico slancio che destò in me un giorno la
marcia del -Tannhäuser- eseguita da lei?... Come l'araldo annunzia
l'arrivo del corteggio, sfilano maestosamente i landgravi, i margravi,
i principi, i feudatari che vengono con le loro dame alla lotta dei
cantori nella Wartburg. Il sangue affretta il suo moto, l'anima si
esalta nell'aspirazione ad una vita più intensa, gloriosa ed
eroica....
Sera.
Quest'arte dei suoni è l'unica che sappia conseguire una diretta
espressione dei moti dell'anima. Il sentimento è un movimento, e nel
movimento consiste la principale virtù del suono. L'emozione, che
nessuna parola riesce ad esprimere, è per sua natura vaga, indefinita;
questo carattere è quello che la musica consegue mirabilmente.
Beethoven è il più grande psicologo. Qualche volta io sento di
arrossire, tanto a fondo scruta nell'anima mia.
25 ottobre.
Quando i miserabili accozzatori di parole hanno detto che una
sensazione od una emozione sono ineffabili, hanno detto tutto.
È una confessione d'impotenza.
26 ottobre.
«Io qui non esprimo abbastanza bene quanto le nostre anime erano in
comunicazione in quel momento. In generale, io non posso esprimere le
sfumature delicate, il profondo, il meglio delle cose, perchè i
termini mancano....» (Stendhal).
27 ottobre.
Lo svolgimento del periodo musicale imita ancora più da vicino lo
svolgimento del pensiero, coi due salienti caratteri di continuità e
di multiformità. Intorno alla frase principale altri motivi meno
distinti si affollano, come una congerie di idee e di imagini fa
corteggio al pensiero dominante.
Notte.
Io non andrò più a teatro. L'opera in musica è una profanazione.
L'elemento personale che gli esecutori vi portano offende la pura
spiritualità dell'armonia. Le parole che l'accompagnano, precisando
troppo il significato della rappresentazione, le tolgono quel
carattere di subbiettività che solo può renderla fedele.
Wagner che sdegna i drammi troppo umani della storia, per cercare i
suoi soggetti nella fantastica leggenda, è ancora schiavo del reale; i
suoi eroi sono ancora degli uomini. Wagner che sdegna il mondo
esteriore per cantare le crisi spirituali, non rinunzia abbastanza
alla materia mettendo il suo canto in bocca di odiosi personaggi
d'ossa e di carne.
Il poema sinfonico eseguito da suonatori invisibili è la sola forma
conveniente. Dove trovarla?
31 ottobre.
Se le mie parole potessero ripetere tutto, -tutto- quello che mi passa
per il cervello, le processioni tumultuose di imagini, i pensieri
frammentari, le fulminee associazioni di idee per cui i termini più
lontani nel tempo e nello spazio sono ad un tratto ravvicinati, la
gente mi giudicherebbe -pazzo-....
2 novembre.
Grigia, minuta, a larghe falde, piove la cenere dal cielo ottenebrato,
e ricopre la terra, e seppellisce i viventi. Nei campi agguagliati,
piccole elevazioni indicano il posto di una tomba; ma ben presto
quelle pieghe si livellano anch'esse, e per l'immenso cimitero dei
mondo niun segno distingue più la cenere della terra dalla cenere
delle generazioni mietute...
Così cantava l'organo.
3 novembre.
Ecco quello che io cercavo.
Questo strumento monumentale, che si slancia a guglie come anelante
all'alto, dalla voce piena, grandiosa, possente, fatta di milioni e
milioni di vibrazioni sonore che si fondono in una; questo strumento
sul quale mani invisibili si esercitano, traendone suoni che errano
per la vastità delle navate, sotto il cielo delle cupole, in un
ambiente dove tutto è disposto per parlare della vita spirituale, è il
solo che valga la pena di essere ascoltato.
5 novembre.
L'organo di Donato del Piano è uno dei più mirabili di Europa. Ha
cinque tastiere, settantadue registri, e duemila novecento sedici
canne.
La chiesa è la più grande di Sicilia, il convento uno dei maggiori del
mondo. È tutta una piccola città. Vi sono corridoi lunghi come strade,
delle corti vaste come piazze, due giardini, un museo, una biblioteca.
12 novembre.
Se l'idea mi costa, l'azione mi ripugna. Nulla di quanto mi circonda
può riuscire ad interessarmi. Il -vero- reale è ciò che si passa nel
mio spirito: la finzione, l'illusione, è il mondo esteriore. Nulla
esiste, fuor che l'idea....
15 novembre.
Nella mia cella, vi è un ritratto dell'abate del Piano. È
rappresentato con la sinistra sorreggente un libro sopra un tavolo; in
fondo l'organo e una imagine della Vergine che nasconde a mezzo una
corona d'alloro. La testa è piccola, molto modellata; occhi grandi,
naso profilato; rughe profonde solcano la fronte e le guancie.
L'iscrizione dice:
-Sac.- DONATUS DE PLANO -ortus Nivani in Diocesi Aversana--a
parentibus Thoma, et Vrsula Chiarello--claruit morum innocentia, et
virtutibus omnimodis, auctor musicorum organorum Monrii Cassinensium
S. Nicolai de Arenis Catinae, ubi diu commoratus obdormivit in Dno
pridie idus Junias An. 1785 aetatis vero suae 80 præter menses X et
dies VI atque in eo jacet.-
Egli è sepolto sotto il suo capolavoro; fu l'unico compenso da lui
chiesto. Quest'organo gli costò dodici anni di fatiche; uscì -tutto-
dalle sue mani.
Quando l'aria s'ingolfa in quella foresta di canne vibranti, quando le
onde sonore se ne sprigionano allargandosi tutt'attorno, l'anima
dell'abate deve vibrare all'unisono.
16 novembre.
Silenzio! silenzio!... che meraviglia!... ascoltate!
Basse, umili, incerte, delle voci si levano confusamente, in un limbo
di attesa angosciosa. In mezzo al coro, una finisce per emergere,
lunga, triste, narrante i dolori di tutti. Oppressi, circondati dalle
tenebre impenetrabili sono gli spiriti, e da tanto dura l'esilio,
ch'essi hanno perduto ogni speranza. Gli spiriti assentono, con gemiti
sordi.--O voi che il sole illumina, o voi che veste l'etere, non ne
avrete pietà?--Silenzio. Più debolmente:--O voi che veste l'etere, non
ne avrete pietà?--Silenzio. La voce muore. Allora il turbine degli
spiriti ripiglia la sua corsa, avvolgendosi a spire, scindendosi in
cerchi, cadendo incessantemente per un abisso senza fondo, dove le
tenebre sono sempre più fitte, dove il freddo è sempre più acuto. Lo
strazio è infinito; l'anima si schianta.... Un tuono formidabile che
scuote la terra dalle fondamenta. La caduta si arresta. Dall'alto,
brilla un punto luminoso che s'ingrandisce, s'ingrandisce,
s'ingrandisce, saettando raggi più vivi, allagando tutto di luce
gioconda. Un canto serafico di laudi e di trionfo. Su, su, di sfera in
sfera, agili, leggieri, balzano gli spiriti eletti; su, su, per
l'etere chiaro, nel fluido zaffiro, tra le danze degli astri
immortali....
6 dicembre.
Quando si schiude il registro della -voce umana-, qualcuno parla,
qualcuno chiama.
Dicembre.
Non ho ancor visto l'organista, nè voglio vederlo; non voglio neppure
conoscere la musica ch'egli eseguisce. Che cosa importa? Essa non ha
altro significato se non quello che io le do. La grandezza di
quest'arte è a patto della sua subbiettività.
L'oggetto non esiste se non in quanto è pensato da un soggetto. Le
cose sono nelle coscienze umane; abolite queste, tutto è abolito....
Nessuna notizia del mondo arriva più fino a me; ho perduta la misura
del tempo.
Io -so- che Ella è morta.
Silenzio!... Ascoltate.
Nel mare della Serenità fila la nave con moto eguale; la pace è nel
cielo, la calma è nel mare. Perduto ogni vestigio di terra. Il
biancore plenilunare inonda di spazii, inargenta le acque dormenti.
Fila la nave con moto di culla e la sua corsa è lunga e senza mèta
come le vaghe aspirazioni umane. Al suo passaggio, grandi pieghe si
formano sulle superficie delle acque, e pare che le acque fuggano
guizzando. Ma se si leva all'alto lo sguardo, tutto rientra nella
silente immobilità, e solo l'insensibile moto della nave culla e
addormenta....
Notte. Tutto tace.
Il silenzio è pieno di rumori, di zufolii, di strepiti, di squilli, di
tintinnii. Talvolta si odono anche delle voci....
Chi mi chiama?
In mezzo ai corridoi, i lontani fanali proiettano delle ombre
smisurate, grottesche, spaventevoli. I quadri polverosi mostrano
confusamente le loro figure dagli sguardi immobili, insostenibili. Il
vento che passa per le fessure delle imposte, che s'ingolfa pei
corridoi, ha dei suoni gravi e lunghi come quelli dell'organo.
Che vista!
Nella notte profonda, le immense finestre della cupola si disegnano
vivamente illuminate. La luce non è eguale, ma vacillante come se
delle grandi ombre errassero tutt'intorno. Quale cerimonia si celebra
a quest'ora nella chiesa?...
La chiesa è vuota. Sono sceso dalla sacrestia, ho guardato da una
vecchia porta tarlata. Nessuno. La luce parte non so di dove. Le
lampade dei pilastri, le torcie degli altari, le candele delle lumiere
non ardono. L'organo canta....
Sono le anime che cantano, sono le anime che parlano il loro
immateriale linguaggio. Il canto è fievole, triste, doloroso, quando
esse dicono i ricordi della terrena esistenza; limpido, sereno,
giocondo il canto si effonde quando le anime narrano le paci ed i
tripudii della vita spirituale.
Cori d'armonie, torrenti di anime vibranti, prendetemi con voi,
trascinate con voi l'anima mia, perchè, appreso il vostro linguaggio,
essa esprima finalmente le sue angoscie e le sue esultanze.
Vi sono certi accordi chiari come fasci di luce penetranti nel buio.
Certi lenti tremolii sono pieni di silenzio....
Quando si schiude il registro della -voce umana-, qualcuno parla,
qualcuno chiama.
Il padre guardiano vuole distogliermi dal mio proposito; dice che
l'impresa è arrischiata, che bisogna avere il piè fermo e l'occhio
avvezzo alle vertigini del muratore o del marinaio.
La scala di ferro descrive un grande arco, adattandosi sull'emisfero
della cupola fino al lanternino.
Di lassù, la vista dev'esser più grandiosa, l'occhio deve abbracciare
un orizzonte immenso, il respiro deve trarsi più profondo, l'anima
deve spaziare liberamente...
Notte.
La chiesa è illuminata ancora, le finestre si incendiano
nell'oscurità. L'organo canta....
Dall'alto della cupola, l'effetto dev'essere meraviglioso. Le
vibrazioni delle anime, rinforzate tutt'intorno per la vuota sfera,
convergenti concentricamente in un punto, devono acquistare una forza
ed una fusione straordinaria.
Il padre guardiano mi ha fatto discendere a viva forza, minaccia di
chiudermi nella mia cella.
Non tenterò per ora. La porta aerea del campanile, da cui si va nella
cupola, è sempre aperta, giorno e notte....
Il terrore dei sogni; dei soli lividi, senza raggi, spaventosamente
immobili nel cielo tenebroso....
Ancora! La luce vacillante... i suoni dell'organo.... Ah! il registro
della -voce umana-!...
Ella si lamenta, fiocamente. Perchè la lasciai? Perchè non la seguii?
Come dolorosamente patì! Il pianto bruciava le sue gonfie palpebre,
struggeva le sue pallide guancie. Perchè la lasciai? Perchè non la
seguii?...
No! Ella si dà torto. La colpa non fu mia. Nella vita terrena avremmo
entrambi sempre sofferto! Nella vita terrena saremmo sempre stati
disgiunti!... Io non le dissi mai nulla; che cosa le avrebbe detto la
parola umana? Dal cielo spirituale dove Ella spazia, vede la miseria
nostra....
Ora mi compiange, s'impietosisce alla sorte mia. Io sono ancora tra i
lacci, io sono ancora nel buio. La sua voce si fa più tenera, più
dolce; mi sfiora la fronte come una mano materna. «Riposa, povero
amore, sogna un sogno felice.» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dall'alto della cupola, l'anima di Donato del Piano spicca i suoi voli
liberamente. La porta aerea è sempre dischiusa, il padre guardiano
dorme, la notte è profonda. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Silenzio! La -voce- riprende.
Era un'alba di primavera: il primo apparire della luce sulla terra
dormente e silenziosa mentre le stelle impallidivano in cielo. Ella
moriva, e tutt'intorno risuonavano le nenie ed i lamenti. Perchè
piangevano? La gioia rientrava in lei a misura che l'istante si
avvicinava, e quando il primo raggio di sole lampeggiò come una spada,
l'anima sciolse il suo volo. Pura, gioconda, libera, volava incontro
al sole. Nelle chiarezze diafane, nelle luminosità iridescenti, le
anime volano eternamente, in cerca delle anime predestinate. Quando
s'incontrano, inni di trionfo risuonano per l'etere, echeggiano pei
cieli profondi.... «Vieni dove io ti aspetto, dove t'aspetta il
gaudio, dove ogni brama è paga. Ascolti tu queste voci?...» Dolci,
teneri, soavi, dei sussurri si levano intorno. Sono le anime amanti,
le disposate anime, che si dicono eterne cose. «Impara questo
linguaggio; che tu mi comprenda, che tu mi risponda. In alto! in alto!
in alto!...» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La porta aerea è dischiusa.... Vengo. . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questo manoscritto si rinvenne in una cella del monastero dei
Benedettini di Catania, il giorno che un tedesco lì ospitato e affetto
da una mite pazzia, fu trovato cadavere informe sulla spianata del
campanile, dove la sua caduta dall'alto della cupola era stata
arrestata.
LA MORTA.
I.
.... Che cosa fare delle lettere d'amore prima di morire? Ogni altra
carta può legarsi agli eredi; essi custodiranno certamente le
importanti, e le inutili saranno distrutte. Ma che cosa faranno delle
lettere d'amore, quando la persona a cui furono dirette è spirata?
Sguardi profani percorreranno indifferentemente, forse con un
sarcastico sorriso, quelle linee che già fecero battere più forte un
cuore ora spento. Il secreto di quel cuore sarà profanato!... Da
un'altra parte, come rassegnarsi a distruggere con le proprie mani
quei documenti in cui è la prova che si è vissuto? Non sarebbe un
morire più presto?... Ricchezza inestimabile agli occhi di chi le
possiede, quelle carte perdono ogni valore per tutti gli altri, simili
in questo ai tesori di certe leggende diaboliche che si convertono a
un tratto in un mucchio di sassi e di cenere... Che cosa fare delle
lettere d'amore prima di morire?...
Seduto al suo scrittoio, col gomito appoggiato alla cassetta dischiusa
e la testa nella mano, Roberto Berni si rivolgeva da un'ora quella
domanda. Le sue lettere erano lì, riunite in piccoli fasci sui quali
erano tracciati dei segni convenzionali, ancora tutte odoranti d'un
profumo indefinibile di cui la cassetta era impregnata. Ed a quel
profumo, come per virtù d'una magica operazione, una figura sorgeva
dinanzi a Roberto, così viva, così presente, come se il tempo e la
morte non si fossero frapposti, come se una nuova vita non fosse
cominciata per lui. A momenti, egli stendeva la mano per prendere
qualcuna di quelle lettere: poi si arrestava, in preda ad uno
scrupolo. Il ritratto di sua moglie nell'antica cornice di bronzo lo
guardava coi begli occhi sereni, ed egli sentiva il sangue colorargli
le guancie dinanzi alla fermezza di quello sguardo. Gli pareva che
quel ritratto si sarebbe animato se egli si fosse deciso ad aprire una
di quelle lettere, se egli avesse finalmente ceduto all'imperiosa
tentazione di evocare una storia di cui aveva lì davanti le uniche
testimonianze.... Le uniche, no. Ve n'era un altro, dei ritratti, in
fondo alla cassetta, sotto il fascio delle lettere; un altro che egli
non aveva rivisto da anni e che ora lo chiamava, lo attirava con la
prepotenza di una nostalgia. Perchè non lo avrebbe rivisto?... Perchè
sarebbe stata una colpa!... Gli risuonava ancora all'orecchio
l'accento teneramente malfermo con cui, un poco prima, sua moglie gli
aveva annunciato che le sue speranze si confermavano, che la loro
unione sarebbe resa fra breve più intima dal più tenero e dal più
indissolubile dei legami. Provava ancora sulle labbra la freschezza
della fronte di lei, su cui aveva stampato, in premio della lieta
novella, un lunghissimo bacio. La sentiva ancora discutere gravemente
sulla scelta di un nome per la loro bambina--sarebbe stata una
bambina, la desiderava tanto! egli non se ne sarebbe avuto a male? gli
uomini sogliono preferire i maschietti!...--E come ella era andata via
a comunicare la notizia alla mamma, rovesciato sopra un divano, cogli
occhi socchiusi, egli s'era sentito travolgere da un turbine di idee e
d'imagini.
Vi è una specie di stratificazione dei sentimenti, come vi è una
stratificazione dei terreni di cui si costituisce la crosta del globo;
il cataclisma che mette a nudo le formazioni preistoriche trova il suo
riscontro nelle crisi della coscienza che sollevano l'antico fondo
sepolto sotto le impressioni di più fresca data. Uno sconvolgimento di
questo genere era quello operatosi in Roberto Berni; soltanto, esso
non era dovuto ad un urto repentino e violento. Insensibilmente, a
propria insaputa, un movimento di reazione interiore lo aveva rivolto
dalla presente adorabile realtà ad una lontana, tormentosa memoria.
Per la prima volta dopo tanto volger di tempo, dimenticando tutto ciò
che lo circondava, strappandosi alla sua fantasticheria, egli aveva
osato di rivedere le reliquie della sua giovinezza, di rimescolare gli
avanzi di una storia finita in una tomba precocemente ed
improvvisamente dischiusa. Ora, nel contrasto fra il bisogno di
evocare in tutti i suoi particolari quel passato in cui aveva lasciato
tanta parte di sè, e il dovere che egli sentiva incombergli di
dimenticarlo, il ritratto di sua moglie, su cui i suoi sguardi erano
inchiodati, si sbiadiva, si confondeva, si cancellava, e sugli
scomposti lineamenti un'altra figura si disegnava, più precisa, più
netta, più attraente: la figura della Morta.... Egli non aveva più
bisogno di cercare l'altro ritratto: la vedeva come se l'avesse
dinanzi! Sua moglie non lo guardava più, non avrebbe potuto più
rimproverarlo col suo immobile sguardo! E, risolutamente, dimenticando
tutti i suoi scrupoli, Roberto Berni disciolse uno dei fasci di carte.
Per il primo, un telegramma gli cadde sotto gli occhi, un telegramma di
città dal grosso carattere nero, così fresco come se fosse arrivato
soltanto il giorno innanzi, «-105 2000 3 24- B.» Degli anni erano
passati, mille altre vicende avevano lasciato le loro traccie nel suo
cuore e nella sua mente; ma l'impressione di angosciosa inquietudine
destata da quel telegramma si rinnovava, e così scuotente come la prima
volta.... Aveva egli ben letto? Il convenzionale cifrario era stato
bene interpretato? «Domani, nell'ora e nel luogo consueti, a qualunque
costo, per un affare grave...» Che cosa voleva dire?... E ad un tratto
egli si rivedeva sulla strada maestra del villaggio, trascinato al
trotto serrato della carrozza che s'avviava verso la villa del conte
Des Fayolles; vedeva il paesaggio sfilargli rapidamente dinanzi senza
più distinguerne le particolarità che, nella frequenza di quelle gite,
gli si erano stampate nella memoria e con la loro successione prevista
gli indicavano l'avvicinarsi della meta sospirata. Ora i cavalli si
erano messi al passo nella ripida salita serpeggiante per il versante
della collina, e un'impazienza tormentosa s'impadroniva di
lui.--Sferza! più presto!--I cavalli acceleravano il passo un istante,
col collo teso, faticosamente; poi si abbattevano, lasciavano pendere
la testa, bianchi di sudore sotto la pioggia di fuoco di quel
pomeriggio d'agosto. Cogli occhi, con la forza del pensiero egli
spingeva la carrozza, cercava di farsi più leggiero sui cuscini
scottanti, metteva ad ogni istante il capo allo sportello, battendo i
piedi, torcendosi le dita, con un'angoscia crescente all'idea
dell'ignoto pericolo che gli sovrastava, che le sovrastava.... Uno
schioccar della frusta, ed il trotto riprendeva, più serrato, al
cessare dell'erta. La pieve di S. Lorenzo.... il -Belvedere-... il
crocevia della Pineta.... Finalmente! Egli saltava dalla carrozza non
ancora ben ferma e spariva per la viottola sassosa, incassata fra gli
alti muri da cui sporgevano l'edera e i rovi. Ah! la porticina del
parco!... Ella era lì, pallida, tremante... lo afferrava con una mano,
mentre portava con l'altra un fazzoletto alla bocca....--Che è stato?
In nome di Dio, che è stato?...--Ella non poteva parlare, in preda a un
moto convulsivo, che dal petto le saliva alla gola, soffocandola; pure
trovava la forza di toglierlo di lì, dove potevano essere scorti, e di
trascinarlo verso lo -chalet- nascosto dietro la cinta delle araucarie
e dei cedri del Libano. Lo -chalet!- l'angolo più remoto e silenzioso
del parco! il -paradiso terrestre!- il luogo verso cui sempre volava il
suo pensiero, sulle ali del desiderio! il testimonio di una felicità
che egli aveva sperato inesauribile!...--Ma che cosa era dunque
successo?...--Inginocchiata sul tappeto di stuoia, con le braccia
distese verso di lui, ella balbettava disperatamente: È finita! È
finita!...--Come? perchè? chi poteva avere la forza di opporsi al loro
amore, di sciogliere i loro corpi da una stretta come quella che ora li
avvinceva, faccia a faccia, tremanti, ansiosi, smarriti?...--Mio
marito....--Ebbene?...--Ha tutto scoperto....--Non è che questo?--E
parte, domani! gli ordini sono dati, tutto è disposto.... Egli torna in
Bretagna, comprendi?... torna nelle lande delle Fayolles, a migliaia di
leghe da qui...--Repentinamente, egli si era disciolto da quella
stretta.--E tu lo segui?--O Roberto, che fare?...--Infatti!...--Ora
egli passeggiava per la stanza, in preda ad una cupa concitazione; uno
sgabellino di bambù lo fece inciampare; afferrarlo e spezzarlo fu
tutt'uno.--O Roberto--supplicava lei, accasciandosi--dici tu come fare!
Come resistere a quella volontà di ferro? Io ho paura di quell'uomo,
Roberto; come resistergli?...--Come? Lasciandolo! venendo via con me,
oggi, ora, sull'istante, per la porticina che mi hai dischiusa, nella
carrozza che mi ha condotto fin qui; venendo con me per sempre,
mettendo una fine a questa vita di palpiti, di angoscie, di
separazione, a questa morte lenta e continua; venendo con me per
realizzare il paradiso in terra, il paradiso vero, il paradiso eterno;
venendo via con me perchè tu sei mia e nessuno può avere la forza di
strapparti da me...--Sì, sì....--Ella si trascinava verso di lui, lo
afferrava alle ginocchia, rifugiando nel suo lo sguardo impaurito.--Sì,
sì!... portami via... quell'uomo mi ucciderà!... Portami via con te....
Ah! mia figlia....
E cadde di nuovo per terra. Egli le si era inginocchiato vicino,
sorreggendole la testa.--Ebbene, tua figlia? Non sei tu già separata
da lei?...--Ma egli la farà morire! me lo ha detto!... Se io non lo
seguo egli la farà morire!... No, Roberto; non fra le sue mani la
creatura mia!...--Allora?... Era proprio finita? era finita per
sempre? Non si sarebbero più rivisti? Non l'avrebbe egli potuta
seguire?--Dove? Tu non sai quale vita mi aspetta?...--Non avrebbe
almeno potuto provocare quell'uomo, ucciderlo o farsi uccidere?--Non
si batterà!--Ammazzarlo a tradimento, ammazzare tutta la sua razza?...
Ah, egli delirava! egli perdeva la testa!... Allora, era proprio
finita?... E con una forza sovrumana essi si erano avvinghiati l'uno
all'altro, così strettamente, così ferocemente come se avessero voluto
soffocarsi, come se avessero preferito morire in quel momento se da
quel momento non dovevano più rivedersi.... Un rumor di passi sulla
ghiaia del lontano viale....--Addio, Roberto... addio....
E poi? Che cosa era poi successo? La cascina, il parco, la porticina,
il sentiero, il crocevia della Pineta... egli non ricordava più nulla.
Come aveva fatto ad andarsene? Di dove era passato? Si ritrovava
dinanzi alla carrozza, senza sapere perchè lo aspettasse, perchè vi
prendesse posto. Ma come la frusta aveva sferzato l'aria fischiando e
i cavalli si erano mossi, un grido veemente gli era uscito dal petto;
«Arresta! Arresta!» E rapidamente, come impazzito, come inseguito,
avea ripreso la viottola del parco. Rivederla! Bisognava rivederla!
Come era possibile che egli l'avesse lasciata? A costo della propria
vita, a costo della vita di entrambi bisognava rivederla, non fosse
che un istante.... La porticina era chiusa; ogni sforzo per aprirla
riusciva vano. «Bianca!... Bianca!...» Il grido si perdeva nel
silenzio afoso del pomeriggio. «Bianca!... Soccorso!...» Tentò di
arrampicarsi sul muro, lacerandosi gli abiti, le mani, la faccia. A
mezz'altezza, cadde. «Bianca!...» Ebbe ancora la forza di sollevarsi,
si avventò di nuovo contro la porticina, vi dette su la testa....
Roberto Berni si era alzato di scatto. I ricordi si succedevano così
vivi come se la scena si svolgesse in quello stesso momento. Tutta
l'oppressione dei giorni tramontati si rinnovava, da togliergli il
respiro, da costringerlo a schiudere la finestra in cerca d'aria....
Così l'aveva perduta! Il domani della separazione fatale, destandosi a
casa sua dove il cocchiere lo aveva trasportato fuori dei sensi, un
altro telegramma dalla stazione di Bardonecchia gli ripeteva l'ultima
sua parola: «Addio!...» E poi, delle lettere rare, ad intervalli
sempre più lunghi, ed il tormento di non poterle scrivere, di non
poterle far pervenire nulla che le parlasse di lui.... E poi, un
silenzio di lunghi e lunghi mesi; e poi, una sera al Circolo,
l'annunzio brutale letto nelle -Nouvelles et Echos- del -Gil Blas-,
fra uno scandalo parigino e la -réclame- di un nuovo romanzo. «Nous
venons d'apprendre la mort de M.^me Bianca des Fayolles, la femme de
M. le comte Léopold des Fayolles, dêcédée à son château de Bretagne
des suites d'une maladie de coeur»....
Malgrado sapesse a memoria quelle poche parole, Roberto Berni
s'avvicinò di nuovo al suo tavolo e con mano tremante rovistò nella
cassetta. Il -Gil Blas- era lì, gualcito, bucato, ingiallito nelle
pieghe. «Nous venons d'apprendre....» e come lesse il suo nome, il
nome di Bianca, il nome della sua Bianca morta e adorata, scoppiò in
pianto dirotto. Con labbra convulse, amaramente e disperatamente, egli
chiamava: Bianca! Bianca! Bianca!... e baciava le sue lettere su cui
le lacrime cadevano, grosse e roventi. Ora l'imagine di lei non si
stampava più sul ritratto di sua moglie, e lo sguardo di costei
tornava a fissarsi sereno come prima sul suo. Che cosa voleva? Che
cosa pretendeva? Non sapeva che quello era stato il suo amore, il suo
primo, il suo grande amore? Era gelosa della morta? Di che cosa era
gelosa, se lo aveva tutto per sè? Se qualcuno doveva essere geloso,
era la sua povera morta dimenticata, era la sua povera morta sulla cui
tomba egli non si era inginocchiato, non aveva pregato, non aveva
portato un sol fiore!... No, egli non se n'era scordato!... Il tempo
aveva rimarginata la piaga, ma essa ora si riapriva e il sangue ne
grondava!... La vita aveva potuto riprenderlo, distrarlo, creargli
altre cure; ma la miglior parte di sè era sepolta con lei!... Un'altra
donna aveva potuto sorridergli, amarlo e farsi amare; ma il ricordo di
Bianca, della sua morta, viveva ancora in lui, sarebbe sempre vissuto,
puro, ideale, immortale come una religione . . . . . . . . . . . . . .
Il fruscìo d'una veste. La signora Berni, avvolta in una mantiglia
luccicante di -jais-, le mani nascoste nel manicotto, il cappellino
ancora in testa, si avanzava verso il marito, affrettando il suo
piccolo passo.
--Roberto, Roberto, hai tu trovato?
Egli non aveva l'aria di intendere.
--No?... È un affare grave! La mamma non vuole assolutamente che si
chiami come lei. «Lucia! o dov'è Renzo?...» E rideva! A me non
dispiacerebbe, per via dell'affezione, capisci!... Intanto, se sarà un
maschietto, le difficoltà sono belle e troncate; si chiamerà Roberto;
il più bel santo del calendario!...
E gli passò una mano dietro la testa.
--Tu cosa fai? Sei molto occupato?...
Girando uno sguardo sul tavolo, scorse le lettere, un ritratto. Vide
che le sue labbra tremavano.
--Oh, scusa....
E balbettata confusamente quella parola, si avviò verso l'uscio.
Non si sentì richiamare.
II.
Ella sapeva tutto. Sapeva che dedicandogli tutta la verginità del suo
cuore non avrebbe potuto contare sul contraccambio. Sapeva che egli
aveva vissuto, che era stato di altri, che le rughe solcanti la sua
fronte segnavano il lutto del cuore. Che importava?... Ella lo aveva
amato di più per quella nebbia di malinconia che velava il suo viso,
per quel gran dolore che lo aveva atterrato e che sarebbe toccato a
lei di far dimenticare!...
La scossa prodotta dal lamentevole dramma non aveva soltanto inaridita
l'anima di Roberto Berni, aveva ancora offuscate le sue facoltà
intellettuali. A trentacinque anni, nel pieno rigoglio dello spirito,
pareva che egli avesse smarrita la via fino a quel tempo felicemente
battuta, e mentre si apprestava a dare, in un'opera da molto tempo
annunziata ed ansiosamente attesa, la piena misura del suo ingegno,
quell'ingegno si isteriliva!... Che cosa avrebbe potuto guarirlo se
non l'amore, un amore così felice da cancellare gli effetti dell'amore
disgraziato?
Ella aveva accettata la partita; gli aveva fatto il sacrifizio di
tutta sè stessa; aveva sperato che i suoi baci, le sue carezze, le sue
cure, le sue premure, la sua devozione, la sua umiltà, l'atmosfera di
affetto in cui lo avrebbe da ora innanzi fatto respirare, sarebbero
riusciti a guarirlo. Ed aveva vista la vittoria sorriderle da vicino.
Non pareva che egli avesse tutto dimenticato? Non le aveva dato cento
prove di amore caldo e sincero? Non era tornato, con forze cresciute,
al lavoro? Non aveva sorriso?... Quel giorno stesso, poche ore
innanzi, quando ella gli aveva annunziato, in un abbraccio, la fausta
notizia, il prossimo realizzarsi delle loro lunghe speranze, il nuovo
e più potente e più dolce vincolo che li avrebbe uniti, non l'aveva
egli stretta tenerissimamente, non gli aveva sussurrato fra i baci
interrotte parole d'amore e di gratitudine? Chi avrebbe potuto dirle
che più tardi, un momento dopo....
Abbandonata sopra una poltroncina, nella sua stanza da letto, con la
testa fra le mani ella chiudeva gli occhi dinanzi al crollo repentino
dell'edifizio pazientemente costrutto. Egli amava ancora la morta!
Egli non l'aveva mai dimenticata! Egli rileggeva le sue lettere,
baciava il suo ritratto, rievocava la sua memoria!... Egli non le
aveva dato ascolto quando gli aveva parlato della -loro- creatura!
Egli avea pianto--per lei, per la morta!--quando avrebbe dovuto
sorridere alla nuova vita che si agitava nelle sue viscere!... Tutto
era stato inutile! Tutti i suoi sforzi erano stati invano sprecati!
L'amor suo non era bastato! Quando egli le aveva detto di amarla, non
aveva detto a lei; aveva detto all'altra, alla morta!... Che forza
aveva dunque costei, se dal fondo di un sepolcro lo attirava ancora,
lo possedeva più interamente, più saldamente che non l'avesse
posseduto viva?...
Il suo spirito si confondeva: ella non sapeva darsi una spiegazione
altrimenti che balbettando delle parole: l'amore!... la passione!....
con quella meraviglia che si prova dinanzi alle cose più strane. Che
cosa sapeva ella dell'amore, delle passioni? Che cosa sapea della
vita? Quel poco che egli le aveva rivelato. V'era stato qualcuno che
avesse mai pensato a lei, che si fosse interessato a lei?... Riandando
col pensiero la sua vita passata, ella si rivedeva fanciulla, nella
solitudine che l'aveva circondata fin dalla nascita, a curare i suoi
vecchi zii malaticci, a coltivare i suoi fiori, ad educare il suo
spirito alla disciplina di studii severi. Egli era venuto, e il sole
aveva sorriso!... Come pretendeva ella di giudicarlo? Si giudica
l'aria che vi mantiene in vita? Non viveva ella per lui, non era ella
la sua creatura, la sua cosa?... «L'amore!... le passioni!...» Ella
non intendeva quelle grosse parole; ella sapeva soltanto che egli era
il suo culto, che bisognava stargli innanzi in ginocchio, aspettando
l'elemosina di un suo sguardo benigno. Egli era fatto per una vita di
comando e di gloria; ella per l'abnegazione e per il sacrifizio. Egli
si era abbassato fino a raccoglierla, bisognava adorare quelle mani
che si erano tese verso lei. Che cosa aveva ella fatto per meritare
questo premio insigne? Quante la guardavano con invidia gelosa? Non
avrebbe egli avute tutte, tutte quelle che avrebbe desiderate?
No, egli non ne desiderava nessuna! La morta lo aveva preso con sè....
Come aveva dovuto amarlo!... Più di lei! di un amore più cieco ed
assoluto del suo, contro cui la gelosia nulla poteva, che si faceva
invece più saldo ora che si vedeva meno apprezzato!... Che cosa voleva
dire esser gelosi?... Ella avrebbe voluto amarlo come -lei-, avrebbe
voluto -essere lei-, sollevarla dalla bara in cui era stata composta,
spirarle la sua propria vita, per ridarla a lui, per farlo felice....
Ella se ne sarebbe andata lontano, in qualche parte; o piuttosto lo
avrebbe scongiurato di tenerla ancora con lui, in un angolo, per
servirlo, contenta dello spettacolo della sua felicità.... No, la
morta non era da compiangere; la morta era degna d'invidia! Ella
avrebbe voluto essere morta ed essere amata così, di un amore che
l'eterna lontananza della persona amata rendeva ancor più potente!...
No, la morta non era da compiangere; da compiangere era lui, ridotto a
combattere contro tutto ciò che cospirava per portargli via la sua
pietosa memoria. Infine, era una colpa se la povera morta aveva ancora
un posto nel suo cuore? Come essere gelosa di chi non era più?... Se
ella avesse osato!... Gli avrebbe parlato di -lei-, avrebbe ascoltato
tutto ciò che egli le avrebbe detto di -lei-, avrebbe saputo trovargli
un rimedio contro l'infinita amarezza del suo ricordo....
L'uscio si schiuse. Nella semi-oscurità che al sopravvenire del
crepuscolo aveva invaso la stanza, ella scorse la figura di Roberto.
Prima ancora che avesse avuto il tempo di ricomporsi, se lo vide
inginocchiato dinanzi nasconderle la testa in grembo.
--Emma! perdono....
Ella lo attirò a sè, lo baciò in fronte, lo accarezzò, passandogli e
ripassandogli una mano fra i capelli.
--Oh sì, Roberto... povero Roberto mio!...
Vi fu un istante di silenzio. La donna riprese:
--Senti, Roberto... io vorrei dirti una cosa....--Ella parlava
pianissimo.--Se sarà una bambina... nostra figlia si chiamerà...
Bianca....
--O buona!... o Emma mia buona!...
Le loro teste si confusero di nuovo. Come era già buio, egli non potè
vedere gli occhi di lei, dove luccicavano due lacrime.
LE DUE FACCIE DELLA MEDAGLIA.
L'egoismo, se dobbiamo esser sinceri, è il sostrato costante di tutti
i nostri molteplici sentimenti; nè, per verità, esso dovrebbe venirci
rimproverato, dipendente com'è da un'illusione di ottica morale comune
ad ogni uomo. Poichè tutti gli esseri e tutte le cose in tanto
esistono in quanto sono pensati da noi, è naturale che ciascuno di noi
si creda il centro intorno a cui gravita l'universo, e che le ragioni
dell'-io- siano considerate come le sole attendibili. È presumibile
che se lo specchio avesse una coscienza, esso affermerebbe soltanto la
esistenza di ciò che vi si riflette; ma, siccome facendo riflettere
uno stesso oggetto in due o più specchi, ciascuno di questi lo
vedrebbe sotto un angolo necessariamente diverso, i giudizii che essi
darebbero sulla forma dell'oggetto non potrebbero mai essere identici.
Così è dei giudizii nostri. Per la doppia influenza del temperamento
iniziale e dell'educazione acquisita, il modo di vedere di ogni uomo
è, a proposito di tutto, nel mondo fisico e nel morale, più o meno
diverso da quello di ogni altro uomo; quando poi l'interesse personale
è in giuoco, il dissidio diventa ancora più grande.
Nella pratica della vita, per le necessità stesse del consorzio
sociale, l'accordo sembra farsi sotto la vernice dell'ipocrisia, o si
fa realmente, qualche rara volta, per lo spirito di sacrificio; accade
però spesso, quando gli interessi impegnati sono troppo forti, che il
contrasto scoppii violentemente, e nulla è più curioso, per
l'osservatore spassionato, della ingenuità con la quale da ciascuna
parte si crede di essere solamente ed interamente nel giusto.
Ridotta ad una espressione rigorosa e si potrebbe quasi dire
scientifica, questa era la tesi che la signora Auriti sviluppava, con
le incertezze e le ripetizioni inevitabili della conversazione,
dinanzi ad Eugenio Darsi, e che trovava invece in costui un avversario
deciso.
I due erano soli nel grazioso salottino giapponese dove la signora
Auriti riceveva le sue visite; un silenzio assoluto regnava in
quell'estremità dell'antico palazzo prospettante in una via erta e
solitaria; e la conversazione, iniziata sopra un futile soggetto,
l'approssimarsi della stagione dei bagni, era caduta sulle cose del
sentimento.
Caduta non è forse la parola conveniente; poichè il Darsi,
attraversando, nei suoi rapporti con la signora Auriti, quel periodo
pericoloso in cui il secreto e vago desiderio che ogni uomo prova in
presenza della donna sia pure la più rispettata, comincia, date certe
circostanze, ad ingigantire e quindi a manifestarsi, aveva egli stesso
preparata la via a più intime espansioni.
Se non che, una virtù severa, o meglio forse le scettiche persuasioni
dell'esperienza, corazzavano la signora Auriti contro ogni seduzione
anche più potente di quella che tentava di spiegarsi sopra di lei; e
il freddo ragionamento, la logica inflessibile con cui ella aveva
risposto alle professioni di fede, un po' troppo vivaci per esser
tutte sincere, del Darsi, avevano ben presto fatto temere a
quest'ultimo che il suo gioco non venisse scoperto. Perfino la chiara,
la viva luce penetrante dalle finestre e temperata appena dalle
tendine tenuissime, gli procurava un certo fastidio, abituato com'egli
era alle propizie semi-oscurità dei salottini delle signore alla moda.
--Io le domando scusa--tentava nondimeno di insistere--ma lei non mi
persuaderà che due esseri non si possano comprendere, che l'accordo
sia impossibile, che il disinteresse non esista; non mi potrà
persuadere che sotto la spinta delle grandi passioni il nostro -io-
non scomparisca, non si annulli, per farci vedere, per farci sentire,
per farci vivere di un altro -io-....
--Sì, sì,--interruppe la signora Auriti, prendendo da un minuscolo
tavolinetto uno svelto calice di cristallo e odorando le violette di
Parma che vi suggevano nuova vita,--glielo concedo; ma fino a quando
quest'altro -io- ci seconda. Aspetti però il giorno che sorgono le
contrarietà!... E poi, crede lei che l'accordo sia vero, o non è più
tosto apparente? Non è il nostro interesse che ci spinge a passar di
sopra ai malintesi quotidiani nell'attesa di un vantaggio avvenire,
fin quando questi malintesi non sono così grandi da nuocerci
immediatamente?...
--Si direbbe un professore di morale!--esclamò il Darsi, non senza una
piccola punta di ironia.
--La morale astratta, ha ragione, è spesso falsa e noiosa....
--Io non ho detto....
--Ma la moralità che scaturisce viva dai fatti non va disprezzata.
Guardi, per esempio....
La signora Auriti sembrò esitare un istante; poi, risolutamente:
--Ne vuole un esempio palpitante?--ripigliò.--Io non commetto una
indiscrezione, poichè lei non conosce le persone di cui si tratta....
E alzatasi, aperto un armadietto e frugatovi un poco, ne cavò una
lettera che venne a porgere al suo contradditore.
--Che cos'è questo?--chiese curiosamente il Darsi.
--Legga, legga; lo saprà subito.
Il Darsi spiegò la carta e lesse:
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