qualche segno rivelatore dell'accoglienza che gli era riserbata. Senza
esser fatuo, sapeva che non poteva venir considerato come il primo
venuto; pure egli non era senza una certa inquietudine. L'impressione
procuratagli da quella donna non era ordinaria. Egli aveva molto
sentito parlare di lei, dell'austerità dei suoi costumi, del
sacrificio di tutta la sua vita, e non si era potuto difendere, ogni
volta che l'aveva intraveduta, o se ne era rammentato, da un movimento
di istintiva curiosità dinanzi a quella che tutti, amici e nemici,
chiamavano un'eccezione di donna. Però, il giorno della visita
all'eremitaggio, uno spiraglio si era aperto pel suo spirito. Da che
cosa poteva dunque dipendere la mestizia diffusa nella figura della
duchessa di Neli, se non dal vuoto della sua vita e del suo cuore?...
Egli la rivedeva, malinconica, nella semplicità quasi dimessa della
sua toletta, aggirarsi pei corridoi del romitaggio, e una secreta
corrispondenza gli pareva corresse tra quella figura di donna la cui
vita era stata una rinunzia, e il soggiorno di coloro che avevano dato
un addio al mondo, per sempre. Egli la rivedeva sotto il grigio di
quel cielo autunnale, alla terrazza del romitaggio, e non poteva
riuscire a difendersi da un sentimento di commiserazione pensando a
quei poveri capelli bianchi, a quel tramonto d'una bellezza invano
fiorita. Di quale amore tenero e forte ad un tempo doveva amare quella
donna! Che tesori di affetto aveva dovuto accumulare nel suo cuore,
così a lungo deserto! Come avrebbe egli voluto darle, nel breve tempo
che ancora le rimaneva dinanzi, tutte le dolcezze che le erano state
defraudate! Come avrebbe voluto che l'aurora dell'amore confortasse la
malinconia di quel tramonto! Con quale tenerezza avrebbe egli baciato
quei poveri capelli bianchi, con qual cura gelosa ne avrebbe composta
e custodita una piccola ciocca!...
Ad un tratto, il cavallo si arrestò. L'intelligente animale pareva
avesse compresa la distrazione del padrone e indovinata la mèta,
poichè s'era fermato da sè dinanzi il cancello della villa. L'Olderico
discese, legò le redini all'inferriata e s'avanzò pel viale. Dei cani
gli abbaiarono contro, un servo si avanzava.
--La signora duchessa?...
--Favorisca.
L'Olderico salì la breve scala di marmo, ornata di grandi vasi.
Sull'uscio, un cameriere gli fece strada. Traversarono una fila di
stanze semi-buie, dove i passi si attutivano sui tappeti; la duchessa
stava in un salottino ancora più scuro. Entrando, l'Olderico non
l'aveva scorta; com'ella si scosse sulla poltrona, le si fece
incontro.
--Signora duchessa....
--Buondì, cavaliere; è stato molto buono di ricordarsi di me! Sono
lieta di poterla ringraziare a voce dei bellissimi libri. Un vero
regalo. È tanto lungo il tempo in campagna, in questa stagione
uggiosa! Grazie a lei, ho passato delle ore piacevolissime....
--Mi permetta di credere che tocca a me ringraziarla....
Assuefatti gli occhi a quel dubbio chiarore, l'Olderico potè veder
meglio la duchessa. Ella portava una ricca veste da camera -loutre-
con largo -tablier- a pieghe di -surah- celeste pallidissimo;
guarnizioni di merletti e cascate di nastri -loutre- e celeste. Da
tutta la persona esalava un profumo di -corilopsis- così acuto, che
finiva per dare alla testa.
Senza saper bene perchè, l'Olderico si sentiva vincere da una
freddezza crescente; aveva creduto di trovare la donna incontrata al
romitaggio; ne aveva invece dinanzi un'altra. Come la duchessa parlava
della noia dell'autunno, delle promesse dell'inverno, egli finì per
darle ragione, contro genio, per darsi un contegno.
--Ecco il suo -Mont-Oriol-; sto per finirlo.
La duchessa prese il volume dallo sgabello vicino e stese un poco il
braccio. Le sue dita erano ricoperte di anelli, i brillanti gettavano
bagliori tutt'intorno.
Ora si parlava di letteratura; ella l'aveva contro i naturalisti,
trovando mal fatto che non si descrivessero le cose ricche, la vita
elegante, le passioni nobili e generose. L'Olderico, sempre più
impacciato, parlava a pena.
La duchessa si alzò.
--Ama i dolci, cavaliere?...
--Grazie, signora duchessa....
Com'ella prese la bomboniera sul caminetto, vicino la finestra, e
l'Olderico le si fece vicino, scorse la fronte di lei in piena luce. I
capelli bianchi? Scomparsi, spariti; invece, la pelle era
impercettibilmente macchiata di nero....
--E resterà ancora un pezzo in campagna?
--Oh, no, signora duchessa. Mi pare che ella abbia perfettamente
ragione. Quest'autunno non ha nessuna poesia. Ritornerò in città
domani l'altro.
IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA.
I.
La prima messa, a San Giorgio, era poco frequentata: delle donne di
umile condizione, in vesti dimesse, inginocchiate dinanzi alle
seggiole; qualche vecchio seduto sulle panchette di legno; due o tre
beghine appartate in un angolo, riconoscibili al pallore clorotico del
viso, alla rigidità quasi meccanica del gesto col quale sgranavano i
loro rosarii: una trentina di persone, in tutto.
La chiesa era piccola, moderna, dall'architettura semplicissima, senza
nessuna di quelle rarità dell'arte che attirano nelle case della
preghiera l'irriverente processione dei curiosi, dei -touristes- con
la guida sotto il braccio e il binocolo a bandoliera. Le pareti, quasi
nude, erano d'un candore abbagliante; il pavimento, di marmo, a grandi
lastre bianche e nere, aveva una lucentezza di specchio; e nell'ordine
rigido, nella severa nudità regnante tutt'intorno, si rivelava uno
spirito rifuggente da ogni pompa, sollecito solo della concentrazione
interiore e dell'adorazione.
Era padre Ladislao il rettore di San Giorgio, l'officiante di
quell'ora mattutina; e la figura del giovane ministro, austera nei
semplici paramenti, dalla fronte alta e spaziosa, dagli occhi ceruli,
dalla carnagione delicata, dalle mani bianchissime mirabilmente
modellate che toccavano leggerissimamente i sacri arredi dell'altare,
presentava un'intima, una completa corrispondenza con quell'ambiente
severo e luminoso ad un tempo.
San Giorgio era tutto un mondo per il padre Ladislao, l'oggetto delle
sue cure più assidue; e per continuare a regger quella chiesa, egli
ritardava volontariamente l'avanzamento che lo aspettava da molto
tempo nella gerarchia ecclesiastica.
L'anello piscatorio ed il pastorale sarebbero già toccati da tempo a
padre Ladislao Mantaldi dei principi di Valdiriva, e qualcuno andava
fino a predirgli il rosso cappello cardinalizio. Non erano soltanto le
tradizioni della grande famiglia, la sua potenza, le sue relazioni,
che gli spianavano così la via ai più alti gradi; era ancora, e più,
la vasta intelligenza, la varia cultura, lo zelo illuminato, la
modestia esemplare, la purità dei costumi, che facevano di questo gran
signore una delle speranze della chiesa napoletana. E bisognava
veramente stimare irresistibile quella vocazione che lo aveva fatto
rinunziare, in età giovanissima, alle seduzioni del mondo, alla
eccelsa posizione che egli vi era naturalmente chiamato a sostenere,
per l'umile nera veste del seminarista. Più tardi, quando era giunta
l'ora di pronunziare i voti irrevocabili, quando una sua sola parola
avrebbe deciso dell'intera sua vita, si era creduto che egli si
sarebbe arrestato dinanzi alla definitiva e irreparabile rinunzia. Ma
quella parola, Ladislao Mantaldi l'aveva pronunziata con voce ferma e
sicura; e tutto era stato detto, per sempre.
Per iscoprire l'ignoto autore di un delitto, il magistrato possiede un
criterio ordinariamente sicuro: cercare se il delitto può avere
arrecato dei vantaggi, ed a chi. Coloro che si fossero rivolta una
simile domanda, dinanzi alla rinunzia di Ladislao Mantaldi, sarebbero
stati messi sulla via della verità. Dando un addio al secolo, egli
primogenito, era suo fratello minore che ereditava, col titolo del
nobilissimo casato, i beni terrestri; e la cieca passione che la
principessa madre aveva per il suo secondo figlio spiegava il
sacrifizio che Ladislao, col suo carattere mite, ossequente,
rassegnato, era stato persuaso a compire.
Pronunziando i suoi voti, egli non aveva inteso però di adempiere ad
una semplice formalità, con una di quelle restrizioni interiori così
frequenti che modificano e talvolta annullano gl'impegni che noi
affermiamo di prendere dinanzi a noi stessi. Nella sua nuova vita, a
cui l'educazione religiosa disposta dalla madre lo aveva preparato del
resto fin dagli anni più giovani, quando le sue passeggiate, sotto la
scorta d'un vecchio prete, avevano per meta un antico convento, e gli
stessi suoi giuochi consistevano in rappresentazioni sacre; in quella
sua vita Ladislao era entrato interamente, senza transazioni di sorta,
col fervore solo capace di attutire la sorda voce che diceva la
dolcezza delle gioie terrene.
Per il giovane imbevuto di precetti rigidamente impartiti, fuori di
ogni personale esperienza, era stato lungo tempo un argomento di
sconforto il ritorno frequente di questa voce, la visione ostinata di
quel che egli aveva già appreso a considerar come il Male. La purezza
nelle azioni gli pareva una cosa molto mediocre, se ad essa non avesse
corrisposto quella dei sentimenti, e con un terrore infinito egli si
vedeva impotente non che a domare, ma perfino a guidare il proprio
pensiero. In questa sua dolorosa incertezza, in quest'intima
impotenza, egli aveva temuto di andare incontro ad una perdizione
eterna, ingannando gli uomini e Dio con le aspirazioni ad una santità
che si vedeva incapace di conseguire là dove appunto sarebbe stata più
meritoria, nel dominio spirituale.
Lo spirito d'analisi, grandezza e tormento dell'uomo moderno, non
sarebbe che un effetto della legge cattolica dell'esame di coscienza?
Qualunque ne sia l'origine, il certo è che esso prende, in certe
nature superiori, uno sviluppo esorbitante, nel quale la sottigliezza
dell'indagine è in ragione inversa della nettezza dei risultati. A un
tale stato intimamente angoscioso la lunga pratica di scendere in
fondo alla propria coscienza aveva ridotto padre Ladislao, quando egli
era perfino arrivato a temere che quella sua ingenua persuasione di
indegnità potesse essere una suggestione perversa, un comodo pretesto
trovato per evitare la via della rinunzia e per conseguire il
sodisfacimento delle sue brame secrete.
Allora, la parola del vecchio maestro che aveva sorretto i suoi primi
passi, dell'umile prete venerato come un padre, lo aveva tratto da
quell'angoscia, con la dimostrazione della universalità di ciò che
egli aveva creduto un caso particolare, una specie di morbosa
impotenza di cui egli solo si trovava di essere vittima. Allora, egli
aveva misurato l'abisso che separa sempre l'azione dall'intenzione;
aveva compresa l'irriducibilità del pensiero, l'incoscienza con la
quale si compiono le operazioni dello spirito, e rassegnatosi quindi
alle inconfessate e spesso inconfessabili suggestioni della mente, la
sua vocazione si era fatta più salda, più sicura, col dovere che gli
si tracciava ora nettamente dinanzi, di illuminare le anime umane, di
guidarle, di sorreggerle con tanta maggiore sollecitudine quanto più
grande, più naturale era la probabilità della colpa.
Una reputazione di santità era il frutto di quella abnegazione; una
reputazione di cui egli avrebbe sorriso nel suo interno, con qualche
sfumatura di amarezza, se non fosse stato più forte in lui lo spirito
di compatimento per gli errori degli uomini.... Quel giorno, come
sempre allorquando egli dominava dall'altare la folla dei fedeli
sparsa qua e là per la chiesa, il pensiero del contrasto fra il
rispetto, fra la devozione un poco meravigliata che si leggevano negli
sguardi di quanti lo circondavano, e l'intima sfiducia di esserne
veramente degno, occupava la sua mente intanto che egli si preparava
ai mistero dell'elevazione. Se gli uomini avessero potuto leggergli
nell'anima in quell'ora; se avessero potuto sospettare il dubbio che
vi tenzonava, intanto che egli teneva chini gli sguardi sul messale e
le mani congiunte in segno di adorazione?.... In quei momenti, per
l'attenzione stessa di cui lo faceva oggetto, il dubbio s'ingigantiva;
egli si persuadeva della propria indegnità, dell'ipocrisia che vi era
da parte sua nel presumere di farsi curatore di anime, lui che aveva
pel primo bisogno di esser guidato! In una rapida evocazione,
riprovava allora le inquietanti impressioni dell'adolescenza, quando
veniva di tratto in tratto nel sontuoso palazzo degli avi, e come
dietro un sipario intravedeva il magico spettacolo del mondo e delle
sue attrattive; allora, l'acuto profumo dei fiori freschi, unica nota
vivace profusa su quegli altari quasi nudi, gli procurava un
turbamento profondo.... Un istante dopo, la crisi era superata; egli
aveva degli slanci interiori di sommessione, di sacrifizio, che lo
redimevano ai proprii occhi; mentre l'ostia si alzava, in un nembo
d'incenso, egli si prostrava con lo spirito, si faceva umile, si
annichiliva, e nel suo volto non si leggeva più che una pietosa
serenità....
II.
La messa era finita. Come le sacramentali parole furono pronunziate,
si levarono per la piccola chiesa dei rumori diversi: urti di sedie
rimosse, stropiccii di passi; e padre Ladislao, passato nella
sacrestia, si disponeva a spogliarsi dei suoi paramenti. Ad un tratto,
il giovane seminarista che aveva servito l'uffizio e che si era
attardato in chiesa, venne a raggiungerlo con un'animazione nel bel
volto bianco dagli occhi intelligenti.
--Padre Ladislao,--diss'egli, mostrando col braccio disteso la porta
di legno scolpito a bassorilievi,--vi è in chiesa una signora, una
signora entrata a momenti, che domanda di lei, per confessarsi....
--Ebbene?
--Che cosa debbo dirle?
--Che vengo subito.
Il seminarista scomparve, intanto che padre Ladislao finiva di
rivestirsi, con una lentezza un poco in contraddizione con la sua
risposta. In verità, egli non si sentiva molto disposto alla
confessione quel giorno; il suo spirito non aveva la necessaria
lucidità, delle nebbie erranti lo velavano. Nondimeno, come fu pronto,
rientrò in chiesa. Si era avanzato di qualche passo appena, quando
scorse la donna inginocchiata accanto ad un pilastro, col velo nero
come la veste gettato sulle spalle. Egli stese a un tratto un braccio
tremante, quasi in cerca di un appoggio, e si scolorì rapidamente in
viso.
Vistolo, ella gli s'era avvicinata, prendendogli una mano e portandola
alle labbra, prima ancora che egli avesse potuto pensare di opporsi a
quell'atto.
--Padre, se non la disturbo....
Era lei, la sua figura, la sua voce!... Il suo lontano sogno di
giovanotto improvvisamente riapparso, con l'intensità della vita
stessa, col materiale contatto di quelle labbra che gli bruciavano la
mano, malgrado egli tentasse di cancellarne con l'altra l'impronta....
Come mai la tentazione delle sue notti lontane gli veniva ancora
dinanzi, quand'egli giudicava di averla domata per sempre? E che cosa
voleva da lui, che aveva saputo custodire nel più profondo dell'anima
il proprio secreto?
---Confiteor-....
Ma egli non poteva confessarla! Non poteva confessare nessuno, e lei
tanto meno! Egli era un uomo, debole, cieco, turbato, malfermo come
tutti gli uomini, ed in quel momento d'affanno più di tutti gli altri!
Perchè metterlo dunque alla prova; e quale mostruoso sacrilegio doveva
compirsi sotto quel confessionale, nella casa del Signore?...
Nessuno di quei varii sentimenti tumultuanti in lui si poteva rivelare
alla donna. Accasciata in ginocchio sulla predellina, dietro la
piccola finestra tutta simmetricamente forata, ella cominciava a
parlare con voce rotta dall'emozione, cercando stentatamente le
parole, con frequenti reticenze piene di turbamento. Ella diceva i
pericoli che la insidiavano, l'abisso della colpa che le si spalancava
dinanzi, che le dava le vertigini, e che l'attirava.... Unita contro
la propria volontà ad un uomo che non amava, ella non era libera di
soffocare la voce del cuore; poi, ella sapeva tutta la gratitudine di
cui quell'uomo che le aveva dato il suo nome ed il suo affetto--il
padre di sua figlia--era degno; la gratitudine, sì, qualcosa di più
del dovere.... ed ella si sentiva dilaniar l'anima, e la sua pace era
perduta, ed invocava una parola che la reggesse in quella lotta di
tutti gl'istanti, tanto più atroce quanto più intima.
--Padre, o padre! voi che tutti venerano come un santo, voi che
passate pel mondo sorretto da una forza divina, datemi voi un
aiuto.... Io non ho nessuno accanto a me; non ho più mia madre; mia
figlia è lontana, chiusa in un lontano convento.... Ditemi voi, padre,
come vincere in questa guerra....
Dietro la sottile parete di legno traforato, rispose la voce del
confessore, leggermente velata:
--L'aiuto che altri può dare non è mai così efficace come quello
prestato dalla propria coscienza. È ad essa che bisogna domandarlo;
essa non lo nega mai fin quando è viva. E che sia viva, lo prova
questa confessione, il contrasto provato, il pentimento prima della
colpa....
Ella balbettò:
--È orribile!... È orribile!
La voce tacque un istante, un rapido istante; poi riprese:
--Fin quando la colpa ispira quest'orrore, non bisogna disperare. Vi
sono delle leggi che regolano tutto: il mondo materiale come il mondo
spirituale, l'universo come la vita. Tutto ciò che offende la legge è
condannato naturalmente a perire; la colpa porta con sè il gastigo
immancabile.
--O padre, basterà dunque astenersi dal peccare per paura della
punizione?
---Bisogna ancora alzar gli sguardi in alto.... ma non tutti ne sono
capaci.
Vi era una impercettibile intonazione di durezza nella voce che aveva
pronunziate quelle parole e che, subito dopo, si era spenta. La donna
aveva preso a respirare affannosamente, rovesciando un poco la testa,
come in cerca d'aria. Poi, riavvicinandosi alla finestrella,
nascondendosi la faccia tra le mani, mormorò rapidamente:
--Misericordia.... misericordia di me! Perdono, Signore, pietà!...
Un silenzio di qualche momento, durante il quale non si sentiva altro
che il respiro affannoso della penitente. Dall'interno del
confessionale, nessun segno di vita, come fosse deserto. Poi, una voce
ne uscì, più profonda, più velata, trasformata così che non pareva più
quella di prima.
--Nessuno domanda invano pietà, nessuno si rivolge invano alla eterna
misericordia. Il pentimento è il lavacro di tutti gli errori; il
ritorno dell'anima che minacciò di smarrirsi è ancor più festeggiato
tra gli eletti....
La voce si faceva a poco a poco sempre più fievole, si spegneva,
moriva.
Ella si passava ora una mano sulla fronte ardente, ne scostava
nervosamente i riccioli dei bruni capelli.
--Sì, sì; io sono colpevole, più di quanto ho detto,--balbettava
ansiosamente.--Io non ho detto tutto, e questa è una nuova colpa....
Il peso del mio secreto mi soffoca, mi toglie il respiro.... Ho
giurato a due uomini..., ad uno dinanzi alla legge umana e divina;
all'altro dinanzi alla mia coscienza.... E non debbo, mio Dio!
ingannar l'uno, e non posso scordarmi dell'altro!... Come ho
resistito, quante volte ho pregato il Signore di darmi quella forza
che a poco per volta mi è venuta mancando, quante volte ho invocato la
generosità di quell'uomo sempre più insistente....
La voce disse, duramente:
--Non bisogna contare sulla generosità degli uomini.
--Ah, sì! è stato forse questo il mio errore; è per questo che mi sono
sentita trascinare sempre più vicino all'orlo della colpa, da
rasentarlo.... da esser considerata come perduta.... Ah, che dolore e
che vergogna, all'accusa menzognera! Perchè non è vero, padre! perchè
se ho peccato col pensiero, non ho peccato con le opere!... E non
esser creduta! E non aver nessuno al mio fianco, dinanzi a cui
piangere le lacrime dell'innocenza e del rimorso; dover comporre una
maschera di serenità dinanzi all'uomo che ho offeso: non trovarmi
accanto mia figlia... Io piangerei dinanzi ad essa, ma non sarei
costretta ad arrossire; lo giuro a Dio, sulla mia salute eterna....
Padre.... Padre, mi ascoltate voi?
La voce rispose, dolce e lieve:
--Ti ascolto, figlia mia, come ti ascolta tua madre di lassù....
Allora, ella ruppe pianamente in pianto. Gli occhi aridi, le guancie
ardenti, erano tutti irrorati dalle lacrime, l'eccitazione dello
spirito trambasciato si risolveva in quella crisi benefica.
--Madre mia!... Madre mia!... Che buona parola!... Come fa bene poter
piangere!... Sarò dunque perdonata?...
--Sempre che ne avrai la speranza....
--Il pianto non è dunque una debolezza, se io mi sento ora più forte
di prima, più disposta ad uscir vincitrice dalla lotta?... Che bene mi
avete fatto, padre mio!...
--Bisogna guardarsi dall'eccesso della fiducia dopo l'eccesso dello
sconforto. A sostenerti, riprendi tua figlia presso di te; il posto
delle figlio è accanto alle madri. Pensa che essa penserà a te, come
tu oggi pensi a tua madre; pensa che l'amore, l'odio, l'ambizione,
l'invidia, tutte le più forti passioni finiscono prima di noi, e che,
quando tutto è finito, una cosa resta: la soddisfazione del dovere
compiuto....
Parlava ancora, sotto voce, con una grande dolcezza, che ella io
interruppe:
--Sì, è vero, è giusto!... Grazie, padre; grazie del bene che mi avete
fatto.... E potrò ancora ricorrere a voi?
--Ogni volta che ne avrai bisogno.
Ella restò ancora un poco in orazione; poi si levò, traversò
lentamente la chiesa, bagnò le dita nella pila dell'acqua santa, si
curvò ancora voltandosi, ed uscì.
III.
Il seminarista, che aveva finito di mutare le tovaglie degli altari
per la prossima festa, vedendo che padre Ladislao non usciva ancora
dal confessionale, si avviò verso di lui.
Al rumore di quel passo, il confessore venne fuori. Era
straordinariamente pallido in viso, ed aveva uno sguardo incerto che
fece chiedere al piccolo chierico:
--Padre, la confessione l'ha stancato?
--No, no....
--Allora, si fa oggi la prova della cantata?
--Domani, Luigi; dirai che vengano domani. Oggi ho qualche cosa da
fare.
Diede ancora alcune disposizioni; poi uscì, dirigendosi verso la città
alta. Camminava rapidamente, col capo chino, senza guardare nessuno.
In breve, si lasciò dietro le ultime case, ed avanzò per l'erta della
collina. Gli alberi proiettavano il loro verde tenero sull'azzurro del
mare; un mare tranquillo come un lago, popolato qua e là di stormi di
piccole vele. La strada, nei suoi zig-zag, rasentava l'orlo della
scoscesa, difesa soltanto da un basso parapetto, e l'occhio, di lì,
dominava l'abisso.
Padre Ladislao procedeva sempre con passo eguale. A volte, un alitare
più forte della brezza gli avvolgeva fra le gambe la nera veste,
impacciando il suo andare. Egli sostava un momento, portava una mano
al cappello e spingeva uno sguardo lontano, all'orizzonte. Giunto
finalmente dinanzi ad un cancello arrugginito fra due pilastri di
mattoni dai quali l'intonaco era quasi tutto scomparso, lo spinse, ed
entrò nel grazioso podere, piantato a vigne dalla rigogliosa
vegetazione. Sulla piccola spianata della casetta, all'ombra d'una
tettoia, un prete vecchissimo stava seduto sopra una poltrona di
cuoio, reggendo un breviario con le mani scarne. Come i passi si
avvicinavano sempre più, egli volse un poco il capo, e posando il
libro sulle ginocchia, con le mani stese verso l'arrivante ed una
espressione di letizia nello sguardo, esclamò:
--Ladislao, ragazzo mio!...
Il nuovo venuto prese una di quelle mani, la portò alle labbra e la
baciò. Poi, curvandosi un poco, quasi in ginocchio e con la testa
bassa:
--Padre,--disse,--sono venuto per confessarmi.
UN CASO IMPREVISTO.
Come le carrozze si fermarono dinanzi alla porticina della casa in
costruzione, e ne cominciarono a discendere i padrini col fascio delle
sciabole avvolte in un vecchio panno verdastro di tavolo da giuoco, la
comitiva raccolta nel -Caffè della Stazione-, in fondo alla piazza lì
dirimpetto, si agitò.
--Eccoli!... Eccoli lì!
--Ci sono tutti?--chiese il Monterani.
--Manca ancora il marchese. Quello lì non è il dottor Salandri?
--E l'altro dottore?
--Non si vede. Sono già le tre.
Tutti gli occhi erano rivolti da quella parte; il cameriere, col
tovagliolo sotto il braccio, se ne stava fermo sull'uscio a curiosare.
--Ed il motivo di questo duello?--chiese l'avvocato Corsi.--Se ne sa
nulla?
--È semplicissimo. Luzzi annoiava il marchese con le sue assiduità
presso la moglie.
--Ed il marito non ha trovato di meglio che mandarlo a sfidare?
--A proposito,--interruppe il Monterani rivolgendosi a Baldassare
Gargano, che non aveva ancora aperto bocca.--Tu non sei stato pregato
dal marchese di rappresentarlo?
--Sì, ma non ho accettato.
--Hai delle ragioni speciali?
--Ho giurato, dopo l'ultima volta che presi parte ad una quistione
d'onore, di non fare più il padrino a nessuno.
--Perchè?... Che cosa ti è successo?
--Una scena che non dimenticherò mai più.
--Qualcuno dei combattenti è rimasto sul terreno?
--Al contrario; il duello non avvenne.
--Oh, allora?
--Racconta, racconta un poco!--insistettero tutti, ad una voce.
--Bisogna innanzi tutto sapere,--cominciò Baldassare Gargano,--i
motivi pei quali si scendeva sul terreno. Fu una sera, a..., al
Circolo dello Sport, dove mi ero recato per caso, per non sapere che
cosa fare di me. Avevo sfogliato dei giornali, scambiata qualche
parola con alcune conoscenze, ed ero passato nella sala dei bigliardi.
Stavo per sedermi, attirato dall'interesse di una partita impegnata
fra due delle più forti stecche, quando scorsi, appoggiato allo
stipite di una porta, quasi nascosto dalla tendina, il conte di
Bauern; sapete, il figlio del ministro di Sassonia?.... In altre
circostanze, quell'incontro non mi avrebbe fatto nè caldo nè freddo;
ma il conte era stato di fresco colpito da una grande sciagura: la
morte della sua giovane moglie adorata e pianta amarissimamente. Il
triste avvenimento, che aveva commosso tutti coloro dai quali la
contessa era stata conosciuta, non era molto recente, datava forse da
quattro o cinque mesi; nondimeno, era quella la prima volta che lo
sconsolato marito riappariva in pubblico. Questo fatto stesso vi potrà
dare un'idea dell'intensità di un dolore le cui traccie, appena io
ebbi scorto il conte, potei leggere sulla sua figura disfatta, nella
magrezza e nel pallore del viso che l'abito nero contribuiva a mettere
in ispicco, nello smarrimento degli sguardi nuotanti come in un vapore
di lacrime. Il lutto che aveva nelle vesti, era anche nell'anima--di
quanti vedovi credete voi che si possa dire altrettanto? Egli è che la
contessa di Bauern, la gentile creatura così rapidamente sparita,
riuniva tutte le condizioni per rendere felice un uomo--se la felicità
è possibile. Bellezza, grazia, cultura, nobiltà di nascita e di
sentimenti, austerità di costumi; ella aveva tutto; ed io non so se un
nuovo Pigmalione, foggiandosi da sè un essere destinato a dividere la
propria vita, avrebbe potuto farlo più perfetto. Per ogni dove, il
conte di Bauern era guardato con un sentimento di invidia, che la
possessione di un tale tesoro destava, ma che--pur troppo!--doveva
presto mutarsi in pietà, quando il rapido estinguersi di
quell'esistenza venne in certa guisa a dimostrare come essa non fosse
fatta per questa terra....
--Ecco, ecco il marchese!--interruppe il Monterani.
S'intese infatti il rotolare di un legno che venne anch'esso a
fermarsi dinanzi alla casa in costruzione. Erano tre le carrozze
stazionanti ora lì vicino, circondate da alcuni curiosi che
domandavano notizie ai cocchieri.
--Dicevo dunque--riprese il raccontatore--che vedendo per la prima
volta al Circolo il vedovo conte, non potei esimermi da un movimento
di curiosità. Senza essere molto intimo con lui, lo conoscevo
abbastanza. Al tempo della sua disgrazia, ero andato a lasciargli una
carta--formalità che ha il grande vantaggio, come tutte le formalità,
di dispensarvi da ogni altra cura; però, vedendolo al Circolo, notando
la sua tristezza, la curiosa espressione dei suoi occhi nei quali si
leggeva la ricerca della distrazione in lotta col bisogno di
concentrarsi nel proprio dolore, credetti conveniente di avvicinarlo.
Quando gli fui accanto, mi pentii della mia iniziativa. Il conte di
Bauern, presente col corpo in quella sala di bigliardo rischiarata
dalle sei lampade dai grandi riflettori, ne era lontano con lo
spirito--infinitamente lontano. Dove vagava esso? che cosa cercava?
quale visione seguiva? Non lo so; so questo: che ebbi appena l'agio di
stringergli la mano, di balbettare non ricordo più quali frasi di
convenienza, e passai in una sala vicina.
«Quando il diavolo ci mette la coda....
--Un'altra carrozza!... Il medico del Luzzi....
--Silenzio!--ingiunse l'avvocato, che l'interesse aveva già
preso.--Quando il diavolo ci mette la coda?
--Nulla può impedire il precipitare delle catastrofi. Giusto quella
sera, un'indisposizione della Nevosky aveva fatto sospendere lo
spettacolo, e un tempo orribile aveva reso problematico per molta
gente l'impiego della serata.
«A poco a poco, una comitiva rumorosa si formò nel Circolo, alla testa
della quale era Rodolfo Vialli, un capo scarico, un essere leggiero
più della cenere di questa sigaretta. Si chiacchierò, dapprincipio; si
commentò la malattia della cantante, si mise non so che scommessa, e a
un tratto il Vialli, pigliandosi sotto il braccio l'Ansaldi, un
dilettante di musica suo competitore, lo trascinò al bigliardo. La
curiosità mi spinse di nuovo da quella parte; il giuoco cominciò, fra
il sopravvenire continuo di nuova gente....
All'orologio del caffè scoccò la mezz'ora.
--Debbono già essere in guardia--disse qualcuno.
--State a sentire!--ingiunse di nuovo l'avvocato.
--Se voi volete--riprese il narratore--che io vi ridica in qual modo
da una questione d'arte il discorso sdrucciolasse a poco a poco nella
maldicenza, io non potrei contentare la vostra curiosità. Sapete come
avviene: una parola tira l'altra: si sa donde si parte, non si sa dove
si va a parare. Si parlava di uno scandalo scoppiato in una famiglia
dell'alta società, uno dei soliti drammi domestici: il marito che
scopre la colpa, la moglie che deserta la casa coniugale per seguire
l'amante.
«Povero Geppino,--esclamava il Vialli, parlando di quest'ultimo--che
tegola sul capo! Queste cose, da principio, sembrano il paradiso, come
all'amante di -Saffo- pareva il paradiso salir le scale di casa
portando l'amica sulle braccia. Arrivato in cima, stava per morire
dalla stanchezza!...» Non so più chi osservò: «Quando si affronta una
situazione, si ha il dovere di subirne le conseguenze.»--«Non dico il
contrario--rispose lentamente il Vialli, studiando se gli convenisse
di tirare la sua palla sulla bianca o sulla rossa.--Non dico di no....
ma l'adempimento di un dovere non è sempre una cosa allegra....--E,
mancata la carambola: Il malanno al dovere!... La fortuna è di poter
rompere a tempo!...» L'Ansaldi, anche lui, sbagliò il suo colpo. «Alla
rivincita!...--disse il Vialli, ma irritato da un nuovo sbaglio:--Le
liberazioni,--esclamò,--come quella della Bauern non capitano tutti i
giorni!...»
«Amici miei, io non so ripetervi quel che provassi in quell'istante.
Che cosa voleva dire il Vialli? O avevo frainteso?... Automaticamente,
appena egli ebbe pronunziato quel nome, gli occhi mi andarono alla
portiera dove avevo visto il conte. Egli era ancora lì... scorsi
soltanto i suoi occhi, gli occhi lucenti come fossero di fosforo. Si
erano quegli altri accorti come me della sua presenza? Perchè nessuno
si alzò? perchè io stesso non mi alzai di scatto gridando al
malaccorto: Taci, sciagurato: non vedi tu chi ti ascolta?... Vi sono
dei momenti nei quali una tragica fatalità sembra pesare su di noi;
nei quali, con la nitida percezione di quel che ci avviene dintorno,
noi abbiamo, come negl'incubi, l'assoluta impossibilità di far nulla
per arrestare il corso delle cose.... Io vi dico tutto questo ora; in
quel momento non vi fu il tempo di pensarne una minima parte. «Augusto
Secchi--continuò il Vialli, sbattendo per terra la sua stecca--è stato
ben fortunato di liberarsene....
«Oh, che scena; che terribile scena! S'intese sul tavolato il rumore
di un passo, che fece voltare tutta quella piccola folla, e il conte
di Bauern, come un'apparizione fantastica, si avanzò verso il
Vialli. Nessuno si mosse; io non avevo fiato da respirare. Quando il
conte fu vicino al giuocatore, disse con voce d'una freddezza
stridente--lasciate pure correre l'espressione--che mi risuona
ancora all'orecchio: «Mentitore vigliacco!...» Come allo scatto di
una molla, il Vialli alzò la stecca; allora il conte, in un lampo,
glie la strappò di mano e mandando indietro l'uomo con un urto nel
petto, ruppe sul ginocchio il forte bastone come fosse un
fuscellino.... Cieco d'ira, il Vialli fece per slanciarsi su lui, ma
era troppo; il terrore da cui eravamo stati ammaliati svanì; dieci,
venti persone si slanciarono in mezzo, io fra questi; e, trovatomi
vicino al conte, lo trascinai in un'altra stanza....
«Egli era stato ammirabile di coraggio e di sangue freddo; ancora non
un tremito tradiva l'emozione che certo aveva dovuto essere
formidabile. Tutti, concordemente, condannavano il Vialli. Calunniare
una donna su cui nessuno aveva mai avuto nulla da dire, infamare la
memoria di una morta senza nessuna possibile scusa, e ciò dinanzi a
tanta gente, dinanzi al marito, era una leggerezza che rasentava la
colpa. «So che ho torto--esclamava egli nell'altra stanza--ma non sono
disposto a soffrire in pace gl'insulti.» Il fatto è che, non potendo
trovare padrini fra le persone presenti, fu costretto ad andarli a
cercar fuori. Il conte, da parte sua, mi pregò con una correttezza
impeccabile che in quel momento era ancor più notevole, di assisterlo
in questa circostanza, indicandomi il barone Narconi come testimonio.
«Accettino ogni patto; desidero solo che si faccia presto. Se è
possibile, domani stesso.» E andò via. Erano trascorsi pochi minuti,
che tornò l'altro coi suoi secondi. Avrei voluto stabilire ogni cosa
in poche parole; facevo i miei conti senza il signor Mendosa, il
padrino del Vialli. Un avvocato in tribunale, un diplomatico
incaricato di negoziare un trattato, non è più minuzioso, più
meticoloso, più circospetto, più attaccato alle forme di quel che egli
era. Io non avevo una gran pratica di queste cose; ma parevami che vi
fosse poco da discutere. La qualità delle offese, il modo con cui
erano state fatte, quale fosse la più grave, a chi toccasse la scelta
delle condizioni, le condizioni stesse: tutto fu soggetto di lunghi
dibattimenti. Prevedevo che, con quella specie di contradditore, avrei
avuto molto da fare sul terreno. Come Dio volle, si stabilì che lo
scontro, alla spada, a discrezione dei dottori, sarebbe avvenuto il
domani alle otto del mattino.
«Lasciai, la sera stessa, un biglietto dal portiere del conte, e il
domani, alle sette, insieme col barone Narconi, passai da casa sua.
Fummo introdotti in una sala di studio e il domestico passò ad
annunziarci. Aspettammo, aspettammo: non veniva nessuno. Ci guardavamo
l'un l'altro, non sapendo che cosa pensare. Ad un orologio vicino
suonarono le sette e un quarto. E non veniva nessuno. È difficile
farsi un'idea dell'imbarazzo in cui lo stranissimo caso ci metteva.
Bisognava prendere una risoluzione mi avvicinai ad un bottone di
campanello elettrico e suonai. Lo stesso domestico riapparve. «Avete
annunziata la nostra visita?»--«Immediatamente.»--«Il signor conte è
levato?»--«Signor sì.»--«Allora, ripassate a dirgli che non c'è tempo
da perdere....»--Dopo qualche minuto, la porta si schiuse, ed il conte
apparve. Si avanzò, lentamente, e con un tono di cerimonia, come
dinanzi a degli sconosciuti, ci disse: «In che cosa posso
servirli?...» Non mi perdo in commenti da darvi un'idea della nostra
stupefazione,--più che stupefazione, cominciava ad essere sdegno. «Ma,
scusi, iersera io le scrissi che lo scontro sarebbe avvenuto stamani
alle 8!»--«Ah!» fece egli, e pareva cascasse dalle nuvole! Aveva
ancora gli stessi abiti della sera, era evidente che tutta la notte
non si era svestito. «Tutto è pronto--disse il barone--e sono già le
sette e mezzo....» Il conte si passò una mano sulla fronte. «Dunque,
bisogna andare?...»
«Imaginatevi come rimanessi!--In carrozza, nessuno disse una parola.
Il conte guardava lo sfilare del paesaggio, e la sua destra passata
nello sparato dell'abito aveva un piccolo tremito. Io cominciavo a
sentire una viva inquietudine; quello che succedeva, mi faceva temere
di peggio quando saremmo stati sul terreno, con l'aggravante che
avremmo avuto da fare col terribile signor Mendosa. Il conte aveva
paura di battersi: questa era la persuasione che, malgrado la scena
drammatica a cui ci aveva fatto assistere la sera precedente, si
faceva nel mio spirito. Il ridicolo della cosa ricadeva su di noi, ed
io ero disposto a tutto, fuorchè a veder ridere il Mendosa alle mie
spalle.
«Si arrivò. Era una villa signorile, nella cui corte, al riparo da
ogni sguardo curioso, il combattimento doveva seguire. Il
combattimento! Ma il conte di Bauern pareva avesse tutte le voglie,
fuorchè quella di battersi. Guardava per aria, si pigliava la fronte
tra le mani, strappava delle foglie dalle piante--e tremava! È vero
che la mattinata era rigida. Malgrado la perdita di tempo, eravamo
arrivati i primi. S'intese una carrozza fermarsi: era il nostro
dottore. Alcuni istanti dopo, arrivarono tutti gli altri. Salutati
quei signori, mi voltai a cercare del conte. Il conte era scomparso!
Aveva oltrepassata tutta la corte ed era andato ad appoggiarsi ad un
angolo dell'inferriata del giardino. Mi avvicinai a lui e lo
ricondussi sul terreno, dicendogli con una concitazione che mi pareva
troppo giustificata: «Spero che il signor conte non perderà la sua
presenza di spirito!» Quegli altri si avanzavano anch'essi. Allora,
come il conte di Bauern scorse il Vialli, scoppiò in una risata....
--Il duello è finito!--esclamò ad un tratto il Monterani.--Ecco
Villardi che chiama la carrozza....
L'interruttore si alzò, per andare a chieder notizie, fra le proteste
degli altri ai quali l'interesse del racconto aveva fatto dimenticare
la curiosità che li aveva là radunati.
--Dicevi dunque?...
--Che il conte scoppiò ad un tratto, alla vista del Vialli, in una
risata. Dire l'impressione che quello scroscio di risa fece lì in
mezzo, non è possibile; lo scoppio improvviso di un tuono a ciel
sereno non avrebbe prodotto l'eguale. Ma la luce come di un lampo si
fece ad un tratto nel mio spirito: mi slanciai verso il conte.... Il
nostro dottore mi aveva prevenuto. Fermandomi con un gesto della mano,
e mostrando quella scomposta figura, le cui palpebre tratto tratto
battevano, dalla cui bocca uscivano mezze parole, egli disse
vivacemente «Questo duello è impossibile; il signore non gode delle
sue facoltà mentali....» E di subito, quasi a conferma di quella
sentenza, il conte si strappò violentemente il vestito, frugandosi con
una mano nel petto. Era impazzito....
--Oh! dalla paura?...--interruppe l'avvocato.
--No,--rispose Baldassare Gargano.
--E allora?
--Voi volete sapere perchè il conte di Bauern era impazzito?... Perchè
l'asserzione del Vialli nella sala dei biliardi era vera; perchè
Augusto Secchi era stato proprio l'amante della contessa....
--Che!...--esclamarono tutti.
--Pare incredibile, non è vero? Eppure era stato così!... Rientrando
in casa, quella sera, con le terribili parole ancora risuonanti
all'orecchio, che cosa aveva provato il conte di Bauern? Quale
sospetto rodente gli era entrato nel cervello? Per quali gradi
insensibili o per quale rapido passaggio, l'indignazione prodotta
dall'infame calunnia aveva dato luogo al dubbio tormentatore? Quali
prove, quali indizii, quali ricordi sorsero nella sua mente e presero
corpo? Nessuno potrebbe ridirlo. Non si possono accertare che i fatti;
ed il fatto accertato è questo: che, dopo la morte della moglie, il
conte passò, quella sera per la prima volta, nella stanza un tempo
occupata dalla defunta, e lasciata religiosamente nello stato in cui
si trovava quando era abitata. Nessuno seguì il conte in quella
stanza; ma, al nostro arrivo, il domestico aveva trovato lì il suo
padrone. In quella stanza, nascosta dentro un piccolo armadio la cui
chiave stava ordinariamente nel -nécessaire- da lavoro della contessa,
il conte trovò la corrispondenza di Augusto con la propria moglie....
Centinaia di lettere, le prove palpabili--le più eloquenti, le più
irrefutabili!--di ciò che aveva asserito il Vialli! Quella relazione,
troncata dalla morte, durava da più di due anni; e nessuno--o ben
pochi--l'avevano sospettata, e il conte aveva votato tutto sè stesso
alla memoria della moglie idolatrata!... Che cosa accadde dentro di
lui alla improvvisa rivelazione? Dovette essere un crollo
spaventevole, una rovina terribile. Un ciclone che si abbatte sopra la
vostra casa, su tutto il vostro paese; un disastro che vi porta via
tutta la vostra fortuna e non vi lascia altro che gli occhi per
piangere; la morte d'una persona cara che isterilisce la sorgente
delle lacrime, dànno appena un'idea della miseria in cui il conte fu
repentinamente piombato. L'amor suo per la contessa era tutta la sua
vita; scomparsa la creatura reale, restava almeno nel suo cuore
l'immateriale figura, la pura idea; ed in quella religione d'oltre
tomba l'uomo trovava ancora una ragione--l'unica ragione di vivere.
Ora avveniva questa cosa orribile: la profanazione d'un ricordo, la
morte d'una fede!... Ad un tratto, quella imagine ideale portata
gelosamente nell'anima, adorata, divinizzata, invocata a tutti
gl'istanti come il supremo dei beni in tanta amarezza ed in tanta
solitudine, ad un tratto si dissolveva in putredine.... Che cosa posso
io dirvi ancora? Come poter seguire in tutte le sue fasi il processo
svoltosi nel secreto della coscienza di quell'uomo? Io ve ne ho detto
il risultato, lo smarrimento della ragione, preparato da lunghe ore di
un'agonia spirituale, affrettato dalla vista di colui che per il primo
gli aveva rivelata l'amara verità....
--Il marchese ha una spalla fracassata,--venne in quel momento a
riferire il Monterani.
--Ecco il giudizio di Dio!--esclamò l'avvocato Corsi.
--Non conosco cosa più buffa,--riprese Baldassare Gargano.--Ed il
comico di quella tragica scena, sapete voi qual era? Che il Mendosa,
alla dichiarazione del dottore, esclamò guardando in giro: «È un caso
imprevisto!...» Io non dimenticherò mai l'aria di meraviglia, di
sbalordimento, di curiosità, di indignazione, di incredulità, che alla
folle risata ed alle parole del medico gli si era dipinta sul viso: «È
un caso imprevisto!...»
«Una fede perduta, una ragione smarrita, un'esistenza spezzata, il
terribile dramma scoppiato in una coscienza, si riducevano per quel
signore ad un caso imprevisto nella giurisprudenza cavalleresca.
Evidentemente, il codice aveva una lacuna. Perchè non si dice in un
articolo che cosa bisogna fare se uno dei due avversari perde la
ragione sul terreno? E quali conseguenze diverse derivano, secondo che
l'impazzito è l'offeso o l'offensore? Come va fatto il verbale? E come
accertare la pazzia?...»
Vi era un grande umorismo nella serietà con cui Baldassare Gargano
diceva quelle cose.
--Avete ragione!--esclamò l'avvocato.--La verità,--aggiunse poi, a
modo di conclusione,--è che siamo dei matti un po' tutti.
DONATO DEL PIANO.
9 settembre.
Ella parte!... Ella muore!...
Ella muore per me!... Io non la rivedrò più mai!... Quale strana,
quale fatale potenza si racchiude in questa parola breve ed acuta come
il grido che strappa il dolore? Io ne esamino la forma, ne studio il
suono, cerco di scoprirne il significato recondito: Mai! mai! mai!...
Ed è vero? ed è possibile?... Le divine emozioni che io ho provate
nella presenza di lei, la luce che si irradiava dai suoi occhi fin nei
recessi dell'anima mia, le sussurranti armonie della sua voce, la muta
comunione degli spiriti, tutto questo sta per finire?... Nulla di ciò
che si è destato in me, degli ardori, delle tenerezze, degli
entusiasmi, dei fremiti, dei delirii, degli sconforti, delle
esultanze, nulla, nulla di tutto questo resterà?... Come un bolide che
solca luminosamente l'oscurità dei cieli, e che si dissolve in una
pioggia d'oro, questo tumulto dell'anima amante si dissipa?...
svanisce?...
Mai! Mai! Mai!...
L'oscurità si fa tutt'intorno, un crespo avvolge tutte le cose. È
lutto nel cuore, è freddo nella natura.... O glorie di luce raggianti
nei crepuscoli estivi! O voci misteriose parlanti nelle paci delle
notti imbalsamate! O sospiri esalanti dai fiori oppressi di
voluttà!...
Notte.
Prima che ella parta, prima che ella muoia, prima che io la perda per
sempre, non troverò io la parola da tanto cercata? O voi, poeti
innamorati, o voi, sacerdoti prostrati nella polvere, o voi tutti che
nutrite un'aspirazione suprema, che rivolgete all'alto gli sguardi,
non mi suggerirete voi la parola finora indarno cercata?
Gl'istanti fuggono e il mio pensiero s'arresta. Nessuna idea più vi si
svolge, nessuna imagine più vi si affaccia. Io sono colpito da una
paralisi spaventevole: la paralisi della mente....
10 settembre.
Ancora?... Avevo sognato che tutto fosse finito. Io ero rigidamente
composto nelle tenebre iperboree e il silenzio stagnava tutt'intorno.
Sul dubbio orizzonte un'ombra incorporea si allontanava, ed era come
se l'anima mia fosse legata a quell'ombra, ed al fuggire di
quell'ombra l'anima si distendeva, si distendeva, si distendeva come
una elastica corda, e le sue radici gemevano dentro il mio petto, ma
non per anco si strappavano; e come l'ombra correva all'infinito,
all'infinito l'anima si distendeva....
Il sole splende; la vita riprende il suo corso.
Ancora un giorno!
11 settembre.
No, la Parola non esiste! Esistono delle parole, degli accozzamenti di
sillabe, delle successioni di suoni più o meno rapidi, che presumono
di esprimere l'idea, mentre ne sono separati da un abisso, da un
abisso infinitamente più grande di quello che separa i balbettamenti
del muto dalle parole.
Io non le ho detto mai nulla. Quando il prestigio della sua presenza
ha esaltate tutte le potenze della mia vita, quando il contatto della
sua mano ha trasfuso nelle mie vene nuovi torrenti di un sangue più
ricco, più rapido, più inebriante, quando tutte le cose hanno taciuto
per ascoltare il suono della sua voce, io non le ho detto nulla.
Che cosa le avrei detto? Che ella è l'adorazione costante dell'anima
mia? È troppo poco. Che vorrei avere mille vite per darle tutte per
lei? Che vorrei distruggere tutta la razza umana, perchè nessuno
respiri più l'aria che ella respira, perchè nessuno calpesti più la
terra che la sorregge, perchè nessuno contempli più il cielo che
impallidisce quando l'azzurro dei suoi occhi lo fissano? Che tutte le
anime dovrebbero gravitare intorno alla sua, come i minori astri
gravitano intorno al sole?
E dopo ciò? Che cosa saprebbe ella di quel che io provo per lei? Meno
che nulla....
Notte.
Nel tempio di Flora, in un meriggio d'estate. Si penetrava aprendosi
un passaggio tra gli arbusti dai rami strettamente allacciati, sotto
l'ombra delle acacie. Tutt'intorno si distendeva circolarmente una
parete di verzura, come un immenso merletto vegetale a cui l'azzurro
del cielo faceva da fondo. Nel centro, un gigantesco palmizio dal
fusto eretto come una colonna rôsa dal tempo, e i cui rami,
incurvandosi in alto, mettevano una cupola su quel verde recesso.
D'ogni intorno, null'altro che il verde: il verde scuro dei ligustri,
il verde cinereo degli eucaliptus, e il verde tenero, quasi giallo, di
certe robinie. A destra, un cantuccio d'Africa, una siepe di cactus
erti come pilastri, rampanti come rettili, orridi, contorti, spinosi;
e poi ancora le agavi, i banani, gli aloè. A sinistra, un angolo di
Norvegia; dei pini, degli abeti, una varietà di conifere dal fogliame
fitto e minuto come una nebbia.
Tutte queste sensazioni di verde compenetravano il cervello, lo
saturavano; ed era come se anche noi tenessimo alla terra per le
radici, se anche in noi scorressero le fresche linfe, se anche noi
vivessimo la vita immobile e silenziosa del verde. Allora, io ebbi un
istante di felicità piena ed intera: io sentiva che la parola umana mi
era fatta estranea, che il pensiero era abolito in me, che io esistevo
soltanto per lei, che io vivevo della sua vista, come l'elianto vive
della vista del sole.
12 settembre.
Impressione ed espressione sono due termini fra i quali non sarà mai
possibile stabilire il segno dell'eguaglianza. Le più semplici
percezioni del mondo materiale sono immateriali, e nessuna materia
potrà mai rappresentarle. Come descrivere il profumo impercettibilmente
dolce di questa ciocca di lillà che muore nel calice di cristallo? Esso
mi riempie l'animo di un soave turbamento, mi ridesta mille confuse
imagini, mi procura delle vaghe, incoscienti aspirazioni, mi diletta e
mi opprime.... Come descriverlo? Come procurare ad un altro la
sensazione mia?... Come descrivere il colore di questi fiori? Dirò che
è celeste? Vorrà dire: colore del cielo. Ma come dare ad un cieco o ad
un minatore vissuto dalla nascita nelle profondità della terra, un'idea
di questo colore o di un colore qualsia?
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