lei cercata, un tempo, nel rievocare quei tristi ricordi, nel contare
tutte le menzogne che le erano state dette, nel misurare la malvagità
di quanti l'avevano perseguitata con l'espressione di speranze che
erano altrettanti insulti; ma ora, ora che ella si sentiva rinascere,
ora che un avvenire di insperata felicità le si schiudeva dinanzi, che
cosa avrebbe fatto di quei documenti d'un passato aborrito?... Però,
quel passato bisognava assolutamente che Andrea lo conoscesse. Ella
aveva compreso e rispettato da principio i motivi di delicatezza che
lo avevano fatto opporre a tutti i suoi tentativi di confessione; ma
ora che ella aveva avuto una dimostrazione dolorosamente eloquente
delle lotte che si combattevano nel cuore di Andrea, il tacere più a
lungo sarebbe stata una colpa. Se egli si opponeva ancora?... Ella gli
avrebbe scritto! Come un lampo, questa idea le aveva illuminato lo
spirito. Perchè non le era venuta più presto? Così bisognava fare; se
più tardi, se fra un'ora egli non le avrebbe permesso di parlare,
bisognava scrivergli tutto. E, avvampando d'impazienza, insofferente
di ogni indugio, ella andò a uno stipetto, tolse da una cassetta
alcuni fogli della -loro- carta, e passando allo scrittoio, vi prese
posto.
Si era appena seduta che il campanello elettrico squillò.
--Andrea!
Come non aveva previsto che quel giorno egli sarebbe venuto più
presto? Come era stata sciocca di non correre più presto in giardino,
per aspettarlo sotto gli -eucaliptus-? Rapidamente, ella passò
nell'anticamera. Il cameriere si avanzava in quel momento.
--Il signor duca di Majoli....
--Avete detto?...
--Il signor duca di Majoli insiste per essere ricevuto un istante
dalla signora baronessa.
--Fate dunque entrare....
Non era lui!... Che cosa avrebbe potuto volere, a quell'ora, il duca
di Majoli?... Quantunque fosse una delle pochissime persone che ella
vedeva meno malvolentieri dacchè amava Andrea Ludovisi, pure in quel
momento quella visita la contrariava; Andrea poteva apparire da un
momento all'altro....
--Signora baronessa... mi voglia perdonare....
Il duca era molto pallido in viso e la sua mano tremava un poco nel
reggere il cappello.
--Duca!... Che cos'ha?
--Sono davvero imperdonabile... di presentarmi a quest'ora... ma io
vengo da parte... di Andrea Ludovisi....
--Andrea? Avete detto?... Ma che cosa avete? Perchè evitate di
guardarmi?
--Oh nulla... assolutamente! Dovevo dirle soltanto che Andrea...
desidera vederla...
--Vedermi? Come vedermi? Se io l'aspetto qui... cioè.... O duca, per
l'amor di Dio, che cosa è successo?...
--Suvvia, val meglio dirle la verità, che non ha nulla di allarmante.
Andrea si è battuto....
La baronessa, scomposta in volto, aveva portato le mani ai capelli.
--Signore Iddio!... Ed è ferito?...
--Oh!... una cosa da nulla.
--Duca, in nome di Dio! ve lo domando in ginocchio! ditemi la verità;
non mi fate impazzire!...
--Ma se le dico, nulla!... Una scalfittura alla spalla, senza nessuna
importanza....
--Oh mio Dio!... E dove?... Con chi?... Avete almeno una carrozza?...
--È qui abbasso.
In un attimo, la baronessa corse a gettarsi uno scialle addosso; tornò
rapidamente balbettando confuse parole dall'ansia, dal turbamento, ed
uscì a braccio del duca, che la sentiva tremare da capo a piedi. La
carrozza partì di corsa.
--E con chi? Non me lo avete ancor detto....
--Con Sammartino.
--Un'altra volta!
Una crisi di dolore la abbattè. Ella lacerava il fazzoletto, si
infiggeva le unghie sulla testa, si torceva le mani, soffocando le
grida che le salivano alle labbra.
--E non prevederlo, iersera!... Non prevederlo!... Disgraziata, la
colpa è mia!...
Poi, repentinamente, afferrando il braccio al duca di Majoli,
fissandolo cogli occhi atterriti:
--Ma è moribondo... dite la verità! Non mi avreste chiamato se non
fosse una ferita mortale!...
E prima ancora d'aver ottenuto risposta, acquistata quella certezza,
ruppe in un singhiozzo lacerante.
Il duca le aveva presa una mano, tenendola stretta fra le sue. Una
parola gli saliva alle labbra, convulsamente: «Povera!... povera!...»
con un impetuoso bisogno di mescere le proprie lacrime a quelle di
lei; ma uno sforzo violento, un irrigidimento di tutti i nervi
ricacciava indietro la parola ed il pianto.
--Fa presto!... Più presto!...--ordinava al cocchiere, sporgendo
automaticamente il capo dallo sportello; ma avrebbe voluto piuttosto
gridargli: «Torna indietro!... Torna a casa!...» per evitare ai due
disgraziati una crisi mortale.... Così dunque finiva l'illusione della
gioia; era quello il terribile risveglio: quello spasimo,
quell'agonia!
La carrozza correva, correva per le vie popolose; delle grida
echeggiavano, le cornette dei -tram- squillavano di tratto in tratto,
e il sole splendeva nel cielo giocondo. «Sferza!... Più presto!...» Ma
per fuggire lontano, per fuggire sempre, per mettere di mezzo lo
spazio ed il tempo, per apprestare i grandi, i soli rimedii: la
lontananza, la stanchezza, l'oblio....
Al cancello, Vittorio Giussi aspettava. La baronessa gli corse
incontro, con le braccia tese, interrogando con lo sguardo.
--Si faccia animo!... Non sarà nulla!...
--Ah!
E la donna si slanciò avanti, di corsa. I due amici la raggiunsero,
cercando di trattenerla. Ella si svincolò e passò ancora innanzi. Ma
nella sala, il dottore l'arrestò.
--Signora, sia prudente; rinunzii a vederlo, per ora....
--È morto!...
--Ma no, ma no; morirà se non gli si risparmia un'emozione. L'abbiamo
chiamata per farlo contento; ma sta a lei ad esser prudente, a
rinunziare....
Ad un tratto s'intese una voce debole, ma chiara, che chiamava:
--Costanza!
Ella si precipitò nella stanza.
Pallidissimo, come di cera, col busto sorretto da un monte di
origlieri, la camicia squarciata e sanguinosa che lasciava vedere una
larga fasciatura, le braccia abbandonate da una parte e dall'altra,
Andrea Ludovisi ripetè, più debolmente:
--Costanza!
Ella era caduta in ginocchio accanto al letto, aveva presa la sua mano
fredda e sbiancata, stringendola fra le sue, coprendola di baci fra i
singhiozzi che le spezzavano le parole.
--Andrea!... Andrea mio!... Che hai fatto!... Andrea mio!... Oh,
Signore!... pietà!...
Cercando di liberare la sua mano, egli disse:
--Calmati, Costanza... calmati... se mi vuoi bene! Alzati, fatti più
vicina... così... che io ti veda tutta... che io ti baci... purchè tu
non pianga, Costanza....
--Ma perchè, Signore! perchè?...--e, parlando, ella gli passava una
mano sui capelli, lievissimamente--perchè hai fatto questo?....
Andrea Ludovisi chiuse un istante gli occhi.
--Senti... io non potevo vivere con l'idea che quell'uomo... ti
avesse... amata.
Ella si rialzò con un tremore in tutta la persona.
--Oh... ancora! Andrea, per quel Dio che ci vede, per quel Dio che
deve ridarti all'amor mio, no! non è vero! non è stato mai!...
--Allora... quella lettera?
--Ma quale? Quale lettera?...
--Una di quelle, la lettera che tu volesti mostrarmi....
Un sorriso sfiorò la bocca della baronessa, mentre, curva di nuovo sul
ferito, ella tornava ad accarezzarlo.
--Ma come quelle ve ne sono tante altre, povero amore!... Tu, amore,
non l'hai letta!... Perchè non l'hai letta?... Sono delle
dichiarazioni con le quali mi hanno perseguitata da per tutto!... Se
sapessi quante me ne ha mandate colui!... Se sapessi da quante parti
me ne sono piovute, da gente che non conoscevo neanche di nome!... Se
sapessi come si tratta una donna nella mia posizione! Come tutto pare
possibile, come tutto pare permesso!... Ma non era che questo,
bambino?... Perchè non lo hai detto prima?
E nella gioia di vedere dissipato il malinteso che era stato causa di
quella tragedia, ella quasi ne dimenticava le conseguenze.
--Povera Costanza!--esclamò Andrea, rivolgendole uno sguardo di
compassione profonda.
--Oh, sì, povera, povera tanto! Quante amarezze, quante umiliazioni!
Quanta codardia in tutti questi uomini che ci circondano!... Tu solo,
tu solo sei nobile e generoso, tu solo mi hai amata....
--È vero?
Strettamente abbracciati, gli occhi negli occhi, pareva che essi
volessero trasfondere le anime in quello sguardo supremo.
--Sì, è vero: tu solo! Tu, che hai avuto paura di confessarmi l'amor
tuo! Tu, che mi hai rispettata prima di amarmi! Tu, che hai esposto la
tua vita per me! Tu, che sei stato geloso dei miei pensieri e dei miei
ricordi! Tu, che non hai mai voluto conoscerli!...
--Ancora!... ancora!...
--Tu, Andrea, che mi hai fatto rinascere; tu, che mi hai fatto credere
a tutte quelle cose di cui avevo disperato, alla bontà, alla
sincerità, alla fede, all'amore.... No, io non sono mai stata amata
così! Non sono stata amata niente! Non lo sai? Mio marito mi ha
lasciata otto giorni dopo il nostro matrimonio! Mi ha presa per la mia
fortuna, che ha rovinata a metà! Mi hanno data a lui, perchè ero di
peso in casa, e perchè aveva un nome! Ed ho subito gl'insulti più
atroci, le vergogne più innominabili. Allora, capisci, io non ero
corazzata d'acciaio contro le seduzioni... Feci....
--Costanza!... te ne scongiuro!...
--Zitto, bambino! Lascia fare a me.--E riprese, rapidamente:--Feci...
come molte altre. Credetti d'avere incontrata la felicità;
-credetti---hai capito?--Fu una tregua soltanto. L'amore di... colui,
finì presto... se pure cominciò mai... No, no; hai ragione, non
cominciò mai!... Un sentimento di falso dovere non gli fece dir nulla;
e, in cambio, mi oltraggiò... capisci come? preferendomi una... delle
altre. Mi sentii sferzata a sangue. Vidi tutto abietto intorno a me;
in quell'abiezione volli cadere anch'io, per vendetta, per rabbia
impotente.... Fu una volta sola, e fu abbastanza... Andrea, te lo
giuro, per l'amor nostro!... Andrea!... Andrea, che cos'hai?...
Egli si era fatto ancora più pallido, spaventosamente, ed aveva
portato una mano al petto.
--Il sangue! il sangue! il sangue di Andrea! il sangue generoso
versato per questa indegna!
E accostate le mani alla fasciatura tutta madida, le portò al viso.
--Che io mi lavi nel tuo sangue, ch'io lavi le mani, ch'io lavi la
fronte, ch'io lavi la bocca, che io mi lavi tutta, ch'io mi
purifichi--è questo?--sì, così... così....
--Tu sei redenta....
Al contatto di quelle labbra ghiacciate che si posavano sulle sue mani
sanguinose, ella sentì un brivido passarle per tutto il corpo.
--Lasciami... ch'io chiami....
--Non ancora, Costanza!...
Un silenzio. A un tratto s'intese la pendola suonare le due. Egli
rivolse alla donna uno sguardo pieno di passione, e disse, con voce
che si sentiva appena:
--A quest'ora.... sotto gli -eucaliptus-....
Ella non fece a tempo a contenere uno scoppio di pianto.
Disperatamente, si lasciò cadere in ginocchio, mettendosi in bocca,
per frenare i singhiozzi, un lembo del lenzuolo pendente.
Ad un tratto, si sentì chiamare:
--Costanza... soffoco... l'aria....
Ella corse a schiudere la finestra. Come si voltò vide gli occhi di
Andrea rovesciarsi e la bocca contorcersi un poco....
Al sordo rumore di un corpo che cadeva di peso, gli aspettanti si
precipitarono nella stanza; e mentre il dottore, con un gesto
disperato, accertava la morte, il duca di Majoli si curvava sulla
irrigidita Costanza di Fastalia, sollevandola paternamente.
UNA DICHIARAZIONE.
I.
Al signor Guglielmo Valdara,
-Castellammare-.
Hôtel Royal.
-Mon cher-,
Ah, que c'est drôle! Ah, que c'est drôle! Permettete, j'étouffe! O
povero amico mio, quelle mine piteuse! Scusate, non vi avrei mai
creduto capace di una cosa simile! Francamente, non ve ne faccio i
miei complimenti. Ma è una lettera à dormir debout, la vostra
lettera!...
Dunque, voi mi amate? Avrei voluto voir ça, che non me lo aveste
detto, dopo un mese che prendiamo posto alla stessa table d'hôte e che
vediamo, dalla stessa terrazza, arrivare e partire diciotto treni il
giorno--oltre i facoltativi. Li avete contati? Io sì. Ecco qua: treni
omnibus alle 7 e 5, 8 e 5, 12 e 35, 3 e 20, 6 e 40, 9 e 25; diretti
alle 10 e alle 5 e 25, misto alle 7 e 40. Questo per gli arrivi.
Quanto alle partenze... brisons là-dessus. Ma quale cantoniera non
farei! J'y songe: perchè non mi avete offerto di andare a fare i
cantonieri, in fondo a una linea poco frequentata? Noi avremmo una
piccola casetta gialla, con un grosso numero nero, e un giardinetto
pas plus grand que ça, con molti geranii e qualche robinia. I passeri
cinguetterebbero sopra le nostre tegole, e noi sotto.... Voi
ispezionereste la linea ed io vi suonerei ogni tanto il corno!... En
voilà une idée! Enfoncés, la «capanna e il tuo cuore!...» Decisamente,
amico mio, voi non siete all'altezza del vostro secolo. Nel secolo dei
treni-lampi, voi mettete un mese a dirmi che siete innamorato di me!
C'est on ne peut plus petite vitesse! Almeno, aveste evitato i
deraillemens! Nossignore; pare che sia di vostro gusto arrischiare ad
ogni momento l'osso del collo. «Vi è un'angoscia indicibile nell'idea
che la divorante passione resterà eternamente ignorata dalla persona
che ha saputo destarla!» E voi partite di qui, per buttarvi a occhi
chiusi sotto il tunnel dell'analisi psicologica: «L'anima ha bisogno
di comunione; che cosa importa se un'altra anima non le risponderà?
Confessare il proprio tormentoso secreto è renderlo più sopportabile;
lo sanno i malfattori che un irrefrenabile istinto spinge a
rivelare....» Lanterna rossa: ferma! assez! stop!... A chi dicono? Voi
non vedete il pericolo, e finalmente: patatrac... eccovi andato a
gambe per aria! «La misteriosa voce delle cose... l'universale
rispondenza delle forme e degli esseri... la complice dolcezza di
questa natura....» Quel baragouinage! Rimettetevi, mon cher; su via!
Ripigliate fiato, così, animo!
Sapete che siete un bell'originale? Vi faccio un po' timbré, my poor
fellow! Est-ce que si scrive sul serio a quel modo, nel vostro paese?
Io mi ero lasciata dire che l'Italia è il paese della rettorica; ma
voi siete, ma foi, incredibile!... Ah, j'y suís! Voi mi volete dare un
aperçu di ciò che sarà la vostra compagnia, se io «colmerò» i vostri
«voti più fervidi». Tutto il giorno a roucouler intorno a questo
«Sorriso del Cielo!...» Salvo quando vi accenderete d'ira tremenda e
mi «soffocherete nelle vostre braccia». C'est ça; poichè voi non siete
fatto come tutti gli altri, voi! «Non sapete di quale amore io amo? Io
amo come il mare ama la riva: dolcemente e furiosamente!» Bravo, very
well, vortrefflich! «Nei giorni della calma esso la bacia, lieve,
sussurrante, carezzante, quasi pauroso di farle del male. Quando il
soffio dell'aquilone lo gonfia, esso l'assale, terribile, e la morde,
la flagella, la seppellisce!» Ah, que c'est drôle! Ah, que c'est
drôle! Così, quando voi siete gonfiato, voi mordete la gente? Ma
andate allora da M. Pasteur, o fatevi mettere la museruola!
Ditemi un po' una cosa: v'imaginereste, per caso, di essere il primo a
dirmi delle storie simili?... Connu, connu, povero amico!... Perchè
non v'innamorate dunque di cotesti signori? Ciascuno di loro possiede
il segreto dell'Amore (con un A maiuscolo), il segreto del Grande
Amore!... «Associatevi» dunque, al loro «Destino!...» Probeblatt
gratis!... Chi non respinge il primo numero si ritiene abbonato!... Io
torno à mon idée: facciamo i cantonieri!
Sul serio: voi avete preso ciò che qui si dice una cantonata. Sapete
che cosa ho fatto? Ho contato quante volte nella vostra lettera avete
scritta la parola -amore-. È come pei treni; che cosa volete! Quando
l'on s'ennuie, tutto è buono. Dunque, voi avete scritto -amore-
trentasette volte. Zur Güte, mi sapreste dire qu'est-ce-que c'est que
ça? R. S. V. P... Sentite dunque; qualcuno si è tirato, per me, un
colpo di pistola al cuore, o, più esattamente, sotto la clavicola. La
palla è penetrata fra la terza e la quarta costola, ha intaccato il
polmone, e non si è potuta cavar fuori. L'individuo è stato un mese
tra la morte e la vita; finalmente il s'est tiré d'affaire. Je ne m'en
porte, come voi vedete, nè meglio nè peggio. If you please, non
partite di qui per tirarvi un colpo di revolver alla tempia, che è le
bon endroit, come dice Dumas fils nella -Boîte d'Argent- (l'avete
letta?). Ce serait grand dommage! Lo -Stabia's Hall- verrebbe privato
di uno dei suoi frequentatori più charmants. Voi vedete che io sono
equa, e che faccio onore ai vostri talents d'agrément.
Torniamo dunque, come voi dite, in carreggiata. Cercando bene, ho
trovato nella vostra lettera una definizione, ou presque, dell'amore;
il quale sarebbe il «sacrifizio di -tutto-.» Di -tutto-, e pas plus
que ça? Ma è troppo poco!... Tenez, vi ricordate di quel signore
polacco che mi presentarono domenica passata al -Pozzano-, e che mi
strinse la mano con la sinistra? Era una conoscenza delle mie, vous en
doutiez vous? Quel signore ha avuto tagliato il braccio destro in
seguito a un colpo di pistola che gli ha spezzato il radio. Je m'y
connais, in anatomia! Il colpo di pistola lo ha preso in duello, col
signor principe Dimitri Borischoff, governatore di Kiew ed anche un
po' mio marito. Quel signore non può più tornare in Russia, dopo
essere stato sorpreso a tricher al Circolo Imperiale di Mosca, e dopo
aver commessi due piccoli falsi, rien che per potermi seguire da un
capo all'altro dell'Europa, dal Ladoga a Biarritz. Vi ricordate che
era en grand deuil? Era per suo padre, buttatosi per la
vergogna--dicono--e pel dolore, sotto un treno diretto. Si deve esser
fatto un male orribile! Aussi, che modo selvaggio di spedirsi
all'altro mondo! Ne peut-on s'y prendre con più garbo? Voi, per
esempio, mio caro idealista, vi anneghereste in un lago azzurro, una
notte azzurra, da una barca azzurra.... A Capri, per esempio; ça vous
va-t-il? Già, voi avete un penchant per gli annegamenti. Non mi avete
scritto che lasciate annegare la vostra anima «al suono della mia
voce» ed «al profumo dei miei capelli?» Pardon, della mia «nebbia
d'oro.» Perchè i miei capelli sono della «nebbia» e questa «nebbia» è
per giunta «d'oro!» Ciò mi ricorda un poetino, morto poitrinaire
laggiù in Russia--per me, on prétend--il quale chiamò una volta i miei
occhi dei «diamanti neri.» Dire che il povero maestrino non ne aveva
visti nè neri nè bianchi, in fondo a quel villaggio della Siberia dove
mi confinarono le cure del principe Dimitri Borischoff, governatore di
Kiew ed anche un po' mio marito!
Voi non conoscete il principe Dimitri? Avete torto. Per voi, che fate
professione di scrittore, sarebbe un tipo interessantissimo. Qu'à cela
ne tienne; posso darvi qualche renseignement; je me flatte di
conoscerlo abbastanza. Dunque, il principe Dimitri è un russo; ma quel
che si dice un russo puro sangue. Voi non conoscete la Russia? Avete
torto ancora. È una terra vergine; non v'immaginate però di andarla a
conoscere nelle -Terres vierges- di Turguenieff. Per tornare al
principe Dimitri, rappresentatevi, al fisico, un cane bull-dog, un
bull-dog in giubba e cravatta bianca, che si tenga raide sur ses
pattes, e ne avrete un'idea sufficiente. Quando era nella diplomazia,
feu M. de Gortschiakoff ne faceva un grandissimo conto, e il n'était
pas dans son tort. Pieno di forme--per esempio!--corretto, digne,
impeccabile! Avec ça, egli è molto attaccato alle patrie tradizioni,
ragione per cui è ben visto a Corte, e tiene in grande onore lo knut.
Ne avete sentito parlare? È uno strumento, my dear fellow, del quale a
noi russe non bisogna parlar male. Catulle Mendès ha molto torto di
chiamar mostro quella ragazza, che avendo vista una esecuzione di
knut, si sostituì alla serva condannata a 25 colpi, per farseli dar
lei. Voialtri latini avete la rettorica nel sangue. Perchè -mostro-?
Non sapete dunque che tous les goûts sont dans la nature? Non nego che
applicato sulle spalle d'un idealista come voi, lo knut farebbe
guarire ipso facto (un po' di latino non guasta) le più strane
fantasie. Ma io son grata al principe Dimitri di avermelo fatto
conoscere. Egli ne era professore, et je ne regrette pas le sue
lezioni. Bisogna tâter un po' di tutto. Però, siccome tutto si paga in
questo basso mondo, dopo una lezione di knut non si può andare, per
esempio, en grand décolleté al ricevimento dell'ambasciata, e si
soffre qualche poco al circolo dell'imperatrice. Non importa!... La
vita in Russia, col principe Dimitri, governatore di Kiew ed anche un
po' mio marito, è piena di distrazioni. La villeggiatura in Siberia,
per esempio, in inverno, è on ne peut plus divertita. D'inverno, in
Siberia? domanderete voi. Sì, mio caro, quistione di temperatura e
di... temperamento. Voi dovete sapere che il principe Dimitri ha
sempre presso di sè il dottor Baribine, al quale è affidata la vostra
salute. Quando il principe domanda: Pietro, come sta la principessa?
Pietro risponde: la principessa ha bisogno di un clima freddo. E il
principe Dimitri vi manda in Siberia. Regola generale: quando il
principe Dimitri s'informa della vostra salute, il dottor Baribine ha
pronta la sua ordonnance. Un'altra volta il principe domanda: Pietro,
di che cosa soffre la principessa? Baribine risponde: la principessa
ha bisogno di riposo. E il principe vi manda nel castello di
Paliskaja, dove non entra e di dove non esce âme qui vive. Un bel
giorno si sentono delle fucilate; sono gli uomini del principe che
tirano contro un cacciatore curioso, sorpreso a guardare alle
finestre, e lo stendono morto. In questo castello di Paliskaja, si
sentono la notte--histoire di non dormir troppo--dei rumori strani,
gemiti sordi come di persone a cui si applichi la question; è il
vento--rien que ça--il vento che s'ingolfa sotto le arcate, per le
coulisses, e che fa stridere le girouettes! Ah, un gran dottore, il
dottor Pietro Baribine! Dopo eseguite le sue ordonnances, voi tornate
completamente rifatto; voi potete andare ogni sera dans le monde; e
gare a mancare un solo invito! Il principe Dimitri si avanza verso di
voi, col suo sorriso di bull-dog che scopre le sue zanne... e voi vi
alzate subito, andate a fare un petit bout de toilette, sedotto da
tanta amabilità.
Ah! ah! ah! Voilà che ricomincia! Ah! ah! ah! Sapete a che cosa penso?
Alla vostra lettera, amico mio, alla vostra lettera famosa, colossale,
gigantesca! «Voi non sapete che io vi porto nel cuore? Come è mai
avvenuto, buon Dio, che io abbia messo tanto tempo a dirvelo?... Egli
è che voi siete sola, che voi non avete nessuna forza presso di voi
che possa difendervi; egli è che sarebbe stato offendervi il parlarvi
d'amore, che le grandi parole avrebbero potuto nascondere il calcolo
vigliacco di pervenire a voi per mezzo della vostra debolezza...» Ah!
ah! Parfait! Voi siete tutto ciò che v'ha di più moyen âge! Come un
cavaliere errante, voi andate in cerca di avventure... oh, pardon! è
venuto da solo; io non l'ho fatto exprès!... Eh, «buon Dio!» voi avete
una grande inclinazione per le vie di traverso! Assolutamente, non
sapete dove metter le mani!... Bisogna che io completi la vostra
educazione mondaine, volete? Temo soltanto di dover spezzare
«l'ideale» che vi siete formato di me. Incolpatene vous-même; voi
sapete che cosa dice la saggezza delle nazioni: la plus belle fille du
monde ne peut donner... quel che non ha più!
Quanti anni avete?... Sono sicura di non essere indiscreta; voi siete
così giovane che per dieci anni ancora non sarà la pena che ne
nascondiate qualcuno. Ventotto anni? Trenta? C'est la fleur même de
l'age! Volete sapere l'età mia? Con tutta la buona volontà del mondo,
l'affare non sarà così facile. Se il tempo ha le ali, io faccio del
mio meglio per corrergli dietro. È un combattimento ad armi corte; ma
vi assicuro che non ho aucune envie di fare la vieille garde!...
Quando sarà venuto il momento psicologico (.... per modo di dire) io
mi arrenderò, con armi e bagagli. Toujours est-il che sono ancora
presentabile, am I not? E voi avete il toupet di non «domandarmi
nulla» di voler soltanto «vivere nella mia ombra» contento soltanto se
le mie mani saranno «pietose alle ferite del cuore!» Honny soit qui
mal y.... pense!... O merveille! o stupore! Messieurs et mesdames;
entrate! Ecco l'uomo che non domanda nulla; toccatelo: è di carne e
d'ossa; on ne triche pas, quoi! L'uomo che non domanda nulla! On ne
paie qu'en sortant!... Sapete dunque di chi mi avete l'aria? Di quei
giovanotti e di quelle ragazze che se ne vanno a far delle copie al
British Museum, e si attaccano un écriteau, dove dice: visitors are
requested not to stand round the student!... E i borghesi della City,
le loro mogli, la loro discendenza e le loro serve si dispongono
intorno allo studente, che si studia d'essere studiato! Qua la mano:
vi facevo più spirito; parole d'honneur!
Dopo tutto!... A guardarci de près, io m'accorgo di essere ingrata
verso di voi. Sapete che cominciavo ad annoiarmi, con questo golfo
sempre dinanzi, con questo verde sempre di dietro, con questi
mannequins sempre d'intorno? Ah, la noia, la noia vasta, profonda,
irresistibile; la noia che vi afferra le mâchoires e che ve le
disloca, la noia che vi inchioda in fondo a una causeuse, e che non vi
dà guère l'envie de causer, e che vi mette una cappa di piombo sulle
spalle e sul petto, come ai dannati del vostro Dante! Ah, la noia che
vi accompagna dovunque, come la vostra ombra; che si attacca a voi,
che vi penetra tutto, che finisce per diventarvi quasi indispensabile!
Qual è stato l'uomo di spirito che ha scritto questa confessione
profonda: Mi annoio tanto, che se non mi annoiassi, mi annoierei?
Tenez, lo abbraccerei, se fosse qui! J'ai vécu, caro mio. E ne ho
viste, come voi dite, di crude e di cotte. Quasi quasi je regrette lo
sport knutesque di cui è professore il principe Dimitri Borischoff,
governatore di Kiew ed anche un po' mio marito. Quasi quasi vorrei
ricorrere alle ordonnances del dottor Baribine.... Tenez, sbadiglio!
Come ho fatto a scrivere tanto? Je n'en reviens pas encore! Domani,
meno male; avrò la curiosità di vedere quelle mine voi farete; ma dopo
domani, que vais-je devenir? Tutto sommato, me ne andrò a Loèche. Di
li passerò a Londra, per la season. A luglio sarò in Normandia, a
Honfleur o al Tréport, c'est selon. In agosto verrò un'altra volta a
casa vostra; passerò una quindicina di giorni sui laghi.
Vous voyez; faccio di tutto per distrarmi; ma prevedo che incontrerò
difficilmente una persona che mi diverta più di voi. Senza rancore!
-Toute à vous-
CATERINA P. BORISCHOFF.
-Post-scriptum-,--La vostra amabilità merita bene un premio. Mi
permetto di offrirvelo, sotto forma di un consiglio. Se volete
riuscire con le donne, non le fate ridere.
P. B.
II.
Alla signora Caterina, principessa Borischoff,
-Castellammare-.
Hotel Royal.
-Signora-,
Sono mortificatissimo di doverle dire che Ella si è stranamente
ingannata sul conto di quel manoscritto da me inviatole. Oltremodo
sensibile all'interessamento che Ella mostrò di prendere alla nostra
letteratura, e per obbedire al desiderio espressomi di leggere
qualcosa di mio, mi recai ad onore di farle pervenire quella novellina
che, sotto il titolo di -Una Dichiarazione- ella potrà rileggere--se
l'ha fatta ridere tanto--in un prossimo numero del -Fanfulla della
Domenica-. La colpa del curiosissimo equivoco è....--rida ancora!--del
litografo Richter. Se egli mi avesse mandato i biglietti che aspetto
da una settimana, ne avrei messo uno, con qualche parola di
accompagnamento, dentro la busta contenente il manoscritto. Così,
senza nessuna spiegazione, Ella lo ha preso per quel che non era, ma
che del resto avrebbe potuto essere! Non mi dica che faccio il
galante; la galanteria suppone---de part et d'autre---un piccolo fondo
di menzogna, e ciò che io le dico è l'espressione sincera del mio
pensiero. Una signora di spirito come lei, è capace di tutto, anche di
darne a chi non ne ha -de son chef-.
Chiamato da affari urgenti a Roma, mi rincresco infinitamente di non
poter venire a salutarla di persona. Ma giacchè Ella andrà ai laghi in
agosto, avrò l'onore di rivederla lì, quantunque sarà difficile che mi
vi anneghi secondo il suo desiderio. Ad ogni modo, trovi Ella qui
l'espressione dei miei più vivi ringraziamenti pei consigli materni di
cui mi è stata prodiga, insieme con l'attestato del mio più profondo
rispetto.
-Devotissimamente-
G. VALDARA.
III.
TELEGRAMMA. -Guglielmo Valdara, Roma.-
Venite.
IL MEMORIALE DEL MARITO.
«.... Che cosa direi ai signori giurati?
«Io direi loro così:
«Prima di condannare un uomo bisogna ascoltarlo. Io so quel che ho
fatto e non cerco di sottrarmi alle conseguenze che pesano su di me.
Soltanto, giacchè il mio nome è uscito dalla oscurità in cui sempre si
mantenne, giacchè esso è stato dato in pascolo alla malsana curiosità
della folla, io ho il dovere, più che il diritto, di narrare tutta la
storia di cui si conosce il solo scioglimento, di enumerare tutti i
moventi che lo determinarono, di illuminare la coscienza pubblica
fuorviata da versioni partigiane od incomplete, perchè la verità, la
sola verità trionfi.
«Io non mi scuso, non mi giustifico. Io non faccio parlare per me un
uomo di legge. Spesso, l'uomo della legge è chiamato per impedire che
la legge abbia il suo corso. Le argomentazioni speciose, le
interpretazioni sottili, le citazioni significative, l'arte oratoria,
la competenza giuridica non fanno al caso mio. Io debbo esporre dei
fatti, tocca a voi apprezzarli.
«La mia parola sarà disadorna: tanto peggio, o tanto meglio. Se fossi
un letterato, scriverei un romanzo. Io non so scrivere, non so
parlare: e la folla mi sgomenta. La timidità è il fondo del mio
carattere. Bambino, io covavo dentro di me le mie piccole amarezze ed
i miei piccoli dolori. Avevo vergogna di farmi vedere piangente. Non
so se questa sia fortezza o debolezza d'animo; so che ero così. Poi,
anche un altro motivo contribuiva al mio mutismo: la persuasione del
nessun interesse che avrebbero avuto per gli altri le cose mie.
«Perchè mi avrebbero badato? Che cosa importava alla gente di quel che
io pensavo o sentivo? Erano cose insignificanti, puerili, senza
fondamento e senza valore. Puerili in sè stesse, e non perchè
concepite da un ragazzo. Quando fui molto più inoltrato negli anni, lo
stesso sentimento persisteva. Meno espansivo io ero, più confidenze
ricevevo. Non facevo che ascoltare, attentamente, religiosamente.
L'importanza che negavo alle cose mie, la trovavo nelle altrui. Chi
aveva una speranza da formulare, una gioia da espandere, un dolore da
alleviare, se ne veniva da me. Mi chiamavano la -spugna-. M'imbevevo
di confessioni. Ero credulo. Quelle speranze, quelle gioie, quegli
stessi dolori li invidiavo, e la mia piccolezza, la mediocrità mia mi
parevano più grandi.
«Divago; domando perdono. Questo è per far comprendere il mio
carattere, ma importa fino ad un certo punto.
«Per certo, io non credevo che un giorno avrei pigliato moglie. Nel
matrimonio, vedevo l'amore; e l'amore mi pareva una cosa molto
difficile e molto rara. Dapprima, avevo nutrito qualche speranza....
una di quelle speranze che non dicevo a nessuno, e che dico ora
soltanto. Leggevo dei versi, ed un'eco me ne restava dentro. Avrei
voluto farne, più belli, più sonori, più eterni; avrei voluto farli
per qualcuno.... Chimere. Chi è stato giovane, capirà. Ebbi una volta
un piccolo romanzo; siccome è molto corto, lo narrerò. Uno dei tanti
amici che mi avevano preso per confidente, aveva avuta una relazione
in Francia con una Americana. Come io sapevo l'inglese, oltre che da
confidente gli servivo da interprete e da segretario. Gli traducevo le
lettere che riceveva dall'amante, e rispondevo per lui. A furia di
leggere e di scrivere frasi di amore per conto d'altri, finii per
attribuirle e adoperarle per conto mio. Quando l'ignota corrispondente
mandò il suo ritratto, me ne innamorai addirittura. Ma un bel giorno
l'amico mio comperò una grammatica Ollendorf e prese un maestro
d'inglese. Allora il mio romanzo finì.
«In fondo, ragionavo. Mi avevano insegnato dei comandamenti--per
ubbidirli, supponevo. Uno di questi comandamenti diceva: Non
desiderare la moglie altrui. Quanto al desiderio--sono giusto--qualche
volta io lo avevo; come impedirlo? Non facevo però nulla per tradurlo
ad effetto. Non so se un casuista mi avrebbe assolto; ma io mi sentivo
in pace con la mia coscienza. Offendere un uomo, perdere una donna,
distruggere una famiglia mi parevano dei delitti che niente può
scusare. La -predestinazione-, il -colpo di fulmine- mi facevano
l'effetto di pretesti belli e buoni. Io mi sentivo libero e padrone di
me stesso, in amore come nel resto. Quando vedevo molte donne riunite
in qualche posto, a teatro, per esempio, od alla passeggiata, io mi
domandavo; «Chi ameresti tu fra queste?»--E con una mano sulla
coscienza, mi rispondevo: «Tutte, meno le vecchie, le gobbe e le
troppo brutte.» Ora, perchè io ne amassi realmente qualcuna, perchè il
desiderio vago ed indeterminato si concretasse e fosse conseguito, che
cosa occorreva? Due cose: primo: che una di quelle donne amasse me;
secondo: che quell'amore fosse permesso. Per la prima cosa mi dicevano
timido; per la seconda, ingenuo. Io lasciavo dire.
«Dunque, la moglie d'altri: no. Restava una moglie per me. Ma, dicevo,
bisogna trovare una che mi ami; ed io non la trovavo. Poi, io non ero
esente da qualche inquietudine. La mamma non mi consigliava il
matrimonio. Era una donna di poche lettere, ma di molto buon senso. Il
babbo, felice memoria, faceva un gran conto dei suoi consigli e
dichiarava di essersene trovato sempre bene. Ora, la mamma mi diceva:
«Figliuolo mio, tu sei della stoffa con cui si fanno i mariti
disgraziati.» Come si vede, la santa donna non aveva peli sulla
lingua. Io le davo ragione; ma, naturalmente, non avevo nessun impegno
che glie la dessero i fatti....
«Così, passarono molti anni. Non vorrei intanto che mi si accusasse di
presunzione e di darmi a credere come un modello di virtù. Feci ancor
io qualcuna di quelle che si chiamano scappate forse perchè non ne
entra nulla: cose senza conseguenze, in cui niente di serio era
impegnato. Chi non è stato giovane, pronunzii la condanna....
«In questa calma trascorsi la mia gioventù. Poi, la mia buona mamma
passò a miglior vita. Fu il mio più grande dolore. Ragazzo, quando i
terrori notturni mi presentavano l'imagine della morte, pensando al
mio povero babbo che non avevo conosciuto, io pregavo fervidamente il
Signore di farmi morire nello stesso preciso momento della mamma; con
un terremoto, per esempio, che ci avrebbe sepolti, abbracciati, sotto
un monte di rovine. Non potevo assuefarmi all'idea di sopravviverle,
di restar -solo- nella nostra casa. Pur troppo dovetti restarvi! Ma
allora, per la prima volta, provai il bisogno di una donna che mi
stesse al fianco. Dove trovarla?... Scorse dell'altro tempo. Avevo
trentacinque anni, una buona salute, una discreta fortuna, qualche
reputazione di intelligenza e di onestà, quando incontrai una
fanciulla alla quale non parvi indifferente. In che modo? Non saprei
ridirlo. Queste cose si fanno capire, più che non si dicano. Io però
non mi contentavo di capire soltanto; non potevo ingannarmi? Lasciavo
quindi che il tempo mi portasse la conferma o la smentita del fatto.
Non nascondo che la conferma mi sarebbe stata molto gradita; quella
fanciulla mi piaceva, al fisico ed al morale; ne ricercavo la
compagnia, l'amavo anche, se si vuole.... non tanto però da
incatenarla al mio fianco quando non fossi stato sicuro dei suoi
sentimenti a mio riguardo. Questi sentimenti non erano ostili; me ne
persuadevo sempre più. Come prima se ne presentò l'occasione, io le
tenni press'a poco questo discorso: «Signorina, io sono solo; vorrei
associare la mia vita a quella di un'altra persona. Sarei felicissimo
se questa persona foste voi. Ma, se non vi piaccio, è quasi certo che
non mi ammazzerò. Il vostro rifiuto non vi procurerebbe dunque dei
rimorsi. Ora, volete rispondermi?» Ella, di sua libera elezione, senza
pressioni di sorta, disse di sì.
«Ci furono di mezzo, naturalmente, i parenti. Io fui aggradito,
vennero sistemati gl'interessi e ogni cosa fu stabilita. La nostra
unione era fatta sul piede della più perfetta eguaglianza. Nessuno di
noi faceva una generosità all'altro, accettandolo. Nè io nè lei,
finanziariamente, fisicamente, intellettualmente e socialmente,
avevamo nulla di straordinario o di superiore. Essendoci conosciuti,
ci eravamo convenuti; nient'altro. La mia fidanzata non era nè bella
nè brutta, nè ignorante nè dotta, nè umile nè superba: così com'era,
mi piaceva. Se in vece sua avessi conosciuta un'altra donna, avrei
amato probabilmente quell'altra; ma avevo conosciuto lei, e glie lo
dicevo.
«Anch'ella mi amava; me lo ripeteva sempre, me lo scriveva
continuamente--malgrado ci vedessimo ogni giorno, aveva voluto che
ogni giorno ci scrivessimo. Ciò mi faceva piacere. Pensavo: c'è
qualcuno che si ricorda sempre di me, che sempre mi aspetta--e questo
pensiero mi colmava di tenerezza. Quando la vedevo, pensavo ancora: -È
mia-.... Per dir meglio: sarebbe stata.... Intanto si preparava il
corredo, la casa. Io le lasciavo la direzione di tutto. Tutto ciò che
faceva, era ben fatto. Che fosse contenta lei, questo era
l'interessante. Alla sottoscrizione del contratto, feci un piccolo
colpo di testa: le regalai dei gioielli di qualche valore; data la
nostra condizione economica, una pazzia. Che importava, purchè ella
fosse contenta? Ella ne fu contentissima; corse a guardarsi allo
specchio ornata di quei monili, i suoi occhi sfavillavano di gioia, e
non cessava dal prodigarmi ringraziamenti caldissimi. Questi mi
parevano superflui; se fossi stato più ricco, avrei certamente fatto
di più.
«La felicità m'irradiò tutto, quando fummo uniti per sempre. Allora io
capii che cosa volesse dire: -è mia-. Quell'essere, quella gioventù,
quella grazia mi appartenevano. Io potevo prenderla fra le mie braccia
quando volevo, carezzare i suoi capelli, baciare la sua fronte, le sue
mani, la sua bocca. Io la sentivo parlare, la vedevo andare e venire
per la casa--per la -nostra- casa--ridere, vestirsi, dormire. Io
vedevo le cose che ella vedeva, toccavo ciò che ella toccava, usavo
gli stessi oggetti, leggevo gli stessi libri: una dolcezza
incredibile.
«Bambino, la mia felicità consisteva nel possedere una scatola di
soldatini di piombo, col comandante a cavallo, i tamburi e il
porta-bandiera. Io li schieravo sopra un tavolo, e li facevo manovrare
per due, per quattro, a plotoni contrapposti; ed il pensiero che tutte
quelle piccole imagini di esseri mi appartenevano, mi riempiva di
orgoglio e di contento. Ora, in cambio dei soldati, avevo una creatura
di carne e d'ossa, e non v'era bisogno di spingerla per farla
manovrare. Mia moglie non stava due minuti ferma in un atteggiamento,
mutava di abiti tre o quattro volte il giorno, si appoggiava al mio
braccio, mi sedeva sulle ginocchia. Io possedevo una cosa nuova,
meravigliosa, inapprezzabile: -una vita-.
«Come l'avevo acquistata? Dando in cambio la mia. Io ero tutto per
lei, nelle opere e nei pensieri. Vedevo delle altre donne, più belle
di lei, più seducenti, più corteggiate; ma mi trovavo dinanzi ad esse
nella posizione di uno che avendo già un mazzolino di viole
all'occhiello, ammira delle rose, dei giacinti, delle camelie, ma non
saprebbe che cosa farne. Il mio cuore e la mia casa erano vuoti; ella
li aveva popolati; non c'era più posto per nessuno. Il codice che il
signor sindaco ci aveva letto, parlava dei diritti del marito, degli
obblighi della moglie, e che so io. Queste cose mi parevano assurde.
In casa nostra non si comandava nè si ubbidiva. Con qual dritto avrei
ingiunto a mia moglie: Fai questo o quest'altro? Coi soldatini, passi;
li potevo schierare come volevo, raggrupparli, sbandarli, rovesciarli.
Ma i soldatini stavano sempre a spall'arme. Mia moglie aveva dei
muscoli, dei nervi, una volontà; e in ogni atto della vita la sua
volontà valeva quanto la mia. L'uomo e la donna mi parevano due esseri
diversi, ma equivalenti. Quando eravamo d'accordo, la questione era
risolta. Nel caso contrario, io mi uniformavo al suo giudizio.
Contrariarla, avrebbe forse potuto dispiacerle; secondarla, faceva
certo piacere a me.
«Io non sono un'aquila d'ingegno, tuttavia spesso, nelle nostre
discussioni, mi accorgevo della mia superiorità intellettuale. Ma
rinunziavo a sfoggiare il mio sapere per darla vinta a lei. Talvolta,
ella fraintendeva i miei ragionamenti e mi faceva la lezione;
preferivo passare per sciocco, anzichè dimostrarle che aveva torto.
«Quanto all'economia della casa, era stata lei a rifiutarne la
direzione; diceva che non vi aveva testa. Amministrando la sua dote,
io ne prendevo soltanto quel che rappresentava la quota di lei nelle
spese comuni; tutto il resto era a sua disposizione, veniva investito
in proprietà sua personale.
«Ella m'era riconoscente di tutto questo; mi diceva che mai più
avrebbe sperato di trovare un uomo come me. Io non credevo far nulla
di straordinario; avrei davvero voluto farlo per dimostrarle il bene
che le volevo. Certe mie fanciullaggini dei primi tempi le parevano
molto care; io ne trovavo sempre di nuove finchè mi accorsi che
cominciavano a stancarla. Infine, non era ragionevole che ella
passasse le sue serate in casa a sentirsi dire che l'amavo. Le visite,
gli spettacoli, il giuoco--che so io--tutta la vita esteriore aveva
poche o punte attrattive per me; per una signora la cosa era diversa.
Ella aveva delle relazioni da mantenere, una figura da fare. A teatro,
io soffrivo qualche poco nel vederla, con le braccia nude, la gola
scoperta, fatta segno agli sguardi indiscreti della folla. Volevo bene
che ella splendesse, ma sentivo una gran voglia di dire a quei
curiosi: «Imbecilli, che cosa state a guardare? Ella non è per voi.»
Ancora, ella aveva un certo modo di mettersi il mantello, dinanzi al
davanzale del palco, che mi pareva iniziasse la gente al mistero della
sua toletta; mi pareva che, vedendola coprirsi a quel modo, la gente
l'imaginasse che si svestiva....
«Al ballo, era peggio. Degli uomini potevano passarle un braccio alla
vita, tenerla per mano, parlarle all'orecchio. Avrei voluto una
restaurazione borbonica per essere ministro di polizia e proibire
quell'uso; non far ballare nessuno perchè non ballasse lei. Poi, mi
pareva che quanta più gente la conoscesse, quanta più gente potesse
sentire la sua voce, stringere la sua mano, entrare nella sua
intimità, tanto minor prezzo avrebbero avute queste cose, tanto meno
ella sarebbe stata mia. Tutto questo me lo tenevo per me; capivo che
erano delle fisime, ed ero anzi il primo a proporle di andare in
società. Non volevo increscerle con le mie gelosie; perchè le volevo
bene non era già una ragione che l'annoiassi.
«Dicono che i mariti sieno gli ultimi a sapere dei casi loro. Sarà; la
mia esperienza mi prova tutto il contrario. I miei casi, non solamente
io non li sapevo degli ultimi, ma li prevedevo. Vi era una persona che
io avrei voluto specialmente non far conoscere a mia moglie: un
ex-ufficiale che era stato mandato a casa per aver fatto dei torti
domestici ad un suo superiore, e che ora, dopo essere passato per il
giornalismo e per le lettere, si era dato alla politica. Non si
parlava che di lui, del suo coraggio, dei suoi duelli, del suo stile
affascinante, della sua meravigliosa eloquenza, dei suoi successi con
le donne. Non volevo che mia moglie si trovasse in presenza di costui.
Ella mi aveva domandato di presentarglielo. Le avevo promesso di sì,
ma finsi una malattia il giorno che si doveva andare ad una festa di
beneficenza organizzata da lui. Un'altra volta, al caffè, feci mostra
di non riconoscerlo. Mia moglie mi aveva chiesto: «Non è quello?» La
sua premura a notarlo mi aveva messo un verme nel cervello. Io avrei
voluto prenderla per mano, e dirle: «Vediamo: che cosa vuoi farne di
questa conoscenza? È un uomo pericoloso. Se tu sei sicura di te
stessa, vuol dire che ti è indifferente; se non sei sicura, bisogna
evitarlo.» Questa mi pareva logica, ma la tenevo per me. Le avevo
invece portati certi libri di quel tale, gonfii e vuoti come vesciche,
nell'idea ch'ella si persuadesse del loro valore. Dichiarò che erano
bellissimi, e innanzi alla gente insistette sulla diversità dei nostri
gusti. La cosa, ripetuta, era venuta necessariamente all'orecchio
dell'autore; egli mostrava di non badare a mia moglie, non ci salutava
quando eravamo insieme.
«Un giorno, ella lo incontrò da una sua amica. Tornando a casa, me lo
disse; io le manifestai la mia compiacenza. Dentro, mi rodevo. Mandavo
al diavolo quell'amica, avrei voluto partire immediatamente per
evitare che colui venisse in casa mia. Lasciò soltanto, dentro la
settimana, una carta di visita. Una seconda volta s'incontrarono, me
assente. Questa volta ella non me lo disse.
«La giustizia considera gli atti, non le intenzioni. Si arresta chi ha
commesso un crimine, non chi va a commetterlo. Ciò è giusto; però, se
si arrestasse prima, il crimine non sarebbe commesso. Così, per essere
troppo elementari, certe verità fanno ridere.... Quell'uomo, dunque,
voleva rubarmi mia moglie. Fingeva di non osservarla perchè lo
osservasse lei. Il suo giuoco riusciva. Se io fossi andato dal
procuratore del re, questi si sarebbe messo a ridere. «Lasciate che ci
sieno dei colpevoli, e la giustizia seguirà il suo corso.» Se io fossi
andato dal ladro, il ladro si sarebbe potuto offendere per giunta.
Avremmo potuto anche batterci. Probabilmente avrei avuto la peggio;
sarei stato ridicolo. Se lo avessi ferito, egli sarebbe stato
compianto. Restava mia moglie.
«Mia moglie diceva che i mariti hanno torto a prendersela cogli
amanti; questi non otterrebbero, anzi non domanderebbero nulla, se la
donna non fosse disposta a concedere, e se non lo facesse capire. Ella
aveva ragione. Il ladro fa il suo mestiere, che è quello di rubare.
Quando si tratta di un oggetto, ci sono le casse forti. Trattandosi di
una persona, bisogna che questa abbia l'intenzione di non lasciarsi
prendere. Ora, mia moglie aveva o non aveva questa intenzione. Se
l'aveva, i miei discorsi sarebbero stati inutili, anzi dannosi, perchè
la avrebbero offesa. Se non l'aveva, glie l'avrebbero fatta venire.
«Così diceva il ragionamento. Poi, io avevo voglia di strapparmi i
capelli. Io non volevo che mi rubassero mia moglie. Quell'altro aveva
avuto ed aveva molte donne, quante glie ne piacevano; io avevo lei
sola. Era la donna mia; mi apparteneva, perchè io le apparteneva. Io
non l'avevo rubata; io ero in regola con la mia coscienza, col mondo,
con lei; con tutto e con tutti.
«Non avevo il coraggio di dirle: «Tu pensi a tradirmi.» Mi pareva una
umiliazione per entrambi. Per risparmiarla a lei, mi umiliavo io.
Spiavo le mosse di quell'uomo, gironzavo intorno a casa mia,
intercettavo la posta. Un giorno trovai una lettera nascosta dentro un
giornale di mode sotto fascia. Mi parve d'impazzire. Presi la lettera
e la consegnai a lei senza aprirla. Le chiesi soltanto chi le
scrivesse. Ella arrossì, rispose di non conoscere il carattere, lesse
la lettera e la stracciò dicendo che era un anonimo impertinente.
«Mi dava ora maggiori dimostrazioni di affetto, mi parlava dei
pericoli a cui una donna si trova esposta, voleva che io la
sostenessi. Era il mio dovere ed il mio piacere. Per un poco, parvero
ritornati i tempi della luna di miele. Durò meno dell'altra. Ella era
divenuta inquieta, nervosa. Pareva l'avesse con me. Io non facevo
nulla da dispiacerle.
«Verso capo d'anno, fu annunziata la visita di quel tale. Io mi feci
coraggio; le dissi: «Non lo ricevere.» Rispose che sarebbe stata una
sconvenienza. Non passai di là; li lasciai soli.
«Egli faceva il suo mestiere di ladro; io non potevo afferrarlo pel
colletto e condurlo al posto di guardia. Vedevo la situazione
nettissimamente, non mi accecava nè l'amore, nè la fiducia, nè la
gelosia. Calcolando tutto, vedendo la freddezza crescente di lei,
indovinando il pericolo, un giorno le dissi press'a poco così: «Siamo
stati felici finora, nè io potrei esserlo più senza di te. Però, se tu
non mi vuoi più bene, se sei stanca di me, se ti dispiaccio, io non
voglio fare la tua infelicità. Non abbiamo figliuoli; ritorna a casa
tua. Resteremo buoni amici, serberemo un bel ricordo dei giorni
passati insieme.» Che cosa potevo fare?
«Ella protestò, commossa, che era sempre quella di prima, che le
facevo male parlando così. Allora le proposi di andar via insieme;
accettò. Partimmo. Il ladro ci venne dietro--come un ladro, di
nascosto, senza farsi vedere. Un giorno, lo incontrammo faccia a
faccia. Io dissi a mia moglie: «Hai visto chi ci ha seguito?»
Dapprima, parve non avesse capito; poi si mostrò offesa: chi mi aveva
dato il diritto di sospettare? Poteva dire alla gente di restarsene a
casa?
«A casa, ci tornammo noi. Poichè non riuscivo a sbarazzarmi di colui,
non valeva la pena di andar girando per il mondo. Io non amavo quella
vita instabile, pensavo alla tranquillità delle mie abitudini, alle
dolcezze del focolare domestico. Di queste dolcezze, mia moglie era
sempre la più grande; fuori di lì mi pareva che mi appartenesse meno.
«Passò così del tempo. Qualche volta, io ero triste per lei come al
pensiero di una persona cara che sia affetta da una malattia
incurabile.... Non avevo testa da far nulla, un freddo mi passava da
capo a piedi e mi pareva che il mondo stesse per finire. Vedevo quel
che si preparava, e temevo di comprendere che era lei a volerlo.
Allora, che cosa potevo farci?... Poi, mi persuadevo d'ingannarmi,
speravo che tutto questo fosse un prodotto della mia fantasia, della
mia paura. Ella non era nè triste, nè lieta; mi pareva un poco
annoiata. Con me, era piuttosto fredda; capivo che il pericolo sarebbe
stato nel caso contrario. Quell'uomo era ingolfato in affari politici,
agitava il paese, non aveva tempo da scrivere una lettera.
«Le lettere anonime sono una provvidenza. Data la fondamentale
vigliaccheria umana, è provvidenziale che si possa far risapere una
cosa o dare un consiglio senza arrischiar nulla. Mi scrissero che mia
moglie era andata, un certo giorno, in una certa casa, a trovare
quell'uomo.
«Quando si dice che una cosa è inverosimile, che non vi si può
credere, si fanno delle frasi. Io vi credetti subito. Mia moglie era
lì, dinanzi a me, e ad un tratto mi parve che ella fosse tutta
macchiata, tutta contaminata, e che se io l'avessi toccata soltanto
con un dito quella bruttura mi si sarebbe attaccata addosso.... Le
mostrai la lettera. Come ella mi vide gli occhi, si alzò di scatto. Io
le domandai che cosa avesse fatto quel giorno. Sostenne il mio
sguardo: perchè le facevo quella domanda? Le dissi io quello che aveva
fatto. Negò altamente, mi accusò di prestar fede alle calunnie.
Allora, io le ripetei tutti i particolari della lettera, e come li
enumeravo, ella si turbava. Finì per ricascare sulla sedia, col viso
tra le mani. Continuando, io le dissi: «Perchè hai fatto questo? Avevi
da lagnarti di me? delle rappresaglie da esercitare? Non mi accettasti
tu forse di tua libera elezione? Ti ho forse voluto bene meno di
prima? Non ti avevo lasciato libera di andartene? Che cosa ti ho
fatto?»
«Qui, mi cadde ai piedi, domandandomi perdono. Non c'era stato nulla
di male, me lo giurava dinanzi a Dio; era andata perchè quell'altro
minacciava di ammazzarsi, di fare uno scandalo, di provocarmi. Era
stata leggera, ne conveniva; avrebbe dovuto consigliarsi con me; se ne
pentiva amaramente, mi domandava perdono....
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