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Federico De Roberto
F. DE ROBERTO
DOCUMENTI UMANI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1888.
PROPRIETÀ LETTERARIA
-Riservati tutti i diritti.-
Tip. Fratelli Treves.
PREFAZIONE.
-Gentilissimo signor Treves-,
Compiono oramai quasi due anni dacchè Ella, rispondendo all'offerta
che io le avevo fatta della mia -Sorte-, mi disse, con molte
lusinghiere espressioni per la mia attitudine al novellare, di non
poter pubblicare quei racconti perchè non ne approvava il genere. «Non
si descrive--diceva la sua lettera--che quel che vi è di brutto, di
marcio, di sensuale nella società. Poi, tutti i personaggi sono
antipatici. È possibile che una società sia tutta formata a quel modo?
E lo fosse pure, è egli artistico dipingere i quadri tutti di un
colore, sopprimere i contrasti di colore, come quelli di passioni, di
sentimenti? Il color rosa fu giustamente deriso, ma almeno era
allegro; il nero, il tutto nero, ha gli stessi torti, più quello di
essere triste.... Racconti simili--soggiungeva--non voglio più
pubblicarne. Ho parecchi peccati editoriali sulla coscienza; non
intendo aumentarli, diffondendo un genere che io considero assai
pernicioso, non solo per il senso morale, ma anche per il buon gusto
delle nuove generazioni. Una cucina letteraria composta tutta di
droghe non può che rovinarlo.»
Quantunque mi rincrescesse di non poter affidare il mio libro ad una
Casa come la sua, il rifiuto--Ella già lo prevedeva--non mi distolse
dal pubblicarlo. Ma il successo dette ragione a lei. Se Ella ebbe la
curiosità di tener dietro ai giornali che parlarono delle mie novelle,
potè vedere come la maggior parte di essi non facessero se non delle
parafrasi del giudizio che, alla lettura del manoscritto, Ella ne
aveva dato. «Uomo avvisato, mezzo salvato,» pareva che Ella avesse
voluto dirmi; io non le diedi retta, ed accadde quel che doveva
accadere.
Mi crederà se io le dico che, prima ancora del giudizio dei critici,
prima ancora del Suo ammonimento, io avevo previsto la sorte--senza
giuochi di parole--che era riserbata al mio volume? Se avessi potuto
farmi illusione, l'esperienza dei miei maestri ed amici mi avrebbe
aperto gli occhi. Parlo di Giovanni Verga e di Luigi Capuana, di due
scrittori nei quali i critici della -Sorte- hanno trovato i miei
modelli, facendomi con questo il più grande elogio che io potessi
ambire. E rimontando ancora più su, al maestro dei maestri, ad Emilio
Zola, che cosa non gli era toccato di sentirsi dire? Per poco non lo
avevano fatto passare come un bevitore di sangue! Figuriamoci quel che
avrebbero detto a me!
Nondimeno, malgrado ogni sorta di scettiche previsioni e di immediate
difficoltà, io mi ostinai a metter fuori quelle novelle. Questo potrà
forse dimostrarle che io ero guidato da una chiara idea e che sapevo
quel che facevo--o per lo meno quello che avevo avuto l'intenzione di
fare... Io avevo avuto l'intenzione di fare un'opera d'arte.
Descrivendo una società repugnante? mettendo in iscena dei personaggi
odiosi? riuscendo ad un'impressione di pessimismo?... Che importa!
L'interessante, ciò che costituisce il valore specifico dell'opera
d'arte, non mi pareva la qualità del soggetto preso a trattare o
dell'impressione da conseguire, bensì il modo con cui il soggetto era
trattato e l'impressione conseguita.
Sapevo che mi avrebbero fatta una colpa del mio naturalismo, ma
credevo--e credo tuttavia--che tutte coteste antipatie e simpatie di
scuola dovrebbero essere perfettamente estranee al giudizio critico.
L'arte è una, come una è la realtà che essa si propone di riprodurre;
i metodi e gli obbiettivi sono diversi, come diversi sono i
temperamenti degli artisti che li scelgono. Accade un fatto; cento
persone vi assistono, nessuna di esse ne darà una versione del tutto
corrispondente a quella del vicino. Se in mezzo vi è un morto, uno
esclamerà: «Che disgrazia!» un altro sentenzierà: «La solita storia!»
un terzo dirà: «Vi è un morto,» senza commenti.
La vita che i romanzieri e i novellieri si propongono di ritrarre, è
quella che è; la diversità consiste nell'organismo che la osserva.
Quando una persona qualunque compie un'azione purchessia, non si sente
una voce, dall'alto o dal basso, che giudica quell'azione,
inappellabilmente; ognuno di noi si forma invece di quell'azione un
concetto relativo ai proprii mezzi d'indagine, al proprio carattere ed
al proprio interesse.
In arte, si vogliono distinguere due scuole: la naturalista e
l'idealista. Non badiamo, se le piace, ai nomi; i nomi sono sciocchi,
dicono molto di meno e molto di più di quel che dovrebbero dire.
Badiamo ai fatti. Nel fatto, i naturalisti sono accusati di veder
tutto nero, di deprimere tutto; gl'idealisti di veder roseo e di
esaltare ogni cosa. So benissimo che tanto gli uni quanto gli altri si
ribellano a queste accuse, che tutti sono convinti di veder la vita
com'è; ma non ci occupiamo di questo. Io dico che la realtà non avendo
caratteri specifici, non essendo definibile assolutamente, le visioni
contraddittorie delle due scuole sono egualmente legittime. Voi dite
invece che la realtà ha dei caratteri definiti, che essa è, per sè
stessa, in un certo modo determinato? Allora tanto chi disprezza per
partito preso, quanto chi ad ogni costo accarezza, sono, per
esagerazione, nel falso. Quindi: se naturalisti e idealisti sono, per
il loro modo di vedere, o entrambi nel vero, o entrambi nel falso, il
loro modo di vedere è una qualità sopprimibile, come quantità
sopprimibili, nei due membri di un'equazione, sono i termini eguali.
Che cosa resta? Resta il -quid- artistico, l'-x- da trovare.
Lasciamo stare l'algebra. Molte persone dicono: «Sta bene,
riconosciamo il valore artistico delle opere naturaliste; siamo anche
disposti ad ammettere la superiorità di questo metodo; ma, in ragione
di questa stessa superiorità, domandiamo che dei mezzi così efficaci
di rappresentazione non siano unicamente adoperati per dipingere il
brutto ed il pravo. Fate del naturalismo artistico, ma dell'idealismo
etico al tempo stesso; in altre parole: descrivete -naturalmente- il
-bello- ed il -buono-.» Chi ragiona così dimentica che ogni metodo
d'arte porta con sè la sua propria filosofia, che un modo di scrivere
è anche un modo di vedere, che ad ogni contenuto s'impone una forma
determinata--e reciprocamente. Un idealista, perchè idealista, sceglie
degli argomenti nobili, presenta dei caratteri elevati, perviene a
conclusioni confortanti, attenua con la simpatia il suo pessimismo. Se
egli si trova dinanzi a qualcosa di urtante, di brutale, lo modifica,
lo purifica--lo -idealizza-. Reciprocamente: i personaggi simpatici
dei naturalisti hanno tutti il loro lato debole, volgare, violento; le
azioni generose i loro moventi indegni. Quando io ho scelto un
argomento, mi trovo di aver scelto nello stesso tempo il mio metodo;
viceversa: se io mi propongo di conseguire certi effetti, non sono più
libero di scegliere un soggetto qualunque: il mio campo è
circoscritto. Abbracciare un sistema, in arte come in politica,
importa negare certe cose e crederne delle altre, rinunziare a certe
categorie di emozioni e di opinioni, non vedere più che in un modo
determinato. Realismo e idealismo sono al tempo stesso delle dottrine
etiche e dei metodi estetici, sistemi filosofici e partiti artistici.
Un romanzo idealista nell'ispirazione e naturalista nell'esecuzione--o
viceversa--non è possibile: Zola ci si è provato, ed ha fatto il
-Sogno-....
Da un'altra parte, il pubblico generalizza troppo facilmente. Se in un
libro si descrivono soltanto delle miserie, delle vergogne, delle
crudità, che ragione ha la gente di rimproverare all'autore: «Voi
rinnegate le nobiltà, le delicatezze, gli eroismi?» Se un altro libro
è tutto pieno di queste cose che mancano all'altro, c'è ragione di
pigliarsela con l'autore perchè spazia sempre nell'alto? A volere che
uno scrittore dia un'adeguata imagine del mondo materiale e morale,
bisognerebbe dargli, per lo meno, un po' di tempo! «Dio mio!--esclamò
una volta Luigi Capuana--non si può mettere l'universo in sette
novelle!...» Supponiamo che un pittore faccia un quadro rappresentante
una tempesta; lo accuserete voi di negare il sole e l'azzurro? Tutto
ciò che potrete domandare è che egli dipinga bene il suo quadro.
Quest'altra volta egli farà un mare tranquillo... se non farà un'altra
tempesta, per disposizione naturale dello spirito, per una preferenza
tecnica, per una ragione qualunque che egli potrebbe anche non
dire....
Discorrendo parecchi anni or sono col Capuana di queste, cose--portavo
allora intatta la mia verginità letteraria--pensando alla facilità con
cui si formano i giudizii di questo genere, io feci all'amico mio una
proposta. «Vi incolpano di non sapervi aggirare se non nei bassi fondi
sociali? di non avere delicatezza, fantasia, simpatia? Scrivi un
romanzo idealista, in cui siano soltanto passioni esaltate, caratteri
nobili, azioni generose; in cui ritrarrai un ambiente elevato, i cui
personaggi porteranno dei titoli sonori o rappresenteranno
l'aristocrazia dell'ingegno; in cui non si sentirà l'-odore del
popolo- zoliano, ma quello degli estratti doppii alla moda.... Scrivi
un romanzo -romantico-, secondo vuole lo stile, dimostra come sia
molto più facile che non lo scriverne uno naturalista; è probabile
che, dopo, ti lasceranno in pace!» L'idea piacque al Capuana, e con la
felice versatilità dell'ingegno che gli ha permesso di passare da
-Giacinta- a -C'era una volta-, dallo -Spiritismo- ai -Semiritmi-,
egli avrebbe sicuramente fatto del Feuillet da confondersi col
genuino; la storia delle sue contraffazioni avrebbe contato un gustoso
capitolo di più.... Altre cure gl'impedirono di porre ad effetto
questo disegno; io lo ricordai quindi naturalmente dopo la
pubblicazione del mio libro, allorchè accuse simili a quelle fatte al
Capuana si fecero a me; allorchè Ella, dimostrandomi l'alta
stima--furono sue parole--in cui teneva il mio ingegno, mi disse che
avrebbe voluto vederlo impiegato in modo migliore.
Ecco come è nata la prima idea di quel -Documenti umani- che le ho
mandati. Come Ella avrà visto, la prima novellina dimostra le mie
intenzioni. Documenti umani si sono chiamati i fatti che comprovano le
realità miserabili e lamentevoli? Chiamiamo -Documenti umani- un libro
di novelle ispirate alle più alte idealità. Forse i lettori non mi
accuseranno più di rinnegarle, forse il signor Treves mi stamperà....
Non le nascondo--sarebbe inutile, Ella se ne sarà accorta da sè--che
in quei racconti io ho un poco qua e là calcata la mano, con un
partito preso di distinzione, di lindura, di levigatezza -quand même-.
Vi è in questo un movimento di reazione giustificabile, se non giusta,
dinanzi alle accuse che mi si fecero. -Abyssus abyssum invocat-, e le
esagerazioni in un senso provocano naturalmente le esagerazioni in un
senso opposto. Se vi sentirete rimproverare da ogni parte di appestare
i vostri vicini con l'odore dell'aglio, sarete molto probabilmente
tentati di procurargli un'accapacciatura a furia di -opoponax-....
Quando la nuda semplicità della -Nedda- sollevò, in un certo mondo
letterario, quegli scandali che Ella conosce, Giovanni Verga ebbe la
tentazione di una solenne canzonatura: un rifacimento arcadico della
sua novella, nel quale il famoso e scandaloso raglio dell'asino doveva
essere sostituito dai gorgheggi dell'usignuolo.... Questo non vuol già
dire che l'autore dei -Malavoglia- non creda all'esistenza
dell'usignuolo; come le esagerazioni alle quali io mi sono lasciato
andare non significano che io non creda all'esistenza dei sentimenti
raffinati e dei caratteri scelti che ho rappresentati. Io credo che
tutto possa essere--ma credo del pari che l'artista, in mezzo
all'infinita varietà dei fatti umani, abbia piena ed intera la libertà
della scelta e della interpretazione. Scegliere, fra questi fatti
quelli che rappresentano il lato seducente dell'umanità, è certo
accaparrarsi un più largo consenso; se, dunque, molti artisti vi
rinunziano, per appigliarsi a quegli altri fatti che rappresentano il
rovescio della medaglia, più che il biasimo non crede Ella che
meritino una lode per il coscienzioso disinteressamento di cui dànno
prova? Ma, dirà Ella, perchè scegliere l'altro lato?... Arrivati a
questo punto, le teoriche non hanno più che farci: la scelta, il modo
di vedere, sono quistioni di temperamento, di gusti, di educazione, di
disposizioni permanenti o transitorie, di attitudini speciali: tutti
elementi personali, variabilissimi, che non è possibile, e si potrebbe
fino a un certo punto anche aggiungere non è lecito, di rintracciare.
Se una dimostrazione filosofica o gli ammaestramenti di una esperienza
mi inducono a credere che i sentimenti più alti e più rari si
risolvono negl'istinti primitivi della bestia, io farò oggetto della
mia rappresentazione artistica dei fatti dai quali questo concetto
scaturisca. Se la mia esperienza mi avrà detto invece che gl'istinti
meglio radicati sono domati da qualcosa di più potente e di più puro,
io vedrò le cose in tutt'altro modo, la mia scelta sarà diversa. E la
scelta è poi libera:--meglio: c'è vera scelta, o sotto l'illusione
della libertà si nasconde una rigorosa predeterminazione?...
Non passiamo i confini del campo letterario. Se i soggetti presi a
trattare dai naturalisti non sono di quelli che più piacciono alla
massa dei lettori, io vorrei dimostrare la ragione tecnica di questo
fatto. Naturalista è chi vuol riuscire naturale, cioè chi cerca di
dare alla finzione artistica i -caratteri- del vero. Ora, non tutti
gli oggetti veri sono egualmente -caratteristici-, riconoscibili e
starei per dire individualizzabili. È quindi evidente che lo scrittore
naturalista darà la preferenza a quelli che, per avere dei tratti più
salienti, un aspetto più distinto, più accidentato, assolutamente
proprio, gli forniscono il mezzo di conseguire il suo intento. Ora, la
virtù e la salute sono più uniformi, più semplici, più monotone del
vizio e della malattia; questi offrono una più grande varietà ed una
più grande particolarità di manifestazioni; e lo scrittore naturalista
in traccia di fatti significativi, ne trova, negli ambienti corrotti,
nei tipi degenerati, nei casi patologici, una più ricca messe. Questa
è pure la ragione perchè, in una gran parte di casi, il mondo dei
naturalisti è quello della povera gente. I lettori domanderebbero di
assistere a scene della vita elegante, di vedere in azione delle
grandi dame e dei gran signori; le descrizioni di catapecchie dove si
aggirano dei miserabili in cenci sono, -a priori-, condannate.
Lasciamo stare se questa antipatia è giusta o pur no, se essa risponde
ai principii ispiratori della morale cristiana o dell'ideale
democratico.... È così, e basta. Ma se gli scrittori naturalisti non
contentano questi desiderii, egli è che a misura che si scende nella
gerarchia sociale, le differenze si accrescono e i tipi si determinano
più nettamente. Un contadino, un operaio, un marinaio, un minatore
hanno dei caratteri esclusivamente proprii, specifici, nella
fisonomia, nell'abito, nel modo di fare e di parlare, da renderli
riconoscibili a cento miglia lontano; la folla elegante che popola un
salone è più uniforme, offre meno presa all'osservazione. Ella mi
dirà, che le preferenze dei naturalisti si risolvono così nella
ricerca di ciò che loro riesce più agevole; nè io le darò torto. Fare
della -realtà elegante---l'espressione è di Edmondo de Goncourt--ecco
l'impresa che si vorrebbe tentata. La quistione è, però, che molto
probabilmente l'eleganza di un naturalista procurerebbe dei disinganni
agli eleganti di professione. Non bisogna dimenticare che il fatto
rettorico è connesso al fatto psicologico, che forma e contenuto
s'impongono vicendevolmente; così, il naturalista avvezzo a veder
brutto, troverebbe delle imagini brutte per ritrarre le cose belle,
come quell'eroe di Karl Huysmans agli occhi del quale i fiori più
smaglianti si paragonavano naturalmente a piaghe, ad escrescenze, ad
erosioni patologiche....
Tornando all'ordine di idee interrotto dianzi, un'altra accusa fatta
ai nostri novellieri naturalisti è quella del regionalismo. «Voi mi
date dei marinai di Aci-Trezza, dei mulattieri di Licodia, dei
contadini di Viagrande: che geografia è cotesta? Come volete che io
m'interessi ad una gente che non so neppure dove stia di casa?» La
quistione è che se voi non potete interessarvi a questi ignorati, lo
scrittore non può conseguire una fedeltà di rappresentazione se non
mettendosi innanzi dei modelli; ora, se io sono vissuto in Sicilia,
non posso pigliare i miei modelli nel Friuli! Ed una quistione
strettamente connessa con questa, è l'altra dello stile che i
novellieri regionalisti sono costretti a foggiarsi per la necessità
di quel che si potrebbe chiamare il -colore locale- della
rappresentazione artistica. I popolani di Sicilia parlano un loro
particolare dialetto; quando io li introduco in un'opera d'arte ho
due partiti dinanzi a me: il primo, che è l'estremo della realtà,
consiste nel riprodurre tal'e quale il dialetto--come hanno tentato
per le loro regioni il D'Annunzio, lo Scarfoglio, il Lemonnier--il
secondo, che è l'estremo della convenzione, consistente nel farli
parlare in lingua, con accento toscano e con sapore classico. Ora,
se nel primo caso io rischio soltanto di non farmi comprendere dai
lettori che ignorano il dialetto, nel secondo rischio addirittura di
farli ridere tutti. Fra i due partiti estremi, io tento, con
l'esempio del Verga, una conciliazione; sul canovaccio della lingua
conduco il ricamo dialettale, arrischio qua e là dei solecismi,
capovolgo dei periodi, traduco qualche volta alla lettera, piglio di
peso dei modi di dire, cito dei proverbii, pur di conseguire questo
benedetto colore locale non solo nel dialogo, ma nella descrizione e
nella narrazione ancora.
Per venire ai presenti -Documenti umani---Ella troverà che ho divagato
un po' troppo--questa che io chiamerei -localizzazione- artistica vi
manca. In alcuni racconti non è neppur detto il luogo dove l'azione si
svolge; là dove è detto, potrebbe essere spostato impunemente. È
naturale: se si vuole un modello che convenga a tutti, bisognerà
sacrificare la precisione. E vede come la differenza dei punti di
partenza si trascina dietro la differenza dei processi? Nelle novelle
realiste della -Sorte- io dovevo descrivere delle varietà di costumi:
i miei personaggi erano diversi, necessarii, tipici, l'osservazione
esteriore era minuziosa; in queste novelle ideali ho dovuto notare
delle gradazioni di sentimenti: i personaggi sono dei prestanome, si
rassomigliano un po' tutti; l'analisi psicologica soverchia ogni cosa.
L'analisi psicologica! Se ne ragionassimo un poco? In che cosa
consiste essa? Essa consiste nell'esposizione di tutto ciò che passa
per la testa ai personaggi, delle loro sensazioni, dei loro sentimenti
e delle loro volizioni. Dato un personaggio con un certo carattere e
messo in presenza di una certa situazione, l'analisi psicologica
consiste nel rintracciare tutti i movimenti interiori di questo
personaggio, come egli apprezzi questa situazione, che cosa essa gli
suggerisca, quali partiti gli si presentino per uscirne, e per quale
trafila di impulsi e di ragionamenti egli si apprenda all'uno
piuttosto che all'altro. Alcuni scrittori eccellono in questo genere:
Paolo Bourget specialmente, pel cui ingegno io professo una
grandissima stima. Quando però si è letta una di queste pagine così
precise, in cui l'azione del personaggio è legittimata da cento motivi
uno più sottile e più profondo dell'altro, vien fatto istintivamente
di domandare all'autore: «Come li avete saputi? Il vostro personaggio
vi ha egli raccontato tutto ciò ch'egli ha provato, sentito,
ricordato, previsto, trascurato, ponderato? Se no, come avete fatto ad
entrare nel suo cervello ed a leggervi quel che vi si passava?...»
Victor Hugo, nell'-Homme qui rit-, ha un'epica descrizione del
naufragio di una nave di Baschi, nessuno dei quali però si salva.
Ragazzo, appena finito di leggerla, io domandavo a chi ne sapeva più
di me: «O come ha fatto Victor Hugo a risaper tutto quel che è
avvenuto a bordo della -Mattutina- dal momento della partenza fino al
naufragio, se nessuno è sopravvissuto per dargliene la notizia e se
nessun altro poteva esser presente, in mezzo al mare?» E quelli che ne
sapevano più di me, mi rispondevano: «È tutta forza di fantasia e di
imaginazione!»
Ora, l'analisi psicologica è anch'essa il prodotto di un particolar
genere d'imaginazione: l'imaginazione degli stati d'animo. In un sol
caso essa può essere il prodotto reale dell'osservazione immediata, ed
è quando lo scrittore fa argomento della propria analisi sè stesso.
Mettendosi direttamente in iscena, o prestando la propria coscienza ad
uno dei suoi attori, egli potrà sviscerare gli stati d'animo più
complessi, più delicati e più rari che nel campo di quella coscienza e
sotto la propria diretta percezione si svolgono. Ma in tutti gli altri
casi, quando studia dei caratteri dissimili dal suo, e specialmente in
tutta la grande categoria dei caratteri femminili, ciò che cade sotto
la sua diretta osservazione non sono che gli atti, le parole, i gesti.
Ora, se si riflette che non solamente il numero dei gesti, delle
parole e degli atti non è proporzionato al numero infinito dei
pensieri--che, per dir meglio, non hanno numero, essendo una
successione continua ed omogenea--ma che i medesimi atti, le medesime
parole, i medesimi gesti servono a diversissimi uomini, per
diversissimi motivi in diversissime circostanze, si vede quanta poco
probabilità di successo vi sia nel desumere dagli indizii esteriori il
processo latente che si svolge nelle singole coscienze. Se si riflette
ancora che noi stessi non ci sappiamo spesso dar conto di -noi
stessi-, l'impresa apparisce in tutta la sua ingrata difficoltà. Le
ricostruzioni psicologiche dei romanzieri, pertanto, sembrano poggiate
sopra una base poco solida e risultanti da induzioni più o meno
possibili; e, in fondo, anche quando lo scrittore non parla di sè
stesso, la sua analisi altruistica si risolve nel prevedere
simpaticamente ciò che, nella pelle dei suoi personaggi, egli stesso
proverebbe e penserebbe. I realisti, invece, presumendo di dar
l'impressione del reale, fanno agire i loro personaggi, riproducono
ciò che in essi è apparente, lasciando ai lettori l'imaginare quel che
vi si passa internamente; tal'e quale come nella realtà, in cui noi
vediamo degli uomini e delle donne che parlano e che si muovono, e non
delle anime messe a nudo e starei per dire scorticate. Cercando di
fare intravedere le modificazioni interiori dai segni esterni,
rappresentando una situazione d'animo con un gesto o con una parola
che la riassumono, si può ben dire che i realisti, invece dell'analisi
psicologica, procedono per mezzo della sintesi fisiologica.
Molte di queste cose, in forma diversa, sono state recentemente dette
da Guy de Maupassant, con l'autorità che gli viene dalla forte
produzione, nella prefazione di -Pierre et Jean-. Ma il Maupassant,
pure ammettendo la legittimità dei varii metodi, tiene troppo al suo e
lascia intravedere assai chiaramente le sue preferenze. Per essere
veramente disinteressati, dopo la critica dell'analisi psicologica,
bisognerebbe farne la difesa. Un analista, infatti, potrebbe
rispondere: «Ciò che preme sopra tutto è l'anima umana. Noi non
possiamo leggervi dentro, ma vale per noi infinitamente di più la
ricostruzione verosimile di uno stato psicologico, che tutti i fatti e
gli atti più veri. Il fatto, la parola, il segno esteriore non sono
che dei momenti; il pensiero, che non è, ma -diviene- continuamente, è
quello che caratterizza l'individuo e che importa conoscere. Ciò è
tanto vero, che le azioni possono essere, e sono spesso, contrarie
alle intenzioni: sono questi contrasti quelli che vanno studiati. Del
resto, se voi presumete che i vostri lettori possano ricostrurre i
processi intimi dagli indizii che voi ne date, noi non facciamo che
metterci al posto dei vostri lettori, e scriviamo le nostre
ricostruzioni. Del resto ancora, se è vero che ciascun uomo ha una
psiche diversa, è ancor vero che la natura umana è una, ha un fondo
uniforme, e che le differenze da uomo ad uomo non sono determinate se
non dal diverso sviluppo che certe facoltà e certe tendenze prendono
in seguito a circostante speciali e riconoscibili. Nulla, in tutto
ciò, che precluda la via all'analisi degli stati d'animo più
disparati.» E non sarebbero neanche necessarie tante dimostrazioni:
basterebbe che gli analisti dicessero: «Noi siamo fatti in modo da
analizzare!» Stendhal, che ha un'imaginazione psicologica, scrive la
-Certosa- e -Armanzia-; Flaubert, che ne ha una tutta fisica, scrive
-Salammbô- e la -Tentazione di Sant'Antonio-....
Siamo sempre lì: i metodi sono molteplici, l'arte è una. Chi vuol
rappresentare degli stati d'animo deve naturalmente ricorrere
all'analisi psicologica; l'analisi psicologica essendo la narrazione
del pensiero, ne deriva come nuova conseguenza che lo scrittore è
costretto ad adoperare una forma tutta personale. Altra grossa
quistione: Obbiettivismo, subbiettivismo; accademia forse!... Se la
lasciassimo lì? Ella imagina già quel che io vorrei dire: si possono
conseguire degli effetti di prim'ordine coll'un metodo e con l'altro,
nè i metodi sono arbitrarii: lo psicologo sarà sempre subbiettivo; il
naturalista, volendo limitarsi a riprodurre quel che vede, sarà
necessariamente impersonale....
Riassumendo perciò questo lungo discorso--era proprio tempo--se io
potei prevedere i rimproveri che i critici avrebbero fatto alla mia
-Sorte-, sono oggi ancor meglio in grado di indovinare le accuse che
toccheranno a questi -Documenti umani-. Vuol vedere se sbaglio? Mi
diranno che le favole sono troppo romantiche, che i personaggi sono
troppo convenzionali, che lo stile è troppo artificioso. Nella -Sorte-
s'incontravano troppi -mastri-, -don- e -comari-; qui vi saranno
troppi artisti, cavalieri e contesse. Quelli erano troppo sciatti,
questi saranno troppo preziosi. Lì ero troppo indifferente, qui
esprimerò troppe opinioni. La -Sorte- era troppo vera; i -Documenti
umani- saranno troppo inverosimili....
Si metta ora un poco nei miei panni e consideri che bell'impiccio! Lei
mi dirà: «Non si preoccupi della critica!» Ma si fa presto a dire! I
critici sono o non sono i giudici naturali di noi poveri autori? sono
o non sono i supremi custodi della legge dell'Arte? Se cominciamo a
discutere la loro autorità, sa come potrebbe finire? Che un bel giorno
essi pianteranno lì la loro missione; e allora addio garbo, misura,
buon gusto, buon senso: tutti i freni saranno sciolti, a scempio del
bello, del buono e del vero!
Tolga Iddio che io contribuisca a tanta sciagura! Io sono un autore
timorato ed ossequente alla critica costituita. La -Sorte- era
naturalista? Ecco qui delle novelle ideali. Sono troppo ideali? Ed io
mi metto a scrivere un romanzo a modo mio.... Me lo stamperà?
Mi stamperà, innanzi tutto, questa lettera? A discorrere solo, uno si
persuade presto d'aver ragione; però, dopo aver riletto queste pagine,
comincio a persuadermi che probabilmente le mie teorie non avranno
persuaso niente affatto lei. Lasci correre lo stesso; tanto, a
discutere, si finisce per confermarsi nella propria opinione. Guardi
come il pubblico resta incrollabile nella sua, che è quella di non
darci retta!
Catania, Ottobre 1888.
-Di lei cordialissimamente-
F. DE ROBERTO
DOCUMENTI UMANI.
I.
«Quando voi leggerete queste pagine, io sarò morto. Non voglio, non
voglio andarmene nel silenzio e nell'ombra, senza dirvi tutto quello
che ho in cuore, senza mostrarvi tutta l'opera spaventevole compita da
voi, senza lasciarvi--ultimo ricordo della nostra -tenera
amicizia---l'eterno rimorso del male che voi avete commesso.
«Io non sono generoso?... Ah! bisognava che apprendessi alla vostra
scuola la generosità!... Sentite: la mamma mia dorme di là, nella
camera attigua; ella riposa un istante dopo una giornata
d'inquietudine, passata a spiare ogni mio movimento, quasi presaga
della sciagura che le pende sul capo. Domani, a quest'ora, ella non
riposerà. Le sorelline mie sono venute a baciarmi, come ogni sera, e
sognano ora i loro sogni giocondi. Domani, a quest'ora, esse non
sogneranno. Domani, la desolazione sarà entrata in questa casa;
domani, la vita ricomincerà ad ordire la tela delle sue più dolorose
difficoltà intorno ai miei cari, che io abbandono, vilmente. Del mio
coraggio che cosa ne avete voi fatto?... Ma, nell'abiezione in cui
sono caduto, un barlume di nobiltà mi era rimasto finora; ed io avrei
voluto--vedete--scomparire per sempre senza che nessuno sospettasse la
miseria mia, senza che voi la sospettaste! senza aver l'aria di
mendicare la vostra pietà! senza farvi sentire le mie grida ed il mio
pianto!... Del mio orgoglio, della mia dignità, che cosa ne avete voi
fatto?... No, no: è più forte di me; voi mi ascolterete, voi leggerete
questa confessione, queste pagine su cui, silenziose, grosse, roventi,
cadono di tratto in tratto le mie lacrime. Le lacrime di un uomo! le
lacrime di chi non ha pianto fra i disinganni più amari, fra i dolori
più atroci! è una cosa molto triste, ditelo: non è vero?...
«Se voi sapeste quello che io ho sofferto! Se sapeste i torrenti di
tristezze che hanno allagato il mio cuore! Se sapeste di che forza ho
dovuto armarmi per sostenere questa feroce battaglia della vita;
quante volte ho disperato, quante volte il vento della pazzia ha
soffiato sulla mia fronte! Solo, senza un aiuto, senza il conforto
neanche di una chimera, con la certezza che tutto è invano, io ho
saputo resistere e persistere! Nelle strette del bisogno, fra l'ostile
indifferenza del volgo, fra l'invidia, la doppiezza, la malvagità
degli altri, dubitando di tutto e di tutti--primo di me stesso--io ho
saputo compiere quello che gli uomini nominano il Dovere--e si
limitano a nominare soltanto.... Ed avevo conseguita la pace, la meta
più sospirata! il porto invocato durante le tempeste! ed avevo
composto in un'urna le ceneri ben fredde delle mie illusioni....
quando voi siete venuta.... Non lo negate: siete stata voi!
«Ah! io ero -curioso-, io ero -interessante-; bisognava vedere com'era
fatto questo -filosofo-, questo -anacoreta-, quest'essere a parte, di
cui nessuno fra quelli che vi circondavano aveva potuto ancora darvi
un'idea! Bisognava provare su di lui la sottile magìa dei vostri
profumi, la dolcezza del vostro sorriso, la melodia della vostra voce,
la soavità della vostra mano!... E quando, già preso dalle prime
vertigini, egli tentava di sfuggirvi, e qualcosa, nei suoi sguardi,
domandava pietà per lui, bisognava ancora strapparlo ai suoi rifugi,
trascinarlo nel vortice che vi si aggira dintorno, legarlo ben forte a
voi invocando il suo appoggio, l'aiuto della sua -amicizia-!... E
quando, smarrito, incapace di resistervi più, egli tentava di
soffocare il grido che stava per rompergli dal petto, bisognava ancora
fargli perdere quel resto di ragione, bisognava ubriacarlo con
l'assenzio della speranza, come la spia ubriaca il colpevole per
strappargli la confessione del delitto!...
«Ma che colpa ho io commesso? Perchè infliggermi questo gastigo? Che
cosa ho io fatto a voi, od ai vostri?... Dicono che la gelosia sia un
orribile tentatore, un truce consigliere; no, non lo credete! dite a
tutti che non è vero! Ecco: il rispetto tremante, l'angoscia paurosa
che io provo dinanzi a voi, si ridestano in me, sempre, alla presenza
dell'uomo che voi amate. Ah! il sorriso di Dio si è posato su di lui!
Scorgerlo da lontano mi fa battere il cuore! Io vorrei baciare la
traccia dei suoi passi! Non lo sapete? Io l'ho difeso, a rischio di
qualcosa di più della mia vita--a rischio del mio onore--quando un
pericolo lo ha minacciato! Io, io stesso, l'ho ricondotto a voi, una
volta che egli stava per isfuggirvi, ve ne ricordate?... Io vorrei
soltanto spaccare il suo petto, strappargli il cuore dal petto,
rompere il suo cuore, per farvi vedere, disgraziata, che mai! mai!
mai! egli vi ha portata nel cuore!... Io vorrei soltanto scavare i
suoi occhi, squarciare il suo cervello, per vedere che cosa nei suoi
sguardi, che cosa nelle sue parole vi ha parlato per lui!...
«E voi credete di conoscere l'amore? Oh, povera ignorante, che cosa ne
sapete voi? Che cosa sapete dei ruggiti feroci che finiscono in
pianto? dei mortali languori che sono un tripudio immortale? dell'ora
che comprende la Eternità? delle parole che sono baci, dei baci che
sono marchi roventi, del tormento che è delizia ineffabile? Chi
avrebbe potuto farvi soltanto sospettare tutto questo? Avete voi
incontrato soltanto un'Anima sul vostro cammino? Che pietà! che pietà!
Io conosco tutta la vostra miseria! Io conosco tutte le prove per cui
voi siete passata, tutti i vostri smarrimenti, tutte le vostre cadute.
Sentite: vi sono delle infamie nella vostra vita. Ah, io non studio le
mie espressioni; non me ne resta più il tempo! Io conosco tutti quelli
che voi avete voluti: quale nausea invincibile! Venite qui, vicino,
molto vicino, che nessuno possa sentire: sapete come -essi- parlano di
voi? sapete come vi chiamano?... E quando io ho taciuto, compreso d'un
infinito rispetto, pauroso di offendervi perfino col pensiero, voi
avete riso!... E quando io ho pianto, ed i miei occhi gonfii ed
arrossiti hanno tradito le mie mute angoscie, voi avete riso!... E
quando finalmente io sono caduto in ginocchio, stanco, stremato,
febbricitante, mortalmente colpito, e quando ho pregato, ho
supplicato, ho gridato, mi sono trascinato per terra, mi sono morse le
mani, voi avete riso!... La mia vendetta! la mia vendetta! La vendetta
che io ho vagheggiata, che io ho sognata nelle notti dell'incubo!
Vedervi caduta nel fango, perduta per sempre, non conservare della
donna che il nome! Vedervi trascinare al mio lato, supplicante,
miserabile, indegna, e pagarvi e respingervi....
«Signore, che cosa ho detto? Compassione, compassione di me! O
Madonna, per l'amore che vi ho portato, per l'amore che vi porto,
perdonerete voi il bestemmiatore? Non v'accorgete che io vaneggio? Non
v'accorgete che io sono un pazzo, un povero pazzo moribondo,
doppiamente lamentevole e degno di pietà? O Madonna misericordiosa,
avrete pietà di me? Perchè non mi farete ancora la carità che io vi
chieggo? Infine, sono molto esigente? Che cosa imploro da voi? che mi
tolleriate, che vi lasciate adorare, che mi lasciate respirare nella
vostra aria, umile come uno schiavo, fedele come un cane, muto come
una cosa! Oh, no! io v'inganno! non mi credete! non è possibile! la
tenerezza trabocca dal gonfio mio cuore; sgorga dagli occhi in lacrime
non più amare, dolcissime! irrompe dalle labbra con parole susurranti,
carezzanti, più dolci delle lacrime! O vaga, o bella, o gentile, o
soave, o sogno della mia morente giovinezza, o sorriso di poesia, o
amor mio immortale, conosci tu i nomi con cui ti ho chiamata nella
solitudine delle mie notti? Sai tu che nessuna, nessuna! ha mai
sentito quei nomi da me?... Bisogna credere, non è vero, alle parole
di chi muore! Ed io ti giuro, per te! che il mio cuore è rimasto
vergine; che tra i fatali esperimenti della vita una cura gelosa ha
fatto la guardia del mio cuore; che tu, tu sola, mi sei entrata nel
cuore!... Come a lungo ti ho aspettata! Io -sapevo- che tu dovevi
apparire. Quando la natura è stata in festa, quando il profumo dei
fiori, come un incenso, è salito nel cielo clemente, e la gioia ed il
tripudio hanno visitato le povere anime umane, io sono rimasto solo,
ad aspettarti! Quando i tappeti delle foglie morte si distendono al
suolo, ed invitano le coppie innamorate a vagare sotto le cupole d'oro
dei boschi, tenendosi per mano, bevendo gli ultimi aliti del sole
agonizzante, io sono rimasto solo, ad aspettarti! Le notti che il
vento geme, che la pioggia scroscia, che il freddo sferza, quando è
così buono riscaldarsi sopra un seno adorato, io sono rimasto solo, ad
aspettarti! Non hai tu dunque mai sentito avvincerti lievemente, come
da un essere invisibile? Erano le mie braccia che si protendevano
verso di te! Non hai tu mai sentito sfiorarti la bocca, come da una
invisibile foglia di rosa? Erano le mie labbra, che si avanzavano
verso le tue! Non hai tu mai sentito un tepore penetrarti tutta, come
una fiamma invisibile? Era l'anima mia, che se ne andava verso di
te!.... Come a lungo ti ho aspettata! Avevo perfino perduto la
speranza di incontrarti mai! Ma tu sei apparsa, ed ecco: i geli si
sono distrutti, i veli funerei si sono strappati, le fredde ceneri
hanno dato nuove vampe. O miracolosa, tale è la potenza del tuo
sguardo! O deliziosa, vieni! vieni con me! lascia che il mondo dica;
che cosa c'importa del povero mondo? Dimentica il mondo;
dimentichiamolo entrambi: la vita comincia appena oggi per noi! Vieni,
vieni con me! Vieni dove so io, dove è luce, armonia ed esultanza!...
«Ah!... l'ora batte, fredda, monotona, spietata, ed ogni colpo mi
picchia qui, sul cervello! Il giorno odiato già spunta; un canto
risuona per la via.... Ho sognato ancora! ed il risveglio è così
crudele! Ma è forse tua colpa se il sogno non si converte in realtà?
No, povero amore, la colpa non è tua. La colpa è di un Altro, o di
nessuno! La colpa è della vita assurda, della sorte cieca, della
disdetta fatale che pesa su noi tutti! Di resistere ancora io non mi
sento la forza. Ho finalmente bisogno di oscurità e di silenzio. Ma
ora, quando l'istante non è più lontano, ascoltami: io voglio dirti
l'ultima mia parola, la parola che ti accompagnerà dovunque, la parola
che tu più non scorderai. Se il voto di un morente val pure qualcosa,
per la gioia che mi hai dato, per il male che mi hai fatto, ora e
sempre, sii benedetta.» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
II.
--Vedete?--disse l'ingegnere Ferrieri al suo giovane amico Paolo
Dinolfi, appena questi ebbe finito di leggere.--Vi sono anche dei
documenti umani che depongono per l'esaltazione, per il lirismo, per
l'idealità, per tutto ciò che voi fate presto a negare quando avete
esclamato: rettorica!
--Permetta,--interruppe il Dinolfi, ripiegando con cura il manoscritto
e posandolo sul tavolo.--Io non ho negata la rettorica; ho detto
soltanto che la rettorica non è la verità!
--Oh, bene! E se noi cominciassimo a intenderci sul significato dei
vocaboli? La verità! Quale verità? Vi è una verità reale, e ve n'è
una ideale.... A vostra volta voi mi domanderete di spiegarvi queste
altre grosse parole. È semplicissimo; io non uscirò dai limiti
dell'etimologia. Reale è il mondo delle cose, ideale è il mondo
delle idee. Ora una idea, un sentimento, un fatto psichico è nel
vero allo stesso titolo di una cosa, di un avvenimento, di un fatto
fisico. Una concezione spirituale esiste con lo stesso diritto di un
oggetto materiale; si potrebbe anche dire: con un diritto più
legittimo--poichè il mondo esteriore non ci si rivela che per via di
imagini interne....
--Una lezione di psicologia?
--Avete ragione; ma perchè avete torto! Torniamo all'argomento. Io ho
letto, per esempio, tutti i vostri libri; essi lasciano un sapore
molto amaro--vi hanno perfino fatto una colpa del vostro pessimismo!
Ora, che cosa direste voi se io affermassi che questo vostro
pessimismo deriva da una -persuasione- di dolore, non da un dolore
-veramente- provato? Mi rispondereste che -credere- di soffrire val
quanto soffrire -realmente-! Non è vero? E voi mi dareste causa
vinta!... Perchè di tutte queste dolci e torturanti credenze,
dell'amore, della poesia, dell'ideale, noi siamo tutti capaci; perchè
vi sono dei momenti in cui tutta la nostra anima vibra come se fosse
per spezzarsi, in cui soltanto l'inverisimile è vero; perchè, malgrado
i nostri capelli bianchi, malgrado la severità dei nostri studii, noi
-piangiamo- se una canzone echeggia da lontano, nell'ora del tramonto,
e daremmo--che cosa?--per poter fare ancora della -rettorica!...-
Paolo Dinolfi guardò un momento negli occhi l'ingegnere Ferrieri.
--Lei può dunque garantirmi l'autenticità di questo documento?
--Ne dubitate ancora? Ma io non posso darvi che la mia parola! È
un'antica storia, ignorata da tutti. La donna è morta, sono molti
anni....
--E l'uomo?--interruppe l'altro.
--L'uomo,--rispose l'ingegnere, dopo un momento di esitazione--l'uomo
che passava quella notte a scrivere la sua confessione, e che,
all'alba, dopo aver baciato lievemente in fronte i suoi cari, usciva
armato del suo revolver, ben deciso a farla finita appena avrebbe
provveduto al recapito della sua lettera, l'uomo è qui, dinanzi a
voi.... Oh, per carità, non sorridete; mi fate male!... Ascoltate; io
vi dirò ancora qualcosa, da cui potrete argomentare la mia
sincerità!... Non sapete dunque, caro romanziere, che noi proponiamo,
ma che bisogna fare, in ogni circostanza, la parte del Caso? Nel
ritardo di un minuto può esservi la perdita o la salvezza di un uomo.
Ora, un minuto si può perdere in un modo volgarissimo; basta, per
esempio, una saccoccia sdrucita, una lettera che vi caschi dalla
saccoccia, una persona che vi corra dietro a riportarvi la vostra
lettera.... E se questa lettera è stata da voi scritta col cuore
sanguinante e con la mente smarrita, potrà nascere in voi la
tentazione di rileggerla quando la freschezza pungente del mattino
avrà sedato la vostra esaltazione.... Allora, in mezzo al ridestarsi
delle attività umane dopo la salutare tregua della notte; allora,
dinanzi allo spettacolo della più minuta e prosaica realtà--le vacche
della lattaia, il carro delle immondizie--voi potrete sentire come una
doccia ghiacciata sferzarvi la schiena, e giudicare precisamente
-rettorica- le vostre lacrime della notte.... Voi non le avrete meno
versate per questo! Voi non le sentirete meno gonfiarvi gli occhi
quando, molti anni dopo, rimesterete tutte queste cose intime e
dolorose dinanzi a un amico....
In quel momento, una voce argentina squillò nella grande stanza da
studio.--È permesso?--e una bambina di circa dieci anni, un mucchio di
rose fra carnagione e vestito, si fermò sull'uscio tenendo un grosso
rotolo di carte fra le braccia, interdetta alla vista di un estraneo.
--Avanti, Vannina; su via! Hai paura dei miei amici?
--Hanno portato questo per te--e la piccola miniatura di donna non
levava gli occhi curiosi di dosso a Paolo Dinolfi.--E dice la mammina
che lei è pronta per andar fuori....
--Prega la mammina di andar sola per oggi--rispose l'ingegnere, dopo
aver dato un'occhiata alle carte.--Ho qui un bel da fare. Tu le terrai
buona compagnia.
E l'ingegnere Ferrieri, attirando a sè la figliuola, le stampò due
grossi baci sulle guancie.
--Non ha un altro bambino?--chiese premurosamente il Dinolfi che a
quella piccola scena si era sentito intenerire.
L'ingegnere si passò una mano sulla fronte.
--È morto, compie ora un anno! Me l'ha portato via la malattia che
infierisce in questo povero paese, la stessa che portò via la mia
buona mamma. Non sapete che noi siamo qui ogni giorno in pericolo di
vita? È urgente provvedere al rimedio, e questo è ora il mio gran da
fare; un progetto di sistemazione del sottosuolo della città, in modo
da evitare l'inquinamento delle acque. Bisognerà adottare un nuovo
tipo di fogne.... Ecco la prosa che viene a interrompere la poesia
della nostra comunione spirituale.... Vedete, mio caro romanziere?
Esse sono nel vero entrambe!
IL PASSATO.
I.
Ella glie lo aveva detto:
--Non ne sarai geloso?
Ed Andrea le era caduto ai piedi, sollevando verso di lei uno sguardo
luccicante di passione.
--Geloso del tuo passato? Ma vi è un passato per te?... per me?... Non
siamo noi nati appena da pochi giorni, dal giorno benedetto che io ti
confessai l'amor mio? Il bacio che io ti diedi in fronte non è stato
il battesimo tuo?... E il mondo esisteva forse prima che io ti
incontrassi? C'era un sole, c'era un mare, c'erano dei fiori? Tutto
questo non è stato creato per noi?... Di quale passato mi parli, amor
mio infinito? Non esiste che il presente, l'istante adorabile che
fugge e ritorna incessantemente: l'imagine dell'eternità!
Ella si lasciava cullare dalla musica di quelle parole, rovesciando la
testa, socchiudendo gli occhi, abbandonando lungo i fianchi le
braccia, che l'amante ricopriva di lunghissimi baci.
--Come sei buono! e come sono felice!
Però il giorno che era venuto a portarle l'-alliance- su cui erano
incisi i loro nomi e una data: -Costanza ed Andrea, 14 marzo 1887-,
egli le aveva preso la mano, cercando di toglierle l'anello nuziale.
--Che cosa fai!--aveva esclamato lei, tentando di svincolarsi da
quella stretta--Lasciami, mi fai male....
--Ecco, ti lascio.... Ma togli quell'anello, Costanza; spezza il
simbolo d'una catena già rotta. Tu sei mia, mia soltanto, comprendi?
ed io non potrò più baciare la tua mano, se le mie labbra rischiano
d'incontrare la freddezza metallica di quell'anello!
--Ma non è possibile, povero amore!... V'è un giuramento dinanzi a
Dio; e il giuramento è una cosa sacra.... dillo tu stesso, se è una
cosa sacra....
Accortamente, ella gli aveva preso l'-alliance- e l'aveva passata al
mignolo della destra.
--Vedi, Andrea? l'anello tuo io lo porterò qui, sempre, sempre! E
l'altro....
Ad un tratto egli l'aveva afferrata per le braccia, stringendo con
tutta la sua forza, e mormorando per la concitazione;
--Togli quell'anello.... o restituisci il mio! Restituiscilo, hai
inteso? o ti rompo le braccia! Restituiscilo, ch'io lo spezzi, ch'io
lo calpesti, ch'io lo butti nel mare....
-Ah, tu m'uccidi!
Ella era tutta sbiancata in viso, e le labbra fatte violacee erano
scosse da un lungo tremore. Subitamente, egli l'aveva lasciata e s'era
messo in ginocchio portando le mani alla testa e scompigliando i suoi
capelli grigiastri.
--Perdono, Costanza; perdonami, sono un pazzo, lo vedi! Ma sei tu che
m'hai fatto ammattire! A quarant'anni passati, e da un pezzo! Se io ti
dicevo.... quella cosa, è perchè--vedi!--io ti voglio bene.... in un
altro modo!... Costanza, mi hai tu perdonato?...
-Sì, sì! Guarda, io bacio il tuo anello, guarda; così! così! Bacialo
anche tu, così! E ti giuro che l'altro....
Allora egli le aveva chiusa la bocca con la mano, sorridendo
tristamente fra le lacrime, e dicendole pianissimo, da farsi appena
sentire:
--Silenzio!... Non dir nulla!... Non mi ricordar nulla!... Quello che
è stato è stato!... Lasciami morire così, ai tuoi piedi!...
Ed ogni volta che veniva a trovarla, appena entrato nel -santuario-,
egli si metteva in ginocchio, congiungendo le mani in attitudine di
preghiera, divorando cogli occhi la dolce figura di donna spiccante
sul fondo bianco del panneggiamento che guarniva un angolo della
stanza. Poi si trascinava fino a lei e si buttava per terra ai suoi
piedi. Ella tentava di opporsi, ma nulla resisteva alla volontà di
quell'uomo diventato capriccioso come un fanciullo e che per niente
passava dall'eccesso della tenerezza umile agli impeti irresistibili
d'un cieco furore.
--Lasciami fare, Costanza, letizia mia! Calpestami sotto i tuoi piedi!
Morire per te è la sola cosa degna di essere ambita!
Poi, con una curiosità sempre nuova si guardava attorno, girava per la
stanza, passando una mano sul raso dei divani, delle poltrone, degli
sgabelli, odorando tutti i fiori, rimuovendo tutte le fotografie,
tutti i gingilli; esaminando come se li vedesse per la prima volta i
quadri, le ceramiche, le terracotte, gli specchi, i ventagli
artisticamente disposti intorno sul fondo rosso ciriegia della
tappezzeria. Tutto quello che le apparteneva, le cose più minute, le
cose più comuni acquistavano ai suoi occhi un valore straordinario; il
thè che ella preparava e gli offriva nella preziosa ciotoletta della
China aveva per lui un aroma speciale, introvabile altrove; il profumo
di -chypre- vagamente errante nell'aria lo riempiva di turbamento; il
fazzoletto di merletto che ella lasciava qualche volta cadere era per
lui una cosa sacra, intangibile, che non si decideva a raccogliere se
non con le labbra, gettandosi carponi per terra....
II.
Nell'uomo già presso alla soglia della vecchiezza, la passione era
divampata subitanea, irresistibile, divorante.
Quando era stato presentato alla baronessa Costanza di Fastalia, in
quello splendido pomeriggio di marzo, alla Villa Nazionale, mentre il
golfo sorrideva col suo azzurro più puro, e dalla folla festante
pareva sollevarsi un sospiro di contento, Andrea Ludovisi aveva
sentito come un urto nel vivo cuore. Avrebbe quasi voluto evitarla;
un'istintiva paura, un secreto presentimento lo avvertivano sordamente
che quella donna avrebbe esercitata un'influenza su tutta la sua vita.
Subito dopo, un'esultanza gli era entrata nell'anima. Conosceva dunque
da vicino, e avrebbe d'ora innanzi potuto vedere spesso, intimamente,
la donna di cui aveva tanto sentito parlare da un mese soltanto che
aveva posto piede a Napoli, ed alla quale si era spesso sorpreso di
pensare con un segreto sentimento di desiderio, con una vaga
aspirazione, come verso una creatura superiore, più degna e più capace
di amore fra tutte quelle vane ombre che gli erano sfilate dinanzi?...
Credutosi fin lì al sicuro da nuove passioni, certo di aver chiuso da
molto tempo e per sempre l'êra delle pazzie, era bastato il dolcissimo
sguardo che la baronessa gli aveva rivolto, il soavissimo suono delle
parole che gli aveva dette, per gettarlo in una specie di esaltazione
lirica, in una sovraeccitazione di tutte le potenze dell'anima e del
corpo, che gli amici incontrati al passeggio, al teatro, al circolo
avevano subito notato con meraviglia.
Più tardi, la prima volta che egli si presentò a Villa Valdonica, a
Posillipo; quando entrò in quello che doveva chiamare il suo
-santuario-; quando bevve l'incanto della grazia di quella donna, del
suo spirito, della sua simpatia; quando l'accompagnò per le vie, col
braccio deliziosamente intorpidito dal braccio che ella vi appoggiava,
la passione di Andrea Ludovisi non conobbe più limiti. E insieme con
l'amore, con un amore timido, rispettoso, di cui l'uomo avvezzo a
prendere -son bien- dove lo trovava, senza scrupoli o riguardi, non
aveva ancora un'idea, sorgeva in lui un sentimento ancora più nuovo,
una specie di rimorso di contribuire alla perdita di quella donna,
contro la quale aveva sentito scatenarsi il disprezzo, le derisioni,
le malignità di tutta Napoli.
Che cosa vi era stato nella vita della baronessa? Andrea Ludovisi non
lo sapeva con precisione; sapeva che era da molti anni divisa dal
marito, che si parlava di parecchi amanti, che era stata a lungo fuori
di Napoli, dove il soggiorno le era divenuto, un tempo, impossibile.
Di più il Ludovisi non sapeva, non voleva sapere. Una volta che, al
Gran Caffè, fra una comitiva di conoscenze, il discorso era caduto su
di lei, egli fu visto andar via di furia, senza salutare nessuno.
L'infinita tristezza che aveva sorpreso nell'accento, nelle parole,
nelle altitudini della baronessa Costanza, l'espressione di
indiscutibile sincerità che ella aveva messo nel confessargli i dolori
provati, il vuoto fattosi nel suo cuore, la finale inutilità della sua
vita, lo avevano guadagnato alla sua causa, se non fosse già bastato
l'amore. E a misura che cresceva in lui la compassione ed il rispetto
per l'infelicissima donna, più gigante si faceva l'amor suo; e, per un
fenomeno sincrono, più assurda diventava ai suoi occhi l'idea di
confessarglielo.
Dichiarare un amore, è meno offrirlo che domandarne il ricambio; e
Andrea Ludovisi non aveva più l'ingenuità che presume contentarsi di
una muta ed unilaterale adorazione. Bisognava far dunque la corte alla
baronessa, ottenerne l'amore, affinchè il giorno dopo tutta Napoli
fosse piena dell'avventura; affinchè la gente sorridesse più
malignamente al passaggio della donna adorata, affinchè il suo nome
fosse trascinato nel fango!... Egli, che aveva votato un culto quasi
religioso alla baronessa Costanza; egli, che le aveva innalzato un
altare ai cui piedi, come un incenso, vaporava tutta l'anima sua;
egli, egli stesso, avrebbe determinata la sua completa, definitiva ed
irreparabile rovina!
E la tortura dell'uomo si acuiva, si raffinava, a misura ch'egli
scopriva, in Costanza di Fastalia, i segni non dubbii di una viva
simpatia per lui. Era gratitudine per il rispetto di cui si vedeva
circondata? Era ammirazione per l'ingegno dell'artista che faceva
parlare di sè in quel momento tutta l'Italia? Era, più semplicemente,
amore per l'uomo? Nessuno avrebbe potuto dirlo; il fatto è che Andrea
Ludovisi sentiva di non esserle indifferente, e vedeva accrescersi il
proprio tormento a misura che egli vedeva frapporsi meno ostacoli al
conseguimento del proprio sogno. Cadevano gli ostacoli, ma uno solo
persisteva, formidabile: la idea di completare la perdita di quella
donna; il bisogno prepotente di saperla rispettata a quell'identico
modo con cui la rispettava egli stesso.
Andrea Ludovisi avrebbe passata l'intera sua vita come in quei dolci e
fugaci giorni, dedicando tutti i suoi pensieri, i più intimi, i più
reconditi, alla baronessa Costanza, soffocando la parola scottante che
gli saliva incessantemente alle labbra, trattenendo il pianto che gli
metteva un nodo alla gola, se ciò che egli aveva temuto da molto tempo
non fosse finalmente successo.
La baronessa di Fastalia era forse, fra le signore napoletane, una
delle più circondate. La sua bellezza, il suo spirito, il suo nome,
erano altrettante attrattive, alle quali si univa, più potente e più
rara, quella della sua completa libertà. Divisa dal marito, che per
giunta non viveva a Napoli; senza figli, visitata solo di tanto in
tanto dal suo vecchio zio, il principe di Marciano, suo solo parente,
la baronessa si trovava in tali condizioni che farle la corte era la
prima idea dei frequentatori del suo salotto. Erano bastate poche
visite perchè Andrea Ludovisi se ne accorgesse. Giovani ed uomini
maturi, tutti assumevano, vicino alla baronessa, un tono di ostentata
galanteria, di confidenza autorizzata, che non formava il minor
tormento di Andrea, non solo per la sorda gelosia e per la mal
repressa indignazione che tutto ciò gli procurava; ma anche per la
paura che l'espressione del suo affetto vivo e profondo, potesse un
giorno essere appresa come una imitazione di quelle sconvenienti
attitudini di cui egli era spettatore. Talvolta, quando l'impeto della
passione era meno frenabile, egli credeva di persuadersi a vedere in
questa circostanza una difficoltà di meno, una ragione per non aver
tanti scrupoli. Immediatamente, si pentiva di questo pensiero; con
quel bisogno inconfessato, ma comune ad ogni uomo, di accrescere le
difficoltà d'una cosa per accrescerne allo stesso tempo il valore.
Una sola, fra le persone che frequentavano Villa Valdonica, si
sottraeva a quella specie di posa obbligatoria per gli altri: il duca
di Majoli. Giovane, colto, elegante, un dramma domestico lo aveva
precocemente maturato. L'espressione abituale della sua fisonomia era
una grande serietà, dalla quale non si dipartiva se non qualche volta,
nella intimità della baronessa alla quale era legato da un'amicizia
fatta di simpatia, di rispetto e di protezione.
Andrea Ludovisi gli voleva molto bene, e la sua amicizia per lui si
accrebbe quando potè conoscere i suoi sentimenti per la donna amata, e
quando gli vide dividere il proprio dolore per lo sconveniente
contegno che i conoscenti della baronessa di Fastalia assumevano in
presenza di lei, salvo però a denigrarla per i primi appena fuori di
casa sua o del suo palco.
Qual era il sentimento che persuadeva la baronessa a tollerarli? Il
bisogno di distrazione, per grande che potesse essere nella infelicità
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