molti affari; non le lasciava mancar nulla. Ma -qui a bu boira, n’est-ce
pas?- ed una volta ancora ella scappò, facendo però in modo da non poter
essere più rintracciata. Venne in Italia sotto falso nome, errò di città
in città, ebbe amanti d’un anno e d’un giorno; finchè, piena di debiti,
sul punto d’ammalare d’inedia, cadde in mano degli sfruttatori.
-- E tuo marito, -- domandò il poeta, -- non sa più dove sei?
-- Mai più.
-- Se lo sapesse?
-- Verrebbe a riprendermi.
-- Perchè non glie lo dici?
-- Per non tornare con lui.
-- E i tuoi figli?
-- Morti.
Il poeta non domandò più nulla. Il senso di freddo gli serpeggiava più
acuto per il corpo. Quella creatura era stata madre, e neppure la
maternità era valsa a salvarla! I suoi bambini vivi non l’avevano
trattenuta sulla via dell’abbiezione, la memoria degli innocenti morti
non la faceva neppure arrossire. A che punto era dunque discesa? E
preferiva l’orrore di quella vita al perdono del marito, alla pace della
famiglia!... Ma che marito! Ma che figli! Il poeta se la prendeva con sè
stesso per l’ingenua e sciocca credulità della quale aveva dato prova.
Esisteva un uomo capace di perdonare tante volte, di pensare ancora a
quel mostro in forma umana? Non era tutta un’invenzione suggerita
dall’idea d’interessar la gente, di farsi credere meno ignobile e
infame, ma che otteneva invece il risultato precisamente opposto? Non
sapeva egli che non bisogna credere neppure una parola di tutto ciò che
queste donne dicono? Come s’era lasciato prendere dalla spudorata
menzogna? Ed aveva anche creduto la storia della coltellata per gelosia,
della romantica rinunzia alla vendetta e degli aiuti prestati
all’assassino! La coltellata era vera, poichè esisteva la cicatrice; ma
chi sa in qual rissa glie l’avevano data, per qual rifiuto di
pagamento!...
Tutto ciò, frattanto, invece di scemare la curiosità del poeta, l’aveva
accresciuta. Persuaso dell’infamia di quell’essere, egli voleva vedere,
giacchè c’era, fin dove arrivava. E poi, da esatto ragionatore, egli
avvertiva una mancanza di logica in tutta quella storia. Ella aveva
detto che in casa del marito stava bene; riconosceva dunque che adesso
stava male? Ed asseriva d’aver affrontato tante miserie per amore della
libertà; ma non era invece riuscita a piombare nella soggezione più
vile?... E poi, quegli occhi dolci e ridenti mentivano anch’essi? La
nobiltà quasi di statua divina di quella figura mentiva anch’essa?...
Allora, quantunque si fosse proposto di non domandare più nulla, si
decise a fare un’altra domanda -- l’ultima, a suo giudizio.
-- Sei dunque contenta di quel che hai fatto?
Subitamente, negli occhi della donna che il curioso mirava, passò
qualche cosa; la loro limpidezza s’offuscò come uno specchio d’acqua
s’intorbida per un’agitazione improvvisa.
-- Sei contenta di esserti ridotta qui? -- ripetè egli giacchè non
otteneva risposta.
-- Piango tutti i giorni, -- ella disse.
Ma la sua voce era calma, uguale a quella con la quale aveva detto le
altre cose, forse appena più sommessa; e il poeta, incerto un momento se
credere o no, fece come per alzare le spalle. Che sciocco! Come mai gli
era venuto in mente di fare simili domande? Non gli restava in verità
che mettersi a predicare per convertire la pecorella smarrita e dirle, a
mo’ d’esempio: «Figlia mia, pensa alla vita eterna, e pentiti!...» Ed a
quell’idea fu preso da una voglia matta di ridere.
La donna frattanto, senza dir nulla, s’era sbarazzata del corpetto; le
braccia bianche, delicate ed esili come quelle d’una fanciulla,
apparvero nude. Subitamente il poeta fece un atto di raccapriccio,
esclamando:
-- Che è questo?
Il braccio sinistro era tagliato in due punti da due orribili cicatrici,
un poco più su del polso e dalla parte del gomito: due tagli larghi ed
irregolari, che pareva fossero stati fatti con uno strumento dentato, o
poco tagliente, o tenuto con mano tremante; due ferite a stento
rimarginate, simili a due rozze cuciture sulla viva carne, ed ancora
accerchiate da due grandi chiazze paonazze.
-- Chi ti ha fatto questo? -- ripetè il poeta inorridito e impietosito ad
un tempo, sentendosi finalmente stringere il cuore da un moto d’umana
simpatia dinanzi a quella creatura che aveva esaminata con la nauseata
freddezza d’un medico dinanzi a un cadavere.
La donna rispose, sorridendo un poco di quell’orrore e di quella pietà:
-- Nessuno; mi sono tagliata da me. Volevo segarmi le vene, e non ci sono
riuscita. Vuol dire che questo è il mio destino.
LA TOSCANINA
Non mi aspettavo meno, mia nobile amica, dalla gentilezza del suo cuore,
e le chiedo perdono delle irreverenti parole. Ma quanto delicato è il
suo sentimento, altrettanto acuto è il suo spirito, ed ella ha ben
compreso che se talvolta le mie espressioni non sono state rispettose
come dovrebbero essere, ciò significa che fatalmente lo stato di guerra,
tra uomini e donne, non può aver tregua: io, io stesso, compreso di
tanta reverenza per lei, mi lascio pur vincere la mano dall’ironia!
Vuol ella permettermi di stampare uno di questi giorni, senza nominar
lei, beninteso, tutta la prima parte della sua lettera d’oggi? La
cristiana pietà per le avvilite creature che hanno ancora coscienza del
loro avvilimento non poteva dettarle parole più eloquenti. Ella giudica
tuttavia che, per redimersi, esse potrebbero fare qualcosa di meglio che
non tentare d’uccidersi, e crede che, volendola fermamente, otterrebbero
la redenzione. Penso anch’io come lei: volere è potere. Se non le parrà
presunzione ch’io citi me stesso, aggiungerò che altra volta già dissi:
«Quando la volontà asserisce d’essere inefficace, bisogna dubitare un
poco della sua sincerità.» Soltanto, noi non dovremmo abusare di questi
giudizii. I casi nei quali la volontà sincera resta impotente sono
disgraziatamente anche troppi. Che diremo noi allora? Se essa s’infranse
contro ostacoli troppo grandi e veramente insuperabili, negheremo il suo
merito? Anche quando fallì perchè non fu molto potente, disconosceremo
quel tanto di virtù che la sostenne? Se volere non è sempre potere, noi
potremo dire che in ogni caso chi vuole vale.
Poco tempo fa, a proposito del costo dell’amore, io le riferii il motto
d’una mercenaria al mio amico Grolla. Costretta dalla necessità a
chiedergli un poco di denaro costei gli disse, timidamente: «-Non mi
vuoi più bene?-» parole che fecero molta impressione all’amico mio,
specialmente perchè gli rammentarono l’altra domanda, tanto meno
delicata, rivoltagli da una dama: -Ti costo troppo?- Io che ho accusato
lei di curiosità non potrò oggi far meglio ammenda del mio torto se non
confessandole la curiosità mia propria. Dopo che Grolla ebbe riferito i
due motti, insistetti presso di lui affinchè mi narrasse qualche altra
cosa della dama e della mercenaria. Egli soddisfece a mezzo
l’aspettazione mia: della dama non volle dirmi nulla, ed io compresi che
il rancore, lo sdegno e lo sprezzo glie ne rendevano incresciosa la
stessa memoria; della mercenaria mi narrò la storia. Siccome, dopo le
idee che abbiamo scambiate sulle infelici sue pari, potrà interessarla,
così glie la voglio riferire. Trascrivo dalla lettera dell’amico mio:
«Il suo vero nome» mi scrisse egli dunque, «era Margherita, ma la
chiamavan tutti la Toscanina perchè era di Siena ed aveva un personaggio
piccolino, magrolino, delicato, e un viso così dolce che la
rassomigliava a non so qual Vergine Beata, e una vitina sottile che
sarebbe parsa più sottile ancora, se ella avesse potuto stringersi nel
busto, come fanno tutte, senza mandar sangue dalla bocca... Ella diceva
questa cosa semplicemente, come diceva semplicemente, quando la padrona
di casa, la serva, tutta la trista gente che l’attorniava le aveva dato
qualche dispiacere: «M’hanno fatto molto male: ho sputato sangue, sono
svenuta; allora hanno avuto paura...» Pure, fumava sigarette una
sull’altra e beveva liquori, e se la rimproveravano di ciò, rispondeva:
«Mi faranno male dopo; per ora mi danno animo...» Soffriva sempre di
qualche cosa, accusava sordi dolori, ma il suo buon umore non cessava
per questo, e le sue labbra piccole e bianche si schiudevano
naturalmente al canto. Nella notte alta, per le vie deserte, o in barca,
sul mare, si metteva a cantare a tutta voce: una voce leggermente
stridula che tratto tratto s’arrochiva senza che ella si decidesse a
smettere mai.
«Capille nire cumm’a nu velluto,
Capille nire ch’ardono d’ammore...
«Erano così i suoi capelli, neri e vellutati, e quando ne disfaceva
l’acconciatura e li lasciava cadere in due grosse bande sulle spalle,
l’ovale del suo viso pallido ed affilato in quella cornice d’un nero
lucente acquistava un’espressione misticamente ideale, una meravigliosa
purezza, come quella d’una Suora sognante le letizie del paradiso.
«Sette passi già gli ho contati,
Quant’è lunga la mia cella...
«Un’altra delle sue canzoni -- e diceva d’averne trovato i versi e la
musica quando suo padre l’aveva chiusa in un monastero: una storia nella
quale non si sapeva bene dove finisse la verità e dove cominciasse
l’invenzione -- come in tutto ciò che dicono le sue pari. Però qualcosa
la distingueva dalle altre: un fondo inalterato di naturale bontà e
specialmente una semplicità di gusti, una grande facilità di
contentatura, una remissione costante. I più piccoli regali la rendevan
felice; non aveva mai voglie; sempre che le offrivano qualche cosa
forzava gli offerenti a sceglier essi, quasi non si trattasse di far
piacere precisamente a lei.
«La luna nova ’ncoppa a lu mare
stenne na fascia d’argiento fino...
«Le notti della luna piena, nonostante l’umidità perniciosa della
marina, era per lei una festa venire in barca: rammento certe sere nel
porto, col mare tranquillo e piano come una tavola, quando la facevo
distendere sul dorso, sorreggendola col braccio, perchè non vedesse
altro fuorchè il cielo stellato; e certe altre quasi tempestose, quando
in faccia alla scogliera del molo, dove le onde si scagliavano
furibonde, ella cantava con voce più squillante, quasi a sfidar gli
elementi, e rideva mostrando le perline dei denti, e mi afferrava
fortemente il braccio ad ogni scossa della barca sballottata come un
pezzetto di sughero. Una volta dimenticò di prendere il mantello, e
siccome io avevo una gran paura che l’umidità le facesse male, tentai di
persuaderla a buttarsi la mia giacchetta sulle spalle. Non l’avessi mai
detto! Mi diede del matto, mi picchiò col ventaglio quasi rabbiosamente,
e non ci fu verso di piegarla. Un’altra sera, ai piedi della scala della
lanterna, vide un cagnaccio rognoso, una povera bestia che se ne andava
lungo il muraglione, evitando le gente, quasi presaga dell’accoglienza
che gli era serbata. La vista di quel cane le diede un brivido di
ribrezzo, e poichè io, per chiasso, feci il gesto di chiamarlo, ella si
mise a salire precipitosamente le scale, fuggendo. Allora finsi
d’inseguirla, costringendola ad arrampicarsi più presto, e la raggiunsi
sulla spianata; ma come mi pentii dello scherzo! La poveretta ansava ed
era tutta sbiancata in viso, sul punto di perdere i sensi. Con le mani
faceva un gesto che, sulle prime, io non compresi: voleva dirmi a quel
modo, non potendo parlare, di metterle una mano sul cuore perchè
sentissi come batteva. Che paura! Pareva si schiantasse. Ma di lì a
qualche minuto, quando riscendemmo in barca, l’affanno era passato ed
ella riprese il suo canto...
«Le cure che io avevo per la sua persona la stupivano molto; spesso mi
diceva: «Com’è curioso questo qui! Hai paura che io muoia? Sta
tranquillo: non sarà per ora!...» Pure, aveva qualche momento di nera
tristezza, di quella tristezza muta e profonda che non si sa come
lenire. Mi faceva tanta pena, nel vederla così gentile e nel saperla in
quella vita, con quel male che le rodeva il petto, che un giorno,
avendola trovata in uno di questi momenti, tentai di esprimerle
l’interesse e la simpatia che m’ispirava. «Non mi compiangere, sai,»
rispose, «non voglio!...» ed era quasi duro il suono della sua voce nel
dire queste parole. Per distrarla, la condussi in campagna; a tutti i
poveri che incontrammo volle dare qualche cosa. Un vecchio cieco,
accasciato sopra un mucchio di sassi, tendeva la mano scarna, rugosa e
tremante: ella fece fermare la carrozza, discese, e gli mise in mano una
moneta dicendogli: «Dite un’avemaria...»
«Tutti quelli che soffrivano, che mancavano di pane le facevano molta
pietà, forse pensando che un giorno sarebbe mancato anche a lei, o
rammentando, chi sa, che le era mancato una volta. «Se io dovessi
ridurmi a fare la serva, a vivere di elemosina,» diceva, «sta pur sicuro
che mi ammazzerei. Il fiume non c’è per nulla, o il mare... E poi, posso
chiudermi in camera, con molti fiori dentro, e lasciarmi morire così...»
Ella doveva aver trovato questa idea in qualche libro -- perchè leggeva!
I suoi libri erano romanzi di Montépin e di Boisgobey, altra roba
francese ancora più brutta, edizioni economiche ad una lira, dalle
copertine rozzamente illustrate. In mezzo, come smarriti e vergognosi
della compagnia, i versi dello Stecchetti, che la povera ragazza
certamente non capiva. Infatti, non vorrei che attraverso questi miei
ricordi tu la vedessi abbellita, nobilitata, migliore di quel che in
realtà non fosse. Era una creatura perduta che portava nei modi, nel
linguaggio e nello stesso pensiero il marchio della sua condizione,
senza nulla che la riscattasse fuorchè i segni, intermittenti e non
visibili a tutti, d’una primitiva delicatezza di sentimento, d’una
nostalgia delle perdute serenità spirituali -- parole forse un po’ troppo
preziose per la cosa che debbono esprimere... Ma la sua tristezza era di
breve durata; il canto e il riso fiorivano assiduamente sulle sue
labbra. Parlava molto, di tutto, saltando di palo in frasca, ma tornando
con insistenza su certi casi della propria vita. Certo, come li raccontò
a me li avrà raccontati a molti altri; certo ancora, se si potessero
paragonare le varie versioni, si troverebbe che non corrispondono, che i
particolari variano, che le giunte e i ricami alterano il carattere e la
significazione dei casi. Di quest’abitudine della menzogna, in tutte le
Toscanine, tu hai già ragionato, ed è inutile dirti che io consento
interamente con te. La coscienza del loro avvilimento presente le spinge
a dar sapore di poesia alla loro vita passata; ora questo mi piaceva
specialmente nella Toscanina mia: che le sue narrazioni non parevano
molto abbellite, poichè, senza esservi costretta dalla presenza di
nessun testimonio e contro il suo proprio interesse, ella diceva cose,
della sua vita trascorsa, che le potevano nuocere.
«Sì, la Toscanina confessava d’esser passata per il più infame
servaggio. Noi usiamo, per indicare la somma d’ammaestramenti cavati
dalle lunghe esperienze, una frase che dice: «Conoscere la vita,» e
ciascuno di noi si forma di questa vita un’idea diversa secondo le
diverse vicende per le quali è passato. Le Toscanine adoperano anch’esse
una frase per indicare l’esercizio del loro mestiere, una frase molto
espressiva: «fare la vita,» e fra il nostro «conoscere» e il loro «fare»
c’è tutta la differenza che passa tra il dilettante e la vittima.
Perchè, se il risultato della nostra esperienza consiste nella
persuasione che l’esistenza non è tutta triste nè tutta gioconda, quale
persuasione si dovrà formare nella coscienza di queste sciagurate?
Forse... nessuna! Provvidenzialmente, esse vivono giorno per giorno,
senza vedere gli orrori dell’Irrimediabile; e del resto se la loro
miseria è spaventosa, ha pure talvolta qualche attenuazione e qualche
compenso. La Toscanina, quand’io la conobbi, aveva vent’anni, ed era da
sei nella -vita-; se aveva pianto, aveva pur visto il pianto di molti
uomini; se aveva sofferto la fame, aveva pure distrutto vere fortune. Ed
aveva conosciuto chi era stato pauroso di toccarla quasi ella potesse
spezzarsi, e chi l’aveva presa a colpi di revolver e di rasoio...
«Aveva amato.
«Io credo che queste creature possano e sappiano amare; credo anzi che,
se le Toscanine soffrono, piangono e all’occorrenza si uccidono per
amore, ciò prova che questo famoso amore non è soltanto il desiderio
delle carezze -- esse non possono dire di struggersene invano! -- ma anche
un bisogno tutto morale. Si deve tuttavia essere molto accorti prima di
credere a simili donne; quante ve ne sono indegne di fede? Precisamente
l’indegnità della più gran parte rende sospette le poche eccezioni. A
dar retta alle molte, l’amore le ha perdute: esse non mancano anzi di
narrarvi un complicato romanzo. Ora, la Toscanina non diceva questo e
non narrava romanzi. Particolare strano: non dava nessuna versione
intorno alle origini ed alle circostanze del suo primo errore. «E’ tutta
una storia» diceva; e questa storia consisteva, a suo dire, nel fatto
che ella non serbava memoria, non aveva anzi mai saputo quando e in che
modo aveva perduto la sua innocenza. Era forse un’arte più raffinata
quella che le suggeriva di avvolgersi in un preteso mistero, o v’era un
mistero realmente, e quale? Non potei saperlo. L’amore del quale la
Toscanina parlava era nato in lei nei giorni peggiori della sua
schiavitù. «Me ne rammento come fosse ora,» narrava; «la prima volta che
vidi Riccardo fu una sera, tardi: io era rannicchiata sopra un divano,
coi piedi mezzo fuori delle pantofole, il capo appoggiato sul braccio e
avvolto in una fascia rossa che pendeva fin sul tappeto. Entrarono a un
tratto tre o quattro allegri giovanotti che scherzavano fra loro; io mi
voltai un poco per vedere chi fossero e poi mi raccolsi meglio nel mio
cantuccio. Dopo un poco uno di loro si mise al pianoforte e cominciò a
sonare. Sonava tanto bene; ma io non lo vedevo, perchè tenevo gli occhi
chiusi; e anche li avessi aperti, egli mi voltava le spalle. Fra
l’altro, sonò un valzer, ma così bello come non ne avevo mai udito
altri. Quando finì e stava per alzarsi, m’alzai io prima di lui, e me
gli avvicinai: -- Se non le rincresce, vuol ripetere quel valzer? -- Mi
rispose: -- Subito. -- Così gli rimasi vicino e lo vidi in viso. Quante
volte poi egli l’eseguì per me sola!...» Era un valzer non so bene se di
Strauss o di Waldteuffel, uno di quei canti di gioia in mezzo ai quali
par di sentire l’accento d’una indefinita tristezza e quasi
l’avvertimento che nessun tripudio è durabile. «Sono stata tre anni a
piangere sempre che m’è tornato a mente!...» -- diceva la Toscanina -- ma
adesso non piangeva più, ripetendolo con voce leggermente roca,
strozzata di tanto in tanto da un breve nodo di tosse.
«-- Perchè dunque il primo amore non si scorda più?... -- mi domandava
soltanto; ed io le facevo della psicologia, procurando di adattare il
mio linguaggio all’intelligenza dell’umile creatura, ma accorgendomi
tuttavia che, nonostante, ella non comprendeva.
«L’amore per il suo Riccardo durò nella Toscanina molto tempo. Le anime
sensibili che si decidono ad ammettere la possibilità di questi amori,
chiedono almeno che la passione abbia tale virtù da riscattare le donne
nel cui cuore è nata e da toglierle alla turpe esistenza. L’arte, quelle
poche volte che ha degnato studiarle, ha avuto appunto cura di
nobilitarle a questo modo, per non offendere con lo spettacolo della
lacrimevole realtà il pudore -- vero o finto non importa -- della gente
per bene. Ma purtroppo la realtà reale è una cosa un po’ diversa dalla
romantica. La Toscanina non si riscattò per nulla. Il suo amante, che
era semplice studente, le voleva bene, ma non aveva di che toglierla da
quella vita. Per lei, come per tutte le sue pari, concedersi alla folla
non è mancar di fede all’amico prescelto; esse fanno una gran
differenza, nella quale risiede la loro gran prova d’amore, fra le
carezze alle quali si sottopongono e quelle che ricambiano. La Toscanina
dava a Riccardo questa prova d’amore, e Riccardo glie ne diede un’altra,
traendola, appena potè, dalla miseria dove l’aveva trovata. Allora
rifulsero tutte le buone qualità della Toscanina; la sua affezione, la
sua umiltà, la sua costanza. Essere d’uno solo era stato sempre il suo
ideale. Per le sue compagne di destino la virtù è un lusso: più
fortunata di molte altre, ella potè concederselo. Ma quanto poco durò!
Il giorno che l’amante non potè più assicurarla contro le difficoltà
materiali dell’esistenza, ella tornò alla condizione di prima. Non cessò
per questo l’amore. Anche svanito il bel sogno, la Toscanina continuò a
voler bene al suo studente. Il dolore di lei cominciò anzi quando
s’accorse che Riccardo s’intepidiva, che la trascurava, che le preferiva
altre donne. Che scene accaddero fra loro due? Quali forme prese la
gelosia dell’una e l’egoismo dell’altro? Quali accuse si scambiarono?
Impossibile appurarlo con precisione. Queste confessioni mi furono fatte
dalla Toscanina a varie riprese, senz’ordine; nè io pensavo ad
interrogarla, perchè le risposte alle mie domande erano stentate,
confuse, spesso contraddittorie; mentre in tutto quel che diceva
spontaneamente c’era un accento di verità innegabile. Certo è che la
Toscanina si mantenne lungamente sommessa ed implorante, minacciando
soltanto quando quell’altro divenne più freddo e più duro. «Bada,
Riccardo! Bada a quel che fai! Verrà giorno che mi piangerai dinanzi, e
allora sarà troppo tardi!...» Infatti quel giorno venne. Quando ella
scelse un altro uomo, non perchè sentisse nulla per lui, ma per farlo
servire ai proprii disegni; quando a propria volta fece l’antico amante
spettatore delle preferenze accordate al nuovo, quegli si ribellò,
minacciò, pregò; ma tutto fu inutile. Con la bocca d’un revolver dinanzi
agli occhi, ella diceva: -- Ammazzami se ti piace, ma tutto è inutile,
sai!... -- Lo straordinario del rancore del quale adesso ella era
oggetto, e ciò che rivela ancora una volta come l’amore sia qualcosa di
più e di diverso dalle carezze, è questo: che i rapporti materiali fra
il giovane e la Toscanina non erano punto mutati. Come prima, ella era
di tutti continuando ad esser di lui; ma egli non poteva più ottenere
ciò che prima gli era stato accordato: un pensiero, una parola, qualche
cosa d’immateriale. E la Toscanina vide le lacrime che aveva profetate,
e quella vista, invece di placarla, la rese maggiormente spietata;
finchè, improvvisamente, chi sa perchè? senza che l’amante abbandonato
avesse fatto nulla di più per riprenderla, ella tornò con lui come un
tempo.
«Quante volte si rinnovarono queste rotture e queste riconciliazioni? Un
brutto giorno tutto finì per sempre: Riccardo dovè tornare al suo paese
e la Toscanina non lo rivide più. Le scrisse, nei primi tempi; poi le
sue lettere divennero rare e cessarono del tutto. Adesso che non l’aveva
più vicino, ella pensava all’amante perduto con un accoramento senza
fine. Quel valzer, al suono del quale avevano scambiate le prime parole,
la faceva piangere; la miseria della propria esistenza le pareva più
grande, più sconfortata. L’acuto dolore passò; ma dopo parecchi anni
ella non parlava d’altro che del suo Riccardo, raccontava a tutti noi le
opinioni e i gusti di Riccardo, in qual modo Riccardo la chiamava nei
suoi momenti buoni, quello che le diceva nei giorni di burrasca. Vedendo
che io prestavo attenzione ai suoi discorsi, non mi risparmiò nulla, e
la mia buona grazia nell’accogliere quelle confidenze mi valse la sua
simpatia. Quando le chiedevo qualche cosa di Riccardo le facevo un
piacere straordinario; quel giorno che la condussi in campagna, scrissi
sopra un pezzo di muro bianco il nome di lei e quello dell’amico suo:
sorrise di contento, esclamando: «Povero Riccardo! Chi sa a quest’ora
dov’è... se si ricorda anche lui!...» Altri uomini le avevano voluto
bene; ella non ricambiò nessuno come quel giovane. Un Inglese s’era
invaghito di lei e l’aveva colmata di regali; la Toscanina diceva di
questi: «Serviranno per impegnarli, quando non ci sarà di che mangiare.»
Invece un braccialino, un tenue filo d’oro datole da Riccardo, non
lasciava mai il suo polso. Del resto, come poteva ella credere al bene
degli uomini se, quando il male l’aveva minacciata più gravemente,
nessuno di coloro pei quali ella era stata uno strumento di piacere,
aveva pensato, non che ad aiutarla, ma neppure a dirle una buona
parola?... Quanti avevano pianto, lasciandola; quanti avevano giurato di
tornare da lei, di pensare a lei, di scriverle sempre! Erano scomparsi,
e addio!... Ella non l’aveva con nessuno. Non mostrava la sua malinconia
se non a chi le dimostrava un po’ d’interesse; nè la mostrava sempre;
che anzi la sua fama era quella d’una ragazza piena di buon umore, fatta
per aver posto in mezzo alle gioconde brigate. Soltanto, se qualcuno la
stringeva alla vita, impallidiva un poco dalla pena. Ma della morte non
aveva paura. «Non m’importa di morire; anzi, mi leverei da tanti guai!
Che ci sto a fare? Morta io, ne resteranno tante altre!...» Ma subito
dopo:
-- Vorrei morir nella stagion dell’anno...
«E la storia di Margherita Gauthier l’affascinava. Correva al teatro
quando c’era quello spettacolo, in prosa od in musica; e fra i suoi
libri il più sgualcito era -La Traviata- ovvero -La Signora dalle
Camelie-. Più che la sua bellezza veramente delicata, la sincerità di
certi suoi sentimenti, l’innata bontà dell’animo e lo stesso male che
covava nel suo petto la rendevano degna d’interesse. L’idea che veniva a
molti, pensando a lei, era di poterla trarre da quella vita, di mandarla
lontano, sui monti, in riva al mare, a curarsi, a guarirsi. Ti dirò che
l’ebbi anch’io. E poichè ella comprese questa cosa, e poichè le avevo
dato altre prove della mia premura per lei, credette di dovermi dire che
sarebbe stata volentieri con me. Scherzando io osservai: «E
Riccardo?...» Restò un momento imbarazzata, poi disse: «Ora non penso
più a lui come prima; col tempo lo dimenticherei del tutto...» Io
soggiunsi: «Ma non dicevi che il primo amore non si scorda più?...» --
«-Questo sarebbe il secondo-...» ella mi rispose: motto veramente
straordinario, sul quale il tuo Stendhal avrebbe scritto un volume!...»
LO SCANDALO
Ma no, ma no, mia buona amica; io non mi sono mai sognato di dire che
tutte, o la più gran parte delle mercenarie sono come quelle delle quali
le ho parlato, ancora capaci di sentimenti buoni e degne di ispirarne.
Lo scherzo è scherzo, ed ella sa, senza che io glie lo dica, a che punto
comincia e dove poi finisce. Se un certo sdegno contro i giudizii
volgari può spingere al paradosso, la verità vera non deve restare a
lungo disconosciuta, e la vera verità intorno all’argomento che oggi ci
occupa, è questa: che le mercenarie come la Toscanina e la sua compagna
dalle cicatrici sono troppo rare eccezioni; d’ordinario non accettano e
non gustano la turpe vita se non turpi creature. Tuttavia, hanno gli
uomini il diritto di disprezzarle -- intendo gli uomini che le cercano e
se ne giovano? Non c’è in questa nostra società un’ipocrisia
spaventevole grazie alla quale -- diciamo meglio: per colpa della quale --
i morigerati difensori della scrupolosa morale sono poi quelli che più
godono nel vizio?
Le persone molto virtuose sono sovranamente indulgenti -- quando non sono
spietatamente severe. E se questa sentenza le pare un bisticcio, io le
dirò che ci sono diverse qualità di virtù: una arcigna, l’altra benigna;
e che la virtù più vera, più -virtuosa-, è la virtù buona. Io credo che
bisogni diffidare un poco dell’esagerazione scrupolosa. Mi pare che
un’anima capace d’intendere veramente la vita debba inclinare al
compatimento. E senza insistere questa volta nell’esordio, passo a
narrarle una saporosa storiellina non solamente per dimostrarle questa
mia idea, ma anche per darle ragione nella sua protesta contro il troppo
indulgente giudizio delle donne che si vendono. In questa mia storiella
vedrà una mercenaria-tipo, cioè volgare, cupida, odiosa; una di quelle
per le quali non si può provare altro che sdegno -- a patto di non
frequentarle...
Uscivamo una sera dell’inverno passato, io ed il mio amico Baglioni dal
teatro dei Fiorentini: io spettatore, Baglioni autore d’un dramma
intitolato -L’Onore- che aveva fatto un fiasco tremendo. Il dramma era
una cosa fortissima, straordinariamente bella, una vera opera d’arte.
L’avevano fischiato dalla platea, dai palchi, dal loggione, tutti
quanti, accaniti, feroci, inumani, perchè era immorale. Quelle poche
persone non destituite interamente di senso comune con le quali avevo
parlato, andando via, riconoscevano il valore dell’opera, ma
disapprovavano altamente che sulla scena si portassero fatti tristi e
personaggi abbietti. «Non sono neppur veri!» avevo sentito dire; «gli
uomini non sono così indegni come questa nuova scuola letteraria li fa!
Se pure fatti simili accadono, saranno eccezioni; e perchè mai l’arte
avrà da cercare col lanternino i rari e oscuri esempii dell’infamia e
della viltà, e non dovrà invece rappresentare gli esempii quotidiani e
luminosi della bontà, della dignità, della grandezza?» Non avevo voluto
discutere, tanto ero irritato ed offeso per l’amico mio dagli urli
selvaggi, dall’osceno baccano che aveva accolto l’opera sua; se avessi
discusso avrei risposto ai moralisti: «La prova della dignità, della
bontà, della grandezza, eccola qui, lampante: un uomo pensa, studia,
discute tra sè, giorno e notte; egli ha la febbre, non dorme, non
riposa. Perchè? Che cosa fa? Che cosa vuol fare? Egli vuol rappresentare
un pezzetto di vita, prendere tre o quattro creature umane e
inchiodarvele lì, vive, palpitanti ed immortali! Con le parole, con
segni immateriali, egli vuol darvi l’illusione della vita; l’illusione?
No, qualcosa di reale, di più reale; perchè la vita passa e l’arte
resta; perchè senza Dante, senza Shakespeare e senza Balzac noi non
sapremmo che cosa furono e che cosa sono gli uomini! E perchè questo
scrittore, questo artista, questo pensatore ha scelto male -- concediamo!
-- perchè ha rappresentato cose non belle, costoro, i difensori della
bellezza, per provargli che bisogna far meglio, lo ingiuriano, lo
scherniscono, l’offendono, lo vilipendono, gli urlano dietro, lo
pigliano a sassate come un cane rognoso. E chi sono costoro che si
sollevano in nome dell’offesa morale? Prendeteli a uno a uno, guardate
nella loro vita, cercate che cosa hanno fatto oggi, che cosa faranno
stasera, stanotte, quando andranno via di qui, dopo compiuto il dovere
di svergognare l’immoralità, e poi ditemi se hanno proprio il diritto di
compiere questo dovere; se tutte queste reboanti parole delle quali
s’empiono la bocca, il dovere, il diritto, il giusto, il bello, il
buono, la dignità, il rispetto, non sono per la maggior parte di essi
suoni, fiati, accozzamenti di sillabe dei quali sconoscono il senso...»
Queste cose che non avevo detto ai critici le venivo ora dicendo
all’amico mio, in istrada, tenendolo per il braccio; glie le dicevo
perchè avevo bisogno di sfogarmi dicendole, non già perchè egli avesse
bisogno dei miei conforti. Egli rideva, d’un riso schietto, d’un riso
sonoro ed infrenabile. Prima della rappresentazione m’aveva, sì,
espresso i suoi dubbii sull’arditezza del dramma e le previsioni della
caduta; ma se ai primi sintomi del fiasco s’era crucciato come un padre
che vede mal accolta la creatura sua, il selvaggio accanimento del
pubblico, il rossiniano crescendo dell’indignazione, la sollevazione
furente delle timorate coscienze dinanzi alla dipintura d’un fatto preso
dal vero, d’un fatto disgraziatamente troppo frequente e tanto tollerato
nella vita reale, lo aveva esilarato come una cosa buffa, come una
caricatura morale.
-- Ah! Ah! Ah!... E’ incredibile!... E’ troppo!... E’ troppo!... --
esclamava. -- No, senti, è troppo!... E come dò ragione a quei filosofi
che fanno consistere l’umorismo, il riso, nell’effetto d’una
esagerazione, d’una sproporzione imprevista!... Se m’avessero zittito o
fischiato solamente, avrei pensato ai casi miei, avrei dubitato di me
stesso, dell’opera mia; ma questa tempesta?... Ah! Ah! il barone di
Caggiano che non m’ha salutato, hai visto? quando gli son passato
dinanzi!... Don Ferdinando Acquaviva che urlava come un ossesso!... Il
generale Crozio che s’è alzato ed è andato via dal palchetto di Donna
Irene!.. Ah! Ah! Ah! Che bellezza! Non misuri tu la bellezza di queste
cose?... Il barone di Caggiano paladino della morale!... Don Ferdinando
accanito contro di me che l’ho salvato dalla gogna!... E Caggiano con
lui, e il generale e una trentina di costoro che hanno creduto di
mettere alla gogna me e l’opera mia!... No, è incredibile! è grande....
Non dunque la sola goffaggine dell’indignazione pubblica faceva ridere
tanto Baglioni; egli aveva un’altra ragione più intima, ottenendo da
tanta parte degli spettatori una insigne prova d’ingratitudine. La mia
curiosità fu naturalmente eccitata da questo accenno; talchè, non appena
le sue risa si sedarono:
-- Come mai li salvasti dalla gogna? -- gli domandai.
-- Come? In un modo semplicissimo!... Ma tu li conosci, costoro? Li
conosci bene? Conosci le loro famiglie, la società dove vivono?... Sai
che Caggiano ha una moglie giovane ancora, bella, buona, una fenice di
moglie, e due figliuole, due pure giovanette, una più gentile
dell’altra, delle quali la mamma sembra la sorella maggiore?... Tu non
sei stato in quella casa, non conosci la vecchia madre di quel signore,
una dama del vecchio stampo, tutta dedita alle opere di carità, rimasta
fedele alla dinastia spodestata, legittimista e cattolica severa e
sincera?... E don Ferdinando? Lo spauracchio dei suoi scapestrati
nipoti! Un altro borbonico, amico di Sua Eminenza, frequentatore assiduo
di tutte le sacrestie?... Ed il generale Crozio che fa piovere gli
arresti sulle spalle dei suoi poveri tenentini, solo colpevoli di avere
vent’anni?... E il cavaliere Stromita, il direttore del -Vesuvio-, il
giornale più rugiadoso, più untuoso del mondo?... E il vecchio don
Gennaro Debiase, letterato morigerato, dello stampo antico, strenuo
idealista e romantico inconvertibile, a settant’anni, con i capelli
tinti e le unghie in lutto?... Orbene, sta un poco a sentire. Ah! Ah!
Ah!...
Ricominciava a ridere, mentre ce ne andavamo per via Caracciolo, lungo
il mare che ciangottava contro la riva e rompeva il riflesso della
luminosa collana distesa dalla Vittoria a Posillipo.
-- Sta dunque a sentire!... Quattro anni addietro, subito dopo laureato,
quando ancora la mania letteraria non m’aveva ben preso, o per meglio
dire quando non aveva ancora trionfato dell’opposizione di mio padre, io
feci, per obbedire al desiderio di lui, il vice-pretore. Ne vidi di
belle! E il motivo dell’-Onore- lo trovai appunto nelle severe aule di
Temi. Dunque un giorno, mentre ero col pretore titolare ad accordarmi
con lui intorno a ciò che dovevo fare durante la sua prossima assenza,
entra l’usciere, tutto sossopra, con gli occhi spalancati dietro gli
occhiali cascanti, e dice: «Signor pretore! Signor pretore! C’è una
signora che le vuol parlare!...» Il mio principale domanda: «Non ne
avete viste mai, che siete così sbalordito?...» E il poveromo: «Una
signora, signor pretore... una signora! una baronessa!» Rido ancora
rammentando con qual tono di stupito rispetto, di reverente e quasi
annichilita meraviglia il povero don Pasquale riferì quel titolo: «Una
baronessa!» E allora il pretore -- bisogna averlo conosciuto anche lui:
giovane ancora, ma unto, lurido, sbracato, con una chioma boscosa, la
barba d’otto giorni, villoso fin sul naso -- il pretore, dicendo
all’usciere di farla passare, si ricompone sul seggiolone, porta le mani
al nodo della cravatta, ficca le dita nella selva dei capelli, cerca di
cavar fuori dalle maniche i polsini dei quali la camicia mancava, per
esser meglio in grado di ricevere l’annunziata gran dama. E appena
costei entra, con un fruscio di gonne insaldate, appestando
d’-ylang-ylang- la sala, egli si leva, fa un inchino spropositato,
avanza una seggiola ed esclama: «Signora baronessa, voglia favorire
d’accomodarsi!...» Mio caro, una scena da morire dalle risa.
«La baronessa era un bel donnone stagionato, statura da carabiniere,
capelli tinti del color rame, ciglia di nero fumo, occhiaie di
filiggine, labbra di carminio: tutta una pittura. Sulle forme copiose
portava un abito giallo abbarbagliante, un gran cappellone nero con una
montagna di penne e di fiori, grosse perle alle orecchie e guanti lunghi
fino alle ascelle. «In che cosa posso servirla?» fa il principale; ed
ella, con la voce professionale, dolcemente rauca, e un terribile
accento francese: «Signor pretor, si c’è une giustisia al mond, i
calunniator debbon andar in prison!» Il principale, sprofondato adesso
nella sua poltrona, con la testa affossata tra le spalle, stende ambe le
braccia e risponde: «Non dubiti, signora baronessa: c’è una giustizia,
ed io ne sono un indegno ministro; ma prima di mandare la gente in
prigione, bisogna vedere! Ella è stata calunniata? Come? Da chi?» E la
baronessa: «Da una -sale- canaglia, che fino a quindici giorni addietro
veniva in casa mia e mi faceva l’amico! Dopo tutto quello che m’è
costato! Se gli presentassi il conto del solo -champagne-, non avrebbe
come pagarlo, miserabile -crapule-!... E adesso tira a rovinarmi, a
togliermi il pane, pezzo di -voyou-, che possa finire in galera!...» Che
ti posso dire, amico mio? Il diluvio delle male parole era spaventevole.
Agli epiteti più violenti il pretore emette un -sst!- discreto e fa con
le mani il gesto della moderazione: «La prego, signora baronessa: voglia
calmarsi!... E dunque, questo suo, diciamo, ex-amico, adesso vuole
rovinarla? In che modo, di grazia?...» Qui ti voglio! Io che pur vedevo
prepararsi qualcosa di molto incongruo, mai più avrei sospettato che
razza di calunnia la baronessa veniva a denunziare. Imagina dunque che
questo suo ex-amico era un giovanottino di primo volo, il quale, o per
non avere come pagarla, o perchè dava noia a qualche più ricco cliente,
o per chi sa qual altra ragione, era stato da lei pulitamente messo alla
porta. Su tutte le furie egli pensa di vendicarsi, e che fa? Va dicendo
per tutta Napoli, a chi vuole e a chi non vuole saperlo, che la
baronessa ha portato di Francia e regala ai suoi clienti un ricordo che
non suol essere molto gradito!... Tu vedi di qui la testa del pretore
quando la dama gli spiega la cosa in tutte lettere e gli chiede che,
seduta stante, egli chiami un uomo della scienza, il quale accerti la
verità e confonda il calunniatore!... Essersi creduto con una vera
signora, e sentirsi narrare una storia che sarebbe stata benissimo in
bocca a una abitatrice di Porta Capuana!... Ma, sia onore al vero, il
mio principale fu molto come si deve e continuò a darle galantemente
della baronessa, significandole tuttavia, come del resto era troppo
naturale, che di tutta quella storia egli non poteva tenere nessun conto
se non prima riceveva una querela su carta bollata. «Una -querella-? E
come si fa?» domanda l’altra; e il principale: «Si va da un avvocato,
gli si spiegano i fatti, e al resto pensa lui.» Ora, dopo una settimana
da quella scena, quando il pretore era andato via, in permesso, arriva
la querela a me in persona. Amélie Bourgand, niente più baronessa, nata
a Montreuil, Passo di Calais, Francia, d’anni quarantadue, di
professione... tu mi capisci, sporgeva querela contro Alfonso Mantiello,
per aver costui detto e ripetuto sul conto di lei, in luoghi di pubblico
ritrovo ed in presenza di più persone, cose che le recavano pregiudizio
e allontanavano da lei le sue pratiche: volendo dimostrare come l’accusa
fosse presentemente falsa, la querelante chiedeva una perizia medica;
volendo provare che era stata falsa sempre, chiedeva che il magistrato
citasse e udisse in pubblico giudizio le persone ragguardevoli e degne
di fede che avevano avuto rapporti con lei: il barone di Caggiano, il
generale Crozio, don Ferdinando, il direttore del -Vesuvio-, Debiase,
tutta Napoli morigerata, castigata e timorata; i rispettabili padri di
famiglia, i nonni severi, gli zii scrupolosi, i moralisti, puristi,
idealisti che hanno seppellito il mio dramma!... Imagina come rimasi! Io
potevo benissimo lasciare che lo scandalo scoppiasse; ma tutta questa
gente che la mercenaria inferocita per vedersi mancare il pane
trascinava nel suo fango e metteva alla berlina, mi fece tanta pena che
volli vedere di trovare un riparo. Mandato a chiamare la baronessa, le
tenni un discorso per persuaderla a desistere. Desistere? Ella era
pronta; ma prima voleva essere indennizzata! Voleva cinque mila lire di
danni-interessi; e diceva di essere discreta! Era una specie di ricatto;
ma in qual altro modo rimediare? Con belle maniere, parlandole delle
difficoltà della causa, consigliandole d’evitare il chiasso nel suo
stesso interesse, ottenni che avrebbe desistito contro il pagamento di
due mila lire. Allora andai io stesso dal Caggiano, da quel signore che
m’ha tolto il saluto, e gli spiegai il pericolo dal quale egli e tutti
quegli altri erano minacciati. Costoro già si videro, con
l’imaginazione, in pretura, dinanzi a un pubblico di maligni sorridenti
ed ammiccanti, attestare che la baronessa non aveva dato loro... nessun
regalo; già videro i giornali pieni di relazioni dell’udienza, udirono i
clamori dello sdegno, del disprezzo, il coro delle risa sardoniche;
pensarono alla virtù delle loro mogli, all’innocenza delle loro
figliuole, alla severità dei loro amici, e si tennero perduti. Allora mi
si messero a tremare dinanzi perchè io li salvassi! E udendo che bastava
pagare, furono felici di cavarsela con qualche biglietto da cento. Dirti
gli scorporati ringraziamenti che mi prodigarono per avere evitato lo
scandalo, non è possibile. E stasera li ho io scandalizzati! Ah! Ah! Non
è bello? Non è grande? Ah! Ah! Ah!...
LA JETTATRICE
-Carissima Contessa,-
Ella ha riassunto in un quadro di fortissime tinte quelle quattro idee
che io sono venuto enunziando. Pare dunque che Schopenhauer possa andare
a riporsi, giacchè il celebre filosofo misogino è stato di tanto
avanzato, che si può, anzi si deve oramai considerare come la stessa
galanteria, come la cavalleria personificata!... Infatti: le donne prima
di tutto non amano con tanta anima con quanta gli uomini; ma viceversa
sono anch’esse, all’occorrenza, sensuali e libertine. Ciò che cercano,
negli uomini da amare, non è la morale altitudine, ma semplicemente la
bellezza tutta materiale. Esse sono, nei loro amori, venali, e spingono
la venalità fino a reclamare ciò che loro viene. Tra quelle che si fanno
pagare per vivere e le altre che esigono il prezzo come segno del loro
valore non c’è differenza di sorta... «Sia lodata la sincerità!...» ella
esclama «Bene, benissimo!... Avete finito? C’è ancora dell’altro? Mi
pare, veramente, difficile. Credo che oramai avete vuotato il sacco.
Sapevo, perchè me l’avete molte volte ricantato, che uomini e donne non
possono intendersi e che s’accusano a vicenda e che stanno insieme come
gatti e cani, ad eccezione di quei rari momenti quando stanno come gatti
e gatte... Ma non imaginavo che da parte degli uomini si potesse
spingere tant’oltre l’odio e il vilipendio. Avete almeno finito?...»
No, contessa; non ho finito. C’è proprio dell’altro. Pensi un poco, o
meglio rammenti ciò che le ho detto in principio: come i confessori, i
cantastorie odono, molte volte senza volerlo, una quantità di fatti che
gettano sprazzi di luce nei tenebrosi recessi dell’anima umana. E mentre
il dovere professionale dei confessori consiste nel custodire
gelosamente le confessioni, i novellieri hanno il dovere contrario: di
ripeterle, di propalarle. Il risultato è poi tutt’uno; perchè, se i
Padri spirituali hanno da trovar parole ed argomenti per lenire le anime
piagate, il narratore che rivela a un pubblico più o meno largo le
miserie delle quali è stato spettatore, acquista ai dolenti l’indulgenza
pietosa, la commossa simpatia dei simili. Ora, fra le molte amare
confidenze che io ho udite, questa che ora le riferirò è amarissima, e
rivela fino a quale estremità può andare l’odio degli uomini per le
donne, in che corrosivo e dissolvente sentimento può mutarsi l’amore che
dovrebbe legarli.
Dunque l’inverno passato io tornavo a Napoli dopo un’assenza di parecchi
anni. Molte cose di quel caratteristico paese mi fecero quasi lo stesso
senso che fanno la prima volta. La credenza alla jettatura, la paura dei
jettatori m’impressionò specialmente. Ella non sa a che punto arriva,
com’è funestata la vita di quegli sciagurati ai quali si attribuisce il
fascino maligno. Evitati, sfuggiti, aborriti come la peste, senza un
amico, col vuoto sempre d’intorno, se per loro disgrazia hanno da
guadagnarsi la vita esercitando una professione si vedono alle volte
messo in forse il pane quotidiano, sono costretti a espatriare, così
grave è il terrore che incutono. Spettatore di questo terrore che un
tempo mi pareva inumano, io ora lo provo a mia volta. Non credo già che
vi siano uomini nativamente dotati del potere di nuocere, ma credo che
questo potere possa essere acquistato -- precisamente da quelli ai quali
è attribuito. Perchè uno ha la pelle colorita d’una certa tinta; perchè
ha il naso conformato a un certo modo; perchè, essendo miope, porta gli
occhiali; certe volte senza nessuna di queste ragioni, si vede messo al
bando dall’umano consorzio, si sente odiato da tutti; egli non può
accostar le persone, non può salutarle, non può neppure incontrarle
senza che tutti imprechino contro di lui; la sola sua vista è una
sciagura. Non è naturale che l’anima di costui s’abbeveri di fiele e che
tutta la sua volontà debba tendere a esercitare veramente il funesto
potere che realmente non ha? E se c’è una forza psichica che si proietta
fuori dell’anima ed opera nel mondo della materia, la tensione
dell’esasperata volontà non potrà essere veramente efficace? Se pure
questa forza non esiste, la disposizione a compiacersi nel male, a
commetterlo realmente, occorrendo, per vendetta, per rappresaglia, non
ci deve rendere odiosi i jettatori e spingerci a fuggirli?... Ma io non
ho ora da comunicarle le mie particolari vedute su questo argomento: ho
da narrarle un fatto.
A Napoli, dunque, rividi molti amici, ma Vittorio Alfeni, fra tanti, fu
quello la cui compagnia mi riuscì più cara. Alfeni, uomo per ogni
rispetto superiore, crede alla jettatura in un modo affligentissimo; noi
non potevamo stare insieme per le strade, in un caffè, al teatro, senza
che, per pararla, egli facesse a ogni tratto un molto energico gesto,
incontrando o scorgendo una quantità di facce, a suo vedere, proibite.
Una sera al Sannazaro, intanto che guardavamo in giro per la sala, una
dama entra in un palchetto di seconda fila, ed ecco Alfeni ripetere il
gesto che sarà salutare, ma non è precisamente consigliato da Monsignor
della Casa. Io credetti d’essermi ingannato: certo il preservativo
atteggiamento era diretto contro l’influsso di qualche altra persona. Vi
sono donne jettatrici? Il nefasto potere non è particolare agli uomini,
agli uomini più brutti e sgraziati? Non bisogna avere lo sguardo losco,
il naso adunco, il colorito terreo, l’andatura storta per far male al
prossimo? I più spaventevoli jettatori non sono preti, gente tetra,
vestita di nero, la cui vista rammenta la morte con la quale essa
bazzica? La vista d’una donna, d’una dama giovine, piacente, elegante,
sarà anch’essa capace di funestarci? E’ vero che quella dama guardava
dietro l’occhialino e che tutti gli occhi armati di vetri sono, secondo
i superstiziosi, fortemente sospetti; ma un occhialino dal manico di
tartaruga bionda, ornato d’aurei fregi, maneggiato come lo scettro della
grazia da una bianca mano soave, è da paragonarsi agli occhiali infissi
sui nasi rostrati?... E poi, e poi... io conoscevo quella signora,
sapevo quali rapporti eran passati fra lei ed Alfeni; l’amico mio mi
aveva confidato, altra volta, la sua fortuna. S’erano amati, molto, a
lungo; poi l’amor loro, naturalmente, era finito; come mai poter
sospettare ch’egli avesse paura di lei?... Qualche giorno dopo, seduti
alla terrazza del -Gambrinus-, vediamo passare la carrozza della dama;
Alfeni mormora non so che cosa e si difende un’altra volta. Potevo
dubitare ancora? Pure non mi capacitavo d’una cosa simile. Che l’amore
dell’amico mio fosse finito, che avesse anche dato luogo all’odio, suo
carnale fratello, avrei potuto ammettere e spiegare; ma la paura? la
paura della jettatura? attribuire ad un essere che fu tanta parte di noi
l’iniqua potenza, guardarsene come da un rettile?... Non potevo
crederlo!... Ma noi non incontrammo mai quella signora senza che Alfeni
si difendesse. Un giorno, su per Toledo, ella esce improvvisamente da un
negozio dinanzi al quale passiamo: l’incontro è rapidissimo, inopinato;
Alfeni non può subito mettersi sulla parata; egli borbotta un «Corpo del
diavolo!» molto eloquente, schermendosi energicamente dopo che la dama è
passata. Allora io non sto più alle mosse:
-- Sei ammattito? Che cos’è quest’altra paura, adesso? E’ jettatrice
anche ella?... -- gli dico.
Ed egli, insistendo nelle tardive precauzioni:
-- Perdio!... Perdio!...
-- Non scherzi?
-- C’è poco da scherzare, sai!
Non sapevo se alludere al loro passato; lo sdegno e più la curiosità mi
spronarono:
-- E quando trascorrevi la vita ai suoi piedi? O credi ch’io abbia
dimenticato?...
Egli si fece così serio e buio che tacqui; poi con voce quasi brusca mi
disse:
-- Ti prego di non parlarmi di ciò.
-- Non ne parleremo se non ti piace. Però mi pare che tu ripaghi in malo
modo la felicità che un tempo godesti...
Alfeni m’afferrò per il braccio, e concitato, fremente:
-- La pago, sì!... Hai detto bene!... La pago, perchè niente al mondo
potrà più togliermi questa jettatura di dosso...
Non credevo neppur ora!
-- Ma dici proprio sul serio? Non ti pare che sarebbe tempo di smetterla
con questa indegna superstizione? Bada bene, sai, questa è la strada per
la quale si va difilato alla monomania, al delirio della persecuzione...
-- Ho paura.
Leggevo talmente nel suo sguardo sbigottito e nel suo accento gelato la
sincerità del suo sentimento, che mi pentii delle dure parole.
-- Vediamo un poco, ragionaci su! Parliamone, perchè io voglio guarirti
di un pregiudizio che non ti fa onore. E’ jettatrice anche lei? Come,
perchè? Che cosa ha fatto? Quali prove mi dai del suo influsso maligno?
-- Le prove? Ne vuoi le prove? Non sono le prove quelle che mancano!...
Ascolta un poco: nel metterla al mondo sua madre è morta! Capisci? Ha
cominciato presto?... La morte, capisci?... E’ allevata da sua zia.
Quando il padre la riprende con sè, la paralisi lo inchioda in fondo a
una poltrona!... A vent’anni s’innamora d’un giovane e lo innamora;
costui si ammala d’un male tremendo. Non può sposarla. Non la vede per
molto tempo: e allora sta meglio! Si crede guarito, torna da lei, il
matrimonio è concluso: ricade! Ella va a trovarlo: tre giorni dopo egli
muore. Capisci?...
Io non capivo niente. Tutte queste cose m’erano note. Alfeni me le aveva
altra volta narrate, attribuendo ad esse un senso tutto opposto. Allora
egli s’impietosiva sul triste destino di quella creatura, della povera
orfana: la morte della madre, la malattia del padre, i dolori che ella
aveva patiti erano altrettante ragioni per commiserarla, per
proteggerla, per amarla. La morte del giovane che aveva amato, la cui
vita aveva voluto associare alla propria, spiegava i nuovi, i maggiori
dolori: un matrimonio non più d’amore ma di convenienza, l’infelicità
d’un marito che non diceva niente al cuor suo, la caduta con un uomo che
aveva saputo farle battere il cuore... Ora anche il senso di queste cose
era interamente capovolto: Alfeni continuava a addurle come nuove prove
di perniciosità:
-- A ventiquattro anni sposa un uomo, un galantuomo, che le vuol bene,
che le dà un bel nome e una grande ricchezza, che crede d’aver
assicurato la propria fortuna. Quest’uomo, dopo un anno di matrimonio, è
tradito, offeso in tutto ciò che ha di più caro: nell’amore, nell’onore.
Allora la scaccia: la sua casa è vuota, la sua vita infranta. Ma ella è
lontana: egli torna a vivere tranquillo, se non felice... L’altro,
l’amante, crede di toccare il cielo col dito: ha conquistato una bella
donna, è l’eroe d’un dramma, si sente sollevato nell’altrui
considerazione. Fa i conti senza la iettatura. Era ricco anch’egli, i
suoi affari prosperavano: dacchè è con lei cominciano a andar male,
precipitano: si rovina, fallisce, è costretto a lasciare il suo paese!
Ella ha una figlia, il marito l’ha presa naturalmente con sè: ma la
madre vuol vederla, vuole averla. Litiga lungamente finchè ottiene
d’aver la bambina per pochi giorni, ogni tanto. Ecco sua figlia con lei:
la bambina si mette a letto, febbricitante. In quindici giorni è morta:
morta, capisci?
Queste cose mi venivano nuove. E Alfeni parlava con tono così
raccapricciante, che mi sentii turbato.
-- Quanto tempo è? -- gli domandai.
-- Saranno due anni.
-- Tu eri ancora con lei?
-- No, c’era un altro.
Allora io compresi.
-- Tu parli così per gelosia di quest’altro!
-- Gelosia di quest’altro?... Aspetta!... Credi che abbia finito?
Quest’altro pensa anch’egli di aver toccato il cielo col dito. Io, che
oramai so tutto, non provo gelosia, sento pietà di lui. Dico tra me:
anch’egli la pagherà! Ma potevo sospettare in che modo? Ero sicuro che
avrebbe sofferto, che gli sarebbe accaduta qualche disgrazia. Un giorno
lascia Napoli, parte per Torino; non c’è ancora arrivato che il
convoglio precipita fuori delle rotaie. Era uno dei più begli uomini
ch’io abbia mai visti -- pensa un poco se ne provavo gelosia! -- e gli
hanno da tagliare tutt’e due le gambe; anche le braccia, il viso, tutto
il corpo è una piaga. Vive qualche tempo così, poi muore. Muore,
capisci? -La morte ancor-, come dice Carmen!
Rise d’un riso così funebre, ch’io inorridii. Ma volli reagire:
-- E poi? Che cosa prova tutto ciò? -Post hoc, ergo propter hoc?- Anche
tu col vecchio sofisma? Tu, intanto, non sei morto: stai benone, ti
prendi beffe di lei dopo esserti divertito altrimenti. Avranno ragione
gli altri di crederla jettatrice, non tu!
-- Io? Sai quanti anni ho io?
-- Trenta, mi pare.
-- A trent’anni sono vecchio come a sessanta. Questa donna mi ha corroso
l’anima e il corpo. La morte è preferibile alla miseria nella quale io
vivo. E guarda come costei fa a ciascuno il male più sensibile! Infama
il marito e gli uccide la figlia, riduce il ricco a povertà, distrugge
la bellezza di quell’altro che pareva una statua animata; a me, che non
posso vivere se non col pensiero, con l’anima, ammorba l’anima, annebbia
il pensiero. Non credo più a niente. Non aspetto più niente dalla vita.
Non sono più capace di niente. Tutta la poesia, la fede, la speranza,
son morte...
-- Questo è lo scotto dei tristi amori, non è jettatura!
-- E suo marito che cosa aveva da scontare? E sua madre? E gli altri?...
-- Domani mi farò presentare a lei.
-- Non credi?... Pensi di sfidare la jettatura?
Io pensavo in quel punto a un verso di Alfredo de Musset, un molto
malinconico verso che avevo fin lì creduto espressione della verità:
Il n’est de triste amour qui n’ait son souvenir...
Io pensavo che il Poeta s’è ingannato, che vi sono amori così tristi che
non solamente non hanno ricordi ma finiscono con l’inaudito sentimento
al quale Alfeni era in preda...
-- Allora, non vuoi credere?... -- continuava egli a domandarmi; e
scrollando il capo, reagendo ancora una volta contro le sue suggestioni:
-- Io credo una cosa, -- risposi: -- che tu ammattisci!
-- Allora, tu sei matto se ti senti gelare vedendo una biscia velenosa
che ti guarda con gli occhi freddi? Che cosa provi per la biscia che
schiacci col piede? Il ribrezzo sarà dunque da oggi in poi sintomo di
pazzia?
Non risposi. Tacemmo lungamente, salendo oltre piazza Dante. Dinanzi al
Museo incontrammo due graziose signorine in mezzo alle quali stava una
donna sulla quarantina, magra, clorotica, con le lenti sul naso
affilato, una specie di governante, uno di quegli esseri disgraziati la
cui vista fa pena. Alfeni borbottò: «Oggi è giornata campale!...» e
ripetè il gesto preservativo.
-- Anche quest’altra?... Sono dunque molte le jettatrici?... -- domandai,
ridendo questa volta più schiettamente.
-- Sono le più tremende, -- rispose Alfeni: -- credo anzi che siano le sole
veramente temibili...
LA CONSOLATRICE
-Amica carissima,-
Non abbia paura! Il mondo non è ancora presso a finire, come ella teme.
Il genere umano non pare disposto a sopprimersi. Se dobbiamo credere
alla statistica, anzi, si corre un altro pericolo, tutto opposto:
l’evangelico precetto è sempre tanto onorato e obbedito, la popolazione
universale cresce con progressione così rapida, che non è da temere che
la terra si spopoli, c’è piuttosto il caso che non possa più contenere i
troppo prolifici suoi abitatori. I filosofi arcigni hanno un bel dire, i
narratori pessimisti hanno un bel fare: vivere e amare non è tanto
increscioso come essi sostengono. Io conosco un pessimista il quale
rifiuta questa qualificazione come troppo mite. «Voi dite pessimista per
significare uno al quale la vita pare pessima?... Io sono orribilista!»
Questo orribilista suole anche ripetere che vorrebbe avere mille vite
per togliersele una dopo l’altra. Però, siccome ne ha una sola, la tiene
da conto.
Se gli uomini hanno scritto intere biblioteche di contumelie contro le
donne, non vuol dir niente; anzi vuol dire il contrario di ciò che
dapprima parrebbe: chi ben ama ben castiga. Se essi fossero persuasi,
come Simonide d’Argo, che le donne sono simili alla cagna rabbiosa, alla
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