molti affari; non le lasciava mancar nulla. Ma -qui a bu boira, n’est-ce pas?- ed una volta ancora ella scappò, facendo però in modo da non poter essere più rintracciata. Venne in Italia sotto falso nome, errò di città in città, ebbe amanti d’un anno e d’un giorno; finchè, piena di debiti, sul punto d’ammalare d’inedia, cadde in mano degli sfruttatori. -- E tuo marito, -- domandò il poeta, -- non sa più dove sei? -- Mai più. -- Se lo sapesse? -- Verrebbe a riprendermi. -- Perchè non glie lo dici? -- Per non tornare con lui. -- E i tuoi figli? -- Morti. Il poeta non domandò più nulla. Il senso di freddo gli serpeggiava più acuto per il corpo. Quella creatura era stata madre, e neppure la maternità era valsa a salvarla! I suoi bambini vivi non l’avevano trattenuta sulla via dell’abbiezione, la memoria degli innocenti morti non la faceva neppure arrossire. A che punto era dunque discesa? E preferiva l’orrore di quella vita al perdono del marito, alla pace della famiglia!... Ma che marito! Ma che figli! Il poeta se la prendeva con sè stesso per l’ingenua e sciocca credulità della quale aveva dato prova. Esisteva un uomo capace di perdonare tante volte, di pensare ancora a quel mostro in forma umana? Non era tutta un’invenzione suggerita dall’idea d’interessar la gente, di farsi credere meno ignobile e infame, ma che otteneva invece il risultato precisamente opposto? Non sapeva egli che non bisogna credere neppure una parola di tutto ciò che queste donne dicono? Come s’era lasciato prendere dalla spudorata menzogna? Ed aveva anche creduto la storia della coltellata per gelosia, della romantica rinunzia alla vendetta e degli aiuti prestati all’assassino! La coltellata era vera, poichè esisteva la cicatrice; ma chi sa in qual rissa glie l’avevano data, per qual rifiuto di pagamento!... Tutto ciò, frattanto, invece di scemare la curiosità del poeta, l’aveva accresciuta. Persuaso dell’infamia di quell’essere, egli voleva vedere, giacchè c’era, fin dove arrivava. E poi, da esatto ragionatore, egli avvertiva una mancanza di logica in tutta quella storia. Ella aveva detto che in casa del marito stava bene; riconosceva dunque che adesso stava male? Ed asseriva d’aver affrontato tante miserie per amore della libertà; ma non era invece riuscita a piombare nella soggezione più vile?... E poi, quegli occhi dolci e ridenti mentivano anch’essi? La nobiltà quasi di statua divina di quella figura mentiva anch’essa?... Allora, quantunque si fosse proposto di non domandare più nulla, si decise a fare un’altra domanda -- l’ultima, a suo giudizio. -- Sei dunque contenta di quel che hai fatto? Subitamente, negli occhi della donna che il curioso mirava, passò qualche cosa; la loro limpidezza s’offuscò come uno specchio d’acqua s’intorbida per un’agitazione improvvisa. -- Sei contenta di esserti ridotta qui? -- ripetè egli giacchè non otteneva risposta. -- Piango tutti i giorni, -- ella disse. Ma la sua voce era calma, uguale a quella con la quale aveva detto le altre cose, forse appena più sommessa; e il poeta, incerto un momento se credere o no, fece come per alzare le spalle. Che sciocco! Come mai gli era venuto in mente di fare simili domande? Non gli restava in verità che mettersi a predicare per convertire la pecorella smarrita e dirle, a mo’ d’esempio: «Figlia mia, pensa alla vita eterna, e pentiti!...» Ed a quell’idea fu preso da una voglia matta di ridere. La donna frattanto, senza dir nulla, s’era sbarazzata del corpetto; le braccia bianche, delicate ed esili come quelle d’una fanciulla, apparvero nude. Subitamente il poeta fece un atto di raccapriccio, esclamando: -- Che è questo? Il braccio sinistro era tagliato in due punti da due orribili cicatrici, un poco più su del polso e dalla parte del gomito: due tagli larghi ed irregolari, che pareva fossero stati fatti con uno strumento dentato, o poco tagliente, o tenuto con mano tremante; due ferite a stento rimarginate, simili a due rozze cuciture sulla viva carne, ed ancora accerchiate da due grandi chiazze paonazze. -- Chi ti ha fatto questo? -- ripetè il poeta inorridito e impietosito ad un tempo, sentendosi finalmente stringere il cuore da un moto d’umana simpatia dinanzi a quella creatura che aveva esaminata con la nauseata freddezza d’un medico dinanzi a un cadavere. La donna rispose, sorridendo un poco di quell’orrore e di quella pietà: -- Nessuno; mi sono tagliata da me. Volevo segarmi le vene, e non ci sono riuscita. Vuol dire che questo è il mio destino. LA TOSCANINA Non mi aspettavo meno, mia nobile amica, dalla gentilezza del suo cuore, e le chiedo perdono delle irreverenti parole. Ma quanto delicato è il suo sentimento, altrettanto acuto è il suo spirito, ed ella ha ben compreso che se talvolta le mie espressioni non sono state rispettose come dovrebbero essere, ciò significa che fatalmente lo stato di guerra, tra uomini e donne, non può aver tregua: io, io stesso, compreso di tanta reverenza per lei, mi lascio pur vincere la mano dall’ironia! Vuol ella permettermi di stampare uno di questi giorni, senza nominar lei, beninteso, tutta la prima parte della sua lettera d’oggi? La cristiana pietà per le avvilite creature che hanno ancora coscienza del loro avvilimento non poteva dettarle parole più eloquenti. Ella giudica tuttavia che, per redimersi, esse potrebbero fare qualcosa di meglio che non tentare d’uccidersi, e crede che, volendola fermamente, otterrebbero la redenzione. Penso anch’io come lei: volere è potere. Se non le parrà presunzione ch’io citi me stesso, aggiungerò che altra volta già dissi: «Quando la volontà asserisce d’essere inefficace, bisogna dubitare un poco della sua sincerità.» Soltanto, noi non dovremmo abusare di questi giudizii. I casi nei quali la volontà sincera resta impotente sono disgraziatamente anche troppi. Che diremo noi allora? Se essa s’infranse contro ostacoli troppo grandi e veramente insuperabili, negheremo il suo merito? Anche quando fallì perchè non fu molto potente, disconosceremo quel tanto di virtù che la sostenne? Se volere non è sempre potere, noi potremo dire che in ogni caso chi vuole vale. Poco tempo fa, a proposito del costo dell’amore, io le riferii il motto d’una mercenaria al mio amico Grolla. Costretta dalla necessità a chiedergli un poco di denaro costei gli disse, timidamente: «-Non mi vuoi più bene?-» parole che fecero molta impressione all’amico mio, specialmente perchè gli rammentarono l’altra domanda, tanto meno delicata, rivoltagli da una dama: -Ti costo troppo?- Io che ho accusato lei di curiosità non potrò oggi far meglio ammenda del mio torto se non confessandole la curiosità mia propria. Dopo che Grolla ebbe riferito i due motti, insistetti presso di lui affinchè mi narrasse qualche altra cosa della dama e della mercenaria. Egli soddisfece a mezzo l’aspettazione mia: della dama non volle dirmi nulla, ed io compresi che il rancore, lo sdegno e lo sprezzo glie ne rendevano incresciosa la stessa memoria; della mercenaria mi narrò la storia. Siccome, dopo le idee che abbiamo scambiate sulle infelici sue pari, potrà interessarla, così glie la voglio riferire. Trascrivo dalla lettera dell’amico mio: «Il suo vero nome» mi scrisse egli dunque, «era Margherita, ma la chiamavan tutti la Toscanina perchè era di Siena ed aveva un personaggio piccolino, magrolino, delicato, e un viso così dolce che la rassomigliava a non so qual Vergine Beata, e una vitina sottile che sarebbe parsa più sottile ancora, se ella avesse potuto stringersi nel busto, come fanno tutte, senza mandar sangue dalla bocca... Ella diceva questa cosa semplicemente, come diceva semplicemente, quando la padrona di casa, la serva, tutta la trista gente che l’attorniava le aveva dato qualche dispiacere: «M’hanno fatto molto male: ho sputato sangue, sono svenuta; allora hanno avuto paura...» Pure, fumava sigarette una sull’altra e beveva liquori, e se la rimproveravano di ciò, rispondeva: «Mi faranno male dopo; per ora mi danno animo...» Soffriva sempre di qualche cosa, accusava sordi dolori, ma il suo buon umore non cessava per questo, e le sue labbra piccole e bianche si schiudevano naturalmente al canto. Nella notte alta, per le vie deserte, o in barca, sul mare, si metteva a cantare a tutta voce: una voce leggermente stridula che tratto tratto s’arrochiva senza che ella si decidesse a smettere mai. «Capille nire cumm’a nu velluto, Capille nire ch’ardono d’ammore... «Erano così i suoi capelli, neri e vellutati, e quando ne disfaceva l’acconciatura e li lasciava cadere in due grosse bande sulle spalle, l’ovale del suo viso pallido ed affilato in quella cornice d’un nero lucente acquistava un’espressione misticamente ideale, una meravigliosa purezza, come quella d’una Suora sognante le letizie del paradiso. «Sette passi già gli ho contati, Quant’è lunga la mia cella... «Un’altra delle sue canzoni -- e diceva d’averne trovato i versi e la musica quando suo padre l’aveva chiusa in un monastero: una storia nella quale non si sapeva bene dove finisse la verità e dove cominciasse l’invenzione -- come in tutto ciò che dicono le sue pari. Però qualcosa la distingueva dalle altre: un fondo inalterato di naturale bontà e specialmente una semplicità di gusti, una grande facilità di contentatura, una remissione costante. I più piccoli regali la rendevan felice; non aveva mai voglie; sempre che le offrivano qualche cosa forzava gli offerenti a sceglier essi, quasi non si trattasse di far piacere precisamente a lei. «La luna nova ’ncoppa a lu mare stenne na fascia d’argiento fino... «Le notti della luna piena, nonostante l’umidità perniciosa della marina, era per lei una festa venire in barca: rammento certe sere nel porto, col mare tranquillo e piano come una tavola, quando la facevo distendere sul dorso, sorreggendola col braccio, perchè non vedesse altro fuorchè il cielo stellato; e certe altre quasi tempestose, quando in faccia alla scogliera del molo, dove le onde si scagliavano furibonde, ella cantava con voce più squillante, quasi a sfidar gli elementi, e rideva mostrando le perline dei denti, e mi afferrava fortemente il braccio ad ogni scossa della barca sballottata come un pezzetto di sughero. Una volta dimenticò di prendere il mantello, e siccome io avevo una gran paura che l’umidità le facesse male, tentai di persuaderla a buttarsi la mia giacchetta sulle spalle. Non l’avessi mai detto! Mi diede del matto, mi picchiò col ventaglio quasi rabbiosamente, e non ci fu verso di piegarla. Un’altra sera, ai piedi della scala della lanterna, vide un cagnaccio rognoso, una povera bestia che se ne andava lungo il muraglione, evitando le gente, quasi presaga dell’accoglienza che gli era serbata. La vista di quel cane le diede un brivido di ribrezzo, e poichè io, per chiasso, feci il gesto di chiamarlo, ella si mise a salire precipitosamente le scale, fuggendo. Allora finsi d’inseguirla, costringendola ad arrampicarsi più presto, e la raggiunsi sulla spianata; ma come mi pentii dello scherzo! La poveretta ansava ed era tutta sbiancata in viso, sul punto di perdere i sensi. Con le mani faceva un gesto che, sulle prime, io non compresi: voleva dirmi a quel modo, non potendo parlare, di metterle una mano sul cuore perchè sentissi come batteva. Che paura! Pareva si schiantasse. Ma di lì a qualche minuto, quando riscendemmo in barca, l’affanno era passato ed ella riprese il suo canto... «Le cure che io avevo per la sua persona la stupivano molto; spesso mi diceva: «Com’è curioso questo qui! Hai paura che io muoia? Sta tranquillo: non sarà per ora!...» Pure, aveva qualche momento di nera tristezza, di quella tristezza muta e profonda che non si sa come lenire. Mi faceva tanta pena, nel vederla così gentile e nel saperla in quella vita, con quel male che le rodeva il petto, che un giorno, avendola trovata in uno di questi momenti, tentai di esprimerle l’interesse e la simpatia che m’ispirava. «Non mi compiangere, sai,» rispose, «non voglio!...» ed era quasi duro il suono della sua voce nel dire queste parole. Per distrarla, la condussi in campagna; a tutti i poveri che incontrammo volle dare qualche cosa. Un vecchio cieco, accasciato sopra un mucchio di sassi, tendeva la mano scarna, rugosa e tremante: ella fece fermare la carrozza, discese, e gli mise in mano una moneta dicendogli: «Dite un’avemaria...» «Tutti quelli che soffrivano, che mancavano di pane le facevano molta pietà, forse pensando che un giorno sarebbe mancato anche a lei, o rammentando, chi sa, che le era mancato una volta. «Se io dovessi ridurmi a fare la serva, a vivere di elemosina,» diceva, «sta pur sicuro che mi ammazzerei. Il fiume non c’è per nulla, o il mare... E poi, posso chiudermi in camera, con molti fiori dentro, e lasciarmi morire così...» Ella doveva aver trovato questa idea in qualche libro -- perchè leggeva! I suoi libri erano romanzi di Montépin e di Boisgobey, altra roba francese ancora più brutta, edizioni economiche ad una lira, dalle copertine rozzamente illustrate. In mezzo, come smarriti e vergognosi della compagnia, i versi dello Stecchetti, che la povera ragazza certamente non capiva. Infatti, non vorrei che attraverso questi miei ricordi tu la vedessi abbellita, nobilitata, migliore di quel che in realtà non fosse. Era una creatura perduta che portava nei modi, nel linguaggio e nello stesso pensiero il marchio della sua condizione, senza nulla che la riscattasse fuorchè i segni, intermittenti e non visibili a tutti, d’una primitiva delicatezza di sentimento, d’una nostalgia delle perdute serenità spirituali -- parole forse un po’ troppo preziose per la cosa che debbono esprimere... Ma la sua tristezza era di breve durata; il canto e il riso fiorivano assiduamente sulle sue labbra. Parlava molto, di tutto, saltando di palo in frasca, ma tornando con insistenza su certi casi della propria vita. Certo, come li raccontò a me li avrà raccontati a molti altri; certo ancora, se si potessero paragonare le varie versioni, si troverebbe che non corrispondono, che i particolari variano, che le giunte e i ricami alterano il carattere e la significazione dei casi. Di quest’abitudine della menzogna, in tutte le Toscanine, tu hai già ragionato, ed è inutile dirti che io consento interamente con te. La coscienza del loro avvilimento presente le spinge a dar sapore di poesia alla loro vita passata; ora questo mi piaceva specialmente nella Toscanina mia: che le sue narrazioni non parevano molto abbellite, poichè, senza esservi costretta dalla presenza di nessun testimonio e contro il suo proprio interesse, ella diceva cose, della sua vita trascorsa, che le potevano nuocere. «Sì, la Toscanina confessava d’esser passata per il più infame servaggio. Noi usiamo, per indicare la somma d’ammaestramenti cavati dalle lunghe esperienze, una frase che dice: «Conoscere la vita,» e ciascuno di noi si forma di questa vita un’idea diversa secondo le diverse vicende per le quali è passato. Le Toscanine adoperano anch’esse una frase per indicare l’esercizio del loro mestiere, una frase molto espressiva: «fare la vita,» e fra il nostro «conoscere» e il loro «fare» c’è tutta la differenza che passa tra il dilettante e la vittima. Perchè, se il risultato della nostra esperienza consiste nella persuasione che l’esistenza non è tutta triste nè tutta gioconda, quale persuasione si dovrà formare nella coscienza di queste sciagurate? Forse... nessuna! Provvidenzialmente, esse vivono giorno per giorno, senza vedere gli orrori dell’Irrimediabile; e del resto se la loro miseria è spaventosa, ha pure talvolta qualche attenuazione e qualche compenso. La Toscanina, quand’io la conobbi, aveva vent’anni, ed era da sei nella -vita-; se aveva pianto, aveva pur visto il pianto di molti uomini; se aveva sofferto la fame, aveva pure distrutto vere fortune. Ed aveva conosciuto chi era stato pauroso di toccarla quasi ella potesse spezzarsi, e chi l’aveva presa a colpi di revolver e di rasoio... «Aveva amato. «Io credo che queste creature possano e sappiano amare; credo anzi che, se le Toscanine soffrono, piangono e all’occorrenza si uccidono per amore, ciò prova che questo famoso amore non è soltanto il desiderio delle carezze -- esse non possono dire di struggersene invano! -- ma anche un bisogno tutto morale. Si deve tuttavia essere molto accorti prima di credere a simili donne; quante ve ne sono indegne di fede? Precisamente l’indegnità della più gran parte rende sospette le poche eccezioni. A dar retta alle molte, l’amore le ha perdute: esse non mancano anzi di narrarvi un complicato romanzo. Ora, la Toscanina non diceva questo e non narrava romanzi. Particolare strano: non dava nessuna versione intorno alle origini ed alle circostanze del suo primo errore. «E’ tutta una storia» diceva; e questa storia consisteva, a suo dire, nel fatto che ella non serbava memoria, non aveva anzi mai saputo quando e in che modo aveva perduto la sua innocenza. Era forse un’arte più raffinata quella che le suggeriva di avvolgersi in un preteso mistero, o v’era un mistero realmente, e quale? Non potei saperlo. L’amore del quale la Toscanina parlava era nato in lei nei giorni peggiori della sua schiavitù. «Me ne rammento come fosse ora,» narrava; «la prima volta che vidi Riccardo fu una sera, tardi: io era rannicchiata sopra un divano, coi piedi mezzo fuori delle pantofole, il capo appoggiato sul braccio e avvolto in una fascia rossa che pendeva fin sul tappeto. Entrarono a un tratto tre o quattro allegri giovanotti che scherzavano fra loro; io mi voltai un poco per vedere chi fossero e poi mi raccolsi meglio nel mio cantuccio. Dopo un poco uno di loro si mise al pianoforte e cominciò a sonare. Sonava tanto bene; ma io non lo vedevo, perchè tenevo gli occhi chiusi; e anche li avessi aperti, egli mi voltava le spalle. Fra l’altro, sonò un valzer, ma così bello come non ne avevo mai udito altri. Quando finì e stava per alzarsi, m’alzai io prima di lui, e me gli avvicinai: -- Se non le rincresce, vuol ripetere quel valzer? -- Mi rispose: -- Subito. -- Così gli rimasi vicino e lo vidi in viso. Quante volte poi egli l’eseguì per me sola!...» Era un valzer non so bene se di Strauss o di Waldteuffel, uno di quei canti di gioia in mezzo ai quali par di sentire l’accento d’una indefinita tristezza e quasi l’avvertimento che nessun tripudio è durabile. «Sono stata tre anni a piangere sempre che m’è tornato a mente!...» -- diceva la Toscanina -- ma adesso non piangeva più, ripetendolo con voce leggermente roca, strozzata di tanto in tanto da un breve nodo di tosse. «-- Perchè dunque il primo amore non si scorda più?... -- mi domandava soltanto; ed io le facevo della psicologia, procurando di adattare il mio linguaggio all’intelligenza dell’umile creatura, ma accorgendomi tuttavia che, nonostante, ella non comprendeva. «L’amore per il suo Riccardo durò nella Toscanina molto tempo. Le anime sensibili che si decidono ad ammettere la possibilità di questi amori, chiedono almeno che la passione abbia tale virtù da riscattare le donne nel cui cuore è nata e da toglierle alla turpe esistenza. L’arte, quelle poche volte che ha degnato studiarle, ha avuto appunto cura di nobilitarle a questo modo, per non offendere con lo spettacolo della lacrimevole realtà il pudore -- vero o finto non importa -- della gente per bene. Ma purtroppo la realtà reale è una cosa un po’ diversa dalla romantica. La Toscanina non si riscattò per nulla. Il suo amante, che era semplice studente, le voleva bene, ma non aveva di che toglierla da quella vita. Per lei, come per tutte le sue pari, concedersi alla folla non è mancar di fede all’amico prescelto; esse fanno una gran differenza, nella quale risiede la loro gran prova d’amore, fra le carezze alle quali si sottopongono e quelle che ricambiano. La Toscanina dava a Riccardo questa prova d’amore, e Riccardo glie ne diede un’altra, traendola, appena potè, dalla miseria dove l’aveva trovata. Allora rifulsero tutte le buone qualità della Toscanina; la sua affezione, la sua umiltà, la sua costanza. Essere d’uno solo era stato sempre il suo ideale. Per le sue compagne di destino la virtù è un lusso: più fortunata di molte altre, ella potè concederselo. Ma quanto poco durò! Il giorno che l’amante non potè più assicurarla contro le difficoltà materiali dell’esistenza, ella tornò alla condizione di prima. Non cessò per questo l’amore. Anche svanito il bel sogno, la Toscanina continuò a voler bene al suo studente. Il dolore di lei cominciò anzi quando s’accorse che Riccardo s’intepidiva, che la trascurava, che le preferiva altre donne. Che scene accaddero fra loro due? Quali forme prese la gelosia dell’una e l’egoismo dell’altro? Quali accuse si scambiarono? Impossibile appurarlo con precisione. Queste confessioni mi furono fatte dalla Toscanina a varie riprese, senz’ordine; nè io pensavo ad interrogarla, perchè le risposte alle mie domande erano stentate, confuse, spesso contraddittorie; mentre in tutto quel che diceva spontaneamente c’era un accento di verità innegabile. Certo è che la Toscanina si mantenne lungamente sommessa ed implorante, minacciando soltanto quando quell’altro divenne più freddo e più duro. «Bada, Riccardo! Bada a quel che fai! Verrà giorno che mi piangerai dinanzi, e allora sarà troppo tardi!...» Infatti quel giorno venne. Quando ella scelse un altro uomo, non perchè sentisse nulla per lui, ma per farlo servire ai proprii disegni; quando a propria volta fece l’antico amante spettatore delle preferenze accordate al nuovo, quegli si ribellò, minacciò, pregò; ma tutto fu inutile. Con la bocca d’un revolver dinanzi agli occhi, ella diceva: -- Ammazzami se ti piace, ma tutto è inutile, sai!... -- Lo straordinario del rancore del quale adesso ella era oggetto, e ciò che rivela ancora una volta come l’amore sia qualcosa di più e di diverso dalle carezze, è questo: che i rapporti materiali fra il giovane e la Toscanina non erano punto mutati. Come prima, ella era di tutti continuando ad esser di lui; ma egli non poteva più ottenere ciò che prima gli era stato accordato: un pensiero, una parola, qualche cosa d’immateriale. E la Toscanina vide le lacrime che aveva profetate, e quella vista, invece di placarla, la rese maggiormente spietata; finchè, improvvisamente, chi sa perchè? senza che l’amante abbandonato avesse fatto nulla di più per riprenderla, ella tornò con lui come un tempo. «Quante volte si rinnovarono queste rotture e queste riconciliazioni? Un brutto giorno tutto finì per sempre: Riccardo dovè tornare al suo paese e la Toscanina non lo rivide più. Le scrisse, nei primi tempi; poi le sue lettere divennero rare e cessarono del tutto. Adesso che non l’aveva più vicino, ella pensava all’amante perduto con un accoramento senza fine. Quel valzer, al suono del quale avevano scambiate le prime parole, la faceva piangere; la miseria della propria esistenza le pareva più grande, più sconfortata. L’acuto dolore passò; ma dopo parecchi anni ella non parlava d’altro che del suo Riccardo, raccontava a tutti noi le opinioni e i gusti di Riccardo, in qual modo Riccardo la chiamava nei suoi momenti buoni, quello che le diceva nei giorni di burrasca. Vedendo che io prestavo attenzione ai suoi discorsi, non mi risparmiò nulla, e la mia buona grazia nell’accogliere quelle confidenze mi valse la sua simpatia. Quando le chiedevo qualche cosa di Riccardo le facevo un piacere straordinario; quel giorno che la condussi in campagna, scrissi sopra un pezzo di muro bianco il nome di lei e quello dell’amico suo: sorrise di contento, esclamando: «Povero Riccardo! Chi sa a quest’ora dov’è... se si ricorda anche lui!...» Altri uomini le avevano voluto bene; ella non ricambiò nessuno come quel giovane. Un Inglese s’era invaghito di lei e l’aveva colmata di regali; la Toscanina diceva di questi: «Serviranno per impegnarli, quando non ci sarà di che mangiare.» Invece un braccialino, un tenue filo d’oro datole da Riccardo, non lasciava mai il suo polso. Del resto, come poteva ella credere al bene degli uomini se, quando il male l’aveva minacciata più gravemente, nessuno di coloro pei quali ella era stata uno strumento di piacere, aveva pensato, non che ad aiutarla, ma neppure a dirle una buona parola?... Quanti avevano pianto, lasciandola; quanti avevano giurato di tornare da lei, di pensare a lei, di scriverle sempre! Erano scomparsi, e addio!... Ella non l’aveva con nessuno. Non mostrava la sua malinconia se non a chi le dimostrava un po’ d’interesse; nè la mostrava sempre; che anzi la sua fama era quella d’una ragazza piena di buon umore, fatta per aver posto in mezzo alle gioconde brigate. Soltanto, se qualcuno la stringeva alla vita, impallidiva un poco dalla pena. Ma della morte non aveva paura. «Non m’importa di morire; anzi, mi leverei da tanti guai! Che ci sto a fare? Morta io, ne resteranno tante altre!...» Ma subito dopo: -- Vorrei morir nella stagion dell’anno... «E la storia di Margherita Gauthier l’affascinava. Correva al teatro quando c’era quello spettacolo, in prosa od in musica; e fra i suoi libri il più sgualcito era -La Traviata- ovvero -La Signora dalle Camelie-. Più che la sua bellezza veramente delicata, la sincerità di certi suoi sentimenti, l’innata bontà dell’animo e lo stesso male che covava nel suo petto la rendevano degna d’interesse. L’idea che veniva a molti, pensando a lei, era di poterla trarre da quella vita, di mandarla lontano, sui monti, in riva al mare, a curarsi, a guarirsi. Ti dirò che l’ebbi anch’io. E poichè ella comprese questa cosa, e poichè le avevo dato altre prove della mia premura per lei, credette di dovermi dire che sarebbe stata volentieri con me. Scherzando io osservai: «E Riccardo?...» Restò un momento imbarazzata, poi disse: «Ora non penso più a lui come prima; col tempo lo dimenticherei del tutto...» Io soggiunsi: «Ma non dicevi che il primo amore non si scorda più?...» -- «-Questo sarebbe il secondo-...» ella mi rispose: motto veramente straordinario, sul quale il tuo Stendhal avrebbe scritto un volume!...» LO SCANDALO Ma no, ma no, mia buona amica; io non mi sono mai sognato di dire che tutte, o la più gran parte delle mercenarie sono come quelle delle quali le ho parlato, ancora capaci di sentimenti buoni e degne di ispirarne. Lo scherzo è scherzo, ed ella sa, senza che io glie lo dica, a che punto comincia e dove poi finisce. Se un certo sdegno contro i giudizii volgari può spingere al paradosso, la verità vera non deve restare a lungo disconosciuta, e la vera verità intorno all’argomento che oggi ci occupa, è questa: che le mercenarie come la Toscanina e la sua compagna dalle cicatrici sono troppo rare eccezioni; d’ordinario non accettano e non gustano la turpe vita se non turpi creature. Tuttavia, hanno gli uomini il diritto di disprezzarle -- intendo gli uomini che le cercano e se ne giovano? Non c’è in questa nostra società un’ipocrisia spaventevole grazie alla quale -- diciamo meglio: per colpa della quale -- i morigerati difensori della scrupolosa morale sono poi quelli che più godono nel vizio? Le persone molto virtuose sono sovranamente indulgenti -- quando non sono spietatamente severe. E se questa sentenza le pare un bisticcio, io le dirò che ci sono diverse qualità di virtù: una arcigna, l’altra benigna; e che la virtù più vera, più -virtuosa-, è la virtù buona. Io credo che bisogni diffidare un poco dell’esagerazione scrupolosa. Mi pare che un’anima capace d’intendere veramente la vita debba inclinare al compatimento. E senza insistere questa volta nell’esordio, passo a narrarle una saporosa storiellina non solamente per dimostrarle questa mia idea, ma anche per darle ragione nella sua protesta contro il troppo indulgente giudizio delle donne che si vendono. In questa mia storiella vedrà una mercenaria-tipo, cioè volgare, cupida, odiosa; una di quelle per le quali non si può provare altro che sdegno -- a patto di non frequentarle... Uscivamo una sera dell’inverno passato, io ed il mio amico Baglioni dal teatro dei Fiorentini: io spettatore, Baglioni autore d’un dramma intitolato -L’Onore- che aveva fatto un fiasco tremendo. Il dramma era una cosa fortissima, straordinariamente bella, una vera opera d’arte. L’avevano fischiato dalla platea, dai palchi, dal loggione, tutti quanti, accaniti, feroci, inumani, perchè era immorale. Quelle poche persone non destituite interamente di senso comune con le quali avevo parlato, andando via, riconoscevano il valore dell’opera, ma disapprovavano altamente che sulla scena si portassero fatti tristi e personaggi abbietti. «Non sono neppur veri!» avevo sentito dire; «gli uomini non sono così indegni come questa nuova scuola letteraria li fa! Se pure fatti simili accadono, saranno eccezioni; e perchè mai l’arte avrà da cercare col lanternino i rari e oscuri esempii dell’infamia e della viltà, e non dovrà invece rappresentare gli esempii quotidiani e luminosi della bontà, della dignità, della grandezza?» Non avevo voluto discutere, tanto ero irritato ed offeso per l’amico mio dagli urli selvaggi, dall’osceno baccano che aveva accolto l’opera sua; se avessi discusso avrei risposto ai moralisti: «La prova della dignità, della bontà, della grandezza, eccola qui, lampante: un uomo pensa, studia, discute tra sè, giorno e notte; egli ha la febbre, non dorme, non riposa. Perchè? Che cosa fa? Che cosa vuol fare? Egli vuol rappresentare un pezzetto di vita, prendere tre o quattro creature umane e inchiodarvele lì, vive, palpitanti ed immortali! Con le parole, con segni immateriali, egli vuol darvi l’illusione della vita; l’illusione? No, qualcosa di reale, di più reale; perchè la vita passa e l’arte resta; perchè senza Dante, senza Shakespeare e senza Balzac noi non sapremmo che cosa furono e che cosa sono gli uomini! E perchè questo scrittore, questo artista, questo pensatore ha scelto male -- concediamo! -- perchè ha rappresentato cose non belle, costoro, i difensori della bellezza, per provargli che bisogna far meglio, lo ingiuriano, lo scherniscono, l’offendono, lo vilipendono, gli urlano dietro, lo pigliano a sassate come un cane rognoso. E chi sono costoro che si sollevano in nome dell’offesa morale? Prendeteli a uno a uno, guardate nella loro vita, cercate che cosa hanno fatto oggi, che cosa faranno stasera, stanotte, quando andranno via di qui, dopo compiuto il dovere di svergognare l’immoralità, e poi ditemi se hanno proprio il diritto di compiere questo dovere; se tutte queste reboanti parole delle quali s’empiono la bocca, il dovere, il diritto, il giusto, il bello, il buono, la dignità, il rispetto, non sono per la maggior parte di essi suoni, fiati, accozzamenti di sillabe dei quali sconoscono il senso...» Queste cose che non avevo detto ai critici le venivo ora dicendo all’amico mio, in istrada, tenendolo per il braccio; glie le dicevo perchè avevo bisogno di sfogarmi dicendole, non già perchè egli avesse bisogno dei miei conforti. Egli rideva, d’un riso schietto, d’un riso sonoro ed infrenabile. Prima della rappresentazione m’aveva, sì, espresso i suoi dubbii sull’arditezza del dramma e le previsioni della caduta; ma se ai primi sintomi del fiasco s’era crucciato come un padre che vede mal accolta la creatura sua, il selvaggio accanimento del pubblico, il rossiniano crescendo dell’indignazione, la sollevazione furente delle timorate coscienze dinanzi alla dipintura d’un fatto preso dal vero, d’un fatto disgraziatamente troppo frequente e tanto tollerato nella vita reale, lo aveva esilarato come una cosa buffa, come una caricatura morale. -- Ah! Ah! Ah!... E’ incredibile!... E’ troppo!... E’ troppo!... -- esclamava. -- No, senti, è troppo!... E come dò ragione a quei filosofi che fanno consistere l’umorismo, il riso, nell’effetto d’una esagerazione, d’una sproporzione imprevista!... Se m’avessero zittito o fischiato solamente, avrei pensato ai casi miei, avrei dubitato di me stesso, dell’opera mia; ma questa tempesta?... Ah! Ah! il barone di Caggiano che non m’ha salutato, hai visto? quando gli son passato dinanzi!... Don Ferdinando Acquaviva che urlava come un ossesso!... Il generale Crozio che s’è alzato ed è andato via dal palchetto di Donna Irene!.. Ah! Ah! Ah! Che bellezza! Non misuri tu la bellezza di queste cose?... Il barone di Caggiano paladino della morale!... Don Ferdinando accanito contro di me che l’ho salvato dalla gogna!... E Caggiano con lui, e il generale e una trentina di costoro che hanno creduto di mettere alla gogna me e l’opera mia!... No, è incredibile! è grande.... Non dunque la sola goffaggine dell’indignazione pubblica faceva ridere tanto Baglioni; egli aveva un’altra ragione più intima, ottenendo da tanta parte degli spettatori una insigne prova d’ingratitudine. La mia curiosità fu naturalmente eccitata da questo accenno; talchè, non appena le sue risa si sedarono: -- Come mai li salvasti dalla gogna? -- gli domandai. -- Come? In un modo semplicissimo!... Ma tu li conosci, costoro? Li conosci bene? Conosci le loro famiglie, la società dove vivono?... Sai che Caggiano ha una moglie giovane ancora, bella, buona, una fenice di moglie, e due figliuole, due pure giovanette, una più gentile dell’altra, delle quali la mamma sembra la sorella maggiore?... Tu non sei stato in quella casa, non conosci la vecchia madre di quel signore, una dama del vecchio stampo, tutta dedita alle opere di carità, rimasta fedele alla dinastia spodestata, legittimista e cattolica severa e sincera?... E don Ferdinando? Lo spauracchio dei suoi scapestrati nipoti! Un altro borbonico, amico di Sua Eminenza, frequentatore assiduo di tutte le sacrestie?... Ed il generale Crozio che fa piovere gli arresti sulle spalle dei suoi poveri tenentini, solo colpevoli di avere vent’anni?... E il cavaliere Stromita, il direttore del -Vesuvio-, il giornale più rugiadoso, più untuoso del mondo?... E il vecchio don Gennaro Debiase, letterato morigerato, dello stampo antico, strenuo idealista e romantico inconvertibile, a settant’anni, con i capelli tinti e le unghie in lutto?... Orbene, sta un poco a sentire. Ah! Ah! Ah!... Ricominciava a ridere, mentre ce ne andavamo per via Caracciolo, lungo il mare che ciangottava contro la riva e rompeva il riflesso della luminosa collana distesa dalla Vittoria a Posillipo. -- Sta dunque a sentire!... Quattro anni addietro, subito dopo laureato, quando ancora la mania letteraria non m’aveva ben preso, o per meglio dire quando non aveva ancora trionfato dell’opposizione di mio padre, io feci, per obbedire al desiderio di lui, il vice-pretore. Ne vidi di belle! E il motivo dell’-Onore- lo trovai appunto nelle severe aule di Temi. Dunque un giorno, mentre ero col pretore titolare ad accordarmi con lui intorno a ciò che dovevo fare durante la sua prossima assenza, entra l’usciere, tutto sossopra, con gli occhi spalancati dietro gli occhiali cascanti, e dice: «Signor pretore! Signor pretore! C’è una signora che le vuol parlare!...» Il mio principale domanda: «Non ne avete viste mai, che siete così sbalordito?...» E il poveromo: «Una signora, signor pretore... una signora! una baronessa!» Rido ancora rammentando con qual tono di stupito rispetto, di reverente e quasi annichilita meraviglia il povero don Pasquale riferì quel titolo: «Una baronessa!» E allora il pretore -- bisogna averlo conosciuto anche lui: giovane ancora, ma unto, lurido, sbracato, con una chioma boscosa, la barba d’otto giorni, villoso fin sul naso -- il pretore, dicendo all’usciere di farla passare, si ricompone sul seggiolone, porta le mani al nodo della cravatta, ficca le dita nella selva dei capelli, cerca di cavar fuori dalle maniche i polsini dei quali la camicia mancava, per esser meglio in grado di ricevere l’annunziata gran dama. E appena costei entra, con un fruscio di gonne insaldate, appestando d’-ylang-ylang- la sala, egli si leva, fa un inchino spropositato, avanza una seggiola ed esclama: «Signora baronessa, voglia favorire d’accomodarsi!...» Mio caro, una scena da morire dalle risa. «La baronessa era un bel donnone stagionato, statura da carabiniere, capelli tinti del color rame, ciglia di nero fumo, occhiaie di filiggine, labbra di carminio: tutta una pittura. Sulle forme copiose portava un abito giallo abbarbagliante, un gran cappellone nero con una montagna di penne e di fiori, grosse perle alle orecchie e guanti lunghi fino alle ascelle. «In che cosa posso servirla?» fa il principale; ed ella, con la voce professionale, dolcemente rauca, e un terribile accento francese: «Signor pretor, si c’è une giustisia al mond, i calunniator debbon andar in prison!» Il principale, sprofondato adesso nella sua poltrona, con la testa affossata tra le spalle, stende ambe le braccia e risponde: «Non dubiti, signora baronessa: c’è una giustizia, ed io ne sono un indegno ministro; ma prima di mandare la gente in prigione, bisogna vedere! Ella è stata calunniata? Come? Da chi?» E la baronessa: «Da una -sale- canaglia, che fino a quindici giorni addietro veniva in casa mia e mi faceva l’amico! Dopo tutto quello che m’è costato! Se gli presentassi il conto del solo -champagne-, non avrebbe come pagarlo, miserabile -crapule-!... E adesso tira a rovinarmi, a togliermi il pane, pezzo di -voyou-, che possa finire in galera!...» Che ti posso dire, amico mio? Il diluvio delle male parole era spaventevole. Agli epiteti più violenti il pretore emette un -sst!- discreto e fa con le mani il gesto della moderazione: «La prego, signora baronessa: voglia calmarsi!... E dunque, questo suo, diciamo, ex-amico, adesso vuole rovinarla? In che modo, di grazia?...» Qui ti voglio! Io che pur vedevo prepararsi qualcosa di molto incongruo, mai più avrei sospettato che razza di calunnia la baronessa veniva a denunziare. Imagina dunque che questo suo ex-amico era un giovanottino di primo volo, il quale, o per non avere come pagarla, o perchè dava noia a qualche più ricco cliente, o per chi sa qual altra ragione, era stato da lei pulitamente messo alla porta. Su tutte le furie egli pensa di vendicarsi, e che fa? Va dicendo per tutta Napoli, a chi vuole e a chi non vuole saperlo, che la baronessa ha portato di Francia e regala ai suoi clienti un ricordo che non suol essere molto gradito!... Tu vedi di qui la testa del pretore quando la dama gli spiega la cosa in tutte lettere e gli chiede che, seduta stante, egli chiami un uomo della scienza, il quale accerti la verità e confonda il calunniatore!... Essersi creduto con una vera signora, e sentirsi narrare una storia che sarebbe stata benissimo in bocca a una abitatrice di Porta Capuana!... Ma, sia onore al vero, il mio principale fu molto come si deve e continuò a darle galantemente della baronessa, significandole tuttavia, come del resto era troppo naturale, che di tutta quella storia egli non poteva tenere nessun conto se non prima riceveva una querela su carta bollata. «Una -querella-? E come si fa?» domanda l’altra; e il principale: «Si va da un avvocato, gli si spiegano i fatti, e al resto pensa lui.» Ora, dopo una settimana da quella scena, quando il pretore era andato via, in permesso, arriva la querela a me in persona. Amélie Bourgand, niente più baronessa, nata a Montreuil, Passo di Calais, Francia, d’anni quarantadue, di professione... tu mi capisci, sporgeva querela contro Alfonso Mantiello, per aver costui detto e ripetuto sul conto di lei, in luoghi di pubblico ritrovo ed in presenza di più persone, cose che le recavano pregiudizio e allontanavano da lei le sue pratiche: volendo dimostrare come l’accusa fosse presentemente falsa, la querelante chiedeva una perizia medica; volendo provare che era stata falsa sempre, chiedeva che il magistrato citasse e udisse in pubblico giudizio le persone ragguardevoli e degne di fede che avevano avuto rapporti con lei: il barone di Caggiano, il generale Crozio, don Ferdinando, il direttore del -Vesuvio-, Debiase, tutta Napoli morigerata, castigata e timorata; i rispettabili padri di famiglia, i nonni severi, gli zii scrupolosi, i moralisti, puristi, idealisti che hanno seppellito il mio dramma!... Imagina come rimasi! Io potevo benissimo lasciare che lo scandalo scoppiasse; ma tutta questa gente che la mercenaria inferocita per vedersi mancare il pane trascinava nel suo fango e metteva alla berlina, mi fece tanta pena che volli vedere di trovare un riparo. Mandato a chiamare la baronessa, le tenni un discorso per persuaderla a desistere. Desistere? Ella era pronta; ma prima voleva essere indennizzata! Voleva cinque mila lire di danni-interessi; e diceva di essere discreta! Era una specie di ricatto; ma in qual altro modo rimediare? Con belle maniere, parlandole delle difficoltà della causa, consigliandole d’evitare il chiasso nel suo stesso interesse, ottenni che avrebbe desistito contro il pagamento di due mila lire. Allora andai io stesso dal Caggiano, da quel signore che m’ha tolto il saluto, e gli spiegai il pericolo dal quale egli e tutti quegli altri erano minacciati. Costoro già si videro, con l’imaginazione, in pretura, dinanzi a un pubblico di maligni sorridenti ed ammiccanti, attestare che la baronessa non aveva dato loro... nessun regalo; già videro i giornali pieni di relazioni dell’udienza, udirono i clamori dello sdegno, del disprezzo, il coro delle risa sardoniche; pensarono alla virtù delle loro mogli, all’innocenza delle loro figliuole, alla severità dei loro amici, e si tennero perduti. Allora mi si messero a tremare dinanzi perchè io li salvassi! E udendo che bastava pagare, furono felici di cavarsela con qualche biglietto da cento. Dirti gli scorporati ringraziamenti che mi prodigarono per avere evitato lo scandalo, non è possibile. E stasera li ho io scandalizzati! Ah! Ah! Non è bello? Non è grande? Ah! Ah! Ah!... LA JETTATRICE -Carissima Contessa,- Ella ha riassunto in un quadro di fortissime tinte quelle quattro idee che io sono venuto enunziando. Pare dunque che Schopenhauer possa andare a riporsi, giacchè il celebre filosofo misogino è stato di tanto avanzato, che si può, anzi si deve oramai considerare come la stessa galanteria, come la cavalleria personificata!... Infatti: le donne prima di tutto non amano con tanta anima con quanta gli uomini; ma viceversa sono anch’esse, all’occorrenza, sensuali e libertine. Ciò che cercano, negli uomini da amare, non è la morale altitudine, ma semplicemente la bellezza tutta materiale. Esse sono, nei loro amori, venali, e spingono la venalità fino a reclamare ciò che loro viene. Tra quelle che si fanno pagare per vivere e le altre che esigono il prezzo come segno del loro valore non c’è differenza di sorta... «Sia lodata la sincerità!...» ella esclama «Bene, benissimo!... Avete finito? C’è ancora dell’altro? Mi pare, veramente, difficile. Credo che oramai avete vuotato il sacco. Sapevo, perchè me l’avete molte volte ricantato, che uomini e donne non possono intendersi e che s’accusano a vicenda e che stanno insieme come gatti e cani, ad eccezione di quei rari momenti quando stanno come gatti e gatte... Ma non imaginavo che da parte degli uomini si potesse spingere tant’oltre l’odio e il vilipendio. Avete almeno finito?...» No, contessa; non ho finito. C’è proprio dell’altro. Pensi un poco, o meglio rammenti ciò che le ho detto in principio: come i confessori, i cantastorie odono, molte volte senza volerlo, una quantità di fatti che gettano sprazzi di luce nei tenebrosi recessi dell’anima umana. E mentre il dovere professionale dei confessori consiste nel custodire gelosamente le confessioni, i novellieri hanno il dovere contrario: di ripeterle, di propalarle. Il risultato è poi tutt’uno; perchè, se i Padri spirituali hanno da trovar parole ed argomenti per lenire le anime piagate, il narratore che rivela a un pubblico più o meno largo le miserie delle quali è stato spettatore, acquista ai dolenti l’indulgenza pietosa, la commossa simpatia dei simili. Ora, fra le molte amare confidenze che io ho udite, questa che ora le riferirò è amarissima, e rivela fino a quale estremità può andare l’odio degli uomini per le donne, in che corrosivo e dissolvente sentimento può mutarsi l’amore che dovrebbe legarli. Dunque l’inverno passato io tornavo a Napoli dopo un’assenza di parecchi anni. Molte cose di quel caratteristico paese mi fecero quasi lo stesso senso che fanno la prima volta. La credenza alla jettatura, la paura dei jettatori m’impressionò specialmente. Ella non sa a che punto arriva, com’è funestata la vita di quegli sciagurati ai quali si attribuisce il fascino maligno. Evitati, sfuggiti, aborriti come la peste, senza un amico, col vuoto sempre d’intorno, se per loro disgrazia hanno da guadagnarsi la vita esercitando una professione si vedono alle volte messo in forse il pane quotidiano, sono costretti a espatriare, così grave è il terrore che incutono. Spettatore di questo terrore che un tempo mi pareva inumano, io ora lo provo a mia volta. Non credo già che vi siano uomini nativamente dotati del potere di nuocere, ma credo che questo potere possa essere acquistato -- precisamente da quelli ai quali è attribuito. Perchè uno ha la pelle colorita d’una certa tinta; perchè ha il naso conformato a un certo modo; perchè, essendo miope, porta gli occhiali; certe volte senza nessuna di queste ragioni, si vede messo al bando dall’umano consorzio, si sente odiato da tutti; egli non può accostar le persone, non può salutarle, non può neppure incontrarle senza che tutti imprechino contro di lui; la sola sua vista è una sciagura. Non è naturale che l’anima di costui s’abbeveri di fiele e che tutta la sua volontà debba tendere a esercitare veramente il funesto potere che realmente non ha? E se c’è una forza psichica che si proietta fuori dell’anima ed opera nel mondo della materia, la tensione dell’esasperata volontà non potrà essere veramente efficace? Se pure questa forza non esiste, la disposizione a compiacersi nel male, a commetterlo realmente, occorrendo, per vendetta, per rappresaglia, non ci deve rendere odiosi i jettatori e spingerci a fuggirli?... Ma io non ho ora da comunicarle le mie particolari vedute su questo argomento: ho da narrarle un fatto. A Napoli, dunque, rividi molti amici, ma Vittorio Alfeni, fra tanti, fu quello la cui compagnia mi riuscì più cara. Alfeni, uomo per ogni rispetto superiore, crede alla jettatura in un modo affligentissimo; noi non potevamo stare insieme per le strade, in un caffè, al teatro, senza che, per pararla, egli facesse a ogni tratto un molto energico gesto, incontrando o scorgendo una quantità di facce, a suo vedere, proibite. Una sera al Sannazaro, intanto che guardavamo in giro per la sala, una dama entra in un palchetto di seconda fila, ed ecco Alfeni ripetere il gesto che sarà salutare, ma non è precisamente consigliato da Monsignor della Casa. Io credetti d’essermi ingannato: certo il preservativo atteggiamento era diretto contro l’influsso di qualche altra persona. Vi sono donne jettatrici? Il nefasto potere non è particolare agli uomini, agli uomini più brutti e sgraziati? Non bisogna avere lo sguardo losco, il naso adunco, il colorito terreo, l’andatura storta per far male al prossimo? I più spaventevoli jettatori non sono preti, gente tetra, vestita di nero, la cui vista rammenta la morte con la quale essa bazzica? La vista d’una donna, d’una dama giovine, piacente, elegante, sarà anch’essa capace di funestarci? E’ vero che quella dama guardava dietro l’occhialino e che tutti gli occhi armati di vetri sono, secondo i superstiziosi, fortemente sospetti; ma un occhialino dal manico di tartaruga bionda, ornato d’aurei fregi, maneggiato come lo scettro della grazia da una bianca mano soave, è da paragonarsi agli occhiali infissi sui nasi rostrati?... E poi, e poi... io conoscevo quella signora, sapevo quali rapporti eran passati fra lei ed Alfeni; l’amico mio mi aveva confidato, altra volta, la sua fortuna. S’erano amati, molto, a lungo; poi l’amor loro, naturalmente, era finito; come mai poter sospettare ch’egli avesse paura di lei?... Qualche giorno dopo, seduti alla terrazza del -Gambrinus-, vediamo passare la carrozza della dama; Alfeni mormora non so che cosa e si difende un’altra volta. Potevo dubitare ancora? Pure non mi capacitavo d’una cosa simile. Che l’amore dell’amico mio fosse finito, che avesse anche dato luogo all’odio, suo carnale fratello, avrei potuto ammettere e spiegare; ma la paura? la paura della jettatura? attribuire ad un essere che fu tanta parte di noi l’iniqua potenza, guardarsene come da un rettile?... Non potevo crederlo!... Ma noi non incontrammo mai quella signora senza che Alfeni si difendesse. Un giorno, su per Toledo, ella esce improvvisamente da un negozio dinanzi al quale passiamo: l’incontro è rapidissimo, inopinato; Alfeni non può subito mettersi sulla parata; egli borbotta un «Corpo del diavolo!» molto eloquente, schermendosi energicamente dopo che la dama è passata. Allora io non sto più alle mosse: -- Sei ammattito? Che cos’è quest’altra paura, adesso? E’ jettatrice anche ella?... -- gli dico. Ed egli, insistendo nelle tardive precauzioni: -- Perdio!... Perdio!... -- Non scherzi? -- C’è poco da scherzare, sai! Non sapevo se alludere al loro passato; lo sdegno e più la curiosità mi spronarono: -- E quando trascorrevi la vita ai suoi piedi? O credi ch’io abbia dimenticato?... Egli si fece così serio e buio che tacqui; poi con voce quasi brusca mi disse: -- Ti prego di non parlarmi di ciò. -- Non ne parleremo se non ti piace. Però mi pare che tu ripaghi in malo modo la felicità che un tempo godesti... Alfeni m’afferrò per il braccio, e concitato, fremente: -- La pago, sì!... Hai detto bene!... La pago, perchè niente al mondo potrà più togliermi questa jettatura di dosso... Non credevo neppur ora! -- Ma dici proprio sul serio? Non ti pare che sarebbe tempo di smetterla con questa indegna superstizione? Bada bene, sai, questa è la strada per la quale si va difilato alla monomania, al delirio della persecuzione... -- Ho paura. Leggevo talmente nel suo sguardo sbigottito e nel suo accento gelato la sincerità del suo sentimento, che mi pentii delle dure parole. -- Vediamo un poco, ragionaci su! Parliamone, perchè io voglio guarirti di un pregiudizio che non ti fa onore. E’ jettatrice anche lei? Come, perchè? Che cosa ha fatto? Quali prove mi dai del suo influsso maligno? -- Le prove? Ne vuoi le prove? Non sono le prove quelle che mancano!... Ascolta un poco: nel metterla al mondo sua madre è morta! Capisci? Ha cominciato presto?... La morte, capisci?... E’ allevata da sua zia. Quando il padre la riprende con sè, la paralisi lo inchioda in fondo a una poltrona!... A vent’anni s’innamora d’un giovane e lo innamora; costui si ammala d’un male tremendo. Non può sposarla. Non la vede per molto tempo: e allora sta meglio! Si crede guarito, torna da lei, il matrimonio è concluso: ricade! Ella va a trovarlo: tre giorni dopo egli muore. Capisci?... Io non capivo niente. Tutte queste cose m’erano note. Alfeni me le aveva altra volta narrate, attribuendo ad esse un senso tutto opposto. Allora egli s’impietosiva sul triste destino di quella creatura, della povera orfana: la morte della madre, la malattia del padre, i dolori che ella aveva patiti erano altrettante ragioni per commiserarla, per proteggerla, per amarla. La morte del giovane che aveva amato, la cui vita aveva voluto associare alla propria, spiegava i nuovi, i maggiori dolori: un matrimonio non più d’amore ma di convenienza, l’infelicità d’un marito che non diceva niente al cuor suo, la caduta con un uomo che aveva saputo farle battere il cuore... Ora anche il senso di queste cose era interamente capovolto: Alfeni continuava a addurle come nuove prove di perniciosità: -- A ventiquattro anni sposa un uomo, un galantuomo, che le vuol bene, che le dà un bel nome e una grande ricchezza, che crede d’aver assicurato la propria fortuna. Quest’uomo, dopo un anno di matrimonio, è tradito, offeso in tutto ciò che ha di più caro: nell’amore, nell’onore. Allora la scaccia: la sua casa è vuota, la sua vita infranta. Ma ella è lontana: egli torna a vivere tranquillo, se non felice... L’altro, l’amante, crede di toccare il cielo col dito: ha conquistato una bella donna, è l’eroe d’un dramma, si sente sollevato nell’altrui considerazione. Fa i conti senza la iettatura. Era ricco anch’egli, i suoi affari prosperavano: dacchè è con lei cominciano a andar male, precipitano: si rovina, fallisce, è costretto a lasciare il suo paese! Ella ha una figlia, il marito l’ha presa naturalmente con sè: ma la madre vuol vederla, vuole averla. Litiga lungamente finchè ottiene d’aver la bambina per pochi giorni, ogni tanto. Ecco sua figlia con lei: la bambina si mette a letto, febbricitante. In quindici giorni è morta: morta, capisci? Queste cose mi venivano nuove. E Alfeni parlava con tono così raccapricciante, che mi sentii turbato. -- Quanto tempo è? -- gli domandai. -- Saranno due anni. -- Tu eri ancora con lei? -- No, c’era un altro. Allora io compresi. -- Tu parli così per gelosia di quest’altro! -- Gelosia di quest’altro?... Aspetta!... Credi che abbia finito? Quest’altro pensa anch’egli di aver toccato il cielo col dito. Io, che oramai so tutto, non provo gelosia, sento pietà di lui. Dico tra me: anch’egli la pagherà! Ma potevo sospettare in che modo? Ero sicuro che avrebbe sofferto, che gli sarebbe accaduta qualche disgrazia. Un giorno lascia Napoli, parte per Torino; non c’è ancora arrivato che il convoglio precipita fuori delle rotaie. Era uno dei più begli uomini ch’io abbia mai visti -- pensa un poco se ne provavo gelosia! -- e gli hanno da tagliare tutt’e due le gambe; anche le braccia, il viso, tutto il corpo è una piaga. Vive qualche tempo così, poi muore. Muore, capisci? -La morte ancor-, come dice Carmen! Rise d’un riso così funebre, ch’io inorridii. Ma volli reagire: -- E poi? Che cosa prova tutto ciò? -Post hoc, ergo propter hoc?- Anche tu col vecchio sofisma? Tu, intanto, non sei morto: stai benone, ti prendi beffe di lei dopo esserti divertito altrimenti. Avranno ragione gli altri di crederla jettatrice, non tu! -- Io? Sai quanti anni ho io? -- Trenta, mi pare. -- A trent’anni sono vecchio come a sessanta. Questa donna mi ha corroso l’anima e il corpo. La morte è preferibile alla miseria nella quale io vivo. E guarda come costei fa a ciascuno il male più sensibile! Infama il marito e gli uccide la figlia, riduce il ricco a povertà, distrugge la bellezza di quell’altro che pareva una statua animata; a me, che non posso vivere se non col pensiero, con l’anima, ammorba l’anima, annebbia il pensiero. Non credo più a niente. Non aspetto più niente dalla vita. Non sono più capace di niente. Tutta la poesia, la fede, la speranza, son morte... -- Questo è lo scotto dei tristi amori, non è jettatura! -- E suo marito che cosa aveva da scontare? E sua madre? E gli altri?... -- Domani mi farò presentare a lei. -- Non credi?... Pensi di sfidare la jettatura? Io pensavo in quel punto a un verso di Alfredo de Musset, un molto malinconico verso che avevo fin lì creduto espressione della verità: Il n’est de triste amour qui n’ait son souvenir... Io pensavo che il Poeta s’è ingannato, che vi sono amori così tristi che non solamente non hanno ricordi ma finiscono con l’inaudito sentimento al quale Alfeni era in preda... -- Allora, non vuoi credere?... -- continuava egli a domandarmi; e scrollando il capo, reagendo ancora una volta contro le sue suggestioni: -- Io credo una cosa, -- risposi: -- che tu ammattisci! -- Allora, tu sei matto se ti senti gelare vedendo una biscia velenosa che ti guarda con gli occhi freddi? Che cosa provi per la biscia che schiacci col piede? Il ribrezzo sarà dunque da oggi in poi sintomo di pazzia? Non risposi. Tacemmo lungamente, salendo oltre piazza Dante. Dinanzi al Museo incontrammo due graziose signorine in mezzo alle quali stava una donna sulla quarantina, magra, clorotica, con le lenti sul naso affilato, una specie di governante, uno di quegli esseri disgraziati la cui vista fa pena. Alfeni borbottò: «Oggi è giornata campale!...» e ripetè il gesto preservativo. -- Anche quest’altra?... Sono dunque molte le jettatrici?... -- domandai, ridendo questa volta più schiettamente. -- Sono le più tremende, -- rispose Alfeni: -- credo anzi che siano le sole veramente temibili... LA CONSOLATRICE -Amica carissima,- Non abbia paura! Il mondo non è ancora presso a finire, come ella teme. Il genere umano non pare disposto a sopprimersi. Se dobbiamo credere alla statistica, anzi, si corre un altro pericolo, tutto opposto: l’evangelico precetto è sempre tanto onorato e obbedito, la popolazione universale cresce con progressione così rapida, che non è da temere che la terra si spopoli, c’è piuttosto il caso che non possa più contenere i troppo prolifici suoi abitatori. I filosofi arcigni hanno un bel dire, i narratori pessimisti hanno un bel fare: vivere e amare non è tanto increscioso come essi sostengono. Io conosco un pessimista il quale rifiuta questa qualificazione come troppo mite. «Voi dite pessimista per significare uno al quale la vita pare pessima?... Io sono orribilista!» Questo orribilista suole anche ripetere che vorrebbe avere mille vite per togliersele una dopo l’altra. Però, siccome ne ha una sola, la tiene da conto. Se gli uomini hanno scritto intere biblioteche di contumelie contro le donne, non vuol dir niente; anzi vuol dire il contrario di ciò che dapprima parrebbe: chi ben ama ben castiga. Se essi fossero persuasi, come Simonide d’Argo, che le donne sono simili alla cagna rabbiosa, alla 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000