Gli amori
Federico De Roberto
F. DE ROBERTO
Gli Amori
MILANO
CASA EDITRICE GALLI
-Galleria V. E. 17-80-
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1898
DIRITTI DI TRADUZIONE RISERVATI
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PROPRIETÀ LETTERARIA
1897 -- Tipografia Golio, Milano, via Agnello, 9, e Santa Radegonda, 10
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INDICE
PREFAZIONE
LA MUTA COMUNIONE
L’INDISCRETA DOMANDA
L’OMONIMO
LA VEGLIA
IL SOSPETTO
LA CERTEZZA
UN’INTENZIONE DELLA DUFFREDI
L’INDOVINELLO
FINO A MORIRNE
OMISSIONI
UNO SCRUPOLO DI DON GIOVANNI
UN GIGLIO
LA VENERE DI SIRACUSA
L’ESTRO
ANACRONISMO
IL GRAN RAPPORTO
L’AFFARE DEI QUATTRINI
UN’EQUAZIONE MORALE
LE CICATRICI
LA TOSCANINA
LO SCANDALO
LA JETTATRICE
LA CONSOLATRICE
LE PROVE
DIBATTIMENTO
IRONIE
L’ASSURDO
LETTERE DI COMMIATO
L’AMOR SUPREMO
«NESSUN MAGGIOR DOLORE...»
PREFAZIONE
-Milano, 7 agosto 1897.-
Mia cara amica,
-Questo volume è suo. Dirò anzi di più: come senza di lei non lo avrei
scritto, così senza il suo permesso non lo potrei pubblicare. Le lettere
che lo compongono le appartengono; raccogliendole insieme io mi uniformo
al suo desiderio -- al suo comandamento.-
-Il suo giudizio sul mio libro dell’- Amore -si compendiò in queste
parole: «L’amore c’è soltanto nel titolo.» Le mie teorie la sdegnarono;
ella si rifiutò di ammetterle, osservando che di teorie, di sistemi, di
ipotesi, ciascuno può costruirne quanti ne vuole, ma che i fatti
importano unicamente. Ecco come e perchè mi sentii nell’obbligo di
addurle alcuni esempii delle astratte proposizioni enunziate in quello
studio. Già dissi a lei, ma debbo ora ripetere ai miei -- ai nostri! --
nuovi lettori, che non uno di questi esempii è inventato: io non ho
fatto e non ho voluto fare opera di fantasia, ma di osservazione. Il
gran pubblico che non sa delle nostre amabili liti, che s’interessa
mediocremente ai particolari modi di vedere intorno ai rapporti dei
sessi, forse potrà accordare un poco di attenzione a queste lettere per
spirito di verità che mi animò nello scriverle.-
-Vede come ho fatto miei i suoi ragionamenti? Ma ella già sapeva che non
è un’impresa disperata quella di persuadere a un autore che l’opera sua
vale qualcosa... Mi lasci ora sperare -- per me e per lei -- che il
pubblico non sia del parere contrario, e voglia gradire ancora una volta
l’espressione della singolare reverenza con la quale sono-
-di Lei, gentilissima Amica,-
dev.mo ed obb.mo
-F. de Roberto-
All’illustrissima Signora
la Contessa R. V.
Siena
LA MUTA COMUNIONE
-Contessa gentilissima e furibonda amica,-
-Mea culpa! Mea culpa! Mea maxima culpa!...- Non basterà picchiarsi il
petto, accusarsi umilmente, implorare perdono? Ella dice di no? La colpa
mia è proprio irremissibile?... Via, mi lasci almeno sperare. Ella sa
del resto benissimo che la speranza non ha bisogno, non che di permessi,
ma neppure d’argomenti per farci accogliere le sue persuasioni. Se pure
ella non vuole, io posso egualmente credere che un giorno o l’altro la
troverò meno severa contro questo povero signor Me Stesso... E dire che
era tanto disposta all’indulgenza! Mi faceva buone tante cose! Tollerava
la mia freddezza, il mio scetticismo, la «scettica e spietata freddezza»
con la quale esposi le teorie più sconfortate; scusava, se pure non
giustificava, il «vandalismo morale» col quale mi ero messo a sfrondare,
ad abbattere, a disperdere ogni poesia e ogni idealità! Ma una cosa l’ha
rivoltata, una goccia «di fiele» ha fatto traboccare il suo sdegno.
Quando io ho detto che gli uomini non possono intendersi, che le anime
non possono comunicare, che il pensiero e il sentimento sono
intrasmissibili, non m’è valso riferire il giudizio d’un filosofo come
Taine, non m’è giovato citare un poeta come Baudelaire, è stato inutile
tentare lunghe e minute e pazienti dimostrazioni: sono stato
giudicato!... Tuttavia bisogna credere o che ella speri di convertirmi,
o che non sia poi tanto sicura delle sue opinioni e quasi cerchi, con la
discussione, affermarle; perchè, dopo aver dichiarato di non voler
discutere più, trovo ancora nella sua lettera questi eloquenti passaggi:
«E allora, se gli uomini non possono intendersi, perchè mai, di grazia,
venite enunziando queste vostre eresie? Se tutto ciò che vi passa per il
capo è frutto particolarissimo della vostra costituzione,
dell’educazione, dell’ambiente, di non so quante altre diavolerie; se le
vostre escogitazioni sono tutte -vostre-, perchè mai le partecipate al
prossimo? Io avevo finora creduto che quando uno esprime una cosa,
parlando o scrivendo, oppure gestendo, se non ha rotto lo
scilinguagnolo, costui crede che gli altri potranno credere questa cosa,
pensarla a loro volta, riesprimerla e comunicarla ad altri
successivamente! Ma se voi siete persuaso di non potervi intendere con
nessuno al mondo, mi pare che vi converrebbe cominciare, per esser
conseguente, con lo starvene zitto!... Secondo voi ogni creatura umana
-fa razza da sè-, parla un linguaggio che nessun’altra creatura umana
capisce; il mondo sarebbe come un’immensa torre di Babele. Ma voi sapete
benissimo che quella torre non fu potuta finire, che per la confusione
delle lingue l’impresa andò all’aria. Invece io vedo che il mondo, bene
o male, e se vi piace più male che bene, pure sussiste; e che ogni
giorno, ogni minuto, gli uomini s’accordano in una moltitudine di
affetti, d’idee, di persuasioni! Voi credete invece di parlar turco in
mezzo a un pubblico che del turco non conosce neppure la canzonatoria
strofetta:
C’est par là,
Par Allah!
Qu’Abdallah
S’en alla!
O non è dunque fiato sprecato? E allora, scusate, perchè non
smettete?...»
Io le potrei dar causa vinta, signora, e risponderle che il suo
consiglio è veramente da seguire. Potrei risponderle che se appunto
ella, d’ordinario così indulgente con me, si è tanto sdegnata, ciò prova
luminosamente che quando due persone, grazie ad una lunga ed assidua
dimestichezza intellettuale, sembrano capaci d’intendersi, a un tratto,
per un’idea, per una parola, per una intonazione di voce, non
s’intendono più, anzi si crucciano -- nè sempre manifestano il loro
cruccio con lo spirito amabilmente sardonico che ella mette nel
manifestarmi il suo.
Queste risposte che potrei darle le tengo tuttavia per me. A lei dico,
contessa, che dopo la sua lettera e grazie a nuove riflessioni, mi sono
ricreduto. No, non è vero che ogni cervello sia un mondo e che questi
mondi s’aggirino eternamente separati, senza speranza di poter mai
comunicare. Sì, tra gli uomini che più sembrano diversi, tra un
viaggiatore europeo, sapiente, cosciente, raffinato, e l’ultimo Zulù,
c’è un fondo comune, se non propriamente di pensieri, almeno d’istinti,
che li affratella. E tra gli uomini e le donne -- il punto controverso
era questo! -- le differenze del sesso non sono così profonde da rendere
impossibile o molto difficile la comprensione reciproca. Uomini e donne
non solamente s’intendono quando s’amano, s’accostano e si parlano, ma
possono anche intendersi a distanza, senza vedersi; e intendersi a segno
da accordare le loro volontà e da uniformare i loro atti a queste
volontà concordi!... Ella dice che adesso è troppo? Che casco
nell’eccesso contrario? Che vengo a parlarle di spiritismo e di
telepatia quando la discussione s’aggirava intorno a un argomento tutto
morale? No, mia cara amica: non le parlo di telepatia nè di magnetismo:
resto nell’argomento. Ed io, guardi, mi sono ricreduto appunto perchè,
dopo la sua lettera, ho rammentato un fatto che dimostra appunto la
possibilità di quest’accordo a distanza, di questa muta intesa!... «Una
storiella?» mi par d’udirla esclamare, con una scrollatina di spalle,
con un sorrisetto canzonatorio, come per significarmi che ella non crede
ai fatti narrati dai narratori di professione. Io vorrei pregarla di
credere che non invento. Potrà anche darsi che il fatto non sia vero;
garantisco soltanto che m’è stato riferito, dagli stessi protagonisti,
così come glie lo racconterò.
Noi cantastorie siamo spesso presi a confidenti dalla gente che ha
qualcosa sullo stomaco. La confessione non fu detta molto propriamente
Sacramento della penitenza; prima che penitenza è sollievo. I nostri
secreti ci rodono, ci opprimono, ci soffocano; il pensiero assiduo,
cocente, tende ad esprimersi, spinge all’azione ed alla rivelazione. La
psicologia fisiologica spiega molto bene questo rapporto tra la funzione
ideatrice e la motrice; ma noi lasceremo da parte la scienza e le sue
spiegazioni. Io voglio soltanto dirle che, come i confessori, i
narratori ne odono spesso d’ogni colore. Oltre l’istintivo e spesso
incosciente bisogno di comunicare l’invasante pensiero, un interesse
tutto personale, la salute dell’anima, spinge i credenti a confessarsi.
L’egoismo che spinge a noi i confidenti si chiama vanità. Essi vengono a
narrarci i fatti loro perchè, presumendo che questi fatti siano
straordinarii e che a nessuno mai potrebbero capitarne altrettali, noi
riveliamo al gran pubblico e tramandiamo ai posteri i rari e fatali
avvenimenti. A onor del vero, non tutti sono così vani; alcuni, più
modesti, più semplici, vengono a noi imaginando che la nostra scienza
sappia leggere là dov’essi non comprendono; altri ancora -- e sono quelli
che ci fanno maggior piacere -- non vengono a noi, ci mandano le loro
confessioni scritte, dentro una busta. Uno per applaudirci e confermare
le nostre idee, un altro per dimostrarci che siamo semplicemente idioti,
ci narrano una quantità di cose, ci forniscono una quantità di documenti
umani ai quali facciamo sempre festa. Edmondo de Goncourt ne chiese alle
sue lettrici per scrivere -Chérie-; più valore hanno quelli offerti
spontaneamente, senza la pretesa di far della storia. Io ne ho da parte
una cartella, e qualche volta la vuoterò. Oggi, dopo questo già troppo
lungo esordio, vengo al fatterello che le ho promesso per giustificare
la sua fede antica e la mia conversione recente: le anime s’intendono,
s’accordano -- anche da lontano -- senza che gli occhi vedano, senza che
le orecchie odano.
C’era dunque una volta un signore e una signora che s’erano molto amati
-- anche questa è una prova per lei! -- ma che poi non s’amavano più -- e
ciò darebbe ragione alla mia prima idea. Ma le ripeto che mi sono
ricreduto! Insomma, questo signore e questa signora, dopo essere stati
insieme qualcosa come cinque anni -- un lustro! -- se n’erano andati
ciascuno per la sua via. Ho detto: dopo essere stati insieme, e non ho
detto bene. Non erano stati precisamente insieme, sotto lo stesso tetto:
la signora non era interamente libera, e doveva salvare certe apparenze.
L’amico suo avrebbe potuto andare da lei anche tutti i giorni; ma ella
sa che giorno significa quello spazio di tempo il quale comprende anche
la notte; e gli amanti, da che mondo è mondo, hanno sempre preferito le
tenebre alla luce; senza contare che il signore del quale le parlo aveva
molte occupazioni durante il giorno propriamente detto. Dunque, perchè
di giorno egli aveva da fare e perchè le ombre sono maggiormente
propizie ai ludi erotici, egli preferiva i convegni notturni. Ora questi
erano molto più difficili: nè la signora sapeva quando poteva ricevere
l’amico suo; nè, prevedendo d’esser libera, aveva sempre modo di
mandargli un biglietto. Ecco dunque la combinazione imaginata dai nostri
amici per rimediare: quando il signore, passando a tarda sera sotto la
casa della signora, vedeva illuminata una certa finestra, una finestra
che in nessun’altra occasione e per nessun altro motivo poteva essere
illuminata, questa straordinaria illuminazione significava che la
signora era di sopra ad aspettarlo. Per gli amanti, la finestra dietro
alla quale si struggeva una candela stearica non era più una finestra,
ma un faro, il solo Faro, il -Faro- per antonomasia. Egli era poeta ed
ella comprendeva la poesia: intorno a questo Faro, a quest’Occhio della
Notte, a questo Sguardo vigilante ed amico, egli aveva scritto certi
versi che ella aveva mandati a memoria. I fari sogliono essere
particolarmente utili durante il cattivo tempo; e appunto quando tirava
vento, quando c’era nebbia, quando pioveva, quando nevicava, la finestra
soleva splendere e indicare che l’approdo era libero; nelle notti
serene, siccome la signora doveva andar fuori per suo conto, o riceveva
visite, tutto restava buio e il nocchiero filava al largo.
Queste notizie, diciamo così nautiche, sono necessarie all’intelligenza
della storiella. La quale meriterebbe d’essere narrata in uno stile un
poco più serio; perchè, come durante cinque anni i miei due protagonisti
si erano amati d’un amore dolce e forte ad un tempo, così, anzi a più
forte ragione, dopo la rottura non ebbero di che ridere. Perchè ruppero,
allora? Se io pensassi oggi come ieri, le direi che ruppero per quella
tale impossibilità di comprendersi bene, per quella intellettuale e
sentimentale discordia che m’ha valso i suoi vivaci rimproveri; ma io mi
sono, come le ho detto, convertito; e quand’anche non fossi ancora
convertito, non vorrei farla arrabbiare ripetendole una cosa che tanto
le dispiace; le dirò quindi che l’amor loro s’intepidì e s’avviò alla
morte come tutte le cose che hanno avuto nascimento. E come l’amor loro
era stato una bella cosa, ed entrambi sentivano che la fine di una cosa
bella è molto triste e che bisognerebbe a ogni costo impedirla, così
essi ostinavansi a ravvivare il loro sentimento agonizzante; ma poichè
l’impresa era disperata e gli sforzi si rompevano contro la fatalità
della morte, così, vedendo inutili gli sforzi, e non potendo prendersela
col destino irresponsabile, e dovendo per un bisogno tutto umano
prendersela con qualcuno, ciascuno dei due se la prendeva con l’altro.
S’accusarono, adunque, di colpe in piccola parte vere, in molta parte
imaginarie; dalle accuse futili passarono ben presto alle maggiori e da
queste arrivarono subito alla massima che, per due amanti, è quella del
tradimento. Credendo ciascuno d’esser tradito dall’altro, naturalmente
entrambi pensarono di potere, anzi di dover tradire a propria volta;
talchè, come sempre accade, ciò che era dapprima ingiusta imaginazione
divenne tosto ingrata realtà. Egli amò un’altra donna, ella un altro
uomo. Persuasi d’aver ricevuto un torto, il torto estremo, non si videro
più. I loro nuovi amori finirono rapidamente, ma essi continuarono ad
evitarsi. Un giorno, impensatamente, s’incontrarono, per la via. Mentre
egli scantonava, ella gli apparve dinanzi: i loro sguardi s’incrociarono
un istante. E allora, tumultuariamente, le sopite memorie si ridestarono
nel cuore di lui. Aveva più d’una volta pensato a lei, ma con un
sentimento torbido, fatto di rancore e di sdegno; ora, a un tratto, per
averla guardata negli occhi, tutte le dolcezze antiche gli rifluivano al
cuore... Come s’erano amati! Era possibile dimenticare quella passione?
Credeva d’averla dimenticata, aveva voluto cancellarne i ricordi; ed
ecco che risorgevano, immortali!... Da quel punto egli non visse più
della vita reale; le impressioni del presente si perderono nella
continua evocazione d’un passato non tanto passato come pareva. Perchè,
infatti, i sentimenti muoiono forse proprio come gli esseri, per non più
rinascere? E si può mai ricordare un affetto senza ancora in certa guisa
provarlo? Quando noi non lo comprendiamo più abbiamo un bel tentare di
evocarne la memoria: essa ci sfugge. Rammenteremo bensì le circostanze
concomitanti, le condizioni esteriori: penseremo a un nome, rivedremo
una imagine; ma il moto dell’anima, ma il cordiale turbamento non si
ridestano, anzi sono così ribelli al nostro sforzo che noi neghiamo
perfino d’averli provati mai. E invece egli sentiva il cuore battergli
in petto, al pensiero di lei, come la prima volta che l’aveva veduta. E
non sapeva far altro che chiudersi in casa, rileggere le sue lettere,
rivedere le reliquie del perduto amore, ricordare i tramontati giorni
felici. E a poco a poco l’assiduità di quelle appassionate cogitazioni
produsse in lui un mirifico inganno: gli parve che il tempo trascorso
dalla rottura, tutto il triste tempo della nuova sterile prova e della
solitudine fredda non fosse trascorso realmente; gli parve d’aver
sognato queste cose e di rivivere nella stagione dell’amore beato. Che
faceva egli allora? Pensava a lei, sempre -- come ora! Le scriveva -- e
come allora egli si metteva ora alla scrivania, per cominciare una
lettera. Le antiche espressioni ferventi gli spuntavano sotto la penna;
con la stessa tenerezza d’una volta egli tracciava sopra una busta il
nome di lei, il bel nome tante volte, quante volte mormorato tenendola
fra le braccia!... Andava anche da lei, allora -- e guardando ora il
cielo nebbioso, udendo i fischi del vento, lo scrosciar della pioggia,
egli vedeva con gli occhi del cuore il Faro splendente nella notte, la
guida fedele additargli il Porto delle Soavità. Ora, pensando che se
fosse passato dalla nota via, dalla via della quale conosceva ogni
angolo, ogni sasso, egli non avrebbe più visto risplendere il Faro, che
tutto sarebbe stato chiuso ed oscuro, che quel porto gli era vietato,
che quelle soavità erano finite, ei pianse le lacrime del rimpianto e
del rimorso. La propria colpa gli apparve evidente e il dolore lo
schiacciò. Qual riparo tentare? Che fare per vivere ancora? Mandarle una
di quelle lettere che veniva scrivendo e poi lasciava dov’erano? Ma come
l’avrebbe ella accolta?... Non era stata di lei stessa la colpa? Che
sperare da chi lo aveva tradito?... E la disposizione del suo spirito
mutò; egli credette un momento d’essersi agguerrito contro la lusinga,
contro sè stesso. Ma il dubbio tornò ad occuparlo: non aveva tradito
egli stesso? Il torto non era suo proprio? Sì, suo: principalmente suo.
E che pensava ella di lui? Lo incolpava? Aveva tutto dimenticato?... Non
era possibile! Vedendolo, guardandolo negli occhi, improvvisamente, le
memorie avevano dovuto travolgere anche lei: ne era sicuro. Ella aveva
dovuto pensare alla forza, alla dolcezza della loro passione; dire a sè
stessa -- come lui -- che una passione simile non si dimentica. Anch’ella
aveva dovuto tentare d’uccidere la memoria; ma i suoi sforzi dovevano
essere rimasti sterili -- come quelli di lui. Che faceva ella in quei
giorni? Come lui, senza dubbio, evocava il passato; ricercava, rivedeva
le mute e inerti testimonianze dell’amor loro; come lui s’incolpava
d’aver ucciso questo amore. Era possibile che pensasse ad altro, che
provasse altro? Guardando quel cielo costantemente grigio, i vetri
rigati dalla pioggia, i tetti imbiancati dalla neve, che altro poteva
pensare se non che meno d’un anno addietro, nelle notti come quelle,
illuminato il Faro, ella stava ad aspettar l’amato, dietro un uscio, per
gettargli le braccia al collo appena varcava la soglia della sua casa? E
come egli, all’ora dell’amore, si struggeva dalla tentazione di
ripassare da quella casa, con la lusinga di poter vedere ancora una
volta risplendere il Faro, non provava anch’ella la tentazione
d’illuminarlo ancora una volta e d’aspettare la venuta di lui?
Quest’idea, l’idea di rivedersi al modo antico, ora che s’erano
incontrati, ora che l’amarezza della separazione era passata, ora che la
stessa stagione correva propizia ai convegni, che lo stesso cielo pareva
favorirli; quest’idea che occupava e invadeva lo spirito di lui e ogni
sera gli suggeriva di rifare la via consueta, non doveva occupare e
invadere lo spirito di lei? Logicamente, necessariamente, il
contemporaneo risveglio di comuni memorie non doveva produrre in due
anime che avevano vibrato all’unisono un identico stato di coscienza, la
stessa disposizione sentimentale, eguali speranze, bisogni simili, gli
stessi impulsi? Egli ne ebbe in breve la morale certezza. Senza aver
parlato con lei, senza aver saputo nulla di lei, senza neppure averla
riveduta dal giorno dell’incontro, fortuito, la sentì tutta piena dei
ricordi dell’amore, tutta amante, aspettarlo ansiosa dopo aver disposto
l’usato segnale... e una sera, una notte che la neve fioccava a larghe
falde, egli s’avviò...
Non s’era ingannato, contessa. E vede come io avessi ragione
d’assicurarle che lo spiritismo non entrava per nulla nel mio
fatterello? L’analisi psicologica, la legge secondo la quale le idee si
associano e i moti dell’animo si seguono, basta a spiegare un’intuizione
simile. L’amica nel cuore della quale egli leggeva a distanza, leggeva
anch’ella nel cuore di lui. Tutti i sentimenti per i quali egli era
passato, dopo l’incontro imprevisto, avevano occupato successivamente, e
con lo stesso ordine, l’anima di lei. Ella aveva realmente evocato e
rimpianto il passato, aveva tentato di scrivere all’amico, poi lo aveva
accusato, poi aveva accusata sè stessa; ad un tratto era stata sicura
che anch’egli pensava a lei com’ella pensava a lui. Vedendo quella
successione di sere propizie ai convegni s’era sentita struggere
all’idea d’averne ancora uno: e certa che egli partecipava a quel
desiderio, a quel bisogno, una sera che pioveva a diluvio dispose il
segnale ed aspettò. Aspettò, tremante di freddo e ardente di rancore,
dalle nove a mezzanotte: non venne nessuno... Egli era passato la sera
prima, quando nevicava soltanto; se n’era tornato indietro con la morte
nel cuore e l’ironia sulle labbra vedendo che il Faro era spento... Sì,
contessa, ella ha ragione: le anime si comprendono, i cuori s’accordano,
le volontà s’uniformano; senza parlarsi, senza vedersi, i nostri amanti
provarono gli stessi sentimenti, obbedirono agli stessi impulsi;
solamente, sbagliarono giorno...
L’INDISCRETA DOMANDA
-Spiritosa contessa ed amica spirituale,-
Quando, per darle a intendere che ero d’accordo con lei e che mi
accostavo alla sua tesi della comprensibilità delle anime, io le narravo
l’apologo della -Muta Comunione-, sapevo bene quel che facevo. Con una
dama arguta come lei, siano pure gravi ed incomponibili i divarii delle
opinioni, si è sempre certi di potersi accordare in quella media e
sensata verità nella quale le menti equilibrate s’acquetano. Se pur misi
una punta ironica nella mia narrazione, ella mi ha dato ragione, perchè
«la vita è piena d’un umorismo come il vostro amaro e dissolvente;» e
mentre io ho fatto un passo verso di lei, anch’ella ne ha mosso uno
verso di me temperando la vivacità delle sue prime recriminazioni.
Nondimeno, quantunque ella ponga ora una maggiore indulgenza nel
ribattere le mie idee, non per questo è disposta ad accettarle. Una
specialmente le dispiace: ella rifiuta di credere che, in amore, la
fredda, impassibile e vuota bellezza delle forme sia, da parte delle
donne, maggiormente apprezzata del valore morale e dell’intellettuale
grandezza negli uomini. Il caso di Mirabeau, che a onor del vero io
stesso citai, le pare dimostrazione della regola e non mai, come io
sostengo dell’eccezione. Ella dice che ogni Mirabeau, cioè ogni uomo
fisicamente orribile, con un piede storto, col viso crivellato dal
vaiolo, «brutto come Satana» -- diceva lo stesso padre del grande oratore
-- ma grande moralmente, troverà una ed anche più d’una marchesa de
Monnier capace d’amarlo di un immortale amore. Io dico, sì, che ad un
genio sovrano la bruttezza non impedirà d’essere amato, ma che alla
media umanità un poco di bellezza giova più di molta grandezza; perchè
la bellezza si rivela immediatamente allo sguardo e basta aver occhi per
apprezzarla; mentre le qualità del cuore e della mente richiedono una
più o meno assidua frequentazione avanti d’essere riconosciute; quindi
un uomo bello ma stupido produce una prima impressione favorevole,
mentre un grand’uomo orrido produce una prima impressione repulsiva; ora
ella non ignora che le prime impressioni sono le più importanti e
sogliono anche resistere alle contrarie impressioni susseguenti. Il
vantaggio dello stupido Adone sul Genio mostruoso mi pare quindi
evidente; senza contare che la bellezza plastica, l’armonia delle
proporzioni, la freschezza della gioventù, come sono immediatamente
riconoscibili, così non si possono neppure negare; mentre le qualità
morali sono, perchè morali, di più ambigua natura e più discutibile
essenza, e corrono il rischio, pertanto, di restare disconosciute. Senza
contare ancora che, mentre l’assoluta bellezza plastica, quantunque
rara, pure esiste, l’assoluta simpatia, la perfetta grandezza morale e
intellettuale non esistono; anzi, come ha luminosamente dimostrato un
filosofo che è onore d’Italia, il Genio più alto ha più lati manchevoli.
Con questo non voglio negare ciò che le ho già concesso, cioè che il
Genio, a dispetto delle brutte forme, possa esercitare ed eserciti una
forte attrazione. E guardi come sono arrendevole; non mi basta d’averle
addotto l’esempio di Mirabeau; ne voglio aggiungere ancora un altro,
forse più significativo!
Sofia de Monnier era una donna moderna -- o press’a poco -- e come tale
s’intende che il fascino dell’ingegno la facesse passar sopra alla
diabolica bruttezza di Onorato Gabriele di Riquetti. Di più, aveva un
marito di settant’anni, e ciò spiega una quantità di cose... Ipparchia,
invece, della quale le voglio narrar l’avventura, era una fanciulla
greca, e quantunque l’avessero educata come per farne un’etera -- ella sa
che in Grecia le etere erano le sole donne cui s’impartissero gli alti
insegnamenti della filosofia -- pure è maggiormente notevole che
s’innamorasse di Crate, celebre filosofo cinico, il quale era
poverissimo, gobbo ed orribile. La passione d’Ipparchia divampò così
gagliarda, che ella volle lasciar tutto per vivere con costui, a
dispetto di quanti la accusavano di pazzia, a dispetto dello stesso
filosofo -- che non doveva poi esser tanto cinico quanto pareva, se le
mise sotto gli occhi la propria miseria e la propria infermità. Tutto fu
inutile: Ipparchia rispose a lui, come ai parenti ansiosi di
distoglierla da quell’amore, che non avrebbe mai potuto trovare un
marito più bello d’un tal filosofo. Allora Crate, il quale non poteva
sempre dimenticare i precetti della sua canina filosofia, la condusse
nel Pecile, che era uno dei portici più frequentati d’Atene -- come dire
quelli della Galleria qui a Milano -- e lì... ma io non farò come
Sant’Agostino, che ricamò pepati commenti su quanto accadde lì tra quei
due; farò piuttosto come fece un amico del cinico, traversando per caso
il Pecile nel punto culminante dell’avventura: getterò sulla coppia un
mantello...
E poi? Che cosa importa? Due, dieci, cento, mille eccezioni potranno
infirmar mai la regola? E la regola è che, per l’opera di seduzione, le
qualità fisiche esercitano un’azione più pronta e producono un risultato
più decisivo delle morali virtù; che, per essere amati, è più
importante, è necessario essere semplicemente belli, e giova meno
possedere una grande bontà, un’anima ardente, un’intelligenza sovrana.
Se noi distingueremo l’amor sensuale dall’amor morale, potremo forse
dire che la bellezza fisica accenderà il primo e che le qualità morali
susciteranno il secondo. Ma se ciò sta bene astrattamente, la
distinzione non è così facile in pratica. Imaginiamo un caso. C’è un
uomo brutto, ma quest’uomo possiede -- e la gente sa che possiede -- un
grande ingegno, una squisita sensibilità, le migliori disposizioni del
cuore e della mente. La sua bruttezza gli nocerà, dinanzi alle donne,
più che non gli gioveranno queste magnifiche disposizioni, oppure
quest’ultime faranno dimenticare la prima? Ella m’ha detto che la cosa
dipende «dall’indole diversa delle diverse donne,» e va bene; perchè,
evidentemente, una donna superiore, che nell’amore cerca l’appagamento
di cordiali e ideali bisogni, apprezzerà le virtù e passerà sopra alla
bruttezza; ma su cento donne prese a caso in mezzo alla folla, quante
provano a un tal grado questi bisogni? Reciprocamente, se c’è un Adone
inanimato come la statua del bellissimo dio, le sue probabilità di
riuscita non saranno maggiori, paragonate a quelle del brutto
grand’uomo?
«Sois beau!» dice l’amabile autore dei -Consigli ad un giovane che si
dedica all’amore-. «Sinon, n’aime pas. Sans beauté l’on peut être
choisi; il arrive aux plus jolies de préférer les plus laids; c’est une
histoire souvent renouvelée que celle de la femme de Joconde. Toi
cependant, mon élève, docile aux bons conseils, qui te fais enfin de
l’amour l’idée qu’il convient d’en avoir, défends toi d’aimer si tu n’as
pas reçu les dons qui charment les yeux...» -- «Un’altra citazione?...»
l’odo esclamare di qui; «e avete il coraggio di citarmi proprio quel
gran moralista che si chiama Catulle Mendes?...» Non vada in collera,
contessa: io lascerò lì subito l’autore di -Zo’ har-, e le narrerò
invece un altro fatterello: va bene così? Le narrerò un fatterello che
dimostra appunto quanto sia grande e superiore a quello esercitato dalla
eccellenza morale, l’impero della plastica e corporea bellezza.
Ella conosce la storia del mio povero amico Raeli. Nella breve
esperienza di questo infelice vi furono molte cose che sarebbero state
degne di nota; disgraziatamente la più gran parte egli le portò via con
sè, nel sepolcro che troppo presto si schiuse. Io posseggo tuttavia
molte sue lettere ed anche un suo libro di memorie, del quale una volta
o l’altra le riferirò alcuni curiosi passaggi. Già narrai, tempo
addietro, la crisi tremenda che spinse l’amico mio a togliersi la vita;
la strana fatalità per la quale ad un uomo come lui, disgustato dei
reali amori, assetato di purezza, doveva venire incontro un’altra
disgraziata che non poteva più dargli ciò che le avevano portato via. Ma
prima di questa tragica avventura egli aveva amato, una volta: se ne
rammenta? Egli s’era acceso, a Vienna, della Woiwosky, d’una dama che
avrebbe fatto -- ed aveva fatto veramente! -- la felicità di molti uomini,
ma con la quale egli non poteva andare a lungo d’accordo. L’amor loro
finì male, come ella sa; e la brutta fine di quest’amore non fu una
delle minori ragioni che resero Ermanno Raeli così esigente e tanto
dolorosamente sensibile; ma, sul principio, la felicità sorrise ad
entrambi. La Woiwosky non aveva ancora idea delle delicatezze ingenue,
delle poetiche fantasie, delle invenzioni sentimentali che un uomo come
Raeli sapeva mettere nella passione. Con una cultura fuor del comune,
con un’anima bizzarramente complicata e quasi duplice, ora sottilmente
indagatrice, ora tumultuosamente appassionata; con uno spirito ora
critico, ora inventivo, mezzo tedesco e mezzo arabo, scettico per
esperienza, tollerante per persuasione, buono in fondo d’una bontà
candida, a quel giovane non mancava proprio nessuna delle doti
intellettuali, delle morali disposizioni che, secondo lei, importano
principalmente. Ne aveva fin troppe ad un tempo, ed appunto per ciò egli
sofferse tanto e non potè mai contentarsi di quel che la vita gli diede.
Ma ora io non voglio ragionare di queste cose; voglio rammentarle che
pochi uomini avevano un’anima ed uno spirito più riccamente dotati dei
suoi. E non era neppur brutto! Bello non si poteva dire, nel preciso
senso di questa parola; ma la curiosa fusione del tipo nordico e del
meridionale dava alla sua persona un gran carattere, oltre che la sua
espressione era delle più simpatiche. Ed alla Woiwosky egli era dapprima
piaciuto fisicamente; costei aveva cominciato ad apprezzare più tardi la
rarità del suo spirito. Ma, pure amandola e sentendosi amato da lei,
Raeli, che fu chiamato con Byron -the child of doubt and death-,
indagava assiduamente, come sempre, il proprio sentimento e l’altrui.
Egli pensava, ed era nel vero, che le sue proprie qualità morali
sopravanzavano di gran lunga le fisiche, e che, se pochi uomini potevano
stargli a fronte nel campo del pensiero e del sentimento, moltissimi
altri erano senza fine più avvenenti di lui. Allora, curioso come quei
bambini che spezzano i balocchi pur di vederne il congegno, egli
cominciò a smontare l’amore dell’amica sua per vedere com’era fatto.
Discutendo tra sè il problema che ci occupa e ci divide, egli pensava
come me, contessa: che la bellezza preme sopra ogni cosa. A questa
persuasione lo aveva condotto non l’astratto ragionamento, ma il
positivo studio della storia naturale. Grazie a questo studio egli
sapeva che in tutto il mondo vivente c’è una scelta sessuale e che
questa scelta è fatta con i criterii della vistosità delle forme, della
vivacità delle colorazioni, della ricchezza degli ornamenti. Gli uomini,
animali ragionevoli, sono, prima che ragionevoli, animali; quindi
obbediscono a quelle stesse leggi che regolano tutto il mondo animato:
in forza di questa argomentazione egli non dubitava della capitale
importanza della venustà. Così pensando, si proponeva questo problema:
«Che cosa varranno le mie doti morali e quella poca bellezza che
posseggo, se un giorno un uomo veramente bello tenterà di portarmi via
il mio bene?...» Egli non prevedeva ancora, non sospettava neppure che
l’amica sua l’avrebbe tradito, -- nè realmente ella poi lo tradì per un
Adone! -- ma, pur concedendo che la virtù di costei avrebbe saputo
resistere a ogni seduzione, egli temeva d’essere menomato nel concetto
di lei, di dover necessariamente scapitare ai suoi occhi quando ella
avrebbe conosciuto un vero Adone.
Un giorno essi andarono insieme a Schönbrunn. Provveduti d’un permesso,
visitarono il Palazzo d’estate. Nella corte, mentre stavano per avviarsi
alla scalea, apparve dinanzi alla coppia amante un militare, un alfiere
delle Guardie del Corpo. Ermanno Raeli soffermossi, turbato dalla
maraviglia. Quell’uomo aveva la bellezza d’un Dio. Alto oltre la media,
e tanto che appena un poco più sarebbe parso sgraziato, la sua
dominatrice statura, il portamento marziale, la stupenda proporzione
delle membra, la felice armonia dei lineamenti, l’agile forza che
rivelavasi all’incesso, alle mosse; la delicata morbidezza della
carnagione, la serica biondezza dei capelli e dei baffi, la dolce e
nobile espressione degli occhi, le stesse smaglianze della divisa che
non pareva sovrapposta alla persona ma far tutt’uno con essa,
mortificavano ed avvilivano ogni altra figura, intorno a lui. Ed
Ermanno, con una stretta acutissima al cuore, sentiva di non valere più
niente, d’esser meschino, povero, inutile, spregevole; ma tuttavia il
senso di felicità che la vista di quella miracolosa creatura gli
procurava, il sentimento estasiato che lo invadeva quasi contemplando
una sublime opera d’arte, erano ancora più forti della sua umiliazione.
Se in lui, uomo, rivale, si produceva un effetto tanto profondo, che
cosa doveva provare l’amica sua?... Egli si volse verso di lei: la donna
non esprimeva meraviglia alcuna. Quando il militare, allontanatosi, non
potè più udirli, le domandò:
-- Hai visto che bella figura?
Ella rispose semplicemente:
-- Sì, molto bella.
Più tardi, quando furono proprio soli, intimamente, egli tornò a
interrogare:
-- È proprio vero che sei rimasta indifferente dinanzi a quell’uomo?...
Ne vedesti mai di più belli?... Non è possibile che tu non abbia nulla
provato!...
Ella continuò a rispondere che gli era parso molto bello, che non
rammentava d’averne visti altri così, e che aveva appunto pensato: «Ecco
propriamente un bell’uomo!....»
Ma da quel giorno egli non la lasciò più in pace, cupido di sapere. Le
descriveva con calore la divina bellezza del militare, le domandava se
lo avrebbe amato; ella rispondeva che le persone non si amano così, per
averle viste a pie’ d’una scala. Le diceva ancora:
-- Se io sembro una marionetta, vicino a lui, come ti posso ancora
piacere?
Ed ella rispondeva:
-- Tu non mi piaci soltanto, ti amo.
-- Riconosci dunque che è più bello di me?
-- È bello come una statua. Le statue s’ammirano, non si amano.
-- Se non amassi me?...
-- Che idea!
Gli sfuggiva; ma Raeli sentiva che in fondo al pensiero di lei c’era
qualcosa che ella non diceva, che non voleva dire. Naturalmente la paura
di offender l’amato, di perdere la stima di lui, la vergogna e il morale
pudore le impedivano di rivelare il proprio sentimento, di confessare
che la sola venustà della forma bastava ad accendere il suo desiderio.
Ermanno voleva però ad ogni costo ottenerne la confessione. E una volta,
in uno di quei momenti che ogni pudore è dimenticato e la sincerità
trionfa di tutte le vergogne, dopo aver ripreso a descrivere, ammirato,
la bellezza del militare, egli le domandò improvvisamente, prendendole
una mano, guardandola negli occhi:
-- Ascolta: se io partissi, se tu non avessi più notizie di me, se fossi
come perduto, come morto per te; se in queste condizioni tu ti trovassi
sola con lui e se egli ti cadesse ai piedi, che cosa faresti?...
Ella liberò la mano dalla stretta, chiuse gli occhi, portò le mani agli
occhi chiusi, stette un istante così, in silenzio, come per raccogliere
tutta la propria pazienza contro l’offensiva insistenza dell’amico suo;
poi, molto piano, rispose:
-- -Non me lo domandare-...
L’OMONIMO
-Mia cara amica,-
E va bene! Ancora una volta ella ha ragione!... Noi dovevamo discutere
se l’impero della bellezza è maggiore del prestigio del genio, e per
dimostrare che il genio è posposto alla bellezza io le ho riferito il
sentimento d’una donna che del genio non poteva comprendere il valore.
«Questa vostra signora Woiwosky, per vostra stessa confessione, non
aveva ancora idea d’una sensibilità squisita, d’una imaginazione
feconda, d’un intelletto acuto come quelli del vostro amico. Ed aveva
avuto altri amanti prima di lui, e lo tradì: come volete dunque che io
la prenda sul serio? Era, evidentemente, una di quelle disgraziate che
non obbediscono se non agli istinti, che ignorano il mondo superno dei
sentimenti e delle idee: e vi meravigliate, allora, che un paio di baffi
biondi la titillasse e che ad un paio di baffi biondi ammettesse di
poter sacrificare un’anima come quella del vostro amico? Ma se voi
volete provare che la musica è superiore alla pittura, fatemi un poco il
piacere di non addurmi il giudizio d’un cieco!...»
E se io le dicessi, contessa, che rispetto al genio tutte le donne sono
cieche?... Ella non si offenderebbe di questo giudizio; perchè, se noi
non andiamo spesso d’accordo, molte volte ella ha riconosciuto, con una
schiettezza che non so se faccia più onore alla sua intelligenza o alla
sua modestia, l’intellettuale inferiorità delle donne. Così stando le
cose, se la mente muliebre non vive nè arriva alle altezze dove il
maschio intelletto opera e spazia, che cosa importerà alle donne la
grandezza intellettuale? Che cosa faranno esse di ciò che non
intendono?... Naturalmente, noi metteremo da parte le eccezioni. Nè mi
dica che la galanteria mi suggerisce questa concessione. Io non
commetterò ora l’insulsaggine di lodare l’intelligenza di lei; ma, se
dobbiamo discutere il nostro problema, il quale, mentre mi pareva
risolto con un assioma, sta per diventare -- grazie alla sua ostinazione!
-- un apòro, io le ripeterò che alle donne di molta levatura sicuramente
la grandezza importa più della bellezza; farò anzi di meglio: le
riferirò il motto d’una non volgare Amatrice dinanzi a cui qualcuno,
riferendo certe fortune galanti di Guy de Maupassant, diceva, quasi per
giustificarle, che il grande scrittore era anche un bell’uomo.
-- -Chi si chiama Maupassant non ha bisogno di essere bello-, -- rispose
costei; ed ella batta pure le mani, si giovi fin che vuole di questa
risposta: io debbo dichiararle che questi ed altri simili esempii sono
tutti esempii dell’eccezione, non mai della regola. Esempio della regola
è quello che racconta Chamfort e che ella mi permetterà di riferirle. Il
filosofo Elvezio era, da giovane, bello come l’amore. Una sera che se ne
stava, al teatro, tranquillamente seduto vicino alla celebre Gaussin, un
molto ricco e noto banchiere venne a dire all’attrice: «Mademoiselle,
vous serait-il agréable d’accepter six-cents louis, en échange de
quelques complaisances?...» L’attrice rispose, forte abbastanza perchè
il giovane filosofo potesse udire, e additandolo: «Monsieur, je vous en
donnerai deux-cents, si vous voulez venir demain matin chez moi avec
cette figure-là...»
La regola, signora mia, è che al più gran numero delle donne il genio
importa poco e che quasi tutte gli preferiscono un bel viso. Se noi
enunzieremo il nostro psicologico problema così: «Dato un uomo di genio,
il quale sia anche un bell’uomo, trionferà egli più presto per il suo
genio o per la sua bellezza?» io dico che la soluzione non può esser
dubbia: la bellezza eserciterà l’azione più pronta ed efficace. E se le
ho dianzi citato un esempio storico, glie ne aggiungo un altro che non è
storico ancora, ma sarà tale, perchè riguarda un genio non meno grande
nell’arte di quel che fosse Elvezio nella filosofia. Stia un poco
attenta: la storiella che le narrerò è una delle più graziose fra quante
mi furono confidate.
Crede ella che sia permesso ignorare, in Italia, chi è Guglielmo
Valdara? Chi non ha letto i suoi magnifici versi, chi non ha almeno
udito ripetere i più famosi, quelli divenuti popolari, entrati ad
arricchire il patrimonio della lingua parlata, come i proverbii e i modi
di dire? Ma se a nessuno riesce nuovo il suo nome, molti non avranno
idea della sua persona e non sapranno che egli possiede quel genere di
maschia bellezza destinata a piacere alle donne ed a formare l’invidia
degli uomini. È alto, magro ed agile; ha lineamenti nobili e puri,
capelli folti e dorati come nella prima gioventù. I suoi amici gli
chieggono, scherzando, di quale tintura si serve; ma Valdara è veramente
un miracolo di conservazione -- poichè, come ella saprà, è più vicino ai
cinquanta che non sia lontano dai quaranta. Ma il tempo passa per lui
senza offenderlo, e la sua figura è di quelle la felice armonia delle
quali muta di carattere, ma non si distrugge. Quando le sue chiome
saranno tutte d’argento, sembrerà ch’egli abbia messo, per civetteria,
una bella parrucca -- e piacerà ancora. Quando non avrà più capelli, la
sua testa parrà scolpita nel marmo pario -- e non dispiacerà. Ma veniamo
all’avventura della quale fu l’eroe.
Due anni addietro, sul principio dell’estate, egli andò ai bagni d’Aix,
dove trovò parecchi connazionali, ma nessuno di sua conoscenza. Qualcuno
di quegli Italiani, tuttavia, avendo letto il suo nome sulla lista dei
viaggiatori, lo considerava con l’occhio attento ed un poco attonito col
quale si guardano i grandi uomini, le bellissime donne e le bestie rare.
Certuni gli gironzavano attorno, cercando l’occasione di dirgli che
sapevano chi era; ma, naturalmente nemico di questo genere di
esposizioni, Valdara evitava costoro, ed era molto contento quando lo
scambiavano con uno dei tanti Valdara così numerosi nell’alta Italia,
specialmente col proprietario o direttore che sia del celebre lanificio
di Biella.
La corte degli uomini lo seccava; però egli faceva la corte alle
signore. Una sopra tutte gli piaceva: la moglie graziosissima ed
elegantissima d’un ingegnere piemontese, il cui nome si omette per
discrezione. Fin dal primo giorno che costei apparve alla -table
d’hôte-, Valdara le piantò gli occhi addosso, con una persistenza
legittimata dalle occhiate rapide e frequenti che anche ella gli
rivolgeva. La sera, al Casino, uno di quei curiosi che era finalmente
riuscito ad esprimergli la propria ammirazione e che conosceva
l’ingegnere e la moglie, lo presentò alla coppia di fresco arrivata. E,
credendo di riescirgli particolarmente gradito, si mise a parlare di
letteratura. Valdara, lieto della conoscenza fatta, era un po’ seccato
da quel discorso, temendo da un momento all’altro di sentir citare le
proprie opere o di dover rispondere alla solita incresciosa domanda: «E
che cosa ci regalerà di nuovo?» Per fortuna il seccatore ebbe il buon
gusto di non alludere a lui; nè la signora, la quale del resto era un
poco stanca e si ritirò molto presto, gli fece gl’immancabili ed
immancabilmente stupidi complimenti.
Fin dal domani Valdara cominciò l’assedio, e con gran piacere s’accorse
che le cose si mettevano bene. Il seccatore se ne partì, l’ingegnere
stava poco bene, quindi egli ebbe l’agio di veder spesso sola la dama
dei suoi pensieri. Una settimana dopo, ottenne di fare con lei una
passeggiata clandestina. Parlarono di tutto, fuorchè di letteratura;
anzi, non di tutto, ma d’una cosa sola. Ella indovina quale. Valdara
disse alla sua bella connazionale, con tutta l’eloquenza che gli era
consentita dall’assoluta solitudine, quanto gli piaceva -- e la sua bella
connazionale se lo lasciò dire. Dopo un’altra settimana di colloquii, di
balli, di strette di mano furtive, di baci un po’ rubati e un po’
concessi, ella andò a trovarlo in camera sua. E allora, come facilmente
comprenderà, non parlarono di niente. Le visite si rinnovarono, e furono
tutte poco verbose, perchè necessariamente brevi. Insomma, Valdara
assaporava beatamente la dolcezza dell’avventura, e come non chiedeva
null’altro all’amica, così non gli faceva senso che neppur ella gli
chiedesse null’altro.
Ora, un giorno, mentre l’aspettava, la posta gli portò due pacchi
contenenti sedici copie del suo nuovo volume -Le Memorande-, che
l’editore proprio in quei giorni doveva diffondere per tutta la
penisola. Siccome mancava più d’un’ora al convegno, egli si mise a
scrivere le dediche su quei volumi che s’era fatti mandare appunto per
spedirli agli amici. Non aveva ancora finito che l’uscio si schiuse e
l’amica sua gli venne incontro. Egli lasciò a mezzo le dediche e tese le
braccia alla dama, esclamando, a bassa voce, ma con l’accento della più
lieta meraviglia:
-- Che piacere!... Tanto più presto!... Non vi speravo ancora!...
Ella spiegò che una felice circostanza l’aveva lasciata libera prima
dell’ora consueta e che perciò avrebbero potuto restare insieme più a
lungo del solito.
-- Ma io non disturbo?... -- domandò con un discreto sorriso, per farsi
assicurare del contrario; e Valdara:
-- Voi?... Se non mi par vero?... Se m’avete risparmiato la febbre
dell’attesa!...
Accennando alla scrivania, ella soggiunse:
-- Facevate però qualche cosa... -- e andò a vedere.
Le copie delle -Memorande- erano distribuite in due pile: da una parte
quelle dove la dedica era già fatta, dall’altra quelle dov’era ancora da
fare; nel mezzo, aperto alla prima pagina bianca, l’esemplare dove
Valdara stava scrivendo; «-A Giuseppe Giacosa, fraternam-...» Ella
guardò curiosamente quei libri, prese l’esemplare aperto e considerò un
poco la dedica.
-- Questo libro è dunque vostro? -- domandò, senza nessuna espressione di
compiacimento o di stupore; e Valdara, stupito invece un poco per
proprio conto, rispose:
-- Si, è mio... Ne gradite una copia?...
Allora, con l’espressione di chi si sovviene a un tratto di qualche
cosa, la dama insistè:
-- Dunque voi siete Valdara, il poeta?... L’autore delle -Elegie
d’autunno-?... -- E naturalmente, tranquillamente, come se il sapere che
l’amico suo era uno dei più grandi poeti della patria non gli
aggiungesse nè gli togliesse nulla, ella continuò: -- -Io avevo creduto
che foste quell’altro, quello del lanificio...-
Per la verità debbo aggiungere che Valdara, quella volta, restò un po’
male.
LA VEGLIA
-Cara Contessa,-
Pare che l’avventura di Guglielmo Valdara, se non l’ha proprio convinta,
l’abbia scossa, almeno, e indotta a dubitare di ciò che prima asseriva
con troppa fermezza. Infatti, concedendomi che le donne stiano attente
alla bellezza degli uomini da amare più che non alla morale altitudine
di essi, ella mi domanda: «E gli uomini, allora? Che altro cercano, se
non le qualità fisiche? Che prezzo dànno alla bontà, all’intelligenza,
alla virtù? E allora oserete fare una colpa a noi donne se la bellezza
ci seduce? Ma se noi le diamo tanta importanza, se la cerchiamo con
tanto impegno, se non amiamo senza trovarla vuol dire, mi pare, che
siamo ad essa sensibili; voialtri, invece, non ne fate anche a meno,
tantissime volte? Non avete riconosciuto che una donna qualunque, una
femmina purchessia, è dai maschi desiderata e cercata? Dite benissimo;
ma la conseguenza che traete da queste premesse è storta, stravagante e
tutta opposta a quella che dovrebbe essere; perchè mentre la logica
dovrebbe farvi riconoscere che gli uomini amano meno bene, la
presunzione vi fa dire che essi soli sanno amare!...»
Io direi, contessa, di non ingolfarci in questo dibattito. Tanto, è
fuori di dubbio che, dopo avere versato fiumi d’inchiostro, ciascuno
s’affermerà nella propria opinione. Sarà anche inutile tirare in ballo i
grandi scrittori passati e presenti; perchè, se Shakespeare ha detto che
«l’impronta dell’amore nel cuore delle donne è come la figura disegnata
sulla neve, che un raggio di sole cancella,» ella mi rovescerà addosso
una quantità di moralisti, di pensatori, di poeti che dànno ragione a
lei. Dunque, lasciamola lì. Soltanto, perchè ella non mi scambii le
carte in mano -- tutte le signore sono felici quando riescono a barare al
giuoco -- la pregherò di notare che noi parlavamo d’uomini e di donne,
non già di maschi e di femmine. Nella bruta ed infima umanità, come in
tutto il regno animato, l’ardenza dei bisogni mascolini è tale, che fa
passar sopra ad ogni qualità nelle femmine da amare, mentre la freddezza
femminile ha bisogno dello stimolo e dell’eccitazione prodotti da maschi
appetibili per bellezza o per forza. Ma questi amori meccanici sono
amori nell’umano senso della parola? Amori sono quelli delle creature
dotate di spirito, d’anima, di mente, di cuore: or siccome il cuore, la
mente, l’anima, lo spirito degli uomini sono più vasti, più potenti, più
alti, più forti di quelli muliebri, così gli uomini amano meglio delle
donne. L’istinto inferiore potrà bensì talvolta vincerli; ma anche
allora essi trovano modo di riscattare le loro cadute. Ella mi dice che
nessuna donna va in cerca del solo piacere, e sia come ella vuole;
mentre un’infinità di uomini, soggiunge, e non già dei volgari ma dei
più nobili, cercano un’infinità di volte «la pura -- l’impura! -- e
semplice soddisfazione degli appetiti;» ma ciò che a lei par semplice
non è poi tanto semplice come le pare; e ancora quando uno di costoro si
trova in cospetto d’una mercenaria, sa ella che cosa prova? Invece
d’imaginare i sentimenti che questi uomini possono provare in tali
circostanze, ascolti piuttosto il fatto che voglio narrarle.
Non posso dirle a chi lo debbo. Il cantastorie di professione non
avrebbe difficoltà di attribuirlo ad un personaggio fantastico, del
quale foggerebbe lì per lì il nome e il cognome; ma se così facessi mi
parrebbe di scemare la verità, di menomare il valore di questo fatto. E
mi basterebbe, per un altro verso, dire il nome del mio confidente, che
è uno dei più potenti e venerati Principi del Pensiero, perchè ella si
disponesse a udirmi con più intensa curiosità e m’accordasse più sicura
fede; ma io non posso e non debbo dirlo: giacchè, quand’anche l’usanza
non vietasse di narrare intime cose del Genio finchè la manchevole vita
lo tiene e quasi menoma la grandezza sua, il rispetto che ho per gli
scrupoli di questo mio grande Maestro, i quali sono fra i più gelosi e
delicati che la sensitiva Anima abbia mai educati, mi vieterebbe di
tradire la confidenza della quale egli mi onorò. Ella si contenterà
pertanto ch’io lo chiami Protagonista, senz’altro.
Protagonista significa, secondo l’etimologia, primo gareggiatore, ed
egli era veramente alla sua prima gara d’amore. Non aveva ancora, non
che posseduta, ma neppur vista una donna; intendo che il mistero della
forma muliebre gli era sconosciuto. E doveva ancora compiere vent’anni,
il che le dica se sentisse ardenti gli stimoli dell’istinto. E s’era
abbeverato di poesia, il che le dica con quanto struggimento aspettasse
e sognasse d’amare. Ma il tempo passava, egli avanzava nella vita, e la
Terra Promessa non appariva. Egli sentivasi solo, monco, incompiuto: ma
la metà di sè stesso della quale era privo, l’essere del quale aveva
bisogno, non compariva ancora. Per appagare, con l’ardente bisogno,
l’esasperata curiosità, egli non trovò di meglio che varcare, una sera,
la soglia d’uno di quei luoghi dove si vende il Piacere, ma si compra il
Disgusto. Quanti uomini sono stati iniziati alla vita nuziale in modo
meno indegno? Pochi uomini, in verità; tanto pochi che non è da stupire
se, dopo questo primo avvilimento, s’ode poi così spesso negare ogni
ideale richiamo nei rapporti d’amore e tutto ridurre alla soddisfazione
del cieco appetito. Ma la sete di qualche altra cosa, se fu provata una
volta, potrà mai spegnersi del tutto, qualunque sia stato l’orror della
prova? Ed ella udrà che cosa fece, per questa sete, il mio Protagonista.
Era la prima volta che aveva denaro da buttar via, e alle miserevoli
creature che annegano la tristezza nel vino egli pagò da bere. Voleva
forse annegare la sua propria tristezza? No, non era triste; era
risoluto, cosciente di sè; aveva precisamente deliberato di fare ciò che
faceva. Pagò del vino di Sciampagna, il vino delle cortigiane, e ne
bevve anch’egli; poi condusse con sè una di quelle sciagurate. Seppe
scegliere: in mezzo alle maschere di belletto e di cerussa, alle forme
deturpate dal vizio, alle animalesche bellezze destituite d’ogni
espressione, egli vide e preferì la figura più umana. Denudato, il corpo
della Mercenaria appariva perfetto. Come mai, dirà ella, poteva costui
giudicare intorno a questa perfezione, se ancora non aveva visto altre
donne? Vive donne non aveva vedute; ma la pura idea della Bellezza che
l’arte miracolosa ha saputo esprimere dalla greggia realtà gli stava da
tempo dinanzi agli occhi dell’anima; e di che senso d’arte egli fosse e
sia dotato, dissero e dicono i prestigi delle sue opere. Quand’anche il
suo giudizio d’allora non paresse troppo attendibile perchè egli non
aveva termini di paragone, i paragoni che più tardi istituì, nel corso
d’una molto variata e sagace esperienza d’amore, gli fecero riconoscere
che non l’accesa imaginazione nè la violenza dei desiderii conferivano a
quella donna qualità che non possedeva, ma che veramente egli si trovò,
per un caso fortunato e troppo infrequente, dinanzi a una grande
bellezza avvilita.
Dunque la sua vista pascevasi alfine del fantasticato spettacolo, questa
volta alfine non i sogni lo visitavano; materiata di elastiche polpe e
di purpureo sangue, palpitante di vita, docile e pronta gli stava al
fianco una donna, la Donna. Perchè, dove ogni altro avrebbe visto una
femmina, il Protagonista, dimentico del luogo che l’accoglieva e del
mestiere che vi esercitava, o non dimentico, anzi cosciente di queste
cose, vedeva e sentiva che, nonostante, la creatura distesa accanto a
lui era la creatura aspettata e promessa, il sospiro delle sue solitarie
notti, il bisogno della sua monca esistenza; vedeva e sentiva che,
qualunque fortuna l’avvenire gli potesse serbare, mai più egli sarebbe
riuscito a dimenticare la turbata meraviglia, il piacer trepido e quasi
pauroso del quale era pieno in quell’iniziale momento. Di chi la colpa,
se la prima donna ch’egli aveva al fianco non era una vergine come lui
ignara e turbata, ma una mercenaria? Non di lui, non di lei. La colpa
era degli uomini, delle loro dure leggi, o piuttosto della più dura,
dell’iniqua e incorreggibile legge della vita. E un bisogno di
ribellarsi alla stolta logica umana, di giudicare con la sua mente e col
suo cuore, dall’alto; di correggere la tristezza della profanazione che
questa vita gli faceva commettere; e una tenerezza pietosa per la
sciagurata che gli s’offeriva, e un istinto di nobiltà e di rispetto dal
quale ella potrà giudicarlo; il cumulo di queste e d’altre ragioni non
bene precise nella sua coscienza, lo indussero... a che cosa? A restare
tutta una notte con la mercenaria, senza toccarla.
Ella sa l’usanza della cavalleria, ai tempi andati: un libro immortale,
il romanzo di Don Chisciotte, l’ha fatta nota a chi meno s’intende delle
cose della Tavola Rotonda. Il giovane signore, prima che fosse armato
cavaliere, doveva passare tutta una notte vegliando l’arme. Rammenta
ella la scena che descrive Cervantes? Don Chisciotte, raccolti e
indossati i pezzi spaiati d’un’arruginita armatura, li dispone entro una
pila, accanto a un lavatoio, nel cortile d’una taverna: per l’imaginoso
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