conoscere come si vince, avido di trovare nella lezione del passato
la rivelazione dell'avvenire. Waterloo è l'effetto di un formidabile
intrico di cause prossime e remote, particolari e generali, militari
e politiche, fisiche e psichiche, materiali e morali. Quando si sono
enumerate tutte, resta ancora il -quid obscurum- vittorughiano: -quid
obscurum, quid divinum-. «Era possibile che Napoleone vincesse quella
battaglia? Rispondiamo di no. Perchè? Per Wellington? Per Blücher? No.
A cagione di Dio....»
Questa è la soluzione del poeta. Il Lenient si duole perchè sul campo
della pugna eternamente memorabile fu eretto «un modesto monumento
di due o tre metri in onore della -Grande Armée-, e un'interminabile
colonna alla gloria di Victor Hugo». Lasciamo il metro, inadatto a
paragonare le altezze morali. I soldati diedero il sangue e la vita: il
poeta, narrando ai secoli le loro gesta, proferì una grande parola.
-8 gennaio 1916.-
Thiers, Bismarck e la guerra.
La signorina Dosne, proprietaria delle carte di Adolfo Thiers, ne
fece a sua volta erede il Governo francese, col solo patto che non
fossero rese pubbliche prima d'un certo tempo. Il caso ha voluto che
la scadenza del termine da lei assegnato coincidesse con la guerra,
e che le lettere del Thiers e di altri a lui intorno al conflitto
franco-prussiano del 1870-71 apparissero mentre i due popoli, a
distanza di circa mezzo secolo, si affrontano ancora una volta.
La lettura di questi documenti offre molto interesse, poichè dagli
avvenimenti di allora gli odierni in gran parte dipendono.
I.
La giornata «terribile», la scena «diabolica» del 15 luglio 1870,
quando Emilio Ollivier partecipò al Corpo Legislativo la dichiarazione
di guerra alla Prussia, è narrata con senso divinatorio dal Thiers,
il solo che avesse tanto coraggio civile da tentare di opporsi
alla «follia criminale» del governo napoleonico e della maggioranza
parlamentare. Come tutti gli altri patriotti francesi, meglio che gli
altri, l'insigne storico e statista sapeva quale errore fosse stato
lasciare stravincere la Prussia dal 1864 al '66; come e più che gli
altri, egli voleva fare il possibile per evitare la minaccia gravante
sul suo paese; ma si ribellò sdegnosamente «vedendo i miserabili
che nel 1866 non vollero impedire il male all'origine, voler ora
precipitarne le conseguenze, a rischio di renderle decisamente mortali»
-- sono parole scritte quarantotto ore dopo la seduta. Per correggere
l'errore antico bisognava aspettare il giorno propizio; questo giorno
sarebbe stato quello «in cui la Prussia avrebbe ripreso il corso
delle sue usurpazioni» «Allora», scrive Adolfo Thiers al Duvergier
de Hauranne, i Tedeschi del Sud, invasi da lei, si sarebbero gettati
nelle nostre braccia, l'Austria non avrebbe potuto neanch'essa esitare,
e l'Inghilterra sarebbe stata moralmente insieme con noi. In queste
condizioni, con l'esercito tenuto in assetto, si sarebbe forse potuto
rifare l'antica Confederazione germanica, o prendere sul Reno qualche
pegno territoriale. Ma qualunque guerra, prima che la Prussia avesse
commesso una nuova usurpazione materiale, mi sembrava una pazzia.»
Ed al Rémusat, un altro dei pochi rimasti capaci di freddamente
ragionare: «Voi avete indovinato. Le cause della guerra sono delle
più meschine. La rivincita contro la Prussia, per offrire probabilità
favorevoli, doveva essere differita. Poichè la Prussia non poteva
proseguire l'opera sua, tante volte ostentata, senza mettere la mano
sugli Stati del Sud della Germania, bisognava aspettare quel giorno,
e allora avremmo avuto dalla nostra una buona metà dei Tedeschi, più
l'Austria, costretta a pronunziarsi, più l'Inghilterra che non avrebbe
tollerato nuove usurpazioni prussiane, o che, se anche non avesse
partecipato alla guerra con noi, sarebbe rimasta neutrale, benevola,
capace per conseguenza di trattenere la Russia. Quello sarebbe stato
il momento dell'azione. Fino a quell'ora bisognava contentarsi di
comporre nel miglior modo possibile gl'incidenti quotidiani, senza
mettersi dalla parte del torto nel caso che una rottura fosse divenuta
inevitabile....».
Opporsi alla candidatura di un Hohenzollern al trono di Spagna era
dunque legittimo, ma non si doveva forzare la nota. Quantunque il
Governo francese avesse ecceduto nel tono della protesta, il rimedio
era ancora possibile. Bisognava appagarsi d'infliggere alla Prussia
un grosso scacco diplomatico. «Se pretenderete di più», aveva detto
il Thiers ai ministri, «l'amor proprio entrerà in giuoco, e allora
la guerra sarà inevitabile. Essa potrà andar male, nonostante il
valore dell'esercito nostro, e non bisogna correre il rischio. Bisogna
porre da parte il desiderio di disfare ciò che fu compiuto a Sadowa;
bisogna aspettare il giorno delle future e immancabili usurpazioni
prussiane.... Mi si rispose che avevo ragione, ma che disgraziatamente
non credevano possibile ottenere il sacrifizio della candidatura
Hohenzollern. -Replicai che si sarebbe ottenuto, ma che bisognava
contentarsene-....».
Fu ottenuto, infatti, come egli assicurava; ma, sciaguratamente, come
egli stesso temeva, non bastò. Il dispaccio spagnuolo annunziante
la rinunzia del Principe prussiano produsse un tripudio di gioia
nell'Ollivier, ma non valse a soddisfare gli ultrabonapartisti, cui
non importava affrontare la guerra, che volevano anzi affrontarla,
sperando di affermare, con una segnalata vittoria sul nemico di fuori,
il regime imperiale minacciato e minato dagl'interni avversarii. «A
capo di cotesto partito si trovava il maresciallo Leboeuf, brav'uomo,
soldato eccellente, ma ebbro d'ambizione e politico molto leggero.
Tutti i bonapartisti si sono messi dietro di lui ed hanno fatto
risonare il Gabinetto di grida furenti. Resta a sapere se l'Imperatore
è stato più trascinato che non trascinasse. Fatto sta che i pacifici,
formanti la maggioranza e guidati dallo stesso Ollivier, si sono
lasciati intimidire ed hanno stabilito di chiedere al Re di Prussia
l'impegno personale (che la candidatura del congiunto non sarebbe stata
ripresentata), con lo scopo, apertamente dichiarato, di umiliarlo. Ho
visto i ministri dopo il funesto Consiglio tenuto martedì, 12 luglio.
Ho detto loro che avevano commesso un grave errore non dichiarandosi
soddisfatti, e che la guerra tornava ad esser possibile. Mi hanno
solennemente giurato che sarebbero stati prudenti, cioè poco esigenti.
Nel frattempo ho fatto una vera campagna presso i deputati del Centro.
Cento, a dir poco, mi hanno dichiarato che, se davo loro il segno della
pace, m'avrebbero seguìto. Un buon numero di costoro sono venuti a
dirmi: -- Prendete il potere: siamo in duecento pronti a sostenervi; non
si può lasciare il Governo in quelle mani....».
Ma egli ricusa di mettersi avanti, di appagare ambizioni ed appetiti;
insiste invece perchè si faccia consistere soltanto nella pace lo scopo
essenziale da raggiungere. «Non ho udito una sola obbiezione, salvo
tra i bonapartisti, che del resto io non frequentavo. Il mercoledì,
13, si sono rimandate le ultime spiegazioni a venerdì, 15. Ho visto
e rivisto i ministri, e parecchi mi hanno dichiarato che si sarebbero
dimessi piuttosto che assumere la responsabilità della guerra. Plichon,
Chevandier, me lo hanno promesso....».
II.
Disgraziatamente, se i bonapartisti, in Francia, volevano venire ai
ferri corti, i bismarchiani se ne struggevano in Prussia, e come i
Francesi si erano môrse le mani vedendo sfumare, col ritiro della
candidatura tedesca, l'occasione desiderata, ed avevano perciò avanzata
l'eccessiva e pericolosa pretesa che il Re Guglielmo s'impegnasse
personalmente a non permettere che mai più si riparlasse del suo
parente, così il conte di Bismarck, leggendo la nota redatta per
ordine del suo sovrano dal consigliere segreto Abeken, con la quale
la risposta negativa era distesamente e serenamente riferita, pensò di
«-abbreviarla-» in modo che sonasse «come una fanfara di risposta a una
sfida....».
Il Thiers non poteva allora conoscere questo particolare, svelato
molti anni dopo dallo stesso Bismarck; ma neanche nella secca
forma datagli dal ministro prussiano il dispaccio di Ems parve allo
statista francese quell'«oltraggio» che vollero trovarvi in Francia.
«Buoni cittadini avrebbero attenuato la cosa, si sarebbero rivolti
all'Inghilterra perchè la accomodasse, e avrebbero così preservata la
pace. Ma i signori ministri vi hanno veduto un motivo di mettersi col
partito della guerra senza troppo disonorarsi, e di restare quindi nel
Gabinetto dal quale si sentivano sul punto di uscire.... Quando, in
mezzo ad un'ansietà inaudita, il manifesto è stato letto, una specie
di stupore si è impadronito della Camera. I Centri hanno fatto come
i ministri, si sono serviti di questo mezzo per non guastarsi col
potere, e i ministri per restar tali, i ministeriali per continuare
ad essere ministeriali, hanno gettato il paese ed il mondo in una
guerra spaventosa. La stessa Sinistra, solitamente tanto coraggiosa,
era sorpresa e paralizzata, quando io mi sono alzato con uno scatto
infrenabile. E allora tutti i furori del bonapartismo si sono scagliati
su me.... Cinquanta energumeni mi mostravano il pugno, m'ingiuriavano,
dicevano che insozzavo i miei capelli bianchi....»
L'ansia del Thiers era tanto più grande perchè, antivedendo purtroppo
la sconfitta, neanche la certezza della vittoria sarebbe valsa a
rassicurarlo: la guerra fortunata avrebbe anzi afforzato il partito
bonapartista, nemico delle pubbliche franchige, fautore e autore
di dispotismo. «Questo avvenimento che ci costerà o la libertà o la
grandezza, m'ha spezzato il cuore.... Per quelli dei nostri militari
che sono liberali, quale dolore, combattendo per la nostra terra,
all'idea che non vinceranno se non a spese della nostra libertà!...»
Ma nel terribile frangente la condotta, non solo dei soldati, bensì di
tutti i cittadini, era nettamente segnata: «Il dovere non è equivoco:
bisogna fare di tutto per vincere, e se fossi soldato darei francamente
la vita per questa causa....».
Non dovendo e non potendo combattere, egli fece tutto quanto la patria
gli chiese; e non fu poco: a cominciare dalla penosa peregrinazione
attraverso le metropoli europee in cerca di aiuto. Qui consiste il
maggiore interesse dei documenti venuti ora in luce, per le profezie
che vi si trovano, talvolta un poco involute ed incerte, talaltra
singolarmente precise, intorno alle conseguenze dell'incontrastato
trionfo tedesco e della profonda umiliazione francese.
III.
Il Mignet scrive al Thiers, a Londra: «Gli augurii e i consentimenti
continuano a seguirti nella tua patriottica missione. Così possa
riuscire, per l'onore e l'interesse delle grandi Potenze europee, non
meno che per il sollievo e l'integrità della Francia, abbandonata ad
un'invasione che resta ora senza fondato motivo da parte d'una Potenza
oggi soltanto conquistatrice. L'Inghilterra, la Russia e l'Austria
hanno eguale interesse ad opporsi alla devastazione, alla rovina, alla
menomazione territoriale della Francia. Il mantenimento dell'equilibrio
europeo importa ad esse in egual grado. L'unità della Germania sotto la
Prussia, divenuta certa, in fatto, grazie alla guerra, e destinata a
compiersi, in diritto, dopo la pace, renderà l'orgogliosa e bellicosa
Prussia preponderante sul continente. Se la si lasciasse tendere ad
ingrandirsi con annessioni a spese nostre, presto o tardi, quando
l'occasione favorevole si presentasse, essa sarebbe disposta a riunire
al futuro e inevitabile impero germanico i Tedeschi delle province
austriache e quelli delle province russe del Baltico. Tollerare che
soddisfi la propria ambizione a spese della Francia, importa esporsi al
pericolo che la sua ambizione si rivolti contro l'Austria e contro la
Russia. -Se non le s'impedisce d'essere invadente oggi, la si renderà
pericolosa per tutto il mondo in un avvenire immancabile-....».
Ma il Thiers non raccoglie altro che delusioni. Il Tissot, incaricato
d'affari a Londra, gli scrive il 14 ottobre, a Firenze: «La situazione
è qui press'a poco quale l'avete lasciata. Il Governo inglese continua
a chiudersi nel proponimento dell'astensione e persiste nel non voler
intervenire se non quando gli sarà provato che la sua mediazione avrà
qualche probabilità di riuscita». E il 12 novembre, notando le simpatie
dell'opinione pubblica e riferendo le promesse di Lord Grenville: «In
fondo a queste simpatie che l'Inghilterra ci dimostra, c'è senza dubbio
il sentimento molto egoista dei pericoli che la minacciano; ma non
importa: l'essenziale è che essa comprenda oggi questi pericoli da lei
tanto lungamente negati. L'arroganza teutonica vi ha contribuito più
ancora, forse, che i nostri disastri. La stampa germanica già reclama
Heligoland come chiave del Mare del Nord. Quanto all'Olanda, essa sarà
chiamata a far parte del Zollverein, aspettando che occupi, di buona
o mala voglia, il posto che già le è assegnato nella Confederazione
tedesca. Tali sono le conseguenze prossime, ed altre se ne intravedono
in un avvenire più o meno lontano. -Tutto ciò- -- mi diceva ieri il
signor Otway, sottosegretario agli affari esteri -- -finirà con una
coalizione europea contro la Germania-....».
Meno fortunati ancora dovevano riuscire i tentativi compiuti dal Thiers
presso il governo russo. Il marchese di Gabriac, incaricato d'affari
francese a Pietroburgo, gli scrive di lì, dopo la sua partenza: «Il
partito tedesco, in minoranza nel paese, ma forte quanto sapete, ha
sfruttato presso l'Imperatore la notizia delle scene di disordine
avvenute in Francia, segnatamente a Marsiglia ed in una parte del
Mezzogiorno. Si sono distesamente riferite nei giornali le tristi
scene dell'Hôtel de Ville. Dall'altra parte la capitolazione di Metz
ci ha naturalmente nociuto molto come effetto morale, e, militarmente
parlando, se ne è concluso che, non avendo più esercito regolare
da opporre al nemico, la nostra resistenza non è più se non un atto
d'inutile ostinazione....». Dopo aver notato alcuni sintomi di migliori
disposizioni alla notizia dei nobili sforzi della Difesa nazionale,
ed accennato allo scambio di note delle grandi Potenze, il Gabriac
osserva: «Se la guerra durerà ancora a lungo, mi sembra probabile che
non vi sarà altra politica tranne quella delle cupidige individuali,
con appena qualche intermezzo. Del resto sarà la stessa che è
moralmente prevalsa dopo lo schiacciamento della Danimarca e di cui
noi portiamo oggi la pena, senza speranza di risollevarci interamente,
-finchè le due grandi nuove agglomerazioni uscite da questo disordine,
il germanesimo e lo slavismo, si urtino in una lotta suprema- da cui
spero che saremo tanto abili per fare nuovamente uscire il regno della
giustizia e del buon senso....».
E la Russia disse pure una buona parola; il Cancelliere dello Zar
consentì che il Gabriac partecipasse a Giulio Favre, ministro degli
affari esteri della Repubblica, che «il desiderio della Russia di
vedere risparmiate alla Francia le cessioni territoriali non era ignoto
a Berlino». Ma poi, con la totale distruzione delle forze militari
francesi, il ministro moscovita tenne tutt'altro linguaggio: ogni
Potenza, fece osservare al Gabriac, ha dovuto compiere sacrifizii in
seguito a guerre disgraziate....
IV.
Il Thiers e il Favre sostennero sforzi sovrumani durante le trattative
della pace. «Ci trovavamo», narra il primo al duca di Broglie,
ambasciatore a Londra, «nella posizione d'un esercito ridotto ad
arrendersi a discrezione, cioè nell'impossibilità di resistere. Ho
resistito nondimeno, e talvolta con violenza. Volevano portarci via
tre quarti della Lorena (l'Alsazia era già sacrificata): ne abbiamo
serbato i quattro quinti: ma abbiamo perduto Metz. Bisognava scegliere
tra Metz e Belfort. Volevano togliercele entrambe. Io ho rivolto i
miei sforzi su Belfort, perchè Metz non chiude nulla, mentre Belfort
sbarra la frontiera dell'est, e particolarmente quella della Germania
meridionale. La lotta è durata nove ore. Finalmente ho salvato
Belfort....»
Ma c'era ancora la quistione finanziaria, quell'indennità di cinque
miliardi, il cui annunzio, secondo riferiva il Broglie al Thiers,
aveva prodotto in Londra un «vero scandalo». «Il pubblico inglese»,
soggiungeva l'ambasciatore, «si sente toccato nel vivo. Esso sa che
sarà lui quello che, di buona o mala voglia, pagherà i cinque miliardi,
o almeno il più grosso boccone dell'enorme bottino. La richiesta di
capitali e di numerario che saremo costretti a rivolgere a tutti i
mercati del mondo, ed all'inglese particolarmente, che è il primo, lo
turba straordinariamente. Il pensiero che questo capitale, di cui i
tralasciati lavori della pace aspettavano impazientemente l'impiego, è
sul punto di essergli sottratto per ficcarsi nel tesoro di guerra d'un
esercito ancora conquistatore, l'irrita e lo sdegna.... La -City- è
come un formicaio su cui la Prussia ha posto il piede....»
Ma forse l'immagine era più bella che fedele, o le formiche si
sentirono impotenti contro il piede; perchè, ad eccezione d'un
tentativo compiuto -in extremis-, «veramente molto insignificante
e tardivo, per aiutarci ad ottenere la riduzione d'un miliardo» --
sono parole del Broglie -- e ad eccezione dell'offerta di favorire
l'emissione del prestito, l'Inghilterra non seppe far nulla per
moderare le pretese del vincitore. «Si può dunque dire», conclude
amaramente il Thiers, «che, avendoci abbandonati, l'Europa è il vero
autore del trattato che abbiamo firmato; trattato tanto crudele per lei
quanto per noi, poichè i miliardi che dalla nostra cassa passeranno in
quella prussiana saranno altrettante forze tolte all'Europa -e portate
al dispotismo germanico che si prepara-....»
Sarebbe riuscito veramente difficile far intendere alla Prussia il
linguaggio della moderazione, se le grandi Potenze avessero voluto
veramente, fermamente tenerlo? La discrezione nella vittoria era stata
la legge che il Bismarck si era imposta, e che aveva imposta agli
stessi militari ed al Re, nel 1866. Se qualcuno l'avesse imposta a lui
nel 1871, egli si sarebbe risparmiato l'ammonimento che, perduto il
potere, rivolgeva ai suoi successori, e del quale Gabriele Hanotaux
ha pur ora avvertito il profetico senso: «Il mio timore è che, sulla
via per la quale siamo posti, il nostro avvenire resti sacrificato ai
mutevoli umori del giorno.... Il nostro prestigio e la nostra sicurezza
si affermeranno tanto più durevolmente, quanto più nelle contese che
non ci toccano direttamente ci terremo da parte, e quanto più saremo
insensibili ad ogni tentativo di solleticare e sfruttare la nostra
vanità.... La Germania commetterebbe anche oggi un grosso sproposito,
se nella quistione orientale, e senza avervi un interesse proprio,
volesse prendere partito prima delle altre Potenze più interessate
di lei.... Essa è forse la sola grande Potenza d'Europa che sia meno
tentata da fini raggiungibili solo mediante guerre vittoriose. Il
nostro interesse è quello di conservare la pace.... A questa situazione
dobbiamo conformare la nostra politica: impedire cioè quanto più è
possibile o limitare la guerra: non lasciarci forzar la mano nel giuoco
di carte europee, non lasciarci vincere dall'impazienza, da nessuna
compiacenza a spese del paese, da nessuna nostra vanità come da nessun
incitamento d'amici. Altrimenti, -plectuntur Achivi-....».
-26 agosto 1916.-
Un profeta del pangermanesimo: EDGARDO QUINET.
Mathieu de Mirampal, al tempo della Rivoluzione francese, propose di
far viaggiare gli adolescenti in Germania, «per ritardare, grazie ai
rigori del clima, l'età della pubertà». La stravaganza del consiglio,
e quella dei molti contemporanei giudizii intorno all'indole delle
popolazioni teutoniche, può dare un'idea della ignoranza degli
scrittori che li proferirono. Un giorno ci si mise una scrittrice,
colei che fu chiamata Imperatrice del Pensiero per far dispetto a
Napoleone Bonaparte, Imperatore di Francia -- e l'-Allemagne- della
signora di Staël riuscì un'apologia, anzi un'apoteosi. Il bello fu
questo: che gli stessi Tedeschi non vi si riconobbero, e dissero che
l'autrice «nulla ha visto, nulla ha udito, nulla ha capito....».
Corinna meritò quest'accoglienza, perchè non fu sincera: ella esaltò
la Germania per combattere Napoleone che l'aveva sottoposta. E mentre
il suo libro era male accolto tra le genti che portava al cielo,
lo applaudirono invece con gran calore quegli stessi Francesi che
festeggiarono le truppe della Coalizione accampate a Parigi nel 1814.
Perchè Bonaparte era stato dispotico, quei cittadini dimenticarono
che nel despota, intanto, era impersonata la patria, e in odio a lui
gioirono della disfatta, e accettarono come articoli di fede le lodi
tributate dalla Staël ai loro secolari nemici.
È vecchia sentenza che la passione acceca. E la passione politica
continuò ad offuscare la vista dei Francesi durante la Restaurazione
ed al tempo della monarchia di Luglio; per il disagio sofferto sotto
quei regimi, gli spiriti insofferenti si volsero a cercare oggetti
di ammirazione oltre confine. Il romanticismo letterario contribuì
anch'esso a mettere in voga i costumi alemanni; gli stessi progressi
compiuti dalla scienza tedesca accrebbero quel fervore, a segno che
il Michelet scriveva nel 1828: «la -mia- Germania, il -mio- Lutero,
il -mio- Grimm» -- e non chiamava -suo- Giambattista Vico, a cui doveva
pur tanto, e di cui aveva tradotto l'opera. Un altro giovane scrittore
amico del Michelet e destinato anch'egli alla celebrità -- Edgardo
Quinet -- si recava tre volte in Germania con l'ardore d'un pellegrino,
sposava una Tedesca, chiamava «-nostra-» Eidelberga, e leggendo e
traducendo e presentando ai suoi connazionali la -Filosofia della
storia del genere umano-, dichiarava d'aver trovato nel libro tedesco
«una fonte inesauribile di consolazione e di gioia: mai, no, mai mi è
accaduto di chiuderlo senza avere un'idea più nobile della missione
dell'uomo su questa terra; mai, senza credere più profondamente al
regno della giustizia e della ragione; mai, senza sentirmi più devoto
alla libertà, alla mia patria, e più capace di buone azioni».
I.
Quel filosofo esordiente sarebbe rimasto molto stupito se gli avessero
detto che il suo entusiasmo per la Germania avrebbe, di lì a poco, dato
luogo ad un sentimento molto diverso. La prima impressione di doccia
fredda fu da lui provata quando, innamoratosi di Minna Morè e scambiata
con lei la promessa nuziale, conobbe da vicino i fratelli della sposa,
Tedeschi fanatici, inconciliabili nemici della Francia, i quali
indussero la giovanetta a ritirare la parola data. Molto penosa fu
la crisi del disinganno, ma potè essere superata, e qualche anno dopo
Minna sposò Edgardo, e lo rese felice; ma il velo attraverso il quale
egli aveva visto la patria di Arminio gli era intanto caduto dagli
occhi: egli si guardò intorno, prestò attentamente l'orecchio, e vide
e udì ciò che a tutti gli osservatori sfuggiva allora, e doveva ancora
sfuggire per lungo ordine d'anni: «-segni- in fondo alle cose, come
un mormorio che partiva non si sa donde, indistinto e indefinibile;
conversazioni rare, parole interrotte, improvvisi entusiasmi che
scoppiavano e svanivano come lampi: -la grandezza della Germania-....».
Paolo Gautier, raccogliendo oggi tutti gli articoli nei quali, dal
1831 al 1870, il Quinet avvertì la Francia di ciò che si preparava
nell'animo della nazione rivale, ci dà modo di apprezzare la singolare
chiaroveggenza dello scrittore. Mentre il popolo tedesco pareva ancora,
come era parso a lui stesso nella prima fase dell'ammirazione, e come
forse era stato in altri periodi della sua storia, contemplativo,
meditabondo, rifuggente dalla realtà, incapace di passare dalle idee
agli atti -- «annegato nell'infinito», aveva detto la Staël -- il Quinet
colse i sintomi del mutamento, dell'orientazione dello spirito pubblico
verso l'attività pratica e politica, dell'aspirazione all'unità
nazionale, dell'ambizione di farsi largo nel mondo: sentimenti e
movimenti già così profondi, «che non resta più a quel popolo se non
afferrare la corona universale».
Queste parole sono del 1842. Undici anni innanzi, scrivendo al
Michelet, Edgardo Quinet annunziava all'amico che le cose erano molto
mutate in Germania dacchè entrambi avevano lasciato quel paese,
«e l'unità tedesca si prepara in modo così minaccioso, che non ho
resistito al bisogno di descriverne i progressi inevitabili». Nella sua
descrizione -- un articolo intitolato: -La Germania e la Rivoluzione-
-- il Quinet nota che l'antica imparzialità e serenità, che l'apatia
politica e la tendenza al cosmopolitismo hanno dato luogo in Germania
ad una «nazionalità irritabile e collerica»; che la libertà non è tra
i più urgenti bisogni di quel popolo; che il partito democratico, ed
anche il demagogico, hanno fatto pace col Governo della Prussia dopo
che questo ha dato al paese ciò di cui esso è ora cupido: «l'azione,
la vita reale, l'iniziativa sociale», appagando «il repentino
infatuamento per la potenza e per la forza materiale». Tra i governati
e i governanti «c'è una secreta intesa per rimandare l'avvento della
libertà e mettere in comune l'ambizione di conseguire la fortuna di
Federico II». Il dispotismo prussiano è più minaccioso dell'austriaco,
perchè non risiede soltanto nel Governo, «ma nel paese, nel popolo, nei
costumi e nel portamento da -parvenu- dello spirito nazionale». Benchè
preparati ad apprezzare l'efficacia delle idee, i Francesi si sono
addormentati per quanto concerne «il moto dell'intelligenza e del genio
tedesco»: lo ammirano ingenuamente, credendolo immune dall'ambizione
«di passare dalle coscienze nelle volontà, dalle volontà agli atti,
e di aspirare alla potenza sociale ed alla forza politica». Ma ecco:
quelle idee che dovevano restare incorporee «fanno come tutte le
altre idee apparse nel mondo, e si sollevano contro di noi con tutto
il destino d'una razza, e questa razza si pone sotto la dittatura di
un popolo -- il prussiano -- non già più illuminato, ma più avido, più
ardente, più esigente, meglio addestrato agli affari. Essa gli affida
le sue ambizioni, i suoi rancori, le sue rapine, le sue astuzie, la
sua diplomazia, la sua gloria, la sua forza.... La Germania è dunque
intenta oggi a sostituire, come suo agente, la Prussia all'impero
d'Austria? Sì: e se sarà lasciata fare, la spingerà lentamente, da
tergo, all'assassinio del vecchio regno di Francia».
Scritte nel 1831, queste parole tolsero il riso al Michelet, come
confessò egli stesso, «per dieci anni». Al loro paragone, le pagine
sull'-Arte in Germania-, composte l'anno appresso, fanno meno
impressione, ma sono anch'esse degne di nota, perchè l'ansia dello
scrittore cerca e trova più sottili ma non meno fondate ragioni
d'inquietudine nella stessa attività fantastica del popolo nemico.
Finora, in Germania, l'arte è stata senza patria; il più grande
scrittore tedesco, Volfango Goethe, si è mantenuto superiore a questa
come a tutte le altre passioni umane; ma già i buoni cittadini sono
sconcertati dalla sua olimpica impassibilità; già i nuovi artisti,
nella musica, nella pittura, in poesia, si accostano al popolo,
attingono alle tradizioni, celebrano i fasti della razza. Se Uhland
è «il Béranger tedesco», Goerres «ha ricevuto la missione di gettare
una volta per sempre nell'arena la massa inerte della Germania e di
scatenare il mostro»: quel Goerres che, per punire l'infedeltà commessa
dall'Alsazia nel farsi francese, proponeva di bruciare la cattedrale
di Strasburgo eretta nel secolo XV dal genio tedesco, e di lasciare
intatta la sola guglia «per l'eterna vendetta dei popoli germanici».
II.
Più il Quinet conosce la Germania nuova, più ne diffida. Nel quinto
articolo, composto nel 1836, egli denunzia il dissolvimento dell'antico
spiritualismo tedesco, ammonisce la Francia di non rappresentarsi la
rivale «come un Eden popolato da poeti, e l'intera nazione come la
Bella addormentata nel bosco: immagine vera cinquant'anni addietro, ora
non più». La -Giovine Germania- ha «scoperto» che l'uomo è di carne
e d'ossa, e si è quindi messa a sciogliere inni al corpo. Ubbriacati
dalle lodi che il mondo aveva loro tributate, i Tedeschi hanno preso
coscienza di sè, e la febbre dell'orgoglio li ha assaliti. Ma, dopo la
prima ebbrezza, si sono guardati attorno: hanno visto che il loro paese
è chiuso, in terra, tra la Francia e la Russia, e che l'Inghilterra lo
blocca dal mare. «Hanno cercato allora quale grande pensiero portassero
in sè per rinnovare il mondo, e hanno trovato la -teutomania-....» La
parola è pronunziata dal Quinet nel 1842, e gli serve per intitolare
il nuovo articolo, nel quale l'autolatria, già entrata nel cuore della
Germania prima ancora di aver conseguito l'unità politica ed ottenuto
il predominio militare, è denunziata con parole gravi. Ma più gravi
di tutte, veramente terribili, sono quelle che il polemista scrive
dall'esilio, nel 1867, dopo Sadowa.
In questo nuovo studio, intitolato -Francia e Germania-, egli comincia
con l'avvertire che la vittoria prussiana non è soltanto il segno d'una
crisi, che è anzi la rivelazione «di un nuovo stato del mondo». L'unità
tedesca non può più essere impedita da nessuno, ma essa non si viene
conseguendo «con la giustizia e la libertà, bensì con l'ingiustizia
e l'arbitrio». I Tedeschi sono ora convinti di aver conquistato
il dominio degli spiriti in Europa, «e tengono per fermo che tutto
emana da loro: scienza, poesia, arte, filosofia, e che il mondo è
divenuto loro discepolo. A cotesta presunta sovranità che cosa manca
ancora? La forza. Ecco che se ne sono, ora, impadroniti. Per loro,
non c'è soltanto un impero di più nel mondo, è avvenuta senz'altro la
sostituzione dell'êra germanica all'êra dei popoli latini, relegati in
un piano inferiore». Rivolto al popolo tedesco, lo scrittore francese
gli fa osservare: «Fino ad oggi il dispotismo prussiano è stato
violento, iniquo, ma non si è data la pena d'esser falso. Si è servito
di armi palesi: l'audacia, la temerità, la sfida, senza avvelenarle
con la menzogna, e la menzogna è quella che corrompe l'avvenire. Fin
qui, dunque, il principio del diritto, della vita morale, può ancora
essere restaurato e salvato. Ma badate che il momento decisivo non
è ancora giunto. Sarà quello in cui cotesto dispotismo avrà bisogno
di travestirsi, di mutar nome e linguaggio, di mettersi la maschera
della libertà e della democrazia. Allora tutto minaccerà di falsarsi
e snaturarsi. Che faranno quel giorno i Tedeschi? Sarà l'ora dei
tranelli. Vogliono essi cadervi? Quando il dispotismo si travestirà da
democrazia, la democrazia, sempre compiacente, sposerà il dispotismo?
Se mai coteste nozze si celebreranno, dite per sempre addio a quanto
avete conosciuto della vita tedesca: probità dell'intelligenza,
acume, grandezza dello spirito, genio, gloria; tutto sparirà, tutto
naufragherà nella confusione del bene e del male, del giusto e
dell'ingiusto, del vero e del falso»: avvenimento inevitabile, perchè
già «la democrazia tedesca si è riconciliata con chi la calpestava».
Non mancano i liberali, in quel paese, e credono anche d'esser padroni
dell'avvenire; ma s'illudono. Non lasciano essi che l'unità della
patria si compia con la violenza e le conquiste? Come possono dunque
prometter nulla, «dopo la fatalità a cui si rassegnano?». Se questa
fatalità dovesse un giorno ripresentarsi, «nulla impedirà che essi vi
si rassegnino con più filosofia e più pazienza».
Quando si pensa come i Tedeschi si accordarono nel volere la guerra,
sembra propriamente che Edgardo Quinet abbia letto nell'avvenire. Ma
non c'è in lui, come non c'è in nessun uomo, la capacità di antivedere
il futuro: c'è soltanto, come bene avverte il Gautier, «un senso più
intimo delle realtà e delle grandi leggi storiche che si governano».
La riprova è questa: che quando lo studioso non tiene conto di tutti
i fatti, o quando le leggi sono troppo complesse, le sue previsioni
non riescono altrettanto sicure. Fin dal 1842, ad esempio, egli
preannunziava l'alleanza franco-russa: «Gli scrittori tedeschi vogliono
proprio inimicare i due paesi -- Francia e Germania -- trascurando di
pensare che una sola stretta di mano della Francia e della Russia
potrebbe bene, all'occorrenza, stringere oltre misura i fianchi di
Teutonia?». Ma il Gautier, ponendo in evidenza l'accortezza di questo
giudizio, non avverte che un altro ragionamento porta il Quinet ad
una conclusione contraria: «Avete dimenticato che la Russia era con la
Prussia e con la grande Germania a Lipsia? Ecco, senza parlare degli
interessi comuni, il legame sacro tra loro....». Quando scrive queste
parole, lo stesso Quinet ha dimenticato d'aver detto che la gran rivale
della Germania è la Russia, perchè -- e qui ha indovinato -- «i Tedeschi
sono fatalmente attratti verso l'Oriente».
Queste ed altre esitazioni e contraddizioni sarebbero tuttavia
trascurabili senza quelle che concernono il principale argomento
delle indagini e delle inquietudini del pubblicista francese. Il
quale, dopo avere denunziato con parole tanto concitate i pericoli
dell'autocrazia prussiana inebbriata dalle sue fortune guerresche,
scrive che «del resto, fra i Tedeschi, la gloria militare non degenera
in superstizione, perchè è dominata dalla gloria dei riformatori,
dei poeti, degli artisti». Lutero, Goethe e Schiller, soggiunge,
«passeranno sempre prima di Blücher. Lo splendore dell'uniforme,
che affascina gli altri popoli, non è la principale magia dall'altra
parte del Reno». E allora egli stesso non teme più ciò che lo ha tanto
spaventato: «Io posso dunque concepire un impero fondato sul fucile
ad ago, e nondimeno incapace di far tutto consistere nel militarismo.
Gli resterebbero, a suo dispetto, forze molto diverse da quelle della
spada».
III.
La verità è che il Quinet aveva troppo amato la Germania, un tempo,
perchè potesse poi odiarla. La detestò certamente quando, tornato
dall'esilio alla caduta del Secondo Impero, vide avverarsi la disfatta
e la mutilazione della patria che egli aveva predette; ma, prima dello
scempio, serbò sempre in cuore qualche cosa della fede nutrita negli
anni più belli.
C'è anche nei suoi giudizii un errore, grave di conseguenze: quello
di procedere per distinzioni troppo radicali fra popolo e popolo,
di assegnare a ciascuno di essi qualità diverse e discordi, e
funzioni separate ed opposte. E sapete, fra parentesi, in che cosa
consisterebbe la parte dell'Italia? «L'Italia ha per sè la libertà
dei costumi, la vita facile, la felicità e l'esaltazione dei sensi, la
noncuranza prodotta dall'abitudine delle rovine; ella ha segnatamente
al suo servizio l'arte, che dovunque altrove è uno sforzo, ed in lei
istituzione divina e naturale». Faremmo torto al nobile scrittore
se ci fermassimo su questa sentenza: non dimentichiamo la simpatia
che egli accordò alla causa nostra, nè i rimproveri acerbi che mosse
alla Francia di Napoleone III per averci abbandonati a Villafranca,
nè l'esortazione che rivolse all'Austria, «di sollevare un momento
la pesante zampa distesa sull'Italia». Ma, per tornare in argomento,
tanto è ancora il credito da lui accordato alla Germania, che riconosce
ai paesi di lingua tedesca «il senso della felicità domestica, le
cure della famiglia, la calma dei costumi tradizionali, la vita
religiosa, la vocazione per la scienza». L'Inghilterra si distingue per
l'industrialismo; l'America del Nord per il culto della libertà; alla
Francia resta riservato l'istinto e l'istituto della civiltà: «da due
secoli la Francia ha posto il suo destino nel farsi organo dominante
della civiltà».
Ora, come non osservare che, precisamente per questa volontà di
dominio, riuscita un giorno troppo molesta alle altre nazioni, tutta
l'Europa si collegò contro la Francia, e che al «sole di Campoformio»
tennero dietro le nebbie della Beresina e le tenebre di Waterloo? Dopo
Napoleone I, scrive il Quinet, è divenuto impossibile che, «per la
-stessa- causa», si scateni la «gran guerra, la guerra universale».
E qui non cogliamo in fallo il profeta? La guerra universale, oggi,
non si è scatenata per la -stessa- causa, avendo la Francia saviamente
deposta l'ambizione di primeggiare, ma per una causa -simile-. «Da 15
anni», scrive il Quinet nel 1832, cioè dalla caduta del Primo Impero,
«il posto della Francia resta vuoto; da 15 anni la corona della civiltà
moderna si trascina con lei nel fango. Chiunque può raccattarla e
prenderla a suo talento; non bisogna far altro che chinarsi: chi lo
impedisce?...». Lo impedisce, appunto, una coalizione simile a quella
formatasi contro l'impero napoleonico, e soltanto più vasta, perchè più
forte è il popolo che non ha resistito alla pericolosa tentazione di
raccattare quella corona. Il mondo non è più disposto a tollerare che
nessuno se la ponga in capo; nessuna benevolenza verso la civiltà dà
diritto ad egemonie. Lo stesso Quinet, con un'altra contraddizione che
gli fa onore, dopo avere attribuito ad ogni nazione una parte distinta
nel gran concerto umano, domanda a sè stesso: «Nel caos di opinioni, di
idee, di poesia che si agita in ogni angolo d'Europa, come riconoscere
l'elemento che ciascun popolo vi porta? Lo spiritualismo del Nord,
il materialismo del Mezzogiorno, l'eguaglianza francese, l'industria
inglese tendono a stabilirsi e coesistere ovunque contemporaneamente».
Allora, che cosa concludere? Questo: che tra i voti -- se non tra le
profezie -- dello scrittore francese, il più bello, il più degno di
avverarsi è che il Reno diventi un giorno «il fiume di alleanza dove si
mescoleranno il genio della Francia e della Germania», e che una nuova
guerra tra le due nazioni debba considerarsi, come in cuor suo egli già
la considera, «guerra civile». Fino ad oggi -- oggi più che mai -- «il
genere umano è stato in guerra con sè stesso». Composti i dissidii,
cessata «la solitudine dell'orgoglio», il posto degli uomini sia al
focolare «non d'un popolo, ma dell'umanità».
-1.º novembre 1917.-
L'Imperatore liberale: FEDERICO III.
Se è vero che «i vituperi di nemico a nemico onta non fanno», le lodi
di nemico a nemico fanno senza dubbio tanto onore a chi meritamente
le ottiene quanto a chi doverosamente le tributa. Che in piena guerra
contro la Germania ancora accampata in terra francese, un Francese, un
membro dell'Istituto, Henri Welschinger, pubblichi una grossa biografia
apologetica di uno dei principali autori delle vittorie del 1870,
di un Hohenzollern, del padre di Guglielmo II, è cosa degna d'esser
notata, particolarmente in Italia, dove le virtù di quell'infelice
sovrano furono conosciute più da vicino e poterono quindi esser meglio
apprezzate.
I.
Certo, da Principe ereditario e da Imperatore, Federico Guglielmo ebbe
piena coscienza del dovere di lavorare alla grandezza del suo paese;
ma quanto le vie che egli intendeva seguire per assicurarla fossero
diverse da quelle che i governanti batterono col consentimento ed il
plauso della nazione, si vide dalla guerra che gli fu mossa nella
stessa Germania. Ammiratore delle istituzioni politiche inglesi,
profondamente devoto alla Regina Vittoria, della quale aveva sposato
la figlia Vittoria, l'erede del trono prussiano riuscì tanto inviso al
ministro del proprio padre, da vedersi escluso dai pubblici negozii e
giudicato finanche non incapace di tradire gl'interessi della patria!
Ottone di Bismarck lo tenne al buio, sempre che potè, delle notizie
di governo, temendo che le rivelasse alla moglie, la quale le avrebbe
a sua volta partecipate alla Corte britannica. Discutendosi, durante
la guerra contro la Francia, alte quistioni di Stato, il ministro osò
chiudere la bocca al suo futuro sovrano, e quando si firmò la pace
gli nascose il grande avvenimento; un giorno lo accusò senz'altro di
comunicare ai suoi «piccoli amici d'Inghilterra» ed ai «ciarlatani
politici» le note e le osservazioni che il Principe riflessivo e
studioso consegnava alle pagine di un suo diario intimo. «Ciarlatani»,
naturalmente, erano, a giudizio di Bismarck, i progressisti dei quali
Federico Guglielmo amava circondarsi.
Quello che fu chiamato -incidente di Danzica- aveva dato inizio alla
lotta. Recatosi nell'antica città polacca per compiervi un'ispezione
militare, l'erede del trono vi giungeva il 31 maggio del 1863,
vigilia della pubblicazione di un decreto che restringeva la libertà
di stampa: alle espressioni di rispettoso rammarico rivoltegli il
domani dal borgomastro, Federico Guglielmo si affrettava a rispondere
manifestando il rammarico suo proprio per essere giunto mentre, a
sua insaputa, si produceva tra il governo ed il popolo un disaccordo
del quale non aveva la minima responsabilità. Non contento di questa
assicurazione, il Principe mandava a Bismarck una formale protesta
contro il reazionario decreto ed esigeva che fosse comunicata al
Ministero di Stato. Bismarck, di rimando, accusava il figlio al padre;
ma, ai rimproveri paterni, Federico Guglielmo rispondeva giustificando
la propria condotta, e scriveva al ministro dichiarandogli che la sua
politica non dimostrava nè affetto nè stima verso il popolo, che era
fondata sopra discutibili interpretazioni della costituzione, che la
svalutava agli occhi del Re, e avrebbe anzi finito con lo spingerlo a
violarla: per conseguenza, lo scrivente chiedeva d'essere esonerato da
tutte le sue cariche ufficiali e dispensato dal partecipare ai Consigli
dei ministri. Come se non fosse abbastanza per suscitare la collera
bismarchiana, il -Times- pubblicava una particolareggiata informazione
intorno all'incidente, rallegrandosi col Kronprinz per avere una
moglie educata a quei principii liberali che egli stesso tentava di far
prevalere anche in Prussia. Nell'impeto dell'ira, Bismarck accusò al
Re la Principessa ereditaria, la Regina Vittoria, e la stessa Regina
prussiana -- Augusta di Sassonia-Weimar, anch'ella favorevole al partito
progressista -- come autrici della ribellione del Principe; ma questi
confermava al padre d'esser contrario alla politica dispotica, che
avrebbe recato gran danno alla dinastia e pregiudicato l'avvenire della
nazione, e gli consegnava inoltre un memoriale dove erano partitamente
precisate tutte le ragioni del suo malcontento. E Bismarck, a cui
il Re Guglielmo partecipava quello scritto, vi apponeva in margine i
più acri commenti, osservando che la condotta dell'erede del trono,
suggeritagli probabilmente dalla Principessa, cupida di guadagnare
al marito il favore popolare, era una vera e propria ribellione alla
Corona, passibile di giudizio e di castigo, più pericolosa della stessa
propaganda anarchica, capace finanche di provocare qualche odioso
attentato contro la persona del Re!
II.
Il dissidio tra quei due uomini non poteva comporsi, perchè dipendeva
dall'intima e quasi organica diversità della loro natura. Mentre l'uomo
di ferro, duro, testardo, iracondo, violento, non intendeva adoperare
altro che la forza per conseguire l'unità tedesca, il Principe mite,
generoso, persuasibile, giudicava la forza «non necessaria»; e mentre
l'astuto, infinto e mendace ministro procedeva per vie oblique e
tortuose, il Principe franco e leale manifestava apertamente tutto il
proprio pensiero e non sospettava la doppiezza altrui.
Iniziandosi, con la guerra danese del 1864, l'effettuazione del
programma bismarchiano, Federico Guglielmo, infatti, non scopre
subito il giuoco; ma, non appena comprende le secrete mire del
ministro, «il secondo fine di qualche ingrandimento prussiano», tosto
gli scrive: «Lasciatemi brevemente dirvi la mia opinione: cioè, che
tali disegni falsano tutta la nostra politica tedesca e ci preparano
complicazioni con l'Europa». E quando, nel 1866, la Prussia dichiara
guerra all'Austria, sua complice nell'aggressione di due anni innanzi,
rigettando su lei l'accusa di menzogna, di perfidia e di malafede,
l'erede del trono fa di tutto per evitare il conflitto e non nasconde
neanche all'esercito il proprio rincrescimento: chiamato al suo posto
di battaglia, compie egregiamente il suo dovere di soldato e arriva in
tempo a Sadowa per decidere le sorti della giornata; ma sullo stesso
campo della grande vittoria esclama: «Colui che con un tratto di penna
scatena la guerra non sa che cosa fa uscire dall'inferno!». Il trionfo
non lo inebbria, non lo converte ai metodi preferiti dai militaristi:
nel 1867, a chi considera leggermente l'eventualità che la quistione
del Lussemburgo si risolva con le armi, osserva severamente: «Voi
non avete visto la guerra, signore; altrimenti non ne pronunziereste
tanto facilmente il nome. Io che mi sono trovato a faccia a faccia con
questa cosa terribile, io vi dico che il più grande dei doveri consiste
nell'evitarla, quando è possibile. Dichiararla è assumere una ben grave
responsabilità. Un uomo di Stato, anche quando ne prevede la necessità,
non dovrebbe mai provocarla per via di artifizii....».
E nel 1870 egli accetta la nuova sciagura appunto perchè non sa che
Bismarck si è servito di «artifizii» -- la falsificazione del dispaccio
di Ems -- per far credere che la Prussia sia stata provocata; ma, nel
condurre le operazioni militari, mentre lo spietato politico vieta
che si conceda quartiere e che si facciano prigionieri, il Principe
soldato si duole nel vedere i campi di Francia deserti «per paura degli
antropofaghi tedeschi», e impartisce quindi gli ordini più severi
affinchè le popolazioni siano rispettate, e lamenta che in quella
«lotta di giganti nulla sarà risparmiato al mio orrore della guerra».
A Sedan sconsiglia tutto quanto può umiliare il vinto Napoleone, e dal
premio della vittoria sarebbe disposto ad escludere Metz, e prevede
che l'acquisto dell'Alsazia e della Lorena «potrà riuscirci molto
precario».
III.
Nelle grandi e nelle piccole cose il suo pensiero differisce da quello
dei dirigenti. Mentre gli ambiziosi vogliono fondare l'impero, Federico
Guglielmo ha idee più modeste: si contenterebbe che la Germania fosse
costituita in Regno, e propone per conseguenza che tutti i capi degli
Stati da riunire nel nuovo reame rinunziino ai loro particolari titoli
di Re, Principi e Granduchi, per ridursi semplicemente a duchi. Regno
od Impero, del resto, «il principale nostro scopo», scrive, «è di
edificare una Germania libera». Disgraziatamente, non può illudersi di
raggiungerlo finchè il timone dello Stato resterà nelle stesse mani
che ora lo reggono: «Dove trovare gli uomini capaci di comprendere e
di esporre i veri principii, i principii necessarii a consolidare le
nostre fortune?». Questi principii sono tanto avversati, che mentre
egli fa distribuire ai soldati feriti un giornale liberale, Bismarck
ne ordina il sequestro! Come fare assegnamento, in queste circostanze,
sulla fondazione d'un Impero democratico? «Solo quella futura età nella
quale si dovranno fare i conti con me potrà riuscirvi. Le esperienze
compiute durante dieci anni non mi saranno tornate inutili. Io sarò
più che altro il primo principe che si presenterà al popolo lealmente
e incondizionatamente affezionato alle leggi costituzionali».
Coerenti a questo proponimento sono tutte le sue idee di governo.
«Il mio primo còmpito sarà la soluzione delle quistioni sociali,
che voglio sviscerare». Egli è favorevole ai Polacchi, ai Danesi, a
tutte le nazionalità sottoposte; in politica estera vuole una sincera
pacificazione con la Francia: «Non porto nessun sentimento di odio
contro i Francesi, mi sforzo invece di preparare la riconciliazione».
L'alleanza con l'Inghilterra è un altro punto del suo programma:
«Io vorrei arrivare, seguendo i principii dell'indimenticabile mio
suocero» -- Alberto di Sassonia-Coburgo, Principe consorte della
Regina Vittoria -- «a formare una catena tra due nazioni i cui
rapporti saranno per essere tanto vasti». Ed a questo proposito si
manifesta ancora una volta l'irreconciliabile discordia con Bismarck.
Quel -junker- difensore del diritto divino, contrario al sistema
parlamentare britannico, mediocre estimatore della Regina Vittoria
-- «la gonnella inglese», la chiama, e chiama la figlia di lei, la
Principessa ereditaria tedesca: «Vittoria Numero due», od anche: «il
discepolo di Gladstone» -- quel furbo Prussiano stringe con la Russia
il secreto patto diplomatico conosciuto col nome di -Trattato di
contro-assicurazione-, secondo il quale, in caso di guerra anglo-russa,
la Germania resterà neutrale. Non appena ne ha notizia, Federico
Guglielmo immediatamente osserva: «Spero bene che l'Inghilterra ne sia
stata avvertila e che vi abbia acconsentito!» -- provocando il riso di
Bismarck e dei suoi accoliti con queste parole, dettate, a giudizio
del volpino ministro, da un candore troppo ingenuo e propriamente
puerile....
Il Cancelliere non lo stima infatti «uomo capace di serie riflessioni»;
dice anzi di lui che, «come tutti i mediocri, il Kronprinz amava
copiare e nascondere le sue lettere. Non aveva nient'altro da fare,
del resto, poichè l'Imperatore lo teneva sempre al buio delle cose
di Stato, e non mi permetteva di comunicargli nulla»: menzogna con la
quale il troppo abile uomo capovolge la verità: ha lavorato egli stesso
ad escludere l'erede del trono dal governo, a mettere in cattiva luce
il figlio presso il padre, e vorrebbe dare ad intendere che è il padre
quello che ha dubitato del figlio!...
E un giorno il dramma del quale è teatro la Corte prussiana si muta in
tragedia. È il giorno nel quale, morto il vecchio Guglielmo I, Federico
Guglielmo sale finalmente al trono col nome di Federico III. Vuole il
destino che l'uomo tanto lungamente, tanto scrupolosamente preparatosi
a meritare il suo altissimo ufficio, l'uomo che vorrebbe fare del suo
regno «un benefizio per il popolo, una benedizione per l'Impero», il
sovrano nella cui corona «l'oro ardente dovrebbe mescolarsi ai pallidi
e dolci rami dell'olivo», il fautore del regime liberale, del sistema
parlamentare, delle leggi democratiche, della giustizia sociale, della
diplomazia leale, della politica conciliante, temperata e pacifica,
debba afferrare lo scettro quando la sua mano sta per essere irrigidita
dalla morte, che debba annunziare al popolo il suo grande disegno di
governo quando non gli resta più un filo di voce nella gola invasa dal
cancro.... Ma neanche dinanzi a quella tremenda agonia le ire e gli
sdegni si placano. Egli -- l'Imperatore! -- non è libero di affidarsi
ad un chirurgo di sua fiducia: perchè il chirurgo è inglese, i medici
tedeschi e i pangermanisti arrabbiati gli si scagliano contro; un
giornale, la Koelnische Zeitung, lo avverte di non uscire per le vie di
Berlino «perchè il popolo lo farebbe a pezzi e lo lapiderebbe». Per suo
conto, il Cancelliere, a cui qualcuno fa notare lo strazio atroce dello
sciagurato sovrano, seccamente risponde: «Possibile, ma non ho tempo da
fare una politica sentimentale». E neanche la morte lo placa.
Prima di chiudere gli occhi, Federico III ha affidato il suo -Diario-
alla moglie adorata; la quale, stralciate le pagine del 1870, le ha
consegnate al consigliere Geffcken, uno dei sinceri amici del morto
sovrano. Il consigliere, per onorare la memoria del suo signore e per
appagarne l'espresso desiderio, pubblica quelle pagine sulla -Deutsche
Rundschau- -- e allora l'ira del Cancelliere non conosce più freno.
La sua fortuna ha voluto che Federico III restasse ad agonizzare
sul funebre trono novantanove giorni, durante i quali è mancata al
moribondo, già muto per sempre, la forza, non che di effettuare, ma
di semplicemente proclamare i suoi magnanimi proponimenti; sennonchè
il morto, dal suo sepolcro, dalle pagine del postumo libro, li attesta
ancora, li riafferma, e svela anche la tenace opposizione che gl'impedì
di tradurli in atti. Fuori di sè, il Cancelliere impone che quella
pubblicazione sia incriminata; quantunque certo dell'autenticità
del -Diario- -- «neanche un minuto ne ho dubitato» -- vuole metterla
in forse: «Non importa: bisogna trattarlo come se fosse falso», e
minaccia di dimettersi se non si procederà giudiziariamente; chiede
un minimo di due anni di lavori forzati contro l'editore; fa accusare
il duca Ernesto di Sassonia-Coburgo, proprietario della -Rundschau-;
fa imprigionare il consigliere Geffcken, spontaneamente presentatosi
alla giustizia; lo traduce dinanzi al Tribunale di Lipsia; ma,
poichè i giudici pronunziano una sentenza assolutoria, il furibondo
chiede che, almeno, l'atto di accusa sia reso pubblico sul Giornale
ufficiale dell'impero, e pretende che Geffcken sia punito se non
altro disciplinarmente, come professore all'Università di Strasburgo:
udendo che l'Università non è sottoposta allo stesso regime di tutte
le amministrazioni dello Stato, esclama: «Ma come? Il professore,
in Germania, sfugge alla legge?...» e non se ne dà pace, e non
lascia mezzo intentato per distruggere la «leggenda» del liberalismo
dell'Imperatore, «come perniciosa a tutta quanta la dinastia».
Il nuovo biografo francese di Federico III, come già l'inglese Rennel
Rodd, molto opportunamente ha voluto dimostrare che quel liberalismo
non era una leggenda, che l'orrore della guerra, che l'amore della
patria, che la mitezza, la modestia, la moderazione, la lealtà, la
carità, il cristianesimo del monarca meritamente chiamato Federico
il Nobile furono virtù rare -- nel doppio senso della parola:
come infrequenti sul trono che egli doveva per tanto poco tempo
occupare, e per ciò stesso tanto più preziose -- sebbene fatalmente e
sciaguratamente rimaste inefficaci.
Negano i deterministi ciò che Tommaso Carlyle afferma, cioè l'efficacia
dell'intervento personale dell'Eroe sul corso della storia; ma
quando si pensa che Federico III, il quale scriveva, dinanzi a Parigi
assediata, il 27 gennaio del 1871: «È oggi il tredicesimo natalizio
di mio figlio Guglielmo. Possa egli divenire un uomo forte, leale,
fedele, sincero.... C'è propriamente da aver paura quando si pensa
alle speranze riposte fin da ora sul capo di quel fanciullo, e quale
grande responsabilità ci incombe dinanzi alla patria per l'indirizzo
che diamo alla sua educazione. Essa incontra già tante difficoltà per
le considerazioni di famiglia e di casta alla Corte di Berlino!...»;
quando si pensa che quel padre esemplare, che quell'Imperatore liberale
avrebbe potuto regnare a lungo ed attuare i suoi grandi disegni,
o se non altro impedire che i piani contrarii e le correnti ostili
prevalessero, e vivere ancora nel luglio del 1914 -- avrebbe avuto 83
anni; il padre suo potè bene viverne 91! -- si deve veramente concludere
col Welschinger che la morte prematura di quell'uomo fu un disastro per
la Germania, per l'Europa e per il mondo.
-1.º gennaio 1918.-
La battaglia della Marna.
Il corso di tre anni è troppo breve perchè tutte le fasi della
titanica pugna che salvò la Francia possano essere note in tutti i
loro particolari. Durando ancora il conflitto, manca la versione della
parte contraria, e la verità, nella storia delle guerre, come nelle
liti incruente, non può scaturire se non dal paragone delle opposte
affermazioni: ma questo, intanto, piace da parte degli scrittori
francesi: che, pure esaltando il genio del Joffre ed il valore delle
sue truppe, essi non attribuiscono la vittoria a questi due soli
fattori, ma fanno la sua parte alla fortuna e non disconoscono i meriti
del nemico.
I.
La battaglia della Marna fu annunziata dal Moltke -- il primo,
si potrebbe anzi dire il solo -- qualche tempo innanzi che fosse
combattuta: fin dal 1859.... Lo stratega tedesco, a cui erano
mancate ancora le occasioni di rivelare il suo genio, scriveva
allora, riferendosi agli avvenimenti guerreschi del 1814, che, come
nella campagna fatale all'Uomo fatale, anche in una futura guerra
franco-germanica l'investimento e la presa di Parigi mediante
un'offensiva attraverso il Belgio, avrebbe rapidamente deciso le
sorti della Francia; «ma», soggiungeva, «se noi trovassimo l'esercito
francese riunito nella regione di Reims, dovremmo tosto deviare dalla
direzione di Parigi. Attaccheremmo allora i Francesi dietro l'Aisne e
col favore del numero li batteremmo e rigetteremmo dietro la Marna, la
Senna, la Ionna e la Loira. Poi marceremmo su Parigi....».
Questa è, in poche parole -- e, beninteso, con la differenza d'un
esito totalmente diverso -- la battaglia della Marna, e qui consiste la
spiegazione della condotta, da alcuni giudicata inesplicabile, e forse
troppo severamente condannata in Germania, del generale tedesco von
Klück. Posto all'estrema destra della valanga che precipitava dalle
frontiere del Nord con la velocità di cinquanta chilometri il giorno,
e che, secondo una testimonianza riferita dal Madelin nel suo studio
sulla -Victoire de la Marne,- schiacciava le forze francesi «come un
rullo», von Klück era pervenuto il 30 agosto in vista di Parigi: una
marcia ancora, più breve delle precedenti, e la metropoli sarebbe stata
investita; quand'ecco a un tratto il comandante tedesco si lascia
a destra la via della grande città e piega a sud-est verso Meaux e
Coulommiers. Che cosa è avvenuto? Questo: che l'esercito francese, già
duramente provato sulle frontiere, quindi in piena ritirata attraverso
il territorio nazionale abbandonato al nemico, ha finalmente ricevuto
l'ordine di fermarsi sopra una linea opportunamente prestabilita, di
ammassarvisi insieme con nuove forze e di riprendere di lì l'offensiva.
«Mentre s'impegna una battaglia dalla quale dipende la salute della
patria», dice l'ordine del giorno del generalissimo, «importa ricordare
a tutti che non è più il momento di guardarsi addietro: ogni sforzo
dev'esser diretto ad attaccare e respingere il nemico. Le truppe che
non potranno più avanzare dovranno mantenersi a qualunque costo sul
terreno guadagnato e farvisi uccidere piuttosto che arretrare. Nelle
circostanze presenti nessuna debolezza può essere tollerata....»
Si è dunque dato il caso previsto mezzo secolo innanzi dal futuro
trionfatore di Sedan. Se non precisamente «nella regione di Reims»
l'esercito francese è riunito e fa fronte un poco più giù: si distende
ad arco, come una gran falce bene affilata, dinanzi al grande arco
della Marna e fino alle porte di Verdun. In queste condizioni, come
indugiarsi, da parte tedesca, dinanzi a Parigi? Conquistarla, dopo
che il Governo si è trasferito a Bordeaux, sarebbe raggiungere un
obbiettivo puramente «geografico» -- dicono al Grande Stato Maggiore
germanico --: l'obbiettivo militare e politico da conseguire,
per chiudere con una rapida vittoria la guerra, consiste invece
nell'affrontare, avvolgere e distruggere le ricostituite forze
francesi.
Quindi von Klück opera la sua conversione a sinistra e si accosta a von
Bülow, il quale scende dal canto suo al fianco destro di von Hausen,
anch'egli affiancato dal duca del Würtemberg, alla cui sinistra procede
ultimo il Kronprinz: i cinque capi tedeschi comandano cinque eserciti
che sono come le cinque dita di una enorme mano distesa a ghermire e
strozzare. Ma anche la Francia ha ora in campo cinque eserciti: cinque
dita di un'altra mano aperta a respingere quella dell'avversario:
Sarrail, il mignolo, sotto Verdun, contro il Kronprinz; Langle de
Clary, l'anulare, contro il duca Alberto; Foch, il medio, contro von
Hausen; Franchet d'Espérey fiancheggiato dagli Inglesi del French,
l'indice, contro von Bülow; Manoury, finalmente, contro von Klück. E
l'errore di quest'ultimo -- poichè errore c'è -- consiste nel credere
che la mano francese abbia solo quattro dita, e che il quinto o sia
stato troncato o penda inerte. Dinanzi a quella Parigi che il generale
tedesco rinunzia ad assediare, Joffre ha disposto, formandolo con
elementi in gran parte freschi, tutto un nuovo esercito -- questo del
Manoury, per l'appunto -- che è come il pollice poderoso della mano
francese improvvisamente contrapposta a quello della germanica.
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