conoscere come si vince, avido di trovare nella lezione del passato la rivelazione dell'avvenire. Waterloo è l'effetto di un formidabile intrico di cause prossime e remote, particolari e generali, militari e politiche, fisiche e psichiche, materiali e morali. Quando si sono enumerate tutte, resta ancora il -quid obscurum- vittorughiano: -quid obscurum, quid divinum-. «Era possibile che Napoleone vincesse quella battaglia? Rispondiamo di no. Perchè? Per Wellington? Per Blücher? No. A cagione di Dio....» Questa è la soluzione del poeta. Il Lenient si duole perchè sul campo della pugna eternamente memorabile fu eretto «un modesto monumento di due o tre metri in onore della -Grande Armée-, e un'interminabile colonna alla gloria di Victor Hugo». Lasciamo il metro, inadatto a paragonare le altezze morali. I soldati diedero il sangue e la vita: il poeta, narrando ai secoli le loro gesta, proferì una grande parola. -8 gennaio 1916.- Thiers, Bismarck e la guerra. La signorina Dosne, proprietaria delle carte di Adolfo Thiers, ne fece a sua volta erede il Governo francese, col solo patto che non fossero rese pubbliche prima d'un certo tempo. Il caso ha voluto che la scadenza del termine da lei assegnato coincidesse con la guerra, e che le lettere del Thiers e di altri a lui intorno al conflitto franco-prussiano del 1870-71 apparissero mentre i due popoli, a distanza di circa mezzo secolo, si affrontano ancora una volta. La lettura di questi documenti offre molto interesse, poichè dagli avvenimenti di allora gli odierni in gran parte dipendono. I. La giornata «terribile», la scena «diabolica» del 15 luglio 1870, quando Emilio Ollivier partecipò al Corpo Legislativo la dichiarazione di guerra alla Prussia, è narrata con senso divinatorio dal Thiers, il solo che avesse tanto coraggio civile da tentare di opporsi alla «follia criminale» del governo napoleonico e della maggioranza parlamentare. Come tutti gli altri patriotti francesi, meglio che gli altri, l'insigne storico e statista sapeva quale errore fosse stato lasciare stravincere la Prussia dal 1864 al '66; come e più che gli altri, egli voleva fare il possibile per evitare la minaccia gravante sul suo paese; ma si ribellò sdegnosamente «vedendo i miserabili che nel 1866 non vollero impedire il male all'origine, voler ora precipitarne le conseguenze, a rischio di renderle decisamente mortali» -- sono parole scritte quarantotto ore dopo la seduta. Per correggere l'errore antico bisognava aspettare il giorno propizio; questo giorno sarebbe stato quello «in cui la Prussia avrebbe ripreso il corso delle sue usurpazioni» «Allora», scrive Adolfo Thiers al Duvergier de Hauranne, i Tedeschi del Sud, invasi da lei, si sarebbero gettati nelle nostre braccia, l'Austria non avrebbe potuto neanch'essa esitare, e l'Inghilterra sarebbe stata moralmente insieme con noi. In queste condizioni, con l'esercito tenuto in assetto, si sarebbe forse potuto rifare l'antica Confederazione germanica, o prendere sul Reno qualche pegno territoriale. Ma qualunque guerra, prima che la Prussia avesse commesso una nuova usurpazione materiale, mi sembrava una pazzia.» Ed al Rémusat, un altro dei pochi rimasti capaci di freddamente ragionare: «Voi avete indovinato. Le cause della guerra sono delle più meschine. La rivincita contro la Prussia, per offrire probabilità favorevoli, doveva essere differita. Poichè la Prussia non poteva proseguire l'opera sua, tante volte ostentata, senza mettere la mano sugli Stati del Sud della Germania, bisognava aspettare quel giorno, e allora avremmo avuto dalla nostra una buona metà dei Tedeschi, più l'Austria, costretta a pronunziarsi, più l'Inghilterra che non avrebbe tollerato nuove usurpazioni prussiane, o che, se anche non avesse partecipato alla guerra con noi, sarebbe rimasta neutrale, benevola, capace per conseguenza di trattenere la Russia. Quello sarebbe stato il momento dell'azione. Fino a quell'ora bisognava contentarsi di comporre nel miglior modo possibile gl'incidenti quotidiani, senza mettersi dalla parte del torto nel caso che una rottura fosse divenuta inevitabile....». Opporsi alla candidatura di un Hohenzollern al trono di Spagna era dunque legittimo, ma non si doveva forzare la nota. Quantunque il Governo francese avesse ecceduto nel tono della protesta, il rimedio era ancora possibile. Bisognava appagarsi d'infliggere alla Prussia un grosso scacco diplomatico. «Se pretenderete di più», aveva detto il Thiers ai ministri, «l'amor proprio entrerà in giuoco, e allora la guerra sarà inevitabile. Essa potrà andar male, nonostante il valore dell'esercito nostro, e non bisogna correre il rischio. Bisogna porre da parte il desiderio di disfare ciò che fu compiuto a Sadowa; bisogna aspettare il giorno delle future e immancabili usurpazioni prussiane.... Mi si rispose che avevo ragione, ma che disgraziatamente non credevano possibile ottenere il sacrifizio della candidatura Hohenzollern. -Replicai che si sarebbe ottenuto, ma che bisognava contentarsene-....». Fu ottenuto, infatti, come egli assicurava; ma, sciaguratamente, come egli stesso temeva, non bastò. Il dispaccio spagnuolo annunziante la rinunzia del Principe prussiano produsse un tripudio di gioia nell'Ollivier, ma non valse a soddisfare gli ultrabonapartisti, cui non importava affrontare la guerra, che volevano anzi affrontarla, sperando di affermare, con una segnalata vittoria sul nemico di fuori, il regime imperiale minacciato e minato dagl'interni avversarii. «A capo di cotesto partito si trovava il maresciallo Leboeuf, brav'uomo, soldato eccellente, ma ebbro d'ambizione e politico molto leggero. Tutti i bonapartisti si sono messi dietro di lui ed hanno fatto risonare il Gabinetto di grida furenti. Resta a sapere se l'Imperatore è stato più trascinato che non trascinasse. Fatto sta che i pacifici, formanti la maggioranza e guidati dallo stesso Ollivier, si sono lasciati intimidire ed hanno stabilito di chiedere al Re di Prussia l'impegno personale (che la candidatura del congiunto non sarebbe stata ripresentata), con lo scopo, apertamente dichiarato, di umiliarlo. Ho visto i ministri dopo il funesto Consiglio tenuto martedì, 12 luglio. Ho detto loro che avevano commesso un grave errore non dichiarandosi soddisfatti, e che la guerra tornava ad esser possibile. Mi hanno solennemente giurato che sarebbero stati prudenti, cioè poco esigenti. Nel frattempo ho fatto una vera campagna presso i deputati del Centro. Cento, a dir poco, mi hanno dichiarato che, se davo loro il segno della pace, m'avrebbero seguìto. Un buon numero di costoro sono venuti a dirmi: -- Prendete il potere: siamo in duecento pronti a sostenervi; non si può lasciare il Governo in quelle mani....». Ma egli ricusa di mettersi avanti, di appagare ambizioni ed appetiti; insiste invece perchè si faccia consistere soltanto nella pace lo scopo essenziale da raggiungere. «Non ho udito una sola obbiezione, salvo tra i bonapartisti, che del resto io non frequentavo. Il mercoledì, 13, si sono rimandate le ultime spiegazioni a venerdì, 15. Ho visto e rivisto i ministri, e parecchi mi hanno dichiarato che si sarebbero dimessi piuttosto che assumere la responsabilità della guerra. Plichon, Chevandier, me lo hanno promesso....». II. Disgraziatamente, se i bonapartisti, in Francia, volevano venire ai ferri corti, i bismarchiani se ne struggevano in Prussia, e come i Francesi si erano môrse le mani vedendo sfumare, col ritiro della candidatura tedesca, l'occasione desiderata, ed avevano perciò avanzata l'eccessiva e pericolosa pretesa che il Re Guglielmo s'impegnasse personalmente a non permettere che mai più si riparlasse del suo parente, così il conte di Bismarck, leggendo la nota redatta per ordine del suo sovrano dal consigliere segreto Abeken, con la quale la risposta negativa era distesamente e serenamente riferita, pensò di «-abbreviarla-» in modo che sonasse «come una fanfara di risposta a una sfida....». Il Thiers non poteva allora conoscere questo particolare, svelato molti anni dopo dallo stesso Bismarck; ma neanche nella secca forma datagli dal ministro prussiano il dispaccio di Ems parve allo statista francese quell'«oltraggio» che vollero trovarvi in Francia. «Buoni cittadini avrebbero attenuato la cosa, si sarebbero rivolti all'Inghilterra perchè la accomodasse, e avrebbero così preservata la pace. Ma i signori ministri vi hanno veduto un motivo di mettersi col partito della guerra senza troppo disonorarsi, e di restare quindi nel Gabinetto dal quale si sentivano sul punto di uscire.... Quando, in mezzo ad un'ansietà inaudita, il manifesto è stato letto, una specie di stupore si è impadronito della Camera. I Centri hanno fatto come i ministri, si sono serviti di questo mezzo per non guastarsi col potere, e i ministri per restar tali, i ministeriali per continuare ad essere ministeriali, hanno gettato il paese ed il mondo in una guerra spaventosa. La stessa Sinistra, solitamente tanto coraggiosa, era sorpresa e paralizzata, quando io mi sono alzato con uno scatto infrenabile. E allora tutti i furori del bonapartismo si sono scagliati su me.... Cinquanta energumeni mi mostravano il pugno, m'ingiuriavano, dicevano che insozzavo i miei capelli bianchi....» L'ansia del Thiers era tanto più grande perchè, antivedendo purtroppo la sconfitta, neanche la certezza della vittoria sarebbe valsa a rassicurarlo: la guerra fortunata avrebbe anzi afforzato il partito bonapartista, nemico delle pubbliche franchige, fautore e autore di dispotismo. «Questo avvenimento che ci costerà o la libertà o la grandezza, m'ha spezzato il cuore.... Per quelli dei nostri militari che sono liberali, quale dolore, combattendo per la nostra terra, all'idea che non vinceranno se non a spese della nostra libertà!...» Ma nel terribile frangente la condotta, non solo dei soldati, bensì di tutti i cittadini, era nettamente segnata: «Il dovere non è equivoco: bisogna fare di tutto per vincere, e se fossi soldato darei francamente la vita per questa causa....». Non dovendo e non potendo combattere, egli fece tutto quanto la patria gli chiese; e non fu poco: a cominciare dalla penosa peregrinazione attraverso le metropoli europee in cerca di aiuto. Qui consiste il maggiore interesse dei documenti venuti ora in luce, per le profezie che vi si trovano, talvolta un poco involute ed incerte, talaltra singolarmente precise, intorno alle conseguenze dell'incontrastato trionfo tedesco e della profonda umiliazione francese. III. Il Mignet scrive al Thiers, a Londra: «Gli augurii e i consentimenti continuano a seguirti nella tua patriottica missione. Così possa riuscire, per l'onore e l'interesse delle grandi Potenze europee, non meno che per il sollievo e l'integrità della Francia, abbandonata ad un'invasione che resta ora senza fondato motivo da parte d'una Potenza oggi soltanto conquistatrice. L'Inghilterra, la Russia e l'Austria hanno eguale interesse ad opporsi alla devastazione, alla rovina, alla menomazione territoriale della Francia. Il mantenimento dell'equilibrio europeo importa ad esse in egual grado. L'unità della Germania sotto la Prussia, divenuta certa, in fatto, grazie alla guerra, e destinata a compiersi, in diritto, dopo la pace, renderà l'orgogliosa e bellicosa Prussia preponderante sul continente. Se la si lasciasse tendere ad ingrandirsi con annessioni a spese nostre, presto o tardi, quando l'occasione favorevole si presentasse, essa sarebbe disposta a riunire al futuro e inevitabile impero germanico i Tedeschi delle province austriache e quelli delle province russe del Baltico. Tollerare che soddisfi la propria ambizione a spese della Francia, importa esporsi al pericolo che la sua ambizione si rivolti contro l'Austria e contro la Russia. -Se non le s'impedisce d'essere invadente oggi, la si renderà pericolosa per tutto il mondo in un avvenire immancabile-....». Ma il Thiers non raccoglie altro che delusioni. Il Tissot, incaricato d'affari a Londra, gli scrive il 14 ottobre, a Firenze: «La situazione è qui press'a poco quale l'avete lasciata. Il Governo inglese continua a chiudersi nel proponimento dell'astensione e persiste nel non voler intervenire se non quando gli sarà provato che la sua mediazione avrà qualche probabilità di riuscita». E il 12 novembre, notando le simpatie dell'opinione pubblica e riferendo le promesse di Lord Grenville: «In fondo a queste simpatie che l'Inghilterra ci dimostra, c'è senza dubbio il sentimento molto egoista dei pericoli che la minacciano; ma non importa: l'essenziale è che essa comprenda oggi questi pericoli da lei tanto lungamente negati. L'arroganza teutonica vi ha contribuito più ancora, forse, che i nostri disastri. La stampa germanica già reclama Heligoland come chiave del Mare del Nord. Quanto all'Olanda, essa sarà chiamata a far parte del Zollverein, aspettando che occupi, di buona o mala voglia, il posto che già le è assegnato nella Confederazione tedesca. Tali sono le conseguenze prossime, ed altre se ne intravedono in un avvenire più o meno lontano. -Tutto ciò- -- mi diceva ieri il signor Otway, sottosegretario agli affari esteri -- -finirà con una coalizione europea contro la Germania-....». Meno fortunati ancora dovevano riuscire i tentativi compiuti dal Thiers presso il governo russo. Il marchese di Gabriac, incaricato d'affari francese a Pietroburgo, gli scrive di lì, dopo la sua partenza: «Il partito tedesco, in minoranza nel paese, ma forte quanto sapete, ha sfruttato presso l'Imperatore la notizia delle scene di disordine avvenute in Francia, segnatamente a Marsiglia ed in una parte del Mezzogiorno. Si sono distesamente riferite nei giornali le tristi scene dell'Hôtel de Ville. Dall'altra parte la capitolazione di Metz ci ha naturalmente nociuto molto come effetto morale, e, militarmente parlando, se ne è concluso che, non avendo più esercito regolare da opporre al nemico, la nostra resistenza non è più se non un atto d'inutile ostinazione....». Dopo aver notato alcuni sintomi di migliori disposizioni alla notizia dei nobili sforzi della Difesa nazionale, ed accennato allo scambio di note delle grandi Potenze, il Gabriac osserva: «Se la guerra durerà ancora a lungo, mi sembra probabile che non vi sarà altra politica tranne quella delle cupidige individuali, con appena qualche intermezzo. Del resto sarà la stessa che è moralmente prevalsa dopo lo schiacciamento della Danimarca e di cui noi portiamo oggi la pena, senza speranza di risollevarci interamente, -finchè le due grandi nuove agglomerazioni uscite da questo disordine, il germanesimo e lo slavismo, si urtino in una lotta suprema- da cui spero che saremo tanto abili per fare nuovamente uscire il regno della giustizia e del buon senso....». E la Russia disse pure una buona parola; il Cancelliere dello Zar consentì che il Gabriac partecipasse a Giulio Favre, ministro degli affari esteri della Repubblica, che «il desiderio della Russia di vedere risparmiate alla Francia le cessioni territoriali non era ignoto a Berlino». Ma poi, con la totale distruzione delle forze militari francesi, il ministro moscovita tenne tutt'altro linguaggio: ogni Potenza, fece osservare al Gabriac, ha dovuto compiere sacrifizii in seguito a guerre disgraziate.... IV. Il Thiers e il Favre sostennero sforzi sovrumani durante le trattative della pace. «Ci trovavamo», narra il primo al duca di Broglie, ambasciatore a Londra, «nella posizione d'un esercito ridotto ad arrendersi a discrezione, cioè nell'impossibilità di resistere. Ho resistito nondimeno, e talvolta con violenza. Volevano portarci via tre quarti della Lorena (l'Alsazia era già sacrificata): ne abbiamo serbato i quattro quinti: ma abbiamo perduto Metz. Bisognava scegliere tra Metz e Belfort. Volevano togliercele entrambe. Io ho rivolto i miei sforzi su Belfort, perchè Metz non chiude nulla, mentre Belfort sbarra la frontiera dell'est, e particolarmente quella della Germania meridionale. La lotta è durata nove ore. Finalmente ho salvato Belfort....» Ma c'era ancora la quistione finanziaria, quell'indennità di cinque miliardi, il cui annunzio, secondo riferiva il Broglie al Thiers, aveva prodotto in Londra un «vero scandalo». «Il pubblico inglese», soggiungeva l'ambasciatore, «si sente toccato nel vivo. Esso sa che sarà lui quello che, di buona o mala voglia, pagherà i cinque miliardi, o almeno il più grosso boccone dell'enorme bottino. La richiesta di capitali e di numerario che saremo costretti a rivolgere a tutti i mercati del mondo, ed all'inglese particolarmente, che è il primo, lo turba straordinariamente. Il pensiero che questo capitale, di cui i tralasciati lavori della pace aspettavano impazientemente l'impiego, è sul punto di essergli sottratto per ficcarsi nel tesoro di guerra d'un esercito ancora conquistatore, l'irrita e lo sdegna.... La -City- è come un formicaio su cui la Prussia ha posto il piede....» Ma forse l'immagine era più bella che fedele, o le formiche si sentirono impotenti contro il piede; perchè, ad eccezione d'un tentativo compiuto -in extremis-, «veramente molto insignificante e tardivo, per aiutarci ad ottenere la riduzione d'un miliardo» -- sono parole del Broglie -- e ad eccezione dell'offerta di favorire l'emissione del prestito, l'Inghilterra non seppe far nulla per moderare le pretese del vincitore. «Si può dunque dire», conclude amaramente il Thiers, «che, avendoci abbandonati, l'Europa è il vero autore del trattato che abbiamo firmato; trattato tanto crudele per lei quanto per noi, poichè i miliardi che dalla nostra cassa passeranno in quella prussiana saranno altrettante forze tolte all'Europa -e portate al dispotismo germanico che si prepara-....» Sarebbe riuscito veramente difficile far intendere alla Prussia il linguaggio della moderazione, se le grandi Potenze avessero voluto veramente, fermamente tenerlo? La discrezione nella vittoria era stata la legge che il Bismarck si era imposta, e che aveva imposta agli stessi militari ed al Re, nel 1866. Se qualcuno l'avesse imposta a lui nel 1871, egli si sarebbe risparmiato l'ammonimento che, perduto il potere, rivolgeva ai suoi successori, e del quale Gabriele Hanotaux ha pur ora avvertito il profetico senso: «Il mio timore è che, sulla via per la quale siamo posti, il nostro avvenire resti sacrificato ai mutevoli umori del giorno.... Il nostro prestigio e la nostra sicurezza si affermeranno tanto più durevolmente, quanto più nelle contese che non ci toccano direttamente ci terremo da parte, e quanto più saremo insensibili ad ogni tentativo di solleticare e sfruttare la nostra vanità.... La Germania commetterebbe anche oggi un grosso sproposito, se nella quistione orientale, e senza avervi un interesse proprio, volesse prendere partito prima delle altre Potenze più interessate di lei.... Essa è forse la sola grande Potenza d'Europa che sia meno tentata da fini raggiungibili solo mediante guerre vittoriose. Il nostro interesse è quello di conservare la pace.... A questa situazione dobbiamo conformare la nostra politica: impedire cioè quanto più è possibile o limitare la guerra: non lasciarci forzar la mano nel giuoco di carte europee, non lasciarci vincere dall'impazienza, da nessuna compiacenza a spese del paese, da nessuna nostra vanità come da nessun incitamento d'amici. Altrimenti, -plectuntur Achivi-....». -26 agosto 1916.- Un profeta del pangermanesimo: EDGARDO QUINET. Mathieu de Mirampal, al tempo della Rivoluzione francese, propose di far viaggiare gli adolescenti in Germania, «per ritardare, grazie ai rigori del clima, l'età della pubertà». La stravaganza del consiglio, e quella dei molti contemporanei giudizii intorno all'indole delle popolazioni teutoniche, può dare un'idea della ignoranza degli scrittori che li proferirono. Un giorno ci si mise una scrittrice, colei che fu chiamata Imperatrice del Pensiero per far dispetto a Napoleone Bonaparte, Imperatore di Francia -- e l'-Allemagne- della signora di Staël riuscì un'apologia, anzi un'apoteosi. Il bello fu questo: che gli stessi Tedeschi non vi si riconobbero, e dissero che l'autrice «nulla ha visto, nulla ha udito, nulla ha capito....». Corinna meritò quest'accoglienza, perchè non fu sincera: ella esaltò la Germania per combattere Napoleone che l'aveva sottoposta. E mentre il suo libro era male accolto tra le genti che portava al cielo, lo applaudirono invece con gran calore quegli stessi Francesi che festeggiarono le truppe della Coalizione accampate a Parigi nel 1814. Perchè Bonaparte era stato dispotico, quei cittadini dimenticarono che nel despota, intanto, era impersonata la patria, e in odio a lui gioirono della disfatta, e accettarono come articoli di fede le lodi tributate dalla Staël ai loro secolari nemici. È vecchia sentenza che la passione acceca. E la passione politica continuò ad offuscare la vista dei Francesi durante la Restaurazione ed al tempo della monarchia di Luglio; per il disagio sofferto sotto quei regimi, gli spiriti insofferenti si volsero a cercare oggetti di ammirazione oltre confine. Il romanticismo letterario contribuì anch'esso a mettere in voga i costumi alemanni; gli stessi progressi compiuti dalla scienza tedesca accrebbero quel fervore, a segno che il Michelet scriveva nel 1828: «la -mia- Germania, il -mio- Lutero, il -mio- Grimm» -- e non chiamava -suo- Giambattista Vico, a cui doveva pur tanto, e di cui aveva tradotto l'opera. Un altro giovane scrittore amico del Michelet e destinato anch'egli alla celebrità -- Edgardo Quinet -- si recava tre volte in Germania con l'ardore d'un pellegrino, sposava una Tedesca, chiamava «-nostra-» Eidelberga, e leggendo e traducendo e presentando ai suoi connazionali la -Filosofia della storia del genere umano-, dichiarava d'aver trovato nel libro tedesco «una fonte inesauribile di consolazione e di gioia: mai, no, mai mi è accaduto di chiuderlo senza avere un'idea più nobile della missione dell'uomo su questa terra; mai, senza credere più profondamente al regno della giustizia e della ragione; mai, senza sentirmi più devoto alla libertà, alla mia patria, e più capace di buone azioni». I. Quel filosofo esordiente sarebbe rimasto molto stupito se gli avessero detto che il suo entusiasmo per la Germania avrebbe, di lì a poco, dato luogo ad un sentimento molto diverso. La prima impressione di doccia fredda fu da lui provata quando, innamoratosi di Minna Morè e scambiata con lei la promessa nuziale, conobbe da vicino i fratelli della sposa, Tedeschi fanatici, inconciliabili nemici della Francia, i quali indussero la giovanetta a ritirare la parola data. Molto penosa fu la crisi del disinganno, ma potè essere superata, e qualche anno dopo Minna sposò Edgardo, e lo rese felice; ma il velo attraverso il quale egli aveva visto la patria di Arminio gli era intanto caduto dagli occhi: egli si guardò intorno, prestò attentamente l'orecchio, e vide e udì ciò che a tutti gli osservatori sfuggiva allora, e doveva ancora sfuggire per lungo ordine d'anni: «-segni- in fondo alle cose, come un mormorio che partiva non si sa donde, indistinto e indefinibile; conversazioni rare, parole interrotte, improvvisi entusiasmi che scoppiavano e svanivano come lampi: -la grandezza della Germania-....». Paolo Gautier, raccogliendo oggi tutti gli articoli nei quali, dal 1831 al 1870, il Quinet avvertì la Francia di ciò che si preparava nell'animo della nazione rivale, ci dà modo di apprezzare la singolare chiaroveggenza dello scrittore. Mentre il popolo tedesco pareva ancora, come era parso a lui stesso nella prima fase dell'ammirazione, e come forse era stato in altri periodi della sua storia, contemplativo, meditabondo, rifuggente dalla realtà, incapace di passare dalle idee agli atti -- «annegato nell'infinito», aveva detto la Staël -- il Quinet colse i sintomi del mutamento, dell'orientazione dello spirito pubblico verso l'attività pratica e politica, dell'aspirazione all'unità nazionale, dell'ambizione di farsi largo nel mondo: sentimenti e movimenti già così profondi, «che non resta più a quel popolo se non afferrare la corona universale». Queste parole sono del 1842. Undici anni innanzi, scrivendo al Michelet, Edgardo Quinet annunziava all'amico che le cose erano molto mutate in Germania dacchè entrambi avevano lasciato quel paese, «e l'unità tedesca si prepara in modo così minaccioso, che non ho resistito al bisogno di descriverne i progressi inevitabili». Nella sua descrizione -- un articolo intitolato: -La Germania e la Rivoluzione- -- il Quinet nota che l'antica imparzialità e serenità, che l'apatia politica e la tendenza al cosmopolitismo hanno dato luogo in Germania ad una «nazionalità irritabile e collerica»; che la libertà non è tra i più urgenti bisogni di quel popolo; che il partito democratico, ed anche il demagogico, hanno fatto pace col Governo della Prussia dopo che questo ha dato al paese ciò di cui esso è ora cupido: «l'azione, la vita reale, l'iniziativa sociale», appagando «il repentino infatuamento per la potenza e per la forza materiale». Tra i governati e i governanti «c'è una secreta intesa per rimandare l'avvento della libertà e mettere in comune l'ambizione di conseguire la fortuna di Federico II». Il dispotismo prussiano è più minaccioso dell'austriaco, perchè non risiede soltanto nel Governo, «ma nel paese, nel popolo, nei costumi e nel portamento da -parvenu- dello spirito nazionale». Benchè preparati ad apprezzare l'efficacia delle idee, i Francesi si sono addormentati per quanto concerne «il moto dell'intelligenza e del genio tedesco»: lo ammirano ingenuamente, credendolo immune dall'ambizione «di passare dalle coscienze nelle volontà, dalle volontà agli atti, e di aspirare alla potenza sociale ed alla forza politica». Ma ecco: quelle idee che dovevano restare incorporee «fanno come tutte le altre idee apparse nel mondo, e si sollevano contro di noi con tutto il destino d'una razza, e questa razza si pone sotto la dittatura di un popolo -- il prussiano -- non già più illuminato, ma più avido, più ardente, più esigente, meglio addestrato agli affari. Essa gli affida le sue ambizioni, i suoi rancori, le sue rapine, le sue astuzie, la sua diplomazia, la sua gloria, la sua forza.... La Germania è dunque intenta oggi a sostituire, come suo agente, la Prussia all'impero d'Austria? Sì: e se sarà lasciata fare, la spingerà lentamente, da tergo, all'assassinio del vecchio regno di Francia». Scritte nel 1831, queste parole tolsero il riso al Michelet, come confessò egli stesso, «per dieci anni». Al loro paragone, le pagine sull'-Arte in Germania-, composte l'anno appresso, fanno meno impressione, ma sono anch'esse degne di nota, perchè l'ansia dello scrittore cerca e trova più sottili ma non meno fondate ragioni d'inquietudine nella stessa attività fantastica del popolo nemico. Finora, in Germania, l'arte è stata senza patria; il più grande scrittore tedesco, Volfango Goethe, si è mantenuto superiore a questa come a tutte le altre passioni umane; ma già i buoni cittadini sono sconcertati dalla sua olimpica impassibilità; già i nuovi artisti, nella musica, nella pittura, in poesia, si accostano al popolo, attingono alle tradizioni, celebrano i fasti della razza. Se Uhland è «il Béranger tedesco», Goerres «ha ricevuto la missione di gettare una volta per sempre nell'arena la massa inerte della Germania e di scatenare il mostro»: quel Goerres che, per punire l'infedeltà commessa dall'Alsazia nel farsi francese, proponeva di bruciare la cattedrale di Strasburgo eretta nel secolo XV dal genio tedesco, e di lasciare intatta la sola guglia «per l'eterna vendetta dei popoli germanici». II. Più il Quinet conosce la Germania nuova, più ne diffida. Nel quinto articolo, composto nel 1836, egli denunzia il dissolvimento dell'antico spiritualismo tedesco, ammonisce la Francia di non rappresentarsi la rivale «come un Eden popolato da poeti, e l'intera nazione come la Bella addormentata nel bosco: immagine vera cinquant'anni addietro, ora non più». La -Giovine Germania- ha «scoperto» che l'uomo è di carne e d'ossa, e si è quindi messa a sciogliere inni al corpo. Ubbriacati dalle lodi che il mondo aveva loro tributate, i Tedeschi hanno preso coscienza di sè, e la febbre dell'orgoglio li ha assaliti. Ma, dopo la prima ebbrezza, si sono guardati attorno: hanno visto che il loro paese è chiuso, in terra, tra la Francia e la Russia, e che l'Inghilterra lo blocca dal mare. «Hanno cercato allora quale grande pensiero portassero in sè per rinnovare il mondo, e hanno trovato la -teutomania-....» La parola è pronunziata dal Quinet nel 1842, e gli serve per intitolare il nuovo articolo, nel quale l'autolatria, già entrata nel cuore della Germania prima ancora di aver conseguito l'unità politica ed ottenuto il predominio militare, è denunziata con parole gravi. Ma più gravi di tutte, veramente terribili, sono quelle che il polemista scrive dall'esilio, nel 1867, dopo Sadowa. In questo nuovo studio, intitolato -Francia e Germania-, egli comincia con l'avvertire che la vittoria prussiana non è soltanto il segno d'una crisi, che è anzi la rivelazione «di un nuovo stato del mondo». L'unità tedesca non può più essere impedita da nessuno, ma essa non si viene conseguendo «con la giustizia e la libertà, bensì con l'ingiustizia e l'arbitrio». I Tedeschi sono ora convinti di aver conquistato il dominio degli spiriti in Europa, «e tengono per fermo che tutto emana da loro: scienza, poesia, arte, filosofia, e che il mondo è divenuto loro discepolo. A cotesta presunta sovranità che cosa manca ancora? La forza. Ecco che se ne sono, ora, impadroniti. Per loro, non c'è soltanto un impero di più nel mondo, è avvenuta senz'altro la sostituzione dell'êra germanica all'êra dei popoli latini, relegati in un piano inferiore». Rivolto al popolo tedesco, lo scrittore francese gli fa osservare: «Fino ad oggi il dispotismo prussiano è stato violento, iniquo, ma non si è data la pena d'esser falso. Si è servito di armi palesi: l'audacia, la temerità, la sfida, senza avvelenarle con la menzogna, e la menzogna è quella che corrompe l'avvenire. Fin qui, dunque, il principio del diritto, della vita morale, può ancora essere restaurato e salvato. Ma badate che il momento decisivo non è ancora giunto. Sarà quello in cui cotesto dispotismo avrà bisogno di travestirsi, di mutar nome e linguaggio, di mettersi la maschera della libertà e della democrazia. Allora tutto minaccerà di falsarsi e snaturarsi. Che faranno quel giorno i Tedeschi? Sarà l'ora dei tranelli. Vogliono essi cadervi? Quando il dispotismo si travestirà da democrazia, la democrazia, sempre compiacente, sposerà il dispotismo? Se mai coteste nozze si celebreranno, dite per sempre addio a quanto avete conosciuto della vita tedesca: probità dell'intelligenza, acume, grandezza dello spirito, genio, gloria; tutto sparirà, tutto naufragherà nella confusione del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto, del vero e del falso»: avvenimento inevitabile, perchè già «la democrazia tedesca si è riconciliata con chi la calpestava». Non mancano i liberali, in quel paese, e credono anche d'esser padroni dell'avvenire; ma s'illudono. Non lasciano essi che l'unità della patria si compia con la violenza e le conquiste? Come possono dunque prometter nulla, «dopo la fatalità a cui si rassegnano?». Se questa fatalità dovesse un giorno ripresentarsi, «nulla impedirà che essi vi si rassegnino con più filosofia e più pazienza». Quando si pensa come i Tedeschi si accordarono nel volere la guerra, sembra propriamente che Edgardo Quinet abbia letto nell'avvenire. Ma non c'è in lui, come non c'è in nessun uomo, la capacità di antivedere il futuro: c'è soltanto, come bene avverte il Gautier, «un senso più intimo delle realtà e delle grandi leggi storiche che si governano». La riprova è questa: che quando lo studioso non tiene conto di tutti i fatti, o quando le leggi sono troppo complesse, le sue previsioni non riescono altrettanto sicure. Fin dal 1842, ad esempio, egli preannunziava l'alleanza franco-russa: «Gli scrittori tedeschi vogliono proprio inimicare i due paesi -- Francia e Germania -- trascurando di pensare che una sola stretta di mano della Francia e della Russia potrebbe bene, all'occorrenza, stringere oltre misura i fianchi di Teutonia?». Ma il Gautier, ponendo in evidenza l'accortezza di questo giudizio, non avverte che un altro ragionamento porta il Quinet ad una conclusione contraria: «Avete dimenticato che la Russia era con la Prussia e con la grande Germania a Lipsia? Ecco, senza parlare degli interessi comuni, il legame sacro tra loro....». Quando scrive queste parole, lo stesso Quinet ha dimenticato d'aver detto che la gran rivale della Germania è la Russia, perchè -- e qui ha indovinato -- «i Tedeschi sono fatalmente attratti verso l'Oriente». Queste ed altre esitazioni e contraddizioni sarebbero tuttavia trascurabili senza quelle che concernono il principale argomento delle indagini e delle inquietudini del pubblicista francese. Il quale, dopo avere denunziato con parole tanto concitate i pericoli dell'autocrazia prussiana inebbriata dalle sue fortune guerresche, scrive che «del resto, fra i Tedeschi, la gloria militare non degenera in superstizione, perchè è dominata dalla gloria dei riformatori, dei poeti, degli artisti». Lutero, Goethe e Schiller, soggiunge, «passeranno sempre prima di Blücher. Lo splendore dell'uniforme, che affascina gli altri popoli, non è la principale magia dall'altra parte del Reno». E allora egli stesso non teme più ciò che lo ha tanto spaventato: «Io posso dunque concepire un impero fondato sul fucile ad ago, e nondimeno incapace di far tutto consistere nel militarismo. Gli resterebbero, a suo dispetto, forze molto diverse da quelle della spada». III. La verità è che il Quinet aveva troppo amato la Germania, un tempo, perchè potesse poi odiarla. La detestò certamente quando, tornato dall'esilio alla caduta del Secondo Impero, vide avverarsi la disfatta e la mutilazione della patria che egli aveva predette; ma, prima dello scempio, serbò sempre in cuore qualche cosa della fede nutrita negli anni più belli. C'è anche nei suoi giudizii un errore, grave di conseguenze: quello di procedere per distinzioni troppo radicali fra popolo e popolo, di assegnare a ciascuno di essi qualità diverse e discordi, e funzioni separate ed opposte. E sapete, fra parentesi, in che cosa consisterebbe la parte dell'Italia? «L'Italia ha per sè la libertà dei costumi, la vita facile, la felicità e l'esaltazione dei sensi, la noncuranza prodotta dall'abitudine delle rovine; ella ha segnatamente al suo servizio l'arte, che dovunque altrove è uno sforzo, ed in lei istituzione divina e naturale». Faremmo torto al nobile scrittore se ci fermassimo su questa sentenza: non dimentichiamo la simpatia che egli accordò alla causa nostra, nè i rimproveri acerbi che mosse alla Francia di Napoleone III per averci abbandonati a Villafranca, nè l'esortazione che rivolse all'Austria, «di sollevare un momento la pesante zampa distesa sull'Italia». Ma, per tornare in argomento, tanto è ancora il credito da lui accordato alla Germania, che riconosce ai paesi di lingua tedesca «il senso della felicità domestica, le cure della famiglia, la calma dei costumi tradizionali, la vita religiosa, la vocazione per la scienza». L'Inghilterra si distingue per l'industrialismo; l'America del Nord per il culto della libertà; alla Francia resta riservato l'istinto e l'istituto della civiltà: «da due secoli la Francia ha posto il suo destino nel farsi organo dominante della civiltà». Ora, come non osservare che, precisamente per questa volontà di dominio, riuscita un giorno troppo molesta alle altre nazioni, tutta l'Europa si collegò contro la Francia, e che al «sole di Campoformio» tennero dietro le nebbie della Beresina e le tenebre di Waterloo? Dopo Napoleone I, scrive il Quinet, è divenuto impossibile che, «per la -stessa- causa», si scateni la «gran guerra, la guerra universale». E qui non cogliamo in fallo il profeta? La guerra universale, oggi, non si è scatenata per la -stessa- causa, avendo la Francia saviamente deposta l'ambizione di primeggiare, ma per una causa -simile-. «Da 15 anni», scrive il Quinet nel 1832, cioè dalla caduta del Primo Impero, «il posto della Francia resta vuoto; da 15 anni la corona della civiltà moderna si trascina con lei nel fango. Chiunque può raccattarla e prenderla a suo talento; non bisogna far altro che chinarsi: chi lo impedisce?...». Lo impedisce, appunto, una coalizione simile a quella formatasi contro l'impero napoleonico, e soltanto più vasta, perchè più forte è il popolo che non ha resistito alla pericolosa tentazione di raccattare quella corona. Il mondo non è più disposto a tollerare che nessuno se la ponga in capo; nessuna benevolenza verso la civiltà dà diritto ad egemonie. Lo stesso Quinet, con un'altra contraddizione che gli fa onore, dopo avere attribuito ad ogni nazione una parte distinta nel gran concerto umano, domanda a sè stesso: «Nel caos di opinioni, di idee, di poesia che si agita in ogni angolo d'Europa, come riconoscere l'elemento che ciascun popolo vi porta? Lo spiritualismo del Nord, il materialismo del Mezzogiorno, l'eguaglianza francese, l'industria inglese tendono a stabilirsi e coesistere ovunque contemporaneamente». Allora, che cosa concludere? Questo: che tra i voti -- se non tra le profezie -- dello scrittore francese, il più bello, il più degno di avverarsi è che il Reno diventi un giorno «il fiume di alleanza dove si mescoleranno il genio della Francia e della Germania», e che una nuova guerra tra le due nazioni debba considerarsi, come in cuor suo egli già la considera, «guerra civile». Fino ad oggi -- oggi più che mai -- «il genere umano è stato in guerra con sè stesso». Composti i dissidii, cessata «la solitudine dell'orgoglio», il posto degli uomini sia al focolare «non d'un popolo, ma dell'umanità». -1.º novembre 1917.- L'Imperatore liberale: FEDERICO III. Se è vero che «i vituperi di nemico a nemico onta non fanno», le lodi di nemico a nemico fanno senza dubbio tanto onore a chi meritamente le ottiene quanto a chi doverosamente le tributa. Che in piena guerra contro la Germania ancora accampata in terra francese, un Francese, un membro dell'Istituto, Henri Welschinger, pubblichi una grossa biografia apologetica di uno dei principali autori delle vittorie del 1870, di un Hohenzollern, del padre di Guglielmo II, è cosa degna d'esser notata, particolarmente in Italia, dove le virtù di quell'infelice sovrano furono conosciute più da vicino e poterono quindi esser meglio apprezzate. I. Certo, da Principe ereditario e da Imperatore, Federico Guglielmo ebbe piena coscienza del dovere di lavorare alla grandezza del suo paese; ma quanto le vie che egli intendeva seguire per assicurarla fossero diverse da quelle che i governanti batterono col consentimento ed il plauso della nazione, si vide dalla guerra che gli fu mossa nella stessa Germania. Ammiratore delle istituzioni politiche inglesi, profondamente devoto alla Regina Vittoria, della quale aveva sposato la figlia Vittoria, l'erede del trono prussiano riuscì tanto inviso al ministro del proprio padre, da vedersi escluso dai pubblici negozii e giudicato finanche non incapace di tradire gl'interessi della patria! Ottone di Bismarck lo tenne al buio, sempre che potè, delle notizie di governo, temendo che le rivelasse alla moglie, la quale le avrebbe a sua volta partecipate alla Corte britannica. Discutendosi, durante la guerra contro la Francia, alte quistioni di Stato, il ministro osò chiudere la bocca al suo futuro sovrano, e quando si firmò la pace gli nascose il grande avvenimento; un giorno lo accusò senz'altro di comunicare ai suoi «piccoli amici d'Inghilterra» ed ai «ciarlatani politici» le note e le osservazioni che il Principe riflessivo e studioso consegnava alle pagine di un suo diario intimo. «Ciarlatani», naturalmente, erano, a giudizio di Bismarck, i progressisti dei quali Federico Guglielmo amava circondarsi. Quello che fu chiamato -incidente di Danzica- aveva dato inizio alla lotta. Recatosi nell'antica città polacca per compiervi un'ispezione militare, l'erede del trono vi giungeva il 31 maggio del 1863, vigilia della pubblicazione di un decreto che restringeva la libertà di stampa: alle espressioni di rispettoso rammarico rivoltegli il domani dal borgomastro, Federico Guglielmo si affrettava a rispondere manifestando il rammarico suo proprio per essere giunto mentre, a sua insaputa, si produceva tra il governo ed il popolo un disaccordo del quale non aveva la minima responsabilità. Non contento di questa assicurazione, il Principe mandava a Bismarck una formale protesta contro il reazionario decreto ed esigeva che fosse comunicata al Ministero di Stato. Bismarck, di rimando, accusava il figlio al padre; ma, ai rimproveri paterni, Federico Guglielmo rispondeva giustificando la propria condotta, e scriveva al ministro dichiarandogli che la sua politica non dimostrava nè affetto nè stima verso il popolo, che era fondata sopra discutibili interpretazioni della costituzione, che la svalutava agli occhi del Re, e avrebbe anzi finito con lo spingerlo a violarla: per conseguenza, lo scrivente chiedeva d'essere esonerato da tutte le sue cariche ufficiali e dispensato dal partecipare ai Consigli dei ministri. Come se non fosse abbastanza per suscitare la collera bismarchiana, il -Times- pubblicava una particolareggiata informazione intorno all'incidente, rallegrandosi col Kronprinz per avere una moglie educata a quei principii liberali che egli stesso tentava di far prevalere anche in Prussia. Nell'impeto dell'ira, Bismarck accusò al Re la Principessa ereditaria, la Regina Vittoria, e la stessa Regina prussiana -- Augusta di Sassonia-Weimar, anch'ella favorevole al partito progressista -- come autrici della ribellione del Principe; ma questi confermava al padre d'esser contrario alla politica dispotica, che avrebbe recato gran danno alla dinastia e pregiudicato l'avvenire della nazione, e gli consegnava inoltre un memoriale dove erano partitamente precisate tutte le ragioni del suo malcontento. E Bismarck, a cui il Re Guglielmo partecipava quello scritto, vi apponeva in margine i più acri commenti, osservando che la condotta dell'erede del trono, suggeritagli probabilmente dalla Principessa, cupida di guadagnare al marito il favore popolare, era una vera e propria ribellione alla Corona, passibile di giudizio e di castigo, più pericolosa della stessa propaganda anarchica, capace finanche di provocare qualche odioso attentato contro la persona del Re! II. Il dissidio tra quei due uomini non poteva comporsi, perchè dipendeva dall'intima e quasi organica diversità della loro natura. Mentre l'uomo di ferro, duro, testardo, iracondo, violento, non intendeva adoperare altro che la forza per conseguire l'unità tedesca, il Principe mite, generoso, persuasibile, giudicava la forza «non necessaria»; e mentre l'astuto, infinto e mendace ministro procedeva per vie oblique e tortuose, il Principe franco e leale manifestava apertamente tutto il proprio pensiero e non sospettava la doppiezza altrui. Iniziandosi, con la guerra danese del 1864, l'effettuazione del programma bismarchiano, Federico Guglielmo, infatti, non scopre subito il giuoco; ma, non appena comprende le secrete mire del ministro, «il secondo fine di qualche ingrandimento prussiano», tosto gli scrive: «Lasciatemi brevemente dirvi la mia opinione: cioè, che tali disegni falsano tutta la nostra politica tedesca e ci preparano complicazioni con l'Europa». E quando, nel 1866, la Prussia dichiara guerra all'Austria, sua complice nell'aggressione di due anni innanzi, rigettando su lei l'accusa di menzogna, di perfidia e di malafede, l'erede del trono fa di tutto per evitare il conflitto e non nasconde neanche all'esercito il proprio rincrescimento: chiamato al suo posto di battaglia, compie egregiamente il suo dovere di soldato e arriva in tempo a Sadowa per decidere le sorti della giornata; ma sullo stesso campo della grande vittoria esclama: «Colui che con un tratto di penna scatena la guerra non sa che cosa fa uscire dall'inferno!». Il trionfo non lo inebbria, non lo converte ai metodi preferiti dai militaristi: nel 1867, a chi considera leggermente l'eventualità che la quistione del Lussemburgo si risolva con le armi, osserva severamente: «Voi non avete visto la guerra, signore; altrimenti non ne pronunziereste tanto facilmente il nome. Io che mi sono trovato a faccia a faccia con questa cosa terribile, io vi dico che il più grande dei doveri consiste nell'evitarla, quando è possibile. Dichiararla è assumere una ben grave responsabilità. Un uomo di Stato, anche quando ne prevede la necessità, non dovrebbe mai provocarla per via di artifizii....». E nel 1870 egli accetta la nuova sciagura appunto perchè non sa che Bismarck si è servito di «artifizii» -- la falsificazione del dispaccio di Ems -- per far credere che la Prussia sia stata provocata; ma, nel condurre le operazioni militari, mentre lo spietato politico vieta che si conceda quartiere e che si facciano prigionieri, il Principe soldato si duole nel vedere i campi di Francia deserti «per paura degli antropofaghi tedeschi», e impartisce quindi gli ordini più severi affinchè le popolazioni siano rispettate, e lamenta che in quella «lotta di giganti nulla sarà risparmiato al mio orrore della guerra». A Sedan sconsiglia tutto quanto può umiliare il vinto Napoleone, e dal premio della vittoria sarebbe disposto ad escludere Metz, e prevede che l'acquisto dell'Alsazia e della Lorena «potrà riuscirci molto precario». III. Nelle grandi e nelle piccole cose il suo pensiero differisce da quello dei dirigenti. Mentre gli ambiziosi vogliono fondare l'impero, Federico Guglielmo ha idee più modeste: si contenterebbe che la Germania fosse costituita in Regno, e propone per conseguenza che tutti i capi degli Stati da riunire nel nuovo reame rinunziino ai loro particolari titoli di Re, Principi e Granduchi, per ridursi semplicemente a duchi. Regno od Impero, del resto, «il principale nostro scopo», scrive, «è di edificare una Germania libera». Disgraziatamente, non può illudersi di raggiungerlo finchè il timone dello Stato resterà nelle stesse mani che ora lo reggono: «Dove trovare gli uomini capaci di comprendere e di esporre i veri principii, i principii necessarii a consolidare le nostre fortune?». Questi principii sono tanto avversati, che mentre egli fa distribuire ai soldati feriti un giornale liberale, Bismarck ne ordina il sequestro! Come fare assegnamento, in queste circostanze, sulla fondazione d'un Impero democratico? «Solo quella futura età nella quale si dovranno fare i conti con me potrà riuscirvi. Le esperienze compiute durante dieci anni non mi saranno tornate inutili. Io sarò più che altro il primo principe che si presenterà al popolo lealmente e incondizionatamente affezionato alle leggi costituzionali». Coerenti a questo proponimento sono tutte le sue idee di governo. «Il mio primo còmpito sarà la soluzione delle quistioni sociali, che voglio sviscerare». Egli è favorevole ai Polacchi, ai Danesi, a tutte le nazionalità sottoposte; in politica estera vuole una sincera pacificazione con la Francia: «Non porto nessun sentimento di odio contro i Francesi, mi sforzo invece di preparare la riconciliazione». L'alleanza con l'Inghilterra è un altro punto del suo programma: «Io vorrei arrivare, seguendo i principii dell'indimenticabile mio suocero» -- Alberto di Sassonia-Coburgo, Principe consorte della Regina Vittoria -- «a formare una catena tra due nazioni i cui rapporti saranno per essere tanto vasti». Ed a questo proposito si manifesta ancora una volta l'irreconciliabile discordia con Bismarck. Quel -junker- difensore del diritto divino, contrario al sistema parlamentare britannico, mediocre estimatore della Regina Vittoria -- «la gonnella inglese», la chiama, e chiama la figlia di lei, la Principessa ereditaria tedesca: «Vittoria Numero due», od anche: «il discepolo di Gladstone» -- quel furbo Prussiano stringe con la Russia il secreto patto diplomatico conosciuto col nome di -Trattato di contro-assicurazione-, secondo il quale, in caso di guerra anglo-russa, la Germania resterà neutrale. Non appena ne ha notizia, Federico Guglielmo immediatamente osserva: «Spero bene che l'Inghilterra ne sia stata avvertila e che vi abbia acconsentito!» -- provocando il riso di Bismarck e dei suoi accoliti con queste parole, dettate, a giudizio del volpino ministro, da un candore troppo ingenuo e propriamente puerile.... Il Cancelliere non lo stima infatti «uomo capace di serie riflessioni»; dice anzi di lui che, «come tutti i mediocri, il Kronprinz amava copiare e nascondere le sue lettere. Non aveva nient'altro da fare, del resto, poichè l'Imperatore lo teneva sempre al buio delle cose di Stato, e non mi permetteva di comunicargli nulla»: menzogna con la quale il troppo abile uomo capovolge la verità: ha lavorato egli stesso ad escludere l'erede del trono dal governo, a mettere in cattiva luce il figlio presso il padre, e vorrebbe dare ad intendere che è il padre quello che ha dubitato del figlio!... E un giorno il dramma del quale è teatro la Corte prussiana si muta in tragedia. È il giorno nel quale, morto il vecchio Guglielmo I, Federico Guglielmo sale finalmente al trono col nome di Federico III. Vuole il destino che l'uomo tanto lungamente, tanto scrupolosamente preparatosi a meritare il suo altissimo ufficio, l'uomo che vorrebbe fare del suo regno «un benefizio per il popolo, una benedizione per l'Impero», il sovrano nella cui corona «l'oro ardente dovrebbe mescolarsi ai pallidi e dolci rami dell'olivo», il fautore del regime liberale, del sistema parlamentare, delle leggi democratiche, della giustizia sociale, della diplomazia leale, della politica conciliante, temperata e pacifica, debba afferrare lo scettro quando la sua mano sta per essere irrigidita dalla morte, che debba annunziare al popolo il suo grande disegno di governo quando non gli resta più un filo di voce nella gola invasa dal cancro.... Ma neanche dinanzi a quella tremenda agonia le ire e gli sdegni si placano. Egli -- l'Imperatore! -- non è libero di affidarsi ad un chirurgo di sua fiducia: perchè il chirurgo è inglese, i medici tedeschi e i pangermanisti arrabbiati gli si scagliano contro; un giornale, la Koelnische Zeitung, lo avverte di non uscire per le vie di Berlino «perchè il popolo lo farebbe a pezzi e lo lapiderebbe». Per suo conto, il Cancelliere, a cui qualcuno fa notare lo strazio atroce dello sciagurato sovrano, seccamente risponde: «Possibile, ma non ho tempo da fare una politica sentimentale». E neanche la morte lo placa. Prima di chiudere gli occhi, Federico III ha affidato il suo -Diario- alla moglie adorata; la quale, stralciate le pagine del 1870, le ha consegnate al consigliere Geffcken, uno dei sinceri amici del morto sovrano. Il consigliere, per onorare la memoria del suo signore e per appagarne l'espresso desiderio, pubblica quelle pagine sulla -Deutsche Rundschau- -- e allora l'ira del Cancelliere non conosce più freno. La sua fortuna ha voluto che Federico III restasse ad agonizzare sul funebre trono novantanove giorni, durante i quali è mancata al moribondo, già muto per sempre, la forza, non che di effettuare, ma di semplicemente proclamare i suoi magnanimi proponimenti; sennonchè il morto, dal suo sepolcro, dalle pagine del postumo libro, li attesta ancora, li riafferma, e svela anche la tenace opposizione che gl'impedì di tradurli in atti. Fuori di sè, il Cancelliere impone che quella pubblicazione sia incriminata; quantunque certo dell'autenticità del -Diario- -- «neanche un minuto ne ho dubitato» -- vuole metterla in forse: «Non importa: bisogna trattarlo come se fosse falso», e minaccia di dimettersi se non si procederà giudiziariamente; chiede un minimo di due anni di lavori forzati contro l'editore; fa accusare il duca Ernesto di Sassonia-Coburgo, proprietario della -Rundschau-; fa imprigionare il consigliere Geffcken, spontaneamente presentatosi alla giustizia; lo traduce dinanzi al Tribunale di Lipsia; ma, poichè i giudici pronunziano una sentenza assolutoria, il furibondo chiede che, almeno, l'atto di accusa sia reso pubblico sul Giornale ufficiale dell'impero, e pretende che Geffcken sia punito se non altro disciplinarmente, come professore all'Università di Strasburgo: udendo che l'Università non è sottoposta allo stesso regime di tutte le amministrazioni dello Stato, esclama: «Ma come? Il professore, in Germania, sfugge alla legge?...» e non se ne dà pace, e non lascia mezzo intentato per distruggere la «leggenda» del liberalismo dell'Imperatore, «come perniciosa a tutta quanta la dinastia». Il nuovo biografo francese di Federico III, come già l'inglese Rennel Rodd, molto opportunamente ha voluto dimostrare che quel liberalismo non era una leggenda, che l'orrore della guerra, che l'amore della patria, che la mitezza, la modestia, la moderazione, la lealtà, la carità, il cristianesimo del monarca meritamente chiamato Federico il Nobile furono virtù rare -- nel doppio senso della parola: come infrequenti sul trono che egli doveva per tanto poco tempo occupare, e per ciò stesso tanto più preziose -- sebbene fatalmente e sciaguratamente rimaste inefficaci. Negano i deterministi ciò che Tommaso Carlyle afferma, cioè l'efficacia dell'intervento personale dell'Eroe sul corso della storia; ma quando si pensa che Federico III, il quale scriveva, dinanzi a Parigi assediata, il 27 gennaio del 1871: «È oggi il tredicesimo natalizio di mio figlio Guglielmo. Possa egli divenire un uomo forte, leale, fedele, sincero.... C'è propriamente da aver paura quando si pensa alle speranze riposte fin da ora sul capo di quel fanciullo, e quale grande responsabilità ci incombe dinanzi alla patria per l'indirizzo che diamo alla sua educazione. Essa incontra già tante difficoltà per le considerazioni di famiglia e di casta alla Corte di Berlino!...»; quando si pensa che quel padre esemplare, che quell'Imperatore liberale avrebbe potuto regnare a lungo ed attuare i suoi grandi disegni, o se non altro impedire che i piani contrarii e le correnti ostili prevalessero, e vivere ancora nel luglio del 1914 -- avrebbe avuto 83 anni; il padre suo potè bene viverne 91! -- si deve veramente concludere col Welschinger che la morte prematura di quell'uomo fu un disastro per la Germania, per l'Europa e per il mondo. -1.º gennaio 1918.- La battaglia della Marna. Il corso di tre anni è troppo breve perchè tutte le fasi della titanica pugna che salvò la Francia possano essere note in tutti i loro particolari. Durando ancora il conflitto, manca la versione della parte contraria, e la verità, nella storia delle guerre, come nelle liti incruente, non può scaturire se non dal paragone delle opposte affermazioni: ma questo, intanto, piace da parte degli scrittori francesi: che, pure esaltando il genio del Joffre ed il valore delle sue truppe, essi non attribuiscono la vittoria a questi due soli fattori, ma fanno la sua parte alla fortuna e non disconoscono i meriti del nemico. I. La battaglia della Marna fu annunziata dal Moltke -- il primo, si potrebbe anzi dire il solo -- qualche tempo innanzi che fosse combattuta: fin dal 1859.... Lo stratega tedesco, a cui erano mancate ancora le occasioni di rivelare il suo genio, scriveva allora, riferendosi agli avvenimenti guerreschi del 1814, che, come nella campagna fatale all'Uomo fatale, anche in una futura guerra franco-germanica l'investimento e la presa di Parigi mediante un'offensiva attraverso il Belgio, avrebbe rapidamente deciso le sorti della Francia; «ma», soggiungeva, «se noi trovassimo l'esercito francese riunito nella regione di Reims, dovremmo tosto deviare dalla direzione di Parigi. Attaccheremmo allora i Francesi dietro l'Aisne e col favore del numero li batteremmo e rigetteremmo dietro la Marna, la Senna, la Ionna e la Loira. Poi marceremmo su Parigi....». Questa è, in poche parole -- e, beninteso, con la differenza d'un esito totalmente diverso -- la battaglia della Marna, e qui consiste la spiegazione della condotta, da alcuni giudicata inesplicabile, e forse troppo severamente condannata in Germania, del generale tedesco von Klück. Posto all'estrema destra della valanga che precipitava dalle frontiere del Nord con la velocità di cinquanta chilometri il giorno, e che, secondo una testimonianza riferita dal Madelin nel suo studio sulla -Victoire de la Marne,- schiacciava le forze francesi «come un rullo», von Klück era pervenuto il 30 agosto in vista di Parigi: una marcia ancora, più breve delle precedenti, e la metropoli sarebbe stata investita; quand'ecco a un tratto il comandante tedesco si lascia a destra la via della grande città e piega a sud-est verso Meaux e Coulommiers. Che cosa è avvenuto? Questo: che l'esercito francese, già duramente provato sulle frontiere, quindi in piena ritirata attraverso il territorio nazionale abbandonato al nemico, ha finalmente ricevuto l'ordine di fermarsi sopra una linea opportunamente prestabilita, di ammassarvisi insieme con nuove forze e di riprendere di lì l'offensiva. «Mentre s'impegna una battaglia dalla quale dipende la salute della patria», dice l'ordine del giorno del generalissimo, «importa ricordare a tutti che non è più il momento di guardarsi addietro: ogni sforzo dev'esser diretto ad attaccare e respingere il nemico. Le truppe che non potranno più avanzare dovranno mantenersi a qualunque costo sul terreno guadagnato e farvisi uccidere piuttosto che arretrare. Nelle circostanze presenti nessuna debolezza può essere tollerata....» Si è dunque dato il caso previsto mezzo secolo innanzi dal futuro trionfatore di Sedan. Se non precisamente «nella regione di Reims» l'esercito francese è riunito e fa fronte un poco più giù: si distende ad arco, come una gran falce bene affilata, dinanzi al grande arco della Marna e fino alle porte di Verdun. In queste condizioni, come indugiarsi, da parte tedesca, dinanzi a Parigi? Conquistarla, dopo che il Governo si è trasferito a Bordeaux, sarebbe raggiungere un obbiettivo puramente «geografico» -- dicono al Grande Stato Maggiore germanico --: l'obbiettivo militare e politico da conseguire, per chiudere con una rapida vittoria la guerra, consiste invece nell'affrontare, avvolgere e distruggere le ricostituite forze francesi. Quindi von Klück opera la sua conversione a sinistra e si accosta a von Bülow, il quale scende dal canto suo al fianco destro di von Hausen, anch'egli affiancato dal duca del Würtemberg, alla cui sinistra procede ultimo il Kronprinz: i cinque capi tedeschi comandano cinque eserciti che sono come le cinque dita di una enorme mano distesa a ghermire e strozzare. Ma anche la Francia ha ora in campo cinque eserciti: cinque dita di un'altra mano aperta a respingere quella dell'avversario: Sarrail, il mignolo, sotto Verdun, contro il Kronprinz; Langle de Clary, l'anulare, contro il duca Alberto; Foch, il medio, contro von Hausen; Franchet d'Espérey fiancheggiato dagli Inglesi del French, l'indice, contro von Bülow; Manoury, finalmente, contro von Klück. E l'errore di quest'ultimo -- poichè errore c'è -- consiste nel credere che la mano francese abbia solo quattro dita, e che il quinto o sia stato troncato o penda inerte. Dinanzi a quella Parigi che il generale tedesco rinunzia ad assediare, Joffre ha disposto, formandolo con elementi in gran parte freschi, tutto un nuovo esercito -- questo del Manoury, per l'appunto -- che è come il pollice poderoso della mano francese improvvisamente contrapposta a quello della germanica. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000