quindi egli proponeva che le forze liberali militanti si raccogliessero intorno ad una nuova bandiera: quella della -Legione italica-. Per il Mazzini, invece, nel quale l'azione non era qualche cosa di opposto al pensiero, o di diverso da esso, bensì lo stesso «pensiero realizzato», questo distinguere fra la mente e la mano, fra la parola e la spada, era voler fondare una specie di dualismo, «a un dipresso il sistema delle caste indiane, dove agli uomini d'una era dato esclusivamente il pensiero, all'altra il valor militare». Ma il Fabrizi insisteva tanto nella sua idea, e tanto si era affezionato alla -Legione-, da opporre un rifiuto alla proposta di fonderla con la risorta -Giovine Italia-; ostinazione per la quale il Maestro pronunziava contro di lui una specie d'interdetto e manifestava un «rigore» che parve «troppo» al mite e conciliante Lamberti. Sennonchè anche Manfredo Fanti, di risposta all'annunzio della resurrezione della -Giovine Italia-, partecipava al Mazzini, dalla Spagna, di essersi legato al Fabrizi «nella parte esecutiva»; ed un altro esule di cui il Maestro aveva stima, che giudicava «buono, attivo, -giovine- anche in illusioni», Francesco Vitali, scriveva dalla Corsica al Lamberti per dirgli che reputava totalmente finita la missione della -Giovine Italia- «tanto come istitutrice che come cospiratrice», cioè tanto come strumento di propaganda morale che come fucina di forze operose. E il conte Giuseppe Ricciardi, nonostante la molta devozione al Maestro, pensava di fondare da canto suo una terza Società, un'-Italia novella-; senza contare una -Lega lombarda-, senza contare i -Livellatori-: moltiplicazione che il Lamberti giudicava «rovina grande per l'Italia», e che al Mazzini doleva sommamente, come quella che poteva seminare «germi di federalismo» e «rompere l'unità». La parte assegnata alla -Giovine Italia- consisteva appunto nel «determinare una Unità di tendenze che promuova quando che sia l'Unità italiana». I dissensi, i contrasti, le divagazioni, le schermaglie non potevano far altro che giovare ai nemici: «Pensate che si va addietro terribilmente, che i nostri padroni se ne giovano a riconciliarsi con atti di clemenza in favor di molti, che l'Austria conquista più sempre pacificamente influenza, e che siamo infami verso il paese e verso i nostri giuramenti, se non cerchiamo di uscir di questo stato...» Ed in Francia la causa nostra era discreditata dai -Vendicatori del Popolo-: altra società italiana formata a Nimes da emigrati che millantavano rapporti con la -Giovine Italia-, ma che erano invece, tranne alcuni illusi, gente sprovvista di senso morale, incappata anche nelle maglie della giustizia penale per un ricatto, a Montpellier, dove l'aula delle Assise echeggiava di tristi accuse contro l'Italia, «nazione degradata, popolo generalmente vizioso e criminale», la cui emigrazione portava in Francia «la demoralizzazione, il principio dell'assassinio, la corruzione della gioventù....» E queste accuse godevano di tanto credito oltr'Alpe, che quei giornali ricusavano di pubblicare le risposte e le difese degl'Italiani.... Non c'erano soltanto ricattatori fra i -Vendicatori del Popolo-: c'erano anche spie; ma il tradimento più nefando ordito contro la fiducia degli esuli e del loro Capo doveva esser quello dello sciagurato Partesotti, intorno al quale il -Protocollo-, e particolarmente la nutrita appendice, ha pagine che fanno fremere. III. Attraverso tali difficoltà, tali ostacoli e tali insidie si veniva compiendo l'opera del Mazzini. Bene a ragione Giuseppe Lamberti scriveva sulla prima pagina di questo suo libro: «Mia corrispondenza della -Giovine Italia-: documento che proverà la costanza, gli sforzi, i sacrifizi di Giuseppe Mazzini per far libera, una, indipendente l'Italia». Se la figura del Maestro vi campeggia in tutto il suo splendore impareggiabile, anche i discepoli vi appariscono in nuova luce, gli illustri e gli umili, i celebri e i dimenticati. Come epigrafe di tutta l'opera si potrebbero mettere in evidenza le stesse parole indirizzate dal Mazzini al suo fedele segretario il 31 maggio del 1841: «Chi pensa veramente alla felicità e all'onor della patria, non può trascurare, quantunque minime, quelle cose che tendono a tale altissimo scopo»; perchè, se pure molte delle notizie che si attingono da questi fogli appartengono più all'umile cronaca che alla storia togata, nulla è trascurabile di quanto concerne la laboriosa, indefessa, mirabile preparazione del Risorgimento. «Se gli sforzi», soggiungeva il Precursore, e potrebbe soggiungere l'epigrafe, «se gli sforzi che promettiamo fare unitamente a voi ed a tutti gli altri buoni, otterranno pure, come speriamo, il nobile scopo che ci siamo proposto, verrà un giorno che la posterità riconoscente avrà in riverenza i vostri nomi, come quelli a' quali nè lontananza, nè tempo, nè ostacoli, nè sventure d'ogni maniera hanno potuto mai sterpare dal cuore la santa carità del proprio paese». -31 gennaio 1917.- Maestri di guerra. I. IL PRINCIPE DI LIGNE. Il Circolo archeologico della città di Ath, nel Belgio, avvicinandosi col dicembre del 1914 il centenario della morte del principe di Ligne, deliberava, ad onorare la memoria dell'insigne conterraneo, di ripubblicarne le opere: per cominciare, la tipografia Sellekaers e Keulener di Bruxelles approntava la nuova edizione delle -Lettres à la marquise de Coigny- il 20 aprile di quell'anno, i -Prejugés- e le -Fantaisies militaires- il 20 ed il 29 giugno, ed i -Mémoires- il 25 luglio -- lo stesso giorno nel quale scadeva la perentoria nota dell'Austria alla Serbia.... Non occorrono altri discorsi a spiegare l'arresto della ristampa, ed è certo che se le egrege persone ad essa preposte avessero potuto sospettare il cataclisma dal quale il loro paese era minacciato, non avrebbero dato la loro attività ad imprese letterarie. Tuttavia quei valentuomini debbono essere contenti di avere licenziato i primi volumi del Ligne, i due di argomento militare segnatamente; perchè, se i gustosissimi ricordi autobiografici ci mettono dinanzi viva e parlante la singolare figura del grande scrittore, del gran signore, del grande amatore; se certi suoi aspetti particolari, e non dei meno caratteristici, sono lumeggiati dal carteggio con la marchesa di Coigny; i -Pregiudizii- e le -Fantasie militari- hanno acquistato, con la conflagrazione mondiale, nuova freschezza. I. Belga di nascita, francese di lingua, di cultura, di spirito, il principe di Ligne servì la Casa d'Austria. Non fu sua colpa, perchè allora il Belgio apparteneva agli Absburgo, ed «affinchè non nascano equivoci», il barone di Heusch, tenente generale nell'esercito del Re Alberto, avverte nella prefazione ai -Pregiudizii- che Carlo di Ligne, «servendo l'Austria, serviva il proprio paese». Se tale è il giudizio dei suoi concittadini posteriormente costituiti in nazione, non sarà diverso quello degli stranieri; e poi, che cosa importa oramai lo stato di servizio del principe; anzi, che cosa ne resta? Di lui restano soltanto le opere, e qui egli è belga, francese, latino di purissimo sangue: per gli scritti d'argomento guerresco è annoverato tra i massimi scrittori militari di Francia; per le composizioni letterarie la signora di Staël lo definisce «il solo straniero che, trattando il genere francese, invece di restare imitatore sia divenuto modello». Ma si può dire qualche cosa di più: giova dire che servendo l'Austria, compiendo la sua carriera nell'esercito imperiale, il principe di Ligne non si trovò a suo agio, e che, senza lo straordinario e irresistibile trasporto per i ludi di Marte, molto probabilmente egli l'avrebbe troncata anzi tempo. Tale fu la sua vocazione, che udendo parlare, nei più teneri anni, della morte del Principe Eugenio -- altro straniero al servizio dell'Impero, altra gloria latina e tutta nostra -- il bellicoso fanciullo già si proponeva di prendere il posto dello stratega sabaudo. «Questo,» dichiara, «fu il primo pensiero di cui io serbi memoria». Il suo secondo ricordo gli rappresentò la guerra che si combatteva quando egli cominciava ad avere coscienza di sè, «la guerra,» racconta, «che mi diede alla testa». Ininterrotte tradizioni militari regnavano nella sua famiglia; il suo nome era portato da un reggimento di fanteria e da uno di dragoni; i suoi antenati erano stati generali e marescialli; maresciallo era suo padre quando faceva impegnare un combattimento d'avanguardia contro i Prussiani per dare al figliuoletto il battesimo del fuoco, galoppando al suo fianco, tenendolo per mano e dicendogli: «Sarebbe grazioso, Carlo, se riportassimo insieme una piccola ferita!...» E nulla potè agguagliare la soddisfazione e l'alterezza che invasero l'animo dell'adolescente nel partire per quella prima delle sue dodici campagne di guerra. Accoppiando fin da quei cominciamenti la facoltà e l'esercizio della riflessione con la voglia e l'impeto dell'azione, egli componeva a quindici anni un -Discorso sulla professione delle armi-; e l'uomo a cui, da giovane, le figure di Carlo XII e del Condé avevano «impedito di dormire», doveva più tardi ammonire i giovani: «Se i vostri sogni non sono popolati da immagini militari, se non divorate i libri di guerra, se non baciate le orme impresse dal piede dei vecchi soldati, se non piangete al racconto delle loro battaglie, spogliate subito la divisa! Guai ai tepidi! Foste anche del sangue degli eroi, foste anche del sangue degli Dei, se la Gloria non vi procura un continuo delirio, non vi schierate sotto le bandiere...» Amando dunque il suo mestiere sopra ogni altra cosa, s'intende come le delusioni non riuscissero a farglielo abbandonare; ma le delusioni non gli furono risparmiate, e provennero precisamente dalla incompatibilità mentale e morale che lo divideva dai supremi reggitori della milizia e della monarchia degli Absburgo. L'impossibilità di uniformarsi ai responsi dei Consigli aulici, di chinare la schiena nelle anticamere della Corte, di compiere le bassezze necessaire a farsi avanti, lo persuase ad appartarsi: due volte lo andarono a cercare per offrirgli il comando contro Napoleone Bonaparte; tutt'e due le volte gli anteposero «quattro invalidi» che si fecero battere uno dopo l'altro, «quattro poveri ignoranti che avevo avuti sotto i miei ordini ed ai quali, eccettuato il Clerfayt, non avrei affidato neanche tre battaglioni». Un'altra volta lord Grenville, residente inglese a Berlino, chiese al primo ministro austriaco, il barone Thugut, di affidare al Ligne il comando dell'esercito del Reno: la proposta britannica non fu neanche trasmessa all'Imperatore. Un'altra volta il principe fu invitato dal Re di Sardegna, con la promessa che sarebbe stato preposto al comando supremo delle forze piemontesi a condizioni eguali a quelle dell'esercito imperiale: questa volta il Thugut cominciò col sorridere graziosamente, come sul punto di consentire; ma poi, tratta una riverenza all'inviato sardo, che era il conte di Castellalfieri, volse ad altro tema il discorso. Il presuntuoso Cancelliere non poteva perdonare lo spirito mordace col quale il Ligne aveva fatto ridere di lui, appioppando a quel -parvenu- il titolo di -Barone della Guerra- per l'ostinato rifiuto opposto alle ragionevoli offerte di accomodamento avanzate dalla Francia, e per contrasto al titolo di -Principe della Pace- largito dal Re di Spagna al primo ministro Godoy. «La sciocchezza e la furberia dei favoriti di Corte, le cattive scelte che hanno fatte, la negligenza usata verso le brave persone e gli uomini di valore, hanno distrutto il mio fervore guerresco, che nulla credevo potesse scemare». A Vienna «l'immaginazione è una pianta tanto esotica, che le tre o quattro persone che ne posseggono sono pazzi...». Non sarebbe fuor di luogo trascrivere tutti i saporosi giudizii da lui dati intorno a quel mondo, a quei sistemi ed all'uomo che li impersonò, se non importasse maggiormente notare le doti proprie dell'autore, la vivacità dell'immaginazione, appunto, che fece di questo soldato un artista; la severità del sentimento del dovere e dell'abito della disciplina, che fece di questo artista un soldato; la capacità di freddamente osservare e di caldamente sentire; il mirabile equilibrio del cuore e dell'intelletto, della dottrina e dell'ispirazione; la perfetta fusione di qualità non sempre concordi, anzi, e per disgrazia, ordinariamente contrastanti. II. Così formato dall'eredità, dall'educazione e dalla vita, egli doveva cadere in discredito come maresciallo austriaco e conseguire l'immortalità come scrittore militare. Lasciamo stare le sue vedute geniali, le sue invenzioni e le sue previsioni nel campo strettamente tecnico, capaci d'interessare soltanto i competenti; ma poniamo in evidenza la singolarità d'un uomo che al tempo nel quale un buon numero di mercenarii e di stranieri entravano a comporre gli eserciti, scriveva un libro intorno alla «parte morale del nostro mestiere, che è dovunque negletta od ignorata»; d'uno scrittore che durante il regno del bastone asseriva: «La prima disciplina consiste nel regnare sulle anime»; che mentre i governanti avevano una matta paura delle -baionette intelligenti-, e gl'istruttori lavoravano in piazza d'armi a ridurre i soldati all'obbedienza cieca ed al perfetto automatismo, dimostrava la necessità di suscitare la coscienza di sè e il senso della responsabilità in quelle macchine. Quale credito poteva ottenere l'originale che nello Stato e nella casta dove imperava il feticismo delle norme e delle forme, affermava che un articolo da aggiungere a tutti i regolamenti dovrebbe dare la facoltà di trasgredirli; che i giovani uscenti dalle scuole debbono disimparare tutte le inutili cose con tanta fatica cacciate nella mente; che non occorrono maestri d'armi, bensì maestri d'elevazione, e scuole d'ammirazione, scuole d'entusiasmo, e scuole -- anche -- di «disordine»? Non doveva essere giudicato propriamente eretico e far passare brividi d'orrore per la schiena dei -feld-marschälle- pettoruti, compassati e pedanti lo scrittore secondo il quale gli aiutanti di campo debbono distinguersi, sì, per il coraggio, l'esattezza, l'intelligenza, ma anche «nel saper modificare l'ordine che portano, se le circostanze sono modificate....»? Non doveva sembrare un sovvertitore degli elementari principii della gerarchia e dell'etichetta colui che voleva vedere la prima severità esercitarsi sui capi supremi: colui che si vantava d'aver fatto aspettare Imperatori e Imperatrici, ma non un coscritto; che giudicava la società dei fantaccini «più pura e delicata che non quella delle persone della buona società»; che assegnava ad ogni ufficiale la missione «d'amico, di confidente, di consolatore» dei suoi uomini, ed affermava che il colonnello dev'essere «il padre e la madre del reggimento»? Quando la psicologia non era ancor di moda negli studii, e tanto meno tra i -ranghi-, il principe di Ligne indagò l'anima di quel grande fanciullo che è il soldato e gli attribuì tutta la dignità che gli compete. Ai soldati pensò che bisognerebbe deferire, se non si vuol sbagliare, il giudizio intorno ai premii da largire ed alle punizioni da infliggere ai generali; e la più perfetta eguaglianza volle che regnasse nell'esercito; ma dall'altra parte, e per giusto compenso, volle anche che l'ordine concernente una «bagattella» fosse tanto sacro quanto quello che si riferisce alla battaglia, e che al caporale si portasse tanto rispetto quanto al generale. Le idee anticipate dal principe hanno fatto strada, ma non è inutile che i giovani destinati alla carriera militare le meditino sulle eloquenti pagine dell'autore. Più utile ancora riuscirà, non solamente ai militari, ma a quanti sentono che la guerra è una dolorosa necessità e che nella forza consiste, e consisterà finchè l'umana natura non sarà mutata, la sanzione del diritto; più utile, oggi, ai cittadini cui non fu dato di poter combattere, ma che seguono con l'ansioso pensiero e con la fervida speranza i combattenti, riuscirà la lettura delle parole con le quali il principe di Ligne esalta «il più bello dei flagelli». Ai predicatori della pace ad ogni costo egli ne dimostra i danni e propone un formidabile dilemma: «Bisogna scegliere tra l'avere la Pace perchè si è pronti a fare la Guerra, o avere la Guerra perchè non si è pronti a farla»; e soggiunge un'altra verità espressa in forma non meno concettosa: «Giunto il primo giorno della Guerra bisogna pensare alla Pace, e il primo giorno della Pace bisogna pensare alla Guerra». Ma non perchè è persuaso della fatalità della lotta, non perchè nutre tanta passione per il suo mestiere da scrivere: «Il mio stupore è che si possa sopravvivere ad una battaglia, qualunque ne sia l'esito: come non morire di dolore se è stata perduta, e di gioia se è stata vinta?; non perchè dice: «Una battaglia è un'ode di Pindaro: bisogna mettervi un entusiasmo che confini col delirio»; e non per essere nato soldato «come altri nasce pittore, poeta o musicista»; non perciò Carlo di Ligne si può ascrivere tra quei militaristi di professione i cui viziosi abiti mentali dànno buon giuoco ai mestieranti del pacifismo. Altra è la personalità di quest'uomo di cuore, di questo avversario della pena di morte, di questo sentimentale a cui fu possibile amare tre donne ad un tempo «con la miglior fede del mondo, poichè non le ingannavo punto: ingannavo, forse, me stesso...». Se la passione lo acceca in amore fino ad un certo segno soltanto, gli lascia tutta la sua chiaroveggenza come soldato; e dopo avere dimostrato i danni delle lunghe paci, l'infiacchirsi dei corpi e delle anime, il prevalere degli appetiti materiali e degli istinti egoistici; dopo avere esaltato la necessità della guerra, la bellezza dell'eroismo, la fecondità del sacrifizio, «io non dirò,» conclude: « -- Fate per ciò la guerra; ma se la ragione, la giustizia, l'onore, l'utilità o la vendetta fanno gridare -all'armi!- sia allora consentito ai giovani ufficiali di gioire, ai vecchi di riprendere il cammino della vittoria, alle fanciulle ed alle spose di ornare di coccarde i loro innamorati ed i loro consorti, e si vieti alle vecchie ed ai filosofi di trovarci da ridire...». La guerra, senza dubbio, porta con sè durezze e crudeltà inevitabili; «ma bisogna essere uomini: essa non è mestiere da filosofi!». III. E tanta è la lucidità di questo assertore della guerra, che egli non se ne dissimula il grande nemico: il prepotente istinto della vita, il sentimento della paura. «Fra tutti gli animali il più pauroso è l'uomo. È chiaro che la paura ci rende le più maldestre creature. Consiste essa in una specie di ragionamento che c'impedisce di fare ciò che i più pigri e tardi animali fanno tutti i giorni. Con un poco di coraggio, noi salteremmo tanto bene quanto le scimmie, e cadremmo forse da un terzo piano come i gatti, senza farci male. Si è visto mai la lepre, che non gode fama d'essere la bestia più animosa, temere il tuono, o la cerva spaventarsi degli spettri?... Quante brave persone non tremano al pensiero di trovarsi sole in un bosco durante la notte e la tempesta? A quante il vento non impedisce di dormire?... E come mai l'uomo non avrebbe paura del fuoco? Ne ha tanta dell'acqua! È il solo fra tutti gli animali che non sappia nuotare. Non c'è cinghiale che non ne sia capace, venendo al mondo. Non appena noi vi entriamo, già si lavora a sgomentarci. Balie, governanti, precettori, frati, parenti: tutti ci minacciano, tutti ci intimidiscono....» Contro i deplorevoli effetti di questa congiura egli sostiene l'utilità degli esercizii fisici ardimentosi, la necessità di una scuola del pericolo, l'immensa efficacia dei fattori morali. Per quest'uomo pugnace la guerra è fiducia nella forza, volontà di vincere, tensione della volontà, impetuosità di assalto. «Bisogna ostentare l'offensiva, anche quando si è costretti, per una moltitudine di circostanze che del resto non dovrebbero mai avverarsi, a mantenersi sulla difensiva.» E non gli parlate dei temporeggiatori: Cesare, Alessandro, Annibale, Pirro, Scipione sono i santi del suo calendario: Fabio non vi ha posto: «la stessa temerità è talvolta prudenza». La precauzione deve nascondersi, restare tutta interiore; solo l'audacia ha da manifestarsi. Nulla vi dev'essere d'impossibile; bisogna fare cose straordinarie sapendo che si possono fare: «Siate certi che un capitano di dragoni lanciato a briglia sciolta può vincere una battaglia». Per compiere «passabilmente» il proprio dovere, bisogna compierlo «tre volte»; e ancora: «Per fare il proprio dovere bisogna fare più del proprio dovere. La gloria è qualche cosa di tanto raro, che bisogna procacciarsene quanto più si può...». La guerra d'oggi è diversa da quella d'un tempo, ma non tanto che le parole di questo maestro non siano da meditare. C'è, sì, qualche foglia secca in questa sua fiorita; c'è qualche paradosso e qualche sofisma; ma scegliendo di pagina in pagina si potrebbe comporne un -vade-mecum-, una Bibbia del soldato; ed egli ha veramente ragione di dire ai critici che i suoi libri tengono luogo di un'intera biblioteca, contenendo tutto il succo della scienza delle armi come la fiala contiene un elisir. -16 luglio 1916.- II. LAZZARO CARNOT. Non c'è lettore di giornali francesi, dacchè la guerra divampa, che non si sia imbattuto più volte nel nome del gran cittadino da cui la prima Repubblica riconobbe la salvezza ed a cui la gratitudine nazionale conferì il titolo di -Organizzatore della Vittoria-. Bene a ragione la Francia, in questi giorni di prove, rievoca la vita, interroga lo spirito, medita gl'insegnamenti di Lazzaro Carnot; perchè, sebbene la fama concesse i suoi massimi favori a Napoleone, i posteri non hanno ancora sentenzialo se quella dell'Imperatore fu gloria vera, mentre nessun velo d'ombra offusca lo splendore dell'aureola che circonda la figura di chi ebbe, fra tanti altri meriti, anche quello di riconoscere il valore dell'Uomo fatale e di favorirne il genio -- finchè non diede segni di errore. I. Questa «divinazione meravigliosa» -- sono parole del Michelet, riferite da Carlo Mathiot nel suo recente studio -Pour vaincre- -- questa capacità di scoprire e all'occorrenza di suscitare le capacità dei collaboratori e dei dipendenti, è fra le primissime doti dei duci e contraddistinse come pochi altri il Direttore di guerra del Comitato di Salute pubblica. Il suo penetrantissimo sguardo vide nel comandante d'un battaglione di volontarii provinciali il futuro espugnatore di Charleroi, il liberatore delle frontiere settentrionali della patria, il vincitore di Fleurus e di Stockach -- il maresciallo di Francia Jourdan -- e in un tenentino delle guardie nazionali il futuro difensore di Dunkerque, il -Pacificatore della Vandea-, l'eroe di Wissemburgo e di Neuwied -- Lazzaro Hoche. Facoltà propriamente divinatrice, esercitata talvolta anche contro la volontà degli stessi prescelti, come nel caso dei Levasseur, che il Carnot destina a soffocare la ribellione scoppiata nell'esercito del Nord dopo l'arresto del generale Custine. «La scelta mi onora,» risponde il designato, «ma la fermezza della mano non basta: occorre l'esperienza, occorre il talento militare: coteste doti essenziali mi fanno difetto.» -- «Noi ti conosciamo,» risponde il Direttore, «e sappiamo apprezzarti....» -- «Ma, in verità, Carnot,» obbietta il rappresentante del popolo, «anche i mezzi fisici mi mancano. Considera la mia piccola statura, e dimmi come, con tale aspetto, potrò incutere soggezione a granatieri!...» -- «-Alexander Magnus corpore parvus erat.-» -- «Sì,» insiste ancora l'altro, «ma Alessandro aveva passato la vita negli accampamenti, e sapeva quindi come si governa lo spirito dei soldati.» -- «Le circostanze formano gli uomini; la fermezza del tuo carattere e la tua devozione alla Repubblica mi garantiscono....» In sul finire del 1793 il generale Dugommier è preposto all'assedio di Tolone caduta in mano degli Inglesi. Due piani d'attacco sono presentati al Comitato: uno dello stesso comandante delle forze repubblicane, l'altro d'un giovane capitano suo aiutante, un Côrso dal nome stravagante: un certo Napoleone Buonaparte. Lazzaro Carnot non dà la preferenza a quello del generale perchè è del generale, nè mette da parte quello del capitano perchè è del subalterno. Spiegate le carte topografiche sulla tavola delle adunanze, il Direttore della guerra dimostra ai colleghi che entrambi i disegni hanno del buono e che bisogna per conseguenza formarne uno solo, fondendoli: ciascuno dei due strateghi dirigerà quella parte delle operazioni che ha escogitata. Ma come mai un semplice capitano avrà tanta autorità di comando? Ed ecco che, seduta stante, il capitano è promosso capo di battaglione -- e, dopo la vittoria, generale di brigata. Nè solo all'inizio, ma in tutta la prima fase della prodigiosa carriera Napoleone deve i buoni successi ai consigli, agli incoraggiamenti, agli aiuti del Carnot. Quando il vincitore della campagna d'Italia chiede che, per mezzo di onorevoli trattati, sia scemato il troppo grande numero dei nemici, il diplomatico del Direttorio, il Reubell, trova ed oppone mille difficoltà, ed è invece il soldato, è lo stesso Carnot, quello che interviene, improvvisandosi diplomatico, per appagare le giuste domande del generale. Dopo che la Repubblica è rappacificata col Piemonte e con le Due Sicilie, il Bonaparte potrebbe essere in grado di volgersi con tutte le sue forze contro gl'Imperiali per assestar loro il colpo di grazia; sennonchè, e nonostante l'accorciamento della fronte, egli chiede ancora grossi rinforzi. Lazzaro Carnot non gli risponde con un rifiuto: dispone anzi le cose in modo da mandargli, prima che l'Austria s'accorga dei movimenti di truppe sul Reno e sulla Mosa, non già i quindicimila uomini richiesti, ma trentamila.... Quest'uomo suscita gli eserciti come per virtù di magia. Nel febbraio del 1793 la Francia possiede poco più di 200000 soldati: ne ha 500000 tre mesi dopo, più di 600000 alla fine dell'anno, più di un milione dopo un altro semestre. Come gli uomini, così egli moltiplica gli strumenti di guerra: in pochi mesi tutta la nazione si trasforma in fucina ed officina, accumulando armi, munizioni ed approvvigionamenti. Mentre il salnitro mancava, ora la sola Parigi ne fornisce dodici milioni di libbre. «Parigi,» dice l'operatore di cotesti miracoli, «Parigi, già sede della mollezza e della frivolità, potrà ora gloriarsi del titolo immortale di arsenale dei popoli liberi.» E il risultato del mirabile sforzo è questo: che mentre i nemici erano giunti a trenta leghe dalla metropoli, la pace è dettata loro a trenta leghe da Vienna. Militarmente, la perizia posseduta da Lazzaro Carnot non è minore della sua straordinaria facoltà di organamento. Quella nuova strategia e quella nuova tattica che contraddistinguono il genio di Napoleone, il Carnot le ha prima di lui pensate e adoprate. «Agire in massa; cercare il punto debole del nemico con una superiorità tale che la vittoria non possa essere dubbia.... Volete vincere? Attaccate ogni giorno, mattina e sera.... Attacco continuo, e sempre con forze preponderanti, colpendo all'improvviso, ora sopra un punto, ora sopra l'altro.... La difensiva ci disonora ed uccide.... Siate attaccanti, sempre attaccanti: c'è un solo mezzo di trionfare: la vigilanza. Un uomo che veglia è più forte di centomila che dormono....» Hondschoote e la liberazione di Dunkerque, Wattignies e la liberazione di Maubeuge sono glorie sue. A Wattignies, quando il Jourdan, dopo quattro ore di eroici e vani attacchi frontali al centro e l'indietreggiamento dell'ala sinistra, propone di battere in ritirata, il Carnot gli risponde una sola parola: «Vigliacco!». Ma il furore col quale l'offeso sferra, per vendicarsi, due nuove cariche consecutive, non ha ragione dei cannoni dei Coburgo. Nella notte, il Jourdan consiglia ancora di rinunziare all'assalto centrale e di rinforzare la pericolante sinistra. «A coteste modo si perdono le battaglie», afferma Lazzaro Carnot, e suggerisce invece di richiamare la sinistra per rinforzare la destra. «Se adottiamo l'opinione del rappresentante del popolo,» dichiara l'altro, «lo avverto che dovrà sostenerne tutta la responsabilità.» -- «Preparazione ed esecuzione: assumo ogni cosa su me!» risponde il Carnot; e il domani, dati gli ordini, cinta la fascia tricolore, sfoderata la spada, monta egli stesso all'assalto del formidabile pianoro e vi arriva sanguinante ma trionfante alla testa dei soldati che intonano la -Marsigliese-: «la più bella battaglia della Rivoluzione», giudicherà più tardi il vincitore di Marengo e di Austerlitz. Uscito dall'arma del genio, il Carnot precorre i tempi adattando alla nuova guerra i nuovi ritrovati dell'ingegno umano, e gli stessi uomini. Sua è la prima idea di speciali truppe alpine: durante la missione nei Pirenei egli propone che si crei, col nome di «legione delle montagne», un corpo di fanteria leggera addestrata a manovrare tra le balze e i dirupi. La prima linea telegrafica militare è creata da lui; a lui è sottoposto il disegno di adoperare le mongolfiere, ancora semplici oggetti di curiosità e di giuoco, agli usi militari, e con suo decreto il Coutelle è nominato capitano d'una compagnia d'«aerostieri» e inviato al campo. Per poco il rappresentante del popolo, Duquesnoy, insospettito alla vista degli inesplicabili ordigni, non prende l'aeronauta per un agente dei nemici e non lo fa fucilare; lo stesso Jourdan lo accoglie male, ed occorre che il Carnot scriva: «Il cittadino Coutelle non è un ciarlatano, è un tecnico dei più stimabili, e l'operazione che compirà rappresenta il frutto delle speculazioni di scienziati insigni. Preghiamo il generale di accordargli protezione ed assistenza....». Così, per merito suo, le vie dell'aria sono battute la prima volta da soldati esploratori: il giorno della battaglia di Fleurus l'aerostato librato per nove ore sul campo rende ottimi servigi e gli Austriaci si fanno il segno della croce, giudicandolo opera del diavolo. Allora il Carnot crea tutta una scuola d'aerostatica militare a Meudon, dove si iniziano anche gli studii della nuova telegrafia aerea. Una quindicina d'anni dopo, i fratelli Coessin espongono all'Accademia delle scienze un loro battello chiamato «nautilo sottomarino» capace appunto, dicono, di navigare sott'acqua: Lazzaro Carnot, relatore della commissione nominata per esaminare quell'apparecchio, lo descrive, riferisce i risultati delle esperienze e conclude -- cento anni or sono! -- non esservi più dubbio che si possa creare un sistema di navigazione subacquea «molto rapida e poco costosa....». II. Singolari quanto si voglia, questi meriti non raccomanderebbero tuttavia il nome del Carnot all'ammirazione dei posteri, se non fosse la bellezza e la bontà delle idee da lui significate. Quest'uomo di guerra che riconobbe nella guerra una condizione eccezionale e violenta, durante la quale le ordinarie norme della convivenza civile sono abolite, volle pure, col suo maestro Vauban, che i soldati procedessero per le vie «meno sanguinose» e che nell'umanità consistesse la loro prima virtù. Con una sentenza dal suono paradossale, ma animata, come tutti i paradossi, da un senso di verità, disse che «la guerra è per eccellenza l'arte di conservare»; infatti: «l'arte di distruggere ne è l'abuso». E le fortezze furono da lui definite «monumenti di pace», perchè la loro moltiplicazione consente di scemare il numero dei combattenti e di restituire molti soldati alle arti pacifiche. Nessun popolo, del resto, dovrebbe lottare a scopo di conquista; tutti debbono impugnare le armi per difendere la nazione minacciata o la civiltà offesa: «Ogni guerra giusta, degna del nome, è essenzialmente difensiva». Ed ogni soldato -degno del nome- dovrebbe incidere nella memoria e nel cuore le parole di questo maestro: «Risparmiate ovunque gli oggetti del culto; fate rispettare i tugurii, gl'infelici, le donne, i bambini, i vecchi: presentatevi come benefattori dei popoli.... Bisogna far temere il nome francese» -- e così dicasi di ogni altro -- «ma non farlo odiare....». Quanti invocano il regno della giustizia nei rapporti dei popoli non fanno se non esprimere con altre parole -- nè molto diverse -- i principii enunziati dal Carnot. «Le nazioni sono, le une rispetto alle altre, nell'ordine politico, ciò che gl'individui sono nell'ordine sociale: esse hanno, come questi ultimi, i loro diritti reciproci, consistenti nell'indipendenza, nella sicurezza all'estero, nell'unità interna, nell'onore nazionale: beni d'ordine superiore dei quali nessun popolo potrebbe esser privato se non per violenza, e che ciascun popolo può riacquistare quando l'occasione se ne offre. Ora la legge naturale vuole che si rispettino cotesti diritti, che ci si aiuti vicendevolmente a difenderli, finchè i soccorsi ed i riguardi non pongano a rischio i diritti proprii.... Poichè la sovranità appartiene a tutti i popoli, non può darsi comunità ed unione fra loro se non in virtù di una formale e libera transazione: nessuno d'essi ha il diritto d'assoggettar l'altro a leggi comuni senza il suo espresso consentimento.... Noi abbiamo per principio che ogni popolo, qualunque sia la esiguità del territorio da lui abitato, è assolutamente padrone in casa propria, che è eguale in diritto al più grande, e che nessun altro può legittimamente insidiarne l'indipendenza, tranne che la sua propria non corra visibilmente pericolo.» Testimonio ed attore principalissimo d'una delle maggiori crisi che travagliarono il suo paese e il mondo tutto, egli sperò d'afferrare nella Rivoluzione «il fantasma della felicità nazionale», credendo possibile d'ottenere «una Repubblica senza anarchia, una libertà illimitata senza disordine, un sistema perfetto d'eguaglianza senza fazioni»: l'esperienza lo disingannò «crudelmente» e gli fece riconoscere che la saggezza è egualmente lontana da tutti gli estremi. Il massimo della prosperità nazionale consiste fra la libertà assoluta ed il potere assoluto.... Il miglior governo è quello dove tutto si fa per abito, per educazione, e non già in forza di precetti sempre variabili: è quello, in una parola, dove i governanti hanno meno da fare....» E molto probabilmente nel corso di quella terribile delusione egli concepì la grande verità, umana e non soltanto politica, che incluse in un'altra delle sue concettose sentenze: «Lo stesso sforzo compiuto per afferrare la felicità è uno stato violento che spesso la distrugge....». III. Non è dunque vero che la guerra, quantunque necessariamente atroce, sia scuola mortificativa di quanto è più alto e nobile nello spirito umano, se quest'uomo di guerra potè sollevarsi alle ultime vette della filosofia, quelle dalle quali si dominano il tempo, gli uomini e l'universo; se potè dire che il savio, «come cittadino, ferma gli occhi sulla Patria, fa voti per lei, applaudisce alle sue fortune, partecipa ai suoi trionfi»; ma, «come filosofo, ha già oltrepassato le barriere che separano gl'imperi, non ha più nemici, è cittadino di tutti i paesi e contemporaneo di tutte le età....». Il saggio che scriveva queste parole era anche un poeta di cui restano alcuni delicati componimenti: il -Ritorno al casolare-, fra i più espressivi, e il -Soliloquio d'un vecchio-. Ma la saggezza filosofica e il sentimento elegiaco non impedirono che il Carnot seguisse in ogni atto della sua vita i consigli del più esclusivo e geloso amore di patria. Nel 1789, capitano del genio, legge dinanzi all'Accademia di Digione il suo -Elogio del Vauban-: il principe Errico di Prussia, che è fra gli astanti, gliene fa i più caldi rallegramenti, seguìti dall'offerta di un alto grado nell'esercito prussiano: egli ricusa. Venticinque anni dopo, nel 1811, comandante di Anversa assediata, riceve da un altro Prussiano, il conte di Bülow, l'insidiosa proposta di abbandonare la causa di Napoleone, con la promessa di un'adeguata ricompensa, egli risponde: «Troppo mi sta a cuore di serbare la stima che mi dimostrate, perchè non difenda con tutti i mezzi in mio potere il posto onorevole confidatomi dall'Imperatore dei Francesi....». Pochi giorni dopo Napoleone ha abdicato, e un altro Francese più accomodante, divenuto, grazie alla malleabilità della sua tempra, principe ereditario di Svezia -- il Bernadotte -- ritenta di indurre il Carnot a rendere Anversa; egli risponde infliggendo una lezione al transfuga: «Comando questa piazza in nome del governo Francese: esso solo ha il diritto di fissare il termine del mio ufficio. Allorquando il nuovo regime sarà definitivamente e incontestabilmente stabilito sulle nuove basi, sarà mia premura eseguirne gli ordini: determinazione che non può mancare d'essere approvata da un principe nato Francese, a cui sono ben note le leggi imposte dall'onore....». Tanto zelo non è alimentato, sia pure indirettamente, sia pure in minima parte, dalla speranza dei premii. Non ne ha mai ottenuti quanti ne ha meritati; tanto meno ne ha chiesti. Tornato a Parigi il domani di Wattignies, che è vittoria sua, egli scrive al comando dell'esercito del Nord per rallegrarsi con esso del glorioso successo, come se non vi avesse contribuito per nulla. All'inizio del Consolalo è ancora ministro della guerra ma ha già detto al Côrso ambizioso: «Credo che soltanto il Bonaparte tornato semplice cittadino possa lasciar vedere il generale in tutta la sua grandezza». Più tardi soggiunge: «Voi avete da scegliere nella storia il posto d'un Cromwell o d'un Washington. Se sceglierete male, precipiterete dall'alto, e un giorno forse si contesterà la vostra stessa gloria militare....». L'ammonitore, il repubblicano, il Convenzionale che ha votato la morte del Re, è il solo a votare contro lo stabilimento dell'Impero; ma quando la maggioranza dei Francesi accetta la nuova forma di governo, egli desiste dall'opposizione, perchè nelle crisi dello Stato vi può essere per ogni cittadino un momento d'incertezza sul partito da prendere; si può esitare, o scegliere fra le diverse opinioni, senza commettere un delitto; ma tosto i più si pronunziano, e allora, se la minoranza si ostina nell'opposizione, non è altro che una fazione: principio di giustizia eterna formante l'essenza d'ogni società politica, senza del quale non c'è più altro che anarchia e guerra intestina nell'intero universo». In forza di questo principio il cittadino esemplare che lo enunziò fece qualche cosa di più che desistere dall'opposizione all'Impero. Dopo avere inflessibilmente respinto, negli anni della prosperità, le seduzioni di Napoleone, che gli offriva «tutto quanto vorrete, quando vorrete, come vorrete», il giorno che l'Imperatore è ridotto a lottare disperatamente per salvare la Francia invasa, il gran patriotta accorre ad offrirgli i suoi servigi. E si contenta del comando di Anversa; e quando è il momento di compilare il decreto di nomina, scoprono che quel creatore di quasi tutti i generali francesi, quell'antico Direttore della guerra e quasi dittatore della nazione, ha soltanto, sull'annuario, il grado di maggiore del genio, conseguito per anzianità all'uscire dal Comitato di Salute pubblica.... Il solo oppositore all'Impero è anche, ora che l'Impero rappresenta la Patria e la stessa Libertà contro il pericolo della restaurazione borbonica imposta dagli stranieri, il solo che sconsigli a Napoleone di abdicare; ed anche dopo l'ultimo disastro, anche dopo Waterloo, è il solo che gli suggerisca di resistere, di rivolgere un proclama al popolo, di chiamare alle armi tutti i cittadini, di mobilitare la guardia nazionale, di difendere Parigi, di ritirarsi dietro la linea della Loira. Fouché esclama: «Siete pazzo!». Lazzaro Carnot gli risponde gettandogli in faccia il giudizio della storia: «E voi siete traditore!...». -10 aprile 1917.- Gli enimmi di Waterloo. Nell'anno secolare della battaglia che segnò l'ultimo crollo dell'impero napoleonico, un soldato francese ridottosi da molto tempo a vita di studio per le ferite riportate in guerra ha pubblicato una nuova storia di Waterloo. Compiuta nella primavera del 1914, l'opera ponderosa e poderosa fu consegnata ai tipografi il 3 giugno di quell'anno, due mesi prima della conflagrazione europea: l'autore ha creduto necessario avvertirlo sin dal frontespizio, quasi a giustificare la pubblicazione di indagini intorno ad una guerra passata mentre le battaglie imperversano dall'un capo all'altro del vecchio continente. E il libro suo, narrando come si decisero un secolo addietro le sorti del mondo, rischierebbe veramente di passare inosservato oggi che esse si stanno decidendo ancora una volta, se non fosse che mentre noi abbiamo sete di conoscere quanto avviene sui campi della gran guerra attuale, mentre non abbiamo quasi altro bisogno, supreme ragioni di prudenza vietano ai capi degli eserciti e degli Stati di appagarlo: talchè alla nostra immaginazione distratta da ogni altro oggetto le stesse narrazioni degli antichi combattimenti offrono un pascolo. Si potrebbe intanto, e pregiudizialmente, domandare se occorresse proprio tornare sul tema che da cento anni centinaia di scrittori d'ogni paese hanno sviscerato. La luce non è fatta, chiara, piena, lampante?... Non è fatta ancora. Il Lenient, avanti di comporre il suo libro, ha meditato gli altrui, dal primo al penultimo, che pareva anche definitivo: quello di Arrigo Houssaye. L'ultimo fu scritto da un Italiano, da un competentissimo Italiano: Alberto Pollio. Noi possiamo dolerci che lo scrittore francese non ne conosca l'opera, ma non certo quanto se ne dorrà egli stesso dopo averla cercata; perchè vi troverà, a sostegno delle idee da lui combattute, argomenti che lo faranno pensare, e meglio ancora perchè alcuni degli stessi suoi giudizii potrebbero essere egregiamente avvalorati con quelli espressi dal generale nostro. Nel suo -Waterloo- il Pollio, come tutti gli studiosi precedenti, non presume di spiegare ogni cosa: ammette anzi che molti enimmi sussistono; il Lenient intitola invece l'opera sua: -La solution des énigmes de Waterloo-. Vediamo. I. La domanda preliminare, la più generale e comprensiva, è questa: come mai un esercito di 124000 soldati, con 25000 cavalli e 300 cannoni, comandato dal primo capitano del secolo, forse di tutti i secoli, è in soli quattro giorni disfatto, distrutto, dissolto? Gl'idolatri hanno detto che il piano dell'Imperatore era infallibile; Adolfo Thiers afferma che la fatalità soltanto potè sconvolgerlo. La fatalità ha spalle da regger some anche più gravi di questa. Ma poichè nessuno l'ha vista ancora in faccia per chiamarla alla resa dei conti, e poichè il più prepotente bisogno, nelle avversità, è quello di addossarne a qualcuno la colpa, così anche di Waterloo si sono cercati e, naturalmente, trovati i capri espiatorii. Tutta una scuola addebita il disastro ai luogotenenti, o disertori come il Bourmont che passa al nemico con lo Stato maggiore della sua Divisione all'inizio della campagna, o insolitamente malaccorti, subitamente intimiditi, straordinariamente inabili, come Ney ai Quatre-Bras, come Grouchy a Wavre. Il Lenient dimostra che i traditori non giovarono al nemico, e distrugge le accuse rovesciate sui marescialli. Si dovrà credere allora ciò che tanti altri hanno asserito, cioè che la rovina fosse da imputare allo stesso Napoleone, perchè non era più quello di prima, perchè le grandezze ne avevano indebolita la tempra, perchè gli anni, i malanni e i rovesci ne avevano offuscata la mente, infiacchita la volontà, fiaccata la fede? Neanche questa è l'opinione dell'autore. Egli adduce, al contrario, tutte le prove dell'energia fisica, della prontezza e dell'acume intellettuale, della gran forza morale con le quali l'Imperatore compose ed attuò il piano della campagna. Allora?... II. Il primo dei problemi particolari nei quali si risolve il gran problema di Waterloo è quello del numero. Poteva Napoleone avere una forza maggiore di quella che adoperò? Egli mosse con 124000 uomini contro Wellington e Blücher, ciascuno dei quali ne comandava quasi altrettanti: fin dal principio, dunque, la partita si presentava come troppo disuguale. Con un incredibile intuito profetico l'Imperatore scriveva al maresciallo Davout: «La più gran disgrazia che possiamo temere è d'esser troppo deboli al nord e di patirvi sulle prime uno scacco». Lo scacco sopportato di primo acchito, dopo soli quattro giorni di campagna, in quei campi settentrionali dove appunto temeva d'esser troppo debole, fu veramente senza rimedio: terribile lucidità di previsione! Allora, perchè non correggere la debolezza? Il Thiers, il Siborne, il Pollio, molti altri dicono che nell'apparecchiarsi alla guerra Napoleone fece quanto umanamente era possibile. Il Lenient, sulla fede di ragionamenti e di calcoli, lo nega. Le forze della Francia sarebbero state molto maggiori se l'Imperatore non avesse esitato tra la difensiva e l'offensiva, se avesse chiamato più presto le milizie territoriali che avrebbero lasciato disponibile per la prima linea un più grosso nerbo di truppe. Comunque, alla difesa del suolo nazionale bastavano i 434000 uomini già raccolti: perchè mai, dunque, i 178000 dell'esercito di campagna furono ridotti a 124000? Perchè distrarre dalle pianure del Belgio, dove si decideva la quistione vitale, 54000 soldati e disseminarli sulle altre frontiere? La Coalizione minacciava, è vero, anche dalla parte del Reno: ma che potevano fare i 46000 uomini di Rapp, di Suchet e di Lecourbe contro i 500000 del principe di Schwarzenberg? Alberto Pollio adopera una formula a definire il concetto napoleonico della ripartizione delle forze: il minimo necessario per le operazioni secondarie, il massimo disponibile per le principali. Secondo il Lenient si dovrebbe dire invece: le forze impotenti sono forze inutili. Sui confini della Spagna, del resto, nessuno minacciava: che stavano dunque a farci gli 8000 soldati del Decaen e del Clauzel? La spiegazione proposta dall'autore è tutta psicologica: l'uomo che aveva riconquistata la Francia con gli ottocento soldati dell'isola d'Elba, che disprezzava i nemici, che giudicava Wellington «generale di terz'ordine», Blücher nient'altro che «un bravo ussaro» e le loro truppe altrettanta «canaglia», quest'uomo non credeva di dover fare uno sforzo eccessivo e stimava che 124000 soldati in mano sua valessero il doppio.... Ora, in qual modo li adoperò? III. La manovra di Charleroi è ancora levata al cielo come la più sapiente rottura strategica, e l'attacco come una sorpresa fulminea. Il Lenient dimostra che non vi fu sorpresa di sorta, che Blücher e Wellington, sei settimane innanzi, si erano pienamente accordati prevedendo precisamente ciò che Napoleone poteva fare, e che poi fece. L'idea di sorprenderli, di sgominarli prima di dar battaglia, fu una presunzione suggerita e alimentata anch'essa dal folle orgoglio. Avanzarsi su Charleroi per separare i due nemici e quindi avvolgerli e travolgerli uno dopo l'altro, sarebbe stato possibile se in quel luogo si fosse trovato il nodo concreto della fronte alleata da rompere; ma Charleroi era soltanto un centro geografico, come chi dicesse il luogo geometrico del collegamento nemico: l'ala inglese vi sfiorava appena la prussiana, e un attacco su quel punto poteva tanto meno essere considerato come rottura strategica, perchè il campo di manovra che l'Imperatore veniva ad aprirsi sarebbe riuscito del tutto insufficiente. Secondo la stessa teoria napoleonica, un esercito composto di cinque o sei Corpi e posto tra due pericoli, deve poter disporre, in ciascuna delle direzioni pericolose, di almeno tanto spazio quanto ne occorre per due marce. Ora l'esercito del Nord era appunto composto di sei corpi, e le due direzioni nelle quali si trovavano gl'Inglesi e i Prussiani erano pericolosissime: esso aveva dunque bisogno d'una zona di manovra lunga quaranta o cinquanta chilometri -- e tra Sombreffe e i Quatre-Bras ne correvano appena dodici! Ma veniamo all'esecuzione, ed al primo atto del gran dramma: il passaggio della Sambra. Fu passata, infatti, il 15 giugno, e l'esercito, lasciata la riva destra del fiume, ne tenne l'opposta; ma questo non era il puro e semplice risultato da conseguire: bisognava anche arrivare dentro un certo tempo ai luoghi designati, distruggendo quante forze nemiche vi si trovassero. Invece il corpo di Zieten, contro il quale la superiorità numerica dei Francesi era schiacciante, potè ripiegare come e dove volle, e il fiume fu passato con molto ritardo. Perchè? Come mai i luogotenenti dell'Imperatore lasciano i bivacchi due, tre, quattro ore dopo quello prescritta? Sono incapaci?... Altri generali certo più capaci, come Davout, come Gouvion Saint-Cyr, sono stati lasciati da Napoleone in disparte per la stessa superba persuasione di non averne bisogno; ma nè Reille, nè d'Erlon, nè Vandamme sono inabili o infidi: essi non curano come dovrebbero l'esecuzione degli ordini perchè l'autocrate, chiuso in sè stesso, ha trascurato di svelare tutto il suo pensiero, di mostrare quale e quanta è la parte a ciascuno di essi affidata. E mentre il passaggio del fiume è appena iniziato a mezzogiorno, il duce supremo scende da cavallo, si fa portare una sedia e vi s'addormenta. Debolezza della carne? Sì; ma anche cieca fiducia che il sonno gli è consentito, che nulla egli ha da temere, che a tutto saprà porre riparo. IV. L'azione s'inizia. Napoleone col grosso attacca a destra i Prussiani e lancia il I e il II Corpo a sinistra, contro gl'Inglesi. Questo è l'enimma di Ney. Ney, il cuor di leone, l'eroe della Moscova, il fedele Ney che pagherà con la vita l'adesione accordata al reduce dell'Elba, il fulmine di guerra che tre giorni dopo anticiperà temerariamente le cariche della cavalleria contro Mont-Saint-Jean e avrà cinque cavalli uccisi sotto di sè, Ney, -le brave des braves-, ricevendo l'ordine di slanciarsi «a capofitto» contro Wellington e di prender posizione oltre il crocevia dei Quatre-Bras, si avanza infatti, il 15; ma, affrontatosi col nemico, giudica di non potersi impegnare a fondo, e s'arresta; il 16 esita ancora, perde tempo, attacca con una sola parte delle sue forze, non si spinge oltre il crocevia, non è neppure in grado di concorrere, dalla destra, all'accerchiamento della sinistra prussiana! Enimma nell'enimma: tutto il corpo d'esercito di Drouet d'Erlon, posto tra Ney che attacca gl'Inglesi e Napoleone che attacca i Prussiani, va dall'uno all'altro e torna dall'altro all'uno senza arrivare a combattere con nessuno dei due!... Chi ha portato a d'Erlon l'ordine scritto con la matita? Non si sa! Ma Napoleone l'ha veramente scritto? Il Lenient lo nega. La sua spiegazione del mistero è nuova del tutto. Il fatale andirivieni di Erlon è dovuto a un ordine contraffatto: un gregario, a fin di bene, in quell'esercito dove la disciplina lascia troppo a desiderare, dove lo zelo consiglia audacie pazze, ha falsificato la scrittura del capo. E Ney non ha colpa d'avere esitato. Se mai, doveva esitare anche più, disobbedire totalmente all'ordine imperiale, arrestarsi più indietro ancora, rendere così impossibili le marce e contromarce di Erlon e mettersi in grado di dare una mano a Napoleone contro Blücher. La colpa è tutta dell'Imperatore, che mentre si propone di separare i due nemici alleati e di cominciare a distruggerne uno, si divide invece egli stesso, resta con soli 80000 uomini contro i 120000 di Blücher e manda i 47000 di Ney contro Wellington, pretendendo anche che il maresciallo gliene riservi una parte. Troppo poche se debbono affrontare tutti i 95000 soldati del duca, le forze di Ney sono troppe se debbono sostenere soltanto qualche breve zuffa. E quest'ultima è veramente l'opinione dell'Imperatore: Wellington non potrà resistere, non riuscirà neanche a concentrarsi, non potrà opporre nessun serio ostacolo sulla via di Brusselle. Entrare a Brusselle è il sogno del vanaglorioso: già egli caracolla con l'immaginazione per le vie di quella città.... Un particolare è caratteristico: Napoleone dà a Ney la cavalleria della Guardia, ma gli dice: «Non ve ne servite!». La cosa è tanto incredibile che Alberto Pollio ricusa di crederla. Il Lenient vi trova invece la conferma della sua spiegazione. La cavalleria è data a Ney per mostra, come uno spauracchio contro i nemici: basterà che costoro vedano quella forza, perchè si sentano perduti. Questo concetto l'Imperatore ha di Wellington, del duca di ferro! Un concetto non molto diverso ha di Blücher: è persuaso che il maresciallo prussiano, con 120000 uomini sotto il proprio comando, non potrà, non saprà concentrarne più di 40000 a Ligny. Non contento quindi d'aver distaccato Ney contro gl'Inglesi, il temerario lascia anche inerte Lobau a Charleroi con tutto un corpo d'esercito, lo richiama troppo tardi, quando s'accorge che Blücher ha con sè tanta forza da non lasciarsi schiacciare. Potendo riuscire un trionfo risolutivo, Ligny è così una mezza vittoria e lascia indecisa la partita tremenda. V. Il 17, alla vigilia della giornata suprema, l'Imperatore può scegliere tra due obbiettivi: o inseguire e finire Blücher, oppure correre addosso agl'Inglesi. Anche ora, invece, egli presume di poter conseguire i due scopi ad un tempo. Illudendosi che Blücher sia stremato, crede che basti Grouchy ad annientarlo; 38000 Francesi in tutto, contro più di 100000 Prussiani! Egli stesso con i 60000 soldati che gli rimangono, stima di poter opprimere i 95000 di Wellington. La giornata fatale già spunta. Napoleone ha inoltrato tutte le sue forze verso Brusselle, in unica colonna, senza tentare un attacco di fianco, senza accennare ad una mossa avvolgente. Scorgendo Wellington fermo sul pianoro di Mont-Saint-Jean, lo giudica perduto -- «il tempo di far colazione!» -- e non si accorge che l'Inglese, certo dell'arrivo dei Prussiani, si stima intanto sicuro, nel campo precedentemente scelto e studiato, come dentro una piazzaforte. I Prussiani, secondo l'Imperatore, non possono, non debbono arrivare: Grouchy è stato da lui spedito appunto per attraversare loro la via. Ma il maresciallo ha pure un'altra missione: sostenere la destra del generalissimo. È ancora il presuntuoso sistema di voler raggiungere due scopi ad un tratto -- con l'aggravante che questa volta il duplice ufficio non è assunto da Napoleone in persona, ma affidato a un povero di spirito come Grouchy! Soult, la sera innanzi, ha dimostrato la necessità di richiamarlo: il despota gli ha brutalmente ordinato di tacere, salvo a ricredersi, più tardi -- troppo tardi. E Grouchy non arriva, non arriverà, non potrà mai arrivare; e invece i Prussiani spuntano all'orizzonte mezz'ora dopo l'inizio della battaglia! Anche ora, nell'ora estrema, invece di tenere le sue forze indissolubilmente unite per disfare gl'Inglesi prima che i suoi alleati siano in linea, Napoleone si divide un'altra volta, manda contro il pericolo ancora lontano tutto il VI Corpo e due intere divisioni di cavalleria! Qui spunta un altro enimma: l'impiego dell'artiglieria. Gl'Inglesi dispongono di 177 pezzi, Napoleone di 266: l'enorme vantaggio resta infruttuoso. È vero che il campo di battaglia è stato trasformato dal temporale della notte in una pozzanghera; ma il principio dell'attacco è ritardato sino alle undici e mezzo appunto per dar tempo al terreno di asciugarsi. Non è asciutto abbastanza? Ma allora come mai Wellington può far manovrare i suoi cannoni e Blücher farli arrivare da tanto lontano?... L'artiglieria può essere, è adoperata anche dai Francesi; male, però, insufficientemente, nè alle ore nè dalle posizioni opportune. Tutto un corpo d'esercito si logora contro la bicocca di Hougoumont presidiata da neanche due migliaia di nemici, quando qualche batteria ne avrebbe avuto rapidamente ragione. Espugnata a costo di sacrifizii enormi, l'altra fattoria della Haye-Sainte è difesa da batterie di cui le batterie inglesi spengono i fuochi. Napoleone, ufficiale d'artiglieria, vincitore di cento battaglie grazie al sapientissimo impiego dell'artiglieria, non se ne serve per guadagnare l'ultima posta! Distrazione? Inquietudine? Smarrimento? Impotenza? No: parossismo dell'orgoglio presuntuoso, ancora e sempre. «Che bisogno ha dei cannoni? Non c'è che lui, il suo pensiero, il suo sogno, la sua illusione....» VI. Ora, spinta a tal segno, la tesi del Lenient, in buona parte evidente e plausibile, non persuade più. Una presunzione che si astrae talmente dalla realtà potrebbe essere segno di quelle amnesie, di quelle aberrazioni, di quella involuzione e degenerazione mentale che l'autore nega risolutamente. Piace rammentare che egli stesso ha scritto: «Nei problemi complicati bisogna diffidare delle soluzioni troppo semplici». Spiegare ogni cosa con l'accecamento dell'orgoglio è veramente una troppo grande semplificazione. In flagrante iattanza, da un'altra parte, non sorprendiamo anche Blücher quando scrive alla moglie: «Con i miei 120000 Prussiani assumerei di prender Tripoli, Tunisi e Algeri, se non ci fosse di mezzo il mare»? Blücher riuscì, Napoleone fu vinto; si dovrà giudicare sulla fede dell'esito?... Napoleone si divise dinanzi al nemico: ma non si divise anche Wellington, distaccando ad Hall 20000 uomini che vi restarono inerti, mentre egli poteva esser travolto a Mont-Saint-Jean? Non fu travolto: diremo che ebbe ragione? Chiameremo errore -- dice Alberto Pollio -- ciò che non riesce?... L'errore proprio del Lenient consiste nell'aver voluto sciogliere tutti gli enimmi con una sola chiave. Il suo libro incatena l'attenzione del lettore anche digiuno di scienza militare, ma ansioso, oggi, di 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000