quindi egli proponeva che le forze liberali militanti si raccogliessero
intorno ad una nuova bandiera: quella della -Legione italica-. Per il
Mazzini, invece, nel quale l'azione non era qualche cosa di opposto al
pensiero, o di diverso da esso, bensì lo stesso «pensiero realizzato»,
questo distinguere fra la mente e la mano, fra la parola e la spada,
era voler fondare una specie di dualismo, «a un dipresso il sistema
delle caste indiane, dove agli uomini d'una era dato esclusivamente il
pensiero, all'altra il valor militare». Ma il Fabrizi insisteva tanto
nella sua idea, e tanto si era affezionato alla -Legione-, da opporre
un rifiuto alla proposta di fonderla con la risorta -Giovine Italia-;
ostinazione per la quale il Maestro pronunziava contro di lui una
specie d'interdetto e manifestava un «rigore» che parve «troppo» al
mite e conciliante Lamberti.
Sennonchè anche Manfredo Fanti, di risposta all'annunzio della
resurrezione della -Giovine Italia-, partecipava al Mazzini, dalla
Spagna, di essersi legato al Fabrizi «nella parte esecutiva»; ed un
altro esule di cui il Maestro aveva stima, che giudicava «buono,
attivo, -giovine- anche in illusioni», Francesco Vitali, scriveva
dalla Corsica al Lamberti per dirgli che reputava totalmente finita
la missione della -Giovine Italia- «tanto come istitutrice che come
cospiratrice», cioè tanto come strumento di propaganda morale che come
fucina di forze operose. E il conte Giuseppe Ricciardi, nonostante la
molta devozione al Maestro, pensava di fondare da canto suo una terza
Società, un'-Italia novella-; senza contare una -Lega lombarda-, senza
contare i -Livellatori-: moltiplicazione che il Lamberti giudicava
«rovina grande per l'Italia», e che al Mazzini doleva sommamente, come
quella che poteva seminare «germi di federalismo» e «rompere l'unità».
La parte assegnata alla -Giovine Italia- consisteva appunto nel
«determinare una Unità di tendenze che promuova quando che sia l'Unità
italiana». I dissensi, i contrasti, le divagazioni, le schermaglie non
potevano far altro che giovare ai nemici: «Pensate che si va addietro
terribilmente, che i nostri padroni se ne giovano a riconciliarsi con
atti di clemenza in favor di molti, che l'Austria conquista più sempre
pacificamente influenza, e che siamo infami verso il paese e verso i
nostri giuramenti, se non cerchiamo di uscir di questo stato...»
Ed in Francia la causa nostra era discreditata dai -Vendicatori
del Popolo-: altra società italiana formata a Nimes da emigrati che
millantavano rapporti con la -Giovine Italia-, ma che erano invece,
tranne alcuni illusi, gente sprovvista di senso morale, incappata anche
nelle maglie della giustizia penale per un ricatto, a Montpellier,
dove l'aula delle Assise echeggiava di tristi accuse contro l'Italia,
«nazione degradata, popolo generalmente vizioso e criminale», la cui
emigrazione portava in Francia «la demoralizzazione, il principio
dell'assassinio, la corruzione della gioventù....» E queste accuse
godevano di tanto credito oltr'Alpe, che quei giornali ricusavano
di pubblicare le risposte e le difese degl'Italiani.... Non c'erano
soltanto ricattatori fra i -Vendicatori del Popolo-: c'erano anche
spie; ma il tradimento più nefando ordito contro la fiducia degli
esuli e del loro Capo doveva esser quello dello sciagurato Partesotti,
intorno al quale il -Protocollo-, e particolarmente la nutrita
appendice, ha pagine che fanno fremere.
III.
Attraverso tali difficoltà, tali ostacoli e tali insidie si veniva
compiendo l'opera del Mazzini. Bene a ragione Giuseppe Lamberti
scriveva sulla prima pagina di questo suo libro: «Mia corrispondenza
della -Giovine Italia-: documento che proverà la costanza, gli sforzi,
i sacrifizi di Giuseppe Mazzini per far libera, una, indipendente
l'Italia». Se la figura del Maestro vi campeggia in tutto il suo
splendore impareggiabile, anche i discepoli vi appariscono in nuova
luce, gli illustri e gli umili, i celebri e i dimenticati. Come
epigrafe di tutta l'opera si potrebbero mettere in evidenza le stesse
parole indirizzate dal Mazzini al suo fedele segretario il 31 maggio
del 1841: «Chi pensa veramente alla felicità e all'onor della patria,
non può trascurare, quantunque minime, quelle cose che tendono a
tale altissimo scopo»; perchè, se pure molte delle notizie che si
attingono da questi fogli appartengono più all'umile cronaca che alla
storia togata, nulla è trascurabile di quanto concerne la laboriosa,
indefessa, mirabile preparazione del Risorgimento. «Se gli sforzi»,
soggiungeva il Precursore, e potrebbe soggiungere l'epigrafe, «se
gli sforzi che promettiamo fare unitamente a voi ed a tutti gli
altri buoni, otterranno pure, come speriamo, il nobile scopo che ci
siamo proposto, verrà un giorno che la posterità riconoscente avrà in
riverenza i vostri nomi, come quelli a' quali nè lontananza, nè tempo,
nè ostacoli, nè sventure d'ogni maniera hanno potuto mai sterpare dal
cuore la santa carità del proprio paese».
-31 gennaio 1917.-
Maestri di guerra.
I.
IL PRINCIPE DI LIGNE.
Il Circolo archeologico della città di Ath, nel Belgio, avvicinandosi
col dicembre del 1914 il centenario della morte del principe di
Ligne, deliberava, ad onorare la memoria dell'insigne conterraneo,
di ripubblicarne le opere: per cominciare, la tipografia Sellekaers
e Keulener di Bruxelles approntava la nuova edizione delle -Lettres
à la marquise de Coigny- il 20 aprile di quell'anno, i -Prejugés-
e le -Fantaisies militaires- il 20 ed il 29 giugno, ed i -Mémoires-
il 25 luglio -- lo stesso giorno nel quale scadeva la perentoria nota
dell'Austria alla Serbia.... Non occorrono altri discorsi a spiegare
l'arresto della ristampa, ed è certo che se le egrege persone ad essa
preposte avessero potuto sospettare il cataclisma dal quale il loro
paese era minacciato, non avrebbero dato la loro attività ad imprese
letterarie.
Tuttavia quei valentuomini debbono essere contenti di avere licenziato
i primi volumi del Ligne, i due di argomento militare segnatamente;
perchè, se i gustosissimi ricordi autobiografici ci mettono dinanzi
viva e parlante la singolare figura del grande scrittore, del gran
signore, del grande amatore; se certi suoi aspetti particolari, e non
dei meno caratteristici, sono lumeggiati dal carteggio con la marchesa
di Coigny; i -Pregiudizii- e le -Fantasie militari- hanno acquistato,
con la conflagrazione mondiale, nuova freschezza.
I.
Belga di nascita, francese di lingua, di cultura, di spirito, il
principe di Ligne servì la Casa d'Austria. Non fu sua colpa, perchè
allora il Belgio apparteneva agli Absburgo, ed «affinchè non nascano
equivoci», il barone di Heusch, tenente generale nell'esercito del Re
Alberto, avverte nella prefazione ai -Pregiudizii- che Carlo di Ligne,
«servendo l'Austria, serviva il proprio paese». Se tale è il giudizio
dei suoi concittadini posteriormente costituiti in nazione, non sarà
diverso quello degli stranieri; e poi, che cosa importa oramai lo
stato di servizio del principe; anzi, che cosa ne resta? Di lui restano
soltanto le opere, e qui egli è belga, francese, latino di purissimo
sangue: per gli scritti d'argomento guerresco è annoverato tra i
massimi scrittori militari di Francia; per le composizioni letterarie
la signora di Staël lo definisce «il solo straniero che, trattando il
genere francese, invece di restare imitatore sia divenuto modello».
Ma si può dire qualche cosa di più: giova dire che servendo l'Austria,
compiendo la sua carriera nell'esercito imperiale, il principe di Ligne
non si trovò a suo agio, e che, senza lo straordinario e irresistibile
trasporto per i ludi di Marte, molto probabilmente egli l'avrebbe
troncata anzi tempo. Tale fu la sua vocazione, che udendo parlare, nei
più teneri anni, della morte del Principe Eugenio -- altro straniero al
servizio dell'Impero, altra gloria latina e tutta nostra -- il bellicoso
fanciullo già si proponeva di prendere il posto dello stratega sabaudo.
«Questo,» dichiara, «fu il primo pensiero di cui io serbi memoria». Il
suo secondo ricordo gli rappresentò la guerra che si combatteva quando
egli cominciava ad avere coscienza di sè, «la guerra,» racconta, «che
mi diede alla testa». Ininterrotte tradizioni militari regnavano nella
sua famiglia; il suo nome era portato da un reggimento di fanteria e
da uno di dragoni; i suoi antenati erano stati generali e marescialli;
maresciallo era suo padre quando faceva impegnare un combattimento
d'avanguardia contro i Prussiani per dare al figliuoletto il battesimo
del fuoco, galoppando al suo fianco, tenendolo per mano e dicendogli:
«Sarebbe grazioso, Carlo, se riportassimo insieme una piccola
ferita!...» E nulla potè agguagliare la soddisfazione e l'alterezza che
invasero l'animo dell'adolescente nel partire per quella prima delle
sue dodici campagne di guerra.
Accoppiando fin da quei cominciamenti la facoltà e l'esercizio della
riflessione con la voglia e l'impeto dell'azione, egli componeva a
quindici anni un -Discorso sulla professione delle armi-; e l'uomo a
cui, da giovane, le figure di Carlo XII e del Condé avevano «impedito
di dormire», doveva più tardi ammonire i giovani: «Se i vostri sogni
non sono popolati da immagini militari, se non divorate i libri di
guerra, se non baciate le orme impresse dal piede dei vecchi soldati,
se non piangete al racconto delle loro battaglie, spogliate subito la
divisa! Guai ai tepidi! Foste anche del sangue degli eroi, foste anche
del sangue degli Dei, se la Gloria non vi procura un continuo delirio,
non vi schierate sotto le bandiere...» Amando dunque il suo mestiere
sopra ogni altra cosa, s'intende come le delusioni non riuscissero a
farglielo abbandonare; ma le delusioni non gli furono risparmiate, e
provennero precisamente dalla incompatibilità mentale e morale che lo
divideva dai supremi reggitori della milizia e della monarchia degli
Absburgo.
L'impossibilità di uniformarsi ai responsi dei Consigli aulici,
di chinare la schiena nelle anticamere della Corte, di compiere le
bassezze necessaire a farsi avanti, lo persuase ad appartarsi: due
volte lo andarono a cercare per offrirgli il comando contro Napoleone
Bonaparte; tutt'e due le volte gli anteposero «quattro invalidi» che si
fecero battere uno dopo l'altro, «quattro poveri ignoranti che avevo
avuti sotto i miei ordini ed ai quali, eccettuato il Clerfayt, non
avrei affidato neanche tre battaglioni». Un'altra volta lord Grenville,
residente inglese a Berlino, chiese al primo ministro austriaco,
il barone Thugut, di affidare al Ligne il comando dell'esercito del
Reno: la proposta britannica non fu neanche trasmessa all'Imperatore.
Un'altra volta il principe fu invitato dal Re di Sardegna, con la
promessa che sarebbe stato preposto al comando supremo delle forze
piemontesi a condizioni eguali a quelle dell'esercito imperiale: questa
volta il Thugut cominciò col sorridere graziosamente, come sul punto
di consentire; ma poi, tratta una riverenza all'inviato sardo, che
era il conte di Castellalfieri, volse ad altro tema il discorso. Il
presuntuoso Cancelliere non poteva perdonare lo spirito mordace col
quale il Ligne aveva fatto ridere di lui, appioppando a quel -parvenu-
il titolo di -Barone della Guerra- per l'ostinato rifiuto opposto alle
ragionevoli offerte di accomodamento avanzate dalla Francia, e per
contrasto al titolo di -Principe della Pace- largito dal Re di Spagna
al primo ministro Godoy.
«La sciocchezza e la furberia dei favoriti di Corte, le cattive scelte
che hanno fatte, la negligenza usata verso le brave persone e gli
uomini di valore, hanno distrutto il mio fervore guerresco, che nulla
credevo potesse scemare». A Vienna «l'immaginazione è una pianta tanto
esotica, che le tre o quattro persone che ne posseggono sono pazzi...».
Non sarebbe fuor di luogo trascrivere tutti i saporosi giudizii da lui
dati intorno a quel mondo, a quei sistemi ed all'uomo che li impersonò,
se non importasse maggiormente notare le doti proprie dell'autore,
la vivacità dell'immaginazione, appunto, che fece di questo soldato
un artista; la severità del sentimento del dovere e dell'abito della
disciplina, che fece di questo artista un soldato; la capacità di
freddamente osservare e di caldamente sentire; il mirabile equilibrio
del cuore e dell'intelletto, della dottrina e dell'ispirazione; la
perfetta fusione di qualità non sempre concordi, anzi, e per disgrazia,
ordinariamente contrastanti.
II.
Così formato dall'eredità, dall'educazione e dalla vita, egli
doveva cadere in discredito come maresciallo austriaco e conseguire
l'immortalità come scrittore militare. Lasciamo stare le sue vedute
geniali, le sue invenzioni e le sue previsioni nel campo strettamente
tecnico, capaci d'interessare soltanto i competenti; ma poniamo in
evidenza la singolarità d'un uomo che al tempo nel quale un buon
numero di mercenarii e di stranieri entravano a comporre gli eserciti,
scriveva un libro intorno alla «parte morale del nostro mestiere,
che è dovunque negletta od ignorata»; d'uno scrittore che durante il
regno del bastone asseriva: «La prima disciplina consiste nel regnare
sulle anime»; che mentre i governanti avevano una matta paura delle
-baionette intelligenti-, e gl'istruttori lavoravano in piazza d'armi
a ridurre i soldati all'obbedienza cieca ed al perfetto automatismo,
dimostrava la necessità di suscitare la coscienza di sè e il senso
della responsabilità in quelle macchine. Quale credito poteva ottenere
l'originale che nello Stato e nella casta dove imperava il feticismo
delle norme e delle forme, affermava che un articolo da aggiungere
a tutti i regolamenti dovrebbe dare la facoltà di trasgredirli; che
i giovani uscenti dalle scuole debbono disimparare tutte le inutili
cose con tanta fatica cacciate nella mente; che non occorrono maestri
d'armi, bensì maestri d'elevazione, e scuole d'ammirazione, scuole
d'entusiasmo, e scuole -- anche -- di «disordine»? Non doveva essere
giudicato propriamente eretico e far passare brividi d'orrore per
la schiena dei -feld-marschälle- pettoruti, compassati e pedanti lo
scrittore secondo il quale gli aiutanti di campo debbono distinguersi,
sì, per il coraggio, l'esattezza, l'intelligenza, ma anche «nel
saper modificare l'ordine che portano, se le circostanze sono
modificate....»? Non doveva sembrare un sovvertitore degli elementari
principii della gerarchia e dell'etichetta colui che voleva vedere
la prima severità esercitarsi sui capi supremi: colui che si vantava
d'aver fatto aspettare Imperatori e Imperatrici, ma non un coscritto;
che giudicava la società dei fantaccini «più pura e delicata che
non quella delle persone della buona società»; che assegnava ad ogni
ufficiale la missione «d'amico, di confidente, di consolatore» dei suoi
uomini, ed affermava che il colonnello dev'essere «il padre e la madre
del reggimento»?
Quando la psicologia non era ancor di moda negli studii, e tanto meno
tra i -ranghi-, il principe di Ligne indagò l'anima di quel grande
fanciullo che è il soldato e gli attribuì tutta la dignità che gli
compete. Ai soldati pensò che bisognerebbe deferire, se non si vuol
sbagliare, il giudizio intorno ai premii da largire ed alle punizioni
da infliggere ai generali; e la più perfetta eguaglianza volle che
regnasse nell'esercito; ma dall'altra parte, e per giusto compenso,
volle anche che l'ordine concernente una «bagattella» fosse tanto sacro
quanto quello che si riferisce alla battaglia, e che al caporale si
portasse tanto rispetto quanto al generale.
Le idee anticipate dal principe hanno fatto strada, ma non è inutile
che i giovani destinati alla carriera militare le meditino sulle
eloquenti pagine dell'autore. Più utile ancora riuscirà, non solamente
ai militari, ma a quanti sentono che la guerra è una dolorosa necessità
e che nella forza consiste, e consisterà finchè l'umana natura non sarà
mutata, la sanzione del diritto; più utile, oggi, ai cittadini cui non
fu dato di poter combattere, ma che seguono con l'ansioso pensiero e
con la fervida speranza i combattenti, riuscirà la lettura delle parole
con le quali il principe di Ligne esalta «il più bello dei flagelli».
Ai predicatori della pace ad ogni costo egli ne dimostra i danni e
propone un formidabile dilemma: «Bisogna scegliere tra l'avere la Pace
perchè si è pronti a fare la Guerra, o avere la Guerra perchè non si
è pronti a farla»; e soggiunge un'altra verità espressa in forma non
meno concettosa: «Giunto il primo giorno della Guerra bisogna pensare
alla Pace, e il primo giorno della Pace bisogna pensare alla Guerra».
Ma non perchè è persuaso della fatalità della lotta, non perchè nutre
tanta passione per il suo mestiere da scrivere: «Il mio stupore è
che si possa sopravvivere ad una battaglia, qualunque ne sia l'esito:
come non morire di dolore se è stata perduta, e di gioia se è stata
vinta?; non perchè dice: «Una battaglia è un'ode di Pindaro: bisogna
mettervi un entusiasmo che confini col delirio»; e non per essere nato
soldato «come altri nasce pittore, poeta o musicista»; non perciò Carlo
di Ligne si può ascrivere tra quei militaristi di professione i cui
viziosi abiti mentali dànno buon giuoco ai mestieranti del pacifismo.
Altra è la personalità di quest'uomo di cuore, di questo avversario
della pena di morte, di questo sentimentale a cui fu possibile amare
tre donne ad un tempo «con la miglior fede del mondo, poichè non le
ingannavo punto: ingannavo, forse, me stesso...». Se la passione lo
acceca in amore fino ad un certo segno soltanto, gli lascia tutta la
sua chiaroveggenza come soldato; e dopo avere dimostrato i danni delle
lunghe paci, l'infiacchirsi dei corpi e delle anime, il prevalere degli
appetiti materiali e degli istinti egoistici; dopo avere esaltato
la necessità della guerra, la bellezza dell'eroismo, la fecondità
del sacrifizio, «io non dirò,» conclude: « -- Fate per ciò la guerra;
ma se la ragione, la giustizia, l'onore, l'utilità o la vendetta
fanno gridare -all'armi!- sia allora consentito ai giovani ufficiali
di gioire, ai vecchi di riprendere il cammino della vittoria, alle
fanciulle ed alle spose di ornare di coccarde i loro innamorati ed i
loro consorti, e si vieti alle vecchie ed ai filosofi di trovarci da
ridire...». La guerra, senza dubbio, porta con sè durezze e crudeltà
inevitabili; «ma bisogna essere uomini: essa non è mestiere da
filosofi!».
III.
E tanta è la lucidità di questo assertore della guerra, che egli non
se ne dissimula il grande nemico: il prepotente istinto della vita, il
sentimento della paura. «Fra tutti gli animali il più pauroso è l'uomo.
È chiaro che la paura ci rende le più maldestre creature. Consiste essa
in una specie di ragionamento che c'impedisce di fare ciò che i più
pigri e tardi animali fanno tutti i giorni. Con un poco di coraggio,
noi salteremmo tanto bene quanto le scimmie, e cadremmo forse da un
terzo piano come i gatti, senza farci male. Si è visto mai la lepre,
che non gode fama d'essere la bestia più animosa, temere il tuono, o la
cerva spaventarsi degli spettri?... Quante brave persone non tremano al
pensiero di trovarsi sole in un bosco durante la notte e la tempesta?
A quante il vento non impedisce di dormire?... E come mai l'uomo non
avrebbe paura del fuoco? Ne ha tanta dell'acqua! È il solo fra tutti
gli animali che non sappia nuotare. Non c'è cinghiale che non ne sia
capace, venendo al mondo. Non appena noi vi entriamo, già si lavora a
sgomentarci. Balie, governanti, precettori, frati, parenti: tutti ci
minacciano, tutti ci intimidiscono....»
Contro i deplorevoli effetti di questa congiura egli sostiene l'utilità
degli esercizii fisici ardimentosi, la necessità di una scuola del
pericolo, l'immensa efficacia dei fattori morali. Per quest'uomo
pugnace la guerra è fiducia nella forza, volontà di vincere, tensione
della volontà, impetuosità di assalto. «Bisogna ostentare l'offensiva,
anche quando si è costretti, per una moltitudine di circostanze che
del resto non dovrebbero mai avverarsi, a mantenersi sulla difensiva.»
E non gli parlate dei temporeggiatori: Cesare, Alessandro, Annibale,
Pirro, Scipione sono i santi del suo calendario: Fabio non vi ha
posto: «la stessa temerità è talvolta prudenza». La precauzione
deve nascondersi, restare tutta interiore; solo l'audacia ha da
manifestarsi. Nulla vi dev'essere d'impossibile; bisogna fare cose
straordinarie sapendo che si possono fare: «Siate certi che un capitano
di dragoni lanciato a briglia sciolta può vincere una battaglia». Per
compiere «passabilmente» il proprio dovere, bisogna compierlo «tre
volte»; e ancora: «Per fare il proprio dovere bisogna fare più del
proprio dovere. La gloria è qualche cosa di tanto raro, che bisogna
procacciarsene quanto più si può...».
La guerra d'oggi è diversa da quella d'un tempo, ma non tanto che le
parole di questo maestro non siano da meditare. C'è, sì, qualche foglia
secca in questa sua fiorita; c'è qualche paradosso e qualche sofisma;
ma scegliendo di pagina in pagina si potrebbe comporne un -vade-mecum-,
una Bibbia del soldato; ed egli ha veramente ragione di dire ai critici
che i suoi libri tengono luogo di un'intera biblioteca, contenendo
tutto il succo della scienza delle armi come la fiala contiene un
elisir.
-16 luglio 1916.-
II.
LAZZARO CARNOT.
Non c'è lettore di giornali francesi, dacchè la guerra divampa, che non
si sia imbattuto più volte nel nome del gran cittadino da cui la prima
Repubblica riconobbe la salvezza ed a cui la gratitudine nazionale
conferì il titolo di -Organizzatore della Vittoria-. Bene a ragione
la Francia, in questi giorni di prove, rievoca la vita, interroga lo
spirito, medita gl'insegnamenti di Lazzaro Carnot; perchè, sebbene la
fama concesse i suoi massimi favori a Napoleone, i posteri non hanno
ancora sentenzialo se quella dell'Imperatore fu gloria vera, mentre
nessun velo d'ombra offusca lo splendore dell'aureola che circonda la
figura di chi ebbe, fra tanti altri meriti, anche quello di riconoscere
il valore dell'Uomo fatale e di favorirne il genio -- finchè non diede
segni di errore.
I.
Questa «divinazione meravigliosa» -- sono parole del Michelet, riferite
da Carlo Mathiot nel suo recente studio -Pour vaincre- -- questa
capacità di scoprire e all'occorrenza di suscitare le capacità dei
collaboratori e dei dipendenti, è fra le primissime doti dei duci e
contraddistinse come pochi altri il Direttore di guerra del Comitato
di Salute pubblica. Il suo penetrantissimo sguardo vide nel comandante
d'un battaglione di volontarii provinciali il futuro espugnatore di
Charleroi, il liberatore delle frontiere settentrionali della patria,
il vincitore di Fleurus e di Stockach -- il maresciallo di Francia
Jourdan -- e in un tenentino delle guardie nazionali il futuro difensore
di Dunkerque, il -Pacificatore della Vandea-, l'eroe di Wissemburgo
e di Neuwied -- Lazzaro Hoche. Facoltà propriamente divinatrice,
esercitata talvolta anche contro la volontà degli stessi prescelti,
come nel caso dei Levasseur, che il Carnot destina a soffocare
la ribellione scoppiata nell'esercito del Nord dopo l'arresto del
generale Custine. «La scelta mi onora,» risponde il designato, «ma
la fermezza della mano non basta: occorre l'esperienza, occorre il
talento militare: coteste doti essenziali mi fanno difetto.» -- «Noi
ti conosciamo,» risponde il Direttore, «e sappiamo apprezzarti....» --
«Ma, in verità, Carnot,» obbietta il rappresentante del popolo, «anche
i mezzi fisici mi mancano. Considera la mia piccola statura, e dimmi
come, con tale aspetto, potrò incutere soggezione a granatieri!...»
-- «-Alexander Magnus corpore parvus erat.-» -- «Sì,» insiste ancora
l'altro, «ma Alessandro aveva passato la vita negli accampamenti,
e sapeva quindi come si governa lo spirito dei soldati.» -- «Le
circostanze formano gli uomini; la fermezza del tuo carattere e la tua
devozione alla Repubblica mi garantiscono....»
In sul finire del 1793 il generale Dugommier è preposto all'assedio
di Tolone caduta in mano degli Inglesi. Due piani d'attacco sono
presentati al Comitato: uno dello stesso comandante delle forze
repubblicane, l'altro d'un giovane capitano suo aiutante, un Côrso dal
nome stravagante: un certo Napoleone Buonaparte. Lazzaro Carnot non dà
la preferenza a quello del generale perchè è del generale, nè mette da
parte quello del capitano perchè è del subalterno. Spiegate le carte
topografiche sulla tavola delle adunanze, il Direttore della guerra
dimostra ai colleghi che entrambi i disegni hanno del buono e che
bisogna per conseguenza formarne uno solo, fondendoli: ciascuno dei due
strateghi dirigerà quella parte delle operazioni che ha escogitata. Ma
come mai un semplice capitano avrà tanta autorità di comando? Ed ecco
che, seduta stante, il capitano è promosso capo di battaglione -- e,
dopo la vittoria, generale di brigata.
Nè solo all'inizio, ma in tutta la prima fase della prodigiosa carriera
Napoleone deve i buoni successi ai consigli, agli incoraggiamenti, agli
aiuti del Carnot. Quando il vincitore della campagna d'Italia chiede
che, per mezzo di onorevoli trattati, sia scemato il troppo grande
numero dei nemici, il diplomatico del Direttorio, il Reubell, trova ed
oppone mille difficoltà, ed è invece il soldato, è lo stesso Carnot,
quello che interviene, improvvisandosi diplomatico, per appagare le
giuste domande del generale. Dopo che la Repubblica è rappacificata col
Piemonte e con le Due Sicilie, il Bonaparte potrebbe essere in grado
di volgersi con tutte le sue forze contro gl'Imperiali per assestar
loro il colpo di grazia; sennonchè, e nonostante l'accorciamento della
fronte, egli chiede ancora grossi rinforzi. Lazzaro Carnot non gli
risponde con un rifiuto: dispone anzi le cose in modo da mandargli,
prima che l'Austria s'accorga dei movimenti di truppe sul Reno e sulla
Mosa, non già i quindicimila uomini richiesti, ma trentamila....
Quest'uomo suscita gli eserciti come per virtù di magia. Nel febbraio
del 1793 la Francia possiede poco più di 200000 soldati: ne ha 500000
tre mesi dopo, più di 600000 alla fine dell'anno, più di un milione
dopo un altro semestre. Come gli uomini, così egli moltiplica gli
strumenti di guerra: in pochi mesi tutta la nazione si trasforma in
fucina ed officina, accumulando armi, munizioni ed approvvigionamenti.
Mentre il salnitro mancava, ora la sola Parigi ne fornisce dodici
milioni di libbre. «Parigi,» dice l'operatore di cotesti miracoli,
«Parigi, già sede della mollezza e della frivolità, potrà ora gloriarsi
del titolo immortale di arsenale dei popoli liberi.» E il risultato
del mirabile sforzo è questo: che mentre i nemici erano giunti a trenta
leghe dalla metropoli, la pace è dettata loro a trenta leghe da Vienna.
Militarmente, la perizia posseduta da Lazzaro Carnot non è minore della
sua straordinaria facoltà di organamento. Quella nuova strategia e
quella nuova tattica che contraddistinguono il genio di Napoleone, il
Carnot le ha prima di lui pensate e adoprate. «Agire in massa; cercare
il punto debole del nemico con una superiorità tale che la vittoria non
possa essere dubbia.... Volete vincere? Attaccate ogni giorno, mattina
e sera.... Attacco continuo, e sempre con forze preponderanti, colpendo
all'improvviso, ora sopra un punto, ora sopra l'altro.... La difensiva
ci disonora ed uccide.... Siate attaccanti, sempre attaccanti: c'è un
solo mezzo di trionfare: la vigilanza. Un uomo che veglia è più forte
di centomila che dormono....»
Hondschoote e la liberazione di Dunkerque, Wattignies e la liberazione
di Maubeuge sono glorie sue. A Wattignies, quando il Jourdan,
dopo quattro ore di eroici e vani attacchi frontali al centro e
l'indietreggiamento dell'ala sinistra, propone di battere in ritirata,
il Carnot gli risponde una sola parola: «Vigliacco!». Ma il furore col
quale l'offeso sferra, per vendicarsi, due nuove cariche consecutive,
non ha ragione dei cannoni dei Coburgo. Nella notte, il Jourdan
consiglia ancora di rinunziare all'assalto centrale e di rinforzare
la pericolante sinistra. «A coteste modo si perdono le battaglie»,
afferma Lazzaro Carnot, e suggerisce invece di richiamare la sinistra
per rinforzare la destra. «Se adottiamo l'opinione del rappresentante
del popolo,» dichiara l'altro, «lo avverto che dovrà sostenerne tutta
la responsabilità.» -- «Preparazione ed esecuzione: assumo ogni cosa
su me!» risponde il Carnot; e il domani, dati gli ordini, cinta la
fascia tricolore, sfoderata la spada, monta egli stesso all'assalto del
formidabile pianoro e vi arriva sanguinante ma trionfante alla testa
dei soldati che intonano la -Marsigliese-: «la più bella battaglia
della Rivoluzione», giudicherà più tardi il vincitore di Marengo e di
Austerlitz.
Uscito dall'arma del genio, il Carnot precorre i tempi adattando alla
nuova guerra i nuovi ritrovati dell'ingegno umano, e gli stessi uomini.
Sua è la prima idea di speciali truppe alpine: durante la missione nei
Pirenei egli propone che si crei, col nome di «legione delle montagne»,
un corpo di fanteria leggera addestrata a manovrare tra le balze e
i dirupi. La prima linea telegrafica militare è creata da lui; a lui
è sottoposto il disegno di adoperare le mongolfiere, ancora semplici
oggetti di curiosità e di giuoco, agli usi militari, e con suo decreto
il Coutelle è nominato capitano d'una compagnia d'«aerostieri» e
inviato al campo. Per poco il rappresentante del popolo, Duquesnoy,
insospettito alla vista degli inesplicabili ordigni, non prende
l'aeronauta per un agente dei nemici e non lo fa fucilare; lo stesso
Jourdan lo accoglie male, ed occorre che il Carnot scriva: «Il
cittadino Coutelle non è un ciarlatano, è un tecnico dei più stimabili,
e l'operazione che compirà rappresenta il frutto delle speculazioni di
scienziati insigni. Preghiamo il generale di accordargli protezione ed
assistenza....». Così, per merito suo, le vie dell'aria sono battute
la prima volta da soldati esploratori: il giorno della battaglia di
Fleurus l'aerostato librato per nove ore sul campo rende ottimi servigi
e gli Austriaci si fanno il segno della croce, giudicandolo opera del
diavolo. Allora il Carnot crea tutta una scuola d'aerostatica militare
a Meudon, dove si iniziano anche gli studii della nuova telegrafia
aerea.
Una quindicina d'anni dopo, i fratelli Coessin espongono all'Accademia
delle scienze un loro battello chiamato «nautilo sottomarino» capace
appunto, dicono, di navigare sott'acqua: Lazzaro Carnot, relatore della
commissione nominata per esaminare quell'apparecchio, lo descrive,
riferisce i risultati delle esperienze e conclude -- cento anni or sono!
-- non esservi più dubbio che si possa creare un sistema di navigazione
subacquea «molto rapida e poco costosa....».
II.
Singolari quanto si voglia, questi meriti non raccomanderebbero
tuttavia il nome del Carnot all'ammirazione dei posteri, se non fosse
la bellezza e la bontà delle idee da lui significate. Quest'uomo
di guerra che riconobbe nella guerra una condizione eccezionale
e violenta, durante la quale le ordinarie norme della convivenza
civile sono abolite, volle pure, col suo maestro Vauban, che i
soldati procedessero per le vie «meno sanguinose» e che nell'umanità
consistesse la loro prima virtù. Con una sentenza dal suono
paradossale, ma animata, come tutti i paradossi, da un senso di verità,
disse che «la guerra è per eccellenza l'arte di conservare»; infatti:
«l'arte di distruggere ne è l'abuso». E le fortezze furono da lui
definite «monumenti di pace», perchè la loro moltiplicazione consente
di scemare il numero dei combattenti e di restituire molti soldati
alle arti pacifiche. Nessun popolo, del resto, dovrebbe lottare a
scopo di conquista; tutti debbono impugnare le armi per difendere la
nazione minacciata o la civiltà offesa: «Ogni guerra giusta, degna
del nome, è essenzialmente difensiva». Ed ogni soldato -degno del
nome- dovrebbe incidere nella memoria e nel cuore le parole di questo
maestro: «Risparmiate ovunque gli oggetti del culto; fate rispettare i
tugurii, gl'infelici, le donne, i bambini, i vecchi: presentatevi come
benefattori dei popoli.... Bisogna far temere il nome francese» -- e
così dicasi di ogni altro -- «ma non farlo odiare....».
Quanti invocano il regno della giustizia nei rapporti dei popoli
non fanno se non esprimere con altre parole -- nè molto diverse -- i
principii enunziati dal Carnot. «Le nazioni sono, le une rispetto alle
altre, nell'ordine politico, ciò che gl'individui sono nell'ordine
sociale: esse hanno, come questi ultimi, i loro diritti reciproci,
consistenti nell'indipendenza, nella sicurezza all'estero, nell'unità
interna, nell'onore nazionale: beni d'ordine superiore dei quali
nessun popolo potrebbe esser privato se non per violenza, e che ciascun
popolo può riacquistare quando l'occasione se ne offre. Ora la legge
naturale vuole che si rispettino cotesti diritti, che ci si aiuti
vicendevolmente a difenderli, finchè i soccorsi ed i riguardi non
pongano a rischio i diritti proprii.... Poichè la sovranità appartiene
a tutti i popoli, non può darsi comunità ed unione fra loro se non
in virtù di una formale e libera transazione: nessuno d'essi ha il
diritto d'assoggettar l'altro a leggi comuni senza il suo espresso
consentimento.... Noi abbiamo per principio che ogni popolo, qualunque
sia la esiguità del territorio da lui abitato, è assolutamente padrone
in casa propria, che è eguale in diritto al più grande, e che nessun
altro può legittimamente insidiarne l'indipendenza, tranne che la sua
propria non corra visibilmente pericolo.»
Testimonio ed attore principalissimo d'una delle maggiori crisi che
travagliarono il suo paese e il mondo tutto, egli sperò d'afferrare
nella Rivoluzione «il fantasma della felicità nazionale», credendo
possibile d'ottenere «una Repubblica senza anarchia, una libertà
illimitata senza disordine, un sistema perfetto d'eguaglianza
senza fazioni»: l'esperienza lo disingannò «crudelmente» e gli fece
riconoscere che la saggezza è egualmente lontana da tutti gli estremi.
Il massimo della prosperità nazionale consiste fra la libertà assoluta
ed il potere assoluto.... Il miglior governo è quello dove tutto si
fa per abito, per educazione, e non già in forza di precetti sempre
variabili: è quello, in una parola, dove i governanti hanno meno da
fare....» E molto probabilmente nel corso di quella terribile delusione
egli concepì la grande verità, umana e non soltanto politica, che
incluse in un'altra delle sue concettose sentenze: «Lo stesso sforzo
compiuto per afferrare la felicità è uno stato violento che spesso la
distrugge....».
III.
Non è dunque vero che la guerra, quantunque necessariamente atroce,
sia scuola mortificativa di quanto è più alto e nobile nello spirito
umano, se quest'uomo di guerra potè sollevarsi alle ultime vette
della filosofia, quelle dalle quali si dominano il tempo, gli uomini
e l'universo; se potè dire che il savio, «come cittadino, ferma gli
occhi sulla Patria, fa voti per lei, applaudisce alle sue fortune,
partecipa ai suoi trionfi»; ma, «come filosofo, ha già oltrepassato
le barriere che separano gl'imperi, non ha più nemici, è cittadino
di tutti i paesi e contemporaneo di tutte le età....». Il saggio
che scriveva queste parole era anche un poeta di cui restano alcuni
delicati componimenti: il -Ritorno al casolare-, fra i più espressivi,
e il -Soliloquio d'un vecchio-.
Ma la saggezza filosofica e il sentimento elegiaco non impedirono che
il Carnot seguisse in ogni atto della sua vita i consigli del più
esclusivo e geloso amore di patria. Nel 1789, capitano del genio,
legge dinanzi all'Accademia di Digione il suo -Elogio del Vauban-:
il principe Errico di Prussia, che è fra gli astanti, gliene fa i più
caldi rallegramenti, seguìti dall'offerta di un alto grado
nell'esercito prussiano: egli ricusa. Venticinque anni dopo,
nel 1811, comandante di Anversa assediata, riceve da un altro
Prussiano, il conte di Bülow, l'insidiosa proposta di abbandonare la
causa di Napoleone, con la promessa di un'adeguata ricompensa, egli
risponde: «Troppo mi sta a cuore di serbare la stima che mi dimostrate,
perchè non difenda con tutti i mezzi in mio potere il posto onorevole
confidatomi dall'Imperatore dei Francesi....». Pochi giorni dopo
Napoleone ha abdicato, e un altro Francese più accomodante, divenuto,
grazie alla malleabilità della sua tempra, principe ereditario di
Svezia -- il Bernadotte -- ritenta di indurre il Carnot a rendere
Anversa; egli risponde infliggendo una lezione al transfuga: «Comando
questa piazza in nome del governo Francese: esso solo ha il diritto di
fissare il termine del mio ufficio. Allorquando il nuovo regime sarà
definitivamente e incontestabilmente stabilito sulle nuove basi, sarà
mia premura eseguirne gli ordini: determinazione che non può mancare
d'essere approvata da un principe nato Francese, a cui sono ben note le
leggi imposte dall'onore....».
Tanto zelo non è alimentato, sia pure indirettamente, sia pure in
minima parte, dalla speranza dei premii. Non ne ha mai ottenuti quanti
ne ha meritati; tanto meno ne ha chiesti. Tornato a Parigi il domani di
Wattignies, che è vittoria sua, egli scrive al comando dell'esercito
del Nord per rallegrarsi con esso del glorioso successo, come se non
vi avesse contribuito per nulla. All'inizio del Consolalo è ancora
ministro della guerra ma ha già detto al Côrso ambizioso: «Credo che
soltanto il Bonaparte tornato semplice cittadino possa lasciar vedere
il generale in tutta la sua grandezza». Più tardi soggiunge: «Voi avete
da scegliere nella storia il posto d'un Cromwell o d'un Washington.
Se sceglierete male, precipiterete dall'alto, e un giorno forse
si contesterà la vostra stessa gloria militare....». L'ammonitore,
il repubblicano, il Convenzionale che ha votato la morte del Re, è
il solo a votare contro lo stabilimento dell'Impero; ma quando la
maggioranza dei Francesi accetta la nuova forma di governo, egli
desiste dall'opposizione, perchè nelle crisi dello Stato vi può essere
per ogni cittadino un momento d'incertezza sul partito da prendere;
si può esitare, o scegliere fra le diverse opinioni, senza commettere
un delitto; ma tosto i più si pronunziano, e allora, se la minoranza
si ostina nell'opposizione, non è altro che una fazione: principio di
giustizia eterna formante l'essenza d'ogni società politica, senza del
quale non c'è più altro che anarchia e guerra intestina nell'intero
universo».
In forza di questo principio il cittadino esemplare che lo enunziò
fece qualche cosa di più che desistere dall'opposizione all'Impero.
Dopo avere inflessibilmente respinto, negli anni della prosperità, le
seduzioni di Napoleone, che gli offriva «tutto quanto vorrete, quando
vorrete, come vorrete», il giorno che l'Imperatore è ridotto a lottare
disperatamente per salvare la Francia invasa, il gran patriotta accorre
ad offrirgli i suoi servigi. E si contenta del comando di Anversa;
e quando è il momento di compilare il decreto di nomina, scoprono
che quel creatore di quasi tutti i generali francesi, quell'antico
Direttore della guerra e quasi dittatore della nazione, ha soltanto,
sull'annuario, il grado di maggiore del genio, conseguito per anzianità
all'uscire dal Comitato di Salute pubblica.... Il solo oppositore
all'Impero è anche, ora che l'Impero rappresenta la Patria e la stessa
Libertà contro il pericolo della restaurazione borbonica imposta dagli
stranieri, il solo che sconsigli a Napoleone di abdicare; ed anche dopo
l'ultimo disastro, anche dopo Waterloo, è il solo che gli suggerisca di
resistere, di rivolgere un proclama al popolo, di chiamare alle armi
tutti i cittadini, di mobilitare la guardia nazionale, di difendere
Parigi, di ritirarsi dietro la linea della Loira. Fouché esclama:
«Siete pazzo!». Lazzaro Carnot gli risponde gettandogli in faccia il
giudizio della storia: «E voi siete traditore!...».
-10 aprile 1917.-
Gli enimmi di Waterloo.
Nell'anno secolare della battaglia che segnò l'ultimo crollo
dell'impero napoleonico, un soldato francese ridottosi da molto tempo
a vita di studio per le ferite riportate in guerra ha pubblicato
una nuova storia di Waterloo. Compiuta nella primavera del 1914,
l'opera ponderosa e poderosa fu consegnata ai tipografi il 3 giugno
di quell'anno, due mesi prima della conflagrazione europea: l'autore
ha creduto necessario avvertirlo sin dal frontespizio, quasi a
giustificare la pubblicazione di indagini intorno ad una guerra
passata mentre le battaglie imperversano dall'un capo all'altro del
vecchio continente. E il libro suo, narrando come si decisero un
secolo addietro le sorti del mondo, rischierebbe veramente di passare
inosservato oggi che esse si stanno decidendo ancora una volta, se non
fosse che mentre noi abbiamo sete di conoscere quanto avviene sui campi
della gran guerra attuale, mentre non abbiamo quasi altro bisogno,
supreme ragioni di prudenza vietano ai capi degli eserciti e degli
Stati di appagarlo: talchè alla nostra immaginazione distratta da ogni
altro oggetto le stesse narrazioni degli antichi combattimenti offrono
un pascolo.
Si potrebbe intanto, e pregiudizialmente, domandare se occorresse
proprio tornare sul tema che da cento anni centinaia di scrittori
d'ogni paese hanno sviscerato. La luce non è fatta, chiara, piena,
lampante?... Non è fatta ancora. Il Lenient, avanti di comporre il
suo libro, ha meditato gli altrui, dal primo al penultimo, che pareva
anche definitivo: quello di Arrigo Houssaye. L'ultimo fu scritto
da un Italiano, da un competentissimo Italiano: Alberto Pollio. Noi
possiamo dolerci che lo scrittore francese non ne conosca l'opera, ma
non certo quanto se ne dorrà egli stesso dopo averla cercata; perchè
vi troverà, a sostegno delle idee da lui combattute, argomenti che
lo faranno pensare, e meglio ancora perchè alcuni degli stessi suoi
giudizii potrebbero essere egregiamente avvalorati con quelli espressi
dal generale nostro.
Nel suo -Waterloo- il Pollio, come tutti gli studiosi precedenti,
non presume di spiegare ogni cosa: ammette anzi che molti enimmi
sussistono; il Lenient intitola invece l'opera sua: -La solution des
énigmes de Waterloo-. Vediamo.
I.
La domanda preliminare, la più generale e comprensiva, è questa: come
mai un esercito di 124000 soldati, con 25000 cavalli e 300 cannoni,
comandato dal primo capitano del secolo, forse di tutti i secoli, è in
soli quattro giorni disfatto, distrutto, dissolto?
Gl'idolatri hanno detto che il piano dell'Imperatore era infallibile;
Adolfo Thiers afferma che la fatalità soltanto potè sconvolgerlo.
La fatalità ha spalle da regger some anche più gravi di questa. Ma
poichè nessuno l'ha vista ancora in faccia per chiamarla alla resa dei
conti, e poichè il più prepotente bisogno, nelle avversità, è quello
di addossarne a qualcuno la colpa, così anche di Waterloo si sono
cercati e, naturalmente, trovati i capri espiatorii. Tutta una scuola
addebita il disastro ai luogotenenti, o disertori come il Bourmont che
passa al nemico con lo Stato maggiore della sua Divisione all'inizio
della campagna, o insolitamente malaccorti, subitamente intimiditi,
straordinariamente inabili, come Ney ai Quatre-Bras, come Grouchy a
Wavre.
Il Lenient dimostra che i traditori non giovarono al nemico, e
distrugge le accuse rovesciate sui marescialli. Si dovrà credere
allora ciò che tanti altri hanno asserito, cioè che la rovina fosse
da imputare allo stesso Napoleone, perchè non era più quello di prima,
perchè le grandezze ne avevano indebolita la tempra, perchè gli anni,
i malanni e i rovesci ne avevano offuscata la mente, infiacchita la
volontà, fiaccata la fede?
Neanche questa è l'opinione dell'autore. Egli adduce, al contrario,
tutte le prove dell'energia fisica, della prontezza e dell'acume
intellettuale, della gran forza morale con le quali l'Imperatore
compose ed attuò il piano della campagna.
Allora?...
II.
Il primo dei problemi particolari nei quali si risolve il gran
problema di Waterloo è quello del numero. Poteva Napoleone avere una
forza maggiore di quella che adoperò? Egli mosse con 124000 uomini
contro Wellington e Blücher, ciascuno dei quali ne comandava quasi
altrettanti: fin dal principio, dunque, la partita si presentava come
troppo disuguale. Con un incredibile intuito profetico l'Imperatore
scriveva al maresciallo Davout: «La più gran disgrazia che possiamo
temere è d'esser troppo deboli al nord e di patirvi sulle prime uno
scacco». Lo scacco sopportato di primo acchito, dopo soli quattro
giorni di campagna, in quei campi settentrionali dove appunto temeva
d'esser troppo debole, fu veramente senza rimedio: terribile lucidità
di previsione! Allora, perchè non correggere la debolezza?
Il Thiers, il Siborne, il Pollio, molti altri dicono che
nell'apparecchiarsi alla guerra Napoleone fece quanto umanamente
era possibile. Il Lenient, sulla fede di ragionamenti e di calcoli,
lo nega. Le forze della Francia sarebbero state molto maggiori se
l'Imperatore non avesse esitato tra la difensiva e l'offensiva, se
avesse chiamato più presto le milizie territoriali che avrebbero
lasciato disponibile per la prima linea un più grosso nerbo di truppe.
Comunque, alla difesa del suolo nazionale bastavano i 434000 uomini
già raccolti: perchè mai, dunque, i 178000 dell'esercito di campagna
furono ridotti a 124000? Perchè distrarre dalle pianure del Belgio,
dove si decideva la quistione vitale, 54000 soldati e disseminarli
sulle altre frontiere? La Coalizione minacciava, è vero, anche dalla
parte del Reno: ma che potevano fare i 46000 uomini di Rapp, di Suchet
e di Lecourbe contro i 500000 del principe di Schwarzenberg? Alberto
Pollio adopera una formula a definire il concetto napoleonico della
ripartizione delle forze: il minimo necessario per le operazioni
secondarie, il massimo disponibile per le principali. Secondo il
Lenient si dovrebbe dire invece: le forze impotenti sono forze inutili.
Sui confini della Spagna, del resto, nessuno minacciava: che stavano
dunque a farci gli 8000 soldati del Decaen e del Clauzel?
La spiegazione proposta dall'autore è tutta psicologica: l'uomo che
aveva riconquistata la Francia con gli ottocento soldati dell'isola
d'Elba, che disprezzava i nemici, che giudicava Wellington «generale
di terz'ordine», Blücher nient'altro che «un bravo ussaro» e le loro
truppe altrettanta «canaglia», quest'uomo non credeva di dover fare uno
sforzo eccessivo e stimava che 124000 soldati in mano sua valessero il
doppio....
Ora, in qual modo li adoperò?
III.
La manovra di Charleroi è ancora levata al cielo come la più sapiente
rottura strategica, e l'attacco come una sorpresa fulminea. Il Lenient
dimostra che non vi fu sorpresa di sorta, che Blücher e Wellington,
sei settimane innanzi, si erano pienamente accordati prevedendo
precisamente ciò che Napoleone poteva fare, e che poi fece. L'idea di
sorprenderli, di sgominarli prima di dar battaglia, fu una presunzione
suggerita e alimentata anch'essa dal folle orgoglio. Avanzarsi su
Charleroi per separare i due nemici e quindi avvolgerli e travolgerli
uno dopo l'altro, sarebbe stato possibile se in quel luogo si fosse
trovato il nodo concreto della fronte alleata da rompere; ma Charleroi
era soltanto un centro geografico, come chi dicesse il luogo geometrico
del collegamento nemico: l'ala inglese vi sfiorava appena la prussiana,
e un attacco su quel punto poteva tanto meno essere considerato come
rottura strategica, perchè il campo di manovra che l'Imperatore veniva
ad aprirsi sarebbe riuscito del tutto insufficiente. Secondo la stessa
teoria napoleonica, un esercito composto di cinque o sei Corpi e posto
tra due pericoli, deve poter disporre, in ciascuna delle direzioni
pericolose, di almeno tanto spazio quanto ne occorre per due marce.
Ora l'esercito del Nord era appunto composto di sei corpi, e le due
direzioni nelle quali si trovavano gl'Inglesi e i Prussiani erano
pericolosissime: esso aveva dunque bisogno d'una zona di manovra lunga
quaranta o cinquanta chilometri -- e tra Sombreffe e i Quatre-Bras ne
correvano appena dodici!
Ma veniamo all'esecuzione, ed al primo atto del gran dramma: il
passaggio della Sambra.
Fu passata, infatti, il 15 giugno, e l'esercito, lasciata la riva
destra del fiume, ne tenne l'opposta; ma questo non era il puro e
semplice risultato da conseguire: bisognava anche arrivare dentro un
certo tempo ai luoghi designati, distruggendo quante forze nemiche
vi si trovassero. Invece il corpo di Zieten, contro il quale la
superiorità numerica dei Francesi era schiacciante, potè ripiegare come
e dove volle, e il fiume fu passato con molto ritardo. Perchè? Come mai
i luogotenenti dell'Imperatore lasciano i bivacchi due, tre, quattro
ore dopo quello prescritta? Sono incapaci?... Altri generali certo più
capaci, come Davout, come Gouvion Saint-Cyr, sono stati lasciati da
Napoleone in disparte per la stessa superba persuasione di non averne
bisogno; ma nè Reille, nè d'Erlon, nè Vandamme sono inabili o infidi:
essi non curano come dovrebbero l'esecuzione degli ordini perchè
l'autocrate, chiuso in sè stesso, ha trascurato di svelare tutto il
suo pensiero, di mostrare quale e quanta è la parte a ciascuno di essi
affidata.
E mentre il passaggio del fiume è appena iniziato a mezzogiorno,
il duce supremo scende da cavallo, si fa portare una sedia e vi
s'addormenta. Debolezza della carne? Sì; ma anche cieca fiducia che il
sonno gli è consentito, che nulla egli ha da temere, che a tutto saprà
porre riparo.
IV.
L'azione s'inizia. Napoleone col grosso attacca a destra i Prussiani e
lancia il I e il II Corpo a sinistra, contro gl'Inglesi.
Questo è l'enimma di Ney. Ney, il cuor di leone, l'eroe della Moscova,
il fedele Ney che pagherà con la vita l'adesione accordata al reduce
dell'Elba, il fulmine di guerra che tre giorni dopo anticiperà
temerariamente le cariche della cavalleria contro Mont-Saint-Jean e
avrà cinque cavalli uccisi sotto di sè, Ney, -le brave des braves-,
ricevendo l'ordine di slanciarsi «a capofitto» contro Wellington e di
prender posizione oltre il crocevia dei Quatre-Bras, si avanza infatti,
il 15; ma, affrontatosi col nemico, giudica di non potersi impegnare
a fondo, e s'arresta; il 16 esita ancora, perde tempo, attacca con
una sola parte delle sue forze, non si spinge oltre il crocevia, non è
neppure in grado di concorrere, dalla destra, all'accerchiamento della
sinistra prussiana! Enimma nell'enimma: tutto il corpo d'esercito di
Drouet d'Erlon, posto tra Ney che attacca gl'Inglesi e Napoleone che
attacca i Prussiani, va dall'uno all'altro e torna dall'altro all'uno
senza arrivare a combattere con nessuno dei due!... Chi ha portato a
d'Erlon l'ordine scritto con la matita? Non si sa! Ma Napoleone l'ha
veramente scritto? Il Lenient lo nega.
La sua spiegazione del mistero è nuova del tutto. Il fatale andirivieni
di Erlon è dovuto a un ordine contraffatto: un gregario, a fin di bene,
in quell'esercito dove la disciplina lascia troppo a desiderare, dove
lo zelo consiglia audacie pazze, ha falsificato la scrittura del capo.
E Ney non ha colpa d'avere esitato. Se mai, doveva esitare anche più,
disobbedire totalmente all'ordine imperiale, arrestarsi più indietro
ancora, rendere così impossibili le marce e contromarce di Erlon e
mettersi in grado di dare una mano a Napoleone contro Blücher. La colpa
è tutta dell'Imperatore, che mentre si propone di separare i due nemici
alleati e di cominciare a distruggerne uno, si divide invece egli
stesso, resta con soli 80000 uomini contro i 120000 di Blücher e manda
i 47000 di Ney contro Wellington, pretendendo anche che il maresciallo
gliene riservi una parte. Troppo poche se debbono affrontare tutti
i 95000 soldati del duca, le forze di Ney sono troppe se debbono
sostenere soltanto qualche breve zuffa.
E quest'ultima è veramente l'opinione dell'Imperatore: Wellington non
potrà resistere, non riuscirà neanche a concentrarsi, non potrà opporre
nessun serio ostacolo sulla via di Brusselle. Entrare a Brusselle è il
sogno del vanaglorioso: già egli caracolla con l'immaginazione per le
vie di quella città.... Un particolare è caratteristico: Napoleone dà
a Ney la cavalleria della Guardia, ma gli dice: «Non ve ne servite!».
La cosa è tanto incredibile che Alberto Pollio ricusa di crederla.
Il Lenient vi trova invece la conferma della sua spiegazione. La
cavalleria è data a Ney per mostra, come uno spauracchio contro i
nemici: basterà che costoro vedano quella forza, perchè si sentano
perduti. Questo concetto l'Imperatore ha di Wellington, del duca di
ferro!
Un concetto non molto diverso ha di Blücher: è persuaso che il
maresciallo prussiano, con 120000 uomini sotto il proprio comando, non
potrà, non saprà concentrarne più di 40000 a Ligny. Non contento quindi
d'aver distaccato Ney contro gl'Inglesi, il temerario lascia anche
inerte Lobau a Charleroi con tutto un corpo d'esercito, lo richiama
troppo tardi, quando s'accorge che Blücher ha con sè tanta forza da non
lasciarsi schiacciare. Potendo riuscire un trionfo risolutivo, Ligny è
così una mezza vittoria e lascia indecisa la partita tremenda.
V.
Il 17, alla vigilia della giornata suprema, l'Imperatore può scegliere
tra due obbiettivi: o inseguire e finire Blücher, oppure correre
addosso agl'Inglesi. Anche ora, invece, egli presume di poter
conseguire i due scopi ad un tempo. Illudendosi che Blücher sia
stremato, crede che basti Grouchy ad annientarlo; 38000 Francesi in
tutto, contro più di 100000 Prussiani! Egli stesso con i 60000 soldati
che gli rimangono, stima di poter opprimere i 95000 di Wellington.
La giornata fatale già spunta. Napoleone ha inoltrato tutte le sue
forze verso Brusselle, in unica colonna, senza tentare un attacco di
fianco, senza accennare ad una mossa avvolgente. Scorgendo Wellington
fermo sul pianoro di Mont-Saint-Jean, lo giudica perduto -- «il tempo
di far colazione!» -- e non si accorge che l'Inglese, certo dell'arrivo
dei Prussiani, si stima intanto sicuro, nel campo precedentemente
scelto e studiato, come dentro una piazzaforte. I Prussiani, secondo
l'Imperatore, non possono, non debbono arrivare: Grouchy è stato da
lui spedito appunto per attraversare loro la via. Ma il maresciallo ha
pure un'altra missione: sostenere la destra del generalissimo. È ancora
il presuntuoso sistema di voler raggiungere due scopi ad un tratto --
con l'aggravante che questa volta il duplice ufficio non è assunto da
Napoleone in persona, ma affidato a un povero di spirito come Grouchy!
Soult, la sera innanzi, ha dimostrato la necessità di richiamarlo: il
despota gli ha brutalmente ordinato di tacere, salvo a ricredersi, più
tardi -- troppo tardi.
E Grouchy non arriva, non arriverà, non potrà mai arrivare; e invece
i Prussiani spuntano all'orizzonte mezz'ora dopo l'inizio della
battaglia! Anche ora, nell'ora estrema, invece di tenere le sue forze
indissolubilmente unite per disfare gl'Inglesi prima che i suoi alleati
siano in linea, Napoleone si divide un'altra volta, manda contro il
pericolo ancora lontano tutto il VI Corpo e due intere divisioni di
cavalleria!
Qui spunta un altro enimma: l'impiego dell'artiglieria. Gl'Inglesi
dispongono di 177 pezzi, Napoleone di 266: l'enorme vantaggio resta
infruttuoso. È vero che il campo di battaglia è stato trasformato dal
temporale della notte in una pozzanghera; ma il principio dell'attacco
è ritardato sino alle undici e mezzo appunto per dar tempo al terreno
di asciugarsi. Non è asciutto abbastanza? Ma allora come mai Wellington
può far manovrare i suoi cannoni e Blücher farli arrivare da tanto
lontano?... L'artiglieria può essere, è adoperata anche dai Francesi;
male, però, insufficientemente, nè alle ore nè dalle posizioni
opportune. Tutto un corpo d'esercito si logora contro la bicocca di
Hougoumont presidiata da neanche due migliaia di nemici, quando qualche
batteria ne avrebbe avuto rapidamente ragione. Espugnata a costo di
sacrifizii enormi, l'altra fattoria della Haye-Sainte è difesa da
batterie di cui le batterie inglesi spengono i fuochi. Napoleone,
ufficiale d'artiglieria, vincitore di cento battaglie grazie al
sapientissimo impiego dell'artiglieria, non se ne serve per guadagnare
l'ultima posta!
Distrazione? Inquietudine? Smarrimento? Impotenza? No: parossismo
dell'orgoglio presuntuoso, ancora e sempre. «Che bisogno ha dei
cannoni? Non c'è che lui, il suo pensiero, il suo sogno, la sua
illusione....»
VI.
Ora, spinta a tal segno, la tesi del Lenient, in buona parte evidente
e plausibile, non persuade più. Una presunzione che si astrae talmente
dalla realtà potrebbe essere segno di quelle amnesie, di quelle
aberrazioni, di quella involuzione e degenerazione mentale che l'autore
nega risolutamente.
Piace rammentare che egli stesso ha scritto: «Nei problemi complicati
bisogna diffidare delle soluzioni troppo semplici». Spiegare ogni
cosa con l'accecamento dell'orgoglio è veramente una troppo grande
semplificazione. In flagrante iattanza, da un'altra parte, non
sorprendiamo anche Blücher quando scrive alla moglie: «Con i miei
120000 Prussiani assumerei di prender Tripoli, Tunisi e Algeri, se
non ci fosse di mezzo il mare»? Blücher riuscì, Napoleone fu vinto; si
dovrà giudicare sulla fede dell'esito?... Napoleone si divise dinanzi
al nemico: ma non si divise anche Wellington, distaccando ad Hall 20000
uomini che vi restarono inerti, mentre egli poteva esser travolto a
Mont-Saint-Jean? Non fu travolto: diremo che ebbe ragione? Chiameremo
errore -- dice Alberto Pollio -- ciò che non riesce?...
L'errore proprio del Lenient consiste nell'aver voluto sciogliere tutti
gli enimmi con una sola chiave. Il suo libro incatena l'attenzione
del lettore anche digiuno di scienza militare, ma ansioso, oggi, di
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