di esserselo visto «sgusciare tra le mani come un pezzo di sapone», e del buon esito delle azioni compite durante la ritirata egli attribuì il merito ai suoi soldati; ma il merito fu anche suo, poichè quelli obbedienti ad altri capi meno valenti e meno accorti non si portarono bene. A Toscanella i suoi si mantennero saldissimi perchè egli seppe fare appello al sentimento dell'onore, dimostrando loro che la baldanza e la temerità dei Francesi era tutta fondata sul disprezzo che nutrivano contro i Napolitani. «Kellermann spiegò la sua colonna non appena il terreno glielo consentì; la mia artiglieria disordinò quello spiegamento; poi, non appena fu compito, il generale francese fece battere la carica e con le grida proprie alle truppe repubblicane si precipitò sulla mia linea; il fuoco della moschetteria cominciò, si protrasse a lungo molto nutrito, e i Napolitani diedero prova del miglior contegno.» Il corpo d'esercito fu così disimpegnato e condotto a salvamento dentro Orbetello -- dove il Damas si fece curare una terribile ferita alla mascella riportata nel fitto dell'azione. Lodi non minori egli tributò ai suoi uomini quando, promosso luogotenente generale dopo la caduta della Repubblica Partenopea -- durante la quale aveva raggiunto la Corte a Palermo e preparato un piano di difesa della Sicilia -- gli fu dato l'incarico di riordinare le milizie del Regno e d'intraprendere la marcia attraverso la Toscana per dar mano agli Austriaci -- i quali intanto negoziavano la pace per loro proprio conto, senza comprendervi gli alleati napolitani!... La presa di Siena, la strenua resistenza opposta ai Cisalpini del generale Pino e la salvezza di quella legione furono dovute, dice il Damas, «allo zelo ed alla buona volontà» delle truppe che egli comandava. Par quasi che egli voglia riversare su chi ne è meritevole la lode tributatagli dal Colletta nel riferire quei fatti -- e tanto più dispiace che il Botta li abbia narrati come una serie di disastri. Più giusto è il Marulli quando osserva, non senza una punta d'ironia, che il Damas era «predestinato alle ritirate»; ma ancora più grande è la malinconica ironia dello stesso condottiero, quando scrive: «Io ho gran pratica delle nazioni sconfitte, e siccome non ero nato per questo, soffro crudelmente di tale regime. Se le disaccortezze, le goffaggini, le sciocchezze non avessero nessuna parte nelle disgrazie, farei di necessità virtù; ma veder sempre le vittime sacrificate dalle loro proprie buaggini rende impossibile la stessa pietà.» E questo egli non lo dice più a proposito delle sconfitte napolitane, ma delle austriache!... Della sua nobiltà d'animo è da addurre un'altra prova. Nelle trattative dell'armistizio che preannunziò la pace di Firenze, il comandante repubblicano -- Gioacchino Murat -- pretese che il Re di Napoli licenziasse il suo ministro Acton. Ma il Damas, quantunque avesse poca ragione di lodarsi di costui, ricusò di ascoltare ogni altra condizione finchè quella non fosse ritirata: «Rigettai formalmente un articolo che offendeva direttamente la persona del Re; osservai che la scelta dei ministri, depositarii della confidenza sovrana, era riservata ai monarchi, e che per nessun motivo un governo straniero poteva immischiarvisi. Murat non ne parlò più....» E l'Acton, per tutta dimostrazione di gratitudine, fece di lì a poco una tale scenata al Damas, che il generale, dopo avergli detto il fatto suo, presentò le dimissioni al Re tra il plauso di quanti -- ed erano tanti, a Napoli! -- non potevano tollerare lo sgoverno del ministro. «Lasciai Napoli sfigurata dalle sciagure prodotte dal suo ministro e tremante sotto il suo flagello oppressore. Augurai che il tempo riparatore mi mettesse un giorno in grado di rendere nuovi servigi ad un paese e ad un esercito che mi avevano sempre dimostrato confidenza ed usato benevolenza.» II. L'occasione si presentò tre anni dopo. Richiamato dai sovrani all'approssimarsi della nuova crisi, egli lasciò Vienna, dove si era ritirato, e giunse a Napoli il 5 gennaio 1804. Ebbe a sopportare nuove prove della nemicizia dell'Acton e passò nove mesi nel Regno da semplice spettatore; ma il 12 ottobre fu nominato ispettore generale dell'esercito. Non secondato come e quando occorreva nei suoi disegni di riordinamento, mentre l'Acton dava al Re false cifre delle truppe disponibili, non fu colpa del Damas se le Due Sicilie si trovarono impreparate al nuovo assalto francese. Russi ed Inglesi dovevano aiutarle; ma anche quegli alleati mandarono forze molto minori delle promesse; peggio ancora: aggravarono la mano su Napoli con le esorbitanti esigenze e le oppressive imposizioni -- e al momento buono decisero di ritirarsi! Le loro esitazioni avevano disgustato il Damas, il quale aveva dato ragione ai suoi soldati, scontenti e disgustati degli ordini e dei contrordini e delle sofferenze a cui le marce e contromarce inutili li avevano esposti. Il rigetto della sua proposta di tentare la difensiva sul Volturno era stato definito dallo stesso generale russo Anrep «un'infamia»; e la fuga degli alleati portò al colmo lo sdegno del prode Francese. «Al loro arrivo, mi ero proposto di offrirli come modelli ai miei soldati poco agguerriti, ed eccomi invece ridotto a sperare che dimenticassero il vergognoso esempio!...» Disgraziatamente essi non lo dimenticarono a Campotenese, dove pure il Damas fece il possibile per salvare la situazione e si battè, a testimonianza dell'universale, con coraggio «da leone». Un centinaio di lettere inedite di Maria Carolina, raccolte in appendice alle -Memorie-, attestano la fiducia che, nonostante il rovescio, egli continuò a godere da parte della Corte: a Vienna, dove si ritirò ancora una volta, servì la Regina, per desiderio di lei, da consigliere e da informatore. Ma la gratitudine che egli le portò non gl'impedì di giudicarla secondo coscienza. Certo, non è da stupire se il Damas insiste spesso, segnatamente in principio, sulle buone qualità di Maria Carolina; ma poi comincia a distinguere, e la dice provveduta «più d'immaginazione che di carattere, più di bisogno d'agire che d'abitudine di lavorare», ed anche di «troppa diffidenza», di «troppa effervescenza» e di troppo poca «perseveranza». Riconoscendone l'ingegno, le attribuisce il genio degli «intrighi», ed osserva che ha agito nel modo più pregiudizievole alla sua reputazione ed al Regno. «La vanità, l'inconseguenza, la petulanza sconsiderata, l'ambiguità dei pensieri le hanno fatto perdere il Regno di Napoli. Gli stessi inconvenienti, difetti ed indomabili impulsi le fanno ora (nel 1812) perdere il governo della Sicilia.» Mai cotesta donna, «a cui nessuno può negare ciò che si chiama disgraziatamente spirito, ha avuto abbastanza giudizio da governare il suo cervello, le sue azioni e le sue stesse parole. Ha esasperato e doveva esasperare Napoleone; ha esasperato e doveva esasperare gl'Inglesi, e se il cielo le avesse accordato l'impero del mondo e mille anni di vita, lo avrebbe perduto a poco a poco senza che una sola volta una sciagura avesse esercitato tanto effetto su lei da fargliene scansare un'altra. È nata per imbrogliare, per ostacolare tutto ciò in cui si mescola, e morrà disgraziata, dopo aver fatto tanti disgraziati da una parte quanti ingrati dall'altra, con un cuore eccellente e le migliori intenzioni del mondo. Io sono per buona sorte esente dal rammarico di non aver potuto moderarla negli ultimi sei anni, perchè la ragione, la buona fede, la lealtà, l'amicizia non hanno avuto mai il minimo impero su lei. Chiunque contraria la sua folle vivacità comincia tosto a divenirle sospetto....» Anche nell'esilio, «quantunque spenta moralmente, fisicamente e politicamente», egli non dubita che «cerchi ancora d'intrigare». III. Il giudizio del Damas conferma dunque, in fondo, con qualche riserva e qualche concessione ammissibile, quello della storia, ed in un solo punto è pienamente favorevole alla Regina, alla donna: in quanto concerne i suoi costumi. Contrariamente all'opinione comune, il Damas dice che, se pure, dopo il matrimonio, Maria Carolina ebbe sempre qualche amante, «nessuno di costoro, fino a quando ella non fu più in età di procreare, ottenne da lei gli estremi favori, e nessuno godette mai dell'intera sua confidenza: ecco ciò che non si crederà, e di cui -ho la certezza-». È doveroso notare questa testimonianza, che farà molto piacere all'ultimo storico inglese della Regina. Nei due volumi su -Lord Nelson and Lady Hamilton- e negli altri due intitolati -The Queen of Naples and Lord Nelson-, John Cordy Jefferson si è studiato di rivendicare la fama dell'Austriaca. Come donna, egli la giudica «supremamente buona»; politicamente, attribuisce a lei tutti i meriti che finora gli storici nostri avevano assegnati al Tanucci, e va fino a dire che, proponendo l'accordo degli staterelli italiani per far argine ai Francesi, la Regina absburghese «anticipò il grido garibaldino per l'unità d'Italia!...» Questa apologia della sovrana non sarebbe riuscita possibile se non fosse stata preceduta dalla riabilitazione della sua sviscerata amica Emma Lionna; ed il Jefferson, senza spingersi fino a paragonare l'ex-cortigiana londinese, come fece il Paget, a Giuditta ed a Giovanna d'Arco, tenta scagionarla dalla maggior parte delle accuse e di metterla nella miglior luce compatibile con le traversie della sua vita. Intimamente connesso a questi due tentativi doveva esser quello di cancellare la macchia che il sangue dei Napolitani del 1799 stampò sulla divisa, per l'innanzi immacolata, di Nelson. Secondo il Jefferson, la condotta dell'ammiraglio fu tutta ammirevole; la capitolazione stipulata dai Partenopei col Ruffo, luogotenente del Re, e controfirmata dai rappresentanti esteri, compreso l'inglese, fu «scandalosa» ed «infame», e Nelson, annullandola, non fu «minimamente influenzato dalla passione per lady Hamilton»: egli non fece altro che obbedire agli ordini impartitigli dal suo governo; esercitò anzi «una savia discrezione» e non commise «nessuna mancanza contro l'umanità» mandando il «traditore Caracciolo dinanzi alla corte marziale: i provvedimenti presi per recuperare Napoli furono «terribili», ma «non abbastanza severi»; è anche «ridicolo» insistere nell'osservare che Ferdinando avrebbe dovuto concedere un'amnistia generale; e se la San Felice addusse la gravidanza perchè ritardassero il suo supplizio, il pretesto non poteva stupire «venendo da una donna così bene provvista di amanti....» In poche parole: tutto quanto si disse in difesa delle vittime e contro il Re, la Regina, la Hamilton e Nelson, fu «menzogna», fu «velenosa invenzione dei libellisti liberali». Ruggero di Damas non era liberale; era, come abbiamo visto, nemico acerrimo della Rivoluzione di Francia, paladino dei Borboni di Francia e di Napoli, alleato degli Austriaci, dei Prussiani, dei Russi e degli Inglesi nella lotta contro la Repubblica e l'Impero. E Ruggero di Damas, testimonio oculare, esce dal sepolcro attestando che «Nelson aveva molto da fare per riscattare le sciagure da lui cagionate a Napoli perchè si dimenticassero quelle alle quali ha contribuito nella riconquista del Regno.... Egli aveva associata milady Hamilton agli onori del trionfo; l'ambizione di lei divenne rivale della gloria di lui, e la gloria ne andò di mezzo.... Tutto si ridusse comune tra loro: denaro, difetti, vanità, torti d'ogni specie. Nelson non era più altro che una caricatura di Rinaldo, schiavo d'una sciocca Armida senza pudore e senza magia....» -7 settembre 1917.- L'Adriatico e le Due Sicilie a Campoformio. La quistione adriatica, imperialmente risolta dalla Repubblica di Venezia nel corso di lunghi secoli contro Tedeschi e Slavi ed Ungheresi e Turchi, risorse quando Napoleone Bonaparte, da ardito e fortunato stratega trasformatosi in mercante di popoli, ordì l'infamia di Campoformio. Agonizzando la Serenissima, avviandosi i Francesi per la Lombardia ed Ancona a Roma ed al Levante, subentrando l'Austria in Istria, in Dalmazia e poi nella stessa Laguna, un altro Stato italiano, la monarchia delle Due Sicilie, vide prepararsi un assetto contrario ai suoi interessi, lesivo della libertà delle sue mosse, pericoloso alla sua stessa esistenza. Con la Repubblica francese, autrice di quelle novità, i rapporti della Corte borbonica erano da poco tornati pacifici. Fin dall'inizio della Rivoluzione, Ferdinando e Maria Carolina avevano concepito contro la Francia un sentimento di odio misto a paura, che la neutralità imposta loro dall'ammiraglio Latouche-Trouville con i cannoni puntati contro la città di Napoli aveva rinfocolato, e che era poi giunto al parossismo quando Luigi XVI e Maria Antonietta, stretti parenti dei Reali siciliani, avevano perduto il trono e la vita. Partecipando allora alla coalizione contro la Francia, le Due Sicilie avevano mandato truppe all'assedio di Tolone, forze navali alla impresa di Corsica e reggimenti di cavalleria alla guerra nella pianura lombarda; sennonchè erano poi costrette dalle strepitose vittorie del generale Bonaparte a sciogliersi dalla lega e a chiedere la pace separata, che il principe di Belmonte destramente negoziava ed otteneva, a patti non troppo onerosi, il 10 ottobre del 1796. I. Cessata con la firma di quel trattato la missione del Belmonte, la rappresentanza diplomatica siciliana presso la Repubblica era assunta dal commendatore Alvaro Ruffo di Scaletta. Mentre tra Francia ed Austria si decidevano le sorti d'Italia, il primo ministro di Ferdinando, Guglielmo Acton, scriveva al Ruffo: «Vostra Eccellenza è nella situazione la più importante e la più critica per poter rendere agli augusti sovrani ed alla sua patria i massimi servigi, da far epoca in questi regni (Napoli e Sicilia).... Lavori intanto per acquistarsi il credito e le confidenze ed opinione di quei governanti, di Barthélémy e Carnot specialmente, e renda la quiete con la sua negoziazione a questi regni, nonchè la sicurezza, da procurar loro con la cessione di barriere effettive....» Duplice era la garanzia che il governo siciliano mirava ad ottenere: una terrestre, l'altra marittima. Dalla parte di terra, costituiti in Repubblica Cispadana il Ducato di Modena e le Legazioni di Bologna e di Ferrara, stabilitisi i Francesi in Ancona, preparandosi la formazione della Cisalpina, avvicinandosi fatalmente il giorno della caduta del potere temporale del Papa, Napoli voleva premunirsi contro possibili e probabili minaccie, acquistare più sicure frontiere, partecipare alla divisione del patrimonio di San Pietro. Non si leggono senza interesse i curiosi particolari di questi antecedenti della quistione romana nel bellissimo libro dove Benedetto Maresca, raccoglitore espertissimo dei documenti serbati nel R. Archivio di Napoli, narrò ed illustrò la missione del Ruffo a Parigi: ma l'altra rivendicazione napolitana, le pratiche fatte per ottenere compensi anche dalla parte del mare dopo i mutamenti avvenuti e minacciati nell'Adriatico, fermano meglio l'attenzione del lettore e acquistano sapore di attualità, oggi che l'Italia attende a risolvere il problema del suo mare orientale. Durante le discussioni della pace con l'Austria, abbandonando al vinto e prostrato nemico gli Stati veneti come compenso della Lombardia strappatagli per costituirla in repubblica e farne un satellite della Francia, Napoleone Bonaparte aveva detto di voler riservare a questa nuova potenza italiana le isole Jonie, già della Serenissima. Se gliele avesse effettivamente procurate, il Côrso avrebbe compensato, benchè in troppo piccola parte, l'iniquo vantaggio accordato all'Austria con la cessione delle più sicure costiere adriatiche; ma, ripensandoci meglio, il prepotente maneggiatore di quella pace si pentì della buona intenzione. Già cominciava egli a volgere nella mente il disegno di fare dell'Italia, parte conquistandola, parte asservendola, il centro di un impero mediterraneo; aveva allora allora recuperato la Corsica che gli Inglesi erano stati costretti a sgombrare, aspettava di prender l'Elba e d'avanzare da Livorno in Toscana, era già disceso in Ancona, «finestra dell'Oriente»: le isole Jonie avrebbero prolungato la catena di quelle stazioni fino alla soglia del Levante. Il Direttorio, col quale l'accordo non era sempre perfetto, lo assecondava in questo proponimento: il Carnot osservava: «Corfù è l'isola che più importa riservarci»; il Reubell soggiungeva: «Cerigo ci sembra anch'essa un posto non meno importante». Uno dei negoziatori per conto dell'Austria era il marchese di Gallo, ambasciatore delle Due Sicilie a Vienna. Conoscendo le mire francesi sull'Elba e sui Presidii napolitani di Toscana -- erano già stati chiesti, insieme col distretto di Trapani in Sicilia, come una delle condizioni più onerose della pace dell'anno innanzi, e il Belmonte aveva ottenuto che il Direttorio non vi insistesse -- il Gallo offerse al generale Bonaparte la porzione napolitana dell'Elba ed i Presidii, in cambio della duplice garanzia necessaria alle Due Sicilie: un più saldo confine terrestre, possibilmente la Marca d'Ancona con le sue adiacenze, e uno stabilimento all'entrata dell'Adriatico, di fronte alla Terra d'Otranto ed al golfo di Taranto: le isole Jonie e gli scali Veneti della costa d'Albania. Ai primi di luglio del 1797, in Udine, il generale gli faceva sapere che, tralasciando per il momento la quistione della barriera terrestre, consentiva a trattare intorno alla cessione delle isole e degli scali contro l'Elba ed i Presidii. Sulle prime egli voleva escludere Corfù e tenerla per sè, ma poi disse che avrebbe dato a Napoli tutto l'arcipelago Jonio insieme col territorio di Prevesa e con gli altri distretti Veneziani d'Albania e della Morea, tranne le Bocche di Cattaro, che appartenendo alla Dalmazia sarebbero andate all'Austria. Poichè nel fare questa concessione il vincitore della guerra d'Italia dichiarava di avere ricevuto le plenipotenze necessarie alla stipulazione del trattato, e poichè il governo siciliano rispondeva accettando di scindere le due quistioni e di regolare per il momento soltanto quella marittima, si potrebbe credere che l'accordo fosse virtualmente raggiunto. Lo credettero a Napoli, dove già tre reggimenti di linea, con proporzionata artiglieria, si preparavano ad imbarcarsi per essere scortati dalla squadra navale fino alle isole ed agli scali da occupare.... II. La cosa andò invece in modo molto diverso: perchè, contrariamente alle affermazioni del generale, il Direttorio non solo non gli aveva accordato le plenipotenze, ma gli spediva certi memoriali composti da studiosi francesi per dimostrare che l'arcipelago Jonio era necessario alla loro nazione. Uno degli scrittori affermava che con quelle isole in mano si sarebbe impedito agli Austriaci di penetrare in Albania: argomento la cui forza è stata confermata dalla discesa degli Alleati a Corfù: ma che, addotto a quei tempi, poteva alquanto stupire, avendo allora la Francia qualche cosa di meglio da fare, per impedire la penetrazione austriaca in Albania, che occupare le isole Jonie: la Francia poteva non consegnarle il patrimonio veneto: i preliminari di Leoben e le trattative di Mombello e di Udine non erano ancora finiti a Campoformio!... In un altro di quei rapporti spediti dal Direttorio al Bonaparte si dimostravano i vantaggi che la Repubblica si sarebbe assicurati stabilendosi sull'ingresso dell'Adriatico; l'autore proponeva di dare le città dalmate, già venete, alla Turchia, per averne in cambio un'isola dell'Egeo come garanzia degli interessi francesi in quel mare: al regno delle Due Sicilie si poteva tutt'al più cedere, e sempre in cambio dell'Elba, «la piccola isola di Lissa, sulle cui coste i pescatori del Regno facevano una ricca pesca di sardine....» I fatti seguivano alle dimostrazioni: mentre duravano ancora i colloquii del Bonaparte col Gallo, quest'ultimo apprendeva che truppe repubblicane erano già sbarcate a Corfù, e che altre avrebbero occupato Cefalonia, Zante, Santa Maura. La notizia era grave, ma le speranze siciliane non ne andarono distrutte. Il generale Canclaux, rappresentante francese a Napoli, si era dimostrato piuttosto favorevole alle rivendicazioni del Governo presso il quale era accreditato; a Parigi l'ambasciatore siciliano aveva ottenuto qualche promessa dal signor di Talleyrand, ministro degli affari esteri, e da alcuni membri del Direttorio. Insisteva quindi il Ruffo perchè si venisse ad una conclusione, dimostrando come l'acquisto dell'arcipelago Jonio fosse «oggetto incontrastabile d'infinito ed essenziale interesse per noi», se si voleva evitare il danno che sarebbe derivato al Regno «per la posizione e vicinanza di altre potenti nazioni»: con i Francesi in Lombardia e nelle Marche, con gli Austriaci a Venezia, in Istria e in Dalmazia, egli vedeva «le barriere generali d'Italia aperte a nazioni potenti». Ma quando gli affidamenti dovevano tradursi in fatti, cominciarono a spuntare le difficoltà. Il Talleyrand giudicava la Corte napolitana immeritevole di vantaggi per la sua condotta segretamente ostile alla Repubblica; e invano il Ruffo protestava contro l'accusa, e lo sfidava a provarla; e invano lo stesso ambasciatore francese a Napoli, il Canclaux, la dichiarava infondata: il Talleyrand negava fede al suo proprio inviato. E se il marchese di Gallo, da Udine, scriveva al Ruffo per esortarlo a sollecitare la pratica a Parigi presso il Direttorio, nulla potendosi ottenere dal Bonaparte, i Direttori rispondevano al Ruffo che bisognava, al contrario, trattare in Italia col generale, solo arbitro della situazione. E se l'ambasciatore tentava di tornare alla carica, nè i Direttori nè il ministro lo ricevevano; e se presentava una nota scritta, lo lasciavano senza risposta. Un giorno il Talleyrand aveva dichiarato non essere il caso di parlare dei compensi da assegnare al regno di Napoli mentre gli stessi negoziati della pace tra la Francia e l'Austria stavano per fallire; ma il giorno che le trattative austro-francesi arrivavano in porto tutta l'eredità veneta andava spartita fra i due contendenti: il boccone più grosso toccava all'Imperatore, la Repubblica tratteneva per sè le isole e gli scali. III. Neanche a questa notizia il Governo napolitano dispera. Al marchese di Gallo, che aveva insistito perchè la cessione alle Due Sicilie fosse stipulata nello stesso trattato di Campoformio, Napoleone Bonaparte aveva risposto che il cambio dell'Elba con le isole e gli stabilimenti veneti sì sarebbe concluso a parte, e che egli stesso, tornando in Francia, avrebbe parlato col Direttorio in favore di Napoli. Anche il suo capo di stato maggiore, il generale Berthier, partendo per Parigi col testo del trattato, prometteva al Gallo che avrebbe raccomandato le domande siciliane. Ma il Talleyrand, a Parigi, dove il Ruffo riprende a fare del suo meglio per ottenere quei compensi, risponde che la cosa non è più possibile, ora che le condizioni della pace, divulgate in Francia, hanno deluso il paese per la scarsezza dei vantaggi conseguiti. Menzogna, perchè la pace è accolta con grande e universale esultanza; ma tutte le insistenze sono vane. Invano il Ruffo dimostra che l'acquisto è un pericolo per la Repubblica, non potendo essa mantenerlo in caso di guerra marittima. L'ambasciatore napolitano è buon profeta: una delle ragioni che getteranno lo Zar Paolo I nella coalizione contro la Francia sarà appunto il vantaggio da costei assicuratosi con l'occupazione delle isole, e la flotta russo-turca riprenderà fra poco Cerigo, Zante, Cefalonia, e stringerà d'assedio Corfù, mentre Alì pascià farà trucidare le guarnigioni francesi di Prevesa e di Butrinto.... Ma il signor di Talleyrand sorride quando Alvaro Ruffo soggiunge che, nell'interesse europeo, e della stessa Francia, conviene affidare quella parte del patrimonio veneziano a una potenza italiana e neutrale come le Due Sicilie. Ed è vano tentare di rivolgersi ancora al Bonaparte: più volte il Talleyrand aveva assicurato che, pur essendo personalmente favorevole alla cessione, non poteva far nulla senza il consentimento del generale: ora dichiara che, se anche il generale dirà di sì, egli, ministro, replicherà di no.... Un'ultima speranza anima ancora il Ruffo. Non solamente egli spera, ma nutre fiducia che la stessa Austria possa e debba appoggiare le richieste siciliane. Le due Corti, strettamente imparentate, seguono entrambe con la stessa rigidità i principii della politica conservatrice, ed il Regno è stato e sarà sempre dalla parte dell'Impero: non potrà ottenere in premio che l'Impero favorisca le sue aspirazioni? E ad Udine, infatti, quando il futuro Console e padrone del mondo aveva la prima volta manifestato l'intenzione di tenere per sè le isole venete e gli scali albanesi, il Cobenzl, altro rappresentante austriaco, glieli aveva negati, chiedendo che andassero invece al Re di Napoli. In due tempestose sedute quel dissidio aveva minacciato di far naufragare la pace; ma poi, contenta della parte ottenuta, l'Austria aveva abbandonato la causa siciliana e si era piegata a lasciare sul passo dell'Adriatico la potenza rivale. Nonostante questo precedente il Ruffo fa ancora assegnamento sull'appoggio austriaco. Egli è persuaso che sia interesse del Gabinetto viennese togliere quei possedimenti alla Francia, perchè l'acquisto dell'Istria e della Dalmazia non garentirà alla monarchia d'Absburgo il dominio dell'Adriatico se la Francia resterà padrona di sbarrarle la via, da Ancona dove è insediata, alle isole Jonie anch'esse già occupate. «Senza il possesso delle isole», scrive, «il resto è solo apparenza speciosa ed inganno». E ancora: «La Corte di Vienna deve considerare che la Francia acquista col porto d'Ancona, possedendo già le isole di Levante, un dominio fatale in quel mare, a danno evidente della Dalmazia, dell'Istria e di Venezia stessa. Il concorso efficace dell'Imperatore in questo grande affare è indispensabile ed è l'àncora della mia speranza....» IV. Ma a quell'àncora egli si afferrò invano. Se già a Campoformio l'Austria aveva finito col lasciar vincere la partita alla Francia, non era più credibile che avrebbe poi rotto il trattato e ricominciata la guerra per i begli occhi del Re di Napoli. E il Ruffo ci rimise il fiato e l'inchiostro. È vero tuttavia che quelle pratiche sarebbero altrimenti riuscite, se un altro degli argomenti che il solerte ambasciatore aveva ripetuti fino alla sazietà fosse stato tenuto da conto. Nella stessa nota dove aveva suggerito la prima volta di richiedere l'appoggio e l'assistenza dell'Imperatore, il Ruffo aveva soggiunto che «lo sviluppo preparato di tutte le nostre più straordinarie forze è una necessità assoluta alla nostra sicurezza». Poi aveva insistito: «Le misure di forza prese in tempo e portate fino al maggior grado di possibilità sono le vere basi su cui è indispensabile d'appoggiare la nostra sicurezza....» E poi ancora: «La salvezza in queste deplorabili circostanze non ha altro possibile appoggio che la forza....» E poi ancora: «Purtroppo vedo realizzarsi il mio timore ed il bisogno delle misure estreme....» E poi ancora: «Una energia straordinaria, dirò anche eccessiva, è necessaria per salvarci....» Quasi in ogni suo dispaccio Alvaro Ruffo tornava su questa necessità. Era la vera, la sola àncora della salvezza. Perchè mai, l'anno innanzi, il principe di Belmonte aveva ottenuto che la Francia vittoriosa rinunziasse alle più gravose pretese, se non per la dimostrazione di forza fatta dal Regno con i vascelli e i soldati mandati a Tolone ed in Corsica, con i reggimenti del principe di Cutò schierati in Lombardia? «Sapete che hanno quattro eccellenti reggimenti di cavalleria che mi hanno cagionato molto male», aveva confessato Napoleone Bonaparte al Miot, ministro di Francia a Firenze, «e dei quali mi preme sbarazzarmi al più presto possibile?...» Dopo quella prova, il generale non si sentiva di eseguire le istruzioni del Direttorio, il quale presumeva di poter continuare la guerra a fondo tanto contro l'Austria quanto contro le Due Sicilie. Per marciare su Napoli, il vincitore di Arcole e di Rivoli non chiedeva meno di altri 24000 soldati e 3500 cavalli, che il Direttorio non poteva dargli; ed anche per combattere contro la sola Austria, il giovane condottiero sentiva la necessità di liberarsi il fianco dalla minaccia napolitana: «La pace con Napoli è di assoluta necessità!». Alvaro Ruffo sapeva dunque ciò che diceva quando ripeteva instancabilmente il consiglio di armare. E questo è l'insegnamento che scaturisce dall'episodio delle velleità di partecipazione all'equilibrio adriatico nutrite più d'un secolo addietro dalle Due Sicilie. La politica estera del governo borbonico non fu sempre cieca come l'interna: in quella crisi del 1797 esso comprese che il Regno, massimo potentato d'Italia, doveva ottenere le sue garanzie ed appagare le sue aspirazioni. Posto tra la Francia nemica e l'Austria amica, si affidò all'una ed all'altra per far valere il suo diritto: entrambe gli diedero ragione a parole e con belle promesse: nessuna le mantenne. Morale della favola: -diritto- è nome astratto che solo la forza può tradurre in concreto. -29 marzo 1916.- Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron. Presentata da una breve prefazione di Giorgio Clemenceau e curata da Giovanni Delachaume, è apparsa or ora a Parigi la versione francese di una parte dell'epistolario di Lord Byron. Bene è che queste lettere siano, grazie alla nuova veste, accessibili anche al gran pubblico che ignora la lingua nella quale furono composte, perchè la figura dell'autore vi si rivela con quella singolare evidenza che Ippolito Taine aveva già avvertita. «Il suo diario, il suo epistolario, tutta la sua prosa involontaria», scriveva del cantore di -Childe Harold- lo studioso della -Storia della letteratura inglese-, «è come fremente di spirito, di collera, d'entusiasmo; il grido della sensazione vibra nelle minime parole; dopo il Saint-Simon non si erano più viste confidenze più vive. Tutti gli stili sembrano opachi e tutte le anime sembrano inerti a paragone del suo stile e dell'anima sua». Non s'intende, in verità, da quale criterio il Delachaume sia stato guidato nello scegliere le centosessantacinque lettere di questa raccolta fra le molte centinaia comprese nella corrispondenza epistolare del poeta; certo, le presenti sono molto significative; ma altre anche più notevoli erano degne d'essere tradotte. Comunque, la buona intelligenza del testo, l'eleganza della versione e la molta conoscenza della biografia byroniana meriterebbero ampie lodi a questa fatica, se non vi si dovesse lamentare una poco perdonabile ignoranza delle cose nostre. Come si sa, e come questo volume apprende a chi non ne avesse notizia, il Byron fu conoscitore amantissimo della lingua, della letteratura e della vita italiana; in Dante, nel Tasso, in molti altri temi dell'arte e della storia nostra cercò e trovò l'ispirazione; alla traduzione del -Morgante maggiore-, «la miglior cosa ch'io abbia mai fatta», si accinse con gran fervore, «per imporre silenzio agli Arlecchini d'Inghilterra» che lo accusavano d'irriverenza in materia di religione, dimostrando loro, col poema del Pulci, «ciò che era permesso in un paese cattolico ed in una età bigotta». Orbene: il -Morgante maggiore-, per opera del Delachaume, muta sesso e diventa -La Morgante maggiore-.... Ancora: scrivendo un giorno al suo editore Murray, Giorgio Byron espresse l'opinione che il Ricciardetto «si sarebbe dovuto tradurre letteralmente, o non tradurre del tutto»: e il Delachaume annota: «-Ricciardetto-, poema cavalleresco in 30 canti di Fonteguerri....» Poniamo che questo sia uno svarione tipografico; c'è dell'altro. Il Byron, innamorato dell'idioma gentile, «soave latino bastardo che si strugge come baci in bocca femminea, che fluisce come se si dovesse scriverlo sopra serica stoffa, con sillabe dalle quali traspira tutta la dolcezza meridionale, con vocali carezzose, scorrenti e fuse così bene che neanche un solo accento riesce stridente», il Byron, dunque, con tanto amore per la lingua nostra, adopera spessissimo, in queste sue lettere familiari, frasi e parole italiane che il Delachaume lascia accortamente intatte; soltanto, quando vuole riferire ai lettori francesi il significato di «seccatura», spiega: «-Seccatura- signifie sécheresse, stérilité....» I. Fatte queste osservazioni al traduttore, qualche altra è da muovere al presentatore dell'elegante volume. Nella prima pagina del quale il Clemenceau parla del «romanticismo importuno che vela l'ardente sincerità della vita del poeta». E certo il romanticismo del Byron può essere giudicato importuno ora che quello stato d'animo è superato, e che per certi aspetti riesce anche incomprensibile; ma dire che esso menoma la «sincerità» dello scrittore e dell'uomo non pare plausibile, quando di quell'arte e di quella vita fu anzi il segno predominante e l'essenziale carattere. Molte prove si potrebbero addurne, se oggi che il mondo è tinto di sanguigno, e che il nostro paese si trova impegnato in tanta guerra, non convenisse restringersi ad una sola: quella che non distoglierà la nostra attenzione dalla grande tragedia europea nè dalla causa nazionale italiana, che anzi ad entrambe si riferisce. Perchè, infatti, tra gli altri atteggiamenti di quel romanticismo del quale il Clemenceau lamenta l'importunità, ve ne fu anche uno politico, e riuscì tanto opportuno allora, che è ancora oggi opportunissimo, avendo i romantici dato l'esempio della ribellione non solamente alla tirannia dei retori classici, ma anche a quella dei despotici reggitori degli Stati, per propugnare la libertà dei popoli e l'indipendenza delle nazioni. I problemi allora posti, e più tardi parzialmente risolti, aspettano dal presente regolamento di conti una soluzione più radicale, ed il Byron, italofilo ed austrofobo quando la patria nostra era una semplice espressione geografica, significò questi suoi sentimenti con argomenti degnissimi d'essere ai nostri giorni riletti e meditati. Afferma il Clemenceau che se Lord Byron non amò i Francesi, «non si può dire che avesse maggior simpatia per gli Italiani». Nella prefazione di un volume dove si riferisce la voce secondo la quale il poeta avrebbe, come i Dogi veneziani, celebrato le sue nozze con l'onda adriatica, l'affermazione riesce alquanto stupefacente. Dobbiamo proprio citare tutte le pagine nelle quali lo scrittore inglese ci significa il suo favore? Tralasciamo i giudizii sulle città italiane, su Milano «impressionante», su Venezia che è stata, dopo l'Oriente, «la più verde isola della mia immaginazione» e dove vorrebbe morire, su Roma la Meravigliosa», che vince «la Grecia, Costantinopoli, tutto, tutto quanto, almeno, ho visto finora». Si può, infatti, ammirare un paese senza stimarne gli abitanti -- distinzione che il Byron farà in un altro viaggio. Lasciamo anche da parte le lodi tributate all'Alfieri, al Pindemonte, al Foscolo, ad altri grandi Italiani del suo tempo, per i quali potrebbe aver fatto altrettante eccezioni. Ma al Moore, che lo invita in Francia, dichiara: «Mi piacerebbe molto prendere la mia parte del vostro -champagne- e del vostro -laffitte-, ma sono troppo italiano per Parigi», e soggiunge di lì a poco: «Tutti i miei piaceri e tutti i miei tormenti sono italiani.... Ho vissuto nell'intimità degl'Italiani, sono stato testimonio delle loro speranze, dei loro timori, delle loro passioni; le ho condivise: -pars magna fui-....» Si potrebbe aggiungere dell'altro: basteranno per tutte le quattro righe della lettera del 28 settembre 1820 al Murray: «Gl'imbecilli che scrivono sull'Italia mi costringono a dar loro una clamorosa smentita. Parlano degli assassinii; ma che cosa è l'assassinio, se non l'origine del duello ed una -giustizia selvaggia-, come Bacone lo definisce? È la fonte del punto d'onore moderno, là dove le leggi non possono o -non vogliono- colpire....». Ecco dunque: nella sua simpatia per la nostra gente il poeta arrivava a giustificare ciò che altri, non senza qualche ragione, le rimproverava: la frequenza dei delitti di sangue e la facilità a farsi giustizia da sè!... Agli occhi degli uomini nordici, nati e cresciuti nella concezione e nella disciplina protestante, il cattolicismo dei nostri paesi suole anche riuscire antipatico: e il Byron dichiara invece al suo amico Hoppner, da Ravenna, di voler educare nella religione cattolica la figliuoletta per la quale ha trovato nella nostra lingua il nome di Allegra. Vero è che talvolta egli si lasciò sfuggire qualche nota di biasimo sulla «rilassatezza» regnante nei costumi italiani a quei tempi; ma, prima di tutto, l'autore del -Don Giovanni- perdette il diritto di condannarla, dal momento che se ne giovò -- e riconobbe del resto egli stesso d'averne perduto il diritto --; in secondo luogo, anche avvertendo la differenza tra la «morale meridionale» e l'anglo-sassone, egli trovò che se gl'Italiani erano più «appassionati» -- e voleva dire, e disse in un'altra occasione, più «incontinenti» -- degl'Inglesi, attribuì a costoro meno delicatezza e meno «pudore». Ma questo fu ancora più bello e più degno, da parte sua, e questo merita d'essere oggi ripetuto: che dell'Italia egli compianse le sciagure e proclamò i diritti e fece sue le ragioni. II. Nato nella più alta aristocrazia, orgoglioso del suo nome e del suo titolo, Lord Byron si venne sottraendo a tutte le concezioni tradizionali nella sua casta e nel suo paese. «Ho semplificato la mia politica», scrive nel 1813: «essa consiste nel detestare a morte tutti i governi esistenti». Ammiratore, in un primo tempo, di Napoleone e di Murat, definisce «trattato di pace e di tirannia» quello che chiude nel 1814, col trionfo della Coalizione, le guerre della Rivoluzione e dell'Impero. «Il popolo lombardo-veneto», scrive nel 1818 al Moore, «è forse il più oppresso d'Europa». Nella primavera del 1820, al nuovo fremito di libertà che corre per la Penisola, narra al Murray, dalla commossa Ravenna: «Gli affari spagnuoli e francesi hanno messo gl'Italiani in fermento: troppo a lungo essi sono stati calpestati. Riescirà uno spettacolo triste ai vostri squisiti viaggiatori» -- è superfluo avvertire l'ironica intonazione di queste parole -- «ma non per chi risiede nel paese e ne desidera naturalmente il risorgimento. Io resterò, se i cittadini me lo consentiranno, per vedere ciò che avverrà, e forse per fare un giro con loro in caso di bisogno, come Dugald Dalgetty» -- il soldato di ventura di Walter Scott -- «perchè lo spettacolo degli Italiani ricaccianti nelle loro tane i barbari d'ogni paese sarà il momento più interessante della mia vita. Ho vissuto abbastanza fra loro da sentirmi affezionato a questa nazione più che ad ogni altra, ma» -- la riserva fu sciaguratamente vera allora e per qualche tempo ancora -- «ma difettano d'unione e di direzione, e dubito che riescano. Tuttavia è probabile che facciano la prova, e se la faranno sarà per una buona causa. Nessun Italiano può odiare un Austriaco quanto l'odio io stesso: la razza austriaca mi pare la più detestabile che si trovi sotto la cappa del cielo, dopo la inglese....» Non accade qui fermarsi sulle ragioni che fecero il Byron nemico dei suoi proprii connazionali, nè distinguere per quanta parte il suo odio contro l'Inghilterra fosse sincero e giustificato, e per quant'altra ostentato e mentito: preme ora vedere con quali veementi parole e con quanto animosi proponimenti egli parla della nostra causa durante la crisi del 1820-21. «Ci batteremo un poco», scrive al Murray da Ravenna il 31 agosto del 1820, «nel mese entrante, se gli Unni non traverseranno il Po, ed anche se lo traverseranno. Non posso dire di più per il momento.... Una volta che si sarà cominciato, ci si batterà da selvaggi, siatene certo. Il coraggio proviene nel Francese dalla vanità, nel Tedesco dalla flemma, nel Turco dal fanatismo e dall'oppio, nello Spagnuolo dall'alterigia, nell'Inglese dalla freddezza, nell'Austriaco dalla testardaggine, nel Russo dall'insensibilità, ma nell'Italiano dalla collera: vedrete quindi che non risparmieranno nulla....» Il 21 febbraio 1821, alla notizia dell'avanzata austriaca, scrive al Murray: «I barbari marciano su Napoli, e se perderanno una sola battaglia tutta l'Italia insorgerà. Alla prima loro disfatta si ripeterà ciò che avvenne in Ispagna. Aperte, le lettere? Certo, che sono aperte: ed è questa appunto la ragione per la quale io spiattello sempre la mia opinione su coteste canaglie di Tedeschi ed Austriaci: non c'è Italiano che li odii al pari di me, e tutto quanto potrò fare per liberare l'Italia e la terra intera dalla loro infame oppressione, sarà fatto con amore (in italiano nel testo)». Il 3 aprile, disanimato dalle cattive notizie, dichiara al console Hoppner: «Non parlo di politica, perchè quest'argomento mi sembra disperato finchè si consentirà a coteste canaglie di tiranneggiare i popoli e di privarli dell'indipendenza». Il 26 dello stesso mese confessa allo Shelley che «quest'ultima disfatta degli Italiani mi ha totalmente deluso per molte ragioni generali e private». Le ragioni generali consistettero nel suo fervore per la libertà, nella sete di giustizia, nella passione per tutte le nobili cause; le ragioni private furono il legame contratto con la Guiccioli, l'amicizia che lo stringeva ai parenti di lei e ad altre famiglie italiane; ma la delusione e la sfiducia che lo invadono hanno una causa più profonda: dipendono dallo stesso suo temperamento che dà subite ed alte vampe di entusiasmo troppo rapidamente ridotto in cenere, che lo rende incapace di proporzionare gli atti agli scopi ed i giudizii ai fatti, e che gli dètta sentenze scettiche e sarcasmi di discutibile gusto. Ecco: i moti italiani sono falliti a Napoli, a Palermo, in Piemonte, e la reazione trionfa: un altro che non fosse come lui tanto pronto alle speranze e alle disperazioni, troverebbe nello stesso abbattimento nuova forza e nuova fede: egli scrive lì per lì al Moore: «È impossibile che siate stato più disingannato di me, ed anche tanto ingannato», e soggiunge una volgarità che sarebbe imperdonabile, se nella stessa lettera non avesse cominciato con l'affermare che «nè il tempo nè le circostanze muteranno mai nè il tono delle mie parole nè i miei sentimenti d'indignazione contro la tirannide trionfante»; se non avesse scritto altrove, nelle pagine del -Diario-: «Si dice che i Barbari d'Austria stanno per venire. Lupi! Cani d'inferno! Speriamo ancora di poter vedere le loro ossa accatastate!...», se non avesse dichiarato: «Bello morire per l'indipendenza italiana!» e se non avesse aggiunto i fatti alle parole, aderendo alla Carboneria, armando del suo fanti e cavalieri, animando i timidi e affrontando egli stesso la sua parte di pericoli. III. Scoccata di lì a poco l'ora della resurrezione ellenica, egli si dà tutto a questa nuova causa. «La Grecia è stata sempre per me ciò che dev'essere per quanti hanno sentimento e cultura: la terra promessa del valore, delle arti e della libertà: il tempo che passai in gioventù a viaggiare tra le sue rovine non ha per nulla scemato l'affezione che porto alla patria degli eroi.» Durante il primo viaggio, a dire il vero, egli aveva dato un giudizio un poco diverso. «Amo i Greci», aveva scritto al Drury nel maggio del 1810: «sono ammirevoli furfanti -- rascals nel testo -- con tutti i vizii dei Turchi, e senza il loro coraggio....» Nondimeno, egli corre a patrocinare ardentemente la loro causa. Il 7 luglio 1823 annunzia che porterà seco laggiù, in denaro e lettere di credito, da otto a novemila sterline; cinque mesi dopo ha già largito al governo greco duecentomila piastre, «senza contare i doni complementari alle vedove, agli orfani dei rifugiati ed ai vagabondi d'ogni sorta»; e intanto ha ordinato al suo banchiere di anticipargli le rendite del 1824, di vendere anche la casa di Rochdale per poter profondere altre somme nell'insurrezione e nella guerra, e reclama a gran voce i diritti d'autore sul -Werner- perchè, se anche sono poca cosa, con trecento sterline potrò mantenere cento uomini armati durante tre mesi». Quando ode che i Greci non si battono, o che si battono male, che «accettano i fucili, ma gettano via le baionette, e sono molto indisciplinati», si raffredda; ma poi riprende a dare senza «rincrescimento» il suo denaro, apprendendo che ricominciano a combattere. E dà qualche cosa di più che il denaro, spende tutta l'attività del corpo e dello spirito, si accinge ad offrire la vita. La bellezza della causa affascina l'anima sua di poeta, il risorgimento dell'ellenismo gli pare davvero capace di rigenerare l'umanità. Nè la poesia lo ha mai appagato come semplice sentimento, come pura forma: si è anzi dato a comporre versi in mancanza di meglio, giudicando che la gloria poetica non vale la pena di essere ambita. «Che cosa è un poeta? Che cosa vale? Che fa?... È un parolaio....» Andando a morire per la Grecia, egli traduce dunque ancora una volta l'intenzione in azione, aggiunge l'esempio alla predicazione; ma non sarebbe quello che è, amante dei contrasti, ricercatore delle antitesi attorno a sè e dentro di sè, a volta a volta e spesso ad un tempo apatico e appassionato, misantropo e caritatevole, idealista e cinico, ingenuo ed affettato, se anche durante questa partita suprema, in cui la posta è la sua stessa esistenza, lo scetticismo e l'ironia non gli prendessero la mano. «Vi raccomando ancora una volta di impinguare la mia cassaforte ed i miei crediti, cavando il miglior partito possibile da tutti i mezzi legali che sono in mio potere; perchè, insomma, val meglio giocare alle nazioni che scommettere alle corse....» Conviene soggiungere che anche un motivo esteriore e concreto lo spinge allo scetticismo: la poca virtù, appunto, della quale la Grecia dà prova. I figli di lei sono in preda a dissensi che egli si propone di sedare e comporre, sapendo purtroppo che «nè l'una cosa nè l'altra è agevole....» Da Cefalonia scrive direttamente ai governanti: «Sono pervenute fino a noi voci di nuove contese: che dico? di guerra civile! Auguro con tutto il cuore che siano false od esagerate, perchè non riesco ad immaginare più grave calamità....» Sciaguratamente le voci sono vere. «Le ultime notizie ci apprendono che non vi sono soltanto dissensi in Morea, ma che la guerra civile vi regna.... Il colonnello Napier vi narrerà il recente e specialissimo intervento degli Dei in favore degli Elleni, che sembra non abbiano nè in terra nè in cielo nemico più temibile della loro discordia intestina.... Se riuscirò soltanto a riconciliare i due partiti (e muovo cielo e terra a questo scopo) sarà molto; altrimenti dovremo percorrere la Morea con i Greci dell'ovest, che sono i più coraggiosi e forti, e tentare l'effetto di consigli -fisici- se continueranno a respingere la persuasione morale.» Queste parole fanno anche oggi pensare. In un'altra lettera al principe Maurocordato egli scrive: «La Grecia è posta fra tre partiti: o riconquistare la sua libertà, o assoggettarsi ai sovrani d'Europa, o ridiventare provincia turca. Non c'è altra scelta fuori di queste tre soluzioni. La guerra civile non servirà ad altro che a preparare le due ultime. Se la Grecia desidera la stessa sorte della Valacchia e della Crimea, potrà ottenerla domani; quella dell'Italia, posdomani; ma se vuol essere veramente libera e indipendente, deve decidersi oggi, o non ne troverà mai più l'occasione....» Se il poeta potesse vedere ciò che accadde dopo di lui e ciò che accade ora delle due nazioni allora lottanti per la loro redenzione, non proporrebbe più il destino dell'Italia alla Grecia come esiziale e schivabile; potrebbe invece ripetere le parole rivolte con vero senso profetico al Governo ellenico il 30 novembre del 1823: «Debbo francamente confessare che se non si ristabilisse l'unione e l'ordine, i Greci perderebbero in gran parte, se non totalmente, l'aiuto che potrebbero aspettarsi di ricevere dall'estero. E ciò che peggio è, le grandi potenze europee, delle quali non una sola era nemica della Grecia, che anzi parevano favorire il suo ordinamento in nazione indipendente, resterebbero persuase che i Greci sono incapaci di governarsi da sè, e forse darebbero allora mano a metter fine alle vostre dispute in modo da distruggere le vostre più brillanti speranze e quelle dei vostri amici....» -25 dicembre 1916.- Il Protocollo della “Giovine Italia„. La regia Commissione preposta all'edizione nazionale degli -Scritti- di Giuseppe Mazzini ha licenziato da qualche tempo, in appendice alle opere edite e inedite del grande Genovese, il primo volume di un -Protocollo della «Giovine Italia-», del quale, probabilmente per causa della guerra, non si parla quanto e come si dovrebbe, con poca giustizia, in verità; poichè, se la nuova storia della Patria richiama oggi tutti i nostri pensieri, non è distrarsi il meditare anche quella di ieri, dalle cui pagine escono voci di calda esortazione e di severo ammonimento degnissime d'ascolto nelle circostanze attuali. I. Che cosa sia questo -Protocollo-, una bellissima introduzione al sontuoso volume, copiosamente e perspicuamente annotato, spiega con molta diligenza. Dopo il fallimento della spedizione di Savoia e durante gli anni che corsero da quell'infelice tentativo al 1839, Giuseppe Mazzini patì un turbamento profondo. «A torto od a ragione», il mal esito era stato a lui addossato; «quanti conosci fra i migliori», scriveva egli stesso a Nicola Fabrizi, «m'hanno lasciato: ridono di tutto: mi dicono matto, alcuni -- e degli intimi -- ambizioso, e per questo ho operato, dicono, con istrepito. Alcuni coprono il mutamento colla misantropia: altri collo scetticismo o col Don Giovannismo: altri si contentano di formulare la impossibilità di fare: altri in fondo vogliono vivere e godere: tutti sono individualisti, che hanno recitato -- in buona fede o no -- la parte di poeti, di patriotti, di entusiasti, finchè hanno sperato di vincere. Quando avranno veduto che la nostra era una teorica di dovere, che bisognava far della vita una continua battaglia anche con la certezza di non vincere se non dopo morti, hanno voltato le spalle.... Da qualche scritto in fuori da me, per ora, non attendete cosa alcuna. Duole a me il dirlo quanto non puoi credere, perchè la mia vita va via e non vedo via neppur di morire a mio modo; ma v'illuderei se parlassi altrimenti. Son solo, sfornito di tutti i mezzi; costretto a lavorare per pane, e nella incredulità che mi circonda fo molto -- non che propagarle di cercare di ridurle ad atto -- s'io serbo intatte le mie credenze». Ma nell'uomo di pensiero e d'azione, nell'uomo che faceva della vita una «credenza in azione», la forza della fede doveva presto vincere e fugare i dubbii, le diffidenze, gli sconforti, e produrre un nuovo, più alto slancio operoso. Per lo studio della psicologia del Maestro questa crisi è delle più istruttive. Come al Fabrizi, egli descrive al Melegari l'abbandono nel quale è rimasto, le delusioni sofferte, la perdita «di ogni senso di vita individuale, d'ogni potenza di gioia, d'ogni capacità di sentire o sperare un'ombra di felicità»; «ma d'altra parte,» afferma immediatamente, «lontano dal cadere nella misantropia quanto alle azioni, mi sento più fermo che mai, più deciso che mai a giovare -- se mi s'affacciassero mezzi -- all'Italia futura. Vivrò e morrò, lo spero almeno, per essa. Sicchè qualunque sfogo io t'accenni sugli uomini e sulle cose d'oggi, non accusarmi di debolezza, nè di mutamento. Le cose e gli uomini, comunque m'appaiano, possono oprare sulla mia vita intima e sul mio cuore, tormentandolo; non mai sulle mie azioni, nè sull'adempimento de' doveri, de' quali il cenno viene a me da più alta cosa che non è il presente: Dio e il cuore, la tradizione dell'Umanità e la mia coscienza...». E di lì a poco l'uomo che aveva negato ogni fiducia «nella generazione vivente in Italia», riprendeva «con proposito deliberato, incrollabile, quasi feroce, il lavoro della -Giovine Italia-.... Perchè la -Giovine Italia- non esiste più? perchè un'Associazione giurata per un intento gigantesco, giurata ora e sempre, giurata con promessa esplicita di consacrare pensieri ed azioni a ottenere vittoria o martirio, si è sciolta dopo il primo tentativo fallito, come se avesse compito la propria missione? Dopo un primo tentativo fallito, quando noi sul principio c'eravamo levati più su degli altri, a un'idea religiosa? quando avevamo dichiarato voler fare più di tutte le associazioni passate? quando avevamo accusato e osato e promesso tanto da esigere sforzi e costanza da Titani per non meritare la derisione? Or che mai è mutato? lo Stato d'Italia? la santità dello scopo? la nostra credenza nella -potenza- italiana? no: non ha mutato che la nostra credenza nella -volontà- italiana; bene; non avrebbe questa ad essere ragione di moltiplicare gli sforzi per farla nascere?...». E la volontà sua, dell'agitatore, del suscitatore, dell'apostolo, si tende, s'afforza, ricomincia ad operare, energicamente, magnificamente, «senza calcolo di tempo nè di riescita». Il proponimento di ricostituire l'associazione ideata nella fortezza di Savona sul cadere del 1830 e fondata l'anno appresso in Marsiglia, è ora partecipato, oltre che al Fabrizi e al Melegari, anche ad altri fidi, tra i quali Giuseppe Lamberti. Non volendo iniziare una cosa nuova, «ossia una -forma- nuova», l'esule diffonde da Londra l'-Istruzione generale- concepita come quella di dieci anni innanzi, tranne un accenno alla Giovine Europa sorta nel frattempo a Berna. Come la prima volta, anche ora il sodalizio sarà composto di -Congreghe- da istituire nei varii paesi, dalle quali dipenderanno gli Ordinatori incaricati di reclutare gl'iniziati. E negli Stati Uniti e nell'America meridionale le sezioni sono facilmente formate; non così in Francia, dove, per esser convenuti la maggior parte dei proscritti e degli emigrati del 1821, del '31 e del '33, se si trovano molti fedeli discepoli del Mazzini, vi sono anche parecchi di coloro che sentono diversamente da lui, i liberali moderati sul tipo del Mamiani e di Pier Silvestro Leopardi, i fautori del progresso «omiopatico». II. Prima che la sezione parigina avesse vita, fin dal 15 maggio del precedente anno 1840, il Lamberti aveva cominciato a tenere il registro della corrispondenza epistolare, notandovi, riassumendovi e in buona parte trascrivendovi tutte le lettere ricevute e spedite Di questo libro pochi avevano notizia, pochissimi avevano visto l'autografo ed una copia infedele. L'originale, portato in Italia dal Lamberti al suo ritorno in patria, nel 1848, fu probabilmente da lui donato, insieme con gran parte delle lettere del Mazzini, all'amica del Maestro, Giuditta Sidoli; certo è che pervenne agli eredi di lei e che da costoro l'acquistò il Re Umberto, il quale volle che fosse custodito nella sua privata libreria di Torino. Sua Maestà Vittorio Emanuele III, quando la Commissione mazziniana deliberò di pubblicare il prezioso manoscritto, concesse che fosse portato a Roma e dispose che potesse essere consultato con la maggiore agevolezza. Ora se ne è pubblicato il primo volume, che comprende il registro del carteggio di due anni e mezzo, dal 15 maggio 1840 al 26 dicembre 1842. Se le lettere del Mazzini erano già note, per essere state integralmente raccolte nei volumi dell'-Epistolario- -- due sole riescono nuove e mancano negli autografi della raccolta Nathan -- le risposte del Lamberti le completano e illuminano. E i sunti delle centinaia di lettere degli altri ed agli altri -- Domenico Barberis, il condannato alla forca insieme col Mazzini e il Berghini; Federico Campanella, l'attivissimo ordinatore della Congrega di Marsiglia; Carlo Bianco, capo di quella centrale del Belgio; Angelo Furci, altro operoso ordinatore; Lorenzo Lesti, esule del '31; Giacomo Ciani, l'editore che diffondeva da Lugano gli scritti dei patriotti; Felice Foresti, il liberato dallo Spielberg; Edmo Francia, attivissimo corrispondente livornese che comunicava al Lamberti le poesie inedite del Giusti più volte pubblicate nel giornale della Società; Gaetano Moreali, arrestato nel '21 per aver diffuso un proclama in latino ai soldati ungheresi invitandoli a non combattere contro un popolo che difendeva la propria libertà, condannato poi a 10 anni di galera dal Tribunale statario di Rubiera e morto tisico in carcere; Giuseppe Zacheroni, segretario dell'Assemblea dei Notabili a Bologna nel '31; Pietro Fontana Rava, condannato nel '21 a vent'anni di ferri, collaboratore del Mazzini nella ricostituzione della -Giovine Italia- a Lione; Natale Danesi, ordinatore dell'Associazione nell'Algeria; Giuseppe Pieri, il futuro complice di Felice Orsini; Lorenzo Ranco, collaboratore all'-Italiano-; Giambattista Cuneo, esule in America, fedelissimo ai principii mazziniani; Gaetano Fedriani, cospiratore in Genova con Garibaldi nel '34; Teodoro Dallari, compagno di prigionia del Fabrizi in Modena nel '31 -- i sunti di tante centinaia di lettere formano una vera miniera di preziose notizie. La vita di quei giorni fortunosi vi è risuscitata, con le sue ansie, le sue speranze, i suoi disinganni. A considerare il corso preso dagli avvenimenti, si scoprono gli errori della politica, le sviste dell'opinione pubblica. Una parte dei liberali d'Italia si ripromettevano salute da Massimiliano di Leuchtenberg, figlio del vicerè Eugenio di Beauharnais, particolarmente dopo il suo matrimonio con una Granduchessa russa: a Milano si formava una società appositamente per favorire le rivendicazioni di quel principe! Altri facevano ancora assegnamento sui Borboni d'Italia e finanche di Spagna. Guglielmo Pepe, come Adolfo Thiers, voleva creare Re costituzionale di tutta la Penisola il sovrano delle Due Sicilie; Giacomo Antonini aspettava una discesa spagnuola sulle coste sicule o napolitane e credeva nell'azione liberale del principe Leopoldo. Ma gl'-Indipendenti- di Sicilia chiedevano che la loro isola formasse un regno a parte, e quindi il Mazzini ricusava loro la cooperazione della -Giovine Italia- per il movimento che essi preparavano a Palermo due anni dopo quello scoppiato in Aquila.... Le sorti della Polonia stavano anch'esse a cuore ai patriotti, e di esuli polacchi -- il Gordaszewski, che aveva preso parte alla spedizione di Savoia; il Dybowski, ingaggiatosi nella colonna polacca che doveva concorrere alla seconda spedizione, e divenuto intimo del Mazzini; il famoso profeta Towianski, per il quale i suoi connazionali erano «impazziti» -- di questi e di altri esuli il -Protocollo- dà notizie e lettere. Ma le pagine dove sono riferiti i propositi, i consigli, le intenzioni, le mosse dei cospiratori italiani, dove sono trascritti e le cifre dei loro magri bilanci, degli oboli raggranellati per la gran causa o ricavati dalla vendita dell'-Apostolato popolare- -- il giornale dell'Associazione che costava 5 soldi per chi poteva spendere, ma che si dava per 3 agli operai -- non si possono leggere senza commozione. Il Mazzini non si contentava questa volta di avere con sè gl'intellettuali: voleva anche acquistar proseliti nel popolo, scendendo in mezzo ad esso. «È cosa che non abbiamo mai fatta e che faremo» -- e che fece --; e Giuseppe Lamberti, diligentissimo interprete del Maestro, gli scriveva da Parigi per dolersi che gli operai italiani fossero «mescolati nel Comunismo», che non avessero confidenza negli emigrati «aristocratici», che andassero da loro soltanto quando ne avevano bisogno: per guadagnarli alla causa nazionale, scriveva, «bisognerebbe esser a contatto con loro nelle lor fucine». Fin da allora c'era chi, movendo dal santo precetto che gli uomini debbono considerarsi ed amarsi come fratelli, presumeva che la patria dovesse posporsi al genere umano; ma al Mazzini, apostolo delle nazionalità, il Lamberti riferiva d'aver predicato: «Bisogna che siamo Italiani prima d'essere Umanitarii». Non era possibile conseguire l'Unità, il grande scopo, il supremo dei beni, senza l'unione, e grave al cuore del Mazzini, increscioso sopra ogni altra cosa, riusciva il dissidio prodottosi sin dall'inizio, quando uno dei primissimi confidenti ai quali egli aveva partecipato il proposito di risuscitare la -Giovine Italia-, lo stesso Nicola Fabrizi gli si era opposto fino allo scisma. Per l'esule modenese, l'antica associazione aveva compiuto il proprio ufficio ed era quindi vano e pericoloso tentare di richiamarla in vita. Essa aveva bensì contribuito a formar l'animo dei cittadini, ma occorreva ora armarne il braccio; 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000