La sua mano s'illuminò nel gesto, s'indorò fino al polso; e i raggi
passarono fra le sue dita come crini docili.
-- Veniamo tutti -- io risposi.
Don Ottavio chiese licenza e si ritrasse (il suo aspetto tra noi era
quel d'un intruso); ma il principe mise il suo braccio sotto il braccio
di Anatolia, come già Antonello aveva fatto nella scalea, e disse:
-- Io vi accompagnerò fin giù nell'atrio.
Passando per la vastissima sala di udienza, ridotta a una vuota
anticamera, notai una vecchia portantina ch'era fornita delle due
stanghe: quasi avesse allora allora deposta la dama o fosse in assetto
per riceverla.
-- Chi va in portantina? -- domandai, soffermandomi.
-- Nessuno di noi -- rispose Anatolia, dopo un attimo di esitazione,
mentre su tutti i volti passava l'ombra di un turbamento.
-- È del tempo di Carlo III -- disse il principe, dissimulando col sorriso
il suo pensiero triste. -- Appartenne alla duchessa di Cublana Donna
Raimondetta Montaga, che fu la più bella dama della Corte e fu celebrata
come la più grande bellezza del Regno.
-- È di stile eccellente -- io riconobbi, accostandomi, attratto da quella
vecchia cosa che non anche pareva ben morta, a cui la memoria di Donna
Raimondetta conferiva anzi un pregio e una grazia singolari e quasi una
reviviscenza fittizia sotto il mio sguardo. -- È una squisita opera
d'arte, e conservata a meraviglia.
Ma io sentii che un'inquietudine strana occupava i miei ospiti intorno a
me, e che la causa di quel malessere partiva dall'oggetto presente. E
tanto più forte allora, per virtù del mistero, sentii vivere nel legno
prezioso la vita delle mie imaginazioni.
-- L'anima di Donna Raimondetta abita qui dentro, forse -- io dissi con
un'aria leggera, non potendo resistere alla voglia di aprire lo
sportello. -- Non potrebbe avere un ricettacolo più elegante. Vediamo.
Come apersi, un odore sottile mi venne alle narici; e per meglio
aspirarlo avanzai il capo nell'interno.
-- Che profumo! -- esclamai, deliziato da quella sensazione impreveduta. --
È il profumo della duchessa di Cublana?
E per qualche attimo tenni il mio spirito sospeso nella molle atmosfera
creata dal fascino della dama antica, imaginando una piccola bocca
rotonda come una fragola, un'alta capellatura carica di cipria e una
veste di broccatello gonfiata dal guardinfante.
La portantina odorava come un cofano di nozze, dentro tappezzata d'un
velluto verde come la foglia del salice e ornata d'uno specchietto ovale
per ciascun fianco, fuori tutta quanta dorata e dipinta con gusto
sopraffine, arricchita di delicatissimi intagli nelle cornici e nelle
commessure, resa più armonica e più dolce alla vista dal suo velo
secolare: amabile opera d'una fantasia leggiadra e d'una mano sapiente.
-- O forse siete voi, Donna Violante, -- soggiunsi -- che avete vuotato su
questo velluto così tenero una delle vostre fiale, per omaggio all'ava
famosa?
-- No, non io -- fece ella, quasi con indifferenza, come rioccupata dal
tedio consueto, come ridivenuta estranea.
-- Andiamo, dunque -- sollecitò Anatolia traendo il padre ch'ella teneva
ancóra al suo braccio. -- In questa sala c'è sempre un gran freddo.
-- Andiamo -- ripetè Antonello rabbrividendo.
Si udiva già dal più alto gradino il romore dell'acqua, roco prima poi
sempre più chiaro e più forte.
-- La fontana è riaperta? -- fece il principe.
-- L'abbiamo riaperta dianzi -- disse Anatolia -- in onore dell'ospite.
-- Hai notato, Claudio, nel cortile il gioco degli echi? -- mi chiese Don
Luzio. -- È straordinario.
-- Veramente straordinario -- io risposi. -- È un effetto di sonorità
prodigioso. Pare l'artificio di un musico. Credo che un armonista
attento troverebbe qui il segreto di accordi e di dissonanze
sconosciuti. Ecco una scuola incomparabile per un orecchio delicato. Non
è vero, donna Violante? Voi siete per la fontana, contro Antonello.
-- Sì -- ella disse con semplicità -- io amo e comprendo l'acqua.
-- -Laudato si, mi Signore, per sor acqua-.... Vi ricordate, Donna
Massimilla, del Cantico di San Francesco?
-- Certo -- rispose con un sorriso tenue la fidanzata di Gesù, arrossendo.
-- Io sono una clarissa.
Il padre l'accarezzò malinconicamente con lo sguardo.
-- Suor Acqua! -- la chiamò Anatolia, sfiorandole con le dita la benda
liscia dei capelli che le scendeva su la tempia. -- Prendi questo nome.
-- Sarebbe superbia -- fece la clarissa, con una umiltà ridente.
Ella mi rimise nella memoria, con una leggera variante, la sentenza
della Beata: -Symphonialis est aqua-.
Eravamo tutti là, presso la fontana sonora. Ogni bocca dava le sue note
con una canna di vetro simile a una tibia ricurva. La conca di sotto era
già colma e i quattro cavalli marini vi stavano sommersi fino al ventre.
-- Il disegno è dell'Algardi bolognese, -- disse il principe --
dell'architetto d'Innocenzo X, ma le sculture furono eseguite dal
napoletano Domenico Guidi, da quello stesso che eseguì in gran parte
l'alto rilievo d'Attila a San Pietro.
Come Violante erasi di nuovo appressata al margine della conca, io
guardavo la sua imagine riflessa nella sfera liquida ove un tremolio
continuo scomponeva i lineamenti fra le zampe dei cavalli.
-- Un episodio tragico è legato a questa fontana, -- soggiunse il principe
-- un episodio che fu poi il motivo di qualche credenza superstiziosa.
Non lo conosci?
-- Non lo conosco -- risposi. -- Ma raccontatemelo, se non vi dispiace.
E guardai Antonello, ripensando l'anima perduta che lo tormentava e lo
spaventava di notte. Anch'egli ora teneva gli occhi intenti all'imagine
di Violante tremula in fondo all'acqua.
-- Qui, in questo bacino, morì annegata Pantea Montaga, -- cominciò Don
Luzio -- al tempo del vicerè Pietro d'Aragona....
Ma s'interruppe.
-- Ti racconterò un'altra volta.
Compresi ch'egli aveva ritegno a risuscitare quella memoria in presenza
delle figlie; e non volli insistere.
Ma, poco dopo, nell'atrio esterno, passeggiando solo al mio braccio con
lentezza, egli riprese il racconto; mentre d'intorno il sole splendeva
su l'ordine dei balaustri donde le alte statue bianche delle Stagioni
contemplavano la valle fulva del Saurgo.
Era un dramma di passione e di morte, intimo e segreto, ben degno della
virtuosa chiostra lapidea che ne aveva compressa e poi esaltata la
violenza in rapida vicenda. Mi significava il potere esercitato dal
genio dei luoghi su l'anima affine, per cui in questa ogni verace
sentimento doveva concentrarsi fino all'estrema intensità comportabile
dalla natura umana per esprimer quindi tutta la sua forza in un atto
definitivo e di conseguenza certa.
Ascoltando l'imperfetto racconto del principe, io ricomponevo
interiormente l'ora di vita essenziale che aveva prodotto la morte di
Pantea; e il delitto notturno assumeva ai miei occhi una bellezza
indicatrice di cose profonde.
Profonda, in vero, doveva essere la volontà di quell'Umbelino che,
acceso d'implacabile amore verso la sorella inconsapevole ma deliberato
a rimaner nella sua colpa solo, meditò di ucciderla per dividere
dall'anima quella carne che l'aveva infiammato di desiderio così
terribilmente e per poter solo quella contaminare di tutte le carezze.
“Egli dovette trarre dal suo segreto meravigliosi brividi„ io pensava,
considerandone il volto magro e olivastro che mi fingeva la mia
imaginazione. Poichè un ignoto sortilegio gli aveva infuso nel sangue il
fuoco impuro, egli non riconobbe per oggetto della sua concupiscenza se
non il corporale involucro che racchiudeva l'anima inviolabile; e seppe
quindi con la forza del suo pensiero distintamente separar l'uno
dall'altra e contenere in sè a un tempo i due amori: il profano e il
sacro. Qual doveva essere il brivido del suo orrore quando, negli attimi
in cui più forte lo divorava la febbre alimentata dagli effluvii del
corpo presente, udiva la cara anima della sorella esalar parole soavi da
quelle stesse labbra che in sogno egli copriva di lussuriosi baci! In
quali vortici spaventevoli la sua vita interiore doveva turbinare senza
mai tregua, moltiplicata dalla solitudine e addensata dalla
constrizione! Alfine, poiché sentiva aggravarsi il giogo della fatalità
che gli rendeva necessario il delitto, egli meditò di vuotare la
bellezza funesta di Pantea, risolse di ridurla a spoglia insensibile per
mezzo della morte. Quanti segni di pietà e di dolore egli prodigò in
silenzio alla cara anima che doveva involarsi innocente per lasciargli
nelle braccia la salma agognata! Egli, certo, le diceva cose ineffabili
allorché l'accompagnava alla cappella per la preghiera mattutina. -- O
Pantea, nulla in terra è più dolce della tua preghiera: la rugiada è
meno dolce -- le diceva perché ella più lungamente e più fervidamente
pregasse. Perché ella si apparecchiasse a trapassare, le diceva: -- O
Pantea, come sei beata! Il luogo della tua anima è il grembo di Nostro
Signore Gesù Cristo. -- Ma in silenzio le diceva cose ineffabili, ch'ella
non poteva intendere. E in una sera d'estate, piena di prestigi fatali,
scoccò l'ora della morte. Tutto era inverisimile e favorevole come in un
sogno. Entrambi stavano presso la fontana eloquente e rinfrescavano le
loro mani nell'umida ombra, taciturni. Una febbre d'inferno ardeva nei
polsi di Umbelino mentre egli teneva gli occhi fissi alla imagine di
Pantea rispecchiata dall'acqua sotto il chiarore delle stelle. Come in
un sogno le sue mani, con la stessa facilità con cui avrebber vinto lo
stelo di un giglio, quasi magicamente, piegarono la persona di Pantea
verso l'imagine profonda finché l'una si confuse nell'altra e la fontana
tenne un candido cadavere...
Il principe Luzio prese commiato da me dicendomi:
-- Io spero che da oggi tu voglia aver questa casa per la tua casa. E
sempre, quando tu verrai, sarai il benvenuto, mio caro figliuolo. Non ti
far troppo desiderare, dunque.
Mi dava tanta tristezza quel suo rientrar solo nel palazzo desolato, che
io l'accompagnai per un tratto parlandogli affettuosamente. Ci
soffermammo innanzi alla fontana; ed egli fece un gesto vago verso la
conca, ond'io vidi nella limpidità glaciale la funesta bellezza di
Pantea e le bianche mani concave a fior d'acqua come due petali di
magnolia e la molle capellatura fluttuante sotto le zampe dei cavalli.
-- Una favola corse negli anni che seguirono -- disse il principe
sorridendo. -- Nelle notti degli interlunii l'anima di Pantea cantava in
cima allo zampillo e quella di Umbelino si disperava dentro le gole
delle bestie di pietra, fino all'aurora.
L'ansia della primavera ci saliva alla faccia, stando noi inclinati su i
balaustri verso il giardino in pendio. Ci avvolgeva una specie di aura
vibrante con la celerità di un polso febrile; e la sensazione era così
continuamente grave che intorpidiva i nervi. Le pupille si fissavano e
le palpebre si abbassavano, come in un principio di sopore. Io sentivo
la mia anima carica come una nube.
Disse Anatolia sul nostro silenzio concorde:
-- Passa la Felicità.
Ella rivelava, con quella inattesa parola, a noi medesimi il segreto
dell'angoscia che era entro di noi; ed esprimeva l'essenza dell'infinita
malinconia diffusa per la terra in punto di rinnovellare.
-- Passa la Felicità!
“Quali mani potrebbero arrestarla?„ io mi domandai subitamente, in una
cieca agitazione del mio bisogno d'amore, in una insurrezione confusa
de' miei istinti più profondi.
Le tre sorelle, poggiati i gomiti su la sponda di pietra, tenevano le
mani in fuori nude, senza anelli, immerse nel sole come in un tepido
bagno aurino: Massimilla, con le dita insieme tessute; Anatolia, con
l'una palma presa nell'altra in croce per modo che i due pollici
soprastavano; Violante, premendo alcune mammole già languide tolte alla
sua cintura e lasciandole poi cadere nello spazio.
“Quali mani potrebbero arrestarla?„
Quelle di Anatolia apparivano le più forti e le più sensitive. Si
disegnavano fermamente sotto la pelle i muscoli e i tendini che
invigorivano i pollici gemmati d'un'unghia rosea, distinta alla radice
dalla lunula quasi bianca, in guisa di un onice a due falde. -- Non mi
avevano esse già comunicato nel primo contatto un senso di forza
generosa e di bontà efficace? Non avevo io già creduto di sentire nel
cavo della palma un calore vivifico?
Ma quelle di Massimilla sembravano quasi increate, come le forme delle
apparizioni, tanto erano tenui; e tanto erano candide che il raggio
d'oro non riusciva a indorarle; e tanto note m'erano che io rivedevo
nella piena luce diurna la tenebra dell'absida umbra dove le avevo
vedute per la prima volta su la pala dell'altare, sole superstiti di
un'imagine riassorbita dal mistero e pur atte da sole ad incantare e ad
accarezzare anime. Or esse esprimevano con l'intreccio delle dita
tessute il vincolo della schiavitù volontaria. -- Eccomi a te, avvinta
d'un legame più forte di qualunque catena. Non aprirò le braccia se non
quando ti piacerà di sciogliermi. Io non posso e non voglio se non
adorare e obbedire, obbedire e adorare -- confessava per quei segni la
devota al suo ideal signore. E io imaginai le sue mani disciolte e dalle
palme loro generarsi lunghe zone di silenzio vivente, in quella guisa
che dalle palme degli angeli effigiati in alto e in basso delle ancóne
si partono le liste volubili dei cartigli recanti qualche versetto e
chiudono l'istoria entro il senso mistico delle parole scritte. “Così, o
Adorante, nei cerchi del tuo vivente silenzio d'amore potresti includere
il mio spirito meditabondo! E io sarei infedele alle solitudini della
terra: ai monti solenni, ai boschi musicali, ai fiumi pacifici, e pur ai
cieli stellati; poiché nessuno spettacolo della terra eleva il genio
dell'uomo quanto la presenza di una bella anima sottomessa. Questa dà
alle mura della stanza segreta una vastità illimitata, come la lampada
votiva aumenta la grandezza della notte nel tempio. Per ciò io ti vorrei
nella mia casa, o dolce schiava. Colui che medita circondato
d'un'adorazione silenziosa, sente la divinità del suo pensiero e crea
come un dio.„
Ma le mani sublimi di Violante, esprimendo dai teneri fiori la stilla
essenziale e lasciandoli cader pesti al suolo, compievano un atto che,
come simbolo, rispondeva perfettamente al carattere del mio stile: --
estraevano da una cosa fin l'ultimo sentore di vita, cioè le prendevano
tutto quel che essa poteva dare, lasciandola esausta. Tale non era uno
tra i più gravi offici della mia arte di vivere?
Violante dunque m'appariva come uno strumento divino e incomparabile
della mia arte. “La sua alleanza m'è necessaria per conoscere e per
esaurire le innumerevoli cose occultate nelle profondità dei sensi
umani, delle quali la sempiterna lussuria è unica rivelatrice. Chiude la
carne tangibile infiniti misteri che solo il contatto di un'altra carne
può rivelare a chi sia dotato dalla Natura per comprenderli e per
celebrarli religiosamente. E il corpo di costei non ha la santità e la
magnificenza di un tempio? Non promette la sua bellezza alla mia
sensualità le più alte iniziazioni?„
Così, come già nella prima salita, io attraevo in me le tre forme
integrali che offerivano a tutti i poteri del mio essere la gioia del
manifestarsi e dell'appagarsi totalmente in una compiuta armonia. L'una
-- nel mio sogno -- con la pura fronte raggiante di presagi vegliava sul
figlio del mio sangue e della mia anima; e l'altra, come la piráusta
nella fornace del metallurgo, viveva nell'intimo fuoco de' miei
pensieri; e l'altra mi richiamava al culto religioso del corpo e
conveniva meco in segrete cerimonie per insegnarmi a rivivere la vita
degli antichi iddii. Tutte sembravano nate a servire le mie volontà di
perfezione in terra. E il doverle disgiungere l'una dall'altra mi
offendeva come un disordine, mi irritava come un sopruso del pregiudizio
e del costume. “Perchè dunque non potrei condurle alla mia casa in un
medesimo giorno e ornare della triplice grazia la mia solitudine? Il mio
amore e la mia arte saprebbero creare intorno a ciascuna un diverso
incantamento e construire per ciascuna un trono e a ciascuna offerire lo
scettro d'un ideal regno popolato di finzioni in cui ella ritroverebbe
trasfigurata per aspetti molteplici la parte di sé non mortale. E,
poiché la brevità è il giustissimo attributo del sogno superbo e della
vita bella, il mio amore e la mia arte anche saprebbero comporre alle
beatrici (ma non a te, o Anatolia, lungamente destinata a vegliare!) una
morte armoniosa nell'ora opportuna....„
Piovevano senza tregua su le mani virginee questi miei pensieri accesi
come da un lene delirio in quella precoce caldezza del sole, quando
Violante lasciò cadere l'ultimo fiore premuto e si sporse verso le cime
dei lunghissimi tralci che dal ripiano sottoposto salivano fino ai
balaustri e vi si avvolgevano. Riuscì ella a spezzare un rametto e ne
esaminò le fibre interne per vedere se fossero già penetrate dalla linfa
primaverile.
-- Dormono ancóra -- ella disse.
Noi eravamo dunque chini su l'estremo sonno, già trasparente, di quelle
spoglie squallide in cui stava per compiersi uno tra i più grandi
miracoli terrestri, evocato da una parola.
-- Vedrete, fra qualche mese -- mi disse Anatolia. -- Tutto sarà coperto da
un manto verde, tutte le pergole saranno ombrose.
Non erano le madri dell'uva, ma erano certe viti pampinifere dagli
innumerevoli sermenti volubili che si distendevano su per la vasta
muraglia, come giù per le pergole delle scalee, a similitudine d'un
tessuto reticolare. Esse non avevano aspetto di vegetali, ma di
funicelle consunte, macerate dalla pioggia, disseccate dal sole, fragili
in vista come le tele dei ragni. E pure l'imminenza della metamorfosi le
rendeva mistiche come i maggiori tronchi delle foreste montane. Miriadi
di fronde vive stavano per irrompere dalle fibre di quel cordame inerte,
miracolosamente.
-- In autunno -- mi disse Violante -- tutto si fa rosso, d'un rosso
splendidissimo; e in certi giorni d'ottobre, al sole, le muraglie e le
scalee sembrano parate di porpora. In quel tempo, veramente, il giardino
ha la sua ora di bellezza. Se voi sarete qui, vedrete....
-- Non sarà qui -- interruppe Antonello, scotendo il capo.
-- Perché tu ripeti sempre questo? -- io gli chiesi, quasi per un
rimprovero dolce. -- Che sai?
-- Nessuno sa mai nulla -- mormorò Oddo, con la sua voce sorda che io non
distinsi dalla voce fraterna se non pel moto delle labbra. -- Chi può
dire quel che accadrà di noi da oggi all'autunno? Soltanto Massimilla è
sicura: ha trovato il suo rifugio.
Forse una minima stilla di amarezza alterava le ultime parole.
-- Massimilla va a pregare per noi -- disse Anatolia gravemente.
La monacanda abbassò la testa verso le sue mani congiunte. E per un
intervallo noi tacemmo, sotto un'onda di cose indistinte ma pur tuttavia
imperiose.
La visione allucinante della porpora autunnale faceva impallidire ai
miei occhi quel limpido pomeriggio della prima primavera, mentre
discendevamo giù per le scalee, dove qualche ora innanzi le tre
principesse mi erano apparse come nell'inizio d'una favola uscenti con
un sorriso novello da una notte d'immemorabili affanni. Tanto già mi
sembrava lontana quell'ora mattutina quanto prossimo quell'autunno a cui
-- secondo un presentimento oscuro -- dovevano condurmi le vicissitudini
d'un fulmineo fato. E, se io imaginavo intorno ai nudi tralci il
fogliame purpureo, vedevo su i volti delle tre sorelle cadere un'ombra
di lutto cupa.
Un'altra volta il sentimento della morte appassionò ed inalzò la mia
anima per modo che tutte le apparenze vi si riflettevano con
trasfigurazioni di poesia. E nello splendore dell'aria primaverile
quelle creature frali mi sembrarono “maravigliosamente tristi„ come le
donne nel sogno della -Vita nuova-, che Massimilla m'aveva richiamato
alla memoria fra i mandorli succisi e gli antichi specchi. E mi sembrò
d'esser tutto compreso dall'ardente spirito che in quel libello infiamma
la pagina ove Dante giovine mostra com'egli sapesse agitar dal profondo
la sua anima ed esaltarla al sommo dell'ebrietà dolorosa imaginando
morta Beatrice e contemplandone la faccia a traverso il velo funerale.
“Sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la
gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia.... E paventando assai,
immaginai alcuno amico che mi venisse a dire: Or non sai? la tua
mirabile donna è partita di questo secolo.... Allora mi parea che il
cuore, ov'era tanto amore, mi dicesse: Vero è che morta giace la nostra
donna.... E fu sì forte la errante fantasia che mi mostrò questa donna
morta....„. Non mi veniva da una simile imaginazione l'émpito delle
ineffabili bellezze interiori?
Una nobiltà sovrana emanava da ogni atto delle vergini moriture e
irradiava le cose per mezzo a cui elle passavano. E forse mai più le
vidi in tanta luce e in tanta ombra.
Quando fummo a piè delle scalee, in un ripiano circondato dalle verdi
rovine d'un portico di bossi, Anatolia si soffermò chiedendomi:
-- Volete rivedere tutto il giardino? Potreste forse ritrovare qualche
memoria.
Quasi a dichiarar la sua signoria, Violante disse:
-- Giacchè voi amate la musica dell'acqua, io vi condurrò alla visita
delle mie sette fontane.
E Massimilla con la sua timida gentilezza:
-- In compenso dei mandorli, io vi mostrerò un biancospino fiorito questa
notte, laggiù.
Mi pareva che parlassero di loro intime cose e, come la vergine di
Fontebranda, intendessero: “Noi siamo uno giardino„.
Non potendo esprimere il mio sentimento, io dissi parole vane.
-- Conducetemi dunque -- io dissi. -- Certo ritroverò qualche memoria:
almeno delle mie prime letture, che furono racconti di fate....
-- Povere fate senza bacchetta! -- fece Oddo, prendendo la mano di
Anatolia con un gesto carezzevole.
E negli occhi di quelle sorridevano tutte le disperazioni.
Allora Violante ci condusse come per un laberinto.
Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti
antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta
disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche
forme trattate un tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a
ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche
interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella
di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei
morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a
quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una
trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco,
risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le
cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non
distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione.
E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.
Mi chiese Violante arrestandosi, quasi con l'aspetto e con l'accento con
cui mi aveva parlato alla finestra:
-- Udite?
-- Ora siamo nel vostro dominio -- io le dissi -- perché voi siete la
regina delle fontane....
S'udiva il canto roco dei getti venire a traverso un'alta siepe di
mirti, mentre noi eravamo in un piccolo prato cosparso di giunchiglie e
custodito da una statua di Pane interamente verde di musco. Una
deliziosa mollezza pareva salirmi per le vene dall'erba molle che i miei
piedi premevano; e ancora una volta l'improvvisa gioia della vita mi
dilatò il respiro. A un tratto, la presenza dei due fratelli m'increbbe
e la misericordia per loro mi divenne grave. “Ah come io saprei turbare
nel profondo le vostre anime chiuse!„ pensai guardando le tre
prigioniere. “Come saprei esasperare fino all'angoscia le inquietudini
che sono in voi!„ E imaginai la voluttà di gustare quelle anime nuove,
piene di un succo essenziale, rarissimi frutti maturati con lentezza nel
Giardino del conoscimento di sé e intatti ancóra per offerirsi alla mia
brama. E più grande era il rammarico perché sapevo di non poter
ricomporre in séguito quel singolare incanto che non si forma se non
dalla novità delle prime comunicazioni tra gli esseri chiamati a
congiungere i loro destini: singolare incanto e breve, misto di
meraviglia e di attesa e di presentimento e di speranza e di mille cose
non definibili, partecipi della natura de' sogni, vane eppur insórte dai
più sacri abissi della vita.
Tutto si faceva ricco e soave nella trasparenza dell'ambra aerea; e da
per tutto fiorivano idee di bellezza che chiedevano d'esser raccolte; e
le più nobili fiorivano ai piedi delle principesse desolate, ove io
imaginai me medesimo chino a raccoglierle. E imaginai la voluttà di
accarezzare e d'irritare quelle anime vagando in quel segreto claustro
su cui i fantasmi delle antiche Stagioni parevano tessere un velo di
poesia figurandovi per entro, con fili appena visibili, volti strani di
creature sconosciute ridenti e piangenti nelle vicende della gioia e del
dolore.
Non cantava in ognuna di quelle fontane una Pantea, candida vittima di
una passione scellerata e sublime? Certo un sentimento straordinario mi
penetrò quando Violante mi condusse oltre i mirti, nella lunga zona
compresa tra la siepe degli arbusti e il muro orientale. Quivi regnava
quello spirito misterioso che occupa i luoghi remoti ov'è fama che un
tempo convenissero a colloquio amanti celebrati per lo splendore tragico
dei loro destini. Le statue, le colonne, i tronchi avevano l'aspetto
delle cose che furono testimonie e complici d'una grande ebrezza umana e
ne perpetuarono la memoria per gli anni. Le profonde ingiurie del Tempo
edace e dei Segni inclementi conferivano alle forme della pietra quelle
espressioni e quasi direi quella eloquenza che sole hanno le ruine.
Ardui pensieri ne sorgevano, espressi dalle linee interrotte.
E imaginai la voluttà di confessar quivi il mio sogno magnifico alle tre
beatrici che sole potevano trasformarlo in armonia vivente; imaginai la
voluttà di parlare d'amore in quel medesimo luogo ove adunavasi tanta
virtù di simboli per esaltar le anime oltre le consuete angustie umane e
dilatarle in un supremo cielo di bellezza.
Andavamo pianamente, a quando a quando soffermandoci, proferendo parole
che dissimulavano l'inquietudine da cui eravamo agitati; e Oddo e
Antonello si mostravano stanchi, rimanevano indietro di qualche passo,
taciturni. E io credevo di avere dietro di me le ombre della malattia e
della morte.
Il mio fervore era caduto. Io sentivo quanto fosse crudo il contrasto
fra le mie animazioni impetuose e quelle necessità miserevoli che
rimanevano immutabili al mio fianco, intorno a me, ovunque nel grande
claustro pieno di cose obliate o estinte. Io sentivo che ciascuna di
quelle creature già tante volte in un'ora illuminate dal mio intelletto
e trasfigurate dal mio desiderio, conservava intatto il suo segreto e
che il linguaggio delle sue apparenze non poteva rivelarmelo.
Guardandole, io le vidi l'una dall'altra discoste, l'una dall'altra
estranee, ciascuna con un pensiero ignoto tra ciglio e ciglio, ciascuna
con un sentimento ignoto nell'intimo cuore. -- Io ero per allontanarmi,
ero per ritornare nella mia solitudine: la nostra giornata era presso
alla fine. -- Quali cose nuove quella prima comunicazione aveva indótto
nelle loro anime attediate dalla lunga consuetudine d'una tristezza non
più illusa forse neppur da un'ultima speranza nell'evento impreveduto?
In quali aspetti ero io apparso a ciascuna? Il loro bisogno di amore e
di felicità s'era proteso verso di me con un impeto irrefrenabile, o una
incredulità sfiduciata come quella dei due fratelli le diffidava?
Esse camminavano al mio fianco pensose; e, pur quando parlavano,
sembravano così profondamente assorte che più d'una volta io fui sul
punto di chiedere: -- A che pensate? -- E nasceva in me quasi una volontà
di violenza e di estorsione, d'avanti a quel segreto ch'esse
stringevano; e mi salivano alle labbra quelle parole temerarie che
possono d'improvviso aprire un cuor chiuso e sorprenderne la pena più
nascosta o sforzarlo a confessarsi. Ma nel tempo medesimo una tenerezza
pietosa mi piegava verso di loro quasi a chieder perdono d'un male
ch'esse patissero da me in quel punto e d'un più aspro male che da me in
futuro dovessero patire. La necessità della scelta mi si presentava come
una prova crudele, cagione di dolori e di sacrifizii inevitabili. -- Non
sentivo io un'ansia veemente riempire le pause del nostro dialogo
inutile?
-- Oh quando verrà l'estate! -- sospirava Violante, alzando gli occhi
verso i larghi ombrelli dei pini. -- D'estate, io passo qui tutte le ore
del giorno, sola, con le mie fontane. Ed è il tempo delle tuberose!
Pini giganteschi, dai fusti diritti e rotondi come le antenne delle
galere, ordinati a distanze eguali, sorgevano lungo il muro del claustro
e lo proteggevano con le loro cupole opache. Tra fusto e fusto, come in
un intercolonnio, s'incavavano nel muro le nicchie abitate dalle statue
ignude o avvolte nei pepli in attitudini calme, recanti le visioni del
Passato nella loro cecità divina. A distanze eguali, le sette fontane
sporgevano in forma di tempietti: composta ciascuna d'un'ampia tazza in
cui si miravano deità sedenti su i margini e poggiate all'urna
dell'acqua, nello spazio compreso fra due coppie di colonne che
sorreggevano un frontone ov'era scolpito un distico. L'alta siepe dei
mirti levavasi di contro tutta verde, non interrotta se non dalle
bianche erme cogitabonde. E il terreno umido era quasi interamente
coperto dai muschi come da un feltro, che rendeva silenzioso il nostro
passaggio aumentando la dolcezza del mistero.
-- Riuscite a leggere quei versi? -- fece Violante, vedendomi intento a
scoprire le lettere incise nella pietra, cancellate quà e là dalle
gromme e dalle fenditure. -- Io sapevo una volta quel che dicevano.
Dicevano: “Affrettatevi, affrettatevi! Intrecciate in ghirlande le rose
belle per cingerne le ore che passano.„
PRAECIPITATE MORAS, VOLVCRES CINGATIS VT HORAS
NECTITE FORMOSAS, MOLLIA SERTA, ROSAS.
Era, addolcito di rime, l'antico ammonimento che nei secoli aveva
incitato gli uomini ai piaceri della vita breve, aveva infiammato i baci
su le bocche degli amanti e moltiplicato su le mense le coppe del vino.
Era l'antica melodia voluttuosa, modulata su la nova siringa che un
monaco industre aveva composta in forma dell'ala d'una colomba con le
canne ineguali recise nell'orto abbandonato di Pane ma conteste insieme
con la cera dei torchietti votivi e con il lino d'una tovaglia d'altare
logora.
“La fontana brilla e risuona; e ti dice nel suo splendore: Godi!, e nel
suo murmure ti dice: Ama!„
FONS LVCET, PLAVDE, ELOQUITVR FONS LVMINE: GAVDE.
FONS SONAT, ADCLAMA, MVRMVRE DICIT: AMA.
Un ambiguo incantesimo diffondevano nel mio spirito gli echi della rima
leonina a cui le acque facevano la glosa interminabile. Io sentivo in
quelli echi l'accento velato della malinconia che dona al piacere
un'indefinita grazia e turbandolo pur lo rende più profondo. Non meno
eran molli e tristi quivi le giovinezze divine che distendevano sui
margini le nude membra ondulate a similitudine dello specchio in cui si
miravano da sì lungo tempo: -- Salmaci forse, agognanti alla perfezione
d'un congiungimento ancora ignoto agli uomini e agli iddii? o Bibli
forse, intente a comprimere nel virgineo petto il fuoco del desiderio
incestuoso? o Aretuse pieganti come salci leni sotto la violenza d'un
amor protervo repulso in vano? “Piangete qui, o amanti che venite a
dissetarvi! Troppo è dolce quest'acqua. Tempratela col sale delle vostre
lacrime.„
FLETE HIC POTANTES, NIMIS EST AQVA DVLCIS, AMANTES.
SALSVS, VT APTA VEHAM, TEMPERET HVMOR EAM.
Così la dolce fontana, invidiando il sapore del pianto, indicava ai
gaudiosi l'arte sottile di gustar qualche amarezza nella piena felicità.
“Convien mescere alle rose qualche roseo fiore dell'atro elleboro, quasi
indistinto nella ghirlanda, affinchè la fronte redimita a quando a
quando s'inclini.„ Pareva che di grado in grado, per quella lunga via di
amore, la voluttà divenisse più raccolta, più sapiente e più
appassionata. I liquidi specchi invitavano gli amanti a reclinar le
fronti gravi di sogno e a contemplare le proprie imagini affinchè,
giunti infine a non vedere in quelle se non le sembianze d'ignoti esseri
insorte alla luce da un mondo inaccessibile, potessero meglio sentire
quel ch'eravi d'indicibilmente estraneo e lontano nelle vite loro.
“Inclinatevi a specchiarvi affinché i vostri baci sieno addoppiati
dall'imagine.„
OSCVLA IVCVNDA VT DVPLICENTVR IMAGINE IN VNDA
VVLTVS HIC VERO CERNITE FONTE MERO.
In quel semplice atto non era il segno rivelatore d'una cosa recondita?
I due amanti chini a riguardar la loro carezza rispecchiata
significavano inconsapevolmente la potenza mistica della voluttà; che è
quella di espellere per qualche attimo l'uomo sconosciuto che noi
portiamo in noi medesimi e di farcelo sentire lontano ed estraneo come
un fantasma. -- Non forse nell'oscurità di un tal sentimento si accresce
il delirio e si produce il terrore dei lussuriosi che negli specchi
delle alcove profonde mirano le loro mutue carezze ripetute da figure
che sono a lor somiglianza e che pur sembrano indefinitamente dissimili
e remote in un silenzio soprannaturale? Avendo una confusa coscienza
della straordinaria alienazione che avviene in loro, credono essi
trovarne un simbolo illuminante in quelle imagini esterne e
dall'analogia sono indótti a non più considerarle come parvenze visuali
ma come forme di vita inesplicabili e infine come aspetti di morte vera
quando i corpi esausti divengono immobili sul lenzuolo bianco e il
sudore si agghiaccia nelle reni e le pupille si contraggono sotto il
peso delle palpebre....
Tal visione mi creavano le rime dell'ultima fontana canora su cui
inclinavasi il volto di Violante, scendendo l'ombra dei pini lenta come
un velario ceruleo. “Qui la Voluttà e la Morte si mirarono congiunte; e
i loro due volti facevano un volto solo.„
SPECTARVNT NVPTAS HIC SE MORS ATQVE VOLVPTAS.
VNVS [FAMA FERAT], QVVM DVO, VVLTVS ERAT.
Come il sole si velò al passaggio d'una nuvola bianca e molle, l'aria
parve addolcirsi ancora più, parve assumere quasi il sapore d'un latte
diafano in cui fosse distemperato un aroma. E io portavo nell'orecchio
la cadenza delle rime latine mentre andavamo a traverso pratelli
recinti, gialleggianti di giunchiglie, ov'era facile imaginare gli
episodii d'una festa pastorale all'ombra di padiglioni inghirlandati.
Sul piedestallo di una ninfa priva d'ambo le braccia era scolpita
l'impresa degli Arcadi: la siringa di sette canne entro un serto
d'alloro.
-- Non eravate voi qui stamane? -- dissi a Violante, riconoscendo nella
vicinanza l'arco di bosso ove prima ella m'era apparsa.
Ella sorrise; e mi sembrò che le sue gote si colorassero in sommo come
per un bagliore fuggevole. Poche ore erano trascorse; e io mi stupii
d'avere smarrita la nozione esatta del tempo. Quel breve intervallo
m'appariva tutto pieno di avvenimenti confusi che gli davano nella mia
coscienza una durata illusoria, senza limite certo. Non potevo ancora
misurare la gravità della vita che avevo vissuta in quel claustro dal
punto in cui il mio piede s'era posato su la soglia; ma sentivo che una
cosa oscura, di conseguenze incalcolabili, già stava per risolversi in
me, fuor d'ogni mio volere; e pensavo che il mio presentimento mattutino
su la via solitaria non era stato fallace.
-- Perchè non ci sediamo un poco? -- chiese Antonello, quasi
supplichevole. -- Non siete ancora stanchi?
-- Sediamoci -- assentì Anatolia, con la sua dolce condiscendenza
abituale. -- Anch'io sono un poco stanca. È forse l'effetto della
primavera.... Che odore di mammole!
-- Ma il vostro biancospino? -- esclamai volgendomi a Massimilla, per
mostrarle che non avevo dimenticata la sua offerta.
-- È ancora lontano -- ella rispose.
-- Dove?
-- Laggiù.
-- Massimilla ha i suoi nascondigli -- fece Anatolia ridendo. -- Quando si
nasconde, nessuno la ritrova.
-- Come l'ermellino -- io aggiunsi.
-- Poi -- ella continuò scherzevole -- di tanto in tanto fa un'allusione
misteriosa a qualche piccola meraviglia conosciuta da lei sola, ma con
prudenza, conservando sempre il segreto, senza conceder mai nulla alla
nostra curiosità. Voi oggi, pel biancospino, siete l'oggetto d'uno
speciale favore....
La monacanda teneva gli occhi bassi, ma il riso le brillava nei cigli
illuminandole tutta la faccia.
-- Un giorno -- continuò la buona sorella, che pareva contenta di
risvegliare quel raggio inconsueto -- un giorno vi racconterò la storia
del riccio e dei quattro ricciotti ciechi....
Massimilla ruppe allora in un ridere così giovenile e così limpido,
vestendosi d'una freschezza così impreveduta, che io ne fui attonito
come davanti a un prodigio di grazia.
-- Ah, non date ascolto a Anatolia! -- ella esclamò senza guardarmi. --
Vuol burlarsi di me.
-- La storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi! -- io dissi,
bevendo con delizia a quella vena d'ilarità repentina che attraversava
la nostra malinconia. -- Ma voi siete dunque un esemplare di perfezione
francescana. Bisogna aggiungere un fioretto ai -Fioretti-: “Come Suor
Acqua dimesticò il riccio salvatico e fecegli il nido acciocchè
moltiplicasse, secondo i comandamenti del nostro Creatore.„ Raccontate,
raccontate!
La clarissa rideva con la sua Anatolia, e quel tenue spirito di gioia si
comunicava anche a Violante e ai due fratelli; e per la prima volta, in
quel giorno, noi riconoscevamo la nostra giovinezza.
Chi potrà mai dire come sia dolce e strano il dischiudersi inaspettato
del riso nelle labbra e nelle pupille dei dolenti? Persisteva nella mia
anima il primo stupore, e sembrava che coprisse d'un velo tutto il
resto. L'agitazione insolita, che aveva scosso per qualche attimo il
petto gracile di Massimilla, si propagava entro di me a tutte le imagini
anteriori turbandone le linee o dissipandole. D'un tratto uno scroscio
argentino riempiva la bocca socchiusa della beatrice estatica nell'atto
di generar dalle immobili palme delle sue mani le spire del silenzio!
Nulla quanto il suono di quel riso poteva significarmi la profondità
inaccessibile del mistero che ciascuna delle tre vergini portava in sè
medesima. -- Non era quello il segno fortuito di una vita istintiva
dormente come un tesoro accumulato nelle radici stesse della sostanza
animale? E non chiudeva i germi d'innumerevoli energie quella vita opaca
e tenace su cui pur la coscienza di tanto dolore pesava senza
soffocarla? -- Come la scaturigine reca sul sasso arido l'indizio della
segreta umidità sotterranea, così il bel riso repentino pareva salire da
quel nucleo di gioia nativa che ogni più misera creatura conserva
nell'intimo della sua propria inconsapevolezza. E per ciò su la mia
commozione si chiarì un pensiero d'amore e d'orgoglio: “Io potrei fare
di te un essere di gioia.„
Allora i miei occhi si armarono di una curiosità nuova; e m'assalì quasi
una smania inquieta di riguardare, di considerare più attentamente le
tre persone, come se non le avessi bene vedute. E notai anche una volta
qual arduo enigma di linee sia ogni forma feminina e quanto sia
difficile -vedere- non pur le anime ma i corpi. Quelle mani in fatti,
alle cui dita lunghe avevo cinto i miei più sottili sogni come anelli
invisibili, quelle mani mi sembravano già diverse apparendomi come i
ricettacoli d'infinite forze innominate da cui potevano sorgere
meravigliose generazioni di cose nuove. E imaginai, per un'analogia
strana, l'ansia e l'orrore di quel giovine principe che, essendo stato
chiuso in un luogo oscurissimo con la necessità di eleggere il suo
destino fra gli inconoscibili destini recatigli da messaggiere
taciturne, passò tutta la notte palpando le mani fatali che si tendevano
verso di lui nella tenebra. Le mani nella tenebra: -- v'è forse una più
paurosa imagine del mistero?
Quelle delle tre principesse nubili posavano nella luce, nude; e
guardandole, io pensavo agli infiniti gesti increati ch'erano in loro e
alle miriadi di foglie nasciture che erano nel giardino.
Anatolia, accorgendosi del mio sguardo intento, sorrise.
-- Ma perché voi guardate con tanta assiduità le nostre mani? Siete un
chiromante, forse?
-- Sono un chiromante -- io risposi per gioco.
-- Leggete allora le nostre sorti.
-- Mostratemi la palma sinistra.
Ella mi mostrò la palma; e le sorelle imitarono il suo atto. E io mi
chinai fingendo di esplorare in ciascuna le linee della vita, della
congiunzione e della felicità. “Quali sorti?„ pensavo intanto, dinnanzi
a quelle tre belle mani tese come per ricevere o per offerire, mentre la
pausa nutriva le mie inquietudini con le mille cose inespresse e
inesplicate che si generavano in lei. “Forse anche nello stilo ferreo
del fato avvengono quei cangiamenti subitanei cui è soggetta la
declinazione degli aghi magnetici. Forse tutte le volontà che io porto
in me medesimo, oscure o lucide, esercitano già la loro virtù
commutatrice; e le sorti deviano tendendo verso un finale evento da cui
trarrò il mio bene. Ma anche può essere che io sia il gioco di
un'illusione generata dal mio orgoglio e dalla mia fede, e che il mio
stato presente non sia se non quel d'un prigioniero tra prigionieri....„
Grandissimo era il silenzio, nella pausa: tale che nel percepirlo io mi
sgomentai d'avanti all'immensità delle cose mute ch'esso abbracciava. Il
sole rimaneva ancor velato. D'improvviso Antonello trasalì volgendosi
rapido verso il palazzo, con l'atto di colui che oda un richiamo. Tutti
lo guardammo inquieti; ed egli ci guardò smarritamente. Le mani delle
sorelle si abbassarono.
-- Ebbene? -- mi domandò Anatolia, con l'ombra della preoccupazione nella
fronte. -- Che avete letto?
-- Ho letto -- risposi -- ma non posso rivelare.
-- Perchè? -- fece ella riacquistando il suo sorriso. -- Tanto è terribile
quel che sapete?
-- Non è terribile -- dissi -- anzi è lieto.
-- Veramente?
-- Veramente.
-- Per tutte o per una sola?
Esitai un istante. Non penetrava ella inconsciamente con quella domanda
la mia perplessità e non mi rammentava la scelta necessaria?
-- Non rispondete! -- ella soggiunse.
-- Per tutte -- io risposi.
-- Anche per me? -- chiese Massimilla, trasognata.
-- Anche per voi. Non prendete forse il velo per vostra elezione? E non
siete sicura di giungere infine alla beatitudine che ricompensa la
rinunzia totale?
Come io la fissai nelle pupille, ella si tinse d'un rossore che mi parve
quasi violento in quella pallidezza.
-- “Siate, siate quel fiore odorifero che dovete essere, e che gittiate
odore nel cospetto dolce di Dio!„ ha scritto per voi Santa Caterina.
-- Voi conoscete Santa Caterina! -- fece la clarissa, brillando di
meraviglia nel suo rossore.
-- È la mia santa prediletta -- io aggiunsi, lieto di vederla così
attonita, tentato dal piacere di turbare e di abbagliare quell'anima che
mi pareva ardente e malsicura. -- Io l'amo pel suo aspetto purpureo. Nel
Giardino del conoscimento di sé ella è come una rosa di fuoco.
La fidanzata di Gesù mi guardava, quasi incredula; ma il desiderio
d'interrogare e di ascoltare si dipingeva sul suo volto, e nella sua
fronte già un'ombra tenue indicava il solco dell'attenzione.
-- Il libro che io avevo meco stamani -- ella disse con un leggero tremito
nella voce, come s'ella mi rivelasse qualche intimità -- era un volume
delle sue Lettere.
-- Ho notato che da buona francescana voi mettete per segno nelle pagine
un filo d'erba. Ma quel libro richiede un altro segno. L'erba vi si
brucia come su l'orlo d'una fornace. L'essenza della terziaria è tutta
in quelle sue parole: “Fuoco e sangue unito per amore!„ Le avete in
mente?
-- O Massimilla -- interruppe Oddo ridendo -- tu puoi congedare il padre
spirituale. Ecco che hai trovato la vera guida pel Cammino della
perfezione!
Eravamo seduti su la sponda di un bacino disseccato, che era forse un
antico vivaio, quasi interamente riempito di terriccio e tenuto dalle
piante selvagge in mezzo a cui si nascondevano le mammole -- certo
numerose, a giudicarne dalla fragranza grande. Prossima in contro era la
parete di bosso decrepita che già, nel mio primo entrare, aveva spirato
verso di me quel medesimo effluvio dalle sue buche profonde. Scorgevasi,
per le radure e per l'arco, il viale deserto con le sue statue mutilate
e con le sue urne vedove.
-- È già stabilito il giorno per la vostra monacazione? -- domandai a
Massimilla.
-- Il giorno non è stabilito ancora -- ella rispose -- ma sarà quasi
certamente prima della Pasqua.
-- Presto, dunque. Troppo presto!
Antonello si levò in piedi, all'improvviso agitato da un'inquietudine
insostenibile. Tutti ci volgemmo a lui. Egli guardò Anatolia, con un
vago sbigottimento ne' suoi occhi pallidi. Poi si rimise a sedere. Un
malessere indefinito entrava in noi, come se Antonello ci comunicasse
qualche parte della sua ambascia.
-- Ieri, a quest'ora, eravamo nel campo dei mandorli -- disse Oddo, con
nella voce l'accento del rammarico verso un piacere fuggito.
Mi risonarono spontanee nella memoria le parole di Antonello: “Bisogna
condurle sotto i fiori.„
-- Bisogna che noi torniamo là tutti -- ruppi io vivacemente lacerando
quella strana atmosfera di timori e d'ansie che senza causa nota stava
per addensarsi su le nostre anime. -- Bisogna che noi godiamo di questa
primavera così dolce. Fra una settimana tutta la valle sarà fiorita. Io
mi propongo di percorrerla tutta: di salire al Corace, di rivedere
Scultro, Secli, Linturno.... Come sarei felice se potessi ottenere la
vostra compagnia! Non verreste volentieri? Spero che vorrete voi dare il
buon esempio, Donna Anatolia.
-- Certo -- ella rispose. -- Voi ci offrite quel che è nel nostro
desiderio.
-- E anche a voi, Donna Massimilla, sarà permesso il diporto. Come
sapete. San Francesco compose il Cantico del Sole nella cella di canne
che Santa Chiara gli aveva costruito dentro l'orto del monastero. I
boschi, i fiumi, le montagne, le colline, secondo l'antica Regola,
debbono essere i vostri fratelli e le vostre sorelle. Andare verso di
loro è compiere una visitazione votiva.... E poi, a Linturno, nella
città morta, la navata d'una chiesa è rimasta in piedi; e v'è una grande
madonna di mosaico, sola, nel cielo dell'absida.... Me ne ricordo
sempre. È indimenticabile. Te ne ricordi tu, Antonello?
Udendo pronunziare il suo nome, Antonello ebbe un sussulto.
-- Che dici? -- balbettò confuso.
E il suo povero volto contratto esprimeva una tal sofferenza che io
restai senza parola.
-- Sì, sì, andiamo, andiamo -- egli soggiunse, simulando di aver inteso; e
si levò di nuovo, in preda a un'agitazione manifesta, con l'aspetto di
un maniaco, smorto e malfermo. -- Andiamo via di qui! Anatolia,
álzati....
Egli parlava sommesso, come per tema d'essere udito da qualcuno nella
vicinanza, empiendoci di sgomento.
-- Alzati, Claudio. Andiamocene.
Anatolia corse a lui, gli prese le mani.
-- Eccola! Eccola che viene! -- balbettò egli, fuori di sè, volgendo verso
il viale i suoi occhi pallidi che parevano dilatati dall'allucinazione.
-- Eccola! Senti?
Perplesso e turbato a dentro, io da prima credetti ch'egli si
sbigottisse d'un fantasma prodotto dalla sua follia. Ma anche al mio
orecchio giunse un romore di passi che s'avvicinavano. E d'un tratto
compresi, vedendo apparir tra i bossi la portantina.
Rimanemmo là ammutoliti, immobili, trattenendo il respiro, al passaggio
dello strano convoglio. S'udiva distinto il lieve scricchiolio che
facevano nell'attrito le stanghe sorrette dai due servi, in un silenzio
gelido come quello che circonda le bare.
A traverso l'apertura dello sportello, sul fondo di velluto verdastro,
io vidi allora il volto della principessa demente: irriconoscibile,
contraffatto da un gonfiore esangue, simile a una maschera di neve, con
i capelli rialzati su la fronte in guisa d'un diadema. Gli occhi larghi
e neri splendevano su la bianchezza opaca della pelle, sotto l'arco
imperioso delle sopracciglia, mantenuti forse nel loro splendore
straordinario dalla visione continua d'un fasto inaudito. La carne del
mento s'increspava su i monili ond'era cinto il collo. E quella enormità
pallida e inerte mi risuscitò nell'imaginazione non so qual figura
sognata di vecchia imperatrice bisantina, al tempo d'un Niceforo o d'un
Basilio, pingue e ambigua come un eunuco, distesa in fondo alla sua
lettiga d'oro.
“Ecco, ci scopre, si ferma, discende, viene a noi„ io mi fingeva con
un'ansietà crescente, quasi aspettando la prova della realtà di ciò che
sembravami una forma inverisimile sul punto di dissolversi e di rientrar
nell'inesistenza come un sogno al risveglio. “Ecco, chiama qualcuno, si
mette a parlare, chiede chi io sia, m'interroga....„ Imaginai il suono
reale di quella voce, in quel silenzio: il dialogo tra quei figli devoti
a un sacrifizio inumano e quella madre trapassata per la follia in un
altro mondo ov'ella doveva attrarli inevitabilmente l'un dopo l'altro. E
dal mio orrore compresi il fremito profondo di repugnanza istintiva
ch'era stato per Antonello un avviso misterioso, non diverso da quello
ond'è assalito l'armento nel chiuso all'appressarsi della fiera che deve
divorarlo.
Ma ella passò senza accorgersi di noi, senza battere palpebra,
dileguando tra gli alti bossi. Due serventi vestite di grigio come le
beghine, taciturne e tristi, scolorate dal tedio e dalla stanchezza
seguivano la portantina da presso; e le loro braccia abbandonate lungo i
fianchi ondeggiavano ad ogni passo come i rosarii appesi alle loro
cinture, come cose morte.
Rivedevo il volto gonfio ed esangue della principessa Aldoina e la
lugubre fatica dei servi e le due grige larve seguaci e tutti gli
aspetti dello strano convoglio, mentre cavalcavo su la via di Rebursa
novamente solo. Qualche viva parte di me era rimasta nel grande
claustro, ma pur tuttavia sentivo nell'intimo la gioia d'esser novamente
solo.
Rivedevo i gesti del commiato presso il cancello e la meravigliosa
profondità ch'era negli occhi delle prigioniere e le lontananze quasi
mitiche del giardino vanenti dietro le belle persone. E, nel tempo
medesimo, tutti gli altri fantasmi dell'intensa vita da me vissuta in
quelle brevi ore si ammassavano nella mia anima come una ricchezza varia
e confusa, raccolta per esser disposta a ornamento della mia reggia
segreta.
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