L’Africana, per l’immensa paura, divenne audace; spinse la mano d’un
tratto, afferrò la tabacchiera; e, con un moto di fuga, si rivolse verso
le scale; discese seguita da Passacantando.
“O Die! O Die! Vide che so fatte pe’ te!...” balbettava, abbandonandosi
addosso all’uomo.
Ed ambedue si misero insieme, con le mani malferme, ad aprire la
tabacchiera, a cercare fra il tabacco, le monete d’oro. L’acuto aroma
saliva loro per le narici; ed ambedue, come sentivano l’eccitazione a
starnutire, furono invasi d’improvviso da un impeto d’ilarità. E,
soffocando il rumore delli sternuti barcollavano e si sospingevano. Al
gioco, la lussuria nella pinguedine dell’Africana insorgeva. Ella amava
d’essere amorosamente morsicata e bezzicata e sballottata e qua e là
percossa da Passacantando; fremeva tutta e tutta si ribrezzava nella sua
bestiale orridezza. Ma, a un punto, prima si udì un brontolio indistinto
e poi gridi rauchi proruppero su nella stanza. E il vecchio comparve in
cima alla scala, livido alla luce rossastra della lanterna, magro
scheletrito, con le gambe nude, con una camicia a brandelli. Guardava in
giù la coppia ladra; ed agitando le braccia gridava come un’anima
dannata:
“Li marenghe! Li marenghe! Li marenghe!”MUNGIÀ.
In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro, a Fontanella, a San
Rocco, perfino a Spoltore e nelle fattorie di Vallelonga oltre l’Alento
e più specialmente nei piccoli borghi dei marinai presso la foce del
fiume e in tutte quelle case di creta e di canne, dove si accende il
fuoco con i rifiuti del mare, fiorisce da gran tempo la fama di un
rapsodo cattolico che ha un nome di pirata barbaresco ed è cieco a
simiglianza dell’antico Omero.
Mungià comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera e
le termina nel mese di ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne,
guidato da una femmina o da un fanciullo. Tra la grandezza e la forte
serenità della coltivazione, reca ora i lamentevoli canti cristiani, le
antifone, li invitatorii, i responsorii, i salmi dell’officio pe’ i
defunti. Come la sua figura a tutti è familiare, i cani dell’aia non
latrano contro di lui. Egli dà l’annunzio con un trillo del clarinetto;
ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in su la soglia,
accolgono onestamente il cantore, gli pongono una sedia all’ombra di
qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni
cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora alenanti,
tergendosi il sudore con un gesto semplice della mano. Rimangono fermi,
in attitudini di reverenza, tenendo li stromenti dell’agricultura. Nelle
braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi essi hanno la deformità che le
fatiche lente e pazienti danno alle membra esercitate. I loro corpi
nodosi, di cui la pelle assume il color delle glebe, sorgendo dal suolo
nella luce del giorno paiono quasi avere comuni con li alberi le radici.
Spandesi allora dall’uomo cieco su quella gente e su le cose in torno
una solennità di religione. Non il sole, non i presenti frutti della
terra, non la letizia dell’opera alimentaria, non le canzoni dei cori
lontani bastano a difendere li animi dal raccoglimento e dalla tristezza
della religione. Una delle madri indica il nome del parente morto a cui
ella offre i cantici in suffragio. Mungià si scopre il capo.
Appare il suo cranio largo e splendente, cinto di canizie; e tutta la
faccia, simigliante nella quiete a una maschera corrosa, si raggrinza e
vive nel movimento del prendere a bocca il clarinetto. Su le tempie,
sotto la cavità delli occhi, lungo li orecchi, e poi d’in torno alle
narici e alli angoli delle labbra mille grinze sottili e fitte si
compongono e si scompongono a seconda dell’inspirazione ritmica del
fiato nello stromento. Rimangono tesi e lucidi e salienti li zigomi,
solcati da venature sanguigne simili a quelle che traspariscono in
autunno nelle foglie della vite. E delli occhi, in fondo alle orbite,
non si vede che il segno rossiccio della palpebra inferiore rivolta. E
su tutte le scabrosità della pelle, su tutta quella meravigliosa opera
d’incisione e di rilievo fatta dalla magrezza e dalla vecchiezza, e di
tra i peli duri e corti d’una barba mal rasa, e nei cavi e nelle corde
del collo lungo e rigido la luce si frange, sfugge, si divide quasi
direi per stille, come una rugiada su una zucca piena di porri e di
muffe, gioca in mille maniere, vibra, si spenge, esita, dà talvolta a
quella umile testa inaspettate arie di nobiltà.
Dal clarino di bossolo, a seconda dei movimenti delle dita su le
chiavette malferme, escono suoni. Lo stromento ha in sè quasi direi una
vita e quella inesprimibile apparenza di umanità che acquistano le cose
per l’assiduo uso in servigio dell’uomo. Il bossolo ha una lucentezza
untuosa; i buchi, che nei mesi d’inverno divengono nidi di piccoli
ragni, sono ancora occupati dalle tele o dalla polvere; le chiavette,
lente, sono macchiate di verderame; e qua e là la cera vergine e la pece
chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono le commessure; e
ancora si veggono in torno all’orlo li ornamenti della gioventù. Ma la
voce è debole e incerta. Le dita del cieco si muovono macchinalmente,
poichè non fanno che ricercare quel preludio e quell’interludio da gran
tempo.
Le mani lunghe, deformate, con grossi nodi alla prima falange
dell’anulare e del medio, con l’unghia del pollice depressa e violetta,
somigliano le mani d’una scimmia decrepita; hanno su ’l dorso le tinte
di certi frutti malsani, un misto di roseo, di giallognolo e di
turchiniccio; su la palma hanno una laboriosa rete di solchi, e tra dito
e dito la pelle escoriata.
Come il preludio finisce, Mungià prende a cantare il -Libera me Domine-
e il -Ne recorderis-, lentamente, su una modulazione di cinque sole
note. Nel canto, le terminazioni latine si congiungono alle forme
dell’idioma natale; di tratto in tratto, quasi con un ritorno metrico,
passa un avverbio in -ente- seguito da molte gravi rime; e la voce ha
una momentanea elevazion di tono; poi l’onda si riabbassa e segue a
battere le linee men faticose. Il nome di Gesù ricorre spesso nella
rapsodia; e la Passione di Gesù è tutta narrata in strofe irregolari di
settenari e di quinari, non senza un certo movimento drammatico.
I coloni in torno ascoltano con animo devoto, guardando il cantore nella
bocca. Viene talvolta dai campi su ’l vento un coro di vendemmiatrici o
di mietitori, secondo la stagione, a contendere con la pia laude; e
l’albero al vento si fa tutto musicale. Mungià, che ha fioco l’udito,
continua a cantare i misteri della morte. Le labbra gli stanno aderenti
alle gengive deserte, e gli comincia a colar giù pe ’l mento la saliva.
Egli imbocca il clarinetto, suona l’intermezzo; poi riprende le strofe.
Così va sino alla fine. Sua ricompensa è una piccola misura di frumento,
o una caraffa di mosto, o una resta di cipolle, o anche una gallina.
Egli s’alza dalla sedia. Ha una figura alta e macilenta, la schiena
curva, i ginocchi volti un poco in dentro. Porta in capo una grande
berretta verde e, in ogni stagione, su le spalle un mantello chiuso alla
gola da due fermagli di ottone e cadente a mezza coscia. Cammina a
fatica, talvolta soffermandosi per tossire.
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Quando, nell’ottobre, le vigne sono vendemmiate e le strade sono piene
di fango o di ghiaia, egli si ritira in una soffitta; e là vive insieme
con un sartore che ha la moglie paralitica e con uno spazzino che ha
nove figliuoli afflitti dalla scrofola o dalla rachitide. Nei giorni
sereni, egli si fa condurre sotto l’arco di Portanova; siede al sole,
sopra un macigno; e si mette a cantare il -De profundis-, sommessamente,
per esercizio della gola. Quasi sempre i mendicanti allora gli fanno
cerchia. Uomini con le membra slogate, gobbi, storpi, epilettici,
lebbrosi; vecchie piene di piaghe, o di croste, di cicatrici, senza
denti, senza cigli, senza capelli; fanciulli verdognoli come locuste,
scarni, con li occhi vivi delli uccelli di rapina, con la bocca già
appassita, taciturni, che covano nel sangue un morbo ereditato; tutti
quei mostri della povertà, tutti quei miserevoli avanzi d’una razza
disfatta, quelle cenciose creature di Gesù, vengono a fermarsi in torno
al cantore e gli parlano come a un eguale.
Allora Mungià solleva la voce, per benignità verso li ascoltanti.
Giunge, trascinandosi a fatica per terra con l’aiuto delle palme munite
d’un disco di cuoio, Chiachiù, il nativo di Silvi; e si ferma, tenendosi
tra le mani il piede destro ritorto come una radice. Giunge la Cinigia,
una figura ambigua, repugnante, di ermafrodito senile, che ha il collo
pieno di forunculi vermigli, su le tempie alcuni riccioli grigi di cui
ella par vana, e tutto l’occipite coperto di peluria come quello delli
avvoltoi. Giungono i Mammalucchi, i tre fratelli idioti che paiono
essere nati dall’accoppiamento di un uomo con una pecora, così manifeste
ne’ loro volti sono le fattezze ovine. -- Il maggiore ha i bulbi visivi
sgorganti fuor delle orbite, degenerati, molli, d’un colore
azzurrognolo, simili al sacco ovale di un polpo che sia prossimo a
putrefarsi. Il minore ha il lobo di un’orecchia smisuratamente gonfio, e
paonazzo, simile a un fico. Tutti e tre vanno in comune, con le bisacce
di corda dietro la schiena.
Giunge l’Ossesso, un uomo scarno e serpentino, avente le palpebre
arrovesciate come quelle dei piloti che navigano per mari ventosi,
olivastro nella faccia, camuso, con un singolare aspetto di malizia e di
fraudolenza palesante in lui l’origine zingaresca. Giunge la Catalana di
Gissi, una femmina d’età incognita, con lunghi cernecchi rossicci, con
su la pelle della fronte alcune macchie simili quasi a monete di rame,
sfiancata come una cagna dopo il parto: la Venere dei mendicanti,
l’amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce la sete. E giunge
Jacobbe di Campli, il gran vecchio dal pelame verdastro come quello di
certi artefici che lavorano l’ottone. Giunge l’industre Gargalà su ’l
veicolo costrutto con rottami di barche ancora incatramati. Giunge
Costantino di Corròpoli, il cinico, che, per una crescenza del labbro
inferiore, pare tenga sempre fra i denti uno straccio di carne cruda.
Altri giungono. Tutti gl’iloti che hanno emigrato lungo il corso del
fiume, dalli altipiani al mare, si raccolgono in torno al rapsodo, sotto
il comun sole.
Mungià canta allora con una più varia ricerca di modi, tentando
altitudini insolite. Una specie di orgoglio, un’aura di gloria gl’invade
l’animo, poichè egli allora esercita l’arte liberalmente, senza prender
mercede. Sale dalla turba dei mendicanti, a tratti, un clamore di plauso
ch’egli a pena ode.
Al termine del canto, come il dolcissimo sole abbandonando quel luogo
ascende su per le colonne corintie dell’Arco, i mendicanti salutano il
cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono, per consuetudine,
Chiachiù di Silvi, con il piede ritorto fra le mani, e i fratelli
Mammalucchi. Costoro chiedono ad alta voce l’elemosina a chi passa;
mentre Mungià taciturno forse ripensa i trionfi della giovinezza, quando
Lucicappelle, il Golpo di Gasoli e Quattòrece erano vivi.
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Oh gloriosa -paranzella- di Mungià!
La piccola orchestra aveva conquistata, in quasi tutta la valle
inferiore della Pescara, una inclita fama.
Sonava la viola ad arco il Golpo di Cásoli, un omuncolo tutto grigiastro
come le lucertole dei tetti, con la pelle del volto e del collo tutta
rugosa e membranosa come i tegumenti d’una testuggine cotta nell’acqua.
Egli portava una specie di berretto frigio che per due ali aderiva alli
orecchi; giocava d’arco con gesti rapidi, premendo su ’l piè della viola
il mento aguzzo, martellando le corde con le dita contratte, ostentando
un visibile sforzo nell’azione del sonare, come fanno i macacchi dei
saltimbanchi nòmadi.
Dopo di lui, Quattòrece veniva co ’l violone appeso in su ’l ventre per
mezzo d’una correggia di pelle d’asino. Lungo e smilzo come una candela
di cera, Quattòrece aveva in tutta la persona un singolar predominio dei
colori aranciati. Pareva una di quelle figure monocromatiche dipinte, su
certi rustici vasi castellesi, in attitudini rigide. Ne’ suoi occhi,
come in quelli dei cani da pastore, brillava una trasparenza tra
castanea ed aurea; la cartilagine delle sue grandi orecchie, aperte come
quelle dei vipistrelli, contro la luce tingevasi d’un giallo roseo; le
sue vesti erano di quel panno color tabacco chiaro, che per solito
adoperano i cacciatori; e il vecchio violone, ornato di penne, di fili
d’argento, di fiocchi, d’imaginette, di medaglie, di conterie, aveva
l’aspetto di non so quale artifizioso stromento barbarico d’onde
dovessero escire novissimi suoni.
Ma Lucicappelle, tenendo a traverso il petto la sua immane chitarra a
due corde accordate in diapente, veniva ultimo con un passo di danza e e
di baldanza, come un Figaro rusticale. Egli era il giocondo spirito
della -paranzella-, il più verde d’anni e di forze, il più mobile, il
più arguto. Un gran ciuffo di capelli crespi gli sporgeva su la fronte,
di sotto a una specie di tòcco scarlatto; gli brillavano alli orecchi
femminilmente due cerchi d’argento: le linee della sua faccia formavano
un natural componimento di riso. Egli amava il vino, i brindisi in
musica, le serenate in onor della bellezza, le danze all’aperto, i
conviti larghi e clamorosi.
Ovunque si celebrasse uno sposalizio, un battesimo, una festa votiva, un
funerale, un triduo, correva la -paranzella- di Mungià, desiderata,
acclamata. Precedeva i cortei nuziali, per le vie tutte sparse di fiori
di giunco e d’erbe odorifere, tra le salve di gioia e le salutazioni.
Cinque mule inghirlandate recavano i doni. Un carro, tratto da due paia
di bovi con le corna avvolte di nastri e con i dorsi coperti di
gualdrappe, recava -la soma-. Le caldaie, le conche, i vasellami di rame
tintinnivano alli scotimenti dell’incedere; li scanni, le tavole, le
arche, tutte quelle rudi forme antiche delle suppellettili casalinghe,
oscillavano scricchiolando; le coperte di damasco, le gonne ricche di
fiorami, i busti trapunti, i grembiali di seta, tutte quelle fogge di
vestimenta muliebri risplendevano al sole in un miscuglio di gaiezza; e
una conocchia, simbolo delle virtù famigliari, eretta su ’l culmine,
carica di lino, pareva su ’l cielo azzurro una mazza d’oro.
Le donne della parentela, con su ’l capo un canestro di grano e su ’l
grano un pane e su ’l pane un fiore, si avanzavano per ordine, tutte in
una stessa attitudine semplice e quasi jeratica, simili alle canèfore
dei bassorilievi ateniesi, cantando. Come giungevano alla casa, presso
il talamo, si toglievano il canestro da ’l capo, prendevano un pugno di
grano e, a una a una, lo spargevano su la sposa, pronunziando una
formola d’augurio rituale in cui la fecondità e l’abbondanza erano
invocate. Anche la madre compiva la cerimonia frumentaria, fra molte
lacrime; e con un panello toccava alla figlia il petto, la fronte, le
spalle, dicendole parole di dolente amore.
Poi, nella corte, sotto un’ampia stuoia di canne o sotto un tetto di
rami, incominciava il convito. Mungià, a cui non anche la virtù visiva
era venuta meno nè eran sopraggiunti i mali della vecchiezza, diritto
nella magnificenza di una sua zimarra verde, e tutto sudante e fiammante
e soffiante entro il clarinetto la maggior forza dei pulmoni, incitava i
compagni con battere di piedi su ’l terreno. Il Golpo di Cásoli
fustigava la viola irosamente; Quattòrece con fatica teneva dietro alla
crescente furia della moresca, sentendosi aspri traverso il ventre
passar li stridori dell’arco e delle corde. Lucicappelle, erto la testa
in aria, stringendo con la sinistra in alto le chiavi della chitarra e
con la destra pizzicando le due forti corde metalliche, sogguardava le
femmine che ridevano luminose al fondo in tra la letizia delle
fioriture.
Allora il -Mastro delle cerimonie- recava le vivande in amplissimi
piatti dipinti; i vapori salivano come una nebbia disperdendosi nel
fogliame; i vasi del vino, dalle anse bene usate, passavano d’uomo in
uomo; le braccia allungandosi e intrecciandosi su la mensa, tra i pani
cosparsi d’anice e i formaggi più tondi che il disco della luna,
prendevano aranci, mandorle, olive; li odori delle spezie si mescevano
ai freschi effluvi vegetali; e di qua, di là, entro bicchieri di liquori
limpidi i commensali offerivano alla sposa piccoli gioielli o collane
dai grossi acini avvolte come grappoli d’oro. Su ’l finire, nelli animi
una gran gioia bacchica si accendeva; i clamori crescevano; fin che
Mungià, avanzandosi, a capo scoperto, con in mano un bicchiere colmo,
cantava il bel distico rituale che nei conviti della patria suol
dischiudere ai brindisi le bocche amiche:
Quistu vino è dòlige e galante;
A la saluta de tutti quante!
LA FATTURA.
Quando nella piazza comunale strepitavano consecutivamente i sette
starnuti di Mastro Peppe De Sieri, detto La Bravetta, tutti li abitanti
di Pescara sedevano alle mense e incominciavano il pasto. Subito dopo,
la maggiore campana vibrava i tocchi del mezzodì. Un’ilarità unanime
propagavasi nelle case.
Per molti anni La Bravetta diede al popolo pescarese questo giocondo
segnale cotidiano; e la fama delle sue meravigliose starnutazioni si
sparse per il contado in torno e per le terre finitime. Ancora tra il
buon volgo la memoria n’è viva e fermata in un proverbio, durerà
lungamente nei tempi a venire.
I.
Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di qualche corpulenza, tozzo, con
la faccia piena di una prospera stupidezza, con li occhi simili a quelli
d’un vitello poppante, con mani e piedi di straordinaria espansione. E
come aveva un naso molto lungo e carnoso e singolarmente mobile, e come
aveva le mascelle forti, egli nel ridere e nello starnutire pareva una
di quelle foche a proboscide, che in conseguenza della pinguedine
tremano tutte come una gelatina, secondo narrano i marinai. Anche di
quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza dei movimenti, la
ridicolezza delle attitudini, l’amore del sonno. Non poteva passare
dall’ombra al sole o dal sole all’ombra, senza che un irresistibile
impeto d’aria gli rompesse per la bocca e per le narici. Lo strepito, in
ispecie nelle ore tranquille, udivasi a gran distanza; e poichè si
produceva in periodi determinati, serviva d’orario a quasi tutti i
cittadini.
Mastro Peppe nella sua gioventù aveva tenuto negozio di maccheroni; ed
era cresciuto in una dolce balordaggine, tra le belle frange di pasta,
tra il romore eguale dei buratti e delle ruote, fra il tepore dell’aria
invasa dal polverío delle farine. Nella maturità egli s’era legato in
nozze con una tal Donna Pelagia, del comune dei Castelli, e da allora,
abbandonato il mestiere alimentario, aveva preso a rivendere stoviglie
di maiolica e di terracotta, orci, piatti, boccali, tutto lo schietto
vasellame fiorito di cui li artefici castellesi allietano le mense della
terra d’Abruzzi. Tra la rusticità e quasi direi la religiosità di quelle
forme immutate da secoli e immutabili, egli viveva molto semplicemente,
starnutando. E come la moglie era avara, a poco a poco l’avarizia
conquistava e avviluppava anche l’animo di lui.
Ora, possedeva egli su la destra riva del fiume un podere con una casa
rurale, proprio in quel punto dove la corrente rivolgesi formando quasi
un verde anfiteatro lacustre. Ivi il terreno irriguo rendeva, più che
uve e cereali, gran copia d’erbaggi; il frutteto si moltiplicava; e un
porco si impinguava annualmente, sotto una quercia ricca di ghiande. In
ogni gennaio La Bravetta andava insieme con la moglie al podere,
trattenendovisi co ’l favore di sant’Antonio, per assistere
all’occisione e alla salatura del porco.
Avvenne una volta che, essendo la moglie alquanto inferma, La Bravetta
andò solo ad invigilare il supplicio.
Sopra una tavola ampia l’animale, tenuto da due o tre coloni, fu
scannato con un coltello forbitissimo. Risonarono i grugniti per tutta
la solitudine fluviatile; poi subitamente divennero fiochi, si persero
nel gorgogliare caldo e vermiglio del sangue che sgorgava dalla ferita
slabbrante, mentre il gran corpo dava li ultimi tratti. Il sole del
novello anno beveva dalla riviera e dalle terre umide la nebbia. La
Bravetta guardava, con una sorta di dilettosa ferocia, l’occisor
Lepruccio bruciare con un ferro rovente li occhi del porco profondati
nel grasso; e gioiva, udendo stridere i bulbi, al pensiero del molto
lardo e del molto prosciutto futuro.
L’ucciso fu sollevato, a forza di braccia, sino all’uncino d’una sorta
di forca rusticale, e rimase pèndulo con la testa in basso. Ivi con
fasci di canne accese i coloni arsero tutte le setole; le fiamme
crepitavano quasi invisibili alla maggior luce del giorno. Lepruccio in
ultimo con una lama lucida si diede a raschiar quel corpo nerastro che
un altr’uomo intanto aspergeva d’acqua bollente. La pelle, a mano a mano
divenendo netta e tutta di un dubbio pallor roseo, fumigava nel sole. E
Lepruccio, che aveva una faccia rugosa e untuosa di vecchia femmina con
le campanelle d’oro alli orecchi, stringeva le labbra nella bisogna,
allungandosi ed accorciandosi, giocando su i ginocchi.
Quando l’opera fu fornita, Mastro Peppe ordinò che i coloni deponessero
il porco in un luogo coperto. Mai, nelli altri anni, più meravigliosa
mole di carni egli aveva veduto; e si rammaricava in cuor suo che la
moglie non ivi fosse a rallegrarsene.
Allora (cadeva il pomeriggio) sopraggiunsero Matteo Puriello e Biagio
Quaglia, amici, i quali venivano dalla prossima casa di Don Bergamino
Camplone, prete dato alla mercatura. Erano costoro gente di gaia vita,
ricchi di consiglio, dediti alla crapula, vaghi d’ogni sollazzo; e,
poichè avean saputo l’occisione del porco e l’assenza di Donna Pelagia,
sperando in una qualche bella avventura venivano a tentar La Bravetta.
Matteo Puriello, detto Ciávola, era un uomo in su i quarant’anni;
cacciatore clandestino; alto e segaligno, con i capelli biondastri, la
pelle del viso giallognola, i baffi duri e tagliati come una spazzola,
tutta la testa avente l’aspetto di una effige di legno su cui fosse
rimasta una traccia lievissima dell’antica doratura. I suoi occhi,
tondi, vivi e mobili quasi per inquietudine come quelli delle bestie
corritrici, lucevano simili a due monete nuove. In tutta la persona,
vestita quasi sempre di un certo panno di color terrigno, egli aveva le
attitudini, i movimenti, il passo dondolante di quei lunghi cani
barbareschi che pigliano le lepri a corsa per le pianure.
Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in vece di statura mediocre,
d’alcuni anni più giovine, rubicondo nella faccia e tutto gemmante come
un mandorlo a primavera. Egli aveva una singolar virtù scimiatica di
muovere indipendentemente li orecchi e la pelle della fronte e la pelle
del cranio, per non so che vivacità di muscoli: e aveva una tale
versatilità di aspetti e una tal felice potenza vocale di contraffazioni
e così prontamente sapeva cogliere il lato ridevole delli uomini e delle
cose e in un sol gesto o in un sol motto rappresentarlo che tutte le
brigate pescaresi per amor di allegria lo chiamavano e convitavano.
Egli, in questa dolce vita parassitica, prosperava, sonando la chitarra
alle mense nuziali e alle pompe dei battesimi. I suoi occhi brillavano
come quelli d’un furetto. Il suo cranio era coperto d’una sorta di
lanugine simile a quella del corpo spiumato di un’oca grassa che ancora
sia da abbrustolire.
Or dunque La Bravetta, come vide i due amici, li accolse con cera
festevole, dicendo loro:
“Qualu vente ve porte?”
E quindi, poi che le accoglienze oneste e liete furono iterate, egli
traendoli nella stanza dove su una tavola giaceva il mirabile porco,
soggiunse:
“Che dicete de ’sta bellezze? Eh? Mo che ve pare?”
I due amici contemplavano il porco con una silenziosa meraviglia; e il
Ristabilito faceva un cotal suo romore con la lingua contro il palato.
Ciávola chiese:
“E che ce ne vuo’ fa’?”
“Le vuojie salà,” rispose La Bravetta con una voce in cui sentivasi
fremere tutta la ghiotta gioia per le future delizie della gola.
“Le vuo’ salà?” gridò d’improvviso il Ristabilito. “Le vuo’ salà? Ma, o
Cià, si viste ma’ ’n’ommene chiù stupide di custù? A farse scappà
l’uccasïone!”
La Bravetta, stupito, guardava con i suoi occhi vitulini ora l’uno ora
l’altro delli interlocutori.
“Donna Pelagge t’ha sempre tenute assuggette,” continuò il Ristabilito.
“Sta vote che esse nen te guarde, vínnete lu porche; e magnémece li
quatrine.”
“Ma Pelagge? Ma Pelagge?” balbettava La Bravetta, a cui il fantasma
della moglie irata dava già uno sbigottimento immenso.
“E tu dijie ca lu porche te se l’hanne arrubbate,” fece il biondo
Ciávola, con un vivo gesto d’impazienza.
La Bravetta inorridì.
“E coma facce a riì a la case nghe sa nutizie? Pelagge nen me crede; me
cacce, me mene.... Vu nen le sapete chi è Pelagge?”
“Uh, Pelagge! Uh, uh, Donna Pelagge!” squittirono in coro motteggiando i
due insidiatori. E il Ristabilito, subito, imitando la voce piagnucolosa
di Peppe e la voce acuta e stridula della donna, rappresentò una scena
di commedia in cui Peppe era garrito e sculacciato come un bamboletto.
Ciávola rideva sgambettando in torno al porco, senza potersi reggere. Il
beffato, preso da un violento impeto di sternuti, agitava le braccia
verso l’atto, volendo forse interrompere. Al frastuono i vetri della
finestra tremavano. I fuochi dell’occaso percotevano i tre diversi volti
umani.
Come il Ristabilito tacque, Ciávola disse:
“’Mbè, jamocénne!”
“Se vulete cenà nghe me...,” offerse, a bocca stretta, Mastro Peppe.
“No, no, bello mio,” interruppe Ciávola, volgendosi verso l’uscio. “Tu
súghete Pelagge e sálate lu porche.”
II.
Camminarono li amici lungo la riva del fiume.
In lontananza le barche di Barletta cariche di sale scintillavano come
edifizi di preziosi cristalli; e da Montecorno un serenissimo albore
spandevasi nella rigidità delle aure, ripercotevasi dalla limpidità
delle acque.
Disse il Ristabilito a Ciávola, soffermandosi:
“Cumbà, ce vuléme arrubbà sstanotte lu porche?”
Disse Ciávola:
“Eccome?”
Disse il Ristabilito:
“Le sacce i’ come, si lu porche arremane addó l’averne viste.”
Disse Ciávola:
“Embé, facémele! Ma, dapù?”
Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli occhi brillavano
come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le
orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia. Egli fece,
laconico:
“Le sacce i’.”
Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino Campione, nero in tra la
pioppaia ignuda e argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono
il passo verso di lui. E il prete, veduta la lor cera giuliva, dimandò
sorridendo:
“Che me dicéte de bbelle?”
Comunicarono li amici in brevi parole il lor proposito a Don Bergamino,
il quale assentì con molto rallegramento. E il Ristabilito soggiunse, a
bassa voce:
“Aqquà avéme da fa’ li cose a la furbesca maniere. Vu sapete ca Peppe,
da quande s’ha pijiate chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s’ha
fatte avare; e lu vine je piace assa’. ’Mbé, jémele a pijà e purtémele a
la taverne d’Assaù. Vu, Don Bergamine, détece a beve a tutte e paghete
sempre vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza caccià quatrine; e
se pijarà ’na bona parrucche. Accuscì nu, dapù, putéme fa’ mejie
l’affare nuostre....”
Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il prete vi s’accordò.
Andarono insieme verso la casa dell’uomo, distante due tiri di fucile; e
quando furono da presso, Ciávola diede la voce:
“Ohe, La Bravettaa! Vuo’ venì a la taverne d’Assaù? Ce sta lu prévete
aqquà che ce paghe na carráfe. Oheee!”
La Bravetta non pose indugio a discendere su ’l sentiero. E tutti e
quattro camminarono in fila, motteggiando, sotto il chiarore della nuova
luna. Nella serenità il miagolío de’ gatti presi d’amore saliva ad
intervalli. E il Ristabilito fece:
“O Pe’, nen siente Pelagge che t’archiame?”
In su la sinistra riva splendevano i lumi della taverna d’Assaù
ripercossi dall’acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per solito
assai dolce, Assaù teneva un paliscalmo per traghettare li avventori.
Alle voci, si mosse in fatti il paliscalmo e venne per l’acqua luminosa
a prendere i sopraggiunti. Quando tutti i quattro salirono, tra
amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe prese a far
traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta che in
mezzo all’umidità fluviale fu assalito da un nuovo impeto di
starnutazioni.
Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia, li amici
moltiplicarono le risa e i clamori. Ognuno mesceva da bere
all’insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi,
brusco, quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva
agevolmente nel gorgozzúle.
“’N’atra carráfe!” ordinava Don Bergamino, battendo il pugno in su ’l
desco.
Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto li occhi e di gambe
storto, recava le caraffe arrubinate. Ciávola canticchiava una canzone
di molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro dei bicchieri.
La Bravetta, con la lingua già impedita, con li occhi già natanti nella
favolosa gioia del vino, balbettava non so che laudi del suo bel porco e
teneva il prete per la manica affinchè ascoltasse. Sopra di loro
pendevano dalla vôlta lunghe corone di poponelle d’acqua verdegialle; le
lucerne mal nutrite d’olio fumigavano.
Era buona ora di notte quando li amici ripassarono il fiume, alla luna
occidua. Nel discendere su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra
la melma, tanto egli avea le gambe malferme e la vista torbida.
Disse il Ristabilito:
“Facéme ’n’ópera bbone. Arpurtéme a la case custù.”
E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle, su per la pioppaia.
Balbettava l’ebbro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte:
“Uh, quanta frate duminicane!...”
E Ciávola:
“Vann’a la cerche pe’ sant’Antuone.”
E l’ebro, dopo un poco:
“O Leprucce, Leprucce, sette rótole de sale n’abbaste. Coma facéme?”
Giunti all’uscio di casa, i tre congiuratori se ne andarono. Mastro
Peppe salì a grande stento la scaletta, sempre farneticando di Lepruccio
e del sale. Poi, senza rammemorarsi d’aver lasciato aperto l’uscio, si
gittò in su ’l letto pesantemente tra le braccia del sonno, e inerte vi
rimase.
Ciávola e il Ristabilito, come ebbero avuto ristoro alla cena di Don
Bergamino, muniti di certi ordigni ritorti, se ne vennero cautamente
all’impresa. Era il cielo, dopo l’occaso della luna, tutto smagliante di
stelle; e un maestraletto gelido andava soffiando per la solitudine. I
due avanzarono in silenzio, tendendo l’orecchio, soffermandosi ad ora ad
ora; e tutte le virtù venatorie e le agilità di Matteo Puriello in
quell’occorrenza si esercitavano.
Quando essi giunsero alla mèta, il Ristabilito a pena potè trattenere
una esclamazione di gioia accorgendosi dell’uscio aperto. Una perfetta
quiete regnava nella casa, se non che si udiva il profondo russare del
dormiente. Ciávola salì primo le scale, seguíto dall’altro. Ambedue, al
fievolissimo lume che entrava pe’ i vetri, scorsero subito la forma vaga
del porco in su ’l tavolo. Con infinita cautela sollevarono il peso e
pianamente lo trassero fuori a gran forza di braccia. Stettero quindi in
ascolto. Un gallo d’improvviso cantò e altri galli risposero dalle aie,
consecutivamente.
Allora i due gai ladroni si misero pe ’l sentiero, con il porco in su le
spalle, ridendo d’un riso lungo e silenzioso; e a Ciávola pareva
d’essere giù per una bandita recando un grosso capo di selvaggina
predata. Come il porco era assai greve, essi giunsero alla casa del
prete alenanti.
III.
La mattina Mastro Peppe, avendo digerito il vino, si risvegliò; e stette
su ’l letto un poco ad allungar le membra e ad ascoltare le campane che
salutavan la vigilia di Sant’Antonio. Egli già, in mezzo alla confusione
del primo risvegliarsi, sentiva nell’animo espandersi la contentezza del
possesso, e pregustava il diletto di veder Lepruccio mettere in pezzi e
coprir con sale le pingui carni suine.
Spinto da questo pensiero, egli si levò; e con sollecitudine uscì su ’l
pianerottolo, stropicciandosi li occhi per meglio guardare. Su ’l tavolo
non rimaneva che qualche macchia sanguigna, e sopra vi rideva il sole
virginalmente.
“Lu porche? Addó sta lu porche?” gridò, con una voce rauca, il derubato.
Una furibonda agitazione l’invase. Egli discese le scale, vide l’uscio
aperto, si percosse la fronte, irruppe fuori urlando, chiamando in torno
a sè i lavoratori, chiedendo a tutti se avevano visto il porco, se
l’avevano preso. Egli moltiplicava le querele, sollevava ognora più le
voci; e il doloroso schiamazzo, risonando per tutta la riviera, giunse
fino alli orecchi di Ciávola e del Ristabilito.
Se ne vennero dunque costoro placidamente, in accordo, per godersi lo
spettacolo e per continuar la beffa. E come furono giunti in vista,
Mastro Peppe, rivolgendosi a loro, tutto dolente e lacrimante, esclamò:
“Uh, pover’a me! Me l’hann’arrubbate lu porche! Uh, pover’a me! E coma
facce mo? E coma facce?”
Biagio Quaglia stette un poco a considerare l’aspetto
dell’infelicissimo, con socchiusi li occhi tra la canzonatura e
l’ammirazione, con china la testa verso una spalla, quasi in atto di
giudicare un effetto d’arte mimetica. Poi, accostatosi, fece:
“Eh, sì, sì.... nen ze po’ di’ de no.... Tu le fi’ bbone la parte.”
Peppe, non comprendendo, levò la faccia tutta solcata di gocciole.
“Eh, sì, sì.... sta vote li si fatte propie da furbe,” seguitò il
Ristabilito, con una cert’aria di confidenza amichevole.
Peppe, non comprendendo ancora, levò di nuovo la faccia; e le lacrime
nelli occhi pieni di stupore gli si arrestarono.
“Ma, pe’ di’ la veretà, accuscì maleziose nen te credeve,” riprese a
dire il Ristabilito. “Brave! brave! Me rallegre!”
“Ma tu che dice?” dimandò tra i singhiozzi La Bravetta. “Ma tu che dice?
Uh, pover’a me! E coma facce mo a rijì a la case?”
“Brave! brave! Bena!” incalzava il Ristabilito. “Dajie mo! Strilla
forte! Piagne forte! Tírete li capille! Fatte sentì! Accuscì! Falle
créde’.”
E Peppe, piangendo:
“Ma i’ diche addavére ca me se l’hann’arrubbate. Uh die! Pover’a me!”
“Dajie! Dajie! Nen te fermà. Quante chiù tu strille, chiù te nome créde.
Dajie! Angore! Angore!”
Peppe, fuor di sè pe ’l dispetto e pe ’l dolore, sacramentava ripetendo:
“I’ diche addavére. Che me pozza murì, mo, súbbite, se lu porche nen me
se l’hann’arrubbate!”
“Uh, povere ’nnucende!” squittì per ischerno Ciávola. “Mettéteje lu
ditucce ’mmocche. Coma putéme fa’ a crédete, se jere avéme viste lu
porche a là? Sant’Andonie j’ha date li ’scelle pe’ vulà?”
“Sant’Andonie bbenedette! È coma diche i’.”
“Ma po’ esse?”.
“Accuscì è.”
“Ma nen è cuscì.”
“È cuscì.”
“No.”
“Uh, uh, uh! È cuscì! È cuscì! I’ so’ mmorte. I’ nen sacce coma pozze
fa’ a rijì a la case. Pelagge nen me crede”, e se ppure me crede, nen me
dà chiù pace.... I’ so’ mmorte!”
“’Mbé, ce vuléme créde,” concluse il Ristabilito. “Ma bbade, Pe’, ca
Ciávule a jere t’ha ’nzegnate lu juchette. E i’ nen vulesse ca tu
gabbísse a Pelagge e a nu, tutte ’na vote. Tu fusse capace....”
Allora La Bravetta ricominciò a piangere, a gridare, a disperarsi con
una così pazza irruzion di dolore, che il Ristabilito per pietà
soggiunse:
“’Mbè, statte zitte. Te credéme. Ma, se è vere su fatte, s’ha da truvà
’na maniere pe’ armedià.”
“Quala maniere?” dimandò subito, rasserenandosi tra le lacrime, La
Bravetta, nel cui animo la speranza risorgeva.
“Ecc’a qua,” propose Biagio Quaglia. “Certe, une di quille che stanne
pe’ qua attorne ha avute da esse; pecché certe n’hanne vinute dall’India
bbasse a pijarse lu porche a te. No, Pe’?”
“Va bbone, va bbone,” assentì l’uomo, che stava trepido a udire, co ’l
naso in alto tutto ancor pieno d’umor lacrimale.
“Mo dunque (statte attende),” continuò il Ristabilito che a quella
credula attenzione prendeva diletto, “mo dunque se nisciune ha vinute
dall’India bbasse pe’ venirte a rubbà, cert’è che quaccune di quille che
stanne pe’ qua attorno ha avute da esse lu latro. No, Pe’?”
“Va bbone, va bbone.”
“Mo che s’ha da fa’? S’ha da raunà tutte sti cafune e s’ha da sprementà
cacche fatture pe’ scuprì lu latro. Scuperte lu latre, scuperte lu
porche.”
Li occhi di Mastro Peppe brillarono di desiderio; ed egli si fece più da
presso, poichè l’accenno alla fattura aveva risvegliate in lui le native
superstizioni.
“Tu le sié; ce stanne tre specie de maggíe: la bianche, la rosce e la
nere, e ce stanne, tu le sié, a lu paese tre femmene dell’arte: Rosa
Schiavona, Rusaria Pajara e la Ciniscia. Sta a te a scejie.”
Peppe stette un momento in forse. Poi si decise per Rosaria Pajara che
aveva gran fama d’incantatrice e aveva operato in altri tempi cose
mirabili.
“’Mbè, su,” concluse il Ristabilito, “nen ce sta tembe da pérde. I’ pe’
te, propie pe’ farte nu piacere, vajie sine a lu paese a pijà quelle che
ce serve. Parle ’nghe Rusarie, me facce da’ tutte cose, e me n’arvenghe,
dentr’a sta matine. Damme li quatrine.”
Peppe si tolse dalla tasca del panciotto tre carlini ed esitando li
porse.
“Tre carline?” gridò l’altro, rifiutandoli. “Tre carline? Ma ce ne vo’
pe’ lu mene diece.”
A sentir questo il marito di Pelagia ebbe quasi uno sbigottimento.
“Come? Pe’ na fatture, diece carline?”, balbettò egli cercandosi con le
dita tremule nella tasca. “Ècchetene otte. Nen ne tenghe chiù.”
Disse il Ristabilito, secco:
“Va bbone. Quelle che posse fa’ facce. Viene pure tu, Cià?”
I due compagni s’incamminarono verso Pescara, di buon passo, pe ’l
sentiero delli alberi, l’uno innanzi, l’altro dietro. E Ciávola
picchiava de’ gran colpi di pugno su la schiena del Ristabilito, per
dimostrare la sua allegrezza. Come essi giunsero al paese, si recarono
nella bottega di un tal Don Daniele Pacentro speziale con cui erano in
familiarità; ed ivi comperarono certi aròmati e droghe, facendone quindi
comporre pallottole a guisa di pillole grosse come noci, ben coperte di
zucchero, sciloppate e cotte. Subito che lo speziale ebbe compiuta
l’operazione, Biagio Quaglia (il quale nel frattempo era stato assente)
tornò con una carta piena d’escrementi secchi di cane; e di quelli
escrementi volle che lo speziale componesse due belle pillole, in tutto
simili alle altre per la forma, se non che confettate prima in áloe e
poi coperte leggermente di zucchero. Così lo speziale fece; e, perchè
queste dalle altre si riconoscessero, vi mise, per consiglio del
Ristabilito, un piccolo segno.
I due ciurmadori ripresero la via della campagna, e furono alla casa di
Mastro Peppe in su l’ora di mezzodì. Mastro Peppe stava con molto
affanno aspettando. A pena vide sbucare di tra le alberelle il corpo
lungo e sottile di Ciávola, gridò:
“’Mbé?”
“Tutte è all’ordene,” rispose in suon di trionfo il Ristabilito,
mostrando il cofano delle confetture incantate. “Mo tu, già che ogge è
la viggilie de Sant’Andonie e li cafune fanne feste, arhunisce tutte
quante all’are per dajie a beve. Tu hi da tené na certe butticelle de
Montepulciane. Mitte mane a quelle pe’ ogge! E quande tutte stanne bene
arhunite, penze i’ a fa’ e a dice tutte quelle che s’ha da fa’ e s’ha da
di’.”
IV.
Dopo due ore, come il pomeriggio era tiepido e chiarissimamente sereno,
avendo La Bravetta fatto correre la voce, se ne vennero all’invito i
coltivatori e i massai dei dintorni. Nell’aia si levavano alti mucchi di
paglia, che percossi dal sole ornavansi d’un glorioso colore d’oro;
quivi una torma di oche andava schiamazzando, bianca, lenta, con larghi
becchi aranciati, chiedendo di nuotare; li odori dello stabbio
giungevano ad intervalli. E tutti quelli uomini rusticani, aspettando di
bere, motteggiavano, tranquilli, su le loro gambe in arco difformate
dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi e rossastri come vecchi
pomi, con occhi resi miti dalla lunga pazienza o resi vivi dalla lunga
malizia; altri con barbe nascenti, con attitudini di gioventù, con nelle
vesti rinnovate una manifesta cura d’amore.
Ciávola e il Ristabilito non si fecero molto attendere. Tenendo in una
mano la scatola delle confetture, il Ristabilito ordinò che tutti si
mettessero in cerchio; e, stando egli nel mezzo, fece una breve
concione, non senza una certa gravità di voce e di gesti.
“Bon’uómmene!” disse, “nisciune de vu, certe, sa pecché propie Mastre
Peppe De Siere v’ha chiamate a qua....”
Un moto di stupore, a questo strano preambolo, si propagò in tutte le
bocche delli ascoltanti; e la letizia pe ’l promesso vino si mutò in una
inquietudine di diversa espettazione. Continuava l’oratore:
“Ma, seccome po’ succéde caccosa bbrutte e vu ve putassáte lagna de me,
ve vojie dice de che se tratte, prime de fa’ la spirienze.”
Li ascoltanti si guardavano l’un l’altro nelli occhi, con un’aria
smarrita; e quindi rivolgevano lo sguardo curioso e incerto al cofanetto
che l’oratore teneva in una mano. Un d’essi, poichè il Ristabilito
faceva pausa per considerare l’effetto delle parole, esclamò impaziente:
“Ebbè?”
“Mo, mo, bell’uómmene mi’. La notta passate s’hann’arrubbate a Mastre
Peppe nu bbone porche che s’ave’ da salà. Chi ha state lu latre, nen ze
sa; ma cert’è ca s’ha da truvà miezze a vu’ áutre, pecché nisciune
venéve dall’India bbasse p’arrubbarse lu porche a Mastre Peppe!”
Fosse un giocondo effetto di questo peregrino argomento dell’India o
fosse l’azione del tiepido sole, La Bravetta cominciò a starnutire. I
villici si fecero in dietro; la tribù delle oche si disperse,
sbigottita; e sette starnutazioni consecutive risonarono liberamente
nell’aria, turbando la pace rurale. L’ilarità risorse nelli animi, a
quel fragore. L’adunanza, dopo un poco, si ricompose. Il Ristabilito
continuò, sempre grave:
“Pe’ scuprì lu latre Mastre Peppe ha pensate de darve a magnà certe
bbone cunfette e de darve a bere nu certe Montepulciano viecchie che j’
ha messe mane ogge apposte. Ma pirò v’ajie da dice na cose. Lu latre,
appone se mette mmocche lu cunfette, se sente la vocche accuscì amare,
accuscì amare c’ha da sputà pe’ fforze. Vulete sprementà? O pure lu
latre, pe’ nen esse sbruvegnate, se vo’ cunfessà a lu prévete? Bell’uó,
arspunnéte!”
“Nu vuléme magnà e beve,” risposero quasi in coro li adunati. E un
movimento corse fra quella gente semplice. Ognuno, guardando il
compagno, aveva nelli occhi una punta d’investigazione. Ognuno,
naturalmente, poneva nel ridere una tal quale ostentazione di
spontaneità.
Disse Ciávola:
“V’avete da mette tutt’a ffile, pe’ la sprïenze. Nisciune s’ha da puté
nnascónne.”
Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri,
apprestandosi a mescere. Il Ristabilito si fece dall’un de’ capi, e
cominciò a distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde
dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un attimo. Come
egli giunse a Mastro Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo
porse; e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere.
Mastro Peppe, che fin allora era stato con grandissimi occhi intenti a
cogliere in fallo qualcuno, si gittò in bocca il confetto prestamente,
quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D’un tratto i
pomelli delle gote gli salirono vivamente verso li occhi, li angoli
della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle del naso gli
si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti i lineamenti della sua
faccia ebbero una comune mimica involontaria di orrore; e una specie di
brivido visibile gli corse dalla nuca per le spalle. E subito, poichè la
lingua non poteva sostenere l’amaro dell’áloe e una resistenza
invincibile saliva dallo stomaco per la gola ad impedire
l’inghiottimento, il malcapitato fu costretto a sputare.
“Ohe, Mastre Pé, tu che ccazze fiè?” garrì Tulespre dei Passeri, un
vecchio capraro verdastro e pelloso come una tartaruga di palude.
Si rivòlse, a quella voce agra, il Ristabilito che non anche aveva
terminato di distribuire. Però, vedendo La Bravetta tutto contorcersi,
disse con suon di benevolenza:
“’Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To’! Ècchene n’áutre. ’Nglutte,
Peppe!”
E con due dita gli cacciò in bocca la seconda pillola canina.
Il pover’uomo la prese; e, sentendo sopra di sè fissi li occhi maligni e
acuti del capraro, fece un supremo sforzo per sostener l’amarezza; non
masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile contro i denti.
Ma, come al calore dell’alito e all’umidore della saliva l’aloe si
discioglieva, egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero come
dianzi; il naso gli si empì di lacrime; e certe gocciole grosse gli
cominciarono a sgorgare dal cavo delli occhi e a rimbalzar, come perle
scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò.
“Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè?” garrì di nuovo il capraro,
mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. “Ohe, e queste
mo che signífeche?” Tutti i villici ruppero l’ordine, e attorniarono La
Bravetta: alcuni con risa di beffa, altri con parole irose. Le
ribellioni di orgoglio subitanee e brutali che ha l’onore della gente
campestre, le severità implacabili della superstizione scoppiarono
d’improvviso in una tempesta di contumelie.
“Pecché ci si’ fatte venì a qua? Pe’ jettà la cólepe a une de nu ’nghe
’na fatture fánze? Pe’ cujunà a nu? Pecché? Si’ fatta male li cunde!
Latre, bbuciarde, naso, fijie de cane, fijie de p...! A nu vu cujunà?
Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate ’n cocce.
Fijie de p...! Sangue de Criste, tu!”
E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le
ultime ingiurie di tra i pioppi.
Allora rimasero nell’aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La Bravetta.
Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il palato
ancora morso dalla perversità dell’aloe, non poteva profferire parola.
Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo il terreno
con la punta del piede poggiato in su ’l tacco, scotendo per ironia il
capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di dileggio:
“Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicco nu poche: quante ci
si’ fatte? Diece ducate?”IL MARTIRIO DI GIALLUCA.
Il trabaccolo -Trinità-, carico di fromento, salpò alla volta della
Dalmazia, verso sera. Navigò lungo il fiume tranquillo, fra le paranze
di Ortona ancorate in fila, mentre su la riva si accendevano fuochi e i
marinai reduci cantavano. Passando quindi pianamente la foce angusta,
uscì nel mare.
Il tempo era benigno. Nel cielo di ottobre, quasi a fior delle acque, la
luna piena pendeva come una dolce lampada rosea. Le montagne e le
colline, dietro, avevano forma di donne adagiate. In alto, passavano le
oche selvatiche, senza gridare, e si dileguavano.
I sei uomini e il mozzo prima manovrarono d’accordo per prendere il
vento. Poi come le vele si gonfiarono nell’aria tutte colorate in rosso
e segnate di figure rudi, i sei uomini si misero a sedere e cominciarono
a fumare tranquillamente. Il mozzo prese a cantarellare una canzone
della patria, a cavalcioni su la prua.
Disse Talamonte maggiore, gittando un lungo sprazzo di saliva su l’acqua
e rimettendosi in bocca la pipa gloriosa:
“Lu tembe n’n ze mandéne.”
Alla profezia, tutti guardarono verso il largo; e non parlarono, Erano
marinai forti e indurati alle vicende del mare. Avevano altre volte
navigato alle isole dalmate, a Zara, a Trieste, a Spálatro; e sapevano
la via. Alcuni anche rammentavano con dolcezza il vino di Dignano, che
ha il profumo delle rose, e i frutti delle isole.
Comandava il trabaccolo Ferrante La Selvi. I due fratelli Talamonte,
Cirù, Massacese e Gialluca formavano l’equipaggio, tutti nativi di
Pescara. Nazareno era il mozzo.
Essendo il plenilunio, indugiarono su ’l ponte. Il mare era sparso di
paranze che pescavano. Ogni tanto una coppia di paranze passava a canto
al trabaccolo; e i marinai si scambiavano voci, familiarmente. La pesca
pareva fortunata. Quando le barche si allontanarono e le acque
ridivennero deserte, Ferrante e i Talamonte discesero sotto coperta per
riposare. Massacese e Gialluca, poi ch’ebbero finito di fumare,
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