Dopo molta persistenza di urti e di urli, alla fine Turlendana riuscì a
vincere la tenacità del camello. E quella mostruosa architettura d’ossa
e di pelle si risollevò barcollante, in mezzo alla folla che incalzava.
Da tutte le parti i soldati e i cittadini accorrevano allo spettacolo,
sopra il ponte delle barche. Dietro il Gran Sasso il sole cadendo
irradiava per tutto il cielo primaverile una viva luce rosea; e, come
dalle campagne umide e dalle acque del fiume e del mare e dalli stagni
durante il giorno erano sorti molti vapori, le case e le vele e le
antenne e le piante e tutte le cose apparivano rosee; e le forme,
acquistando una specie di trasparenza, perdevano la certezza dei
contorni e quasi fluttuavano sommerse in quella luce.
Il ponte, sotto il peso, scricchiolava su le barche incatramate, simile
ad una vastissima zattera galleggiante. La popolazione tumultuava
giocondamente. Per la ressa, Turlendana con le sue bestie rimase fermo a
mezzo il ponte. E il camello, enorme, sovrastante a tutte le teste,
respirava contro il vento, movendo tardo il collo simile a un qualche
favoloso serpente coperto di peli.
Poichè già nella curiosità delli accorsi s’era sparso il nome
dell’animale, tutti, per un nativo amore delli schiamazzi e per una
concorde letizia che sorgeva a quella dolcezza del tramonto e della
stagione, tutti gridavano:
“Barbarà! Barbarà!”
Al clamore plaudente, Turlendana, che stava stretto contro il petto del
camello, si sentiva invadere da un compiacimento quasi paterno.
Ma l’asina d’un tratto prese a ragliare con sì alte ed ingrate
variazioni di voci e con tanta sospirevole passione che un’ilarità
unanime corse il popolo. E le schiette risa plebee si propagavano da un
capo all’altro del ponte, come uno scroscio di scaturigine cadente giù
pe’ i sassi d’una china.
Allora Turlendana ricominciò a muoversi attraverso la folla, non
conosciuto da alcuno.
Quando fu su la porta della città, dove le femmine vendevano la pesca
recente dentro ampi canestri di giunco, Binchi-Banche, l’omiciattolo dal
viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, gli si fece
innanzi, e, secondo soleva con tutti i forestieri che capitavano nel
paese, gli offerse i suoi servigi per l’alloggiamento.
Prima chiese, accennando a Barbarà:
“È feroce?”
Turlendana rispose che no, sorridendo.
“Be’!” riprese Binchi-Banche, rassicurato, “ci sta la casa di Rosa
Schiavona.”
Ambedue volsero per la Pescería e quindi per Sant’Agostino, seguiti dal
popolo. Alle finestre e ai balconi le donne e i fanciulli si
affacciavano guardando con stupore il passaggio del camello e ammiravano
le minute grazie dell’asinetta bianca e ridevano ai lezi di Zavalì.
A un punto Barbarà, vedendo pendere da una loggia bassa un’erba mezzo
secca, tese il collo e sporse le labbra per giungerla, e la strappò. Un
grido di terrore ruppe dalle donne che stavano su la loggia chine; e il
grido si propagò nelle logge prossime. La gente della via rideva forte,
gridando come in carnovale dietro le maschere:
“Viva! Viva!”
Tutti erano inebriati dalla novità dello spettacolo e dall’aria della
primavera.
Dinanzi alla casa di Rosa Schiavona, in vicinanza di Portasale,
Binchi-Banche accennò di sostare.
“È qua,” disse.
La casa, molto umile, a un solo ordine di finestre, aveva le mura
inferiori tutte segnate d’iscrizioni e di figurazioni oscene. Una fila
di pipistrelli crocifissi ornava l’architrave; e una lanterna coperta di
carta rossa pendeva sotto la finestra media.
Ivi alloggiava ogni sorta di gente avveniticcia e girovaga; dormivano
mescolati i carrettieri di Letto Manoppello grandi e panciuti, i zingari
di Sulmona, mercanti di giumenti e restauratori di caldaie, i fusari di
Bucchianico, le femmine di Città Sant’Angelo venute a far pubblica
professione d’impudicizia tra i soldati, li zampognari di Atina, i
montagnuoli domatori d’orsi, i cerretani, i falsi mendicanti, i ladri,
le fattucchiere.
Gran mezzano della marmaglia era Binchi-Banche. Giustissima
proteggitrice, Rosa Schiavona.
Come udì i romori, la femmina venne su ’l limitare. Ella pareva in
verità un essere generato da un uomo nano e da una scrofa.
Chiese, da prima, con un’aria di diffidenza:
“Che c’è’?”
“C’è qua ’stu cristiano che vuo’ alloggio co’ le bestie, Donna Rosa.”
“Quante bestie?”
“Tre, vedete, Donna Rosa: ’na scimmia, ’n’asina e ’nu camelo.”
Il popolo non badava al dialogo. Alcuni incitavano Zavalì. Altri
palpavano le gambe di Barbarà, osservando su le ginocchia e su ’l petto
i duri dischi callosi. Due guardie del sale, che avevano viaggiato sino
ai porti dell’Asia Minore, dicevano ad alta voce le varie virtù dei
camelli e narravano confusamente d’averne visti taluni fare un passo di
danza portando il lungo collo carico di musici e di femmine seminude.
Li ascoltatori, avidi di udire cose meravigliose, pregavano:
“Dite! dite!”
Tutti stavano a torno, in silenzio, con li occhi un po’ dilatati,
bramando quel diletto.
Allora una delle guardie, un uomo vecchio che aveva le palpebre
arrovesciate dai venti del mare, cominciò a favoleggiare dei paesi
asiatici. E a poco a poco le parole sue stesse lo trascinavano e lo
inebriavano.
Una specie di mollezza esotica pareva spargersi nel tramonto. Sorgevano,
nella fantasia popolare, le rive favoleggiate e luminavano. A traverso
l’arco della Porta, già occupato dall’ombra, si vedevano le tanecche
coperte di sale ondeggiar su ’l fiume; e, come il minerale assorbiva
tutta la luce del crepuscolo, le tanecche sembravano materiate di
cristalli preziosi. Nel cielo un po’ verde saliva il primo quarto della
luna.
“Dite! dite!” ancora chiedevano i più giovini.
Turlendana intanto aveva ricoverate le bestie e le aveva provviste di
cibo; e quindi era uscito in compagnia di Binchi-Banche, mentre la gente
rimaneva accolta innanzi all’uscio della stalla, dove la testa del
camello appariva e spariva dietro le alte grate di corda.
Per la via, Turlendana domandò:
“Ci stanno cantine?”.
Binchi-Banche rispose:
“Sì, segnore; ci stanno.”
Poi, sollevando le grosse mani nerastre e prendendosi co ’l pollice e
l’indice della destra successivamente la punta d’ogni dito della
sinistra, enumerava:
“La caudina di Speranza, la caudina di Buono, la caudina di Assaù, la
candina di Matteo Puriello, la candina della cecata di Turlendana....”
“Ah,” fece tranquillamente l’uomo.
Binchi-Banche sollevò i suoi acuti occhiolini verdognoli.
“Ci sei stato ’n’altra volta a qua, segnore?”
E, non aspettando la risposta, con la nativa loquacità della gente
pescarese, seguitava:
“La candina della cecata è grande e ci si vende lu meglio vino. La
cecata è la femmina delli quattro mariti....”
Si mise a ridere, con un riso che gl’increspava tutta la faccia
gialliccia come il centopelle d’un ruminante.
“Lu primo marito fu Turlendana, ch’era marinaro e andava su li
bastimenti del re di Napoli, all’Indie basse e alla Francia e alla
Spagna e infino all’America. Quello si perse in mare, e chi sa a dove,
con tutto il legno; e non s’è trovato più. So’ trent’anni. Teneva la
forza di Sansone: tirava l’áncore co’ un dito.... Povero giovane! Eh,
chi va pe’ mare quella fine fa.”
Turlendana ascoltava, tranquillamente.
“Lu secondo marito, doppo cinqu’anni di vedovanza, fu ’n’ortonese, lu
figlio di Ferrante, 'n’anima dannata, che s’er’unito co’ li
contrabbandieri, a tempo che Napolione stava contro l’Inglesi. Facevano
contrabbando, da Francavilla infino a Silvi e a Montesilvano, di
zucchero e di cafè, co’ li legni inglesi. C’era, vicino a Silvi, ’na
torre delli Saracini, sotto il bosco, da dove si facevano li segnali.
Come passava la pattuglia, plon plon, plon plon, noi ’scivamo
dall’alberi....” Ora il parlatore accendevasi al ricordo; ed obliandosi
descriveva con prolissità di parole tutta l’operazion clandestina, ed
aiutava di gesti e di interiezioni vive il racconto. La sua piccola
persona coriacea si raccorciava e si distendeva nell’atto. “In fine, il
figlio di Ferrante era morto d’una schioppettata nelle reni, per mano
de’ soldati di Gioachino Murat, di notte, su la costiera.
“Lu terzo marito fu Titino Passacantando che morì nel letto suo, di male
cattivo. Lu quarto vive. Ed è Verdura, bonomo, che no’ mestura li vini.
Sentarai, segnore.”
Quando giunsero alla cantina lodata, si separarono.
“F’lice sera, segnore!”
“F’lice sera.”
Turlendana entrò, tranquillamente, fra la curiosità dei bevitori che
sedevano a certe lunghe tavole in giro.
Avendo chiesto da mangiare, egli fu da Verdura invitato a salire in una
stanza superiore ove i deschi erano già pronti per le cene.
Nessun cliente ancora stava nella stanza. Turlendana sedette e
incominciò a mangiare a grandi bocconi, con la testa su ’l piatto, senza
intervalli, come un uomo famelico. Egli era quasi intieramente calvo:
una profonda cicatrice rossiccia gli solcava per lungo la fronte e gli
scendeva fino a mezzo la guancia; la barba folta e grigia gli saliva
fino ai pomelli emergenti; la pelle, bruna, secca, piena di asperità,
corrosa dalle intemperie, riarsa dal sole, incavata dalle sofferenze,
pareva non conservare più alcuna vivezza umana; li occhi e tutti i
lineamenti erano, da tempo, come pietrificati nell’impassibilità.
Verdura, curioso, sedette di contro; e stette a riguardare il
forestiero. Egli era piuttosto pingue, con la faccia d’un color roseo
sottilissimamente venato di vermiglio come la milza dei buoi.
Alla fine, domandò:
“Da che paese venite?”
Turlendana, senza levar la faccia, rispose semplicemente:
“Vengo di lontano.”
“E dove andate?” ridomandò Verdura.
“Sto qua.”
Verdura, stupefatto, tacque. Turlendana levava ai pesci la testa e la
coda; e li mangiava così a uno a uno, triturando le lische. Ad ogni due
o tre pesci, beveva un sorso di vino.
“Qua ci conoscete qualcuno?” riprese Verdura, bramoso di sapere.
“Forse,” rispose l’altro semplicemente.
Sconfitto dalla brevità dell’interlocutore, il vinattiere una seconda
volta ammutolì. Udivasi la masticazione lenta ed elaborata di Turlendana
tra l’inferior clamore dei bevitori.
Dopo un poco, Verdura riaprì la bocca.
“Il camello in che siti nasce? Quelle, due gobbe sono naturali? Una
bestia così grande e forte come può essere mai addomesticata?”
Turlendana lasciava parlare, senza rimuoversi.
“Il vostro nome, signor forestiere?”
L’interrogato sollevò il capo dal piatto; e rispose, semplicemente:
“Io mi chiamo Turlendana.”
“Che?”
“Turlendana.”
“Ah!”
La stupefazione dell’oste non ebbe più limiti. E insieme una specie di
vago sbigottimento cominciava a ondeggiare in fondo all’animo di lui.
“Turlendana!... Di qua?”
“Di qua.”
Verdura dilatò i grossi occhi azzurri in faccia all’uomo.
“Dunque non siete morto?”
“Non sono morto.”
“Dunque voi siete il marito di Rosalba Catena?”
“Sono il marito di Rosalba Catena.”
“E ora?” esclamò Verdura, con un gesto di perplessità. “Siamo due.”
“Siamo due.”
Un istante rimasero in silenzio. Turlendana masticava l’ultima crosta
d’un pane, tranquillamente; e si udiva nel silenzio lo scricchiolio
leggero. Per una naturale benigna incuranza dell’animo e per una fatuità
gloriosa, Verdura non era compreso d’altro che della singolarità
dell’avvenimento. Un improvviso impeto d’allegrezza lo prese, salendo
spontaneo dai precordi.
“Andiamo da Rosalba! andiamo! andiamo! andiamo!”
Egli traeva il reduce per un braccio, a traverso il fondaco dei
bevitori, agitandosi, gridando:
“Ecc’a qua Turlendana, Turlendana marinaro, lu marito de mógliema,
Turlendana che s’era: morto! Ecc’a qua Turlendana! Ecc’a qua
Turlendana!”LA FINE DI CANDIA.
I.
Donna Cristina Lamonica, tre giorni dopo il convito pasquale che in casa
Lamonica soleva essere grande per tradizione e magnifico e frequente di
convitati, numerava la biancheria e l’argenteria delle mense e con
perfetto ordine riponeva ogni cosa nei canterani e nei forzieri pe’ i
conviti futuri.
Erano presenti, per solito, alla bisogna, e porgevano aiuto, la
cameriera Maria Bisaccia e la lavandaia Candida Marcanda detta
popolarmente Candia. Le vaste canestre ricolme di tele fini giacevano in
fila su ’l pavimento. I vasellami di argento e li altri strumenti da
tavola rilucevano sopra una spasa; ed erano massicci, lavorati un po’
rudemente da argentari rustici, di forme quasi liturgiche, come sono
tutti i vasellami che si trasmettono di generazione in generazione nelle
ricche famiglie provinciali. Una fresca fragranza di bucato spandevasi
nella stanza.
Candia prendeva dalle canestre i mantili, le tovaglie, le salviette;
faceva esaminare alla signora la tela intatta; e porgeva via via ciascun
capo a Maria che riempiva i tiratoi, mentre la signora spargeva nelli
interstizi un aroma e segnava nel libro la cifra. Candia era una femmina
alta, ossuta, segaligna, di cinquant’anni; aveva la schiena un po’
curvata dall’attitudine abituale del suo mestiere, le braccia molto
lunghe, una testa d’uccello rapace sopra un collo di testuggine. Maria
Bisaccia era un’ortonese, un po’ pingue, di carnagione lattea, d’occhi
chiarissimi; aveva la parlatura molle, e i gesti lenti e delicati come
colei ch’era usa esercitar le mani quasi sempre tra la pasta dolce, tra
li sciroppi, tra le conserve e tra le confetture. Donna Cristina, anche
nativa di Ortona, educata nel monastero benedettino, era piccola di
statura, con il busto un po’ abbandonato su ’l davanti; aveva i capelli
tendenti al rosso, la faccia sparsa di lentiggini, il naso lungo e
grosso, i denti cattivi, li occhi bellissimi e pudichi, somigliando un
cherico vestito d’abiti muliebri.
Le tre donne attendevano all’opera con molta cura; e spendevano così
gran parte del pomeriggio.
Ora, una volta, come Candia usciva con le canestre vuote, Donna Cristina
numerando le posate trovò che mancava un cucchiaio.
“Maria! Maria!” ella gridò, con una specie di spavento. “Conta! Manca
-'na cucchiara-.... Conta tu!”
“Ma come? Non può essere, signó,” rispose Maria. “Mo’ vediamo.”
E si mise a riscontrare le posate, dicendo il numero ad alta voce. Donna
Cristina guardava, scotendo il capo. L’argentò tintinniva chiaramente.
“È vero!” esclamò alla fine Maria, con un atto di disperazione. “E mo’
che facciamo?”
Ella era sicura da ogni sospetto. Aveva dato prove di fedeltà e di
onestà per quindici anni, in quella famiglia. Era venuta da Ortona
insieme con Donna Cristina, all’epoca delle nozze, quasi facendo parte
dell’appannaggio matrimoniale; ed oramai nella casa aveva acquistata una
certa autorità, sotto la protezione della signora. Ella era piena di
superstizioni religiose, devota al suo santo e al suo campanile,
astutissima. Con la signora aveva stretta una specie di alleanza ostile
contro tutte le cose di Pescara, e specialmente contro il santo dei
Pescaresi. Ad ogni occasione nominava il paese natale, le bellezze e le
ricchezze del paese natale, li splendori della sua basilica, i tesori di
San Tommaso, la magnificenza delle cerimonie ecclesiastiche, in
confronto alle miserie di San Cetteo che possedeva un solo piccolo
braccio d’argento.
Donna Cristina disse:
“Guarda bene di là.”
Maria uscì dalla stanza per andare a cercare. Rovistò tutti li angoli
della cucina e della loggia, inutilmente. Tornò con le mani vuote.
“Non c’è! Non c’è!”
Allora ambedue si misero a pensare, a far delle congetture, a
investigare nella loro memoria. Uscirono su la loggia che dava nel
cortile, su la loggia del lavatoio, per fare l’ultima ricerca. Come
parlavano a voce alta, alle finestre delle case in torno si affacciarono
le comari.
“Che v’è successo, Donna Cristí? Dite! dite!”
Donna Cristina e Maria raccontarono il fatto, con molte parole, con
molti gesti.
“Gesù! Gesù! Dunque ci stanno i ladri?”
In un momento il remore del furto si sparse pel vicinato, per tutta
Pescara. Uomini e donne si misero a discutere, a imaginare chi potesse
essere il ladro. La novella, giungendo alle ultime case di
Sant’Agostino, s’ingrandì: non si trattava più di un semplice cucchiaio,
ma di tutta l’argenteria di casa Lamonica.
Ora, come il tempo era bello e su la loggia le rose cominciavano a
fiorire e due lucherini in gabbia cantavano, le comari si trattennero
alle finestre per il piacere di ciarlare al bel tempo, con quel dolce
calore. Le teste femminili apparivano tra i vasi di basilico e il
ciaramellío pareva dilettare i gatti in su le gronde.
Donna Cristina disse, congiungendo le mani:
“Chi sarà stato?”
Donna Isabella Sertale, detta la Faina, che aveva i movimenti lesti e
furtivi di un animaletto predatore, chiese con la voce stridula:
“Chi ci stava con voi, Donna Cristí? Mi pare che ho visto ripassare
Candia....”
“Aaaah!” esclamò donna Felicetta Margasanta, detta la Pica per la sua
continua garrulità.
“Ah!” ripeterono le altre comari.
“E non ci pensavate?”
“E non ve n’accorgevate?”
“E non sapete chi è Candia?”
“Ve lo diciamo noi chi è Candia!”
“Sicuro!”
“Ve lo diciamo noi!”
“I panni li lava bene, non c’è che dire. È la meglio lavandaia che sta a
Pescara, non c’è che dire. Ma tiene lu difetto delle cinque dita.... Non
lo sapevate, commà?”
“A me ’na volta mi mancò due mantili.”
“A me ’na tovaglia.”
“A me ’na camicia.”
“A me tre paia di calzette.”
“A me due fédere.”
“A me ’na sottana nuova.”
“Io non ho potuto riavere niente.”
“Io manco.”
“Io manco.”
“Ma non l’ho cacciata; perchè chi prendo? Silvestra?”
“Ah! ah!”
“Angelantonia? L’Africana?”
“Una peggio dell’altra!”
“Bisogna ave’ pazienza.”
“Ma ’na cucchiara, mo’!”
“È troppo, mo’!”
“Non vi state zitta, Donna Cristí; non vi state zitta!”
“Che zitta e non zitta!” proruppe Maria Bisaccia che, quantunque avesse
l’aspetto placido e benigno, non si lasciava sfuggire nessuna occasione
per opprimere o per mettere in mala vista li altri serventi della casa.
“Ci penseremo noi, Donn’Isabbé, ci penseremo!”
E le ciarle dalla loggia alle finestre seguitarono. E l’accusa di bocca
in bocca si propalò per tutto il paese.
II.
La mattina vegnente, mentre Candia Marcanda teneva le braccia nella
lisciva, comparve su la soglia la guardia comunale Biagio Pesce
soprannominato -il Caporaletto-.
Egli disse alla lavatrice.
“Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, súbito.”
“Che dici?” domandò Candia aggrottando le sopracciglia, ma senza
tralasciare la sua bisogna.
“Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, súbito.”
“Mi vuole? E perchè?” seguitò a domandare Candia, con un modo un po’
brusco, non sapendo a che attribuire quella chiamata improvvisa,
inalberandosi come fanno le bestie caparbie dinanzi a un’ombra.
“Io non posso sapere perchè,” rispose il Caporaletto. “Ho ricevuto
l’ordine.”
“Che ordine?”
La donna, per una ostinazione naturale in lei, non cessava dalle
domande. Ella non sapeva persuadersi della cosa.
“Mi vuole il Sindaco? E perchè? E che ho fatto io? Non ci voglio venire.
Io non ho fatto nulla.”
Il Caporaletto, impazientito, disse:
“Ah, non ci vuoi venire? Bada a te!”
E se ne andò, con la mano su l’elsa della vecchia daga, mormorando.
Intanto per il vico alcuni che avevano udito il dialogo uscirono su li
usci e si misero a guardare Candia che agitava la lisciva con le
braccia. E, poichè sapevano del cucchiaio d’argento, ridevano tra loro e
dicevano motti ambigui che Candia non comprendeva. A quelle risa e a
quei motti, un’inquietudine prese l’animo della donna. E l’inquietudine
crebbe quando ricomparve il Caporaletto accompagnato dall’altra guardia.
“Cammina,” disse il Caporaletto, risolutamente.
Candia si asciugò le braccia, in silenzio; e andò. Per la piazza la
gente si fermava. Rosa Panara, una nemica, dalla soglia della bottega
gridò con una risata feroce:
“Posa l’osso!”
La lavandaia, smarrita, non imaginando la causa di quella persecuzione,
non seppe che rispondere.
Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone curiose che la volevano
veder passare. Candia, presa dall’ira, salì le scale rapidamente; giunse
in conspetto del Sindaco, affannata; chiese:
“Ma che volete da me?”
Don Silla, uomo pacifico, rimase un momento turbato dalla voce aspra
della lavandaia, e volse uno sguardo ai due fedeli custodi della dignità
sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella scatola di corno:
“Figlia mia, sedetevi.”
Candia rimase in piedi. Il suo naso ricurvo era gonfio di collera, e le
sue guance rugose avevano una palpitazion singolare.
“Dite, Don Sí.”
“Voi siete stata ieri a riportà’ la biancheria a Donna Cristina
Lamonica?”
“Be’, che c’è? che c’è? Manca qualche cosa? Tutto contato, capo per
capo.... Non manca nulla. Che c’è, mo’?”
“Un momento, figlia mia! C’era nella stanza l’argenteria....”
Candia, indovinando, si voltò come un falchetto inviperito che stia per
ghermire. E le labbra sottili le tremavano.
“C’era nella stanza l’argenteria, e Donna Cristina trova mancante ’na
cucchiara.... Capite, figlia mia? L’avete presa voi.... pe’ sbaglio?”
Candia saltò come una locusta, a quell’accusa immeritata. Ella non aveva
preso nulla, in verità.
“Ah, io? Ah, io? Chi lo dice? Chi m’ha vista? Mi faccio meraviglia di
voi, Don Sí! Mi faccio meraviglia di voi! Io ladra? io? io?...”
E la sua indignazione non aveva fine. Ella più era ferita dall’ingiusta
accusa perchè si sentiva capace dell’azione che le addebitavano.
“Dunque voi non l’avete presa?” interruppe Don Silla, ritirandosi in
fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente.
“Mi faccio meraviglia!” garrì di nuovo la donna, agitando le lunghe
braccia come due bastoni.
“Be’, andate. Si vedrà.”
Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo stipite della porta. Ella
era diventata verde: era fuori di sè. Mettendo il piede nella via,
vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l’opinione
popolare era contro di lei; che nessuno avrebbe creduto alla sua
innocenza. Nondimeno si mise a gridare le sue discolpe. La gente rideva,
dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò; si mise a
singhiozzare su la soglia.
Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa:
“Piangi forte, piangi forte, che mo’ passa la gente.”
Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente si
acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all’opera. Lavorando, pensava
alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava nel suo
cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare l’innocenza;
arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti li spedienti della
dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento che persuadesse li
increduli.
Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da Donna
Cristina.
Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte
parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si ritrasse
con dignità.
Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccontò
il fatto, ad ognuna espose la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo
argomento, aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi dinanzi
alla incredulità e alla diffidenza; e inutilmente. Ella sentiva che
oramai non era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento cupo
le prese l’animo. -- Che più fare! Che più dire!
III.
Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una femmina
del volgo, che faceva professione di magia e di medicina empirica con
molta fortuna. La Cinigia già qualche altra volta aveva scoperta la roba
rubata; e si diceva ch’ella avesse segrete pratiche con i ladroncelli.
Donna Cristina le disse:
“Ritrovami la cucchiara, e ti darò ’na regalía forte.”
La Cinigia rispose:
“Va bene. Mi bastano ventiquattr’ore.”
E, dopo ventiquattr’ore, ella portò la risposta. -- Il cucchiaio si
trovava in una buca, nel cortile, vicino al pozzo.
Donna Cristina e Maria discesero nel cortile, cercarono e trovarono, con
grande meraviglia.
Rapidamente, la novella si sparse per Pescara.
Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella
pareva più alta; teneva la testa eretta: sorrideva, guardando tutti
nelli occhi come per dire:
“Avete visto? Avete visto?”
La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola e
poi rompeva in uno sghignazzío significativo. Filippo La Selvi, che
stava bevendo un bicchiere d’acquavite fine nel caffè d’Angeladea,
chiamò Candia.
“’Nu bicchiere pe’ Candia, di questo qua!”
La donna, che amava i liquori ardenti, fece con le labbra un atto di
cupidigia.
Filippo La Selvi soggiunse:
“Te lo meriti, non c’è che di’.”
Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caffè. Tutti avevano su la
faccia un’aria burlevole.
Filippo La Selvi, rivoltosi all’uditorio, mentre la donna beveva:
“L’ha saputa fa’; è vero? Volpe vecchia....”
E battè familiarmente la spalla ossuta della lavandaia.
Tutti risero.
Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso, unendo insieme l’indice
della mano destra con quello della sinistra, in un’attitudine grottesca,
e impuntandosi su le sillabe, disse:
“Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia...”
E seguitò a far de’ gesti e a balbettare con un’aria furbesca, per
indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista, si
contorcevano nell’ilarità.
Candia rimase un momento smarrita, co ’l bicchiere in mano. Poi, d’un
tratto, comprese. -- Non credevano alla sua innocenza. L’accusavano di
aver riportato il cucchiaio d’argento segretamente, d’accordo con la
strega, per non aver guai.
Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella non trovava parole. Si
gittò su ’l più debole, su ’l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni e di
graffi. La gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella lotta,
schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi a un combattimento
d’animali; ed aizzava le due parti con le voci e con le gesticolazioni.
Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa, cercava di fuggire,
sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della
lavandaia, girava con rapidità crescente, come un sasso nella fionda,
sinchè cadde con gran veemenza bocconi.
Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò tra i sibili; andò, a
chiudersi in casa; si gittò a traverso il letto, singhiozzando e
mordendosi le dita, pe ’l gran dolore. La nuova accusa le coceva più
della prima, tanto più ch’ella si sentiva capace di quel sotterfugio.
“Come discolparsi ora? Come chiarire la verità?” Ella si disperava,
pensando di non poter addurre in discolpa difficoltà materiali che
avessero potuto impedire l’esecuzione dell’inganno. L’accesso al cortile
era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo
pianerottolo della scalinata grande; per togliere l’immondizie o per
altre bisogne una quantità di gente entrava ed usciva liberamente da
quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca alli accusatori
dicendo: “Come avrei fatto ad entrare?” I mezzi per condurre a termine
l’impresa erano molti ed agevoli; e su questa agevolezza si fondava la
credenza popolare.
Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione; aguzzò
l’astuzia; imaginò tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare come
mai si trovasse il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse ad artifizi
e a cavilli d’ogni genere; sottilizzò con una ingegnosità singolare. Poi
si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando in tutti i modi
di vincere l’incredulità delle persone. Le persone ascoltavano quei
ragionamenti capziosi, dilettandosi. In ultimo dicevano:
“Va bene! Va bene!”
Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita. -- Tutte le sue
fatiche dunque erano inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva! -- Ella,
con una pertinacia mirabile, tornava all’assalto. Passava le notti
intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi
edifizi, a superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo continuo
sforzo, la sua mente s’indeboliva, non sosteneva più altro pensiero che
non fosse quello del cucchiaio, non avea quasi più coscienza delle cose
della vita comune. Più tardi, per la crudeltà della gente, una vera
manía prese il cervello della povera donna.
Ella, trascurando le sue bisogne, s’era ridotta quasi alla miseria.
Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare. Quando scendeva
alla riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano raccolte le
altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva
per sempre la corrente. Parlava continuamente, senza stancarsi mai,
della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano a
cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e
gesticolava, come una pazza.
Nessuno più le dava lavoro. Per compassione le antiche clienti le
mandavano qualche cosa da mangiare. A poco a poco ella si abituò a
mendicare. Andava per le strade, tutta cenciosa, curva e disfatta. I
monelli le gridavano dietro:
“Mo’ dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi’ Ca’!”
Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia
e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un
soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano
difficoltà contro li argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi
ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si
univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre,
sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda, che
aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un piede.
Nell’inverno del 1874 la colse un male. Fu assistita dalla femmina
lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di
brace.
L’inferma, distesa su ’l giaciglio, farneticava del cucchiaio; si levava
su i gomiti, tentava di far de’ gesti, per secondare la perorazione. La
lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente.
Nell’agonia, quando già li occhi ingranditi si velavano come per
un’acqua torbida che vi salisse dall’interno, Candia balbettava:
“Non so’ stata io, signó.... vedete.... perchè.... la cucchiara....”I MARENGHI.
Passacantando entrò, sbattendo forte le vetrate malferme. Scosse
rudemente dalle spalle le gocce di pioggia; poi si guardò in torno,
togliendosi dalla bocca la pipa e lasciando andare contro il banco
padronale un lungo getto di saliva, con un atto di noncuranza
sprezzante.
Nella taverna il fumo del tabacco faceva come una gran nebbia
turchiniccia, di mezzo a cui s’intravedevano le facce varie dei bevitori
e delle male femmine. C’era Pachiò, il marinaro invalido, a cui una
untuosa benda verde copriva l’occhio destro infermo d’una infermità
ributtante. C’era Binchi-Banche, il servitore dei finanzieri, un
omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo,
curvo nella schiena, con le magre gambe sprofondate nelli stivali fino
ai ginocchi. C’era Magnasangue, il mezzano dei soldati, l’amico delli
attori comici, dei giocolieri, dei saltimbanchi, delle sonnambule, dei
domatori d’orsi, di tutta la gentaglia famelica e girovaga che si ferma
nel paese per carpire alli oziosi un quattrino. E c’erano le belle del
Fiorentino; tre o quattro femmine affloscite nel vizio, con le guance
tinte di un color di mattone, li occhi bestiali, la bocca flaccida e
quasi paonazza come un fico troppo maturo.
Passacantando attraversò la taverna e andò a sedersi su una panca, tra
la Pica e Peppuccia, contro il muro segnato di figure e di scritture
invereconde. Egli era un giovinastro lungo e smilzo, tutto dinoccolato,
con una faccia pallidissima da cui sporgeva il naso grosso, rapace,
piegato molto da una parte. Le orecchie gli si spandevano ai due lati
come cartocci sinuosi, l’uno più grande dell’altro; le labbra,
sporgenti, vermiglie, e d’una certa mollezza di forma, avevano sempre
alli angoli alcune piccole bolle di saliva bianchicce. Un berretto che
l’untuosità rendeva consistente e malleabile come la cera, gli copriva i
capelli bene curati, di cui una ciocca foggiata ad uncino scendeva fin
su la radice del naso ed un’altra arrotondavasi su la tempia. Una specie
di oscenità e di lascivia naturale emanava da ogni attitudine, da ogni
gesto, da ogni modulazion di voce, da ogni sguardo di costui.
“Ohe,” gridò egli, “l’Africana, una fujetta!” percotendo il tavolo con
la pipa d’argilla che al colpo s’infranse.
L’Africana, la padrona della taverna, si mosse dal banco verso il
tavolo, barcollando per la sua corpulenza grave; e posò dinanzi a
Passacantando il vaso di vetro colmo di vino. Ella guardava l’uomo con
uno sguardo pieno di supplicazione amorosa.
Passacantando d’un tratto, dinanzi a lei, cinse co ’l braccio il collo
di Peppuccia costringendola a bere, e quindi attaccò la bocca a quella
bocca che ancora teneva il sorso del vino e fece atto di suggere.
Peppuccia rideva, schermendosi; e per le risa il vino mal tracannato
spruzzava la faccia del provocatore.
L’Africana divenne livida. Si ritrasse dietro il banco. Di mezzo al fumo
denso del tabacco le giungevano li schiamazzi e le mozze parole di
Peppuccia e della Pica.
Ma la vetrata si aprì. E comparve su la soglia il Fiorentino, tutto
avvolto in un pastrano, come uno sbirro.
“Ehi, ragazze!” fece con la voce rauca. “È ora.”
Peppuccia, la Pica, le altre si levarono di tra li uomini che le
perseguitavano con le mani e con le parole; se ne uscirono, dietro il
loro padrone, mentre pioveva e tutto il Bagno era un lago melmoso.
Pachiò, Magnasangue, li altri anche se ne uscirono, a uno a uno.
Binchi-Banche rimase disteso sotto un tavolo, immerso nel torpore
dell’ebrietà. Il fumo nella taverna a poco a poco vaniva verso l’alto.
Una tortora spennacchiata andava qua e là beccando le briciole del pane.
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Allora, come Passacantando fece per alzarsi, l’Africana gli mosse in
contro, lentamente, con la persona deforme atteggiata a una lusinghevole
mollezza d’amore. Il gran seno le ondeggiava da una parte all’altra; ed
una smorfia grottesca le rincrespava la faccia plenilunare. Su la faccia
ella aveva due o tre piccoli ciuffi di peli crescenti dai nei; una
lanugine densa le copriva il labbro superiore e le guance; i capelli
corti, crespi e duri le formavano su ’l capo una specie di casco; le
sopracciglia le si riunivano alla radice del naso camuso folte; cosicchè
ella pareva non so qual mostruoso ermafrodito affetto di elefanzia o di
idrope.
Quando fu presso all’uomo, ella gli prese la mano per trattenerlo.
“Oh, Giuvà!”
“Che volete?”
“I’ che t’hajie fatte?”
“Voi? Niende.”
“E allora pecche me dai pene e turmende?”
“Io? Me facce meravijia.... Bona sere! Nen tenghe tembe da perde, mo.”
E l’uomo, con un moto brutale, fece per andarsene. Ma l’Africana gli si
gettò alla persona, stringendogli le braccia, e mettendogli il volto
contro il volto, ed opprimendolo con tutta la mole delle carni, per un
impeto di passione e di gelosia così terribilmente incomposto che
Passacantando ne rimase atterrito.
“Che vuo’? Che vuo’? Dimmele! Che vuo’? Che te serve? Tutte te denghe;
ma statte’ nghe me, statte’ nghe me. Nen me fa muri di passijone.... nen
me fa ì ’n pazzía.... Che te serve? Viene! Píjiate tutte quelle che
truove....” Ed ella lo trasse verso il banco; aprì il cassetto; gli
offerse tutto, con un gesto solo.
Nel cassetto, lucido di untume, erano sparse alcune monete di rame tra
cui luccicavano tre o quattro piccole monete d’argento. Potevano essere,
insieme, cinque lire.
Passacantando, senza dir nulla, raccolse le monete e si mise a contarle
su ’l banco, lentamente, tenendo la bocca atteggiata al dispregio.
L’Africana guardava ora le monete, ora la faccia dell’uomo, ansando come
una bestia stracca. Si udiva il tintinno del rame, il russare aspro di
Binchi-Banche, il saltellare della tortora, in mezzo al continuo rumore
della pioggia e del fiume giù per il Bagno e per la Bandiera.
“Nen m’abbaste,” disse finalmente Passacantando. “Ce vo’ l’autre. Cacce
l’autre, se no i’ me ne vajie.”
Egli s’era schiacciato il berretto su la nuca. Il ciuffo rotondo gli
copriva la fronte, e sotto il ciuffo li occhi bianchicci, pieni
d’impudenza e d’avarizia, guardavano l’Africana intentamente, involgendo
quella femmina in una specie di fascinazione malefica.
“I’ nen tenghe chiù niende. Tu mi siè spujate. Quelle che truove,
pijiatele....” balbettava l’Africana, supplichevole, carezzevole, mentre
la pappagorgia e le labbra le tremavano, e le lagrime le sgorgavano
dalli occhietti porcini.
“’Mbé,” fece Passacantando, a voce bassa, chinandosi verso di lei.
“’Mbé, e t’acride che i’ nen sacce che maritete tene li marenghe d’ore?”
“Oh, Giuvanne.... E coma facce pover’ammè?”
“Tu, mo, súbbito, vall’a pijà. I’ t’aspett’a qua. Maritete dorme.
Quest’è lu momende. Va; se no nen m’arvide chiù, pe’ Sant’Andonie!”
“Oh, Giuvanne.... I’ tenghe pahure.”
“Che pahure e nen pahure!” strillò Passacantando. “Mo ce venghe pure i’.
’Jame!”
L’Africana si mise a tremare. Indicò Binchi-Banche che stava ancora
disteso sotto la tavola, nel sonno pesante.
“Chiudème prime la porte,” ella consigliò, con sommessione.
Passacantando destò con un calcio Binchi-Banche, che per lo spavento
improvviso cominciò a urlare e a dimenarsi entro i suoi stivali finchè
non fu quasi trascinato fuori, nella mota e nelle pozzanghere. La porta
si chiuse. La lanterna rossa, che stava appiccata ad una delle imposte,
illuminò la taverna d’un rossore sudicio; li archi massicci si
disegnarono in ombra profonda; la scala nell’angolo divenne misteriosa;
tutta l’architettura prese un’apparenza di scenario romantico ove
dovesse rappresentarsi un qualche dramma feroce.
“’Jame!” ripetè Passacantando all’Africana che ancora tremava.
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Ambedue salirono adagio per la scala di mattoni che sorgeva nell’angolo
più oscuro, la femmina innanzi, l’uomo indietro. In cima alla scala era
una stanza bassa, impalcata di travature. Sopra una parete era
incrostata una madonna di maiolica azzurrognola; e davanti le ardeva in
un bicchiere pieno d’acqua e d’olio un lume, per voto. Le altre pareti
copriva, come una lebbra multicolore, una quantità d’imagini di carta in
brandelli. L’odore della miseria, l’odore del calore umano nei cenci,
empiva la stanza.
I due ladri si avanzavano verso il letto cautamente.
Stava su ’l letto maritale il vecchio, immerso nel sonno, respirante con
una specie di sibilo fioco a traverso le gengive senza denti, a traverso
il naso umido e dilatato dal tabacco. La testa calva posava di sbieco
sopra un guanciale di cotone rigato; su la bocca cava, simile a un
taglio fatto su una zucca infracidita, si rizzavano i baffi ispidi e
ingialliti dal tabacco; e uno delli orecchi visibile rassomigliava
all’orecchio rovesciato di un cane, essendo pieno di peli, coperto di
bolle, lucido di cerume. Un braccio usciva fuori delle coperte, nudo,
scarno, con grossi rilievi di vene simili alle gonfiezze delle varici.
La mano adunca teneva un lembo del lenzuolo, per abitudine di prendere.
Ora, questo vecchio ebete possedeva da tempo due marenghi avuti in
lascito non si sa da qual parente usuraio; e li conservava con gelosa
cura dentro una tabacchiera di corno in mezzo al tabacco, come alcuni
fanno di certi insetti muschiati. Erano due marenghi gialli e lucenti;
ed il vecchio vedendoli ad ogni momento e ad ogni momento palpandoli nel
prendere tra l’indice e il pollice l’aroma, sentiva in sè crescere la
passione dell’avarizia e la voluttà del possesso.
L’Africana si accostò pianamente, trattenendo il respiro, mentre
Passacantando la incitava con i gesti al furto. Si udì per le scale un
rumore. Ambedue ristettero. La tortora spennacchiata e zoppa entrò
saltellando nella stanza; trovò il nido in una ciabatta, a piè del letto
maritale. Ma come ancora, nell’accomodarsi, faceva strepito, l’uomo con
un moto rapido la serrò nel pugno, con una stretta la soffocò.
“Ci sta?” chiese all’Africana.
“Sì, ci sta, sott’a lu cuscine....” rispose quella mentre insinuava
sotto il guanciale la mano.
Il vecchio, nel sonno, si mosse, mettendo un gemito involontario, ed
apparve tra le sue palpebre un po’ del bianco delli occhi. Poi ricadde
nell’ottusità del sopore senile.
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