davano soccorso all’inferma. Il miracolo appariva inopinato,
fulgidissimo, supremo.
Allora a poco a poco allo stupore, al murmure incerto, alle titubanze
successe un giubilo senza limiti, un coro di esaltazioni clamorose, un
fanatismo d’adorazione. Anna, in ginocchio, ancora assorta nel rapimento
del miracolo, non aveva forse conscienza di quel che in torno avveniva.
Ma quando i cantici con una maggior veemenza furono ripresi, ella cantò.
La sua nota su dalla cadente onda del coro ad intervalli emerse; poichè
le divote diminuivano la forza delle loro voci per ascoltare quella
unica che dalla grazia divina era stata riconcessa. E la Vergine nei
cantici a volta a volta fu l’incensiere d’oro, d’onde esalavano i
balsami più dolci, la lampada che dì e notte rischiarava il santuario,
l’urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto che ardeva senza
consumarsi, lo stelo di Jesse che portava il più bello di tutti i fiori.
Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il paese di
Ortona, e dal paese in tutte le terre finitime, aumentando nel viaggio.
E il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina Onofrii, la
magnifica, offerse alla Madonna dell’oratorio una veste di broccato
d’argento e una rara collana di turchesie venuta dall’isola di Smirne.
Le altre gentildonne ortonesi offersero altri minori doni. L’arcivescovo
d’Orsogna fece con pompa una visita gratulatoria, in cui rivolse parole
di edificante eloquenza ad Anna che “con la purità della vita si era
resa degna dei doni celesti.”
Da quel tempo la degradazione intellettuale nell’inferma andò sempre
crescendo, fino ad assumere per lunghi intervalli una forma completa
d’imbecillità inerte. E pareva che dalla sua persona una profonda
influenza s’irraggiasse su le conviventi; poichè in alcune fra queste si
manifestarono disordini psichici non lievi, e in tutte la divozione
raggiunse l’apice del fervore.
Nell’agosto del 1876 sopravvennero nuovi fenomeni che avevano anche una
più grave apparenza di cause divine. L’inferma, quando si avvicinava il
vespro, senza alcun sintomo iniziale di attacco convulsivo cadeva in uno
stato di estasi con catalessia che si prolungava per una mezz’ora o poco
più. Da quell’estasi ella sorgeva quasi con impeto; e in piedi,
conservando sempre la medesima attitudine, cominciava a parlare, da
prima lentamente, e quindi gradatamente accelerando, come sotto
l’urgenza di un’ispirazione mistica. Il suo eloquio non era che un
miscuglio tumultuario di parole, di frasi, di interi periodi già innanzi
appresi, che ora per un inconsciente meccanismo si riproducevano,
frammentandosi o combinandosi senza legge. Le native forme dialettali
s’innestavano alle forme auliche, s’insinuavano nelle iperboli del
linguaggio biblico; e mostruosi congiungimenti di sillabe, inauditi
accordi di suoni avvenivano nel disordine. Ma il profondo tremito della
voce, ma i cangiamenti repentini dell’inflessione, l’alterno ascendere e
discendere del tono, la spiritualità della figura estatica, il mistero
dell’ora, tutto concorreva a soggiogare li animi delle astanti.
Li effetti si ripeterono cotidianamente, con una regolarità periodica.
Su ’l vespro, nell’oratorio si accendevano le lampade; le monache
facevano cerchia inginocchiandosi; e la rappresentazione sacra
incominciava. Come l’inferma entrava nell’estasi catalettica, i preludi
vaghi dell’organo rapivano li animi delle religiose in una sfera
superiore. Il lume delle lampade si diffondeva fievole dall’alto, dando
un’incertitudine aerea e quasi una morente dolcezza all’apparenza delle
cose. A un punto l’organo taceva. La respirazione nell’inferma diveniva
più profonda; le braccia le si distendevano così che nei polsi
scarnificati i tendini vibravano simili alle corde di uno stromento.
Poi, d’un tratto, l’inferma balzava in piedi, incrociava le braccia su
’l petto, restando nell’atteggiamento mistico delle cariatidi d’un
battistero. E la sua voce risonava nel silenzio, ora dolce, ora lugubre,
ora quasi canora, il più delle volte incomprensibile.
Su i principii del 1877 questi accessi diminuirono di frequenza; si
presentarono due o tre volte la settimana; poi disparvero totalmente,
lasciando il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza. E
allora alcuni anni passarono, in cui la povera idiota visse tra
sofferenze atroci, con le membra rese inerti dalli spasimi articolari.
Ella non aveva più alcuna cura della nettezza; non si cibava che di pane
molle e di pochi erbaggi; teneva in torno al collo, su ’l petto, una
gran quantità di piccole croci, di reliquie, d’imagini, di corone;
parlava balbettando per la mancanza dei denti; e i suoi capelli
cadevano, i suoi occhi erano già torbidi come quelli dei vecchi giumenti
che stanno per morire.
Una volta, di maggio, mentre ella soffriva deposta sotto il portico e le
suore in torno coglievano per Maria le rose, le passò dinanzi la
testuggine che ancora traeva la sua vita pacifica e innocente nel
verziere claustrale. La vecchia vide quella forma muoversi e a poco a
poco allontanarsi. Nessun ricordo le si destò nella conscienza. La
testuggine si perse tra i cespi dei timi.
Ma le suore consideravano la imbecillità e la infermità della donna come
una di quelle supreme prove di martirio a cui il Signore chiama li
eletti per santificarli e glorificarli poi nel paradiso; e circondavano
di venerazione e di cure l’idiota.
Nell’estate del 1881 alcune sincopi precedettero la morte. Consunto dal
marasmo, quel miserabile corpo omai nulla più conservava di umano. Lente
deformazioni avevano viziata la positura delle membra; tumori grossi
come pomi sporgevano sotto un fianco, su una spalla, dietro la nuca.
La mattina del 10 settembre, verso l’ottava ora, un sussulto della terra
scosse dalle fondamenta Ortona. Molti edifici precipitarono, altri
furono offesi nei tetti e nelle pareti, altri s’inclinarono e
s’abbassarono. E tutta la buona gente di Ortona, con pianti, con grida,
con invocazioni, con gran chiamare di santi e di madonne, uscì fuori
delle porte, e si raunò su ’l piano di San Rocco, temendo maggiori
pericoli. Le monache, prese dal pánico, infransero la clausura;
irruppero sulla via, scarmigliate, cercando la salvezza. Quattro di loro
portavano Anna sopra una tavola. E tutte trassero al piano, verso il
popolo incolume.
Come esse giunsero in vista del popolo, unanimi clamori si levarono,
poichè la presenza delle religiose parve propizia. In ogni parte, d’in
torno, giacevano infermi, vecchi impediti, fanciulli in fasce, donne
stupide per la paura. Un bellissimo sole mattutino illustrava le teste
tumultuanti, il mare, i vigneti; e accorrevano dalla spiaggia inferiore
i marinai, cercando le mogli, chiamando i figli per nome, ansanti per la
salita, rochi; e da Caldara cominciavano a venire mandre di pecore e di
bovi con i pastori, branchi di gallinacci con le femmine guardiane,
giumenti; poichè tutti temevano la solitudine, e tutti, uomini e bestie,
nel frangente si accomunavano.
Anna, adagiata su ’l suolo, sotto un olivo, sentendo prossima la morte,
si rammaricava con un balbettío fievole, perchè non voleva morire senza
i sacramenti; e le monache d’in torno le davano conforto; e li astanti
la guardavano con pietà. Ora, d’improvviso, tra il popolo una voce si
sparse, che da Porta-Caldara sarebbe uscito il busto dell’Apostolo. Le
speranze risorgevano; canti di rogazione risorgevano nell’aria. Come da
lungi vibrò un luccichío, le donne s’inginocchiarono; e con i capelli
disciolti, lacrimose, si misero a camminare su le ginocchia, in contro
al luccichío, salmodiando.
Anna agonizzava. Sostenuta da due suore, udì le preghiere, udì
l’annunzio; e forse in un’ultima illusione travide l’Apostolo veniente,
poichè nella faccia cava le passò quasi un sorriso di gaudio. Alcune
bolle di saliva le apparvero su le labbra; un’ondulazione brusca le
corse e ricorse, visibile, la parte inferiore del corpo; su li occhi le
palpebre le caddero, rossastre come per sangue stravasato; il capo le si
ritrasse nelle spalle. Ed ella così alfine spirò.
Quando il luccichío si fece più da presso alle donne adoranti, si chiarì
nel sole la forma di un giumento che portava in bilico su la groppa,
secondo il costume, una banderuola di metallo.L’IDILLIO DELLA VEDOVA.
Il cadavere del sindaco Biagio Mila, già tutto vestito e con la faccia
coperta d’una pezzuola umida d’acqua e d’aceto, stava disteso nel letto,
quasi in mezzo alla stanza. Vegliavano, nella stanza, la moglie e il
fratello del morto ai due lati.
Rosa Mila poteva avere circa venticinque anni. Era una donna fiorita, di
carnagione chiara, con la fronte un po’ bassa, le sopracciglia
lungamente arcuate, li occhi grigi e larghi e nell’iride variegati come
agate. Possedendo in grande abbondanza capelli, ella quasi sempre aveva
la nuca e le tempie e li occhi nascosti da molte ciocche ribelli. In
tutta la persona le splendeva una certa nitidezza di sanità e quella
vivace freschezza che danno alla cute femminile le lavande d’acqua
ghiaccia abituali. Un profumo allettante le emanava dalle vesti.
Emidio Mila, il cherico, poteva avere circa la stessa età. Era magro,
con nel volto il colore bronzino di chi vive nella campagna al pieno
sole. Una molle lanugine rossiccia gli copriva le guance; i denti forti
e bianchi davano al suo sorriso una bellezza virile; e li occhi suoi
giallognoli lucevano talvolta come due zecchini nuovi.
Ambedue tacevano: l’una scorrendo con le dita un rosario di vetro,
l’altro guardando il rosario scorrere. Ambedue avevano l’indifferenza
che la nostra gente campestre suole avere dinanzi al mistero della
morte.
Emidio disse, con un lungo respiro:
“Fa caldo, stanotte.”
Rosa sollevò li occhi, per assentire.
Nella stanza un poco bassa la luce oscillava secondo i moti della
fiammella che ardeva nell’olio d’una lampada di ottone. Le ombre si
raccoglievano ora in un angolo ora in una parete, variando di forme e di
intensità. Le vetrate della finestra erano aperte, ma le persiane
restavano chiuse. Di tratto in tratto le tende di mussolo bianco si
movevano come per un fiato. Su ’l candore del letto il corpo di Biagio
pareva dormire.
Le parole di Emidio caddero nel silenzio. La donna chinò di nuovo la
testa, e ricominciò a scorrere il rosario lentamente. Alcune stille di
sudore le imperlavano la fronte, e la respirazione le era faticosa.
Emidio, dopo un poco, domandò:
“A che ora verranno a prenderlo, domani?”
Ella rispose, nel natural suono della sua voce:
“Alle dieci, con la congregazione del Sacramento.”
Quindi ancora tacquero. Dalla campagna giungeva il gracidare assiduo
delle rane, giungevano a quando a quando li odori delle erbe. Nella
tranquillità perfetta Rosa udì una specie di gorgoglio roco escir dal
cadavere, e con un atto di orrore si levò dalla sedia, e fece per
allontanarsi.
“Non abbiate paura, Rosa. Sono umori,” disse il cognato, tendendole la
mano per rassicurarla.
Ella prese la mano, istintivamente; e la tenne, stando in piedi. Tendeva
li orecchi per ascoltare, ma guardava altrove. I gorgoglíi si
prolungavano dentro il ventre del morto, e parevano salire verso la
bocca.
“Non è nulla, Rosa. Quietatevi,” soggiunse il cognato, accennandole di
sedere sopra un cassone da nozze coperto d’un lungo cuscino a fiorami.
Ella sedette, a canto a lui, tenendolo ancora per mano, nel turbamento.
Come il cassone non era molto grande, i gomiti dei seduti si toccavano.
Il silenzio tornò. Un canto di trebbiatori sorse di fuori in lontananza.
“Fanno le trebbie di notte, al lume della luna,” disse la donna, volendo
parlare per ingannar la paura o la stanchezza.
Emidio non aprì bocca. E la donna ritrasse la mano, poichè quel contatto
ora cominciava a darle un senso vago d’inquietudine.
Ambedue ora erano occupati da uno stesso pensiero che li aveva colti
d’improvviso; ambedue ora erano tenuti da uno stesso ricordo, da un
ricordo di amori agresti nel tempo della pubertà.
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Essi, in quel tempo, vivevano nelle case di Caldore, su la collina
solatía, al quadrivio. Sul limite d’un campo di fromento sorgeva un muro
alto costruito di sassi e di terra argillosa. Dal lato di mezzodì, che i
parenti di Rosa possedevano, come ivi era più lento e dolce il calor del
sole, una famiglia di alberi fruttiferi prosperava e moltiplicavasi.
Alla primavera tutti li alberi fiorivano in comunione di letizia; e le
cupole argentee o rosee o violacee s’incurvavano sul cielo coronando il
muro e dondolavano come per inalzarsi nell’aria e facevano insieme un
ronzío sonnifero come d’api mellificanti.
Dietro il muro, dalla parte delli alberi Rosa in quel tempo soleva
cantare.
La voce limpida e fresca zampillava come una fontana, sotto le corone
dei fiori.
Per una lunga stagione di convalescenza Emidio aveva udito quel canto.
Egli era debole e famelico. Per sfuggire alla dieta, scendeva dalla casa
furtivamente, celando sotto li abiti un gran pezzo di pane, e camminava
lungo il muro, nell’ultimo solco del grano, fin che non giungeva al
luogo della beatitudine.
Allora si sedeva, con le spalle contro i sassi riscaldati, e cominciava
a mangiare. Mordeva il pane e sceglieva una spiga tenera: ogni granello
aveva in sè una minuta stilla di succo simile a latte e aveva un fresco
sapore di farina. Per un singolar fenomeno, la voluttà
dell’alimentazione e la voluttà dell’udito nel convalescente si
confondevano quasi in una sola sensazione infinitamente dilettosa.
Cosicchè in quell’ozio, tra quel calore, tra quelli odori che davano
all’aria quasi la cordial saporita del vino, anche la voce femminile
diveniva per lui un naturale alimento di rinascenza e come un nutrimento
fisico ch’egli assimilava.
Il canto di Rosa era dunque una causa di guarigione. E, quando la
guarigione fu compiuta, la voce di Rosa ebbe sempre sul beneficato una
virtù di fascinazione sensuale.
Dopo d’allora, poichè tra le due famiglie la dimestichezza divenne
grande, sorse in Emidio uno di quei taciturni e timidi e solitari amori
d’adolescenza.
Di settembre, prima che Emidio partisse pel seminario, le due famiglie
riunite andarono in un pomeriggio a merendare nel bosco, lungo il fiume.
La giornata era molle, e i tre carri tirati dai bovi avanzavano lungo i
canneti fioriti.
Nel bosco la merenda fu fatta sull’erba, in una radura circolare
limitata da fusti di pioppi giganteschi. L’erba corta era tutta piena di
certi piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile; qua e là
nell’interno discendevano tra il fogliame larghe zone di sole; e la
riviera in basso pareva ferma, aveva una tranquillità lacustre, una pura
trasparenza ove le piante acquatiche dormivano.
Dopo la merenda, alcuni si sparpagliarono per la riva, altri rimasero
distesi supini.
Rosa ed Emidio si trovarono insieme; si presero a braccio e cominciarono
a camminare per un sentiero segnato tra i cespugli.
Ella si appoggiava tutta su lui; rideva, strappava le foglie ai virgulti
nel passaggio, morsicchiava li steli amari, rovesciava la testa in
dietro per guardar le ghiandaie fuggiasche. Nel moto il pettine di
tartaruga le scivolò dai capelli che d’un tratto le si diffusero su le
spalle con una stupenda ricchezza.
Emidio si chinò insieme a lei per raccogliere il pettine. Nel rialzarsi,
le due teste si urtarono un poco. Rosa, reggendosi la fronte tra le
mani, gridava tra le risa:
“Ahi! Ahi!”
Il giovinetto la guardava, sentendosi fremere sin nelle midolle e
sentendosi impallidire e temendo di tradirsi.
Ella distaccò con l’unghie da un tronco una lunga spirale d’edere, se
l’avvolse alle trecce con un attorcigliamento rapido e fermò la
ribellione su la nuca con i denti del pettine. Le foglie verdi, talune
rossastre, mal contenute rompevano fuori irregolarmente. Ella chiese:
“Così vi piaccio?”
Ma Emidio non aprì bocca; non seppe che rispondere.
“Ah, non va bene! Siete forse muto?”
Egli sentiva la voglia di cadere in ginocchio. E, come Rosa rideva d’un
riso scontento, egli si sentiva quasi salire il pianto alli occhi per
l’angoscia di non poter trovare una parola sola.
Seguitarono a camminare. In un punto una alberella abbattuta impediva il
passaggio. Emidio con ambo le mani sollevò il fusto, e Rosa passò di
sotto ai rami verdeggianti che un istante la incoronarono.
Più in là incontrarono un pozzo ai cui fianchi stavano due bacini di
pietra rettangolari. Li alberi densi formavano in torno e sopra il pozzo
una chiostra di verdura. Ivi l’ombra era profonda, quasi umida. La vôlta
vegetale si rispecchiava perfettamente nell’acqua che giungeva a metà
dei parapetti di mattone.
Rosa disse, distendendo le braccia:
“Come si sta bene qui!”
Poi raccolse l’acqua nel concavo della palma, con un’attitudine di
grazia, e sorseggiò. Le gocciole le cadevano di tra le dita, e le
imperlavano la veste.
Quando fu dissetata, con tutt’e due le palme raccolse altr’acqua, e
l’offerse al compagno lusinghevolmente:
“Bevete!”
“Non ho sete,” balbettò Emidio istupidito.
Ella gli gettò l’acqua in viso, facendo con il labbro inferiore una
smorfia quasi di dispregio. Poi si distese dentro uno dei bacini
asciutti, come in una culla, tenendo i piedi fuori dell’orlo, e
scotendoli irrequietamente. A un tratto si rialzò, guardò Emidio con uno
sguardo singolare:
“Dunque? Andiamo.”
Si rimisero in cammino, tornarono al luogo della riunione, sempre in
silenzio. I merli fischiavano su le loro teste; fasci orizzontali di
raggi attraversavano i loro passi; e il profumo del bosco cresceva in
torno a loro.
Alcuni giorni dopo, Emidio partiva.
Alcuni mesi dopo, il fratello d’Emidio prendeva in moglie Rosa.
Nei primi anni di seminario il cherico aveva pensato spesso alla nuova
cognata. Nella scuola, mentre i preti spiegavano l’-Epitome historiæ
sacræ-, egli aveva fantasticato di lei. Nello studio, mentre i suoi
vicini, nascosti dai leggíi aperti, si davano fra loro a pratiche
oscene, egli aveva chiusa la faccia tra le mani, e s’era abbandonato ad
immaginazioni impure. Nella chiesa, mentre le litanie alla Vergine
sonavano, egli dietro l’invocazione alla -Rosa mystica- era fuggito
lontano.
E come aveva appreso dai condiscepoli la corruzione, la scena del bosco
gli era apparsa in una nuova luce. E il sospetto di non avere
indovinato, il rammarico di non aver saputo cogliere un frutto che gli
si offriva, allora lo tormentarono stranamente.
Dunque era così? Dunque Rosa un giorno lo aveva amato? Dunque egli era
passato inconsapevole a canto a una grande gioia?
E questo pensiero ogni giorno si faceva più acuto, più insistente, più
incalzante, più angustioso. E ogni giorno egli se ne pasceva con
maggiore intensità di sofferenza; finchè, nella lunga monotonia della
vita sacerdotale, questo pensiero divenne per lui una specie di morbo
immedicabile, e dinanzi alla irremediabilità della cosa egli fu preso da
uno scoramento immenso, da una melanconia senza fine.
-- Dunque egli non aveva saputo! --
----
Nella stanza ora il lume oscillava con più lentezza. Di tra le stecche
delle persiane chiuse entravano soffi di vento meno lievi, e facevano un
poco inarcare le tende.
Rosa, invasa pianamente da un sopore, chiudeva di tanto in tanto le
palpebre; e come la testa le cadeva sul petto, le riapriva subitamente.
“Siete stanca?” chiese con molta dolcezza il cherico.
“Io, no,” rispose la donna, riprendendo li spiriti, ed ergendosi su la
vita.
Ma nel silenzio di nuovo il sopore le occupò i sensi. Ella teneva la
testa appoggiata alla parete: i capelli le empivano tutto il collo,
dalla bocca semiaperta le usciva la respirazione lenta e regolare. Così
ella era bella; e nulla in lei era più voluttuoso che il ritmo del seno
e la visibile forma dei ginocchi sotto la gonna leggiera.
-- S’io la baciassi? -- pensò Emidio, per una suggestione improvvisa della
carne guardando l’assopita.
Ancora i canti umani si propagavano nella notte di giugno, con una certa
solennità di cadenze liturgiche; e sorgevano di lontananza in lontananza
le risposte in diversi toni, senza compagnia di stromenti. Poichè il
plenilunio doveva essere alto, il fioco lume interno non valeva a
vincere l’albore che pioveva copioso su le persiane, e si versava fra li
intervalli del legno.
Emidio si volse verso il letto mortuario. I suoi occhi, scorrendo la
linea rigida e nera del cadavere, si fermarono involontariamente su la
mano, su una mano gonfia e giallastra, un po’ adunca, solcata di trame
livide nel dorso; e prestamente si ritrassero. Piano piano,
nell’incoscienza del sonno, la testa di Rosa, quasi segnando su la
parete un semicerchio, si chinò verso il cherico turbato. La
reclinazione della bella testa muliebre fu in atto dolcissima; e, poichè
il movimento alterò un poco il sonno, tra le palpebre a pena a pena
sollevate apparve un lembo d’iride e scomparve nel bianco, quasi come
una foglia di viola nel latte.
Emidio rimase immobile, tenendo contro l’omero il peso. Egli frenava il
respiro per tema di destare la dormiente, e un’angoscia enorme
l’opprimeva per il battito del cuore e dei polsi e delle terapie, che
pareva empire tutta la stanza. Ma, come il sonno di Rosa continuava, a
poco a poco egli si sentì illanguidire e mancare in una mollezza
invincibile, guardando quella gola femminea che le collane di Venere
segnavano di voluttà, aspirando quell’alito caldo e l’odor dei capelli.
Allora senza più pensare, senza più temere, abbandonandosi tutto alla
tentazione, egli baciò la donna in bocca.
Al contatto, ella si destò di soprassalto; aprì li occhi stupefatti in
faccia al cognato, divenne pallida pallida.
Poi, lentamente si raccolse i capelli su la nuca; e stette là, con il
busto eretto, tutta vigile, guardando dinanzi a sè nelle ombre varianti,
muta, quasi immobile.
Anche Emidio taceva. Ambedue rimanevano sul cassone da nozze, come
prima, seduti a canto, sfiorandosi con i gomiti, in un’incertezza
penosa, evitando con una specie di artificio mentale che la loro
coscienza giudicasse il fatto e lo condannasse. Spontaneamente ambedue
rivolsero l’attenzione alle cose esteriori, in quest’operazione dello
spirito mettendo un’intensità fittizia, concorrendovi pure con
l’attitudine della persona. E a poco a poco una specie di ebrietà li
conquistava.
I canti, nella notte, seguitavano e s’indugiavano per l’aria
lunghissimamente, e s’ammolivano lusinghevolmente di risposta in
risposta. Le voci maschili e le voci femminili facevano un componimento
amoroso. Talvolta una sola voce emergeva su le altre altissima, dando
una nota unica, in torno a cui li accordi concorrevano come onde in
torno al medio filo d’una corrente fluviatile. Ora, ad intervalli, sul
principio di ciascun canto, si udiva la vibrazione metallica di una
chitarra accordata in diapente; e tra una ripresa e l’altra si udivano
li urti misurati delle trebbio in sul terreno.
I due ascoltavano.
Forse per una vicenda del vento, ora li odori non erano più li stessi.
Veniva, forse dalla collina d’Orlando, il profumo dei limoni, così
possente e così dolce e così sottilmente instigatore. Forse dai giardini
di Scalia originavano i profumi delle rose, i profumi zuccherini che
davano all’aria il sapore d’un’essenza aromale. Montavano forse dal
padùle della Farnia le fragranze umide dei gigli fiorentini, che
respirate deliziavano come un sorso d’acqua.
I due rimanevano ancora taciturni, sul cassone, immobili, oppressi dalla
voluttà della notte lunare. Dinanzi a loro la fiammella della lampada
oscillava rapidamente, e curvavasi fino a lambire l’esilissimo cerchio
d’olio, sul quale ancora galleggiava alimentandosi. Come la fiammella
ebbe un primo stridore, i due si volsero; e stettero così, ansiosi, con
li occhi dilatati e fissi, a guardare la fiammella che finiva di beversi
le ultime stille. D’improvviso la fiammella si spense. Allora, tutt’a un
tratto, con un’avidità concorde, nel tempo medesimo, essi si strinsero
l’uno all’altra, si allacciarono, si cercarono con la bocca,
perdutamente, ciecamente, senza parlare, soffocandosi di carezze.LA SIESTA.
I.
Donna Laura Albónico stava nel giardino, sotto la pergola, prendendo il
fresco all’ora meridiana.
La villa taceva, tutta grigia, con le persiane chiuse tra le piante
delli agrumi. Il sole raggiava un calore e un fulgore immensi. Era la
metà di giugno; e i profumi delli aranci e dei limoni fioriti si
mescolavano all’odor delle rose, nell’aria tranquilla. Le rose
crescevano da per tutto, nel giardino, con una forza indomabile. Le
masse magnifiche delle rose bianche si movevano, lungo i viali, ad ogni
soffio di vento, coprendo il terreno con l’abbondanza della loro neve
odorante. In certi momenti l’aria, pregna dell’aroma, aveva un sapore
dolce e possente come quello di un vino prelibato. Le fontane,
invisibili tra la verzura, mormoravano. A tratti, la cima mobile
scintillante delli zampilli appariva fuor del fogliame, scompariva,
riappariva, con vari giochi; e alcuni zampilli bassi producevano nei
fiori e nelle erbe un fruscio e uno scompiglio singolari, sembrando
bestie vive che vi corressero a traverso o vi pascolassero o vi
scavassero tane. Li uccelli, invisibili, cantavano.
Donna Laura, seduta sotto la pergola, meditava.
Ella era una donna già vecchia. Aveva il profilo fine e signorile; il
naso lungo, lievemente aquilino, la fronte un po’ troppo ampia, la bocca
perfetta, ancora fresca, piena di benignità. I capelli, tutti bianchi,
le si piegavano su le tempie e le facevano intorno al capo una specie di
corona. Doveva essere stata molto bella, nella gioventù, ed amabile.
Era venuta da due soli giorni in quella casa solitaria, col marito e con
pochi servi. Aveva rinunziato alla villa magnatizia che sorgeva, sopra
un colle del Piemonte, abituale soggiorno estivo; aveva rinunziato al
mare, per quella campagna deserta e quasi arida.
“Ti prego, andiamo a Penti,” aveva detto al marito.
Il barone settuagenario era rimasto da prima un po’ sorpreso e
stupefatto, a quello strano desiderio della moglie.
“Perchè a Penti? Che s’andava a fare a Penti?”
“Ti prego, andiamo. Per mutare,” aveva insistito Donna Laura.
Il barone, come sempre, s’era lasciato persuadere.
“Andiamo.”
Ora, Donna Laura custodiva un segreto.
Nella giovinezza, la sua vita era stata attraversata da una passione. A
diciotto anni aveva sposato il barone Albónico, per ragioni di
convenienza familiare. Il barone militava sotto il primo Napoleone, con
molta prodezza; egli stava quasi sempre assente dalla sua casa, poichè
seguiva ovunque il volo delle aquile imperiali. In una di quelle lunghe
assenze, il marchese di Fontanella, un giovine signore che aveva moglie
e figliuoli, fu preso d’amore per Donna Laura; e, come egli era
bellissimo ed ardente, vinse alfine ogni resistenza dell’amata.
Allora pe’ i due amanti una stagione, passò nella felicità più dolce.
Essi vivevano nell’oblio di tutte le cose.
Ma un giorno Donna Laura s’accorse d’essere incinta; pianse, si disperò,
rimase in una terribile angoscia, non sapendo che risolvere, come
salvarsi. Per consiglio del marchese di Fontanella, partì alla volta
della Francia; si nascose in un piccolo paese della Provenza, in una di
quelle terre solatie piene di verzieri, dove le donne parlano l’idioma
dei trovatori.
Abitava una casa di campagna, circondata da un grande orto. Li alberi
fiorivano: era la primavera. Fra i terrori e le nere malinconie, ella
aveva intervalli d’una indefinita dolcezza. Passava lunghe ore seduta
all’ombra, in una specie d’inconscienza, mentre il sentimento vago della
maternità le dava a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori in
torno a lei emanavano un profumo acuto: leggiere nausee le salivano alla
gola e le mettevano per tutte le membra una lassitudine immensa. Che
giorni indimenticabili!
E, quando il momento solenne si avvicinava, giunse, desiderato,
Fontanella. La povera donna soffriva. Egli le stava a canto, pallido in
viso, parlando poco, baciandole spesso le mani. Ella partorì di notte;
gridava, fra li spasimi; si afferrava convulsamente alla lettiera;
credeva di morire. I primi vagiti dell’infante la gittarono in una
stupefazione di gioia. Ella, supina, con la testa un po’ arrovesciata
oltre i guanciali, bianca bianca, senza più voce, senza più forza per
tenere aperte le palpebre, agitava dinanzi a sè le mani esangui,
debolmente, in certi piccoli movimenti vaghi, come fanno talvolta i
moribondi verso la luce.
Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco, nel medesimo letto,
sotto la medesima coperta, il bambino. Era un essere fragile, molle, un
po’ rossiccio, che vibrava d’una palpitazione incessante, di una vita
palese, e in cui le forme umane non avevano certezza. Li occhi stavano
ancora chiusi, un po’ gonfi; e dalla bocca usciva un lamento fioco,
quasi un miagolio indistinto.
La madre, rapita, non si saziava di riguardare, di toccare, di sentirsi
su la guancia l’alito filiale. Dalla finestra entrava una luce bionda e
si vedevano le terre provenzane tutte coperte di mèssi. Il giorno aveva
una specie di santità. I canti dal fromento si avvicendavano, nell’aria
quieta.
Dopo, il bambino le fu tolto, fu nascosto, fu portato chi sa dove. Ella
non lo rivide più. Ella tornò alla sua casa; e visse col marito la vita
di tutte le donne, senza che nessun altro avvenimento sopraggiungesse a
turbarla. Non ebbe altri figliuoli.
Ma il ricordo, ma l’adorazione ideale di quella creatura ch’ella non
vedeva più, ch’ella non sapeva più dove fosse, le occuparono l’anima per
sempre. Ella non aveva che quel pensiero; rammentava tutte le minime
particolarità di quei giorni; rivedeva chiaramente il paese, la forma di
certi alberi che stavano dinanzi alla casa, la linea d’una collina che
chiudeva l’orizzonte, il colore e i disegni del tessuto che copriva il
letto, una macchia che stava nella vôlta della stanza, un piccolo piatto
figurato su cui le portavano il bicchiere, tutto, tutto, chiaramente,
minutamente. Ad ogni momento il fantasma di quelle cose lontane le
sorgeva nella memoria, così, senza ordine, senza legame, come nei sogni.
A volte ella ne rimaneva quasi stupita. Le tornavano dinanzi, precisi e
viventi, i volti di certe persone vedute laggiù, i loro moti, un loro
gesto insignificante, una loro attitudine, un loro sguardo. Le pareva di
avere nelli orecchi il vagito della creatura, di toccare le mani
esilissime, rosee, molli, quelle manine che forse erano la sola parte
già tutta formata perfettamente, simile alla miniatura d’una mano
d’uomo, con le vene quasi impercettibili, con le falangi segnate di
pieghe sottili, con le unghie trasparenti, tenere, appena appena suffuse
di viola. Oh, quelle mani! Con che strano brivido la madre pensava alla
loro carezza inconsciente! Come ne sentiva l’odore, l’odore singolare
che ricorda quello dei colombi nella prima piuma!
Così Donna Laura, chiusa in questa specie di mondo interiore che ogni
giorno più assumeva le apparenze della vita, passò li anni, molti anni,
sino alla vecchiezza. Tante volte aveva chiesto all’antico amante
notizie del figliuolo. Ella avrebbe voluto rivederlo, sapere il suo
stato.
“Ditemi dov’è, almeno. Vi prego.”
Il marchese, temendo un’imprudenza, si rifiutava. -- Ella non doveva
vederlo. Ella non avrebbe saputo contenersi. Il figlio avrebbe
indovinato tutto; si sarebbe valso del segreto per i suoi fini; avrebbe
forse rivelato ogni cosa.... No, no, ella non doveva vederlo.
Donna Laura, dinanzi a queste argomentazioni d’uomo pratico, rimaneva
smarrita. Ella non sapeva imaginarsi che la sua creatura fosse
cresciuta, fosse già adulta, fosse già presso al limitare della
vecchiaia. Oramai erano passati circa quarant’anni dal giorno della
nascita; eppure ella nel suo pensiero non vedeva che un bambino, roseo,
con li occhi ancora chiusi.
Ma il marchese di Fontanella venne a morire.
Quando Donna Laura seppe la malattia del vecchio, fu presa da
un’angoscia così penosa che una sera, non potendo più resistere allo
spasimo, uscì sola, si diresse verso la casa dell’infermo, perchè un
pensiero tenace la sospingeva, il pensiero del figlio. Prima che il
vecchio morisse, ella voleva conoscere il segreto.
Camminò lungo i muri, tutta raccolta, come per non farsi vedere. Le
strade erano piene di gente; l’ultimo chiarore del tramonto faceva rosee
le case; tra una casa e l’altra un giardino appariva tutto violaceo di
lilla in fiore. Voli di rondini, rapidi e circolari, s’intrecciavano nel
cielo luminoso. Frotte di bambini passavano a corsa, con grida e con
richiami. Talvolta passava una femmina incinta, a braccio del marito; e
l’ombra della sua gonfiezza si disegnava su ’l muro.
Donna Laura pareva incalzata da tutta quella gioconda vitalità delle
cose e delle persone. Ella affrettava il passo, fuggiva. Li splendori
vari delle vetrine, delle botteghe aperte, dei caffè le davano alli
occhi un senso acuto di dolore. A poco a poco una specie di stordimento
le occupava la testa; una specie di sbigottimento le prendeva lo
spirito. -- Che faceva? Dove andava? -- In quel disordine della
conscienza, le pareva quasi di commettere una colpa; le pareva che tutti
la guardassero, la indagassero, indovinassero il suo pensiero.
Ora la città s’invermigliava alli ultimi rossori del sole. Qua e là,
dentro le cantine, i cori del vino si levavano.
Come Donna Laura giunse alla porta, non ebbe forza di entrare. Passò
oltre, fece venti passi; poi ritornò in dietro, ripassò. Finalmente
varcò la soglia, salì le scale; si fermò, sfinita, nell’anticamera.
Nella casa c’era quell’animazione silenziosa di cui i familiari
circondano il letto di un infermo. I domestici camminavano in punta dì
piedi, portando qualche cosa fra le mani. Avvenivano dialoghi a bassa
voce, nel corridoio. Un signore calvo, tutto vestito di nero, attraversò
la sala, s’inchinò a Donna Laura, ed uscì.
Donna Laura chiese a un domestico, con la voce omai ferma:
“La marchesa?”
Il domestico indicò rispettosamente col gesto un’altra stanza a Donna
Laura. Quindi corse ad annunziare la visita.
La marchesa apparve. Era una signora piuttosto pingue, con i capelli
grigi. Aveva li occhi pieni di lacrime. Aperse le braccia all’amica,
senza parlare, soffocata da un singulto.
Dopo un poco, Donna Laura chiese, non alzando li occhi:
“Si può vedere?”
Profferite le parole, strinse le mascelle per reprimere un tremito
violento.
La marchesa disse:
“Vieni.”
Le due donne entrarono nella stanza dell’infermo. La luce ivi era mite;
l’odore di un farmaco, un odore singolare, empiva l’aria; li oggetti
segnavano grandi e strane ombre. Il marchese di Fontanella, disteso nel
letto, pallido, pieno di rughe, sorrise a Donna Laura, vedendola. Disse
lentamente:
“Grazie, baronessa.”
E le tese la mano ch’era umidiccia e tiepida.
Egli pareva aver ripreso li spiriti d’un tratto, per uno sforzo di
volontà. Parlò di varie cose, curando le parole, come quando stava sano.
Ma Donna Laura, dall’ombra, lo fissava con uno sguardo così ardente di
supplicazione che egli, indovinando, si volse alla moglie.
“Giovanna, ti prego, preparami tu la pozione, come stamattina.”
La marchesa chiese licenza, ed uscì, inconsapevole. Nel silenzio della
casa si udirono i passi di lei allontanarsi su i tappeti.
Allora Donna Laura, con un moto indescrivibile, si chinò su ’l vecchio,
gli prese le mani, gli strappò le parole con li occhi.
“A Penti.... Luca Marino.... ha moglie, figli.... una casa.... Non lo
vedere! Non lo vedere!” balbettò il vecchio, a fatica, preso quasi da un
terrore che gli dilatava le pupille. “A Penti.... Luca Marino.... Non ti
svelare.... mai!...”
Già la marchesa veniva, con il medicamento.
Donna Laura sedette; si contenne. L’infermo bevve; e i sorsi scendevano
nella gola con un gorgoglio, a uno a uno, distinti, regolari.
Poi successe un silenzio. E l’infermo parve preso da sopore: tutta la
faccia gli si fece più cava; ombre più profonde, quasi nere, gli
occuparono le occhiaie, le guance, le narici, la gola.
Donna Laura si accommiatò dall’amica; se ne andò, trattenendo il
respiro, pianamente.
II.
Tutte queste vicende ripensava la vecchia signora, sotto la pergola, nel
giardino tranquillo. Che cosa ora dunque la tratteneva dal rivedere il
figlio? Ella avrebbe avuto la forza di reprimersi; ella non si sarebbe
svelata, no. Le bastava di rivederlo, il figlio suo, quello ch’ella
aveva tenuto sulle braccia un giorno solo, tanti anni a dietro, tanti,
tanti anni! Era cresciuto? Era grande? Era forte? Era bello? Com’era?
E mentre così interrogava sè stessa, nel fondo del suo spirito ella non
giungeva a raffigurarsi l’uomo. Sempre in lei l’imagine dell’infante
persisteva, si sovrapponeva ad ogni altra imagine, vinceva con la nitida
chiarezza delle sue forme ogni altra forma fantastica che tentasse di
sorgere. Ella non preparava l’animo, si abbandonava debolmente al
sentimento indeterminato. Il senso della realtà in quel momento le
mancava.
-- Io lo vedrò! Io lo vedrò! -- ripeteva in sè stessa, inebriandosi.
Le cose in torno tacevano. Il vento faceva incurvare i roseti che,
passato il soffio, seguitavano a muoversi pesantemente. Li zampilli
scintillavano e guizzavano, tra il verde, come stocchi.
Donna Laura stette un poco in ascolto. Dal silenzio sorgeva non so qual
grandezza che le infuse nell’animo quasi uno sgomento. Ella esitò. Poi
si mise pe ’l viale, da prima con passi rapidi; giunse al cancello tutto
abbracciato dalle piante e dai fiori; sostò, per guardarsi in dietro:
aprì. Dinanzi a lei la campagna si stendeva deserta sotto il meriggio.
Le case di Penti in lontananza biancheggiavano su l’azzurro del cielo,
con un campanile, con una cupola, con due o tre pini. Il fiume si
svolgeva nella pianura, tortuoso e lucentissimo, toccando le case.
Donna Laura pensò: -- Egli è là. -- E tutte le sue fibre di madre
vibrarono. Animata, riprese a camminare, guardando dinanzi a sè con li
occhi che il sole fastidiva, non curando il calore. A un certo punto
della strada cominciarono li alberi, magri pioppetti tutti canori di
cicale. Due femmine scalze, ciascuna con un cesto su ’l capo, venivano
incontro.
“Sapete la casa di Luca Marino?” chiese la signora, presa da una voglia
irresistibile di pronunziare quel nome a voce alta, liberamente.
Le femmine la guardarono, stupefatte, soffermandosi.
Una rispose, con semplicità:
“Noi non siamo di Penti.”
Donna Laura, malcontenta, seguitò la via, provando già un poco di
stanchezza nelle povere membra senili. Li occhi, offesi dalla luce
intensa, le facevano vedere alcune mobili macchie rosse nell’aria. Un
leggero principio di vertigine le turbava il cervello.
Penti si avvicinava sempre più. I primi tuguri apparvero tra molte
piante di girasoli. Una femmina, mostruosa per l’adipe, stava seduta
sopra una soglia; ed aveva su quel gran corpo una testa infantile, li
occhi dolci, i denti schietti, il sorriso placidissimo.
“O signora, dove andate?” chiese la femmina, con un accento ingenuo di
curiosità.
Donna Laura si accostò. Aveva il volto tutto infiammato e la
respirazione corta. Le forze erano per mancarle.
“Mio Dio! Oh mio Dio!” gemeva ella, reggendosi le tempie con le palme.
“Oh mio Dio!”
“Signora, riposatevi,” diceva la femmina ospitale, invitandola ad
entrare.
La casa era bassa ed oscura; ed aveva quell’odor particolare che hanno
tutti i luoghi dove molta gente agglomerata vive. Tre o quattro bambini
nudi, anch’essi col ventre così gonfio che parevano idropici, si
trascinavano su ’l suolo, borbottando, brancicando, portando alla bocca
per istinto qualunque cosa capitasse loro sotto le mani.
Mentre Donna Laura seduta riprendeva le forze, la femmina parlava
oziosamente, tenendo fra le braccia un quinto bambino, tutto coperto di
croste nerastre tra mezzo a cui si aprivano due grandi occhi, puri ed
azzurri, come due fiori miracolosi.
Donna Laura domandò:
“Qual è la casa di Luca Marino?”
L’ospite co ’l gesto indicò una casa rossiccia, all’estremità del paese,
in vicinanza del fiume, circondata quasi da un colonnato di alti pioppi.
“È quella. Perchè?”
La vecchia signora si sporse per guardare.
Li occhi le dolevano, feriti dalla luce solare, e le palpebre le
battevano forte. Ma ella stette qualche minuto in quell’attitudine,
respirando con fatica, senza rispondere, quasi soffocata da una
sollevazione di sentimento materno. -- Quella dunque era la casa del suo
figliuolo? -- Subitamente, per una involontaria operazion dello spirito,
le apparvero dinanzi l’interno della stanza lontana, il paese di
Provenza, le persone, le cose, come nel bagliore di un lampo, ma
evidenti, nettissimi. Ella si lasciò ricadere su la sedia, e rimase
muta, confusa, in una specie di ottusità fisica proveniente forse
dall’azione del sole. Nelli orecchi aveva un ronzio continuo.
Disse l’ospite:
“Volete passare il fiume?”
Donna Laura fece un cenno inconsciente, incantata da un turbinio di
circoli rossi che gli si producevano nella retina.
“Luca Marino porta uomini e bestie da una riva all’altra. Ha una barca e
una chiatta,” seguitò l’ospite. “Se no, bisogna andare fino a Prezzi a
cercare il guado. È tant’anni che fa il mestiere! È sicurissimo,
signora.”
Donna Laura ora ascoltava, facendo uno sforzo per raccogliere tutte le
sue facoltà sensorie che si disperdevano. Ma pure, dinanzi a quelle
novelle del figliuolo, restava smarrita; quasi non comprendeva.
“Luca non è del paese,” riprese la femmina grassa, trascinata dalla
nativa loquacità. “L’hanno allevato i Marino che non avevano figliuoli.
E un signore, non di qui, gli ha dotata la moglie. Ora vive bene;
lavora; ma ha il vizio del vino.”
La femmina diceva queste cose ed altre, con semplicità grande, senza
malizia per l’origine sconosciuta di Luca.
“Addio, addio,” fece Donna Laura, levandosi, presa da un vigore
fittizio. “Grazie, buona donna.”
Porse a uno dei bimbi una moneta: ed uscì alla luce.
“Per quella viottola!” le gridò dietro, indicando, l’ospite.
Donna Laura seguì la viottola. Un gran silenzio regnava intorno, e nel
silenzio le cicale cantavano a distesa. Alcuni gruppi d’olivi contorti e
nodosi sorgevano dal terreno disseccato. Il fiume, a sinistra, brillava.
“Ooh, La Martinaaa!” chiamò una voce, in lontananza, dalla parte del
fiume.
Quella voce umana d’improvviso fece a Donna Laura un’impressione
singolare. Ella guardò. Su ’l fiume navigava una barca, a pena visibile
tra il vapor luminoso; e un’altra barca, ma a vela, biancheggiava a
maggior distanza. Nella prima barca si scorgevano forme d’animali: erano
forse cavalli.
“Ooh, La Martinaaa!” richiamò la voce.
Le due barche si avvicinavano l’una all’altra. Quello era il punto delle
secche, dove i barcaiuoli pericolavano quando il carico pesava.
Donna Laura, ferma sotto un olivo, appoggiata al tronco, seguiva con lo
sguardo la vicenda. Il cuore le palpitava con tanta violenza che le
pareva i battiti empissero tutta la campagna circostante. Il fruscio dei
rami, il canto delle cicale, il lampeggio delle acque, tutte le
sensazioni esteriori la turbavano, le mettevano nello spirito un
disordine quasi di demenza. L’accumulamento lento del sangue nel
cervello, per l’azione del sole, le dava ora una visione leggermente
rossa, un principio di vertigine.
Le due barche, giunte a un gomito del fiume, non si videro più.
Allora Donna Laura riprese a camminare, un po’ barcollante, come
un’ebra. Le si presentò dinanzi un gruppo di case riunite in torno a una
specie di corte. Sei o sette mendicanti meriggiavano ammucchiati in un
angolo: le loro carni rossastre, maculate dalle malattie della cute,
uscivano di tra i cenci; nei loro volti deformi il sonno aveva una
pesantezza bestiale. Qualcuno dormiva bocconi, con la faccia nascosta
tra le braccia piegate a cerchio. Qualche altro dormiva supino, con le
braccia aperte, nell’attitudine del Cristo crocifisso. Un nuvolo di
mosche turbinava e ronzava su quelle povere carcasse umane, denso e
laborioso, come sopra un cumulo di fimo. Dalle porte socchiuse veniva un
romore di telai.
Donna Laura attraversò la piazzetta. Il suono de’ suoi passi su le
pietre fece risvegliare un mendicante che si levò su i gomiti e, tenendo
li occhi ancora chiusi, balbettò macchinalmente:
“La carità, per l’amore di Dio!”
A quella voce tutti i mendicanti si risvegliarono, e tutti sorsero.
“La carità, per l’amore di Dio!”
“La carità, per l’amore di Dio!”
La torma cenciosa si mise a seguitare la passante, chiedendo
l’elemosina, tendendo le mani. Uno era storpio e camminava a piccoli
salti, come una scimmia ferita. Un altro si trascinava su ’l sedere
puntellandosi con ambo le braccia, come fanno con le zampe le locuste,
poichè aveva tutta la parte inferiore del corpo morta. Un altro aveva un
gran gozzo paonazzo e rugoso che ad ogni passo ondeggiava come una
giogaia. Un altro aveva un braccio ritorto come una grossa radice.
“La carità, per l’amore di Dio!”
Le loro voci erano varie, alcune cavernose e roche, altre acute e
femminine come quelle delli evirati. Ripetevano sempre le stesse parole,
con lo stesso accento, in un modo accorante.
“La carità, per l’amore di Dio!”
Donna Laura, così inseguita da quella gente mostruosa, provava una
voglia istintiva di fuggire, di salvarsi. Uno sbigottimento cieco la
teneva. Avrebbe forse gridato, se avesse avuta la voce nella gola. I
mendicanti le instavano da presso, le toccavano le braccia, con le mani
tese. Volevano l’elemosina, tutti.
La vecchia signora si cercò nella veste, prese delle monete, le lasciò
cadere dietro di sè. Li affamati si fermarono, si gittarono avidamente
su le monete, lottando, stramazzando sul terreno, dando calci,
calpestandosi. Bestemmiavano.
Tre rimasero con le mani vuote; e ripresero a seguitare la vecchia
incattiviti.
“Noi non l’abbiamo avuta! Noi non l’abbiamo avuta!”
Donna Laura, disperata per quella persecuzione, diede altre monete,
senza volgersi. La lotta fu tra lo storpio e il gozzuto. Ambedue
presero. Ma un povero epilettico idiota, che tutti opprimevano e
dileggiavano, non ebbe nulla; e si mise a piagnucolare, leccandosi le
lacrime e il moccio che gli colava dal naso, con un verso ridicolo:
“Ahu, ahu, ahuuu!”
III.
Donna Laura infine era giunta alla casa dei pioppi.
Ella si sentiva sfinita: le si offuscava la vista, le tempie le
battevano forte, la lingua le ardeva; le gambe sotto le si piegavano.
Dinanzi a lei, un cancello stava aperto. Ella entrò.
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