San Pantaleone
Gabriele D’Annunzio
GABRIELE D’ANNUNZIO.
SAN PANTALEONE.
FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
1886.
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Compiute le formalità prescritte dalla Legge, i diritti di
riproduzione e traduzione sono riservati.
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INDICE
· SAN PANTALEONE.
· ANNALI D’ANNA.
· L’IDILLIO DELLA VEDOVA.
· LA SIESTA.
· LA MORTE DI SANCIO PANZA.
· IL COMMIATO.
· LA CONTESSA D’AMALFI.
· TURLENDANA RITORNA.
· LA FINE DI CANDIA.
· I MARENGHI.
· MUNGIÀ.
· LA FATTURA.
· IL MARTIRIO DI GIALLUCA.
· LA GUERRA DEL PONTE. CAPITOLO DI CRONACA PESCARESE.
· L’EROE.
· TURLENDANA EBRO.
· SAN LÀIMO NAVIGATORE.
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SAN PANTALEONE.
I.
La gran piazza sabbiosa scintillava come sparsa di pomice in polvere.
Tutte le case a torno imbiancate di calce avevano una singolare
luminosità metallica, parevano come muraglie d’una immensa fornace
presso ad estinguersi. In fondo, i pilastri di pietra della chiesa
riverberavano l’irradiamento delle nuvole e si facevano rossi come di
granito; le vetrate balenavano quasi contenessero lo scoppio d’un
incendio interno; le figurazioni sacre prendevano un’aria viva di colori
e di attitudini; tutta la mole ora, sotto lo splendore del nuovo
fenomeno crepuscolare, assumeva una più alta potenza di dominio su le
case dei Radusani.
Volgevano dalle strade alla piazza gruppi d’uomini e di femmine
vociferando e gesticolando. In tutti li animi il terrore superstizioso
ingigantiva rapidamente; da tutte quelle fantasie incolte mille imagini
terribili di castigo divino si levavano; i commenti, le contestazioni
ardenti, le scongiurazioni lamentevoli, i racconti sconnessi, le
preghiere, le grida si mescevano in un romorío cupo d’uragano presso ad
irrompere. Già da più giorni quei rossori sanguigni indugiavano nel
cielo dopo il tramonto, invadevano le tranquillità della notte,
illuminavano tragicamente i sonni delle campagne, suscitavano li urli
dei cani.
“Giacobbe! Giacobbe!” gridavano, agitando le braccia, alcuni che fin
allora avevano parlato a voce bassa, innanzi alla chiesa, stretti in
torno a un pilastro del vestibolo. “Giacobbe!”
Usciva dalla porta madre e si accostava alli appellanti un uomo lungo e
macilento che pareva infermo di febbre etica, calvo su la sommità del
cranio e coronato alle tempie e alla nuca di certi lunghi capelli
rossicci. I suoi piccoli occhi cavi erano animati come dall’ardore di
una passione profonda, un po’ convergenti verso la radice del naso, d’un
colore incerto. La mancanza dei due denti d’avanti nella mascella
superiore dava all’atto della sua bocca nel profferire le parole e al
moto del mento aguzzo sparso di peli una singolare apparenza di senilità
faunesca. Tutto il resto del corpo era una miserabile architettura di
ossa mal celata nei panni; e su le mani, su i polsi, su ’l riverso delle
braccia, su ’l petto la cute era piena di segni turchini, di incisioni
fatte a punta di spillo e a polvere d’indaco, in memoria de’ santuari
visitati, delle grazie ricevute, dei voti sciolti.
Come il fanatico giunse presso al gruppo del pilastro, una confusione di
domande si levò da quelli uomini ansiosi. -- Dunque? Che aveva detto Don
Cònsolo? Facevano uscire soltanto il braccio d’argento? E tutto il busto
non era meglio? Quando tornava Pallura con le candele? Erano cento
libbre di cera? Soltanto cento libbre? E quando cominciavano le campane
a sonare? Dunque? Dunque? --
I clamori aumentarono in torno a Giacobbe; i più lontani si strinsero
verso la chiesa; da tutte le strade la gente si riversò su la piazza e
la riempì. E Giacobbe rispondeva alli interroganti, parlava a voce
bassa, come se rivelasse dei segreti terribili, come se apportasse delle
profezie da lontano. Egli aveva veduto nell’alto, in mezzo al sangue,
una mano minacciosa, e poi un velo nero, o poi una spada e una
tromba....
“Racconta! racconta!” incitavano li altri, guardandosi in faccia, presi
da una strana avidità di ascoltare cose meravigliose; mentre la favola
di bocca in bocca si spandeva rapidamente per la moltitudine assembrata.
II.
La gran plaga vermiglia dall’orizzonte saliva lentamente verso lo zenit,
tendeva ad occupare tutta la cupola del cielo. Un vapore di metallo in
fusione pareva ondeggiare su i tetti delle case; e nel chiarore
discendente dal crepuscolo raggi gialli e violetti si mescolavano con un
tremolío d’iridescenza. Una lunga striscia più luminosa fuggiva verso
una strada sboccante su l’argine del fiume; e s’intravedeva al fondo il
fiammeggiamento delle acque tra i fusti lunghi e smilzi dei pioppetti;
poi un lembo di campagna asiatica, dove le vecchie torri saracene si
levavano confusamente come isolotti di pietra fra le caligini. Le
emanazioni affocanti del fieno mietuto si spandevano nell’aria; era a
tratti come un odore di bachi putrefatti tra la frasca. Stuoli di
rondini attraversavano lo spazio con molto schiamazzo di stridi,
trafficando dai greti del fiume alle gronde. Nella moltitudine il
mormorío era interrotto da silenzi di aspettazione. Il nome di Pallura
circolava per le bocche; impazienze irose scoppiavano qua e là. Lungo la
strada del fiume non si vedeva ancora apparire il traino; le candele
mancavano; Don Cònsolo indugiava per questo ad esporre le reliquie, a
fare li esorcismi; e il pericolo soprastava. Il pánico invadeva tutta
quella gente ammassata come una mandra di bestie, non osante più di
sollevare li occhi al cielo. Dai petti delle femmine cominciarono a
rompere i singhiozzi; e una costernazione suprema oppresse e istupidì le
coscienze al suono di quel pianto.
Allora le campane finalmente squillarono. Come i bronzi stavano a poca
altezza, il fremito cupo del rintocco sfiorò tutte le teste; e una
specie di ululato continuo si propagava nell’aria, tra un colpo e
l’altro.
“San Pantaleone! San Pantaleone!”
Fu un immenso grido unanime di disperati che chiedevano aiuto. Tutti, in
ginocchio, con le mani tese, con la faccia bianca, imploravano.
“San Pantaleone!”
Apparve sulla porta della chiesa, in mezzo al fumo di due turiboli, Don
Cònsolo scintillante in una pianeta violetta a ricami d’oro. Egli teneva
in alto il sacro braccio d’argento, e scongiurava l’aria gridando le
parole latine:
“-Ut fidelibus tuis aeris serenitatem concedere digneris. Te rogamus,
audi nos.-”
L’apparizione della reliquia mise un delirio di tenerezza nella
moltitudine. Scorrevano lagrime da tutti li occhi; e a traverso il velo
lucido delle lagrime li occhi vedevano un miracoloso fulgore celeste
emanare dalle tre dita in alto atteggiate a benedire. La figura del
braccio pareva ora più grande nell’aria accesa; i raggi crepuscolari
suscitavano barbagli variissimi nelle pietre preziose; il balsamo
dell’incenso si spargeva rapidamente per le nari devote.
“-Te rogamus, audi nos!-”
Ma, quando il braccio rientrò e le campane si arrestarono, nel
momentaneo silenzio un tintinnío prossimo di sonagli si udì, che veniva
dalla strada del fiume. E avvenne allora un repentino movimento di
concorso verso quel lato; e molti dicevano:
“È Pallura con le candele! È Pallura che arriva! Ecco Pallura!”
Il traino si avanzava scricchiolando su la ghiaia, al passo di una
pesante cavalla grigia a cui il gran corno d’ottone lucido brillava,
simile a una bella mezzaluna, su la groppa. Come Giacobbe e li altri si
fecero in contro, la pacifica bestia si fermò soffiando forte dalle
narici. E Giacobbe, che s’accostò primo, subito vide disteso in fondo al
traino il corpo di Pallura tutto sanguinante, e si mise a urlare
agitando le braccia verso la folla: “È morto! È morto!”
III.
La trista novella si propagò in un baleno. La gente si accalcava in
torno al traino, tendeva il collo per vedere qualche cosa, non pensava
più alle minacce dell’alto, colpita dal nuovo caso inaspettato, invasa
da quella natural curiosità feroce che li uomini hanno in conspetto del
sangue.
“È morto? Come è morto?”
Pallura giaceva supino sulle tavole, con una larga ferita in mezzo alla
fronte, con un orecchio lacerato, con delli strappi per le braccia, nei
fianchi, in una coscia. Un rivo tiepido gli colava per il cavo delli
occhi giù giù sino al mento ed al collo, gli chiazzava la camicia, gli
formava dei grumi nerastri e lucenti su ’l petto, sulla cintola di
cuoio, fin sulle brache. Giacobbe stava chino sopra quel corpo; tutti li
altri a torno attendevano; una luce d’aurora illuminava i volti
perplessi; e, in quel momento di silenzio, dalla riva del fiume si
levava il cantico delle rane, e i pipistrelli passavano e ripassavano
rasente le teste.
D’improvviso Giacobbe drizzandosi, con una gota macchiata di sangue,
gridò:
“Non è morto. Respira ancora.”
Un mormorío sordo corse per la folla, e i più vicini si protesero per
guardare; e l’inquietudine dei lontani cominciò a rompere in clamori.
Due donne portarono un boccale d’acqua, un’altra portò de’ brandelli di
tela; un giovinetto offerse una zucca piena di vino. Fu lavata la faccia
al ferito, fu fermato il flusso del sangue alla fronte, fu rialzato il
capo. Sorsero quindi alte le voci, chiedendo le cause del fatto. -- Le
cento libbre di cera mancavano; appena pochi frantumi di candela
rimanevano tra li interstizi delle tavole nel fondo del traino.
I giudizi, in mezzo al sommovimento, di più in più si accendevano e
s’inasprivano e cozzavano. E come un antico odio ereditario ferveva
contro il paese di Mascálico, posto di contro su l’altra riva del fiume,
Giacobbe disse con la voce rauca, velenosamente:
“Che i ceri sieno serviti a San Gonselvo?”
Allora fu come una scintilla d’incendio. Lo spirito di chiesa si
risvegliò d’un tratto in quella gente abbrutita per tanti anni nel culto
cieco e feroce del suo unico idolo. Le parole del fanatico di bocca in
bocca si propagarono. E sotto il rossore tragico del crepuscolo, la
moltitudine tumultuante aveva apparenza d’una tribù di zingari
ammutinati.
Il nome del santo rompeva da tutte le gole, come un grido di guerra. I
più ardenti gittavano imprecazioni contro la parte del fiume, agitando
le braccia, tendendo i pugni. Poi, tutti quei volti accesi dalla collera
e dalla luce, larghi e possenti, a cui i cerchi d’oro delli orecchi e il
gran ciuffo della fronte davano uno strano aspetto di barbarie, tutti
quei volti si tesero verso il giacente, si addolcirono di misericordia.
Ci fu in torno al traino una sollecitudine pietosa di femmine che
volevano rianimare l’agonizzante: tante mani amorevoli gli cambiarono le
strisce di tela su le ferite, gli spruzzarono d’acqua la faccia, gli
accostarono alle labbra bianche la zucca del vino, gli composero una
specie di guanciale più molle sotto la testa.
“Pallura, povero Pallura, non rispondi?”
Egli stava supino, con gli occhi chiusi, con la bocca semiaperta, con
una lanugine bruna sulle gote e su ’l mento, con una mite beltà di
giovinezza ancora trasparente dai tratti tesi nella convulsione del
dolore. Di sotto alla fasciatura della fronte gli colava un fil di
sangue giù per la tempia; alli angoli della bocca apparivano piccole
bolle di schiuma rossigna; e dalla gola gli usciva una specie di sibilo
fioco, interrotto, come il suono del gargarismo d’un malato. In torno a
lui le cure, le domande, li sguardi febbrili crescevano. La cavalla ogni
tanto scoteva la testa e nitriva verso le case. Un’atmosfera come
d’uragano imminente pesava su tutto il paese.
S’intesero allora grida femminili verso la piazza, grida di madre, che
parvero più alte in mezzo al subitaneo ammutolimento di tutte le altre
voci. E una donna enorme, tutta soffocata di adipe, attraversò la folla,
giunse gridando presso il traino. Come ella era grave e non poteva
salirvi, s’abbattè su i piedi del figlio, con parole d’amore tra i
singhiozzi, con laceramenti così acuti di voce rotta e con una
espressione di dolore così terribilmente comica che per tutti li astanti
corse un brivido e tutti rivolsero altrove la faccia.
“Zaccheo! Zaccheo! cuore mio! gioia mia!...” gridava la vedova, senza
finire, baciando i piedi del ferito, attraendolo a sè verso terra.
Il ferito si rimosse, torse la bocca per lo spasimo, aprì li occhi verso
l’alto; ma certo non potè vedere, perchè una specie di pellicola umida
gli copriva lo sguardo. Grosse lacrime cominciarono a sgorgargli dalli
angoli delle palpebre e a scorrere giù per le guance e pe ’l collo; la
bocca gli rimase torta; nel sibilo fioco della gola si sentì un vano
sforzo di favella. E in torno incalzavano:
“Parla, Pallura! Chi t’ha ferito? Chi t’ha ferito? Parla! Parla!”
E sotto la domanda fremevano le ire, si addensavano i furori, un sordo
tumulto di vendicazione si riscoteva, e l’odio ereditario ribolliva
nell’animo di tutti.
“Parla! Chi t’ha ferito? Dillo a noi! Dillo a noi!”
Il moribondo aprì li occhi un’altra volta; e come gli tenevano serrate
ambo le mani, forse per quel vivo contatto di calore li spiriti un
istante gli si ridestarono, lo sguardo si illuminò, egli ebbe su le
labbra un balbettamento vago, tra la schiuma che sopravveniva più
copiosa e più sanguigna. Non si capivano ancora le parole. Si udì nel
silenzio la respirazione della moltitudine anelante, e li occhi ebbero
in fondo una fiamma, poichè tutti li animi attendevano una parola sola.
“.... Ma.... Ma.... Ma.... scálico....”
“Mascálico! Mascálico!” urlò Giacobbe che stava chino, con l’orecchio
teso, ad afferrare le sillabe fievoli da quella bocca di morente.
Un fragore immenso accolse il grido. Nella moltitudine fu da prima un
mareggiamento confuso di tempesta. Poi, quando una voce soverchiante il
tumulto gittò l’allarme, la moltitudine a furia si sbandò. Un pensiero
solo incalzava quelli uomini, un pensiero che parea fosse balenato a
tutte le menti in un attimo: armarsi di qualche cosa per colpire. Su
tutte le coscienze instava una specie di fatalità sanguinaria, sotto il
gran chiaror torvo del crepuscolo, in mezzo all’odore elettrico emanante
dalla campagna ansiosa.
IV.
E la falange, armata di falci, di ronche, di scuri, di zappe, di
schioppi, si riunì su la piazza, dinanzi alla chiesa. E tutti gridavano:
“San Pantaleone!”
Don Cònsolo, atterrito dallo schiamazzo, s’era rifugiato in fondo a uno
stallo, dietro l’altare. Un manipolo di fanatici, condotto da Giacobbe,
penetrò nella cappella maggiore, forzò le grate di bronzo, giunse nel
sotterraneo, dove il busto del santo si custodiva. Tre lampade,
alimentate d’olio d’oliva, ardevano dolcemente nell’aria umida del
sacrario; dietro un cristallo, l’idolo cristiano scintillava con la
testa bianca in mezzo a un gran disco solare; e le pareti sparivano
sotto la ricchezza dei doni.
Quando l’idolo, portato su le spalle da quattro ercoli, si mostrò alfine
tra i pilastri del vestibolo, e s’irraggiò alla luce aurorale, un lungo
anelito di passione corse il popolo aspettante, un fremito come d’un
vento di gioia volò sopra tutte le fronti. E la colonna si mosse; e la
testa enorme del santo oscillava in alto, guardando innanzi a sè dalle
due orbite vuote.
Nel cielo ora, in mezzo all’accensione eguale e cupa, a tratti passavano
de’ solchi di meteore più vive; gruppi di nuvole sottili si distaccavano
dall’orlo della zona, e galleggiavano lentamente dissolvendosi. Tutto il
paese di Radusa appariva dietro come un monte di cenere che covasse il
fuoco; e, dinanzi, le masse della campagna si perdevano con un luccichío
indistinto. Un gran cantico di rane empiva la sonorità della solitudine.
Sulla strada del fiume il traino di Pallura fece ostacolo all’incedere.
Era vuoto, ma conservava tracce di sangue in più parti. Imprecazioni
irose scoppiarono d’improvviso nel silenzio. Giacobbe gridò:
“Mettiamoci il santo!”
E il busto fu posato su le tavole e tirato a forza di braccia nel guado.
La processione di battaglia così attraversava il confine. Lungo le file
correvano lampi metallici; le acque invase rompevano in sprazzi
luminosi, e tutta una corrente rossa fiammeggiava fra i pioppetti, nel
lontano, verso le torri quadrangolari. Mascálico si scorgeva su una
piccola altura, in mezzo alli olivi, dormente. I cani abbaiavano qua e
là, con una furiosa persistenza di risposte. La colonna, uscita dal
guado, abbandonando la via comune, avanzava a passi rapidi per una linea
diretta che tagliava i campi. Il busto d’argento era portato di nuovo
sulle spalle, dominava le teste delli uomini tra il grano altissimo,
odorante e tutto stellante di lucciole vive.
D’improvviso, un pastore, che stava dentro un covile di paglia a
guardare il grano, invaso da un pazzo sbigottimento in cospetto di tanta
gente armata, si diede a fuggire su per la costa, strillando a
squarciagola:
“Aiuto! aiuto!”
E li strilli echeggiavano nell’oliveto.
Allora fu che i Radusani fecero impeto. Fra i tronchi delli alberi, fra
le canne secche, il santo di argento traballava, dava tintinni sonori
alli urti dei rami, s’illuminava di lampi vivissimi ad ogni accenno di
precipizio. Dieci, dodici, venti schioppettate grandinarono in un
balenío vibrante, una dopo l’altra su la massa delle case. Si udirono
dei crepiti, poi delle grida; poi si udì un gran sommovimento clamoroso:
alcune porte si aprirono, altre si chiusero; caddero dei vetri in
frantumi, caddero dei vasi di basilico, spezzati su la via. Un fumo
bianco si levava nell’aria placidamente, dietro la corsa delli
assalitori, su per l’incandescenza celeste. Tutti, accecati, in una
furia bestiale, gridavano:
“A morte! A morte!”
Un gruppo di fanatici si manteneva in torno a san Pantaleone. Vituperii
atroci contro san Gonselvo irrompevano tra l’agitazione delle falci e
delle ronche brandite.
“Ladro! Ladro! Pezzente! Le candele! Le candele!”
Altri gruppi prendevano d’assalto le porte delle case, a colpi
d’accetta. E come le porte sgangherate e scheggiate cadevano, i
Pantaleonidi saltavano nell’interno urlando, per uccidere. Femmine
seminude si rifugiavano nelli angoli, implorando pietà; si difendevano
dai colpi, afferrando le armi e tagliandosi le dita; rotolavano distese
su ’l pavimento, in mezzo a mucchi di coperte e di lenzuoli da cui
uscivano le loro flosce carni nutrite di rape.
Giacobbe alto, agile e rossastro come un canguro, duce della
persecuzione, si arrestava ad ogni tratto per fare dei larghi gesti
imperatorii sopra tutte le teste con una gran falce fienaia. Andava
innanzi, impavido, senza più cappello, nel nome di san Pantaleone. Più
di trenta uomini lo seguivano. E tutti avevano la sensazione confusa e
ottusa di camminare in mezzo a un incendio, sopra un terreno oscillante,
sotto una vôlta ardente che fosse per crollare.
Ma da ogni parte cominciarono ad accorrere i difensori, i Mascalicesi
forti e neri come mulatti, sanguinari, che si battevano con lunghi
coltelli a scatto, e tiravano al ventre e alla gola, accompagnando di
voci gutturali il colpo. La mischia si ritraeva a poco a poco verso la
chiesa; dai tetti di due o tre case già scoppiavano le fiamme; un’orda
di femmine e di fanciulli fuggiva a precipizio tra li olivi, presa dal
pánico, senza più lume nelli occhi.
Allora tra i maschi, senza impedimento di lagrime e di lamenti, la lotta
a corpo a corpo si strinse più feroce. Sotto il cielo color di ruggine,
il terreno si copriva di cadaveri. Stridevano vituperii mozzi tra i
denti dei colpiti; e continuo tra i clamori persisteva il grido dei
Radusani:
“Le candele! Le candele!”
Ma la porta della chiesa restava sbarrata, enorme, tutta di quercia,
stellante di chiodi. I Mascalicesi la difendevano contro li urti e
contro le scuri. Il santo d’argento, impassibile e bianco, oscillava nel
folto della mischia, ancora sostenuto su le spalle dei quattro ercoli
che sanguinavano tutti dalla testa ai piedi, non volendo cadere. Ed era
nel supremo voto delli assalitori mettere l’idolo su l’altare del
nemico.
Ora mentre i Mascalicesi si battevano da leoni, prodigiosamente, su ’l
gradino di pietra, Giacobbe disparve all’improvviso, girò il fianco
dell’edifizio, cercando un varco non difeso per penetrare nel sacrario.
E come vide un’apertura a poca altezza da terra, vi si arrampicò, vi
rimase tenuto ai fianchi dall’angustia, vi si contorse, fin che non
giunse a far passare il suo lungo corpo giù per lo spiraglio. Il
cordiale aroma dell’incenso vaniva nella solitudine della casa di Dio. A
tentoni nel buio, guidato dal fragore della pugna esterna, quell’uomo
camminò verso la porta, inciampando nelle sedie, ferendosi alla faccia,
alle mani. Rimbombava già il lavorío furioso delle accette radusane su
la durezza della quercia, quando egli cominciò con un ferro a forzare le
serrature, anelante, soffocato da una violenta palpitazione di ambascia
che gli diminuiva la forza, con de’ bagliori fatui nella vista, con le
ferite che gli dolevano e gli mettevano un’onda tiepida giù per la cute.
“San Pantaleone! San Pantaleone!” gridarono di fuori le voci rauche de’
suoi che sentivano cedere lentamente la porta, raddoppiando li urti e i
colpi di scure. A traverso il legno giungeva lo schianto grave dei corpi
che stramazzavano, il colpo secco del coltello che inchiodava là
qualcuno per le reni. E un gran sentimento, simile alla divina
sollevazione d’animo d’un eroe che salvi la patria, ferveva allora in
quel pitocco bestiale.
V.
Dopo un ultimo sforzo, la porta si aprì. I Radusani si precipitarono con
un immenso urlo di vittoria, passando su i corpi delli uccisi, traendo
il santo d’argento all’altare. E una viva oscillazione di riverberi
invase d’un tratto l’oscurità della navata, fece brillare l’oro dei
candelabri, le canne dell’organo, in alto. E in quel chiaror fulvo che
or sì or no dall’incendio delle prossime case vibrava dentro, una
seconda lotta si strinse. I corpi avviluppati rotolavano su i mattoni,
non si distaccavano più, balzavano insieme qua e là nei divincolamenti
della rabbia, urtavano e finivano sotto le panche, su i gradini delle
cappelle, contro li spigoli dei confessionali. Nella concavità raccolta
della casa di Dio, il suono agghiacciante del ferro che penetra nelle
carni o che scivola su le ossa, quell’unico gemito rotto dell’uomo che è
colpito in una parte vitale, quello scricchiolío che dà la cassa del
cranio nell’infrangersi al colpo, il ruggito di chi non vuol morire,
l’ilarità atroce di chi è giunto ad uccidere, tutto distintamente si
ripercoteva. E un mite odore svanito d’incenso vagava su ’l conflitto.
L’idolo d’argento non anche aveva attinto la gloria dell’altare, poichè
un cerchio ostile ne precludeva l’accesso. Giacobbe si batteva con la
falce, ferito in più parti, senza cedere un palmo del gradino che primo
aveva conquistato. Non rimanevano che due a sorreggere il santo:
l’enorme testa bianca barcollava in un ondeggiamento grottesco di
maschera ubriaca. I Mascalicesi imperversavano.
Allora san Pantaleone cadde su ’l pavimento, dando un tintinno vivo e
vibrante. Come Giacobbe si slanciò per rialzarlo, un gran diavolo d’uomo
con un colpo di ronca stese il nemico su la schiena. Due volte questi si
rialzò, e altri due colpi lo rigettarono. Il sangue gl’inondava tutta la
faccia e il petto e le mani; ma pure egli si ostinava a riavventarsi.
Inviperiti da quella feroce tenacità di vita, tre, quattro, cinque
bifolchi insieme gli diedero a furia nel ventre d’onde le viscere
sgorgarono. Il fanatico cadde riverso, battè la nuca su ’l busto
d’argento, si rivoltò d’un tratto bocconi con la faccia contro il
metallo, con le braccia distese innanzi, con le gambe contratte. E san
Pantaleone fu perduto.ANNALI D’ANNA.
I.
Luca Minella, nato nel 1789 a Ortona in una delle case di Porta-Caldara,
fu marinaio. Nella prima giovinezza navigò per qualche tempo su ’l
trabaccolo -Santa Liberata-, dalla rada di Ortona ai porti della
Dalmazia, caricando legnami, frumento e frutta secche. Poi, per vaghezza
di cambiar padrone, si mise al servizio di Don Rocco Panzavacante, e su
una tanecca nuova fece molti viaggi in commercio d’agrumi al promontorio
di Roto, che è una grande e dilettosa altura su la costa italica, tutta
coperta da una selva di aranci e di limoni.
Su i ventisette anni egli si accese d’amore per Francesca Nobile; e dopo
alcuni mesi strinse le nozze.
Luca, uomo di statura bassa e fortissimo, aveva una dolce barba bionda
intorno al viso colorito; e, come le femmine, alli orecchi portava due
cerchietti d’oro. Amava il vino e il tabacco; professava una devozione
ardente per il santo apostolo Tommaso; e, poichè era di natura
superstizioso e inchinevole allo stupore, raccontava singolari avventure
e meraviglie dei paesi d’oltremare e novellava delle genti dálmate e
delle isole adriatiche come di tribù e di terre prossime al polo.
Francesca, donna di gioventù già schiusa, aveva della razza ortonese la
floridissima carne e i lineamenti molli. Ella amava la chiesa, le
funzioni religiose, le pompe sacre, le musiche dei tridui; viveva in
gran semplicità di costumi; e, poichè la sua intelligenza era fievole,
credeva le più incredibili cose e lodava in ogni suo atto il Signore.
Dal congiungimento nacque Anna; e fu nel mese di giugno del 1817.
Siccome il parto veniva difficile e si temeva di qualche sventura, il
sacramento del battesimo fu amministrato su ’l ventre della madre, prima
che uscisse alla luce l’infante. Dopo molto travaglio il parto si compì.
La creatura bevve il latte dalle mammelle materne e crebbe in salute e
in letizia. Francesca scendeva verso sera alla marina, con la poppante
su le braccia, quando la tanecca doveva tornare carica da Roto; e Luca
sbarcando aveva la camicia tutta odorosa dei frutti meridionali.
Risalendo insieme verso le case alte, si fermavano allora un momento
alla chiesa e s’inginocchiavano. Nelle cappelle già ardevano le lampade
votive; e in fondo, a traverso i sette cancelli di bronzo, il busto
dell’Apostolo luccicava come un tesoro. Le preghiere invocavano la
benedizione celeste su ’l capo della figliuola. Nell’uscire, quando la
madre bagnava la fronte di Anna con l’acqua della pila, li strilli
infantili echeggiavano a lungo per quelle navate sonanti come grandi
conche di metallo puro.
L’infanzia di Anna passava pianamente, senza alcuno avvenimento
notevole. Nel maggio del 1823 ella fu vestita da cherubino, con una
corona di rose e un velo bianco; e confusa in mezzo allo stuolo
angelico, seguì la processione tenendo in mano un cero sottile. La madre
nella chiesa volle sollevarla su le braccia per farle baciare il santo
protettore. Ma, come le altre madri sorreggenti li altri cherubini
spingevano in folla, uno dei ceri appiccò il fuoco al velo di Anna e
d’improvviso la fiamma avvolse il corpo tenerello. Un moto di paura si
propagò allora nella moltitudine, e ciascuno tentava essere primo ad
uscire. Francesca, se bene aveva le mani quasi impedite dal terrore,
riuscì a strappare la veste ardente; si strinse contro il petto la
figliuola nuda e tramortita, e gittandosi dietro ai fuggenti invocava
Gesù con alte grida.
Per le ustioni Anna stette inferma lungo tempo in pericolo. Ella giaceva
nel letto, con l’esile faccia esangue, senza parlare, come fosse
diventata muta; e aveva nelli occhi aperti e fissi un’espressione di
stupore immemore più tosto che di dolore. Dopo quel tempo, ogni
commovimento troppo vivo le produceva nei nervi una convulsione.
Quando la temperie era dolce, la famiglia scendeva nella barca pe ’l
pasto della sera. Sotto la tenda, Francesca accendeva il fuoco e su ’l
fuoco metteva i pesci: l’odor cordiale delli alimenti si spandeva lungo
il Molo mescendosi al profumo derivante dai verzieri della Villa
Onofrii. Il mare dinanzi era così tranquillo che si udiva a pena tra li
scogli il risucchio, e l’aria così limpida che la punta di San Vito si
vedeva in lontananza emergere con tutto il cumulo delle case. Luca si
metteva a cantare, insieme con li altri uomini; Anna faceva atto di
aiutare la madre. Dopo il pasto, come la luna saliva il cielo, i marinai
apprestavano la tanecca per salpare. Intanto Luca, nel calore del vino e
del cibo, preso da quella sua naturale avidità di narrazioni mirabili,
cominciava a parlare dei litorali lontani. -- C’era, più in là di Roto,
una montagna tutta abitata dalle scimmie e da -uomini dell’India-,
altissima, con piante che producevano le pietre preziose.... -- La moglie
e la figlia ascoltavano, in silenzio, attonite. Poi le vele si
spiegavano lungo li alberi lentamente, tutte segnate di figure nere e di
simboli cattolici, come vecchi gonfaloni della patria. E Luca partiva.
Nel febbraio del 1826 Francesca si sgravò d’un bimbo morto. Nella
primavera del 1830 Luca volle condurre Anna al promontorio. Anna era
allora su l’adolescenza. Il viaggio fu felice. Nell’alto mare
incontrarono una nave di mercanti, una gran nave che faceva cammino per
forza di immense vele bianche. I delfini nuotavano nella scía; l’acqua
si moveva dolcemente in torno, scintillando, come se sopra vi
galleggiassero tappeti di penne di paone. Anna seguì a lungo con li
occhi pieni di stupore la nave in lontananza. Poi una specie di nuvola
azzurra sorse su la linea dell’orizzonte; ed era la montagna fruttifera.
Le coste della Puglia si designavano a poco a poco. sotto il sole. Il
profumo delli agrumi veniva spandendosi nell’aria gioviale. Quando Anna
discese su la riva, fu presa da un senso di letizia; e stette curiosa a
guardare le piantagioni e li uomini nativi del luogo. Il padre la
condusse nella casa di una donna non giovane che parlava con una lieve
balbuzie. Restarono là due giorni. Anna vide una volta il padre baciare
la donna ospite su la bocca; ma non comprese. Al ritorno la tanecca era
carica di aranci; e il mare era ancora mite.
Anna conservò di quel viaggio un ricordo come di sogno; e, poichè per
natura era taciturna, raccontò non molte cose alle coetanee che la
incalzavano d’interrogazioni.
II.
Nel maggio seguente, alle feste dell’Apostolo intervenne l’arcivescovo
di Orsogna. La chiesa era tutta parata di drappi rossi e di fogliami
d’oro; dinanzi ai cancelli di bronzo ardevano undici lampade d’argento
lavorate dalli orefici per religione; e tutte le sere l’orchestra sonava
un oratorio solenne con un bel coro di voci bianche. Il sabato si doveva
esporre il busto dell’Apostolo. I devoti peregrinavano da tutti i paesi
marittimi e interni; salivano la costa cantando e portando in mano i
voti, nel conspetto del mare.
Anna il venerdì fece la prima comunione. L’arcivescovo era un vecchio
venerando e mite: quando sollevava la mano per benedire, la gemma
dell’anello risplendeva simile a un occhio divino. Anna, a pena sentì su
la lingua l’ostia eucaristica, smarrì la vista per un’improvvisa onda di
gaudio che le irrigò i capelli con la dolcezza d’un bagno tiepido e
odoroso. Dietro di lei un sussurro correva nella moltitudine; allato,
altre verginelle prendevano il sacramento e chinavano la faccia su ’l
gradino, in gran compunzione.
La sera Francesca volle dormire, com’è costume dei fedeli, su ’l
pavimento della basilica, aspettando l’ostensione matutina del santo.
Ella era incinta da sette mesi, e molto l’affaticava il peso del ventre.
Su ’l pavimento i pellegrini giacevano accumulati; dai loro corpi
esalava il calore e montava nell’aria. Alcune voci confuse uscivano a
tratti da qualche bocca inconscia nel sonno; le fiammelle tremolavano e
si riflettevano su l’olio nei bicchieri sospesi tra li archi; e nei vani
delle larghe porte aperte scintillavano le stelle alla notte
primaverile.
Francesca vegliò per due ore in travaglio, poichè l’esalazione dei
dormienti le dava la nausea. Ma, determinata a resistere e a soffrire pe
’l bene dell’anima, vinta dalla stanchezza, piegò alfine il capo. Su
l’alba si destò. L’aspettazione cresceva nelli animi delli astanti e
altra gente sopraggiungeva: in ciascuno ardeva il desiderio d’essere
primo a vedere l’Apostolo. Fu aperto il cancello esterno; e il romore
dei cardini risonò nitidamente nel silenzio, si ripercosse in tutti i
cuori. Fu aperto il secondo cancello, poi il terzo, poi il quarto, il
quinto, il sesto, l’ultimo. Parve allora come una tromba d’uragano
investisse la moltitudine. La massa delli uomini si precipitò verso il
tabernacolo: grida acute squillarono nell’aria mossa da quell’impeto;
dieci, quindici persone rimasero schiacciate e soffocate; una preghiera
tumultuaria si levò.
I morti furono tratti fuori all’aperto. Il corpo di Francesca, tutto
contuso e livido, fu portato alla famiglia. Molti curiosi in torno si
accalcarono; e i parenti gemevano compassionevolmente.
Anna, quando vide la madre distesa su ’l letto tutta violacea nella
faccia e macchiata di sangue, cadde a terra senza conoscenza. Poi, per
molti mesi fu tormentata dall’epilessia.
III.
Nell’estate del 1835 Luca partiva per un porto della Grecia su ’l
trabaccolo -Trinità- di Don Giovanni Camaccione. Siccome egli aveva
nell’animo un segreto pensiero, prima di navigare vendè le masserizie e
pregò i parenti d’accogliere Anna nella casa fin che egli non tornasse.
Di là a qualche tempo il trabaccolo tornò carico di fichi secchi e d’uva
di Corinto, dopo aver toccata la spiaggia di Roto. Luca non era tra la
ciurma; e si vociferò poi ch’egli fosse rimasto nel -paese dei
portogalli- con una femmina amorosa.
Anna si ricordava dell’antica ospite balbuziente. Una gran tristezza
allora discese nella sua vita. La casa dei parenti era sotto la strada
orientale, in vicinanza del Molo. I marinai venivano a bere il vino in
una stanza bassa, ove quasi tutto il giorno le canzoni sonavano tra il
fumo delle pipe. Anna passava in mezzo ai bevitori portando i boccali
colmi; e il primo istinto de’ suoi pudori si risvegliava a quel contatto
assiduo, a quell’assidua comunione di vita con uomini bestiali. Ad ogni
momento ella doveva soffrire i motti inverecondi, le risa crudeli, i
gesti ambigui, la malvagità delle ciurme inasprite dalle fatiche della
navigazione. Ella non osava lamentarsi, poichè mangiava il pane nella
casa delli altri. Ma quel supplizio di tutte le ore la rendeva ebete:
una imbecillità grave le opprimeva a poco a poco l’intelligenza
indebolita.
Per una naturale inclinazione affettiva dell’animo, ella poneva amore
alli animali. Un asino di molta età era ricoverato sotto una tettoia di
paglia e di argilla, dietro la casa. Il quadrupede mansueto portava
cotidianamente some di vino da Sant’Apollinare alla tavernella; e se
bene i suoi denti cominciavano a ingiallire e le sue unghie a sfaldarsi,
e se bene il suo cuoio era già secco e non aveva quasi più pelo,
talvolta nel conspetto d’una fiorita di cardi ridirizzava le orecchie e
si metteva a ragliar vivacemente in un’attitudine giovenile.
Anna empiva di profenda la greppia e d’acqua l’abbeveratoio. Quando il
calore era grande, ella veniva sotto la tettoia a meriggiare. L’asino
triturava i fili di paglia tra le mandibole laboriose, ed ella con un
ramo fronzuto faceva opera di pietà liberandogli la schiena dalla
molestia delli insetti. Di tanto in tanto l’asino volgeva la testa
orecchiuta, per un rincrespamento delle labbra flosce mostrando le
gencive quasi in un rossastro riso animalesco di gratitudine e mostrando
per un moto obliquo dell’occhio nell’orbita il globo giallognolo e
venato di paonazzo come una vescica di fiele. Li insetti turbinavano con
un ronzio pesante su ’l fimo; non dalla terra nè dal mare venivano
romori o voci; e un senso vago di pace occupava allora l’animo della
donna.
Nell’aprile del 1842 Pantaleo, l’uomo che guidava il somiere al viaggio
cotidiano, morì di coltello. Da quel tempo ad Anna fu commesso
l’ufficio. Ed ella partiva su l’alba e tornava su ’l mezzogiorno, o
partiva su ’l mezzogiorno e tornava su la sera. La strada volgeva per
una collina solatía piantata d’olivi, discendeva per una terra irrigua
messa a pasture, e risalendo tra i vigneti giungeva alle fattorie di
Sant’Apollinare. L’asino camminava innanzi, con le orecchie basse, a
fatica: una frangia verde tutta logora e stinta gli batteva le coste e i
lombi; nel basto luccicavano alcuni frammenti di lámine d’ottone.
Quando l’animale si soffermava per riprender fiato, Anna gli dava
qualche piccolo urto carezzevole su ’l collo e l’eccitava con la voce;
poichè ella aveva misericordia di quella decrepitezza. Ogni tanto
strappando dalle siepi un pugno di foglie, le porgeva in ristoro; e
s’inteneriva sentendo su la palma il movimento molle delle labbra che
ricevevano l’offerta. Le siepi erano fiorite; e i fiori del bianco spino
avevano un sapore di mandorle amare.
Su ’l confine dell’oliveto stava una gran cisterna, e accanto alla
cisterna un lungo canale di pietra dove le vacche venivano ad
abbeverarsi. Tutti i giorni Anna faceva sosta in quel luogo; ed ella e
l’asino si dissetavano prima di seguire il cammino. Una volta ella
s’incontrò co ’l custode dell’armento, che era nativo di Tollo e aveva
la guardatura un poco losca e il labbro leporino. L’uomo le volse il
saluto; e ambedue cominciarono a ragionare dei pascoli e dell’acqua, e
poi dei santuari e dei miracoli religiosi. Anna ascoltava con benignità
e con frequenza di sorriso. Ella era macilente e bianca; aveva li occhi
chiarissimi e la bocca stragrande, e i capelli castanei pieganti in
dietro tutti senza spartizione. Nel collo le si vedevano le cicatrici
rossicce delle bruciature e le si vedevano le arterie battere d’un
palpito incessante.
Da allora i colloqui si reiterarono. Per l’erba le vacche stavano
sparse; e giacevano ruminando o pascolavano in piedi. Quelle moventi
forme pacifiche aumentavano la tranquillità della solitudine pastorale.
Anna, seduta su l’orlo della cisterna, ragionava semplicemente; e l’uomo
dal labbro fesso pareva preso d’amore. Un giorno ella, per un improvviso
spontaneo rifiorir del ricordo, narrò la navigazione alla montagna di
Roto. E, poichè la lontananza del tempo le ingannava la memoria, ella
diceva con suono di verità cose meravigliose. L’uomo stupefatto
ascoltava senza batter le palpebre. Quando Anna tacque, ad ambedue il
silenzio e la solitudine d’in torno parvero più grandi; ed ambedue
restarono in pensiero. Venivano le vacche, tratte dalla consuetudine,
all’abbeveratoio; e a tutte penzolava fra le gambe il gruppo delle
mammelle rifornite di latte dalla pastura. Come esse avanzavano il muso
nel canale, l’acqua diminuiva ai loro sorsi lenti e regolari.
IV.
Su li ultimi giorni di giugno l’asino infermò. Non prendeva cibo nè
bevanda da quasi una settimana. I viaggi s’interruppero. Una mattina che
Anna discese alla tettoia, scorse la bestia tutta ripiegata su lo strame
in un avvilimento miserevole. Una specie di tosse roca e tenace scoteva
di tratto in tratto la gran carcassa malcoperta di cuoio; su li occhi
s’erano formate due cavità profonde, come due orbite vacue; e li occhi
parevano due grosse bolle gonfie di siero. Quando l’asino udì le voci di
Anna, tentò levarsi: il corpo gli traballava su le zampe e il collo gli
si abbatteva giù dalle spalle acute e le orecchie gli penzolavano con i
movimenti involontari e incomposti di un enorme giocattolo che avesse
guaste le commessure. Un liquido mucoso gli colava dalle nari, talvolta
allungandosi in filamenti sino ai ginocchi. Le chiazze nude nel pelame
avevano il colore azzurrognolo e quasi cangiante della lavagna. I
guidaleschi qua e là sanguinavano.
Anna, allo spettacolo, si sentì stringere da una angoscia pietosa; e,
poichè ella per natura e per uso non provava alcuna repugnanza fisica in
contatto della materia immonda, si accostò a toccare l’animale. Con una
mano gli sorreggeva la mascella inferiore, con l’altra una spalla; e
così tentava fargli muovere i passi, sperando in una qualche virtù
dell’esercizio. L’animale prima esitava, squassato da nuovi sussulti di
tosse; poi finalmente prese a camminare per la china dolce che scendeva
al lido. Le acque, dinanzi, nella natività del giorno biancheggiavano; e
i calafati verso la Penna spalmavano una carena. Come Anna levò il
sostegno delle mani e trasse la corda della cavezza, l’asino per un
fallo de’ piedi anteriori stramazzò d’improvviso. La gran macchina delle
ossa ebbe uno scricchiolío interno di rotture, e la pelle del ventre e
dei fianchi risonò sordamente e palpitò. Le gambe fecero l’atto di
correre; per l’urto, dalla genciva uscì un poco di sangue e tra i denti
si diffuse.
Allora la donna si mise a gridare andando verso la casa. Ma i calafati,
sopraggiunti, in conspetto dell’asino giacente ridevano e motteggiavano.
Uno di loro percosse co ’l piede il ventre del moribondo. Un altro gli
afferrò le orecchie e gli sollevò il capo che ricadde pesantemente a
terra. Li occhi si chiusero; qualche brivido corse fra il pelame bianco
del ventre aprendone le spighe, come un soffio; una delle gambe di
dietro battè due o tre volte nell’aria. Poi tutto fu immobile; se non
che nella spalla ov’era un’ulcera, si produsse un lieve tremito, simile
a quello che per la molestia d’un insetto avveniva dianzi volontario
nella carne vivente. Quando Anna tornò su ’l luogo, trovò i calafati che
tiravano per la coda la carogna, e cantavano un -Requiem- con false voci
asinine.
Così Anna rimase in solitudine; e per lungo tempo ancora visse nella
casa dei parenti ed ivi appassì, adempiendo umili uffici, e sopportando
con molta pazienza cristiana le vessazioni. Nel 1845 li accessi
epilettici riapparvero con violenza; sparvero dopo alcuni mesi. La fede
religiosa in quell’epoca divenne in lei più profonda e più calda. Ella
saliva alla basilica tutte le mattine e tutte le sere; e s’inginocchiava
abitualmente in un angolo oscuro protetto da una gran pila di marmo
dov’era figurata con rozza opera di bassorilievo la fuga della Sacra
Famiglia in Egitto. Da prima scelse ella forse quell’angolo attratta dal
docile asinello trasportante il pargolo Gesù e la Madre alla terra
dell’idolatria? Una quietudine d’amore le discendeva su lo spirito,
quando aveva piegate le ginocchia nell’ombra; e la preghiera le sgorgava
puramente dal petto come da una fonte natale, poichè ella pregava
soltanto per la voluttà cieca dell’adorazione, non per la speranza
d’ottener grazia di beni nella vita terrena. In lei il desiderio del
miglioramento, questo universal desiderio umano, s’era andato spegnendo
via via che l’intelligenza svaniva, e che per le condizioni
consuetudinarie si semplificavano nell’organismo i bisogni. Ella
pregava, con la testa china sulla sedia; e come i cristiani
nell’accedere e nell’uscire attingevano con le dita l’acqua della pila,
e si segnavano, ella a quando a quando trasaliva, sentendo su’ capelli
qualche stilla benedetta cadere.
V.
Quando nel 1851 Anna venne la prima volta al paese di Pescara, era
prossima la festa del Rosario, che si celebra nella prima domenica di
ottobre. La donna si mosse da Ortona a piedi, per sciogliere un voto; e
portando chiuso in un fazzoletto di seta un piccolo cuore d’argento,
camminò religiosamente lungo la riva del mare; poichè la strada
provinciale non ancora in quel tempo era praticata, e un bosco di pini
occupava molta estensione di terreno vergine. La giornata pareva dolce,
se non che nel mare le onde andavano crescendo, ed all’estremo limite
andavano crescendo in forma di trombe i vapori. Anna avanzava tutta
assorta in pensieri di santità. Nel far della sera, come ella fu su ’l
luogo delle Saline, cadde d’improvviso la pioggia, da prima pianamente e
dopo in grande abbondanza; così che, non essendovi in torno riparo
alcuno, ella n’ebbe le vesti tutte molli. Più in qua, la foce
dell’Alento portava acqua; ed ella si scalzò per guadare. In vicinanza
di Vallelonga la pioggia restò: ed il bosco dei pini rinasceva serenante
nell’aria con odor quasi d’incenso. Anna, rendendo grazie nell’animo al
Signore, seguì il cammino del litorale ma con più rapidi passi, poichè
sentiva penetrarsi nelle ossa l’umidità malsana, e cominciava a battere
i denti pe ’l ribrezzo.
A Pescara, ella fu subito presa dalla febbre palustre, e ricoverata per
misericordia nella casa di Donna Cristina Basile. Dal letto, udendo i
cantici della pompa sacra, e vedendo le cime delli stendardi ondeggiare
all’altezza della finestra, ella si mise a dire le preghiere e a
invocare la guarigione. Quando passò la Vergine, ella scorse soltanto la
corona gemmata, e fece atto di mettersi in ginocchio su i guanciali per
adorare.
Dopo tre settimane guarì; e, avendole Donna Cristina offerto di
rimanere, ella rimase in qualità di domestica. Ebbe allora una piccola
stanza guardante su ’l cortile. Le pareti erano imbiancate di calce; un
vecchio paravento coperto di figure profane chiudeva un angolo; e fra i
travicelli del soffitto molti ragni tendevano in pace le tele laboriose.
Sotto la finestra sporgeva un tetto breve, e più giù s’apriva il cortile
pieno di volatili mansueti. Su ’l tetto vegetava, da un mucchio di terra
chiuso fra cinque tegole, una pianta di tabacco. Il sole vi s’indugiava
dalle prime ore antimeridiane alle prime ore del pomeriggio. Ogni estate
la pianta dava fiori.
Anna, nella nuova vita, nella nuova casa, a poco a poco si sentì
sollevare e rivivere. La sua naturale inclinazione all’ordine si
dispiegò. Ella attendeva a tutti i suoi uffici tranquillamente, senza
far parole. Anche, in lei la credenza nelle cose sopranaturali
ingigantì. Due o tre leggende s’erano per antico formate su due o tre
luoghi della casa Basile e di generazione in generazione si
tramandavano. Nella -camera gialla- del secondo piano abbandonato viveva
l’anima di Donna Isabella. In un ricettacolo ingombro, dove una scala
discendeva a gomito sino a una porta che non s’apriva da tempo, viveva
l’anima di Don Samuele. Quei due nomi esercitavano un singolar fascino
su i nuovi abitatori, e diffondevano per tutto il vecchio edificio una
specie di solennità conventuale. Come poi il cortile interno era
circondato di molti tetti, i gatti su la loggia si riunivano in
conciliaboli e miagolavano con una dolcezza inquietante, chiedendo ad
Anna li avanzi del pasto familiare.
Nel marzo del 1853 il marito di Donna Cristina morì d’una malattia
urinaria, dopo lunghe settimane di spasimi. Egli era un uomo timorato di
Dio, casalingo e caritatevole; era capo d’una congrega di possidenti
religiosi; leggeva le opere dei teologi, e sapeva sonare su ’l
gravicembalo alcune semplici arie di antichi maestri napolitani. Quando
venne il viatico, magnifico per numero di ministri e per ricchezza
d’arnesi, Anna s’inginocchiò su la porta, e si mise a pregare ad alta
voce. La stanza si empì d’un vapor d’incenso, in mezzo a cui il ciborio
raggiava e raggiavano i turiboli, oscillando come lampade accese. Si
udirono singhiozzi; poi le voci dei ministri, raccomandando l’anima
all’Altissimo, si sollevarono. Anna, rapita dalla solennità di quel
sacramento, perdè ogni orrore della morte, e da allora pensò che la
morte dei cristiani fosse un trapasso dolce e gaudioso.
Donna Cristina tenne chiuse tutte le finestre della casa, durante un
mese intero. Continuava a piangere il marito nell’ora del pranzo e
nell’ora della cena; faceva in nome di lui le elemosine ai mendicanti;
e, più volte nel giorno, con una coda di volpe levava la polvere dal
gravicembalo come da una reliquia, emettendo sospiri. Ella era una donna
di quarant’anni, tendente alla pinguedine, ancora fresca nelle sue forme
che la sterilità aveva conservate. E poichè ereditava dal defunto una
dovizia considerevole, i cinque più maturi celibi del paese cominciarono
a tenderle insidie e ad allettarla alle nuove nozze con arti
lusingatrici. I campioni furono: Don Ignazio Cespa, persona dolcigna, di
sesso ambiguo, con una faccia di vecchia pettegola butterata dal vaiuolo
e una capellatura impregnata di olii cosmetici, con le dita cariche di
anelli e li orecchi forati da due minuscoli cerchi d’oro; Don Paolo
Nervegna, dottor di legge, uomo parlatore e accorto, che aveva le labbra
sempre increspate come se masticasse l’erba sardonica e su la fronte una
specie di crescimento rossastro innascondibile; Don Fileno d’Amelio,
nuovo capo della congrega, uomo pieno d’unzione e di compunzione, un po’
calvo, con la fronte sfuggente indietro e l’occhio pecorinamente opaco;
Don Pompeo Pepe, uomo giocondo, amante del vino e delle donne e
dell’ozio, ubertoso in tutta la corporatura e più nella faccia, sonoro
nelle risa e nelle parole; Don Fiore Ussorio, uomo di spiriti pugnaci,
gran leggitore di opere politiche e citator trionfante di esempi storici
in ogni disputa, pallido d’un pallor terrigno, con una sottil corona di
barba intorno alli zigomi e una bocca singolarmente atteggiata in linea
obliqua. A costoro si aggiungeva, ausiliare della resistenza di Donna
Cristina, l’abate Egidio Cennamele che volendo trarre l’erede ai
benefizi della chiesa, osteggiava con ben coperta astuzia d’impedimenti
le lusinghe.
La gran contesa, che sarà un giorno narrata dal cronista per diffuso,
durò molto tempo ed ebbe molta varietà di vicende. E principal teatro
della prima azione fu il cenacolo, sala rettangolare dove su la carta
francese delle pareti erano francescamente rappresentati i fatti di
Ulisse naufragante all’isola di Calipso. Quasi tutte le sere i campioni
si riunivano, in torno all’inclita vedova; e facevano il giuoco della
briscola e il giuoco dell’amore alternativamente.
VI.
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