RUDU.
-S'aradu!-
Egli volge il capo in su, tentando di sorridere.
Allora si parte? -Tocca! a su chi escit!-
Ma il violento non gli bada, ripreso
dall'agitazione oscura. Un fantasma odioso si
genera dentro di lui; però la voce è pacata e
lenta dopo l'intervallo.
CORRADO.
Rudu, imagina ch'io sia nel porto, già sul ponte del battello, voltato
a proravia. Ecco che uno sconosciuto s'avanza e mi mette una mano su la
spalla. Tu che fai?
Il servo si leva di su la pelle a poco a poco,
ascoltando. A mezzo del suo levarsi, scatta colla
rapidità dell'istinto; e fa il gesto primitivo
della sua gente che con la pietra acuminata rompe
il cranio del nemico abbattuto.
RUDU.
-Ddi pisto sa conca.-
Il -môti- aggrotta le ciglia, con un lieve
fremito. Poi scrolla il capo; e s'avvicina alla
finestra pel cui vano si scorge una grande nuvola
di primavera, pregna di luce, sospesa nel vespro.
CORRADO.
Senti gracchiare i corvi su la Torre delle Milizie? Si posano sempre a
quest'ora. Fra poco è sera. Senti il romorìo degli insetti umani? Non
avendo stasera la zeriba nel deserto, bisognerebbe che io avessi una
torre nell'Urbe e che io v'accendessi il mio fuoco per ardervi la mia
libertà il mio orgoglio e la mia idea. Questa è una gabbia miserabile;
però non c'è bisogno di bitumi per incendiarla: basta uno zolfino.
Parla come in un súbito accesso di selvaggia
allegrezza. Poi rincupisce.
Rudu, non badare a quel che dico. Imagina ch'io abbia bevuto
l'idromele, e che mi ritorni la smania della guerra. Da ora in
poi, prima di aprire la porta, fa come nel tuo paese: guarda per lo
spiraglio.
RUDU.
Hai un nemico, -môti-?
CORRADO.
Sono un nemico.
RUDU.
Fa che io t'intenda, se ti devo obbedire.
CORRADO.
Non importa.
Il fedele china il capo, e mormora tra i denti i
modi del suo linguaggio.
RUDU.
-Veru est. Resones tenes.-
CORRADO.
Forse converrà che io ti separi da me, buon compagno.
RUDU.
Che dici mai, -su mere? Ite diaulu ses nande?-
Il sogno parla nel violento con un accento
profondo e puro.
CORRADO.
Ti duole di ritornare lassù a Santu Lussurgiu, al tuo vulcano nericcio,
dove ti trovai? Sei nato dentro un cratère spento, che si ridesterà.
Che fiera culla, Rudu! Non ti sta nel cuore? Fra il Logudoro e
l'Arborea, tra i sepolcreti giganteschi delle più antiche stirpi, tutta
chiusa in una chiostra di basalto e aperta soltanto a ostro-libeccio,
al soffio dell'Africa. Sembra la figura espressiva del più maschio
fato. Ti ricordi quando ascoltavamo il vento d'agosto che portava
gli stormi rossi allo stagno di Cabras? Io ti dissi: «Vieni con me,
-homine de abbastu-». Tralasciammo d'esplorare la miniera esausta sul
Monteferru per seguire la vocazione d'oltremare. Ora va, tornatene
lassù; e in ogni primavera, quando la tua tanca s'empie d'asfodeli,
accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi
dimenticare nei tuoi canti.
Un dolore severo annobilisce il volto
dell'isolano.
RUDU.
Perché mi scacci? Che male ti feci, -su mere-?
CORRADO.
Non ti scaccio. Mi accomiato.
RUDU.
Parti, dunque.
CORRADO.
Non so per dove.
RUDU.
Né te lo domanda il tuo servo. Ovunque ti segue, e non parla.
CORRADO.
E se io dovessi morire?
RUDU.
Morire!
CORRADO.
Tanto ti stupisci? Mi conservi la fede di Olda? Ma non ho immortalità
fuori del deserto, ti dico.
RUDU.
Non mi parlare -lontano-.
CORRADO.
Se parlo con te, figlio del cratère, parlo anche con la mia malinconia.
Guarda i pini della Villa Aldobrandina come s'arrossano! Pensa che
risentirai l'odore degli aranceti di Milis, che rivedrai le tue sorelle
cucirti il gabbano d'orbace, la tua madre ammonticchiar la cinigia
dentro il cerchio dei sassi, perché tu dorma su la stuoia co' piedi
vòlti al focolare...
RUDU.
M'hai fatto il cuore duro, lo sai, alla stregua del Monteferru. E
perché ora me lo vuoi fendere? Quando venni con te, dimenticai il
focolare e la via del ritorno. E tutti i legami io li disfeci per
rifarne uno solo; e tanto io lo seppi ben torcere -- perdonami -- che
neppur tu lo puoi più rompere.
CORRADO.
Un'altra parola d'amore, un'altra ala che batte su l'orlo della
voragine!
Il volto gli balena. La súbita sollevazione ha
quasi l'apparenza d'un breve delirio.
O Rudu, e quale potrebbe essere il cómpito di colui che sopravvivesse
al giorno santo? Tu non lo sai, né io forse lo so. Né tu cerchi
d'intendere. Ma tu sei ancóra capace di cantare con una voce più ferma
in un supplizio più crudo, se io te lo comando; e tutta la tua razza
io la sollevo in te, con tutti i suoi eroi dormenti. Come tanta forza
e tanta fede si possono disperdere prima d'andare al segno? Un muro
costrutto da schiavi ciechi può distruggere l'orizzonte aperto dal
veggente? Io ho ricevuto dianzi un annunzio di perpetuità. Il germe
della mia virtù futura è custodito da una sfinge che m'ha svelato
l'enigma. Credo che dal più remoto deserto io lo sentirò schiudersi in
mezzo al mondo e volgersi verso il mio sole. O cuore fedele, ha ragione
il tuo grido: io non posso morire. Le mie piaghe mortali son divenute
cicatrici vivide che il sangue urta col suo battito più forte. Anche
questa volta io voglio afferrare il destino alla gola e ridermi del
suo responso. L'aratro! È fatto pel solco, e la prua gli somiglia.
Quella moneta fu tratta da un sepolcro: il suo posto è tra i denti
di un cadavere. Non la raccogliere! Ma preparati. Vedi, ho la fronte
in sudore e non agonizzo. Domani il maestrale si porterà via la mia
febbre. Però -- l'ho detto -- la mia sete io non la estinguerò se non ai
pozzi di Aubàcar... Su, Rudu, all'opera. Ti darò una mano.
Inquieto e vigile il servo tende l'orecchio verso
l'uscio come per cogliere un suono.
Non ti muovi! Che ascolti?
RUDU.
Qualcuno suona alla porta.
CORRADO.
Hai udito?
RUDU.
È la seconda volta.
Per istinto, la statura dell'uomo di guerra si
erge. Ogni segno di smarrimento scompare. La voce
riprende il suo tono metallico.
CORRADO.
Guarda chi è, poi torna.
S'addossa alla tavola delle armi, fitto lo
sguardo all'uscio per ove il servo esce e
rientra. Raccogliendosi l'ombra sotto la grande
arcatura delle ciglia, sembra cresciuta la
prominenza della fronte contratta; alla luce
obliqua ogni lineamento rilevandosi, tutto il
volto indurito e incrudito è come la maschera
granitica della Risolutezza.
RUDU.
È il tuo amico, -su mere-.
CORRADO.
Chi?
La risposta è sommessa, accompagnata da un lieve
cenno espressivo.
RUDU.
-Su frade...-
Un'indicibile onda si spande su la maschera e la
spetra. Succede un attimo di esitanza. La parola
è sorda.
CORRADO.
Entri.
Il servo si ritrae per introdurre il visitatore.
CORRADO si distacca dalla tavola, movendo un
passo.
Entra VIRGINIO VESTA; e l'uscio si riserra dietro di lui. Sembra
che nel giro d'un giorno egli abbia vissuto vent'anni di vita
carichi di lutto; ma una indòmita volontà di salvezza arde ne'
suoi occhi gravi. Stanno l'uno di fronte all'altro i due amici e si
guardano, per alcuni istanti in cui la ruota dell'intima vita gira
vertiginosamente. Il palpito dei cuori, al primo parlare, fiacca la
voce nelle gole aride. Quegli che primo parla ha la parola quasi
sparente, come per lo sforzo di toglierle ogni qualità corporale
affinché meno pesi, meno offenda.
CORRADO.
Perché vieni, Virginio? Una sola pena mi pareva di non poter patire,
fra tutte, dall'ora di ieri a questa: il tuo sguardo senza minaccia. E
perché stringi me e te in quest'orrore? E che mi dirai? e che ti dirò?
Vedi che quasi non so parlare. Sento che il solo suono della mia voce
ti fa soffrire orribilmente.
VIRGINIO.
No. Più male non puoi farmi. E perché tanto male tu m'abbia fatto,
guarda, non te lo chiedo. Ma certo, se bene così parli, sento che la
tua voce passa tra i tuoi denti...
CORRADO.
La belva! Vieni per giudicarla?
VIRGINIO.
Non giudico. Sono anch'io nel cerchio d'inferno in cui ci hai cacciati
e serrati all'improvviso. Si può urlare di dolore o di furore, ma
non giudicare. Anche in me oggi non parlano se non gli istinti. Il
primo sforzo per mozzare il grido e l'imprecazione, per tener diritte
nella mia schiena le vèrtebre che si disgiungevano, lo sforzo contro
l'annientamento io l'ho compiuto. Vedi, resto in piedi. Ma ora sono
come in mezzo a un incendio: non vedo, non odo se non in confuso: non
giudico: ho tutta la forza e tutta la volontà nelle due braccia per
prendere, per portare qualche cosa di umano a salvamento.
CORRADO.
Quel che è umano non può più essere salvato omai, povero Virginio; e il
resto è fuori d'ogni offesa e d'ogni sciagura. Se io parlassi, tu non
m'intenderesti.
VIRGINIO.
Tuttavia bisogna che tu parli e ch'io sappia.
CORRADO.
Che vuoi sapere? Maria era qui dianzi.
VIRGINIO.
L'ho veduta uscire.
CORRADO.
L'hai scontrata? Ti sei mostrato a lei?
VIRGINIO.
No, non ho osato. Andava in fretta ma quasi senza passo, come portata
dal vento o dall'anima sola. Però sentivo che, se si fosse arrestata,
sarebbe caduta a terra e là rimasta. Forse soltanto le mani di sua
madre potranno toccarla senza farla morire.
CORRADO.
Morire! E che sai tu? e che conosci tu di lei? Tu ne parlavi come della
sorgente e dell'erba. Ma io con tutte le violenze della mia guerra, tu
con tutta la tua volontà di beneficio, non eguagliamo il suo potere.
Ella ha fatto la sua vigilia nel gelo della morte, con la finestra
aperta su l'alba, a piedi scalzi come chi deve passare all'altra
riva. Ed è passata di là; ed ora, con tutta la sua innocenza va verso
la madre dolorosa per rinascere «armata e pronta». Intendi tu questa
parola? Un soffio ha disperso i limiti del focolare ma ha creato un più
grande spazio per un più gran respiro. Ella è un indizio di libertà, il
preludio di un canto inaudito. Io mi sono inginocchiato dinanzi a lei
per renderle grazie d'una promessa non fatta a me, che forse sto per
scomparire, ma a tutta la mia razza imperitura. Il travaglio divino che
affatica l'oscurità della massa umana, ecco, a un tratto ha toccato la
cima di quel cuore per dar segno di sé, per rivelarsi. La più profonda
fibra della mia virtù ha sussultato come non mai. M'è parso che nel
germe ancor cieco del nuovo essere sia entrata la più fulgida favilla
del mio spirito. «Dunque la schiava subdola e funesta potrà divenire un
giorno la compagna e la custode animosa fino alla morte e oltre?» «Sì»
ella risponde; e più non conosce né l'uso né il costume né il limite;
ma, pari alla stessa vita, si sente capace di tollerare tutti i mali.
Ah, neppur tu con la tua voce fraterna hai mai detto il suo nome come
oggi io l'ho detto!
Misto di giubilo e di sgomento irrompe dal
profondo cuore il grido del fratello attònito.
VIRGINIO.
L'ami?
Egli lo guarda come se gli apparisse in un
aspetto inopinato. Ma il fervore dell'altro si
spegne in una tristezza severa.
CORRADO.
Virginio, so in quale ansietà, anzi in quale terrore il tuo grido ha
risonato dentro di te.
Dopo una pausa, egli pronunzia la domanda
improvvisa con una singolare chiarezza.
Chi sono io oggi?
Soffocato dall'emozione, VIRGINIO resta muto.
Non rispondi? Mi guardi. Cerchi perdutamente la risposta nel mio volto.
VIRGINIO.
Da ieri, dall'ora in cui mi dicesti che non potevi più essere il mio
amico, rivedo per lampi interrotti il tuo volto qual era nel sonno
quando tu dormivi nel letto accanto al mio, lassù, in quella stanza
nuda.
La voce trema nel ricordo. In quella di CORRADO
comincia una strana ambiguità, per súbiti
contrasti di tristezza e di acredine, di veemenza
e di oppressione.
CORRADO.
E non ti sbigottivi del mio aspetto nel sonno? Non scoprivi nell'amico
il nemico?
VIRGINIO.
Dormivi sempre senza guanciale, col braccio sotto la testa, sicuro e
leggero come se ti sostenesse la terra e ti proteggessero le stelle.
CORRADO.
Se la sorte vorrà che tu ti pieghi sul mio corpo liberato dal soffio
che lo brucia, rivedrai quella pace. Ora tu cerchi un altro segno,
forse un marchio infame. Non lo trovi.
Incalza di súbito, quasi aggredisce, come se
volesse combattere a cuore a cuore.
VIRGINIO.
Corrado!
CORRADO.
C'è ancora una speranza, in fondo a te, che vacilla. I miei occhi
penetrano più a dentro.
VIRGINIO.
Corrado!
CORRADO.
Ieri -- era quest'ora -- ti confessai la tentazione selvaggia. Vuoi che
oggi io ti confessi il resto? Sei venuto per questo? Ti avvicini perché
io ti parli piano... Dimmi: che sai?
È come una sfida ardente, con qualcosa di
sfrontato che dissimula l'orgasmo febrile. Ma la
risposta è come una implorazione.
VIRGINIO.
Non sono il tuo giudice: sono ancóra il tuo fratello, rinnegato e
ferito, ma pertinace. Non t'interrogo: ti dico che agonizzo sotto un
peso lùgubre. Metti un termine a quest'agonia. Non senti come la vita
precipita? Pare che in ogni attimo si dissolva una zona del mondo...
CORRADO.
Affréttati. Che sai?
VIRGINIO abbassa la voce, sotto il fantasma
indistinto che li copre entrambi.
VIRGINIO.
L'uomo della bisca, quello a cui volevi pagare il tuo debito con una
moneta che portasse la tua effigie, si chiamava Paolo Sutri.
CORRADO.
Ebbene?
VIRGINIO.
La mattina dopo fu trovato esanime nel suo letto.
CORRADO.
Aveva il colpo di grazia somalico nel collo, sotto la nuca? il taglio
di riconoscimento?
VIRGINIO.
Il demone ti riafferra! Ancóra il sarcasmo? Tu m'avevi parlato della
mano «che uccide con precauzione». Una mano cauta ed esperta l'aveva
spento.
CORRADO.
Quale?
VIRGINIO.
Prima spento, poi derubato. Scopo dell'assassinio era il furto? Il
sospetto cadde su Simone Sutri, sul nipote avverso. Ieri fu preso, già
rilasciato stamani, riconosciuto incolpevole.
CORRADO.
E allora?
Un'irrisione malvagia gli lampeggia nel viso e
glie lo contrae in un cipiglio quasi di minaccia.
Egli si muove qua e là per la stanza come per
ingannare il suo bisogno di combattere. Poi si
volge con impeto, inebriato di ribellione.
O tu che resti muto e ti sforzi di nascondere il ribrezzo se m'accosto,
conosci quella sentenza superba? Un nudo spirito si levò su l'eccidio
e sul bottino, esclamando: «Se questo mio è un delitto, io voglio che
tutte le mie virtù s'inginòcchino davanti al mio delitto».
Proteso verso di lui, fremente, VIRGINIO tenta
respingere col suo grido l'inesorabile certezza.
VIRGINIO.
L'hai compiuto? L'affermi?
CORRADO risponde da prima più pacato, velando il
suo rancore con un'ombra di spregio.
CORRADO.
Non affermo se non la parola di un'audacia senza nome. Però tu ieri
udisti il racconto della tentazione notturna. E che mai mancò perché
l'impulso si esternasse in atto irreparabile? Un nulla. Non ero nella
foresta, non avevo la lancia in pugno, né la sabbia nell'altra mano.
I testimoni erano di troppo. La scarica si arrestò nei muscoli del
braccio. Tuttavia ben mi vedesti capace del crimine, pronto allo
scatto, al balzo. E che t'importa il resto? Ma là, alla tavola del
giuoco, nello scompiglio delle sorti, era una carne di goditore o
una volontà di asceta, una bassa cupidigia o una fatalità eroica? Tu
hai parlato di assassinio e di furto. Conosci dunque i nomi che mi
convengono. Ieri ti rimasero in gola; oggi son fuor di tempo.
Ancóra in quel terribile giuoco d'invettiva
e d'ironia, in quella disordinata vicenda di
freddezza e d'ardore, Virginio resta afferrato al
suo dubbio e non l'abbandona, se bene spasimando.
VIRGINIO.
Tu mi ricacci nell'ambiguità, mi prolunghi l'ambascia, mi squassi fra
la tua ragione e il tuo delirio. Ma tu potresti con una sola parola
disperdere l'orrore che s'è addensato intorno a noi, rimuovere la cosa
corrotta che è là e che c'ingombra.
CORRADO.
Tutta la bellezza di un mondo ideale gravita dunque oggi, per te,
intorno al cadavere di un baro! Se il piccolo fatto senza sangue
esiste, tutto cade nel nulla, precipita nell'annientamento e nella
esecrazione, per forza della legge umana. La vita di colui non
valeva quella di un lupo, perché la specie del lupo si fa ogni
giorno più rara, mentre la genìa di colui si moltiplica ogni giorno
nell'ignominia, brulica e striscia, infetta tutto quello che tocca,
insozza tutto quel che divora. I vermi nel nostro pane quotidiano
son necessarii? Se tu ne schiacci uno, quello diventa sacro, soltanto
perché non si divincola più? La coscienza armata di castighi insorge
a vendicarlo. E che diventa il colpevole allora? L'attributo del suo
atto, null'altro, in perpetuo! Egli può essere un desiderio indòmito
che non seppe attendere, uno spirito veloce e infaticabilmente vivo, un
impeto magnifico scagliato verso una mèta più severa della morte. Egli
può aver passato i suoi anni a fortificare e ad esaltare la sua volontà
con una disciplina implacabile. Lungi alle solite fanfare d'eroismo
che riscaldùcciano i cervelli e i cuori senili, egli può aver foggiato
crudamente sé medesimo per il diritto di promettere, per il dovere
di adempiere qualunque più folle promessa fatta al suo corpo e alla
sua anima. Ed ecco, è maturo per essere un Capo, un battitore di vie
ignote, uno scopritore di nuove stelle. Capace di dare tutti i giorni
alla sua opera la sua vita intera, capace d'inalzare tutti i giorni --
non importa come, non importa dove -- la sostanza del suo sogno, egli
è degno della più disperata vittoria. L'Amore lo riconosce. La prova
della sua dignità è nel miracolo invisibile. Accanto a sé egli ha
sentito l'aspirazione degli eroi sollevarsi in un cuore sublime come
in un vertice del Futuro. Egli ha ricevuto l'annunzio che gli mostra,
di là dalla mèta, l'erede del suo dominio, il monumento vivo della sua
vittoria. Come potrebbe non sembrargli santa la sera del suo giorno?
E voi a un tratto gli gittate fra i piedi la cosa corrotta perché egli
stramazzi nel fango e nell'onta! Una povera spoglia esangue arresterà
colui che nella terra lontana, per aprirsi il varco, mise a ferro e a
fuoco le tribù! Volete castigarlo? Perché non poteste costringerlo a
putrefarsi nell'inerzia, ora volete troncargli le mani che hanno osato
di affrettare il destino? Chiunque possegga sé, per essersi conquistato
a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di
punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri. Se il cerchio
si serra, egli vuol dedicare ancóra qualche sacrifizio umano in un
gran rogo alla sua libertà, perché almeno gli schiavi dalla piazza si
volgano in su e si ricòrdino...
Vede VIRGINIO rosseggiare il delitto come una
porpora su quell'orgoglio indomabile.
VIRGINIO.
Ma chi difendi tu?
CORRADO.
Me stesso.
Reclina VIRGINIO il capo sotto la percossa e
nasconde tra le palme la faccia estenuata.
L'altro non si placa: anzi la sua amarezza
sembra invelenirsi. S'accosta egli al reclinato
e lo guarda. La profondità della stanza è già
nell'ombra, ma i teschi e i trofei brillano su le
pareti al riflesso della nuvola.
Piangi su me? Io merito un addio più virile.
VIRGINIO si scopre, e il suo volto un po' livido
dà imagine di colui che toccò il fondo del gorgo
e risale alla superficie per trarre il respiro.
VIRGINIO.
Non piango. Chiudo gli occhi per veder qualche luce nel fondo.
CORRADO.
Luce di salvezza? Non la cercare. Pentimento? espiazione? La tua luce
non è la mia. Già ieri te lo dissi. Io non posso più essere il tuo
amico né appressarmi a te. Obbedisci alle tue ripugnanze. Volgimi le
spalle. Lasciami solo. Giudicami bandito. La mia ultima ragione è nelle
mie armi cariche.
VIRGINIO.
Non giudico: mi offro.
CORRADO.
Il tuo aspetto ti smentisce. Tu non puoi non calunniare il mio atto.
VIRGINIO.
Non io lo calunnio. Ma l'evento può abbassarlo, rendendolo inutile.
Pensa!
CORRADO.
Abbassarlo davanti a chi? Tu vuoi ricondurre nel mio silenzio il
rumorìo della strada. Non l'udivo più; né posso più udirlo. Una sola
cosa ho temuto; e te ne serbo rancore perché l'orribile angoscia
mi veniva da te, dal tuo contatto: ho temuto di commettere una
viltà contro la mia follìa, di disconoscerla, di difformarla, di
avvilirla. Ieri, quando uscii dalla tua casa, uno sgomento improvviso
mi scompigliò le forze. L'imagine, che m'era divenuta estranea,
s'impadronì della mia coscienza e vi diffuse una specie di torpore che
m'impediva di scacciarla, se bene mi fosse intollerabile... Non eri tu
che tentavi di esiliarmi da me stesso e di falsare la mia anima?
VIRGINIO.
Io ho tentato di combattere in te quegli istinti che tu chiami i tuoi
cani selvaggi quando latrano sotterra e il tuo spirito tende ad aprire
tutte le prigioni. Inutilmente. E tu ieri m'accusavi di non voler fare
la guerra per te, come oggi mi gridi ch'io ti volga le spalle e che
io ti lasci solo. Ma ieri, verso quest'ora, io mi trovai per alcuni
attimi presso la tavola del mio lavoro, tra il mio amico d'infanzia
e la mia unica sorella. Oggi mi ritrovo tra un amore disperato e un
delitto nascosto. Non vengo a imprecare né a chiedere pentimento ed
espiazione. Conosco le furie dei fiumi, le rovine dei ponti. Non piango
dinanzi alle violenze della vita ma mi offro. Forse non comprendo, ma
non giudico. Però sento ancóra vivere l'eroe che è nella tua anima;
e riconosco una sola necessità imminente: che la causa del tuo atto
s'illumini, che tu abbia il modo di trasmutare la tua frenesia in
eroismo, di riscattare il tuo delitto col tuo prodigio. Tu hai bisogno
dell'Oceano e del Deserto per ridivenir puro. Io non ti grido: Rimani!
Ti grido: Parti, va, còpriti di gloria, vinci la morte!
Si dischiude il cuore serrato; e sembra che da
lui si fuggano per un poco i rancori i dispregi
le rivolte, e non resti se non l'alta malinconia
dell'eroe che sarà tradito dal fato ch'egli amò.
CORRADO.
O Virginio, canta anche in te il sangue della creatura che m'è cara.
Perdonami l'impazienza irosa: non è che dolore. Erano sere di primavera
come questa quando entravamo nell'ombra della chiesa: io poggiavo il
braccio su la tua spalla per contemplare il colosso di pietra «quasi
belva, quasi dio». Portagli una corona di cipresso, in memoria di
me, e deponila su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro
avvenire.
VIRGINIO.
Che è questa tristezza mortale che t'accascia? Corrado, l'ora fugge.
Bisogna risolvere e affrettarsi.
L'uccisore è fisso, come occupato da qualcosa di
torpido. Parla sordamente.
CORRADO.
E se la brutalità del caso m'infliggesse una fine ignominiosa?
VIRGINIO.
Quale?
CORRADO.
Se io fossi raggiunto prima di entrare in franchigia? se riescissero a
prendermi vivo?
VIRGINIO.
Temi la ricerca?
CORRADO.
Nulla temo, fuorché una fine senza grandezza.
VIRGINIO.
Credi che già il sospetto possa cadere su te? Hai lasciato qualche
indizio?
Lo interroga a bassa voce, chinato verso di lui,
angosciosamente. L'altro è come trasognato e non
batte ciglio.
CORRADO.
Non so. Nessuno può sapere...
VIRGINIO.
Non ti ricordi? Non hai più nella memoria quell'ora?
CORRADO.
No. Cadde sùbito in fondo, in fondo al pozzo cupo, come un sasso che
tonfa... Non so più.
VIRGINIO.
Non eri lucido in quell'atto, come alla tavola del giuoco quando colui
levò verso di te gli occhi bianchicci?
L'uccisore sussulta, come per scuotere il
torpore. Guarda le acque salire luccicando
dall'oscurità del pozzo verso il margine.
CORRADO.
Non so... Una specie di ilarità convulsa e sorda come quando le
deformità dei sogni ci muovono un riso senza suono, che ci travaglia
la bocca dello stomaco e non si sa se sia una nausea o un tremore, e
se sia per finire o per continuare senza fine, e al risveglio ci sembra
che si disperda nei sensi intorpiditi qualcosa di demoniaco...
VIRGINIO.
Cerca nella memoria. Guarda dentro di te. Avevi perduta anche l'ultima
posta; avevi giocato su la parola, vertiginosamente, perduto sempre, a
ogni colpo... Uscisti tu pel primo? Che ora poteva essere?
Gli parla da presso, lo incalza con la sua ansia,
lo incita all'evocazione dei fantasmi profondi.
E d'improvviso la notte della città terribile
riprende a vivere nello spirito e nella carne
dell'uomo, con una potenza crescente.
CORRADO.
Ancóra notte. Afa di scirocco: qualcosa di molliccio e di tiepido
come una bava animale. Nessun sollievo nell'uscire dalla bisca fetida
di fumo, di fiati, di sudori. Anche la strada pare chiusa, anche la
piazza. Città mostruosa, notte di dissoluzione, dove vivono soltanto le
fogne. E in me una sola parola, ostinata come nella bocca di un idiota:
la parola dell'àscaro famelico e febricitante che si lascia cadere
sotto un'euforbia: -Kalas- -- basta! Ma altra è la mia fame, altra è
la mia febbre. «Basta! questo trascinìo d'accattone collerico. Basta!
questa domesticità senza salario. Basta! questa stupida fatica di
mantenere un vizio che non è il mio vizio. Andiamo! Qualunque mezzo ci
valga. Andiamo ancóra incontro alle ferite che l'aria sola cicatrizza,
alle seti che estingue un'acqua sempre nuova, alle torture che ridono
e che cantano.» Rivedo i giovani cammelli, in coda della carovana, che
presi dall'allegrezza saltano buttando all'aria il basto e il carico.
Mi fermo davanti a un gran bagliore che rosseggia nella nebbietta; e
il tremolìo del malvagio riso mi monta dallo stomaco alla gola, non
mi lascia più. Sembra che io abbia da tentare una beffa atroce. Mi
cerco addosso il conto preventivo della mia spedizione disegnata;
lo trovo. M'accosto alla caldaia d'asfalto che bolle; al bagliore
fumoso leggo nel foglio le cifre: arruolamento di àscari, camelli,
asini, muletti, balle, casse, tende... Un gran palpito; e la duna di
Brava mi riappare, la ripa dantesca della mia dannazione. «Nulla di
meglio al mondo che quel sonno selvaggio ch'io dormirò su la sabbia
oceanica, dopo l'approdo. Odio, mio odio, a te confido la promessa di
quel sonno.» E mi riappare la faccia del baro, la maschera giallastra
d'ittero, il grosso labbro azzurrigno, la collottola da abbrancare e
da scuotere. Ripeto in me: «Lascia là il bottino!» Soggiungo: «No,
non sono io il debitore». E sento che il primo movimento represso
è sempre là, prigioniero, e che deve sprigionarsi necessariamente.
Allora una specie di scaltrezza felina entra in me e s'acuisce come
nei grandi giorni di caccia. Una specie di divinazione magnetica che
s'irradia fuori del corpo ad evitare l'errore, a prevedere l'ostacolo,
a cogliere il destro. Superstizioso, m'assicuro d'avere addosso
l'ossicino che nel leone ucciso si trova profondato tra i muscoli della
spalla. Salgo di corsa su per la Trinità dei Monti come per l'erta
di Bulùlta! Sento in tutte le membra la forza elastica che non ha
bisogno d'armi. La via è là, deserta; la porta è là, chiusa. Attendo,
come all'agguato dietro la zeriba. Non so che farò, non so in che
modo si presenterà la preda. Gli incanti adunati nel mio cervello si
disperdono. La sorda ilarità demoniaca persiste. Giunge il grido fioco
di un acquavitaio; poi il rumore di una vettura, un trotto zoppicante.
La vettura viene su per la via, si ferma dinanzi alla porta. Riconosco
l'uomo; odo la sua voce grassa che dice al vetturino di attendere
finché la porta non sia aperta, e il Romanesco rinfacciargli con una
contumelia il prezzo dimezzato, frustare il cavallo, volgere per la
via Sistina, allontanarsi. Balzo dall'ombra, mentre l'uomo chino
su la serratura cerca a tastoni. Gli metto una mano sul braccio,
gli reprimo il sussulto, gli dico: «Sono io. Voglio pagar subito il
mio debito». Basta la pressione delle mie dita su la sua floscezza:
m'impadronisco di lui alla prima, come d'un sacco. Il suo pànico mi
fa pensare all'asino legato dinanzi la feritoia della zeriba, quando
il libbah si approssima. Gli tolgo la chiave, apro per lui, lo spingo
dentro, gli faccio lume. So che non ha famiglia in casa. Ma un servo
forse l'attende? Bisognerà sopprimerlo? Ho l'occhio d'un mercante di
schiavi per giudicare con un solo sguardo la qualità del carname umano
anche dissimulato dal sarto. Troppo egli ansa su per le scale: cuore
debole, insufficenza delle valvole... Le pàlpebre sono gonfie come le
vene del collo. La palpazione del medico ha già percepito il «fremito
felino» in questo tardigrado? Il riso senza suono mi manda al cervello
imagini stravaganti. Egli sembra colpito dall'afonìa. Lo ammonisco con
frasi brevi e secche. Certo, non chiamerà, non griderà. Tutto assume
la facilità d'un sogno. Non più la lotta con l'uomo ma col caso.
Entriamo. Nessuno attende. La divinazione mi guida. Giù da una scaletta
a chiocciola viene una voce sonnacchiosa che dice: «Sor Paolo?» Io
rispondo per lui con un suono inarticolato. Il resto si svolge in una
lunga ora o in pochi attimi? Non ho davanti a me tutto il lordume
civile in quel sacco di adipe che suda e che pute? Vendetta troppo
facile, quasi dolciastra, se il sale della beffa non la ravvivasse.
Egli è là, che soffia e barcolla, con l'azzurro della cianòsi nelle
labbra, nelle pinne del naso, nelle unghie, orribile e fantastico.
Gli metto sotto gli occhi il bilancio di previsione, sorridendo. «Vi
manderò alla costa un carico d'avorio dal Bass Naròk, tutto l'avorio
dei Ghelebà e dei Cherre...» Gli parlo piano, mentre gli faccio rendere
il bottino. «Spesa grave per i quattro -bulùk?- Ma forse mi lasceranno
arruolare i galeotti nell'ergastolo di Nocra a mezza paga.» Certo il
ronzìo degli orecchi gli impedisce di intendere. Forse anche egli si
crede di sognare, di patire l'incubo. «Indice e pollice: voi correggete
la fortuna; pollice e medio: io l'affretto.» Ah quella bocca dilatata
dall'ebetudine, quel labbro paonazzo che penzola, quel luccichìo
sinistro dell'oro nel nerume della carie! Quando l'attimo funebre
scocca, rivedo in un lampo la dentatura formidabile d'un predone
amhara, bianchissima in mezzo alla faccia divenuta una poltiglia rossa;
che ancóra ha la forza di mordere il calcio della mia carabina. Scatto,
allungo il braccio, rovescio sul letto la massa molle, serro le due
carotidi nella morsa, veggo le pàlpebre battere come le branchie fuor
d'acqua, spengo l'imagine spaventosa di me in quel cervello esangue.
Egli è in piedi, con la mano inarcata alla presa,
coi denti stretti, con l'occhio torbido, con
tutta la persona scossa dal ritorno della forza
micidiale. Soffocatamente l'altro interroga
tuttavia.
VIRGINIO.
E dopo? Uscendo non fosti veduto da nessuno?
L'uccisore si scrolla, come per scuotere da sé le
scorie accumulate dell'azione.
CORRADO.
Dopo... ancóra la voce sonnacchiosa in cima alla chiocciola, una
cautela senza respiro come nell'aggattonare tra l'erba che fruscia;
la discesa per le scale come la calata giù per un'amba che frana;
la strada stranamente sonora sotto il piede che non cammina più su
la punta ma sul suo tacco saldo... Ancóra il grido del venditore di
tossico, una campana che suona mattutino, il cigolìo dei carretti;
dall'alto della Trinità, Roma come una flotta naufragata in un mare
grigio; e l'irruzione frenetica del desiderio che con qualunque nave
salpa verso l'Ignoto!
Egli trae un profondo respiro; e poi biascia
sentendosi la bocca arida, il fuoco alla gola.
«Devi aver santificato l'anniversario» mi dicesti tu ieri. L'ho io
santificato? Due anni innanzi, avevo veduto il Fachès irto di lance
rosseggiare come un'aurora nell'aurora. Ed ecco qui la piazza, la
strada, le case cieche, l'immondizia tenace, il primo lezzo del vilume
agglomerato che si stira e sbadiglia. M'annunziasti tu il sorgere degli
uomini nuovi? Non so che delirio selvaggio gridava dentro di me: «Le
nuove Erinni! Le nuove Erinni!» Mi pesava il bottino? Certo, mi pesava.
Ma dentro dicevo: «Non per me, non per me! Basta a me un pugno d'orzo
abbrustolito, la carne degli avvoltoi, l'acqua della cisterna o del
pantano, e per sale la necessità di superarmi ogni giorno». Finita
era la scaltrezza animale; alle mie ossa, per compenso di quel peso,
promettevo di rivestirle d'una nuova sostanza, di là dall'oceano;
sentivo la mia vera vita involarsi e fluttuare in alto sopra l'azione;
mi pareva che dal mio cuore balzassero sul mondo a volta a volta dèmoni
di ghiaccio e di fiamma. «Le nuove Erinni!» Poi l'ottusità, il bisogno
del giaciglio basso, il nero letargo là su i sacchi di carovana,
nell'odore del Sud.
Qualche vampa del delirio crepuscolare lo
ritraversa. Egli si lascia cadere su la vecchia
cassa dalle maniglie di corda. Tremante VIRGINIO
gli tocca la fronte.
VIRGINIO.
Bruci.
CORRADO.
Dammi qualche cosa da bere; là, quella fiasca.
Beve avidamente. Energico balza in piedi, aspro
parla.
Ora vattene. Perdonami se sono entrato anche nella tua vita come un
devastatore. Addio. O forse ci rivedremo.
VIRGINIO.
Che farai?
CORRADO.
Non so. Non so -vedere- in me, se tu sei presente. Debbo essere solo
per sentire tutto me stesso, per ascoltare il mio dèmone. Tu mi turbi.
L'altro vacilla per alcuni attimi in
un'esitazione quasi spasimosa. L'ambascia lo
strangola.
VIRGINIO.
Corrado!
CORRADO.
Che vuoi?
VIRGINIO.
E necessario che tu vada senza indugi. Difficile è l'impunità,
all'ombra della Legge. Difficile è tener nascosta a lungo la
trasgressione. Tutto si scopre. Non so, non sai se in tanta cautela, se
in tanta complicità del caso qualche errore fu commesso...
CORRADO.
Forse.
VIRGINIO.
Poiché Simone Sutri è prosciolto, è possibile almeno ritardare o
forviare la ricerca temibile, darti il tempo di giungere in luogo
franco...
CORRADO.
E come?
VIRGINIO.
Promettimi di partire, e lascia ch'io tenti...
CORRADO.
Una falsa denunzia?
VIRGINIO.
Discutere non giova.
CORRADO.
Offri te stesso?
VIRGINIO.
Piccolo rischio correrei, se volessi farlo. Non offro molto, ahimè!
CORRADO.
Ti presenti e dici: Io sono l'assassino e il ladro... Tu, Virginio
Vesta!
VIRGINIO.
Se racconto i particolari esatti dell'esecuzione, se mostro un
documento...
CORRADO.
Quale?
VIRGINIO.
Non puoi tu fornirmelo? Un segno di quel che fu tolto...
CORRADO.
O fanciullo buono, nessun segno varrebbe se non a indicarmi! La mano
che tu mi tendi non giunge fino a me. Siamo su due rive opposte. Non
t'è concesso il passaggio improvviso. T'è vietata la grande avventura.
Tu hai il tuo cómpito prefisso, la tua persona circoscritta. L'ordine
riposa su te, su la tua costanza infallibile. Tu sei un artefice della
vita arginata. Per beneficare la città tu metti a governo i fiumi
e imprigioni le sorgenti. Non puoi né rompere le chiuse né tagliare
gli acquedotti. Se tu ti accusassi, il giudice sorriderebbe del tuo
candore.
VIRGINIO.
Mi respingi anche una volta!
CORRADO.
Ma non intendi che il mio consentire non varrebbe se non a mettermi
puerilmente nelle mani odiose che ben vorrei troncare?
VIRGINIO.
Forse t'inganni.
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