Egli si fa orribilmente smorto; e l'irrompere dell'emozione contenuta gli scrolla tutta la persona. CORRADO. Che hai detto? Sembra che io fugga! Uno sgomento cieco assale la donna dinanzi a quel pallore. Ella tende le mani perdutamente. Il fiotto delle parole precipitose l'affoga. MARIA. No, no, Corrado! Non so quel che ho detto. Sono pazza, sono vile. Fa di me quel che vuoi. Quella lettera io l'ho baciata. È tua, è santa. Il lampo della violenza constretta passa nell'occhio torvo dell'uomo; e il sarcasmo rattenuto gli contrae le labbra. CORRADO. No. Sei tu che hai ragione. È vero: sembra che io fugga. Ho troppa fretta. Ho qualche bruttura, ho qualche macchia da lavare nel mare? Di un'infamia debbo io fare una gloria, forse? Ne sai tu niente? MARIA. Non mi parlare così! T'ho fatto male. Non mi punire. Ti chiedo perdóno. Eccomi umile come quando sono entrata. Voglio soltanto servirti, aiutare il tuo servo. Tutto è pronto? Non c'è qualche cosa da fare per me? Questa cassa non è ancor chiusa, questi libri... Volenterosa, ella si china verso il mucchio dei libri per mettersi all'opera. L'uomo ha qualche attimo di concentrazione muta in cui riprende il dominio di sé, considera e delibera. La sua voce, ridivenuta ferma, perde ogni asprezza. CORRADO. Lascia. Non ti affaticare, non ti far violenza. Alzati. Ho tempo. MARIA. Oh, consentimi almeno questo: che i tuoi libri sieno messi da me, che io li tocchi a uno a uno e che tu te ne ricordi quando li riaprirai... I fatti d'Alessandro Magno, Dante, Erodoto, l'Odissea, Rime e lettere di Michelangelo... China, per dissimulare l'ambascia, ella prende i volumi leggendo a voce bassa i titoli sui dorsi. CORRADO. Lascia, Maria. Alzati. Ho tempo. Vieni accanto a me. Egli si china verso di lei e le prende uno dei polsi per sollevarla. Ella lascia i libri, si volge, afferra la mano del suo amico e vi preme le labbra appassionatamente. Si alza in piedi. MARIA. Ah, perché ora sei così dolce? Ella lo guarda in volto; e di sùbito rompe in un pianto irrefrenabile. CORRADO. Maria! Il pianto s'arresta come un getto interciso. Un indefinito orrore si genera nella pausa. MARIA. Che hai fatto? CORRADO. Che mi domandi? Perché? MARIA. Non ho mai veduto tanta tristezza in un volto d'uomo. Ah, non t'ho mai veduto così! Sei disceso in un abisso e sei risalito. Un pensiero t'è passato sopra e t'ha devastato. Quale? Sento, e non comprendo. Parlami! CORRADO. Non ti tormentare, piccola anima mia. Ora scaccio l'allucinazione dai tuoi occhi stanchi. Egli l'attira e le sfiora le pàlpebre con le labbra che tentano di sorridere. MARIA. Se tu mi chiudi le pàlpebre, veggo più a fondo. CORRADO. Che vedi? MARIA. Comincia da ieri. CORRADO. Che cosa? Ella è contro il petto di lui; e gli parla con un'ansia misteriosa, nel cerchio del respiro. MARIA. Quando rientrai era la primavera. Portavo meco le violette e la pioggia di marzo e -- non so perché -- un palpito insostenibile. E là nella stanza, davanti a te e a mio fratello, mentre ti accomiatavi, sentii d'un tratto il giorno distaccarsi e cadere come un masso pesante che si sprofonda e non si troverà più. Tutti i giorni cadono, lo so: ma quello... in un altro modo. E tu e mio fratello mi sembraste, non so, come più vecchi. Pareva venuto non so che autunno di sotterra. E, quando ti stesi quel mazzo di violette, intravidi la tua mano che lo prendeva ma non te che eri già passato dalla parte della notte, dietro la porta... E, perché mio fratello mi parlava del sole su l'Aventino, non potei non piangere. Egli la serra contro di sé nell'interrogarla, agitato. CORRADO. Piangesti? E che ti disse tuo fratello allora? Ella appoggia la tempia sul petto di lui. Non rispondi? Ella parla anelatamente. MARIA. Ascolto il tuo cuore. Batte più forte. CORRADO. Che ti disse? MARIA. Il mio fratello non è anche il tuo? CORRADO. Sì, Maria. MARIA. Non gli sei caro sopra tutti? CORRADO. Egli mi è caro. MARIA. Dall'infanzia lontana, nella vita e nel sogno, l'uno per l'altro, l'uno degno dell'altro. È vero? CORRADO. Ebbene? MARIA. Non gli è dovuta la verità? CORRADO. Glie l'hai detta? Ella nasconde la faccia nel petto di lui. MARIA. Sì. CORRADO. Tutta? MARIA. Tutta. Ella sente nell'uomo il movimento istintivo del distacco. No, non mi respingere! CORRADO. Non ti respingo. MARIA. Ho sentito passare in te un'onda di repulsa. Ancóra diffidi! CORRADO. No, Maria. MARIA. Non mi umiliare ancóra! Non credere che io mi abbandoni su te per pesarti e per opprimerti! Ho parlato perché non potevo più vivere nella menzogna; ho parlato da cuore libero a cuore libero, senza abbassare la fronte, non per chiedere soccorso o consiglio ma per preparare al mio amore una solitudine più grande, ma per offrire a te il sacrificio più alto, per sacrificarti il mio focolare. Mi comprendi tu? E, a un tratto, dov'era la maschera della colpa ho veduto apparire il viso dell'innocenza. Tutto diviene facile; tutto è necessità e miracolo. Sono ora con te ai limiti del Deserto; e le cose remote della mia vita sono polvere e cenere per mezzo a cui ho camminato perdutamente prima di giungere a te. Il mio spirito può abitare la tua tenda. Il mio coraggio può fissare le tue nuove stelle. Mi riconosco della tua razza. Posso, come te, cantare nei supplizii. Tutto posso compiere, se tu me lo chiedi, fuorché questo: ch'io ti ami meglio, ché meglio non so. Ardentemente egli la serra fra le sue braccia, preso da una sùbita ebrezza. CORRADO. Ah mia mia mia, troppo tardi conosciuta, troppo tardi amata! Da che profondità è salito alla tua bocca questo canto? T'inseguivo nelle tue musiche quale ora mi ti mostri. Ho ascoltato con angoscia tutte le tue melodie per attendere che quest'una venisse. E ch'io abbia potuto udirla in questo punto, è forse l'ultimo dono del Destino. Credevo che non avrei più udito omai se non l'orribile rombo. Ma una tale tregua si concede soltanto a colui che parte pel viaggio senza ritorno. Più e più ella si serra contro di lui. MARIA. Amore, amor mio solo, perché parli di morte nella vittoria? CORRADO. Non so, cara, non so se io sia più vicino alla morte o alla vittoria. Ma certo sento sopra di me l'ombra di un'ala; e, qualunque sia, basta alla mia ebrezza. Avevo sempre davanti agli occhi l'immensa duna oceanica e mi sembrava di leggere nelle corrosioni spaventose, chiara come in una lapide incisa, la mia profezia eroica. Ed ecco, è scomparsa. Tu sei forse la mia ultima terra lontana. Ho camminato dentro di te con una rapidità senza respiro, di vertice in vertice. Come potrà il mio piede andar più lungi della mia anima? Maria, Maria, tu sola comprendi. Tu sai che, se cerco la via ignota, la cerco per svelare me a me stesso. Superare il pericolo non mi vale se non a superar me stesso. I più grandi spazii io li percorro nell'invisibile, dentro di me. Toccare la sorgente o la foce segreta d'un fiume non mi vale se quella gioia non illumina nel mio spirito una cima più alta. Ora tu mi dài da respirare l'aria ch'io cerco. Tu acceleri il battito della mia vita come quel gran vento che amo, pieno di sabbia sollevata e di schiuma in lembi. Mi esalto in te come quando la volontà vinceva il dolore della carne bruta e faceva indietreggiare la morte. Tu susciti dal mio destino ancora un baleno, forse il più bello. Mi mostri in te l'altezza a cui ero nato, mentre il tuo stesso presentimento m'affonda nella notte... Più e più ella gli si serra contro il petto come per dissolverglisi nel cuore. MARIA. No, no, non era un presentimento; era un'ombra passeggera, una malinconia del tramonto, il malessere della stanchezza... Chi può abbattere la tua forza? La folgore soltanto. Di qual dio? A te, vivere e vincere; a me, vivere e attendere. Conserverò il mio amore fuor d'ogni vista, dove il suo battito non potrà essere udito. Se tu tornassi dopo anni e anni, dal fondo del più lontano mistero, mi ritroveresti quale mi lasci. Mi sembra che l'immobilità dell'anima nel fuoco di una sola attesa debba quasi arrestare il tempo, abolire il decadimento, serbare immutato anche il volto per il sorriso futuro. Sì, mi ritroveresti bella, forse più bella... Non vuoi ch'io viva? CORRADO. Maria, Maria, chi ti dà questa voce? Chi parla in te? La tua vita trabocca. La morte è una, le sorti son mille. MARIA. L'ho guardata, la morte. Lo vuoi sapere? Come il divano è da presso ella vi si abbandona e CORRADO con lei, senza separarsi. Stanotte ero distesa nel mio letto, supina. Non avevo mai patito in quel modo il peso del mio corpo; né mai sentito d'essere una cosa, una povera cosa, che non serve più a nulla se quell'uno a cui fu data la lasci cadere o la dimentichi... Ah, se potessi farti comprendere! Ero tua non so in che maniera bruta, con tutte le ossa, con tutto il sangue, con tutto quel peso orrendo; e m'era rimasta una piccola piccola anima come un filo d'acqua sotto un macigno. E quell'anima a ogni tratto ripeteva una parola cieca, una parola che non era neppur sua ma di una povera donna veduta passare in un giorno di mercato per una piazza piena di gente, che diceva: «Perché? perché?» Camminava singhiozzando, con la faccia quasi sommersa nel pianto (la rivedo); e non conosceva nessuno; e la gente s'ammutoliva e la lasciava passare; ed ella ripeteva: «Perché?»; e nessuno poteva risponderle né trattenerla... Come avevo io ritrovato in me quell'accento di dolore senza ragione e senza conforto? Non so. Per soffrir meno, pensavo: «Ecco, sono distesa per lui e non mi alzerò più. Ma che positura mi darebbe egli se dovesse compormi per sempre?» E facevo il gesto del tuo sonno: mettevo le braccia sotto la testa come quando tu t'addormentavi laggiù su la nuda terra. E rimanevo così, ma non cessavo di soffrire. E pensavo: «Ma questo dolore con cui egli mi penetra, che fa parte delle mie ossa, che è la mia midolla, non mi congiunge a lui, inseparabilmente?» E sollevavo la mano contro la fiammella della lampada, e cercavo di scoprirlo a traverso la palma rossa e trasparente... Ah, perché ti racconto queste cose puerili? Voglio che tu sappia da qual notte è nata l'alba di questo giorno. M'ascolti? CORRADO. T'ascolto. Parla. Dimmi tutto. MARIA. Allora ho udito un romore confuso che m'ha fatto spavento perché in sul primo non potevo accorgermi se fosse prossimo o lontano, se fosse nel mio sangue o fuori, di tutta la terra o del mio destino: ma così eguale che a poco a poco s'è conciliato con la mia pena, prima che i richiami e i lamenti me lo facessero riconoscere. Era una mandra che passava lungo il Tevere, sotto la mia finestra. Curva sul davanzale, son rimasta a guardare quell'onda biancastra che passava passava, cacciata innanzi, chi sa dove, nella notte senza requie. E, come quel movimento continuo mi dava un poco di vertigine, nello sporgermi ho sentito ch'era facile lasciarmi cader giù; e un vóto mi s'è riaperto in mezzo al cuore, di sùbito, un vóto che forse ti parrà triste ma che pure talvolta mi suscitava un gran tumulto di felicità: il desiderio di morire perché da me ti venisse qualche bene ignoto. Ero lucida tuttavia nell'orrore della strada brutale calpestata dalla mandra lamentevole. «Meglio è sparire, senza sangue, senza strazio», ho pensato. «Il fiume è là. Traverserò la casa a piedi scalzi, scenderò le scale, aprirò la porta, camminerò fino all'argine...» Mi son chinata con un gesto istintivo, e mi sono accorta che i miei piedi erano già nudi e ghiacci. Ma, nel riaffacciarmi per seguire l'ultimo pastore che scompariva verso San Paolo, ho traveduto nel cielo un bagliore d'alba e ho sentito salire dalla mia carne più profonda qualche cosa come un grido senza suono... Sopraffatta dal tumulto, ella s'arresta. Nasconde la faccia contro l'omero dell'uomo. Mi perdoni se vivo? Mi perdoni se sono tua... ancóra più, ancóra più? CORRADO. Maria, Maria, chi ti dà questa voce? e perché oggi sei in me più addentro che il mio stesso cuore? Quando ti presi per la prima volta nelle mie braccia, non eri mescolata a me come ora. Sento che è nata in te non so che potenza... MARIA. Senti? Ella dice questa parola con la bocca nascosta, piena d'un fremito ineffabile. CORRADO. Per la prima volta, per la prima volta soffro e gioisco in un'altra creatura, mi sciolgo dai miei mali, rinunzio la mia solitudine. MARIA. Senti? Ella ripete questa parola sempre più soffocata ma con un fremito sempre più profondo. CORRADO. Sento che le radici della mia vita non sono più in me e che l'infinito è là dove tu ti volgi. MARIA. Senti? Ella distacca dall'omero di lui la faccia; e rovescia un poco il capo, colle pàlpebre chiuse, bianca di rapimento. CORRADO. Non avevo più speranza; e tu palpiti come se tu non bastassi a contenerne una più grande di quella ch'era mia. Ella spalanca gli occhi, mentre una sùbita fiamma di sangue le illumina il viso. MARIA. Amore, amore, indovini dunque? Egli trasale, sotto il lampo della rivelazione inattesa. CORRADO. Tu credi che... MARIA. Devo dirtelo? Le labbra ti si fanno bianche. Mi perdoni? mi perdoni? CORRADO. Tu vuoi dirmi che... Novamente ella nasconde la bocca, gli susurra nel cuore l'annunzio. MARIA. Non siamo più soli. Così piegata non vede ella sino a qual punto la violenza dell'intimo turbine possa sfigurare un volto umano. Si china egli su lei, la interroga rauco. CORRADO. È vero? Sei certa? MARIA. Sono certa. Discosta da sé la donna egli e balza in piedi, non reggendo all'émpito. Dalla proda del divano si protende ella a guardare l'agitato, come dal fondo di una fossa ove sia caduta e debba perire. È una sciagura? Hai orrore del vincolo sacro? Vuoi ch'io opprima il tuo sangue che già pulsa in me? Gettami una parola. Il vóto è differito d'un sol giorno. La notte è prossima. Sommessa parla ma con selvaggio anelito. Si volge egli impetuoso e le si gitta dinanzi quasi di schianto, fervido come in una preghiera inalzata. CORRADO. Folle! Divina! Bacio le tue ginocchia, adoro ogni vena delle tue mani, trattengo l'alito davanti a te per tema di turbare il germe che tu nutri. Tutto quel che di più dolce e di più casto è sopravvissuto alla mia guerra, io posso raccoglierlo ancóra e offrirlo all'apparizione del tuo mattino. Per un attimo ho sentito tra le mie pàlpebre aride i tuoi occhi medesimi, il fresco del tuo sguardo, e ho veduto anch'io sopra una terra coperta di scorie tremolare l'unico fiore al vento della tua alba. Quasi non oso più toccarti. Vorrei con quel che mi resta della mia forza creare la pace e la bellezza intorno al tuo miracolo silenzioso. Che la mia ragione eroica di vivere sia perpetuata! Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice! E che nella tua memoria io sia assolto! MARIA. Assolto di che? E che è mai la colpa? E che è mai la memoria? Tutto quel che è tuo, è presente sempre. Ieri e oggi vivono nella medesima luce. Quel che ti riguarda sembra trovarsi in un mondo ove la prova non ha né significato né esistenza. Una sola omai è la parola che l'amore dice alla mia anima: «Oltre». È la tua parola stessa. Di nuovo rapita, ella tra le sue palme gli solleva la testa. Egli è fiso a una imagine ignota. CORRADO. Ma il fervore della libertà, l'esaltazione del coraggio, l'urto degli eventi e degli uomini, tutto sparisce dinanzi alla realtà immediata, all'atto che non può esser distrutto! MARIA. A che pensi? Hai in fondo alle pupille un orrore immobile. CORRADO. Iersera tuo fratello mi domandò: «Sei tu divenuto il mio nemico?» MARIA. Pensi a lui? CORRADO. Gli hai tu confessato... anche questo? MARIA. Sì. CORRADO. Povero e grande cuore! MARIA. Anch'egli capace di andar oltre. Lo sai. CORRADO. E che farà egli? MARIA. Sormonterà la sua tristezza. CORRADO. Perduto per me. MARIA. Ti amerà ancóra. CORRADO. È disperato? MARIA. E vigilante. CORRADO. Dove l'hai lasciato? MARIA. Non so dove sia ora. Aspettiamo nostra madre stasera. CORRADO. Tua madre? MARIA. Sì, viene per poco. Arriva, riparte. Anch'ella ha il suo supplizio. CORRADO. L'hai chiamata? MARIA. L'ha chiamata Virginio nel primo sgomento, credendomi bisognosa d'aiuto. CORRADO. E che potrà fare per te? MARIA. Che mia madre dopo tanto abbandono mi riprenda sopra il suo petto, anche per pochi attimi, in quest'ora della mia vita, è forse un sacramento della Natura. Anch'ella è piena di passione e di conoscenza. Rinascerò da lei un'altra volta, armata e pronta, per appartenerti. CORRADO. Ancora una prova per te! MARIA. Non temere. CORRADO. Quando arriva? MARIA. Fra poco. È già tardi. Il sole tramonta. Bisogna che io vada, anima mia. CORRADO. Te ne vai? Con un moto subitaneo la circonda per ritenerla. MARIA. Non vuoi ch'io vada? Egli si ritrae dominandosi. CORRADO. Sì, devi. MARIA. Hai tutto risoluto? CORRADO. Ti rivedrò, ti rivedrò ancóra. MARIA. Quando? CORRADO. Fra due ore, a casa tua. MARIA. Verrai? CORRADO. Verrò. MARIA. Mia madre sarà forse ancora là. CORRADO. Non ho anch'io da dirle la mia parola? MARIA. Quale? Potrà ella fare che io sia più tua? Nulla chiedo. Ricòrdatene. Sono libera, liberamente data: non un vincolo ma un dono. CORRADO. Un segno. MARIA. Vuoi che torni io stessa? CORRADO. Verrò, verrò. MARIA. Una sola cosa promettimi. CORRADO. Dimmi. MARIA. Che mi consentirai d'accompagnarti. CORRADO. Dove? MARIA. Fino al mare, fino alla nave. Il mento le trema e discompone le parole animose. Perdutamente egli la serra nelle sue braccia e la bacia in bocca. Disciolta ella indietreggia un poco, vacilla trascolorando, come trafitta; grida, come forsennata. È l'addio, è l'addio! È la morte! CORRADO. Che hai? Maria! Maria! MARIA. Non m'avevi mai baciata così! È il bacio terribile a cui ho pensato sempre. Ti perdo! CORRADO. No, no. Non ti sbigottire. Sei allucinata. Tutto ti scrolla. Volevo che tu sentissi come son tuo, come son tuo. MARIA. Non m'inganni, è vero? Non m'inganni, non mi illudi per pietà di me. CORRADO. Ti rivedrò. Ti terrò sul mio cuore. Ti farò sicura. MARIA. Mi sembra di non poter passare la soglia. CORRADO. Va, Maria. Aspettami. E che tua madre ti sia dolce! Ella gira intorno alle mura della stanza il suo sguardo disperato; e finalmente la constrizione è rotta, gli occhi le si riempiono di lagrime. MARIA. Ti ricordi? Per soffocare l'impeto del pianto, si volge, spinge il battente dell'uscio, passa la soglia, si dilegua. CORRADO. Maria! Egli fa l'atto di chiamarla e di seguirla; ma il nome gli muore nella gola, il passo gli s'arresta. Ritto in piedi, con le due mani egli si stringe le tempie come per comprimere la pulsazione insostenibile dell'interna guerra. Sussulta udendo il tonfo che fa la porta su la scala nel rinchiudersi. Si scopre la faccia, si volge intorno, si muove incertamente; poi si precipita alla finestra; curvo sul davanzale, guarda nella via. Non reggendo l'ambascia di là si toglie, grida. Rudu! Rudu! Il servo accorre. Va, scendi, richiamala! Dille che torni indietro, che ho bisogno di parlarle ancóra. Va! Pronto e muto il servo obbedisce, ma egli lo ferma su la soglia. No, no. Lascia. Rimani. Il silenzio è come la pausa nell'uragano. CORRADO BRANDO si appressa alla tavola su cui sono ordinate le armi; prende una carabina e la esamina. Il servo RUDU rimane in piedi, attento. Egli è di membra snello asciutto e muscoloso come quei veltri sardeschi addestrati alla -piga- contro la bestia e l'uomo, fosco in viso come un indigeno dell'Alto Egitto, raso i neri capelli, nerissimo gli occhi sagaci tra cigli lunghi e folti, con tutti i piani faciali dalla fronte al mento ridotti su l'osso alla più semplice singolarità quali nel masso calcàrio li scolpiva l'arte egizia dell'Antico Impero. CORRADO. L'armaiuolo ha portato le cartucce a palla d'acciaio? RUDU. Sì, -su mere-. CORRADO. Caricate con diciotto grammi di polvere? RUDU. Sì, -su mere-. CORRADO. E quelle a palla espansiva? RUDU. Anche. Tutto è pronto, se vuoi partire súbito. CORRADO. Guarda: non è stato rimesso il pezzetto d'avorio nel mirino. RUDU. Perdonami, -su mere-. Ma quella è la carabina di Archèisa, e credevo che tu volessi ricordarti del libbah quando gli sparasti in bocca, quasi a corpo a corpo, dalla zeriba sfondata. CORRADO. Hai ragione, Maureddu. E il sole del Tropico non mi brucerà la pupilla! Hai riguardato i due Winchester? e il mio revolver Colt? RUDU. Non ci pensare. Tutto è fatto. CORRADO. Metti le cartucce nella mia cinta. RUDU. Di già, -su mere-? CORRADO. Voglio caricare tutte le armi. Sfibbia le fonde. Togli dalla custodia il Paradox. Il Sardo nasconde la sua inquietudine con un sottile sorriso. RUDU. Siamo di già stasera a Sigalè, in mezzo al bosco? -Sa vida pro sa vida, sa pedde pro sa pedde!- Si appressa alla tavola, eseguendo il comando. CORRADO. Ah, Rudu, non servo ma compagno, buon compagno, che darei per esserci stasera con te in un cerchio di fuochi! Ti ricordi la felicità di quella sera quando per la prima volta rimanemmo soli, con la piccola scorta, prima di giungere a Milmil, in quel mare d'erba dove pascolavano le antilopi e gli onagri? A un tratto vedemmo un leone sopra una guglia di termiti crollata, che ci guardava fiso. Era il primo. Scomparve nella macchia, avanti ch'io potessi mirarlo. Ci avvicinammo. Aveva lasciato sul posto la metà d'una gazella, che tu cuocesti al tuo modo sardo nel calore della fossa cavata in terra; e non facemmo mai cena più allegra. Te ne ricordi? RUDU. E come no, -su mere-? CORRADO. Dopo, prendesti la tua -launedda- e sonasti un'aria della tua Planargia su le tre canne dispari; e dopo cantasti una canzone della Vega, che non pareva nata nell'agrumeto della tua isola triste ma nella stessa terra dov'eravamo distesi e dove tu l'avevi ricondotta. E gli Arabi di Massaua e gli Assaortini e i Beni-Amèr ascoltavano in cerchio immobili, come se il tuo canto non fosse straniero ma venisse dal fondo della loro infanzia. E la patria non più era dietro di noi ma davanti a noi, di là dalle alte erbe in fiamme, nella notte piena di odore leonino e di pericolo. Apre con un colpo secco la carabina e introduce le cartucce. Ah, frade, gran miseria! Credi tu che il piccolo fatto senza sangue possa affascinare la ragione del combattente come il segno di gesso bianco affascina il pollo steso giù? Tu sei buon giudice: sei della razza dura che usava affrettare la morte all'agonizzante soffocandolo coi guanciali dell'accabadora. Non era il tuo compare quel bandito di Dualchi che disse: «I morti li seppellisco nel mio fegato?» Tu dimmi se un sol movimento debba valere contro tutta una vita libera alzata su due talloni. Con un colpo secco chiude la carabina, e la depone su la tavola. RUDU. Che vuoi ch'io ti dica, -su mere-? Non t'intendo ma vedo che stai in corruccio. Se posso toglierti la spina, comandami. Non ho spavento di nulla, per te. A Olda mi domandasti di cantare nella tortura, e t'obbedii. CORRADO. E un ostacolo molle arresterà colui che canta nella tortura? RUDU. No, -perdeu-. CORRADO. M'hai ricordato il giorno in cui volemmo non più essere uomini, ma qualcosa di meglio. Vincemmo i bruti e il destino. RUDU. Tu vinci sempre, -môti-. «Môti», la parola che nel paese dei Galla designa il Capo di genti, ritorna in bocca al discendente degli antichi Balari. CORRADO. Sempre, ma nel deserto. Facemmo consiglio, prima d'affrontare il rischio cieco. Te ne rammenti? Niente acqua; ancóra qualche striscia di carne secca; le vesti lacere; rotte le suola; lasciate quasi tutte le bestie e le some nella selva di spini inestricabile; fuggita la guida; chiusa la via prescritta; dinanzi a noi il villaggio in armi; con noi due soli cuori, i nostri, e il resto carogne. «Devieremo guadando il fiume o entreremo a Olda?» Ecco la moneta coloniale romana che tu trovasti a Montarvu quando saggiavamo la vena del ferro. L'ho sempre meco. La trae di tasca e la mostra al servo. Allora la gittammo in aria per interrogare la sorte. La testa: deviare. L'aratro: andar diritto. Sei volte la gittammo, ostinati; sei volte venne la testa. Tu mi guardavi nelle pupille; e facesti: «Va diritto. -Tocca! a su chi escit!-» RUDU. Il denaio diceva una cosa e il tuo occhio un'altra, -môti-. Il tuo occhio fa legge. CORRADO. Andammo al supplizio! Rudu, oggi è peggio che davanti a Olda. Voglio di nuovo interrogare la sorte. Partirò? Non partirò? -Rughe o crastu-. Tieni. Tu gettala. Gli dà la moneta romana. Partire: la testa. Restare: l'aratro. Il servo esita e lo scruta. Mi guardi? RUDU. Che vale il giuoco, se tu vuoi quel che vuoi? CORRADO. Mi leggi nell'occhio? Il servo cerca di penetrarlo a dentro, inquieto. RUDU. Questa volta no. CORRADO. Getta, dunque. Aspetta. Non sul tappeto ignobile. Prendi quella pelle di leone e stendila. Ti ricordi? L'altra volta eravamo in un sentiero d'ippopotami, che conduceva al guado, tra le canne rotte. Il servo toglie la pelle di sul divano e la stende. Bene, così. Getta. Il servo non dissimula la sua ansietà. Getta in aria la moneta romana che ricade su la spoglia ferina; poi si curva; si mette quasi carpone per meglio accertare il responso. RUDU. L'aratro. CORRADO. Restare! Prova ancóra una volta. Il servo, senza levarsi, rinnova il tratto, poi si curva. RUDU. L'aratro. CORRADO. L'ultima volta. Il servo ripete la prova. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000