si osservarono dal capo alle piante; e si mantennero sempre l'uno poco discosto dall'altro, pur girando tra la folla. Alle undici, nella folla corse una specie di agitazione. Violetta Kutufà entrava. Ella era vestita diabolicamente, con un dominò nero a lungo cappuccio scarlatto e con una mascherina scarlatta su la faccia. Il mento rotondo e niveo, la bocca grossa e rossa si vedevano a traverso un sottil velo. Gli occhi, allungati e resi un po' obliqui dalla maschera, parevano ridere. Tutti la riconobbero, subito; e tutti quasi fecero ala al passaggio di lei. Don Antonio Brattella si avanzò, leziosamente, da una parte. Dall'altra si avanzò Don Giovanni. Violetta Kutufà ebbe un rapido sguardo per gli anelli che brillavano alle dita di quest'ultimo. Indi prese il braccio dell'Areopagita. Ella rideva, e camminava con un certo vivace ondeggiare de' lombi. L'Areopagita, parlandole e dicendole le sue solite gonfie stupidezze, la chiamava contessa, e intercalava nel discorso i versi lirici di Giovanni Peruzzini. Ella rideva e si piegava verso di lui e premeva il braccio di lui, ad arte, perchè gli ardori e gli sdilinquimenti di quel brutto e vano signore la dilettavano. A un certo punto, l'Areopagita, ripetendo le parole del conte di Lara nel melodramma petrelliano, disse, anzi sommessamente cantò: -- Poss'io dunque sperarrr? Violetta Kutufà rispose, come Leonora: -- Chi ve lo vieta?... Addio. E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si staccò dal cavaliere affascinato e si attaccò all'altro che già da qualche tempo seguiva con occhi pieni d'invidia e di dispetto gli avvolgimenti della coppia tra la folla danzante. Don Giovanni tremò, come un giovincello al primo sguardo della fanciulla adorata. Poi, preso da un impeto glorioso, trasse la cantatrice nella danza. Egli girava affannosamente, con il naso sul seno della donna; e il mantello gli svolazzava dietro, la piuma gli si piegava, rivi di sudore misti ad olii cosmetici gli colavano giù per le tempie. Non potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine. Due mani lo sorressero; e una voce beffarda gli disse nell'orecchio: -- Don Giovà, riprendete fiato! Era la voce dell'Areopagita, il quale a sua volta trasse la bella nella danza. Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato sul fianco, battendo il piede ad ogni cadenza, cercando parer leggiero e molle come una piuma, con atti di grazia così goffi e con smorfie così scimmiescamente mobili che intorno a lui le risa e i motti dei pulcinelli cominciarono a grandinare. -- Un soldo si paga, signori! -- Ecco l'orso della Polonia, che balla come un cristiano! Mirate, signori! -- Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee? -- 'O vi'! 'O vi'! L'urangutango! Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare. In torno a lui altre coppie giravano. La sala si era empita di gente variissima; e nel gran calore le candele ardevano con una fiamma rossiccia, tra i festoni di mortella. Tutta quella agitazione multicolore si rifletteva negli specchi. La Ciccarina, la figlia di Montagna, la figlia di Suriano, le sorelle Montanaro apparivano e sparivano, mettendo nella folla l'irraggiamento della loro fresca bellezza plebea. Donna Teodolinda Pomàrici, alta e sottile, vestita di raso azzurro, come una madonna, si lasciava portare trasognata; e i capelli sciolti in anella le fluttuavano su gli omeri. Costanzella Caffè, la più agile e la più infaticabile fra le danzatrici e la più bionda, volava da una estremità all'altra in un baleno. Amalia Solofra, la rossa dai capelli quasi fiammeggianti, vestita da forosetta, con audacia senza pari, aveva il busto di seta sostenuto da un solo nastro che contornava l'appiccatura del braccio; e, nella danza, a tratti le si vedeva una macchia scura sotto le ascelle. Amalia Gagliano, la bella dagli occhi cisposi, vestita da maga, pareva una cassa funeraria che camminasse verticalmente. Una specie di ebrietà teneva tutte quelle fanciulle. Esse erano alterate dall'aria calda e densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella formavano un odore singolare, quasi ecclesiastico. La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei rinfreschi. Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena. L'Areopagita, per mostrare d'essere in grande intimità con la cantatrice, si chinava verso di lei e le susurrava qualche cosa all'orecchio e poi si metteva a ridere. Don Giovanni non si curò del rivale. -- Venite, contessa? -- disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio. Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini, lentamente, con Don Antonio dietro. -- Io vi amo! -- avventurò Don Giovanni, tentando di dare alla sua voce un accento di passione appreso dal -primo amoroso giovine- d'una compagnia drammatica di Chieti. Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva a guardare il concorso della gente verso il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi gridando il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre. Andreuccio aveva una testa enorme, il cranio polito, un naso che si curvava su la sporgenza del labbro inferiore poderosamente; e somigliava una di quelle grandi lanterne di carta, che hanno la forma d'una testa umana. I mascherati mangiavano e bevevano con una cupidigia bestiale, spargendosi su gli abiti le briciole delle paste dolci e le gocce dei liquori. Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò: -- Signò, comandate? Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo, senza parenti prossimi; cosicchè tutti si mostravano servizievoli per lui e lo adulavano. -- Na' cenetta, rispose. Ma!... E fece un segno espressivo per indicare che la cosa doveva essere eccellente e rara. Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro si tolse la mascherina dal volto ed aprì un poco sul seno il dominò. Dentro il cappuccio scarlatto la sua faccia, animata dal calore, pareva più procace. Per l'apertura del dominò si vedeva una specie di maglia rosea che dava l'illusione della carne viva. -- Salute! -- esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente. E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese posto, senza complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale Virgilio e con Don Federico Sicoli. La tavola s'ingrandì. Dopo molto rigirare tortuoso, venne anche Don Antonio Brattella. Tutti costoro erano per lo più i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano intorno una specie di corte adulatoria; gli davano il voto nelle elezioni del Comune; ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per antonomasia, -il principale-. Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutufà. I parassiti si misero a mangiare, chinando sui piatti le bocche voraci. Ogni parola, ogni frase di Don Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita con sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra la sua corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era benigna, poichè sentiva l'oro; e, ormai liberata dal cappuccio, con i capelli un po' in ribellione per la fronte e per la nuca, si abbandonava alla sua naturale giocondità un po' clamorosa e puerile. D'in torno, la gente movevasi variamente. In mezzo alla folla tre o quattro arlecchini camminavano sul pavimento, con le mani e con i piedi; e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia Solofra, ritta sopra una sedia, con alte le braccia ignude, rosse ai gomiti, agitava un tamburello. Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica, gittando brevi gridi; e un gruppo di giovani stava a guardare con gli occhi levati, un poco ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala inferiore giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano che comandava le quadriglie con gran bravura: -- -Balanzé! Turdemé! Rondagósce!- A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà diveniva amplissima. Don Nereo Pica, Don Sebastiano Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo d'Amelio, Don Camillo D'Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d'intorno stavano a guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano. Di tanto in tanto, dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche; e, di tanto in tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino si riversavano. Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente i calvi, per far ridere Violetta. I parassiti levavano le facce arrossite; e sorridevano, ancora masticando, al -principale-, sotto la pioggia nivea. Ma Don Antonio Brattella s'impermalì e fece per andarsene. Tutti gli altri, contro di lui, misero un clamore basso che pareva un abbaiamento. Violetta disse: -- Restate. Don Antonio restò. Poi fece un brindisi poetico in quinari. Don Federico Sicoli, mezzo ebro, fece anche un brindisi a gloria di Violetta e di Don Giovanni, in cui si parlava persino di -sacre tede- e di -felice imene-. Egli declamò a voce alta. Era un uomo lungo e smilzo e verdognolo come un cero. Viveva componendo epitalami e strofette per gli onomastici e laudazioni per le festività ecclesiastiche. Ora, nell'ebrietà, le rime gli uscivano dalla bocca senza ordine, vecchie rime e nuove. A un certo punto egli, non reggendosi su le gambe, si piegò come un cero ammollito dal calore; e tacque. Violetta Kutufà si diffondeva in risa. La gente accalcavasi intorno alla tavola, come ad uno spettacolo. -- Andiamo, -- disse Violetta, a un certo punto, rimettendosi la maschera e il cappuccio. Don Giovanni, al culmine dell'entusiasmo amoroso, tutto invermigliato e sudante, porse il braccio. I parassiti bevvero l'ultimo bicchiere e si levarono confusamente, dietro la coppia. IV. Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un appartamento in una casa di Don Giovanni, su la piazza comunale; e una gran diceria correva Pescara. La compagnia dei cantatori partì, senza la contessa d'Amalfi, per Brindisi. Nella grave quiete quaresimale, i Pescaresi si dilettarono della mormorazione e della calunnia, modestamente. Ogni giorno una novella nuova faceva il giro della città, e ogni giorno dalla fantasia popolare sorgeva una favola. La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla parte di Sant'Agostino, in contro al palazzo di Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano. Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata di carta francese su cui erano francescamente rappresentati taluni fatti mitologici. Due canterali panciuti del Settecento occupavano i due lati del caminetto. Un canapè giallo stendevasi lungo la parete opposta, tra due portiere di stoffa simile. Sul caminetto s'alzava una Venere di gesso, una piccola Venere de' Medici, tra due candelabri dorati. Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un gruppo di fiori artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro di frutta di cera, una casetta svizzera di legno, un blocco d'allume, alcune conchiglie, una noce di cocco. Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni esitazione. Anche gli uomini più gravi facevano di tanto in tanto la loro comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche gli uomini di famiglia; e ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro, come se andassero in un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano in due, in tre; formavano leghe, per maggior sicurezza e per giustificarsi; ridevano tra loro e si spingevano i gomiti a vicenda per incoraggiamento. Poi la luce delle finestre e i suoni del pianoforte e il canto della contessa d'Amalfi e le voci e gli applausi degli altri visitatori li inebriavano. Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il busto e la testa, con un moto giovanile; salivano risolutamente, pensavano che infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni del piacere. Ma i ricevimenti di Violetta avevano un'aria di grande convenienza, erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi venuti ed offriva loro sciroppi nell'acqua e rosolii. I nuovi venuti rimanevano un po' attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere, che dire. La conversazione si versava sul tempo, su le notizie politiche, su la materia delle prediche quaresimali, su altri argomenti volgari e tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della candidatura del principe prussiano Hohenzollern al trono di Spagna; Don Antonio Brattella amava talvolta discutere dell'immortalità dell'anima e d'altre cose edificanti. La dottrina dell'Areopagita era grandissima. Egli parlava lento e rotondo, di tanto in tanto pronunziando rapidamente una parola difficile e mangiandosi qualche sillaba. Secondo la cronaca veridica, una sera, prendendo una bacchetta e piegandola, disse: «Com'è -flebile-!» per dire -flessibile-; un'altra sera, indicando il palato e scusandosi di non potere suonare il flauto, disse: «Mi s'è infiammata tutta la -platea-!» e un'altra sera, indicando l'orificio di un vaso, disse che, perchè i fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia dolce tutta l'-oreficeria- del bicchiere. Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo raccontare fatti troppo singolari, saltava su: -- Ma, Don Antò, voi che dite? Don Antonio assicurava, con una mano sul cuore: -- Testimone -oculista!- Testimone -oculista!- Una sera egli venne, camminando a fatica; e piano piano si mise a sedere: aveva un reuma -lungo il reno-. Un'altra sera venne, con la guancia destra un po' illividita: era caduto -di soppiatto-, cioè aveva sdrucciolato battendo la guancia sul suolo. -- Come mai,. Don Antò? -- chiese qualcuno. -- Eh guardate! Ho perfino un -impegno- rotto, egli rispose, indicando il tomaio che nel dialetto nativo si chiama -'mbígna-, come nel proverbio -Senza 'mbígna nen ze mandé la scarpe-. Questi erano i belli ragionari di quella gente. Don Giovanni Ussorio, presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava a Violetta e le mormorava qualche cosa nell'orecchio, con familiarità, per ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva come un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole. La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi di Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di amori principeschi, di favori reali, di avventure romantiche; evocava tutti i suoi tumultuarii ricordi di letture fatte in altro tempo: confidava largamente nella credulità degli ascoltatori. Don Giovanni in quei momenti le teneva addosso gli occhi pieni d'inquietudine, quasi smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e confusa apparenza di gelosia. Violetta finalmente s'interrompeva, sorridendo d'un sorriso fatuo. Di nuovo, la conversazione languiva. Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano, con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano. Poi sorgeva l'Areopagita, col flauto. Una malinconia immensa prendeva gli uditori, a quel suono, uno sfinimento dell'anima e del corpo. Tutti stavano col capo basso, quasi chino sul petto, in attitudini di sofferenza. In ultimo, tutti uscivano l'uno dietro l'altro. Come avevano presa la mano di Violetta, un po' di profumo, d'un forte profumo muschiato, restava loro nelle dita; e n'erano turbati alquanto. Allora, nella via, si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si rinfocolavano, cercavano d'imaginare le occulte forme della cantatrice; abbassavano la voce o tacevano, se qualcuno s'appressava. Pianamente se ne andavano sotto il palazzo di Brina, dall'altra parte della piazza. E si mettevano a spiare le finestre di Violetta ancora illuminate. Su i vetri passavano ombre indistinte. A un certo punto, il lume spariva, attraversava due o tre stanze; e si fermava nell'ultima, illuminando l'ultima finestra. Dopo poco, una figura veniva innanzi a chiudere le imposte. E i riguardanti credevano riconoscere la figura di Don Giovanni. Seguitavano ancora a discorrere, sotto le stelle; e di tanto in tanto ridevano, dandosi piccole spinte a vicenda, gesticolando. Don Antonio Brattella, forse per effetto della luce d'un lampione comunale, pareva di color verde. I parassiti, a poco a poco, nel discorso, cacciavan fuori una certa animosità contro la cantatrice che spiumava con tanto garbo il loro anfitrione. Essi temevano che i larghi pasti corressero pericolo. Già Don Giovanni era più parco d'inviti. «Bisognava aprire gli occhi a quel poveretto. Un'avventuriera!..... Puah! Ella sarebbe stata capace di farsi sposare. Come no? E poi lo scandalo....» Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva: -- È vero! È vero! Bisogna pensarci. Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche mezzo, escogitava stratagemmi, egli uomo pio, abituato alle secrete e laboriose guerre della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie. Così quei mormoratori s'intrattenevano a lungo; e i discorsi grassi ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, gli alberi del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture, dinanzi a loro: e pei vicoli vicini si vedevano sparire figure di meretrici discinte. V. Quando dunque Don Giovanni Ussorio, dopo aver saputo da Rosa Catana la partenza di Violetta Kutufà, rientrò nella casa vedovile e sentì il suo pappagallo modulare l'aria della farfalla e dell'ape, fu preso da un nuovo e più profondo sgomento. Nell'andito, tutto candido, entrava una zona di sole. A traverso il cancello di ferro si vedeva il giardino tranquillo, pieno di eliotropii. Un servo dormiva sopra una stuoia, co'l cappello di paglia su la faccia. Don Giovanni non risvegliò il servo. Salì con fatica le scale, tenendo gli occhi fissi ai gradini, soffermandosi, mormorando: -- Oh, che cosa! Oh, oh, che cosa! Giunto alla sua stanza, si gettò sul letto, con la bocca contro i guanciali; e ricominciò a singhiozzare. Poi si sollevò. Il silenzio era grande. Gli alberi del giardino, alti sino alla finestra, ondeggiavano appena, nella quiete dell'ora. Nulla di straordinario avevano le cose in torno. Egli quasi n'ebbe meraviglia. Si mise a pensare. Stette lungo tempo a rammentarsi le attitudini, i gesti, le parole, i minimi cenni della fuggitiva. La forma di lei gli appariva chiara, come se fosse presente. Ad ogni ricordo, il dolore cresceva; fino a che una specie di ebetudine gli occupò il cervello. Egli rimase a sedere sul letto, quasi immobile, con gli occhi rossi, con le tempie tutte annerite dalla tintura dei capelli mista al sudore, con la faccia solcata da rughe diventate più profonde all'improvviso, invecchiato di dieci anni in un'ora; ridevole e miserevole. Venne Don Grisostomo Troilo, che aveva saputo la novella; ed entrò. Era un uomo d'età, di piccola statura, con una faccia rotonda e gonfia, d'onde uscivan fuori due baffi acuti e sottili, bene incerati, simili a due aculei. Disse: -- Be', Giovà, che è questo? Don Giovanni non rispose; ma scosse le spalle come per rifiutare ogni conforto. Don Grisostomo allora si mise a riprenderlo amorevolmente, con unzione, senza parlare di Violetta Kutufà. Sopraggiunse Don Cirillo D'Amelio con Don Nereo Pica. Tutt'e due, entrando, avevano quasi un'aria trionfante. -- Hai visto? Hai visto? Giovà? Noi lo dicevaaamo! Noi lo dicevaaamo! Essi avevano ambedue una voce nasale e una cadenza acquistata nella consuetudine del cantare su l'organo, poichè appartenevano alla Congregazione del Santissimo Sacramento. Cominciarono a imperversare contro Violetta, senza misericordia. «Ella faceva questo, questo e quest'altro». Don Giovanni, straziato, tentava di tanto in tanto un gesto per interrompere, per non udire quelle vergogne. Ma i due seguitavano. Sopraggiunsero anche Don Pasquale Virgilio, Don Pompeo Nervi, Don Federico Sicoli, Don Tito De Sieri, quasi tutti i parassiti, insieme. Essi, così collegati, diventavano feroci. «Violetta Kutufà s'era data a Tizio, a Caio, a Sempronio... Sicuro! Sicuro!» Esponevano particolarità precise, luoghi precisi. Ora Don Giovanni ascoltava, con gli occhi accesi, avido di sapere, invaso da una curiosità terribile. Quelle rivelazioni, in vece di disgustarlo, alimentavano in lui la brama. Violetta gli parve più desiderabile, ancora più bella; ed egli si sentì mordere dentro da una gelosia furiosa che si confondeva col dolore. Subitamente, la donna gli apparve nel ricordo atteggiata ad una posa molle. Egli più non la vide se non in quell'atto. Quell'imagine permanente gli dava le vertigini. «Oh Dio! Oh Dio! Oh! Oh!» Egli ricominciò a singhiozzare. I presenti si guardarono in volto e contennero il riso. In verità, il dolore di quell'uomo pingue calvo e deforme aveva un'espressione così ridicola che non pareva reale. -- Andatevene ora! -- balbettò tra le lacrime Don Giovanni. Don Grisostomo Troilo diede l'esempio. Gli altri seguirono. E per le scale cicalavano. Come venne la sera, l'abbandonato si sollevò, a poco a poco. Una voce feminile chiese all'uscio: -- È permesso, Don Giovanni? Egli riconobbe Rosa Catana e provò d'un tratto una gioia istintiva. Corse ad aprire. Rosa Catana apparve, nella penombra della stanza. Egli disse: -- Vieni! Vieni! La fece sedere a canto a sè, la fece parlare,, l'interrogò in mille modi. Gli pareva di soffrir meno, ascoltando quella voce familiare in cui egli per illusione trovava qualche cosa della voce di Violetta. Le prese le mani. -- Tu la pettinavi; è vero? Le accarezzò le mani ruvide, chiudendo gli occhi, co 'l cervello un po' svanito, pensando all'abbondante capellatura disciolta che quelle mani avevano tante volte toccata. Rosa, da prima, non comprendeva; credeva a qualche subitaneo desiderio di Don Giovanni, e ritirava le mani mollemente, dicendo qualche parola ambigua, ridendo. Ma Don Giovanni mormorò: -- No, no!... Zitta! Tu la pettinavi; è vero? Tu la mettevi nel bagno; è vero? Egli si mise a baciare le mani di Rosa, quelle mani che pettinavano, che lavavano, che vestivano Violetta. Tartagliava, baciandole; faceva versi così strani che Rosa a fatica poteva ritenere le risa. Ma ella finalmente comprese; e da femmina accorta, sforzandosi di rimanere in serietà, calcolò tutti i vantaggi ch'ella avrebbe potuto trarre dalla melensa commedia di Don Giovanni. E fu docile; si lasciò accarezzare; si lasciò chiamare Violetta; si servì di tutta l'esperienza acquistata guardando dal buco della chiave ed origliando tante volte all'uscio della padrona; cercò anche di rendere la voce più dolce. Nella stanza ci si vedeva appena. Dalla finestra aperta entrava un chiarore roseo; e gli alberi del giardino, quasi neri, stormivano. Dai pantani dell'Arsenale giungeva il gracidare lungo delle rane. Il romorìo delle strade cittadine era indistinto. Don Giovanni attirò la donna su le sue ginocchia; e, tutto smarrito, come se avesse bevuto qualche liquore troppo ardente, balbettava mille leziosaggini puerili, pargoleggiava, senza fine, accostando la sua faccia a quella di lei. -- Violettuccia bella! Cocò mio! Non te ne vai, Cocò!... Se te ne vai, Ninì tuo muore. Povero Ninì!... Baubaubaubauuu! E seguitava ancora, stupidamente, come faceva prima con la cantatrice. E Rosa Catana, paziente, gli rendeva le piccole carezze, come a un bambino malaticcio e viziato; gli prendeva la testa e se la teneva contro la spalla; gli baciava gli occhi gonfi e lagrimanti; gli palpava il cranio calvo; gli ravviava i capelli untuosi. VI. Così Rosa Catana a poco a poco guadagnò l'eredità di Don Giovanni Ussorio, che nel marzo del 1871 moriva di paralisía. LA MORTE DEL DUCA D'OFENA. I. Quando giunse di lontano il primo clamor confuso della ribellione, Don Filippo Cassàura aprì subitamente le palpebre che per solito gli pesavano su gli occhi, infiammate agli orli e arrovesciate come quelle de' piloti che navigano per mari ventosi. -- Hai sentito? -- chiese al Mazzagrogna che gli stava da presso. E il tremito della voce tradiva lo sbigottimento interiore. Rispose il maggiordomo, sorridendo: -- Non abbiate paura, Eccellenza. Oggi è San Pietro. Cantano i mietitori. Il vecchio stette un poco in ascolto, poggiato sul gomito, con lo sguardo ai balconi. Le cortine ondeggiavano ai soffi caldi del libeccio. Le rondini a stormi passavano e ripassavano, rapide come freccie, nell'aria ardentissima. Tutti i tetti delle case sottostanti fiammeggiavano, quali rossastri, quali grigi. Oltre i tetti si distendeva la campagna immensa ed opulenta, quasi tutta d'oro in tempo di mietitura. Di nuovo chiese il vecchio: -- Ma, Giovanni, hai sentito? Giungevano, infatti, clamori che non parevano di gioia. Il vento, rafforzandoli a intervalli e spegnendoli o mescendoli al suo fischio, li rendeva più singolari. -- Non ci badate, Eccellenza -- rispose il Mazzagrogna. -- Gli orecchi v'ingannano. State quieto. Ed egli si levò per andare verso uno dei balconi. Era un uomo tarchiato, con le gambe in arco, con le mani enormi, coperte di peli sul dorso, bestiali. Aveva gli occhi un poco obliqui, biancastri come quelli degli albini, tutta la faccia sparsa di lentiggini, pochi capelli rossi su le tempie, e l'occipite occupato da certe escrescenze dure e scure in forma di castagne. Rimase in piedi alquanto, fra le due cortine che si gonfiavano come due vele, a investigare il piano sottoposto. Un alto polverìo levavasi dalla strada della Fara, come per passaggio di greggi numerose; e i folti nugoli, gonfiati dal vento, crescevano in forma di trombe. Di tratto in tratto, anche, i nugoli balenavano come se chiudessero gente armata. -- Ebbene? -- chiese don Filippo, inquieto. -- Nulla -- rispose il Mazzagrogna; ma aveva le sopracciglia corrugate profondamente. Di nuovo, il soffio impetuoso portò un tumulto di grida lontane. Una cortina, sforzata dall'urto, si mise a sbattere e a garrire nell'aria come un gonfalone spiegato. Una porta si chiuse d'improvviso, con violenza e con fragore. I vetri ne tremarono. Le carte, accumulate sopra una tavola, si sparpagliarono per tutta la stanza. -- Chiudi! Chiudi! -- gridò il vecchio, con un moto di terrore. -- Mio figlio dov'è? Egli ansava, sul letto, affogato dalla pinguedine, incapace di levarsi poichè aveva tutta la inferior parte del corpo impedita dalla paralisìa. Un continuo tremor paralitico gli agitava i muscoli del collo, i gomiti, le ginocchia. Le sue mani posavano sul lenzuolo, contorte e nodose come le ràdiche dei vecchi olivi. Un sudore abondante gli stillava dalla fronte e dal cranio calvo, rigandogli la larga faccia che era d'un color roseo disfatto, sottilissimamente venato di vermiglio come la milza dei buoi. -- Diavolo! -- mormorò fra i denti il Mazzagrogna, mentre chiudeva le imposte a viva forza. -- Fanno davvero? Ora si scorgeva su la strada della Fara, alle prime case, una moltitudine d'uomini agitata e ondeggiante, come un rigurgito di flutti, che dava indizio d'un'altra maggior moltitudine non visibile, nascosta dalla linea dei tetti e dalle querci di San Pio. La legione ausiliaria delle campagne veniva dunque ad ingrossar la ribellione. A poco a poco la folla diminuiva, internandosi nelle vie del paese e scomparendo come un popolo di formiche nei labirinti d'un formicaio. Le grida, soffocate dalle mura o ripercosse, giungevano ora come un rombo continuo, indistinte. A volte mancavano; e allora si udiva il grande stormire degli elci dinanzi al palazzo che pareva più solo. -- Mio figlio dov'è? -- chiese di nuovo il vecchio, con una voce che lo sbigottimento rendeva più stridula. -- Chiamalo! Lo voglio vedere. Tremava forte, sul letto, non soltanto perchè egli era paralitico, ma perchè aveva paura. Ai primi moti sediziosi del giorno innanzi, agli urli d'un centinaio di giovinastri venuti a schiamazzare sotto i balconi contro la più recente angheria del duca d'Ofena, egli era stato preso da una così pazza paura che aveva pianto come una femminetta ed aveva passata la notte invocando i santi del Paradiso. Il pensiero della morte o del pericolo dava un indicibile terrore a quel vecchio paralitico, già semispento, in cui gli ultimi guizzi della vita eran sì dolorosi. Egli non voleva morire. -- Luigi! Luigi! -- si mise a gridare, nell'ambascia, chiamando il figliuolo. Tutto il palazzo era pieno dell'acuto tintinnio de' vetri all'urto del vento. Di tratto in tratto si udiva il rimbombo d'un uscio sbattuto, o suono di passi precipitati e di voci brevi. -- Luigi! II. Il duca accorse. Egli era un poco pallido e concitato, se bene cercasse di dominarsi. Alto di statura e robusto, aveva la barba ancor tutta nera su le mascelle assai grosse; la bocca tumida e imperiosa, piena d'un soffio veemente; gli occhi torbidi e voraci; il naso grande, palpitante, sparso di rossore. -- Ebbene? -- chiese Don Filippo, ansando con tal rantolo che pareva dovesse soffocarlo. -- Non temete, padre; ci sono io -- rispose il duca, appressandosi al letto, cercando di sorridere. Il Mazzagrogna stava in piedi, dinanzi a uno de' balconi, guardando di fuori, intento. Non giungevano più grida; non si vedeva più alcuno. Il sole declinava dal cielo puro, simile a un cerchio roseo di fiamma, che più s'ingrandiva e più s'accendeva nel raggiungere le cime dei colli. Tutta la campagna pareva ardere; e pareva che il garbino fosse l'alito dell'incendio. Il primo quarto della luna saliva di tra le macchie di Lisci. Poggio Rivelli, Ricciano, Rocca di Forca, in lontananza, mandavano lampi dai vetri delle finestre e a tratti suono di campane. Qualche fuoco incominciava a brillare qua e là. Il calore toglieva il respiro. -- Questo -- disse il duca d'Ofena con quella sua voce rauca e dura -- ci viene dagli Scioli. Ma... E fece un gran gesto di minaccia. Poi s'accostò al Mazzagrogna. Egli era inquieto per Carletto Grua che non si vedeva ancora. Passeggiò in lungo e in largo nella stanza, con un passo pesante. Staccò da una panoplia due lunghe pistole d'arcione e le esaminò attentamente. Il padre seguiva ogni atto di lui con occhi dilatati; ansava come un giumento in agonia; di tratto in tratto scoteva con le mani deformi il lenzuolo, per aver refrigerio. Domandò due o tre volte al Mazzagrogna: -- Che si vede? D'improvviso il Mazzagrogna esclamò: -- Ecco Carletto che vien su correndo, con Gennaro. Si udirono, in fatti, colpi furiosi alla porta grande. Poco dopo, Carletto e il servo entrarono nella stanza, pallidi, sbigottiti, macchiati di sangue, coperti di polvere. Il duca, vedendo Carletto, gettò un grido. Lo prese fra le braccia, si mise a tastarlo in tutto il corpo per trovare la ferita. -- Che t'hanno fatto? Di', che t'hanno fatto? Il giovine piangeva, come una donna. -- Qui -- disse fra i singhiozzi. Abbassò la testa e mostrò su la nuca alcune ciocche di capelli attaccate insieme dal sangue rappreso. Il duca mise le dita fra i capelli delicatamente, per iscoprir la ferita. Egli amava d'un tristo amore Carletto Grua; ed aveva per lui le cure d'un amante. -- Ti fa dolore? -- gli chiese. Il giovine singhiozzò più forte. Egli era esile come una fanciulla; aveva un volto femineo, a pena a pena ombrato d'una lanugine bionda; i capelli alquanto lunghi, bellissima la bocca, e la voce acuta come quella degli evirati. Era un orfano, figliuolo d'un confettiere di Benevento. Faceva da valletto al duca. -- Ora verranno! -- disse, con un tremito per tutta la persona, volgendo gli occhi pieni di lacrime al balcone d'onde ora di nuovo giungevano i clamori, più alti e più terribili. Il servo, che aveva una ferita profonda su la spalla destra e tutto il braccio intriso di sangue fino al gomito, raccontava balbettando come ambedue fossero stati rincorsi dalla folla inferocita; quando il Mazzagrogna, ch'era rimasto sempre a spiare, gridò: -- Eccoli! Vengono al palazzo. Sono armati. Don Luigi, lasciando Carletto, corse a vedere. III. La moltitudine, in fatti, irrompeva su per l'ampia salita, urlando e scotendo nell'aria armi ed arnesi, con una tal furia concorde che non pareva un adunamento di singoli uomini ma la coerente massa d'una qualche cieca materia sospinta da una irresistibile forza. In pochi minuti fu sotto al palazzo, si allungò intorno come un gran serpente di molte spire, e chiuse in un denso cerchio tutto l'edifizio. Taluni dei ribelli portavano alti fasci di canne accesi, come fiaccole, che gittavano sui volti una luce mobile e rossastra, schizzavano faville e schegge ardenti, mettevano un crepitìo sonoro. Altri, in un gruppo compatto, sostenevano un'antenna alla cui cima penzolava un cadavere umano. Minacciavano la morte coi gesti e con le voci. Tra le contumelie ripetevano un nome: -- Cassàura! Cassàura! Il duca d'Ofena si morse le mani, quando riconobbe in cima all'antenna il corpo mutilato di Vincenzio Murro, del messo ch'egli aveva spedito nella notte a chieder soccorso di gente d'arme. Additò l'impiccato al Mazzagrogna, il quale disse a bassa voce: -- È finita! Ma l'udì don Filippo, e cominciò a fare un lagno così accorante che tutti si sentirono stringere il cuore e mancare gli spiriti. I servi si accalcavano su le soglie, smorti in faccia, tenuti dalla viltà. Alcuni lacrimavano, altri invocavano un santo, altri pensavano al tradimento. -- Se, consegnando il padrone al popolo, avessero potuto aver salva la vita? -- Cinque o sei, meno pusillanimi, tenevano perciò consiglio e si eccitavano a vicenda. -- Al balcone! Al balcone! -- gridava il popolo, tempestando. -- Al balcone! Ora il duca d'Ofena parlava sommesso col Mazzagrogna, in disparte. Volgendosi a don Filippo, disse: -- Mettetevi nella sedia, padre. Sarà meglio. Ci fu tra i servi un leggero mormorìo. Due si fecero innanzi per aiutare il paralitico a discendere dal letto. Altri due accostarono la sedia che scorreva su piccole ruote. L'operazione fu penosa. Il vecchio corpulento ansava e si lamentava forte, premendo con le braccia il collo dei servi che lo sostenevano. Egli era tutto grondante; e la stanza, essendo chiuse le imposte, era omai piena dell'insoffribile odore. Com'egli fu nella sedia, i suoi piedi con un moto ritmico presero a percuotere il pavimento. Il gran ventre tremolava floscio su le ginocchia, simile a un otre mezzo vuoto. Allora il duca disse al Mazzagrogna: -- Giovanni, a te! E quegli, con un gesto risoluto, aprì le imposte ed uscì sul balcone. IV. Un urlo immenso l'accolse. Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti vennero lì sotto a radunarsi. Il chiarore illuminava i volti animati dalla bramosia della strage, l'acciaro degli schioppi, i ferri delle scuri. I portatori di fiaccole avevano tutta la faccia cospersa di farina, per difendersi dalle faville; e tra quel bianco i loro occhi sanguigni brillavano singolarmente. Il fumo nero saliva nell'aria, disperdendosi rapido. Tutte le fiamme si allungavano da una banda, spinte dal vento, sibilanti, come capellature infernali. Le canne più sottili e più secche si accendevano, si torcevano, rosseggiavano, si spezzavano, scoppiettavano come razzi, in un attimo. Ed era una vista allegra. -- Mazzagrogna! Mazzagrogna! A morte il ruffiano! A morte il guercio! -- gridavano tutti, accalcandosi per iscagliar più da vicino l'insulto. Il Mazzagrogna stese una mano, come per sedare i clamori; raccolse tutta la potenza vocale; e incominciò col nome del re, quasi promulgasse una legge, per incutere al popolo il rispetto. -- In nome di S. M. Ferdinando II, per la grazia di Dio, re delle Due Sicilie, di Gerusalemme... -- A morte il ladro! Due, tre schioppettate risonarono fra le grida; e l'arringatore, colpito al petto e alla fronte, vacillò, agitò in alto le mani e cadde in avanti. Nel cadere, la testa entrò fra l'un ferro e l'altro della ringhiera e penzolò di fuori come una zucca. Il sangue gocciolava sul terreno sottostante. Il caso rallegrò il popolo. Lo schiamazzo saliva alle stelle. Allora i portatori dell'antenna con l'impiccato vennero sotto il balcone e accostarono Vincenzio Murro al maggiordomo. Mentre l'antenna oscillava nell'aria, il popolo stava intento al congiungimento dei due morti, quasi ammutolito. Un poeta improvviso, alludendo all'occhio albino del Mazzagrogna e a quello cisposo del messo, gittò a squarciagola un sospetto: -- -Affàccet' a 'ssa fenêstre, ùocchie fritte, Ca t' è mmenut' a ccandà 'lu scacazzate!- Un vasto scroscio di risa accolse lo scherno del poeta; e le risa si propagarono di bocca in bocca, come un tuono d'acque cadenti giù pe' sassi d'una china. Un poeta rivale gridò: -- -Vide che ssòrt' ha da 'vé 'ssu cecàte! S' affranghe de chiude 'l'ùocchie quande se mòre.- Le risa si rinnovellarono. Un terzo gridò: -- -O faccia de cecòria mmàle còtte! Tenète lu chelòre de la mòrte!- Altri distici volarono al Mazzagrogna. Una gioia feroce aveva invaso gli animi. La vista e l'odore del sangue inebriavano i più vicini. Tommaso di Beffi e Rocco Furci vennero a contesa di destrezza nel colpire con una sassata il cranio penzoloni dell'ucciso ancor caldo. Ad ogni colpo il cranio si moveva e dava sangue. La pietra di Rocco Furci alla fine colpì nel mezzo, levando un suono secco. Gli spettatori applaudirono. Ma erano sazii ormai del Mazzagrogna. Di nuovo sorse il grido: -- Cassàura! Cassàura! Il duca! A morte! Fabrizio e Ferdinandino Scioli s'insinuavano tra la folla ed istigavano i facinorosi. Una terribile sassaiuola si levò contro le finestre del palazzo, fitta come una grandine, mista di schioppettate. I vetri cadevano addosso agli assalitori. Le pietre rimbalzavano. Rimasero feriti non pochi dei circostanti. Terminati i sassi, consumato il piombo, Ferdinandino Scioli gridò: -- A terra le porte! E il grido, ripetuto da tante bocche, tolse al duca d'Ofena ogni speranza di salvezza. V. Nessuno aveva osato di richiudere il balcone dov'era caduto il Mazzagrogna. Il cadavere giaceva in un'attitudine scomposta. Poichè i ribelli, per essere liberi, avevan lasciata l'antenna contro la ringhiera, anche il corpo sanguinoso del messo, a cui qualche membro era stato reciso con la scure, scorgevasi a traverso le cortine gonfiate dal vento. La sera era profonda. Le stelle riscintillavano senza fine. Qualche stoppia bruciava in lontananza. Udendo i colpi contro le porte, il duca d'Ofena volle ancora tentare una prova. Don Filippo, istupidito dal terrore, teneva gli occhi chiusi; non parlava più. Carletto Grua, con la testa fasciata, si rannicchiava tutto in un angolo, battendo i denti nella febbre e nella paura, seguendo con i poveri occhi fuori dell'orbita ogni passo, ogni gesto, ogni moto del suo signore. I servi erano rifugiati quasi tutti nelle soffitte. Pochi rimanevano nelle stanze contigue. Don Luigi li radunò, li rianimò; li armò di pistole o di fucile; quindi a ciascuno assegnò un posto dietro il davanzale d'una finestra o tra le persiane d'un balcone. Ciascuno doveva tirare su la folla, con la maggior possibile celerità di colpi, in silenzio, senza esporsi. -- Avanti! Il fuoco incominciò. Don Luigi sperava nel pànico. Egli stesso caricava e scaricava le sue lunghe pistole con un meraviglioso vigore, senza stancarsi. Come la moltitudine era densa, nessun colpo falliva. Le grida, che si levavano ad ogni scarica, eccitavano i servi e n'aumentavano l'ardore. Già lo scompiglio invadeva gli ammutinati. Molti fuggivano, lasciando a terra i feriti. Allora dal servidorame partì un urlo di vittoria: -- Viva il duca d'Ofena! Quelli uomini vili ora s'imbaldanzivano, vedendo le spalle del nemico. Non rimanevano più nascosti, nè più tiravano alla cieca, ma si erano alzati in piedi, fieramente, e cercavano di colpire nel segno. Ed ogni volta che vedevan cadere uno, gittavano l'urlo: -- Viva il duca! In poco, il palazzo fu libero d'assedio. D'intorno i feriti si lamentavano. I residui delle canne, che ancora ardevano al suolo, gittavan su' corpi bagliori incerti, suscitavan riflessi da qualche pozza di sangue, o stridevano spegnendosi. Il vento era cresciuto; ed investiva gli elci con alto stormire. I latrati dei cani si rispondevano per tutta la valle. Inebriati dalla vittoria, grondanti per la fatica, i servi discesero a rifocillarsi. Tutti erano incolumi. Bevevano senza misura, e facevano gazzarra. Alcuni proclamavano i nomi di quelli che essi avevan colpito, e ne descrivevano il modo della caduta, buffonescamente. I bracchieri desumevano le similitudini dalla selvaggina. Un cuciniere si vantò d'aver ucciso il terribile Rocco Furci. Alimentate dal vino, le millanterie si moltiplicavano. VI. Ora, mentre il duca d'Ofena, sicuro d'aver per quella notte almeno scongiurato ogni pericolo, era solo intento a custodire il piagnucolante Carletto, improvvisi bagliori si ripercossero in uno specchio e nuovi clamori si levarono tra il fischiar del libeccio, sotto il palazzo. Al tempo medesimo apparvero quattro o cinque servi, che il fumo aveva quasi soffocati mentre dormivano ubriachi nelle stanze basse. Essi non avevano ancora riacquistati gli spiriti; barcollavano senza poter parlare poichè si sentivan la lingua torpida. Altri sopraggiunsero. -- Il fuoco! Il fuoco! Tremavano gli uni addossati agli altri, come una greggia. La viltà nativa li occupava novamente. Avevano tutti i sensi ottusi, come in un sogno. Non sapevano quel che dovevano fare. Nè ancora la perfetta consapevolezza del pericolo li stimolava a cercare uno scampo. Sorpreso, il duca dapprima restò perplesso. Ma Carletto Grua, vedendo entrare il fumo e udendo quel singolare ruggito che fanno le fiamme nel nutrirsi, si mise a strillare così acutamente e a far gesti così forsennati che Don Filippo si destò dal grave sopore in cui era caduto e vide la morte. La morte era inevitabile. Il fuoco, sotto il costante soffio del vento, propagavasi con una stupenda celerità per tutta la vecchia ossatura dell'edifizio, divorando ogni cosa, suscitando da ogni cosa vampe mobili, fluide, canore. Le vampe correvano lievi su le pareti, lambivano le tappezzerie, esitavano un istante a fior del tessuto, si colorivano di tinte mutevoli e vaghe, penetravano nella trama con mille lingue sottilissime e vibranti, parevano infondere per un attimo nelle figure murali uno spirito, accendere per un attimo su la bocca delle ninfe e delle iddie un riso non mai veduto, muovere per un attimo le loro attitudini e i loro gesti immobili. Passavan oltre, in fuga sempre più luminosa; si avvolgevano alle suppellettili di legno, conservando fino all'ultimo la loro forma, così da farle apparire tutte materiate di piropi che d'un tratto si disgregavano e s'incenerivano come per incanti. Le voci delle vampe erano innumerevoli; formavano un vasto coro, una profonda armonia, come d'una selva dai milioni di foglie, come d'un organo dai milioni di canne. Già appariva ad intervalli, nelle aperture fragorose, il cielo puro con le sue corone di stelle. Omai tutto il palazzo era in potere del fuoco. -- Salvami! Salvami! -- gridò il vecchio, tentando invano di sorgere, sentendo già sotto di sè sprofondare il pavimento, sentendosi accecare dall'implacabile rossore. -- Salvami! Con uno sforzo supremo giunse a levarsi. E si mise a correre, col tronco inclinato innanzi, saltellando a piccoli passi incalzanti, come spinto da un irresistibile impulso progressivo, agitando le mani informi, finchè cadde fulminato, già preda del fuoco, sgonfiandosi e rappigliandosi come una vescica. Ora di tratto in tratto le grida del popolo aumentavano, e salivan più alto dell'incendio. I servi, pazzi di terrore e di dolore, mezzo riarsi, si precipitavano dalle finestre e venivano a cadere morti sul suolo; o mal vivi, ed eran finiti. Ad ogni caduta rispondeva un maggior clamore. -- Il duca! Il duca! -- gridavano i barbari, malcontenti, perchè volevano veder precipitare il tirannello col suo bagascione. -- Eccolo! Eccolo! È lui! -- Giù! Giù! Ti vogliamo! -- Muori, cane! Muori! Muori! Muori! Su la porta grande, proprio in cospetto del popolo, apparve Don Luigi con le vesti in fiamme portando su le spalle il corpo inerte di Carletto Grua. Egli aveva tutto il volto bruciato, irriconoscibile; non aveva quasi più capelli, nè barba. Ma camminava a traverso l'incendio, impavido, non anche morto, poichè valeva a sostener gli spiriti quello stesso atroce dolore. Da prima il popolo ammutolì. Poi di nuovo proruppe in urli e in gesti, aspettando con ferocia che la gran vittima venisse a spirargli dinanzi. -- Qui, qui, cane! Ti vogliamo veder morire! Don Luigi udì, a traverso le fiamme, l'ultime ingiurie. Raccolse tutta l'anima in un atto di scherno indescrivibile. Quindi voltò le spalle; e disparve per sempre dove più ruggiva il fuoco. IL TRAGHETTATORE. I. Donna Laura Albònico stava nel giardino, sotto la pergola, prendendo il fresco all'ora meridiana. La villa taceva, tutta bianca, con le persiane chiuse tra le piante degli agrumi. Il sole raggiava un calore e un fulgore immensi. Era la metà di giugno; e i profumi degli aranci e dei limoni fioriti si mescolavano all'odor delle rose, nell'aria tranquilla. Le rose crescevano da per tutto, nel giardino, con una forza indomabile. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000