Ella era incinta da sette mesi, e molto l'affaticava il peso del
ventre. Sul pavimento i pellegrini giacevano accumulati; dai loro corpi
esalava il calore e montava nell'aria. Alcune voci confuse uscivano a
tratti da qualche bocca inconscia nel sonno; le fiammelle tremolavano
e si riflettevano su l'olio nei bicchieri sospesi tra gli archi; e
nei vani delle larghe porte aperte scintillavano le stelle alla notte
primaverile.
Francesca vegliò per due ore in travaglio, poichè l'esalazione dei
dormienti le dava la nausea. Ma, determinata a resistere e a soffrire
pel bene dell'anima, vinta dalla stanchezza, piegò alfine il capo. Su
l'alba si destò. L'aspettazione cresceva negli animi degli astanti e
altra gente sopraggiungeva: in ciascuno ardeva il desiderio d'essere
primo a vedere l'Apostolo. Fu aperto il cancello esterno; e il romore
dei cardini risonò nitidamente nel silenzio, si ripercosse in tutti
i cuori. Fu aperto il secondo cancello, poi il terzo, poi il quarto,
il quinto, il sesto, l'ultimo. Parve allora come una tromba d'uragano
investisse la moltitudine. La massa degli uomini si precipitò verso il
tabernacolo; grida acute squillarono nell'aria mossa da quell'impeto;
dieci, quindici persone rimasero schiacciate e soffocate; una preghiera
tumultuaria si levò.
I morti furono tratti fuori all'aperto. Il corpo di Francesca, tutto
contuso e livido, fu portato alla famiglia. Molti curiosi in torno si
accalcarono; e i parenti gemevano compassionevolmente.
Anna, quando vide la madre distesa sul letto tutta violacea nella
faccia e macchiata di sangue, cadde a terra senza conoscenza. Poi, per
molti mesi fu tormentata dal mal caduco.
III.
Nell'estate del 1835 Luca partiva per un porto della Grecia sul
trabaccolo -Trinità- di Don Giovanni Camaccione. Siccome egli aveva
nell'animo un segreto pensiero, prima di navigare vendè le masserizie e
pregò i parenti d'accogliere Anna nella casa fin che egli non tornasse.
Di là a qualche tempo il trabaccolo tornò carico di fichi secchi e
d'uva di Corinto, dopo aver toccata la spiaggia di Roto. Luca non era
tra la ciurma; e si vociferò poi ch'egli fosse rimasto nel -paese dei
portogalli- con una femmina amorosa.
Anna si ricordava dell'antica ospite balbuziente. Una gran tristezza
allora discese nella sua vita. La casa dei parenti era sotto la strada
orientale, in vicinanza del Molo. I marinai venivano a bere il vino
in una stanza bassa, ove quasi tutto il giorno le canzoni sonavano
tra il fumo delle pipe. Anna passava in mezzo ai bevitori portando
i boccali colmi; e il primo istinto de' suoi pudori si risvegliava a
quel contatto assiduo, a quell'assidua comunione di vita con uomini
bestiali. Ad ogni momento ella doveva soffrire i motti inverecondi,
le risa crudeli, i gesti ambigui, la malvagità delle ciurme inasprite
dalle fatiche della navigazione. Ella non osava lamentarsi, poichè
mangiava il pane nella casa degli altri. Ma quel supplizio di tutte le
ore la rendeva ebete: una imbecillità grave le opprimeva a poco a poco
l'intelligenza indebolita.
Per una naturale inclinazione affettiva dell'animo, ella poneva amore
agli animali. Un asino di molta età era ricoverato sotto una tettoia
di paglia e di argilla, dietro la casa. Il quadrupede mansueto portava
cotidianamente some di vino da Sant'Apollinare alla tavernella;
e, se bene i suoi denti cominciavano a ingiallire e le sue unghie
a sfaldarsi, se bene il suo cuoio era già secco e non aveva quasi
più pelo, talvolta al conspetto di una fiorita di cardi ridirizzava
le orecchie e si metteva a ragliare vivacemente in un'attitudine
giovenile.
Anna empiva di profenda la greppia e di acqua l'abbeveratoio. Quando
il calore era grande, ella veniva sotto la tettoia a meriggiare.
L'asino triturava i fili di paglia tra le mandibole laboriose, ed ella
con un ramo fronzuto faceva opera di pietà liberandogli la schiena
dalla molestia degli insetti. Di tanto in tanto l'asino volgeva la
testa orecchiuta, per un increspamento delle labbra flosce mostrando
le gencive quasi in un rossastro riso animalesco di gratitudine
e mostrando per un moto obliquo dell'occhio nell'orbita il globo
giallognolo e venato di paonazzo come una vescica di fiele. Gli insetti
turbinavano con un ronzìo pesante, su 'l fimo; non dalla terra nè
dal mare venivano romori o voci; e un senso infinito di pace occupava
allora l'animo della donna.
Nell'aprile del 1842 Pantaleo, l'uomo che guidava il somiere al
viaggio cotidiano, morì di coltello. Da quel tempo ad Anna fu commesso
l'ufficio. Ed ella partiva su l'alba e tornava sul mezzogiorno o
partiva sul mezzogiorno e tornava su la sera. La strada volgeva per
una collina solatia piantata d'olivi, discendeva per una terra irrigua
messa a pasture, e risalendo tra i vigneti giungeva alle fattorie di
Sant'Apollinare. L'asino camminava innanzi, con le orecchie basse, a
fatica: una frangia verde tutta logora e stinta gli batteva le coste e
i lombi; nel basto luccicavano alcuni frammenti di làmine d'ottone.
Quando l'animale si soffermava per riprender fiato, Anna gli dava
qualche piccolo urto carezzevole sul collo e l'eccitava con la voce;
poichè ella aveva misericordia di quella decrepitezza. Ogni tanto
strappando dalle siepi un pugno di foglie, le porgeva in ristoro; e
s'inteneriva sentendo su la palma il movimento molle delle labbra che
ricevevano l'offerta. Le siepi erano fiorite; e i fiori del bianco
spino avevano un sapore di mandorle amare.
Sul confine dell'oliveto stava una gran cisterna, e accanto alla
cisterna un lungo canale di pietra dove le vacche venivano ad
abbeverarsi. Tutti i giorni Anna faceva sosta in quel luogo; ed ella
e l'asino si dissetavano prima di seguire il cammino. Una volta ella
s'incontrò col custode dell'armento, che era nativo di Tollo e aveva
la guardatura un poco losca e il labbro leporino. L'uomo le volse il
saluto; e ambedue cominciarono a ragionare dei pascoli e dell'acqua,
e poi dei santuarii e dei miracoli. Anna ascoltava con benignità
e con frequenza di sorriso. Ella era macilente e bianca; aveva gli
occhi chiarissimi e la bocca stragrande, e i capelli castanei pieganti
indietro tutti senza spartizione. Nel collo le si vedevano le cicatrici
rossicce delle bruciature e le si vedevano le arterie battere d'un
palpito incessante.
Da allora i colloquii si reiterarono. Per l'erba le vacche stavano
sparse; e giacevano ruminando o pascolavano in piedi. Quelle moventi
forme pacifiche aumentavano la tranquillità della solitudine pastorale.
Anna, seduta su l'orlo della cisterna, ragionava semplicemente; e
l'uomo dal labbro fesso pareva preso d'amore. Un giorno ella, per un
improvviso spontaneo rifiorir del ricordo, narrò la navigazione alla
montagna di Roto. E, poichè la lontananza del tempo le ingannava la
memoria, ella diceva con accento di verità cose meravigliose. L'uomo
stupefatto ascoltava senza batter le palpebre. Quando Anna tacque,
ad ambedue il silenzio e la solitudine d'intorno parvero più grandi;
ed ambedue restarono in pensiero. Venivano le vacche, tratte dalla
consuetudine, all'abbeveratoio; e a tutte penzolava fra le gambe il
gruppo delle mammelle rifornite di latte dalla pastura. Come esse
avanzavano il muso nel canale, l'acqua diminuiva ai loro sorsi lenti e
regolari.
IV.
Su gli ultimi giorni di giugno l'asino infermò. Non prendeva cibo nè
bevanda da quasi una settimana. I viaggi s'interruppero. Una mattina
che Anna discese alla tettoia, scorse la bestia tutta ripiegata su lo
strame in un avvilimento miserevole. Una specie di tosse roca e tenace
scoteva di tratto in tratto la gran carcassa malcoperta di cuoio; sopra
gli occhi s'erano formate due cavità profonde, come due orbite vacue;
e gli occhi parevano due grosse bolle gonfie di siero. Quando l'asino
udì le voci di Anna, tentò di levarsi: il corpo gli traballava su le
zampe e il collo gli si abbatteva giù dalle spalle acute e le orecchie
gli penzolavano con i movimenti involontari e incomposti di un enorme
giocattolo che avesse guaste le commessure. Un liquido mucoso gli
colava dalle nari, talvolta allungandosi in filamenti sino ai ginocchi.
Le chiazze nude nel pelame avevano il colore azzurrognolo e quasi
cangiante della lavagna. I guidaleschi qua e là sanguinavano.
Anna, allo spettacolo, si sentì stringere da una angoscia pietosa; e,
poichè ella per natura e per uso non provava alcuna ripugnanza fisica
in contatto della materia immonda, si accostò a toccare l'animale. Con
una mano gli sorreggeva la mascella inferiore, con l'altra una spalla;
e così cercava di fargli muovere i passi, sperando in qualche virtù
dell'esercizio. L'animale prima esitava, squassato da nuovi sussulti di
tosse; poi finalmente prese a camminare per la china dolce che scendeva
al lido. Le acque, dinanzi, nella natività del giorno biancheggiavano;
e i calafati verso la Penna spalmavano una carena. Come Anna levò il
sostegno delle mani e trasse la corda della cavezza, l'asino per un
fallo de' piedi anteriori stramazzò d'improvviso. La gran macchina
delle ossa ebbe un scricchiolío interno di rotture, e la pelle del
ventre e dei fianchi risonò sordamente e palpitò. Le gambe fecero
l'atto di correre; per l'urto, dalla gengiva uscì un poco di sangue e
tra i denti si diffuse.
Allora la donna si mise a gridare andando verso la casa. Ma i calafati,
sopraggiunti, in cospetto dell'asino giacente ridevano e motteggiavano.
Uno di loro percosse col piede il ventre del moribondo. Un altro gli
afferrò le orecchie e gli sollevò il capo che ricadde pesantemente
a terra. Gli occhi si chiusero; qualche brivido corse fra il pelame
bianco del ventre aprendone le spighe, come un soffio; una delle gambe
di dietro battè due o tre volte nell'aria. Poi tutto fu immobile; se
non che nella spalla ov'era un'ulcera, si produsse un lieve tremolìo,
simile a quello che per la molestia d'un insetto avveniva dianzi
volontario nella carne vivente. Quando Anna tornò sul luogo, trovò i
calafati che tiravano per la coda la carogna, e cantavano un -Requiem-
con false voci asinine.
Così Anna rimase in solitudine; e per lungo tempo ancora visse nella
casa dei parenti ed ivi appassì, adempiendo umili uffici, e sopportando
con molta pazienza cristiana le vessazioni. Nel 1845 il mal caduco
riapparve con violenza; sparve dopo alcuni mesi. La fede religiosa
in quell'epoca divenne in lei più profonda e più calda. Ella saliva
alla basilica tutte le mattine e tutte le sere; e s'inginocchiava
abitualmente in un angolo oscuro protetto da una gran pila di marmo
dov'era figurata con rozza opera di bassorilievo la fuga della Sacra
Famiglia in Egitto. Da prima scelse ella forse quell'angolo attratta
dal docile asinello trasportante il pargolo Gesù e la Madre alla
terra dell'idolatria? Una gran quietudine d'amore le discendeva su lo
spirito, quando aveva piegate le ginocchia nell'ombra; e la preghiera
le sgorgava puramente dal petto come da una fonte naturale, poichè
ella pregava soltanto per la voluttà cieca dell'adorazione, non per la
speranza d'ottener grazia di beni nella vita terrena. Ella pregava,
con la testa china su la sedia; e come i cristiani nell'accedere e
nell'uscire attingevano con le dita l'acqua della pila, e si segnavano,
ella a quando a quando trasaliva sentendo su' capelli qualche stilla
benedetta cadere.
V.
Quando nel 1851 Anna venne la prima volta al paese di Pescara, era
prossima la festa del Rosario, che si celebra nella prima domenica
di ottobre. La donna si mosse da Ortona a piedi, per sciogliere un
voto; e, portando chiuso in un fazzoletto di seta un piccolo cuore
d'argento, camminò religiosamente lungo la riva del mare; poichè la
strada provinciale non ancora in quel tempo era praticata, e un bosco
di pini occupava molta estensione di terreno vergine. La giornata
pareva dolce, se non che nel mare le onde andavano crescendo, ed
all'estremo limite andavano crescendo in forma di trombe i vapori.
Anna avanzava tutta assorta in pensieri di santità. Nel far della sera,
come ella fu sul luogo delle Saline, cadde d'improvviso la pioggia, da
prima pianamente e dopo in grande abbondanza; così che, non essendovi
in torno riparo alcuno, ella n'ebbe le vesti tutte molli. Più in qua,
la foce dell'Alento portava acqua; ed ella si scalzò per guadare.
In vicinanza di Vallelonga la pioggia restò: ed il bosco dei pini
rinasceva serenante nell'aria con odor quasi d'incenso. Anna, rendendo
grazie nell'animo al Signore, seguì il cammino del litorale ma con più
rapidi passi, poichè sentiva penetrarsi nelle ossa l'umidità malsana, e
cominciava a battere i denti pel ribrezzo.
A Pescara, ella fu subito presa dalla febbre palustre, e ricoverata per
misericordia nella casa di Donna Cristina Basile. Dal letto, udendo i
cantici della pompa sacra, e vedendo le cime degli stendardi ondeggiare
all'altezza della finestra, ella si mise a dire le preghiere e a
invocare la guarigione. Quando passò la Vergine, ella scorse soltanto
la corona gemmata, e fece atto di mettersi in ginocchio su i guanciali
per adorare.
Dopo tre settimane guarì; e, avendole Donna Cristina offerto di
rimanere, ella rimase in qualità di domestica. Ebbe allora una piccola
stanza guardante sul cortile. Le pareti erano imbiancate di calce;
un vecchio paravento coperto di figure profane chiudeva un angolo;
e fra i travicelli del soffitto molti ragni tendevano in pace le
tele laboriose. Sotto la finestra sporgeva un tetto breve, e più giù
s'apriva il cortile pieno di volatili mansueti. Sul tetto vegetava, da
un mucchio di terra chiuso fra cinque tegole, una pianta di tabacco.
Il sole vi s'indugiava dalle prime ore antimeridiane alle prime ore del
pomeriggio. Ogni estate la pianta dava fiori.
Anna, nella nuova vita, nella nuova casa, a poco a poco si sentì
sollevare e rivivere. La sua naturale inclinazione all'ordine si
dispiegò. Ella attendeva a tutti i suoi uffici tranquillamente, senza
far parole. Anche, in lei la credenza nelle cose soprannaturali
ingigantì. Due o tre leggende s'erano per antico formate su due o
tre luoghi della casa Basile, e di generazione in generazione si
tramandavano. Nella -camera gialla- del secondo piano abbandonato
viveva l'anima di Donna Isabella. In un ricettacolo ingombro, dove
una scala discendeva a gomito sino a una porta che non s'apriva da
tempo, viveva l'anima di Don Samuele. Quei due nomi esercitavano un
singolar fàscino sui nuovi abitatori, e diffondevano per tutto il
vecchio edificio una specie di solennità conventuale. Come poi il
cortile interno era circondato di molti tetti, i gatti su la loggia si
riunivano in conciliaboli e miagolavano con una dolcezza misteriosa,
chiedendo ad Anna gli avanzi del pasto familiare.
Nel marzo del 1853 il marito di Donna Cristina morì d'una malattia
urinaria, dopo lunghe settimane di spasimi. Egli era un uomo
timorato di Dio, casalingo e caritatevole; era capo d'una congrega di
possidenti religiosi; leggeva le opere dei teologi, e sapeva sonare sul
gravicembalo alcune semplici arie di antichi maestri napolitani. Quando
venne il viatico, magnifico per numero di ministri e per ricchezza di
arnesi, Anna s'inginocchiò su la porta, e si mise a pregare ad alta
voce. La stanza si empì d'un vapor d'incenso, in mezzo a cui il ciborio
raggiava e raggiavano i turiboli, oscillando come lampade accese. Si
udirono singhiozzi; poi le voci dei ministri, raccomandando l'anima
all'Altissimo, si sollevarono. Anna, rapita dalla solennità di quel
sacramento, perdè ogni orrore della morte, e da allora pensò che la
morte dei cristiani fosse un trapasso dolce e gaudioso.
Donna Cristina tenne chiuse tutte le finestre della casa durante un
mese intero. Continuava a piangere il marito nell'ora del pranzo e
nell'ora della cena; faceva in nome di lui le elemosine ai mendicanti;
e, più volte nel giorno, con una coda di volpe levava la polvere dal
gravicembalo come da una reliquia, emettendo sospiri. Ella era una
donna di quarant'anni, tendente alla pinguedine, ancora fresca nelle
sue forme che la sterilità aveva conservate. E poichè ereditava dal
defunto una dovizia considerevole, i cinque più maturi celibi del
paese cominciarono a tenderle insidie e ad allettarla alle nuove
nozze con arti lusingatrici. I campioni furono: Don Ignazio Cespa,
persona dolcigna, di sesso ambiguo, con una faccia di vecchia pettegola
butterata dal vaiuolo e una capellatura impregnata di olii cosmetici,
con le dita cariche di anelli e gli orecchi forati da due minuscoli
cerchi d'oro; Don Paolo Nervegna, dottor di legge, uomo parlatore
e accorto, che aveva le labbra sempre increspate come se masticasse
l'erba sardonica e su la fronte una specie di crescimento rossastro
innascondibile; Don Fileno D'Amelio, nuovo capo della congrega,
uomo pieno d'unzione e di compunzione, un po' calvo, con la fronte
sfuggente indietro e l'occhio pecorinamente opaco; Don Pompeo Pepe,
uomo giocondo, amante del vino e delle donne e dell'ozio, ubertoso
in tutta la corporatura e più nella faccia, sonoro nelle risa e nelle
parole; Don Fiore Ussorio, uomo di spiriti pugnaci, gran leggitore di
opere politiche e citator trionfante di esempi storici in ogni disputa,
pallido d'un pallor terrigno, con una sottil corona di barba intorno
agli zigomi e una bocca singolarmente atteggiata in linea obliqua. A
costoro si aggiungeva, ausiliare della resistenza di Donna Cristina,
l'abate Egidio Cennamele che, volendo trarre l'erede ai benefizi della
chiesa, osteggiava con ben coperta astuzia di impedimenti le lusinghe.
La gran contesa, che sarà un giorno narrata dal cronista per diffuso,
durò molto tempo ed ebbe molta varietà di vicende. E principal teatro
della prima azione fu il cenacolo, sala rettangolare dove su la carta
francesca delle pareti erano francescamente rappresentati i fatti di
Ulisse naufragante all'isola di Calipso. Quasi tutte le sere i campioni
si riunivano intorno all'inclita vedova; e facevano il giuoco della
briscola e il giuoco dell'amore alternativamente.
VI.
Anna fu candida testimone. Introduceva i visitatori, tendeva il tappeto
su la tavola, e a mezzo della veglia portava i bicchierini pieni
d'un rosolio verdognolo composto dalle monache con droghe speciali.
Una volta ella sentì su per le scale Don Fiore Ussorio gridare nel
calore della disputa un'ingiuria contro l'abate Cennamele che parlava
sommesso; e poichè l'irriverenza le parve mostruosa, ella da allora
in poi tenne Don Fiore per un uomo diabolico e al comparir di lui si
faceva rapidamente il segno della croce e mormorava un -Pater-.
Nella primavera del 1856, un giorno, mentre sul greto della Pescara
ella sbatteva i panni lavati, vide una torma di barche passare la foce
e navigar lentamente contro la forza dell'acqua. Il sole era sereno; le
due rive si rispecchiavano in fondo abbracciandosi; alcuni ramoscelli
verdi e alcune ceste di giunchi natavano nel mezzo della corrente,
come simboli pacifici, verso il mare; e le barche, aventi quasi tutte
la mitria di san Tommaso dipinta per insegna in un angolo della vela,
avanzavano così nel bel fiume santificato dalla leggenda di san Cetteo
Liberatore. I ricordi del paese natale si svegliarono nell'animo della
donna con un tumulto improvviso, a quello spettacolo; ed ella, pensando
al padre, fu invasa da una gran tenerezza.
Le barche erano tanecche ortonesi e venivano dal promontorio di
Roto con un carico di agrumi. Anna, come le ancore furono gettate,
si avvicinò ai marinai; e li guardava con una curiosità benevola e
trepidante, senza far parole. Uno di loro, colpito dalla insistenza,
la ravvisò e la interrogò famigliarmente. -- Chi cercava? Cosa voleva? --
Allora Anna, tratto in disparte l'uomo, gli chiese se non per caso egli
avesse veduto al -paese dei portogalli- Luca Minella, il padre. -- Non
l'aveva veduto? Non stava ancora con -quella femmina-? -- L'uomo rispose
che Luca era morto da qualche tempo. -- Era vecchio. Poteva campar
di più? -- Allora Anna contenne le lagrime; volle sapere molte cose.
L'uomo le disse molte cose. -- Luca aveva strette le nozze con -quella
femmina-; ne aveva avuti due figliuoli. Il maggiore dei due navigava
sopra un trabaccolo e veniva qualche volta a Pescara per negozii. --
Anna trasalì. Un turbamento indeterminato, una specie di smarrimento
confuso le occupava l'animo. Ella non giungeva a ritrovar l'equilibrio
e la lucidità del giudizio dinanzi a quel fatto troppo complesso.
Ella aveva ora due fratelli dunque? Doveva amarli? Doveva cercare di
vederli? Ora che doveva dunque fare?
Così, titubante, tornò a casa. E dopo, per molte sere, quando entravano
nel fiume le barche, ella andava lungo lo scalo a guardare i marinai.
Qualche trabaccolo portava dalla Dalmazia un carico di asini e di
cavalli nani. Le bestie prendendo terra scalpitavano; l'aria sonava di
ragli e di nitriti. Anna, nel passare, batteva con la mano le grosse
teste degli asinelli.
VII.
Verso quel tempo ebbe in dono dal fattore di campagna una testuggine.
Il nuovo ospite tardo e taciturno fu diletto e cura della donna nelle
ore d'ozio. Camminava da un punto all'altro della stanza sollevando
a stento dal suolo il grave peso del corpo su le zampe simili a
moncherini olivastri, e, come era giovine, le piastre del suo scudo
dorsale, gialle maculate di nero, tralucevano talvolta al sole con
un nitor d'ambra. La testa coperta di scaglie, compressa nel muso,
giallognola, sporgeva tentennando con una mansuetudine timorosa; e
pareva talvolta la testa di un vecchio serpe estenuato che uscisse dal
guscio di un crostaceo. Anna prediligeva nell'animale i costumi: il
silenzio, la frugalità, la modestia, l'amor della casa. Gli dava per
cibo foglie di verdura, radici e vermi, restando estatica ad osservare
il moto delle piccole mandibole cornee dentellate nel lor duplice
margine. Ella, in quell'atto, provava quasi un sentimento di maternità;
eccitava pianamente l'animale con le voci e sceglieva per lui le erbe
più tenere e più dolci.
Fu la testuggine allora auspice d'un idillio. Il fattore, venendo più
volte al giorno nella casa, s'intratteneva su la loggia a ragionare
con Anna. Ed essendo egli uomo d'umili spiriti, divoto, prudente
e giusto, godeva veder riflesse le sue pie virtù nell'animo della
donna. Per la consuetudine sorse quindi tra i due a poco a poco una
famigliarità amorevole. Ella aveva già qualche capello bianco su
le tempie, ed in tutta la faccia diffuso un placido candore. Egli,
Zacchiele, superava di alcuni anni l'età di lei; aveva una gran testa
dalla fronte sporgente e due miti e rotondi occhi di coniglio. Tutt'e
due, nei colloquii, sedevano per lo più su la loggia. Sopra di loro,
fra i tetti, il cielo pareva una cupola luminosa; e ad intervalli i
voli dei colombi domestici, bianchi come il Paraclito, traversavano la
quiete celestiale. I colloquii volgevano su le raccolte, su la bontà
dei terreni, su le semplici norme della coltivazione; ed erano pieni di
esperienza e di rettitudine.
Poichè Zacchiele amava talvolta, per una ingenua vanità naturale, di
far pompa del suo sapere, in conspetto della donna ignorante e credula,
questa concepì per lui una stima e un'ammirazione senza limiti. Ella
imparò che la terra è divisa in cinque parti e che cinque sono le razze
degli uomini: la bianca, la gialla, la rossa, la nera e la bruna.
Imparò che la terra è di forma rotonda, che Romolo e Remo furono
nutricati da una lupa, e che le rondini su l'autunno vanno oltremare
nell'Egitto dove anticamente regnavano i Faraoni. -- Ma gli uomini non
avevano tutti un colore, a imagine e somiglianza di Dio? Potevamo noi
camminare sopra una palla? Chi erano i re Faraoni? -- Ella non riusciva
a comprendere, e rimaneva così tutta smarrita. Però da allora ella
considerò le rondini con reverenza e le tenne per uccelli dotati di
saggezza umana.
Un giorno Zacchiele le mostrò una Storia sacra dell'antico Testamento,
illustrata di figure. Anna guardava con lentezza, ascoltando le
spiegazioni. Ed ella vide Adamo ed Eva tra le lepri ed i cervi, Noè
seminudo inginocchiato innanzi a un altare, i tre angeli di Abramo,
Mosè salvato dalle acque; vide con gioia finalmente un Faraone nel
conspetto della verga di Mosè cangiata in serpe, e la regina di Saba,
la festa dei Tabernacoli, il martirio dei Maccabei. Il fatto dell'asina
di Balaam la empì di meraviglia e di tenerezza. Il fatto della coppa
di Giuseppe nel sacco di Beniamino la fece rompere in lacrime. Ed ella
imaginava gli Israeliti camminanti per un deserto tutto coperto di
quaglie, sotto una rugiada che si chiamava la manna ed era bianca come
la neve e più dolce del pane.
Dopo la Storia sacra, preso da una singolare ambizione, Zacchiele
cominciò a leggerle le imprese dei Reali di Francia da Costantino
imperatore sino ad Orlando conte d'Anglante. Un gran tumulto sconvolse
allora la mente della donna: le battaglie dei Filistei e dei Siriaci
si confusero con le battaglie dei Saraceni, Oloferne si confuse con
Rizieri, il re Saul col re Mambrino, Eleazaro con Balante, Noemi con
Galeana. Ed ella, affaticata, non seguiva più il filo delle narrazioni,
ma si riscoteva soltanto ad intervalli quando udiva passare nella voce
di Zacchiele i suoni di qualche nome prediletto. E predilesse Dusolina
e il duca Bovetto che prese tutta l'Inghilterra innamorandosi della
figliuola del re di Frisia.
Erano le calende di settembre. Nell'aria temperata dalla pioggia
recente, si andava diffondendo una placida chiarità autunnale. La
stanza di Anna divenne il luogo delle letture. Un giorno Zacchiele,
seduto, leggeva -come Galeana, figliuola del re Galafro, s'innamorò
di Mainetto e volle da lui la ghirlanda dell'erba-. Anna, poichè la
favola pareva semplice e campestre, e poichè la voce del lettore pareva
addolcirsi di accenti novelli, ascoltava con visibile assiduità. La
testuggine si traeva in mezzo ad alcune foglie di lattuga, pianamente;
il sole su la finestra illuminava una gran tela di ragno, e gli ultimi
fiori rosei del tabacco si vedevano a traverso la sottile opera di filo
d'oro.
Quando il capitolo fu finito, Zacchiele depose il libro; e, guardando
la donna, sorrise d'uno di quei sorrisi fatui che solevano increspargli
le tempie e gli angoli della bocca. Poi cominciò a parlarle vagamente,
con la peritanza di colui che non sa in qual modo giungere al
punto desiderato. Finalmente ardì. -- Ella non aveva pensato mai al
matrimonio? -- Anna alla domanda non rispose. Stettero ambedue in
silenzio ed ambedue sentivano nell'animo una dolcezza confusa, quasi
un risveglio attonito della giovinezza sepolta e un umano richiamo
dell'amore. E n'erano turbati come dal fumo d'un vino troppo forte che
montasse al loro cervello indebolito.
VIII.
Ma una tacita promessa di nozze fu data molti giorni dopo, in ottobre,
nella prima natività dell'olio d'oliva e nell'ultima migrazione
delle rondini. Con licenza di Donna Cristina, un lunedì Zacchiele
condusse Anna alla fattoria dei colli, dov'era il frantoio. Uscirono
da Portasale, a piedi, e presero la via Salaria, volgendo le spalle al
fiume. Dal giorno della favola di Galeana e di Mainetto, essi provavano
l'un verso l'altra una specie di trepidazione, un misto di temenza
vergogna e rispetto. Avevano perduta quella bella famigliarità d'una
volta; parlavano poco insieme e sempre con un tal riserbo esitante,
senza mai guardarsi nel volto, con incerti sorrisi, confondendosi
talora per un subitaneo rossore, indugiando così in questi timidi
bamboleggiamenti d'innocenza.
Camminarono in silenzio, da prima, ciascuno seguendo lo stretto
sentiero asciutto che i passi dei viandanti avevano praticato sui
due margini della via; e li divideva il mezzo della via fangoso e
segnato di solchi profondi dalle ruote dei veicoli. Una libera gioia
vendemmiale occupava le campagne: i canti del mosto per la pianura
si avvicendavano. Zacchiele si teneva un poco indietro, rompendo a
tratti a tratti il silenzio con qualche parola su la temperie, su
le vigne, su la raccolta delle olive. Anna guardava curiosa tutti i
cespugli rosseggianti di bacche, i campi lavorati, le acque dei fossi;
e a poco a poco le nasceva nell'animo una letizia vaga, quale di chi
dopo lungo tempo sia dilettato da sensazioni già innanzi conosciute.
Come il cammino prese a volgere su pel declivio tra i ricchi
oliveti di Cardirusso, chiaramente le sorse nell'animo il ricordo di
Sant'Apollinare e dell'asino e del custode degli armenti. Ed ella sentì
quasi rifluirsi al cuore tutto il sangue, d'improvviso. Quell'episodio
obliato della sua giovinezza le si coordinò nella memoria con una
perspicuità meravigliosa; l'imagine dei luoghi le si formò dinanzi; e
nella scena illusoria ella rivide l'uomo dal labbro leporino, ne riudì
la voce, provando un turbamento nuovo senza sapere perchè.
La fattoria si avvicinava; fra gli alberi soffiava il vento
facendo cadere le ulive mature; una zona di mare sereno si scopriva
dall'altitudine. Zacchiele s'era messo a fianco della donna e la
guardava di tratto in tratto con una pia supplicazione di tenerezza.
-- A che pensava ella dunque? -- Anna si volse, con un'aria quasi
di sbigottimento, come fosse stata colta in fallo. -- A niente
pensava. --
Giunsero al frantoio, dove i coloni macinavano la prima raccolta delle
olive cadute precocemente dall'albero. La stanza delle macine era
bassa e oscura; dalla vôlta luccicante di salnitro pendevano lucerne
di ottone e fumigavano; un giumento bendato girava una mola gigantesca,
con passo regolare; e i coloni, vestiti di certe lunghe tuniche simili
a sacchi, nudi le gambe e le braccia, muscolosi, oleosi, versavano il
liquido nelle giare, nelle conche, negli orci.
Anna si mise a considerare l'opera, attentamente; e, come Zacchiele
impartiva ordini ai faticatori, e girava tra le macine, osservando la
qualità delle olive con una grande sicurezza di giudice, ella sentì per
lui in quel momento crescere l'ammirazione. Poi, come Zacchiele dinanzi
a lei prese un gran boccale colmo e versando nell'orcio quell'olio
purissimo e luminoso nominò la grazia di Dio, ella si fece il segno
della croce, tutta compresa di venerazione per l'opulenza della terra.
Venivano intanto su la porta le due femmine della fattoria; e ciascuna
teneva contro il seno un poppante, e si traeva un bel grappolo di
figliuoli dietro le gonne. Si misero a conversare placidamente; e,
poichè Anna tentava di accarezzare i fanciulli, ciascuna si compiaceva
della propria fecondità, e con una ridente onestà di parole ragionava
dei parti. La prima aveva avuti sette figliuoli; la seconda undici.
-- Era la volontà di Gesù Cristo; e per la campagna poi ci volevano
braccia.
Allora la conversazione volse in materie famigliari. Albarosa, una
delle madri, fece molte domande ad Anna. -- Ella non aveva avuto mai
figliuoli? -- Anna, nel rispondere che non s'era maritata, provò per
la prima volta una specie di umiliazione e di rammarico, dinanzi a
quella possente e casta maternità. Poi, cambiando discorso, ella tese
la mano sul più vicino dei bimbi. Gli altri guardavano con occhi vasti
che pareva avessero assunto un limpido color vegetale dallo spettacolo
continuo delle cose verdi. L'odore delle olive infrante si spandeva
nell'aria, ed entrava nelle fauci ad eccitare il palato. I gruppi dei
faticatori apparivano e sparivano sotto il rossore delle lucerne.
Zacchiele, che fino a quel momento aveva invigilato su la misura
dell'olio, si accostò alle donne. Albarosa lo accolse con un volto
festevole. -- Quanto voleva aspettare Don Zacchiele a prender moglie?
-- Zacchiele sorrise con un po' di confusione, a quella domanda; e
diede un'occhiata sfuggente ad Anna che accarezzava ancora il bimbo
selvatico e fingeva di non aver inteso. Albarosa, per una benevola
arguzia contadinesca, riunendo visibilmente con l'ammiccar degli occhi
bovini il capo d'Anna e quello di Zacchiele, seguitò le incitazioni. --
Erano una coppia benedetta da Dio. Che aspettavano? -- I coloni, avendo
sospesa l'opera per attendere al pasto, facevano in torno cerchia. E
la coppia, anche più confusa per quella testimonianza, restava muta in
un'attitudine tra di sorriso tremulo e di pudica modestia. Qualcuno dei
giovini fra i testimoni, esilarato dalla faccia amorosamente compunta
di Don Zacchiele, sospingeva con urti di gomiti i compagni. Il giumento
nitrì, per fame.
Fu apprestato il pasto. Un 'attività diligente invase la gran famiglia
rustica. Su lo spiazzo, all'aperto, tra gli olivi pacifici e in
conspetto del sottostante mare, gli uomini sedevano alla mensa. I
piatti dei legumi conditi d'olio novello fumavano; il vino scintillava
nelle semplici forme liturgiche dei vasi; e il cibo frugale dispariva
rapidamente entro gli stomachi dei faticatori.
Anna ora si sentiva come assalire da un tumulto di giubilo, e si
sentiva d'un tratto quasi legata da una specie di dimestichezza
amichevole con le due donne. Queste la condussero nell'interno della
casa, dove le stanze erano larghe e luminose benchè antichissime.
Su le pareti le imagini sacre si alternavano con le palme pasquali;
provvigioni di carni suine pendevano dai soffitti; i talami dal
pavimento si elevavano ampi ed altissimi con a canto le culle; da
tutto emanava la serenità della concordia familiare. Anna, considerando
quell'ordine, sorrideva timidamente a una dolcezza interiore; e in un
punto fu presa da una strana commozione quasi che tutte le sue latenti
virtù di madre casalinga e i suoi istinti di allevatrice fremessero e
insorgessero d'improvviso.
Quando le donne ridiscesero su lo spiazzo, gli uomini stavano ancora
in torno alla tavola; Zacchiele parlava con loro. Albarosa prese un
piccolo pane di frumento, lo divise nel mezzo, lo consperse d'olio
e di sale, e l'offerì ad Anna. L'olio novello, allora allora gemuto
dal frutto, spandeva nella bocca un saporoso aroma asprino; ed Anna
allettata mangiò tutto il pane. Bevve anche il vino. Poi, come il
vespro cadeva, ella e Zacchiele ripresero il cammino del declivio.
Dietro di loro i coloni cantarono. Molti altri canti sorsero dalla
campagna, e si dispiegarono nella sera con la piana larghezza di un
salmo gregoriano. Il vento soffiava fra gli oliveti più umido; un
chiarore moriente tra roseo e violaceo indugiava effuso pel cielo.
Anna camminò innanzi, con passo celere, rasente i tronchi. Zacchiele
la seguì, pensando alle parole ch'egli voleva dire. Ambedue, da poi
che si sentivano soli, provavano una trepidazione infantile. A un
punto Zacchiele chiamò la donna per nome; ed ella si volse umile e
palpitante. -- Che voleva? -- Zacchiele non disse più altro; fece due
passi, giunse al fianco di lei. E così continuarono il cammino, in
silenzio, finchè la via Salaria non li divise. Come nell'andare,
essi presero ciascuno il sentiero del margine, a destra e a manca. E
rientrarono a Portasale.
IX.
Per una nativa irresolutezza, Anna differiva continuamente il
matrimonio. Dubbii religiosi la tormentavano. Ella aveva sentito dire
che soltanto le vergini sarebbero ammesse a far corona in torno alla
Madre di Dio, nel paradiso. Dunque? Doveva ella rinunciare a quella
dolcezza celeste per un bene terreno? Un più vivo ardore di divozione
allora la invase. In tutte le ore libere ella andava alla chiesa del
Rosario; s'inginocchiava innanzi al gran confessionale di quercia,
e rimaneva immobile in quell'attitudine di preghiera. La chiesa era
semplice e povera; il pavimento era coperto di lapidi mortuarie; una
sola lampada di metallo vile ardeva innanzi all'altare. E la donna
rimpiangeva nell'animo il fasto della sua basilica, la solennità delle
cerimonie, le undici lampade d'argento, i tre altari di marmo prezioso.
Ma nella Settimana Santa del 1857, sorse un grande avvenimento.
Tra la Confraternita capitanata da Don Fileno d'Amelio e l'abate
Cennamele, coadiuvato dai satelliti parrocchiali, scoppiò la guerra;
e ne fu causa un contrasto per la processione di Gesù morto. Don
Fileno voleva che la pompa, fornita dai congregati, uscisse dalla
chiesa della Confraternita; l'abate voleva che la pompa uscisse dalla
chiesa parrocchiale. La guerra attrasse e avviluppò tutti i cittadini
e le milizie del Re di Napoli, residenti nel forte. Nacquero tumulti
popolari; le vie furono occupate da assembramenti di gente fanatica;
pattuglie armigere andarono in volta per impedire i disordini; il
conte arcivescovo di Chieti fu assediato da innumerevoli messi d'ambo
le parti; corse molta pecunia per corruzioni; un mormorio di congiure
misteriose si sparse nella città. Focolare degli odii la casa di Donna
Cristina Basile. Don Fiore Ussorio sfolgorò per mirabili stratagemmi
e per audacie novissime, in quei giorni di lotta. Don Paolo Nervegna
ebbe un grave spargimento di bile. Don Ignazio Cespa adoperò in vano
tutte le sue blande arti conciliative e i suoi sorrisi melliflui. La
vittoria fu contrastata con un accanimento implacabile, fino all'ora
rituale della pompa funeraria. Il popolo fremeva nell'aspettazione; il
comandante de le milizie, partigiano dell'abbadia, minacciava castighi
ai facinorosi della Confraternita. La rivolta stava per irrompere.
Quand'ecco giungere su la piazza un soldato a cavallo latore di un
messaggio episcopale che dava la vittoria ai congregati.
L'ordine della pompa si dispiegò allora con insolita magnificenza per
le vie sparse di fiori. Un coro di cinquanta voci bianche cantò gli
inni della Passione; e dieci turiferarii incensarono tutta la città.
I baldacchini, gli stendardi, i ceri per la nuova ricchezza empirono
gli astanti di meraviglia. L'abate sconfitto non intervenne; ed in sua
vece Don Pasquale Carabba, il Gran Coadiutore, vestito dei paramenti
badiali, seguì con molta solennità d'incesso il feretro di Gesù.
Anna, nel frangente, aveva fatto voti per la vittoria dell'abate. Ma
la suntuosità della cerimonia la abbagliò; una specie di rapimento
la invase, allo spettacolo; ed ella sentì gratitudine anche per Don
Fiore Ussorio che passava reggendo nel pugno un cero immane. Poi, come
l'ultima schiera dei celebranti le giunse dinanzi, ella si mescolò
alla turba fanatica degli uomini, delle donne e de' fanciulli; e andò
così, quasi senza toccar terra, tenendo sempre gli occhi fissi al serto
culminante della -Mater dolorosa-. In alto, dall'uno all'altro balcone,
stavano tesi i drappi signorili consecutivamente; dalle case dei
panettieri pendevano rustiche forme d'agnelli materiate di fromento; ad
intervalli, nei trivii, nei quadrivii, un braciere acceso spandeva fumo
di aròmati.
La processione non passò sotto le finestre dell'abate. Di tratto in
tratto una specie di movimento irregolare correva lungo le file, come
se la schiera antesignana incontrasse un ostacolo. E n'era causa il
contrasto tra il crocifero della Confraternita e il luogotenente
delle milizie, i quali ambedue avevano ricevuto il comando di
seguire un itinerario diverso. Poichè il luogotenente non poteva usar
violenza senza commetter sacrilegio, vinse il crocifero. I congregati
esultavano; il comandante generale ardeva d'ira; il popolo s'empiva di
curiosità.
Quando la pompa, in vicinanza dell'arsenale, si rivolse per rientrare
nella chiesa di San Giacomo, Anna prese un vicolo obliquo e in pochi
passi fu su la porta madre. S'inginocchiò. Giungeva primo verso di lei
l'uomo portante il crocifisso gigantesco; seguivano gli stendardieri
che tenevano l'altissima asta in equilibrio su la fronte o sul mento,
atteggiandosi con dotto giuoco di muscoli. Poi, quasi in mezzo a una
nuvola d'incenso, venivano le altre schiere, i cori angelici, gli
incappati, le vergini, i signori, il clero, le milizie. Lo spettacolo
era grande. Una specie di terrore mistico teneva l'animo della donna.
Si avanzò sul vestibolo, secondo la consuetudine, un accolito munito
d'un largo piatto d'argento per ricevere i ceri. Anna guardava. Allora
fu che il comandante, spezzando tra i denti aspre parole contro la
Confraternita, gittò violentemente il suo cero nel piatto e voltò le
spalle con piglio minaccioso. Tutti rimasero allibiti. E nel momentaneo
silenzio si udì tintinnare la spada di colui che si allontanava. Solo
Don Fiore Ussorio ebbe la temerità di sorridere.
X.
I fatti per moltissimo tempo incitarono l'attività vocale dei cittadini
e furono causa di turbolenze. Come Anna era stata testimone dell'ultima
scena, alcuni vennero a lei per ragguagli. Ella raccontava sempre
con le stesse parole, pazientemente. La sua vita da allora fu tutta
spesa tra le pratiche religiose, gli uffici domestici e l'amore della
testuggine. Ai primi tepori d'aprile la testuggine uscì dal letargo.
Un giorno, d'improvviso, sbucò di sotto allo scudo la testa serpentina
e tentennò debolmente mentre i piedi erano ancora immersi nel torpore.
I piccoli occhi rimasero coperti a mezzo dalla palpebra. E l'animale,
forse non più consapevole d'essere captivo, si mosse finalmente con un
moto pigro e incerto, tastando co' piedi il suolo, spinto dal bisogno
di trovarsi il cibo come nella sabbia del suo bosco natale.
Anna, innanzi a quel risveglio, fu invasa da una tenerezza ineffabile e
stette a guardare con occhi umidi di lacrime. Poi prese la testuggine,
la mise sul letto, le offerì alcune foglie verdi. La testuggine esitava
a toccare le foglie, e nell'aprire le mandibole mostrava la lingua
carnosa come quella dei pappagalli. Gli indumenti del collo e delle
zampe parevano membrane flosce e giallognole di un corpo estinto. La
donna a quella vista si sentiva stringere da una gran misericordia; ed
eccitava al ristoro il bene amato, con le blandizie di una madre pel
figliuolo convalescente. Unse d'olio dolce lo scudo osseo; e, come il
sole vi percoteva sopra, le piastre pulite risplendevano più belle.
In queste cure passarono i mesi della primavera. Ma Zacchiele,
consigliato dalla stagione novella a maggiori impeti di amore, incalzò
la donna con così tenere supplicazioni che n'ebbe alfine una promessa
solenne. Le nozze si sarebbero celebrate il giorno precedente la
Natività di Gesù Cristo.
Allora l'idillio rifiorì. Mentre Anna attendeva alle opere dell'ago
pel corredo nuziale, Zacchiele leggeva ad alta voce la storia del Nuovo
Testamento. Le nozze di Cana, i prodigi del Redentore in Cafarnao, il
morto di Naim, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la liberazione
della figliuola della Cananea, i dieci lebbrosi, il cieco nato, la
risurrezione di Lazzaro, tutte quelle narrazioni miracolose rapirono
l'animo della donna. Ed ella pensò lungamente a Gesù che entrava in
Gerusalemme cavalcando un'asina, mentre i popoli stendevano su la sua
via le vesti e spargevano fronde.
Nella stanza l'erbe di timo odoravano in un vaso di terra. La
testuggine veniva talvolta alla cucitrice e le tentava con la bocca il
lembo delle tele o le morsicchiava il cuoio sporgente delle scarpe.
Un giorno Zacchiele, nel leggere la parabola del Figliuol Prodigo,
sentendosi d'improvviso qualche cosa di mobile tra i piedi, per un
involontario moto di ribrezzo diede co' piedi un urto; e la testuggine
urtata andò a battere contro la parete e rimase capovolta. Il guscio
dorsale si scheggiò in più parti; un po' di sangue apparve da una delle
zampe che l'animale agitava inutilmente per riprendere la posizione
primitiva.
Se bene l'infelice amante si mostrò atterrito del fatto e
inconsolabile, Anna dopo quel giorno si chiuse in una specie di
severità diffidente, non parlò più, non volle più ascoltare la lettura.
E così il figliuol prodigo rimase per sempre sotto gli alberi delle
ghiande a guardare i porci del suo signore.
XI.
Nella grande alluvione dell'ottobre (1857) Zacchiele morì. La cascina
dov'egli abitava, nei dintorni dei Cappuccini, fuori di Porta-Giulia,
fu invasa dalle acque. Le acque inondarono tutta la campagna, dal
colle d'Orlando fino al Colle di Castellammare; e, poichè avevano
attraversato vastissimi sedimenti d'argilla, erano sanguigne come
nella favola antica. Le cime degli alberi emergevano qua e là su quel
sangue melmoso ed estuoso. Per intervalli, dinanzi al forte passavano
in precipizio tronchi enormi con tutte le radici, masserizie, materie
di forme irriconoscibili, gruppi di bestiami non ancora morti che
urlavano e sparivano e riapparivano e si perdevano in lontananza. I
branchi dei bovi, in ispecie, davano uno spettacolo mirabile: i grossi
corpi biancastri s'incalzavano l'un l'altro, le teste si ergevano
disperatamente fuori dell'acqua, furiosi intrecciamenti di corna
avvenivano nell'impeto del terrore. Come il mare era di levante, le
onde alla foce rigurgitavano. Il lago salso della Palata e gli estuarii
si riunirono col fiume. Il forte divenne un'isola perduta.
Nell'interno le vie si sommersero; la casa di Donna Cristina ebbe
la linea delle acque sino a metà della scala. Il fragore cresceva di
continuo, mentre le campane sonavano a distesa. I forzati, dentro le
carceri, urlavano.
Anna, credendo a qualche supremo castigo dell'Altissimo, ricorse
alla salvezza delle preghiere. Il secondo giorno, come salì su la
sommità della colombaia, non vide che acque e acque in torno sotto le
nuvole, e scorse poi cavalli sbigottiti che galoppavano in furia su le
troniere di San Vitale. Discese, stupida, con la mente sconvolta; e la
persistenza del fragore e l'oscurità dell'aria le fecero smarrire ogni
nozione del luogo e del tempo.
Quando l'alluvione cominciò a decrescere, la gente del contado entrò
nella città per mezzo di palischermi. Uomini, donne e fanciulli,
avevano su la faccia e negli occhi la stupefazione dolorosa. Tutti
narravano fatti tristi. E un bifolco dei Cappuccini venne alla casa
Basile per annunziare che Don Zacchiele se n'era andato -a marina-.
Il bifolco parlava semplicemente, narrando la morte. Disse che in
vicinanza dei Cappuccini certe femmine avevano legato i figliuoli
lattanti su la cima di un grande albero per salvarli dall'acqua e che
i vortici avevano sradicato l'albero trascinandosi le cinque creature.
Don Zacchiele stava sul tetto con altri cristiani in un mucchio
compatto, urlando; e il tetto stava già per sommergersi; e cadaveri
d'animali e rami rotti venivano già a urtare contro i disperati. Quando
finalmente l'albero dei lattanti passò di là sopra, la violenza fu così
terribile che dopo il suo passaggio non si vide più traccia di tetto nè
di cristiani.
Anna ascoltò senza piangere; e nella sua mente percossa il racconto di
quella morte, con quell'albero dei cinque pargoli e con quelli uomini
ammucchiati tutti sopra un tetto e con quei cadaveri di bestie che
andavano a urtar contro, suscitò una specie di meraviglia superstiziosa
simile a quella suscitatale da certe narrazioni del Vecchio Testamento.
Ella salì con lentezza alla sua stanza, e cercò di raccogliersi.
Il sole modesto splendeva sul davanzale; la testuggine in un angolo
dormiva ricoverata sotto il suo scudo; un cinguettío di passeri veniva
dagli émbrici. Tutte queste cose naturali, questa usuale tranquillità
della vita circonstante, a poco a poco la rasserenarono. Dal fondo di
quella momentanea calma alfine sorse chiaro il dolore; ed ella chinò la
testa sul petto, in un grande sconforto.
Allora le punse l'animo il rimorso d'aver serbato contro Zacchiele
quella specie di muto rancore per tanto tempo; e i ricordi a uno a uno
vennero ad assalirla; e le virtù del defunto le rifulgevano ora alla
memoria più religiosamente. Poichè l'onda del dolore cresceva, ella si
alzò, andò verso il letto, vi si distese bocconi. E i suoi singhiozzi
risonavano tra il cinguettío degli uccelli.
Dopo, quando le lacrime si arrestarono, la quiete della rassegnazione
cominciò a discenderle nell'animo; ed ella pensò che tutte le cose
della terra sono caduche, e che noi dobbiamo conformarci alla volontà
del Signore. L'unzione di questo semplice atto d'abbandono le sparse
sul cuore un'abbondanza di dolcezza. Ella si sentì libera da ogni
inquietudine, e trovò il riposo in quell'umile e ferma confidenza.
Da allora nella sua regola non fu che questa clausola: -- La soprana
volontà di Dio, sempre giusta, sempre adorabile, sia fatta in tutte le
cose, sia lodata ed esaltata per tutta l'eternità.
XII.
Così alla figlia di Luca fu aperta la vera strada del paradiso. E
il giro del tempo per lei non fu determinato se non dalle ricorrenze
ecclesiastiche. Quando il fiume rientrò nell'alveo, uscirono per ordine
consecutivo di giorni molte processioni nella città e nelle campagne.
Ella le seguì tutte, insieme con il popolo, cantando il -Te Deum-. Le
vigne in torno erano devastate; il terreno era molle e l'aria pregna di
vapori biondi, singolarmente luminosa, come nelle primavere palustri.
Poi venne la festa d'Ognissanti; poi, la solennità dei Morti. Grandi
messe furono celebrate in suffragio delle vittime dell'alluvione. Nel
Natale Anna volle fare il presepe; comprò un bambino di cera, Maria,
san Giuseppe, il bove, l'asino, i re Magi e i pastori. Accompagnata
dalla figlia del sagrestano, ella andò per i fossati della via Salaria
a cercare il musco. Sotto la vitrea serenità iemale i latifondi
riposavano pingui di limo; la fattoria d'Albarosa si scorgeva sul colle
tra gli olivi; nessuna voce turbava il silenzio. Anna, come scopriva
il musco, si chinava e con un coltello tagliava la zolla. Al contatto
delle fredde erbe le sue mani divenivano lievemente violacee. Di
tratto in tratto, alla vista di una zolla più verde, le sfuggiva una
esclamazione di contentezza. Quando il canestro fu pieno, ella sedette
sul ciglio del fossato, con la fanciulla. I suoi occhi salirono pel
sentiero dell'oliveto, lentamente, e si fermarono alle mura bianche
della fattoria che pareva un edifizio claustrale. Allora ella chinò
la fronte, assalita da un pensiero. Poi d'un tratto si volse alla
compagna. -- Non aveva mai veduto macinare le olive? -- E cominciò
a figurar l'opera delle macine con molta prolissità di parole; e,
come parlava, a poco a poco le salivano dall'animo altri ricordi, le
venivano su la bocca spontaneamente a uno a uno, e le passavano nella
voce con un piccolo tremito.
Quella fu l'ultima debolezza. Nell'aprile del 1858, poco dopo
la Pasqua maggiore, ella infermò. Stette nel letto quasi durante
un mese, tormentata dall'infiammazione pulmonare. Donna Cristina
veniva la mattina e la sera nella stanza a visitarla. Una vecchia
fantesca, che faceva pubblica professione d'assistere i malati, le
somministrava i medicamenti. Poi la testuggine le rallegrò i giorni
della convalescenza. E come l'animale era estenuato dal digiuno, ed
era tutto aridamente pelloso, Anna vedendosi macilente, e sentendosi
anch'essa affievolita, provava quella specie di appagamento interiore
che noi proviamo quando una stessa sofferenza ci accomuna alla persona
diletta. Un tepore molle saliva dagli émbrici coperti di licheni,
verso i convalescenti; nel cortile i galli cantavano: e una mattina due
rondini entrarono d'improvviso, batterono l'ali in torno alla stanza e
fuggirono.
Quando Anna tornò la prima volta nella chiesa, dopo la guarigione,
era la Pasqua delle rose. Ella, nell'entrare, aspirò il profumo
dell'incenso cupidamente. Camminò piano, lungo la navata, per ritrovare
il posto dove soleva prima inginocchiarsi; e si sentì prendere da
una sùbita gioia, quando scorse finalmente tra le lapidi mortuarie
quella che portava nel mezzo un bassorilievo tutto consunto. Vi piegò
i ginocchi sopra, e si mise a pregare. La gente aumentava. A un certo
punto della cerimonia due accoliti scesero dal coro con due bacini
d'argento colmi di rose, e cominciarono a spargere i fiori su le
teste dei prostrati, mentre l'organo sonava un inno giocondo. Anna era
rimasta china, in una specie di estasi che le davano la beatitudine del
misterio celebrato e il senso vagamente voluttuoso della guarigione.
Come alcune rose vennero a caderle su la persona, ella n'ebbe un
fremito lungo. E la povera donna nulla aveva provato nella sua vita di
più dolce che quel fremito di delizia mistica e il susseguito languore.
La Pasqua rosata rimase perciò la festività prediletta di Anna, e
ritornò periodicamente senza alcun episodio notevole. Nel 1860 la città
fu turbata da gravi agitazioni. Si udivano spesso nella notte i rulli
dei tamburi, gli allarmi delle sentinelle, i colpi della moschetteria.
Nella casa di Donna Cristina si manifestò un più vivo fervore di azione
tra i cinque proci. Anna non si sbigottì; ma visse in un raccoglimento
profondo, non prendendo conoscenza degli avvenimenti pubblici nè
di quelli domestici, adempiendo ai suoi uffici con un'esattezza
macchinale.
Nel mese di settembre la fortezza di Pescara fu evacuata; le milizie
borboniche si sbandarono, gittando armi e bagagli nelle acque del
fiume; stuoli di cittadini corsero le vie con liberali acclamazioni
di gioia. Anna, come seppe che l'abate Cennamele era fuggito
precipitosamente, pensò che i nemici della Chiesa di Dio avessero
ottenuto il trionfo; e n'ebbe molto dolore.
Dopo, la sua vita si svolse in pace, lungo tempo. Lo scudo della
testuggine crebbe in latitudine e divenne più opaco; la pianta del
tabacco annualmente sorse, fiorì e cadde; le sagge rondini in ogni
autunno partirono per la terra dei Faraoni. Nel 1865 alfine la gran
contesa dei proci terminò con la vittoria di Don Fileno d'Amelio.
Le nozze si celebrarono nel mese di marzo, con solenne giocondità
di conviti. E vennero allora ad ammannire vivande preziose due padri
cappuccini, Fra Vittorio e Fra Mansueto.
Erano costoro i due che di tutta la compagnia rimanevano, dopo la
soppressione, a custodire il cenobio. Fra Vittorio era un sessagenario
invermigliato fortificato e letificato dal succo dell'uva. Una piccola
benda verde gli copriva l'infermità dell'occhio destro, e il sinistro
gli scintillava pieno di vivezza penetrante. Egli esercitava fin dalla
gioventù l'arte farmaceutica; e, come aveva pratica molta di cucina, i
signori solevano chiamarlo in occasione di festeggiamenti. Nell'opere
aveva gesti rudi che gli scoprivano fuor delle ampie maniche le braccia
villose; la sua barba si moveva tutta ad ogni moto della bocca; la
sua voce si frangeva in stridori. Fra Mansueto in vece era un vecchio
macilente, con una testa caprina da cui pendeva una barbicola candida,
con due occhi giallognoli pieni di sommissione. Egli coltivava l'orto,
e questuando portava l'erbe mangerecce per le case. Nell'aiutare il
compagno prendeva attitudini modeste, zoppicava da un piede; parlava
nel molle idioma patrio di Ortona, e, forse in memoria della leggenda
di san Tommaso, esclamava: -- -Pe' li Turchi!- -- ad ogni momento,
lisciandosi con una mano il cranio polito.
Anna attendeva a porgere i piatti, gli arnesi, i vasellami di rame.
Le pareva ora che la cucina assumesse una sorta di solennità sacra per
la presenza dei frati. Ella restava intenta a guardare tutti gli atti
di Fra Vittorio, presa da quella trepidazione che le persone semplici
provano in cospetto degli uomini dotati di qualche virtù superiore.
Ammirava ella in ispecie il gesto infallibile con cui il gran
cappuccino spargeva su gli intingoli certe sue droghe segrete, certi
suoi aromi particolari. Ma l'umiltà, la mitezza, la modesta arguzia di
Fra Mansueto a poco a poco la conquistarono. E i legami della comune
patria e quelli più sensibili del comune idioma strinsero l'una e
l'altro d'amicizia.
Come essi conversavano, i ricordi del passato pullulavano nelle loro
parole. Fra Mansueto aveva conosciuto Luca Minella e si trovava nella
basilica quando accadde la morte di Francesca Nobile tra i pellegrini.
-- -Pe' li Turchi!- -- Egli aveva anzi dato aiuto a trasportare il
cadavere fino alle case di Porta Caldara; e si ricordava che la morta
aveva addosso una veste di seta gialla e tante collane d'oro...
Anna divenne triste. Nella sua memoria il fatto fino a quel momento era
rimasto confuso, vago, quasi incerto, attenuato dal lunghissimo stupore
inerte che aveva seguito i primi accessi del mal caduco. Ma quando Fra
Mansueto disse che la morta stava in paradiso, perchè chi muore per
causa di religione va fra i santi, Anna provò una dolcezza indicibile e
si sentì d'un tratto crescere nell'animo una immensa adorazione per la
santità della madre.
Allora, per rammentare i luoghi del paese nativo, ella si mise a
discorrere su la basilica dell'Apostolo, minutamente, determinando le
forme degli altari, la positura delle cappelle, il numero degli arredi,
le figurazioni della cupola, le attitudini delle immagini, le divisioni
del pavimento, i colori delle vetrate. Fra Mansueto la secondava con
benignità; e, poichè egli era stato ad Ortona alcuni mesi innanzi,
raccontò le nuove cose vedute. -- L'Arcivescovo di Orsogna aveva donato
alla basilica un ciborio d'oro con incrostature di pietre preziose. La
Confraternita del SS. Sacramento aveva rinnovato tutti i legnami e i
corami degli stalli. Donna Blandina Onofrii aveva fornita una intera
muta di parati consistente in pianete dalmatiche stole piviali cotte.
Anna ascoltava avidamente; e il desiderio di vedere le nuove cose e di
riveder le antiche cominciò a tormentarla. Ella, quando il cappuccino
tacque, si rivolse a lui con un'aria tra di letizia e di timidezza. --
La festa di maggio si avvicinava. Se andassero?
XIII.
Alle calende di maggio la donna, avuta licenza da Donna Cristina, fece
gli apparecchi. Inquietudine le nacque nell'animo per la testuggine.
-- Doveva lasciarla? o portarla seco? -- Stette lungamente in forse; e
infine deliberò di portarla, per sicurezza. La pose dentro un canestro,
tra i panni suoi e le scatole di confetture che Donna Cristina inviava
a Donna Veronica Monteferrante, abadessa del monastero di Santa
Caterina.
Su l'alba Anna e Fra Mansueto si misero in cammino. Anna aveva in
principio il passo spedito, l'aspetto gaio: i capelli, già quasi tutti
canuti, le si piegavano lucidi sotto il fazzoletto. Il frate zoppicava
reggendosi a una mazza, e le bisacce vuote gli penzolavano dalle
spalle. Come essi giunsero al bosco dei pini, fecero la prima sosta.
Il bosco, al mattino di maggio, ondeggiava immerso nel suo profumo
natale, voluttuosamente, tra il sereno del cielo e il sereno del mare.
I tronchi gemevano la ragia. I merli fischiavano. Tutte le fonti della
vita parevano aperte su la trasfigurazione della terra.
Anna sedette sopra l'erba; offerse al cappuccino pane e frutta; e
si mise a discorrere della festività, ad intervalli, mangiando. La
testuggine tentava con le zampe anteriori l'orlo del canestro, e la sua
timida testa serpigna sporgeva e si ritraeva negli sforzi. Poi che Anna
l'aiutò a discendere, la bestia prese ad avanzare sul musco verso un
cespuglio di mirto, con minor lentezza, forse sentendo in sè levarsi
confusamente la gioia della primitiva libertà. E il suo scudo tra il
verde pareva più bello.
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