serenità nivale. Gli alberi s'inclinavano in attitudini pacifiche alla
contemplazione delle acque fuggitive. Quasi un respiro lento e solenne
emanava dal sonno del fiume sotto la luna. Le rane cantavano.
Turlendana stava quasi nascosto tra le piante. Le mani gli tremavano
su i ginocchi. D'improvviso, egli sentì sotto di sè muoversi qualche
cosa di vivo: una rana! Gittò un grido, si levò, si diede a correre
traballando, in mezzo ai salici che lo fustigavano. Pel disordine de'
suoi spiriti, egli era atterrito come da un fatto soprannaturale.
A un avvallamento del terreno cadde, bocconi, con la faccia su l'erba.
Si rialzò a gran fatica, e stette un momento a riguardare in torno gli
alberi.
Le forme argentee dei pioppi sorgevano immobili nell'aria, taciturne;
e parevano inalzarsi fino alla luna, per un prolungamento ingannevole
delle loro cime. Le rive del fiume si dileguavano indefinite,
quasi immateriali, come le imagini dei paesi nei sogni. Su la parte
destra gli estuari risplendevano d'una bianchezza abbagliante, d'una
bianchezza salina, su cui ad intervalli le ombre gittate dalle nuvole
migratrici passavano mollemente come veli azzurri. Più lungi la selva
chiudeva l'orizzonte. Il profumo della selva e il profumo del mare si
mescolavano.
-- Oh Turlendana! ooooh! -- gridò una voce, chiarissima.
Turlendana, stupefatto, si volse.
-- Oh Turlendanaaaaa!
E Binchi-Banche apparve in compagnia di un finanziere, su 'l principio
di un sentiero praticato dai marinai tra il folto dei salci.
-- Addó vai a 'st'ora? A piagne lu camelo? -- chiese Binchi-Banche
avvicinandosi.
Turlendana non rispose subito. Si reggeva con le mani le brache,
teneva le ginocchia un po' piegate innanzi; e nella faccia aveva una
così strana espression di stupidezza e balbettava così miseramente che
Binchi-Banche e il finanziere scoppiarono in grasse risa.
-- Va, va -- disse l'omiciattolo grinzoso, prendendo l'ebro per le spalle
e incamminandola verso la marina.
Turlendana andò innanzi. Binchi-Banche ed il finanziere seguitavano a
distanza, ridendo e parlando a voce bassa.
Ora la verdura terminava e incominciavano la sabbie. Si udiva mormorare
la maretta alla foce della Pescara.
In una specie di bassura arenosa, tra le dune, Turlendana si incontrò
con la carogna di Barbarà non ancora sepolta. Il gran corpo, tutto
spellato, era sanguinolento; le masse adipose della schiena anche
erano scoperte ed apparivano d'un colore giallognolo; su le gambe e su
le cosce la pelle rimaneva con tutti i peli e i dischi callosi; nella
bocca si vedevano i due denti enormi, angolosi, ricurvi della mandibola
superiore e la lingua bianchiccia; il labbro di sotto era, chi sa
perchè, reciso; e il collo somigliava ad un tronco di serpente.
Turlendana, in conspetto di quello strazio, si mise a gridare scotendo
la testa. Faceva un verso singolare, che non pareva umano.
-- Ahò! Ahò! Ahò!
Poi, volendo chinarsi su 'l camello, stramazzò; si agitò invano per
rialzarsi; e, vinto dal torpore del vino, rimase senza conoscenza.
Binchi-Banche e il finanziere, come lo videro cadere, sopraggiunsero.
Lo presero, l'uno da capo e l'altro da piedi; lo sollevarono, e
lo adagiarono lungo su 'l corpo di Barbarà, atteggiandolo a un
abbracciamento d'amore. Sghignazzavano i due operando.
E così Turlendana giacque co 'l camello, sino all'aurora.
IL CERUSICO DI MARE.
Il trabaccolo -Trinità-, carico di fromento, salpò alla volta della
Dalmazia, verso sera. Navigò lungo il fiume tranquillo, fra le paranze
di Ortona ancorate in fila, mentre su la riva si accendevano fuochi e
i marinai reduci cantavano. Passando quindi pianamente la foce angusta,
uscì nel mare.
Il tempo era benigno. Nel cielo di ottobre, quasi a fior delle acque,
la luna piena pendeva come una dolce lampada rosea. Le montagne e le
colline, dietro, avevano forma di donne adagiate. In alto, passavano le
oche selvatiche, senza gridare, e si dileguavano.
I sei uomini e il mozzo prima manovrarono d'accordo per prendere il
vento. Poi, come le vele si gonfiarono nell'aria tutte colorate in
rosso e segnate di figure rudi, i sei uomini si misero a sedere e
cominciarono a fumare tranquillamente.
Il mozzo prese a cantarellare una canzone della patria, a cavalcioni su
la prua.
Disse Talamonte maggiore, gittando un lungo sprazzo di saliva su
l'acqua e rimettendosi in bocca la pipa gloriosa:
-- Lu tembe n'n ze mandéne.
Alla profezia, tutti guardarono verso il largo; e non parlarono. Erano
marinai forti e indurati alle vicende del mare. Avevano altre volte
navigato alle isole dàlmate, e a Zara, a Trieste, a Spàlato; sapevano
la via. Alcuni anche rammentavano con dolcezza il vino di Dignano, che
ha il profumo delle rose, e i frutti delle isole.
Comandava il trabaccolo Ferrante La Selvi. I due fratelli Talamonte,
Cirù, Massacese e Gialluca formavano l'equipaggio, tutti nativi di
Pescara. Nazareno era il mozzo.
Essendo il plenilunio, indugiarono su'l ponte. Il mare era sparso di
paranze che pescavano. Ogni tanto una coppia di paranze passava accanto
al trabaccolo; e i marinai si scambiavano voci, familiarmente. La
pesca pareva fortunata. Quando le barche si allontanarono e le acque
ridivennero deserte, Ferrante e i Talamonte discesero sotto coperta
per riposare. Massacese e Gialluca, poi ch'ebbero finito di fumare,
seguirono l'esempio. Cirù rimase di guardia.
Prima di scendere, Gialluca, mostrando al compagno una parte del collo,
disse:
-- Guarda che tenghe a qua.
Massacese guardò e disse:
-- Na cosa da niente. N'n ce penzà.
C'era un rossore simile a quello che produce la puntura di un insetto,
e in mezzo al rossore un piccolo nodo.
Gialluca soggiunse:
-- Me dole.
Nella notte si mutò il vento; e il mare cominciò ad ingrossare. Il
trabaccolo si mise a ballare sopra le onde, trascinato a levante,
perdendo cammino. Gialluca, nella manovra, gittava ogni tanto un
piccolo grido, perchè ad ogni movimento brusco del capo sentiva dolore.
Ferrante La Scivi gli domandò:
-- Che tieni?
Gialluca, alla luce dell'alba, mostrò il suo male. Su la cute il
rossore era cresciuto, ed un piccolo tumore aguzzo appariva nel mezzo.
Ferrante, dopo avere osservato, disse anche lui:
-- Na cosa da niente. N'n ce penzà.
Gialluca prese un fazzoletto e si fasciò il collo. Poi si mise a fumare.
Il trabaccolo, scosso dai cavalloni e trascinato dal vento contrario,
fuggiva ancora verso levante. Il rumore del mare copriva le voci.
Qualche ondata si spezzava sul ponte, ad intervalli, con un suono
sordo.
Verso sera la burrasca si placò; e la luna emerse come una cupola di
fuoco. Ma poichè il vento cadde, il trabaccolo rimase quasi fermo nella
bonaccia; le vele si afflosciarono. Di tanto in tanto sopravveniva un
soffio passeggiero.
Gialluca si lamentava del dolore. Nell'ozio, i compagni cominciarono
ad occuparsi del suo male. Ciascuno suggeriva un rimedio differente.
Cirù, ch'era il più anziano, si fece innanzi e suggerì un empiastro di
mele e di farina. Egli aveva qualche vaga cognizione medica, perchè la
moglie sua in terra esercitava la medicina insieme con l'arte magica e
guariva i mali con i farmachi e con le cabale. Ma la farina e le mele
mancavano. La galletta non poteva essere efficace.
Allora Cirù prese una cipolla e un pugno di grano: pestò il grano,
tagliuzzò la cipolla, e compose l'empiastro. Al contatto di quella
materia, Gialluca sentì crescere il dolore. Dopo un'ora si strappò dal
collo la fasciatura e gittò ogni cosa in mare, invaso da un'impazienza
irosa. Per vincere il fastidio, si mise al timone e resse la sbarra
lungo tempo. S'era levato il vento, e le vele palpitavano gioiosamente.
Nella chiara notte un'isoletta, che doveva essere Pelagosa, apparve in
lontananza come una nuvola posata su l'acqua.
Alla mattina Cirù, che omai aveva impreso a curare il male, volle
osservare il tumore. La gonfiezza erasi dilatata occupando gran parte
del collo ed aveva assunta una nuova forma e un colore più cupo che su
l'apice diveniva violetto.
-- E che è quesse? -- egli esclamò, perplesso, con un suono di voce
che fece trasalire l'infermo. E chiamò Ferrante, i due Talamonte, gli
altri.
Le opinioni furono varie. Ferrante imaginò un male terribile da cui
Gialluca poteva rimanere soffocato. Gialluca, con gli occhi aperti
straordinariamente, un po' pallido, ascoltava i prognostici. Come
il cielo era coperto di vapori, e il mare appariva cupo e stormi
di gabbiani si precipitavano verso la costa gridando, una specie di
terrore scese nell'animo di lui.
Alla fine Talamonte minore sentenziò:
-- È 'na fava maligna.
Gli altri assentirono:
-- Eh, po èsse'.
Infatti, il giorno dopo, la cuticola del tumore fu sollevata da un
siero sanguigno e si lacerò. E tutta la parte prese l'apparenza d'un
nido di vespe, d'onde sgorgavano materie purulente in abbondanza.
L'infiammazione e la suppurazione si approfondivano e si estendevano
rapidamente.
Gialluca, atterrito, invocò san Rocco che guarisce le piaghe. Promise
dieci libbre di cera, venti libbre. Egli s'inginocchiava in mezzo al
ponte, tendeva le braccia verso il cielo, faceva i voti con un gesto
solenne, nominava il padre, la madre, la moglie, i figliuoli. D'in
torno, i compagni si facevano il segno della croce, gravemente, ad ogni
invocazione.
Ferrante La Selvi, che sentì giungere un gran colpo di vento, gridò con
la voce rauca un comando, in mezzo al romorìo del mare. Il trabaccolo
si piegò tutto sopra un fianco. Massacese, i Talamonte, Cirù si
gittarono alla manovra. Nazareno strisciò lungo un albero. Le vele in
un momento furono ammainate: rimasero i due fiocchi. E il trabaccolo,
barcollando da banda a banda, si mise a correre a precipizio su la cima
dei flutti.
-- Sante Rocche! Sante Rocche! -- gridava con più fervore Gialluca,
eccitato anche dal tumulto circostante, curvo su le ginocchia e su le
mani per resistere al rullìo.
Di tratto in tratto un'ondata più forte si rovesciava su la prua:
l'acqua salsa invadeva il ponte da un capo all'altro.
-- Va a basse! -- gridò Ferrante a Gialluca.
Gialluca discese nella stiva. Egli sentiva un calore molesto e
un'aridezza febrile per tutta la pelle: e la paura del male gli
chiudeva lo stomaco. Là sotto, nella luce fievole, le forme delle cose
assumevano apparenze singolari. Si udivano i colpi profondi del flutto
contro i fianchi del naviglio e gli scricchiolii di tutta quanta la
compagine.
Dopo mezz'ora, Gialluca riapparve su 'l ponte, smorto come se uscisse
da un sepolcro. Egli amava meglio stare all'aperto, esporsi all'ondata,
vedere gli uomini, respirare il vento.
Ferrante, sorpreso da quel pallore, gli domandò:
-- E mo' che tieni?
Gli altri marinai, dai loro posti, si misero a discutere i rimedii;
ad alta voce, quasi gridando, per superare il fragore della burrasca.
Si animavano. Ciascuno aveva un metodo suo. Ragionavano con sicurezza
di dottori. Dimenticavano il pericolo, nella disputa. Massacese aveva
visto, due anni avanti, un vero medico operare sul fianco di Giovanni
Margadonna, in un caso simile. Il medico tagliò, poi strofinò con pezzi
di legno intinti in un liquido fumante, bruciò così la piaga. Levò
con una specie di cucchiaio la carne arsa che somigliava fondiglio di
caffè. E Margadonna fu salvo.
Massacese ripeteva, quasi esaltato, come un cerusico feroce:
-- S'ha da tajià! S'ha da tajià!
E faceva l'atto del taglio, con la mano, verso l'infermo.
Cirù fu del parere di Massacese. I due Talamonte anche convennero.
Ferrante La Selvi scoteva il capo.
Allora Cirù fece a Gialluca la proposta. Gialluca si rifiutò.
Cirù, in un impeto brutale ch'egli non potè trattenere gridò:
-- Muòrete!
Gialluca divenne più pallido e guardò il compagno con due larghi occhi
pieni di terrore
Cadeva la notte. Il mare nell'ombra pareva che urlasse più forte. Le
onde luccicavano, passando nella luce gittata dal fanale di prua.
La terra era lontana. I marinai stavano afferrati a una corda per
resistere contro i marosi. Ferrante governava il timone, gettando di
tratto in tratto una voce nella tempesta:
-- Va a basse, Giallù!
Gialluca, per una strana ripugnanza a trovarsi solo, non voleva
discendere quantunque il male lo travagliasse. Anch'egli si teneva
alla corda, stringendo i denti nel dolore. Quando veniva una ondata,
i marinai abbassavano la testa e mettevano un grido concorde, simile a
quello con cui sogliono accompagnare un comune sforzo nella fatica.
Uscì la luna da una nuvola, diminuendo l'orrore. Ma il mare si mantenne
grosso tutta la notte.
La mattina Gialluca, smarrito, disse ai compagni:
-- Tajiáte.
I compagni prima s'accordarono gravemente; tennero una specie di
consulto decisivo. Poi osservarono il tumore ch'era eguale al pugno
di un uomo. Tutte le aperture, che dianzi gli davano l'apparenza di un
nido di vespe o di un crivello, ora ne formavano una sola.
Disse Massacese:
-- Curagge! Avande!
Egli doveva essere il cerusico. Provò su l'unghia la tempra delle lame.
Scelse infine il coltello di Talamonte maggiore, ch'era affilato di
fresco. Ripetè:
-- Curagge! Avande!
Quasi un fremito d'impazienza scoteva lui e gli altri.
L'infermo ora pareva preso da uno stupidimento cupo. Teneva gli occhi
fissi su 'l coltello, senza dire niente, con la bocca semiaperta, con
le mani penzoloni lungo i fianchi, come un idiota.
Cirù lo fece sedere, gli tolse la fasciatura, mettendo con le labbra
quei suoni istintivi che indicano il ribrezzo. Un momento, tutti si
chinarono su la piaga, in silenzio, a guardare. Massacese disse:
-- Cusì e cusì, -- indicando con la punta del coltello la direzione dei
tagli.
Allora, d'un tratto, Gialluca ruppe in un gran pianto. Tutto il suo
corpo veniva scosso dai singhiozzi.
-- Curagge! Curagge! -- gli ripetevano i marinai, prendendolo per le
braccia.
Massacese incominciò l'opera. Al primo contatto della lama, Gialluca
gittò un urlo; poi stringendo i denti, metteva quasi un muggito
soffocato.
Massacese tagliava lentamente, ma con sicurezza; tenendo fuori la
punta della lingua, per una abitudine ch'egli aveva nel condur le cose
con attenzione. Come il trabaccolo barcollava, il taglio riusciva
ineguale; il coltello ora penetrava più, ora meno. Un colpo di mare
fece affondare la lama dentro i tessuti sani. Gialluca gittò un altro
urlo, dibattendosi, tutto sanguinante, come una bestia tra le mani dei
beccai. Egli non voleva più sottomettersi.
-- No, no, no!
-- Vien' a qua! Vien' a qua! -- gli gridava Massacese, dietro, volendo
seguitare la sua opera perchè temeva che il taglio interrotto fosse più
pericoloso.
Il mare, ancora grosso, romoreggiava in torno, senza fine. Nuvole in
forma di trombe sorgevano dall'ultimo termine ed abbracciavano il
cielo deserto d'uccelli. Oramai, in mezzo a quel frastuono, sotto
quella luce, una eccitazione singolare prendeva quegli uomini.
Involontariamente, essi nel lottare col ferito per tenerlo fermo,
s'adiravano.
-- Vien' a qua!
Massacese fece altre quattro o cinque incisioni, rapidamente, a
caso. Sangue misto a materie biancastre sgorgava dalle aperture.
Tutti n'erano macchiati, tranne Nazareno che stava a prua, tremante,
sbigottito dinanzi all'atrocità della cosa.
Ferrante La Selvi, che vedeva la barca pericolare, diede un comando a
squarciagola:
-- Molla le scòtteee! Butta 'l timone a l'ôrsa!
I due Talamonte, Massacese, Cirù manovrarono. Il trabaccolo riprese
a correre beccheggiando. Si scorgeva Lissa in lontananza. Lunghe zone
di sole battevano su le acque, sfuggendo di tra le nuvole; e variavano
secondo le vicende celesti.
Ferrante rimase alla sbarra. Gli altri marinai tornarono a Gialluca.
Bisognava nettare le aperture, bruciare, mettere le filacce.
Ora il ferito era in una prostrazione profonda. Pareva che non capisse
più nulla. Guardava i compagni, con due occhi smorti, già torbidi come
quelli degli animali che stanno per morire. Ripeteva ad intervalli,
quasi fra sè:
-- So' morto! So' morto!
Cirù, con un po' di stoppa grezza, cercava di pulire; ma aveva la mano
rude, irritava la piaga. Massacese, volendo fino all'ultimo seguire
l'esempio del cerusico di Margadonna, aguzzava certi pezzi di legno
d'abete, con attenzione. I due Talamonte si occupavano del catrame,
poichè il catrame bollente era stato scelto per bruciare la piaga.
Ma era impossibile accendere il fuoco su 'l ponte che ad ogni momento
veniva allagato. I due Talamonte discesero sotto coperta.
Massacese gridò a Cirù:
-- Lava nghe l'acqua de mare!
Cirù seguì il consiglio. Gialluca si sottometteva a tutto, facendo un
lagno continuo, battendo i denti. Il collo gli era diventato enorme,
tutto rosso, in alcuni punti quasi violaceo. In torno alle incisioni
cominciavano ad apparire alcune chiazze brunastre. L'infermo provava
difficoltà a respirare, a inghiottire; e lo tormentava la sete.
-- Arcummánnete a sante Rocche -- gli disse Massacese che aveva finito di
aguzzare i pezzi di legno e che aspettava il catrame.
Spinto dal vento, il trabaccolo ora deviava in su, verso Sebenico,
perdendo di vista l'isola. Ma quantunque le onde fossero ancora forti,
la burrasca accennava a diminuire. Il sole era a mezzo del cielo, tra
nuvole color di ruggine.
I due Talamonte vennero con un vaso di terra pieno di catrame fumante.
Gialluca s'inginocchiò, per rinnovare il voto al santo. Tutti si fecero
il segno della croce.
-- Oh sante Rocche, sálveme! Te 'mprumette 'na lampa d'argente e
l'uoglie pe' tutte l'anne e trenta libbre de ciere. Oh sante Rocche,
sálveme tu! Tenghe la mojie e li fijie... Pietà! Misericordie, sante
Rocche mi'!
Gialluca teneva congiunte le mani; parlava con voce che pareva non
fosse più la sua. Poi si rimise a sedere, dicendo semplicemente a
Massacese:
-- Fa.
Massacese avvolse in torno ai pezzi di legno un po' di stoppa; e a mano
a mano ne tuffava uno nel catrame bollente e con quello strofinava la
piaga. Per rendere più efficace e profonda la bruciatura, versò anche
il liquido nelle ferite. Gialluca non mosse un lamento. Gli altri
rabbrividivano, in conspetto di quello strazio.
Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto, scotendo il capo:
-- L'avet'accise!
Gli altri portarono sotto coperta Gialluca semivivo; e l'adagiarono
sopra una branda. Nazareno rimase a guardia, presso l'infermo. Si
udivano di là le voci gutturali di Ferrante che comandava la manovra e
i passi precipitati dei marinai. La -Trinità- virava, scricchiolando. A
un tratto Nazareno si accorse d'una falla in cui entrava acqua; chiamò.
I marinai discesero, in tumulto. Gridavano tutti insieme, provvedendo
in furia a riparare. Pareva un naufragio.
Gialluca, benchè prostrato di forze e d'animo, si rizzò su la branda,
imaginando che la barca andasse a picco; e s'aggrappò disperatamente a
uno dei Talamonte. Supplicava, come una femmina:
-- Nen me lasciate! Nen me lasciate!
Lo calmarono; lo riadagiarono. Egli ora aveva paura; balbettava
parole insensate; piangeva; non voleva morire. Poichè l'infiammazione
crescendo gli occupava tutto tutto il collo e la cervice e si
diffondeva anche pe 'l tronco a poco a poco, e la gonfiezza diveniva
ancor più mostruosa, egli si sentiva strozzare. Spalancava ogni tanto
la bocca per bevere l'aria.
-- Portateme sopra! A qua me manghe l'arie; a qua me more....
Ferrante richiamò gli uomini sul ponte. Il trabaccolo ora bordeggiando
cercava di acquistare cammino. La manovra era complicata. Ferrante
spiava il vento e dava il comando utile, stando al timone. Come più il
vespro si avvicinava, le onde si placavano.
Dopo qualche tempo, Nazareno venne sopra, tutto sbigottito, gridando:
-- Gialluca se more! Gialluca se more!
I marinai corsero; e trovarono il compagno già morto su la branda, in
un'attitudine scomposta, con gli occhi aperti, con la faccia tumida,
come un uomo strangolato.
Disse Talamonte maggiore:
-- È mo'?
Gli altri tacquero, un po' smarriti, dinanzi al cadavere.
Risalirono su 'l ponte, in silenzio. Talamonte ripeteva:
-- È mo'?
Il giorno si ritirava lentamente dalle acque. Nell'aria veniva la
calma. Un'altra volta le vele si afflosciavano e il naviglio rimaneva
senza avanzare. Si scorgeva l'isola di Solta.
I marinai, riuniti a poppa, ragionavano del fatto. Un'inquietudine
viva occupava tutti gli animi: Massacese era pallido e pensieroso. Egli
osservò:
-- Avéssene da dice che l'avéme fatte murì nu áutre? Avasséme da passà
guai?
Questo timore già tormentava lo spirito di quegli uomini superstiziosi
e diffidenti. Essi risposero:
-- È lu vere.
Massacese incalzò:
-- Mbé? Che facéme?
Talamonte maggiore disse, semplicemente:
-- È morte? Jettámele a lu mare. Facéme vedé ca l'avéme pirdute 'n
mezz'a lu furtunale... Certe, n'arrièsce.
Gli altri assentirono. Chiamarono Nazareno.
-- Oh, tu... mute come nu pesce.
E gli suggellarono il segreto nell'animo, con un segno minaccioso.
Poi discesero a prendere il cadavere. Già le carni del collo davano
odore malsano; le materie della suppurazione gocciolavano, ad ogni
scossa.
Massacese disse:
-- Mettémele dentr'a nu sacche.
Presero un sacco; ma il cadavere ci entrava per metà. Legarono il sacco
alle ginocchia, e le gambe rimasero fuori. Si guardavano d'in torno,
istintivamente, facendo l'operazione mortuaria. Non si vedevano vele;
il mare aveva un ondeggiamento largo e piano, dopo la burrasca; l'isola
di Solta appariva tutt'azzurra, in fondo.
Massacese disse:
-- Mettémece pure 'na preta.
Presero una pietra fra la zavorra, e la legarono ai piedi di Gialluca.
Massacese disse:
-- Avande!
Sollevarono il cadavere fuori del bordo e lo lasciarono scivolare nel
mare. L'acqua si richiuse gorgogliando; il corpo discese da prima con
una oscillazione lenta; poi si dileguò.
I marinai tornarono a poppa, ed aspettarono il vento. Fumavano, senza
parlare. Massacese ogni tanto faceva un gesto involontario, come fanno
talora gli uomini cogitabondi.
Il vento si levò. Le vele si gonfiarono, dopo avere palpitato un
istante. La -Trinità- si mosse nella direzione di Solta. Dopo due ore
di buona rotta, passò lo stretto.
La luna illuminava le rive. Il mare aveva quasi una tranquillità
lacustre. Dal porto di Spálato uscivano due navigli, e venivano
incontro alla -Trinità-. Le due ciurme cantavano.
Udendo la canzone, Cirù disse:
-- Toh! So' di Piscare.
Vedendo le figure e le cifre delle vele, Ferrante disse:
-- So' li trabaccule di Raimonde Callare.
E gittò la voce.
I marinai paesani risposero con grandi clamori. Uno dei navigli era
carico di fichi secchi, e l'altro di asinelli.
Come il secondo dei navigli passò a dieci metri dalla -Trinità-, varii
saluti corsero. Una voce gridò:
-- Oh Giallù! Addó sta Gialluche?
Massacese rispose:
-- L'avéme pirdute a mare, 'n mezz'a lu furtunale. Dicétele a la mamme.
Alcune esclamazioni allora sorsero dal trabaccolo degli asinelli; poi
gli addii.
-- Addie! Addie! A Piscare! A Piscare!
E allontanandosi le ciurme ripresero la canzone, sotto la luna.
INDICE.
Pag.
La vergine Orsola 1
La vergine Anna 86
Gli idolatri 165
L'eroe 186
La veglia funebre 194
La contessa d'Amalfi 209
La morte del duca d'Ofena255
Il traghettatore276
Agonia 307
La fine di Candia 319
La fattura337
I marenghi364
La madia 374
Mungià 383
La guerra del Ponte397
Turlendana ritorna 421
Turlendana ebro 437
Il cerusico di mare448
-OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO-
I ROMANZI DELLA ROSA:
Il PiacereL. 5 --
L'Innocente 4 --
Trionfo della Morte5 --
I ROMANZI DEL GIGLIO:
Le Vergini delle Rocce5 --
La Grazia *.
L'Annunziazione *.
I ROMANZI DEL MELAGRANO:
Il Fuoco 5 --
La Vittoria dell'Uomo *.
Trionfo della Vita *.
Le Novelle della Pescara 4 --
POESIE:
Canto novo; Intermezzo4 --
L'Isottéo; la Chimera 4 --
Poema paradisiaco; Odi navali 4 --
La Canzone di Garibaldi: La Notte di Caprera 1 50
In morte di Giuseppe Verdi. Canzone preceduta da una
Orazione ai giovani 1 --
Nel primo centenario della nascita di Vittor
Hugo -- MDCCCII-MCMII -- ode1 --
Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi
-Vol. I:- Laus Vitæ. Legato in finta pergamena 8 --
-- Legato in vera pergamena 12 --
-Vol. II:- Elettra -- Alcione. Legato in finta
pergamena10 --
-- Legato in vera pergamena 14 --
L'Allegoria dell'Autunno 1 --
DRAMI:
Francesca da Rimini, tragedia in 5 atti 7 50
-- Legata in vera pergamena con fregi e nastri di
stile antico 12 --
Francesca da Rimini. Edizione econom.4 --
La Città morta, tragedia in 5 atti4 --
La Gioconda, tragedia in 4 atti4 --
La Gloria, tragedia in 5 atti 4 --
La Figlia di Iorio, tragedia in 3 atti 4 --
I Sogni delle Stagioni
Sogno d'un mattino di primavera 2 --
* Sogno d'un meriggio d'estate.
Sogno d'un tramonto d'autunno 2 --
* Sogno d'una notte d'inverno.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
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21
22
23
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25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
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