Le Novelle della Pescara
Gabriele D'Annunzio
Gabriele d'Annunzio
Le Novelle
della Pescara
LA VERGINE ORSOLA. -- LA VERGINE ANNA.
GLI IDOLATRI. -- L'EROE. -- LA VEGLIA FUNEBRE.
LA CONTESSA D'AMALFI. -- LA MORTE DEL DUCA D'OFENA.
IL TRAGHETTATORE. -- L'AGONIA. -- LA FINE DI CANDIA. -- LA FATTURA.
I MARENGHI. -- LA MADIA. -- MUNGIÀ. -- LA GUERRA DEL PONTE.
TURLENDANA RITORNA. -- TURLENDANA EBRO.
IL CERUSICO DI MARE.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1904
Settimo migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
per tutti i paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia-
Tip. Fratelli Treves.
LA VERGINE ORSOLA.
I.
Il viatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le
strade era la primizia della neve, su tutte le case la neve. Ma in alto
grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose, si dilatavano
sul palazzo di Brina lentamente, s'illuminavano verso la Bandiera. E
nell'aria bianca, sul paese bianco appariva ora subitamente il miracolo
del sole.
Il viatico s'incamminava alla casa di Orsola dell'Arca. La gente si
fermava a veder passare il prete incedente a capo nudo, con la stola
violacea, sotto l'ampio ombrello scarlatto, tra le lanterne portate dai
clerici accese. La campanella squillava limpidamente accompagnando i
salmi susurrati dal prete. I cani vagabondi si scansavano nei vicoli
al passaggio. Mazzanti cessò di ammucchiare la neve all'angolo della
piazza e si scoprì la zucca inchinandosi. Si spandeva in quel punto dal
forno di Flaiano nell'aria l'odore caldo e sano del pane recente.
Nella casa dell'inferma gli astanti udirono gli squilli, e udirono su
per le scale il salire dei vegnenti. La vergine Orsola era sul letto,
supina, tenuta dallo stupore della febbre, da una sonnolenza inerte,
con la respirazione frequente rotta da i rantoli. Posava sul guanciale
la testa quasi nuda di capelli, la faccia d'un colore quasi ceruleo
ove le palpebre erano semichiuse sopra gli occhi vischiosi e le narici
parevano annerite dal fumo. Ella faceva con le mani scarne piccoli
gesti incerti, vaghi conati di prendere qualche cosa nel vuoto, strani
segni improvvisi che davano quasi un senso di terrore a chi stava
da presso; e nelle braccia pallide le passavano le contrazioni dei
fasci muscolari, i sussulti dei tendini; e a volte un balbettamento
inintelligibile le usciva dalle labbra, come se le parole le si
impigliassero nella fuliggine della lingua, nel muco tenace delle
gengive.
Nella stanza si faceva quel silenzio tragico che suole precedere gli
avvenimenti supremi, un silenzio dove il respiro dell'inferma e i
gesticolamenti incerti e le irruzioni rauche della tosse aggravavano
l'attesa della morte. Dalle finestre aperte entrava l'aria pura ed
uscivano le esalazioni della malattia. Un vivo baglior bianco si
rifrangeva dalla neve coprente i cornicioni e i capitelli corintii
dell'arco di Portanova: il fiore cristallino dei ghiaccioli scintillava
d'iridi all'altezza della stanza. Nell'interno, su le pareti, pendevano
grandi medaglie sacre d'ottone, imagini di santi. Sotto un vetro una
Madonna di Loreto tutta nera il volto il seno le braccia, come un
idolo barbarico, luceva nella sua veste adorna di mezze lune d'oro.
In un angolo, un piccolo altare candido portava un vecchio crocifisso
di madreperla, tra due boccali turchini di Castelli pieni d'erbe
aromatiche.
Camilla, la sorella, l'unica parente, presso al letto, pallidissima,
tergeva le labbra nerastre e i denti incrostati dell'inferma con
un lino umido di aceto. Don Vincenzo Bucci, il medico, seduto,
guardava il pomo d'argento della bella mazza, le belle corniole
incise ch'egli aveva negli anelli delle dita, aspettando. Teodora La
Jece, una tessitrice vicina, stava ritta, in silenzio, tutta intenta
nell'atteggiare a dolore la faccia bianca e lentigginosa, gli occhi
d'acciaio, la bocca crudele.
-- -Pax huic domui- -- disse il prete entrando. Apparve all'uscio Don
Gennaro Tierno, lunghissimo e smilzo su piedi enormi, con i movimenti
di un bruco che si snodi. Veniva dietro di lui Rosa Catena, una femmina
che avea fatto pubblica professione d'impudicizia al suo tempo verde e
che ora si salvava l'anima assistendo i moribondi, lavando i cadaveri,
vestendoli e accomodandoli nella bara, senza prender mercede.
Nella stanza di Orsola tutti erano in ginocchio, chini la faccia.
L'inferma non udiva; una stupefazione intensa le teneva ancora i sensi.
E l'aspersorio si levò su di lei, lucido nell'aria, aspergendo il
letto.
-- -Asperges me, Domine, hyssopo, et mundabor...- Ma Orsola non sentì
l'onda purificatrice che la rendeva più bianca della neve innanzi al
suo Signore.
Ella stirava davanti a sè con le dita fragili le coperte, aveva un moto
tremulo nelle labbra, nella gola il gorgoglio della parola che ella non
poteva profferire.
-- -Exaudi nos, Domine sancte...-
Allora uno scoppio di pianto risonò fra le parole latine, e Camilla
nascose nella sponda del letto la faccia rigata di lacrime. Il medico
s'era accostato e teneva fra le dita inanellate il polso di Orsola.
Egli voleva scuoterla, apprestarla a ricevere il Sacramento dalle
mani del sacerdote di Gesù Cristo, fare che ella porgesse la lingua
all'ostia.
Orsola balbettò, gesticolò ancora vagamente nel vuoto, mentre la
sollevavano su i guanciali. Ella non udiva se non un tintinno nei nervi
dell'orecchio perturbati, a tratti un gridìo, a tratti una musica. Come
fu sollevata, subitamente il rossore livido della faccia si mutò in
un pallore di cadavere; la vescica di ghiaccio cadde dalla testa sul
lenzuolo.
-- -Misereatur...-
Porse ella finalmente la lingua tremante, coperta d'una crosta mista di
muco e di sangue nerastro, dove l'ostia vergine si posò.
-- -Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi...-
Ma ella non ritirò la lingua a quel contatto, perchè non aveva
conscienza di quel che faceva: lo stupidimento non era rotto dal lume
dell'Eucaristia. Camilla guardava con gli occhi rossi pieni di terrore
e di dolore quella faccia terrea dove ogni segno di vita mancava a poco
a poco, quella bocca aperta che pareva la bocca di uno strangolato.
Il prete seguitava, nella solennità del suo ministerio, le preghiere
latine lentamente. Tutti gli altri rimanevano genuflessi, sotto il
diffuso albore che fuori dalla neve suscitava il meriggio. L'odore
del pane caldo salì col vento e fece fremere le papille del naso ai
clerici.
-- -Oremus!...-
Agli eccitamenti del medico Orsola richiuse le labbra. La riadagiarono
supina; poichè il prete entrava nel sacramento dell'Estrema Unzione. I
clerici genuflessi ripetevano sommessamente l'antifona dei sette Salmi
penitenziali.
-- -Ne reminiscaris.-
Teodora La Jece metteva di tratto in tratto un singulto soffocato,
coperta il volto con le palme, a' piedi del letto. Rosa Catena
stava ritta, accanto, con un occhio semichiuso da cui le colava di
continuo un liquido giallognolo e con l'altro occhio cieco e bianco
per un'albùgine; scorreva un rosario, mormorando. E mentre i Salmi
sommessamente dal pavimento si elevavano, su quel mormorio confuso
dominava la formula sacra del prete ungente in croce gli occhi, gli
orecchi, le narici, la bocca, le mani dell'inferma inerte.
-- -... indulgeat tibi Dominus quidquid per gressum deliquisti. Amen.-
Fu Camilla che scoperse i piedi della sorella: apparvero tra le coperte
due piedi gialli, squamosi, lividi nelle unghie, che al tatto davano un
ribrezzo di membra morte. E su quella pelle secca le lacrime caddero,
si mescolarono con l'unzione estrema.
-- -Kyrie eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster...-
L'unta del Signore stava ora immobile, respirando, con gli occhi chiusi
dinanzi alla luce, con le ginocchia sollevate e le mani strette fra le
cosce, nell'atteggiamento abituale dei tifosi. E il prete, poi ch'ebbe
premuto su le labbra di lei per l'ultima volta il crocefisso, fatto
il segno della croce alto in mezzo alla stanza con la gran mano, uscì
seguito dai clerici. Vagava ancora nella stanza quell'odore svanito
d'incenso e di cera che hanno le vesti sacerdotali. Fuori, sotto le
finestre, Matteo Puriello martellava le suola, canticchiando.
II.
I segni del male declinavano lentamente in favore: succedeva ora
il quarto settenario, succedeva ora al sopore stupido la quiete
naturale del sonno, una quiete durevole in cui a poco a poco tutte le
perturbazioni della conscienza si sedavano e le facoltà del senso si
facevano meno torbide e la frequenza della respirazione diminuiva. Ma
una tosse aspra scoppiava a tratti nel petto dell'inferma, facendo
sussultare le vertebre; una distruzione dolorosa della pelle e dei
tessuti molli si compiva ai gomiti, alle ginocchia, all'estremità
della schiena, di giorno in giorno. Quando Camilla si chinava sul
letto chiamando: -- Orsola! -- la sorella tentava d'aprire gli occhi,
di volgersi verso la voce. Ma la debolezza la opprimeva; lo stupore
torpido le occupava di nuovo il senso.
Ella aveva fame, aveva fame. Una bramosìa bestiale di cibo le
torturava le viscere vuote, le dava alla bocca quel movimento vago
delle mandibole chiedenti qualche cosa da masticare, le dava talvolta
alle povere ossa delle mani quelle contrazioni prensili che hanno
le dita delle scimmie golose alla vista del pomo. Era la fame canina
nella convalescenza del tifo, quella terribile avidità di nutrimento
vitale in tutte le cellule del corpo impoverite dal lungo malore.
Una scarsa onda di sangue restava a pena circolante pei tessuti; nel
cervello debolmente irrigato ogni attività ristagnava come in una
macchina a cui la forza motrice del liquido difetti. Soltanto, in
quella materia disordinatamente ora si producevano certe vibrazioni
determinanti certi atti che nella vita anteriore erano abituali; nè di
quel lavorìo meccanico aveva la convalescente conscienza. Ella per lo
più diceva ad alta voce le letanie; divideva in sillabe parole senza
nesso; minacciava punizioni a discepoli; cantava le strofe quinarie
di un inno a Gesù. Aveva per lo più nell'indice della mano sinistra
un moto di indicazione scorrente su l'orlo del lenzuolo, come se
ella con quel segno guidasse l'occhio dei discepoli su le righe del
libro. Poi, talvolta, la sua voce si sollevava, prendeva una solennità
quasi minacciosa, pronunciando le ammonizioni delle -sette trombe-,
ricordando confusamente le parole di fra Bartolomeo da Saluzzo ai
peccatori, avendo forse negli occhi stupefatti la visione di quelle
vecchie stampe impresse dal legno piene di deformi angeli tubanti e
di demonii debellati. Ma negli occhi non mai aveva uno sguardo. Le
palpebre pesanti coprivano l'iride a metà, quell'iride senza colore
spersa nella sclerotica che pareva come velata da un muco giallastro.
Ella stava nel suo letto distesa, con il capo su due guanciali. Quasi
tutti i capelli le erano caduti nella malattia; un pallor terreo,
di quei pallori sotto cui pare non anche possa rimanere la vita, le
occupava la faccia, le cavità della faccia; e il teschio ne traspariva,
e da tutta la restante aridezza della pelle lo scheletro traspariva,
e intorno a tutto quell'ossame nei punti di pressione sul letto i
tessuti aderenti degeneravano. Solo, un'immensa fame animava quella
rovina, torturava gl'intestini ove le ulceri tifose si cicatrizzavano
lentamente.
Fuori, era la novena di Natale, la bella festività de' vecchi e de'
fanciulli. Erano certi vespri chiari e rigidi, sotto cui tutto il
paese di Pescara si popolava di marinari e si empiva dei suoni delle
zampogne. L'odore acuto delle zuppe di pesce si propagava nell'aria
dalle cantine aperte. Lentamente alle finestre, alle porte, nelle vie i
lumi apparivano. Il sole indugiava roseo su i terrazzi di pietra della
casa di Farina, sui comignoli della casa di Memma, sul campanile di San
Giacomo. Le altezze illustri dominavano come fari sul paese occupato
dall'ombra. Poi, d'un tratto, la notte cominciava a constellare i
firmamenti; sopra le case di Sant'Agostino una mezza luna si affacciava
dal bastione tra il fanale rosso e il pino del telegrafo, crescendo.
Alla stanza di Orsola tutta quell'animazione di vita saliva in un
romorìo confuso di alveare che si sveglia.
Le pastorali delle zampogne si avvicinavano, di casa in casa, di porta
in porta. Avevano una religiosa e familiare letizia quei suoni che i
ciociari di Atina traevano da un otre di pecora e da un gruppo di canne
forate. La convalescente udiva, si sollevava sul letto; poichè quella
sensazione le ridestava i fantasmi di altre sensazioni trascorse, e gli
occhi le si empivano tutti di visione sacra, di presepi raggianti e di
bianchi peregrinaggi d'angeli in azzurri immacolati. Ella si metteva a
cantare le laudi, tendendo le braccia, restando talvolta con la bocca
aperta mentre la voce negli organi le mancava; si metteva a laudare
Gesù con una elevazione ardente e dolce di amore, trasportata dai suoni
delle pastorali appressantisi, allucinata dalle imagini sante delle
pareti. Ascendeva ai cieli, tra le musiche dei cherubini, tra i vapori
della mirra e dell'incenso.
-- -Hosanna!-
La voce le mancava. Ella tendeva le braccia. Camilla, da presso, voleva
riadagiarla su i guanciali; si sentiva come soggiogare da quel cieco
entusiasmo di fede: le tremavano le mani, le labbra. Orsola ricadeva
stesa, con il capo abbandonato, scoperta la gola e il petto, mostrando
degli occhi solo il bianco nel gran pallore, sorridente a qualche
cosa invisibile, in un atteggiamento di vergine martire. Le zampogne
passavano; tardi passavano le canzoni del vino urlate dai marinari
nella notte tornanti alle barche della Pescara.
III.
L'istinto della fame si ridestava vivissimo, come più chiara si faceva
la coscienza. Quando dal forno di Flaiano saliva nell'aria l'odore
caldo del pane, Orsola chiedeva; chiedeva con un accento di mendicante
famelica, tendeva la mano, supplicando, alla sorella. Divorava
rapidamente, con un godimento brutale di tutto l'essere, guardando
d'intorno se qualcuno tentasse strapparle di tra le mani il cibo, in
sospetto.
La convalescenza era lunga e lenta; ma già un senso mite di sollievo
cominciava a spargersi per le membra, a liberare il capo. Per quella
sana nutrizione di albume e di carne muscolare un sangue novello si
produceva: i polmoni dilatati ora largamente dall'aria vivificavano
il sangue carico di sostanze; e i tessuti irrigati dall'onda tiepida
e rapida si colorivano ricomponendosi, si rinnovellavano nelle piaghe
di decubito, si ricoprivano di cute a poco a poco; e le attività
cerebrali a quell'affluire operavano sicure; e le innervazioni negli
organi sensorii non più perturbate rendevano limpida la sensazione;
e sul cranio i bulbi capilliferi rigermogliavano densi; e da quel
riordinamento delle leggi meccaniche della vita, da quel dispiegarsi
di energie prima latenti che la malattia aveva provocate, da quella
intensa brama che la convalescente aveva di vivere e di sentirsi
vivere, da tutto, lentamente, quasi in una seconda nascita, una
creatura migliore sorgeva.
Erano i giorni primi di febbraio.
Dal suo letto Orsola vedeva la sommità dell'arco di Portanova, i
mattoni rossicci tra cui crescevano l'erbe, i capitelli sgretolati
dove le rondini avrebbero appeso i nidi. Le viole di Sant'Anna nelle
screpolature del fastigio non anche fiorivano. Il cielo sopra si
apriva in una gentile beatitudine; e per l'aria a tratti giungevano
dall'arsenale gli squilli delle fanfare.
Fu allora che, quasi con un senso di meraviglia, ella riandò
l'esistenza trascorsa. Le pareva quasi che quel passato non le
appartenesse, non fosse suo: una lontananza smisurata ora la divideva
da quei ricordi, una lontananza come di sogno. Ella non aveva più
la valutazione sicura del tempo; ella doveva guardare gli oggetti
che la circondavano, fare uno sforzo della mente, raccogliersi a
lungo, per ricordare. Si toccava con le dita le tempie dove i capelli
rigerminavano tenui, e un sorriso vago di smemorata le sfiorava le
labbra pallide, le fuggiva negli occhi.
-- Ah! -- susurrò fioca; e il gesto delle dita alle tempie le ritornava,
gentilmente.
Era stata una vita triste ed uguale, in quelle tre stanze, fra tutte
quelle piccole statue deformi di Santi, fra tutte quelle imagini di
Madonne, fra tutti quei bimbi compitanti in coro ad alta voce per
cinque ore del giorno le medesime parole scritte col gesso su la
lavagna. Come le martiri gloriose della leggenda, come Santa Tecla
di Licaonia e Santa Eufemia di Calcedonia, le due sorelle avevano
consacrata la loro verginità allo Sposo celeste, al talamo di Gesù.
Avevano mortificata la carne a furia di privazioni e di preghiere,
respirando l'aria della chiesa, l'incenso e l'odore delle candele
ardenti, cibandosi di legumi.
Avevano stupefatto lo spirito in quell'esercizio arido e lungo di
sillabazione, in quel freddo distillìo di parole, in quell'opera
macchinale dell'ago e del filo su le eterne tele bianche odoranti
di spigo e di santità. Mai le loro mani cercarono la dolcezza delle
chiome infantili, il tepore di quel biondo angelico; mai le loro labbra
cercarono la fronte dei discepoli, in una effusione di tenerezza
improvvisa. Insegnavano la piccola dottrina, i piccoli canti della
religione; facevano prostrare tutte quelle teste gioconde lungamente
sotto le ammonizioni quaresimali; parlavano del peccato, degli orrori
del peccato, delle pene eterne, con la voce grave, mentre tutti quei
grandi occhi si empivano di meraviglia e tutte quelle bocche rosee si
aprivano allo stupore. Intorno, per le fantasie vive dei fanciulli le
cose si animavano: dal fondo dei vecchi quadri uscivano certi profili
giallognoli di santi misteriosi; e il Nazareno cinto di spine e di
stille sanguigne guardava da ogni parte con gli occhi agonizzanti,
perseguitando; e su per la gran cappa del camino ogni macchia di fumo
prendeva una forma atroce. Così infondevano esse la fede in quelle
anime inconsapevoli.
Ora il ricordo di quella sterilità si destò in Orsola torbidamente.
Ella risaliva, risaliva agli anni più lontani, per una naturale
tendenza dello spirito, si rifugiava alle fonti; e una pienezza
improvvisa di giubilo la inondò come se in un momento tutta la sua
infanzia le rifluisse al cuore.
-- Camilla! Camilla! -- chiamò. -- Dove sei? -- La sorella non rispose, non
era nell'altra stanza; era forse andata giù, nella chiesa, al vespro.
Allora la convalescente fu presa dalla tentazione di mettere i piedi a
terra, di provare i passi sul pavimento, così, sola.
Rideva d'un riso timido di bambina che esiti in un'impresa difficile;
socchiudeva gli occhi soffermandosi nel nuovo diletto di quel pensiero:
palpava con le dita le ginocchia, le caviglie esili, raccogliendosi,
come per misurare la forza; e rideva, rideva poichè il riso le
insinuava uno sfinimento dolce, una sottile delizia vibrante, in tutto
l'essere.
Una freccia di sole strisciava sul davanzale e feriva l'acqua di un
bacile in un angolo: il riflesso mobile tremolava nella parete, come
una fine trama di oro. Uno stuolo di colombi attraversò lo spazio e
venne a posarsi su l'arco; parve un augurio. Ella pianamente scansò
le coperte, esitò ancora: seduta su la sponda del letto cercava con
la punta del piede scarno e giallo la pianella di lana. La trovò,
trovò l'altra; ma ora una tenerezza subitanea l'assaliva e le si
empivano di lacrime gli occhi, e tutto tremolava dinanzi a lei in
un albore indistinto come se le cose in torno si facessero aeree ed
evanissero. Le lacrime le rigavano le guance, le si fermavano alla
bocca tiepide e salse: ella ne bevve alcune, ne sentì il sapore.
Fuori, dall'arco i colombi a uno a due si rialzavano, frullando. Orsola
con un moto delle fauci respinse il groppo del pianto; poi si poggiò
su la sponda, premette, si alzò finalmente in piedi; sorrise dagli
occhi umidi, guardandosi. Non sapeva di essere così debole, di non
potersi così reggere diritta su le gambe; aveva una strana sensazione
di formicolìo negli stinchi, di vellicamento nei muscoli, quasi la
sensazione d'un ferito che si levi quando l'osso infranto non anche è
bene saldato. Tentò di muovere un passo, avanzò il piede, timidamente;
ebbe paura, sedette di nuovo su la sponda, guardandosi in torno come
per assicurarsi che non la spiava alcuno. Poi cercò un punto di meta,
la finestra; e ricominciò, pianamente, con gli occhi fissi sul piede
che avanzava, in equilibrio, stringendosi lo scialle verde al petto,
invasa un poco dal freddo. Un subitaneo spavento la prese, a mezzo:
ella barcollò, agitò le mani, si rivolse verso il letto, mise tre o
quattro passi precipitosi, ricadde su la sponda. Stette un momento là,
in affanno; rientrò sotto le coperte dove ancora restava il tepore,
s'avvolse e si raccolse rabbrividendo.
-- Come sono debole, Signore!
E guardava curiosa sul pavimento il luogo dove ella aveva fatto i
passi, quasi vi cercasse le orme.
IV.
Di questo primo tentativo non disse nulla alla sorella. Quando
sentì Camilla rientrare, chiuse gli occhi, stette immobile come
una dormiente, provando uno strano piacere in sè di quell'inganno,
ricacciando a forza indietro il riso che la vellicava a sommo del
petto e le saliva alle labbra. Ella gioiva di quel piccolo segreto:
tutti i giorni aspettava con un desiderio inquieto l'ora in cui Camilla
scendeva le scale; restava un momento in ascolto, seduta sul letto, fin
che giungeva il rumore del lento discendere; poi si levava, soffocando
gli scoppi di riso, appoggiandosi alle pareti, ai mobili, mettendo
gridi di paura sommessi ogni volta che le ginocchia minacciavano di
piegarsi, ogni volta che l'equilibrio mancava.
Dal forno di Flaiano a quell'ora saliva quasi sempre l'odore del pane
ad irritarla. Ella si avvicinava alla finestra per cercare il vento;
provava una tortura mista di voluttà nell'aspirare quella emanazione
sana, con la lingua nuotante nell'acquolina e gli occhi vivi di
cupidigia. Allora la prendeva una furia di frugare da per tutto,
di mettere da per tutto le mani, traendosi di quà di là con minore
lentezza, facendo sforzi inutili e irosi su le serrature di cui Camilla
aveva portato seco le chiavi. Una volta, in fondo al repostiglio di
un tavolino trovò una mela e ci ficcò i denti golosamente. Da tempo
nel regime severo della convalescenza, ella non assaporava un frutto.
In quello era un fresco profumo di rosa, il profumo che in certe mele
aggrinzite e scolorite si accoglie. Cercò di nuovo nel repostiglio,
sperando; ma non trovò se non una specie di siliqua verdognola, chiusa,
che doveva contenere forse un gruppo di semi; e la prese, la guardò
curiosamente, la nascose sotto il guanciale.
Passava così quell'ora, in segreto, con il godimento acre che danno ai
fanciulli in guarigione le cose proibite, le infrazioni degli ordini
dottorali, i piccoli furti. Solo testimone era un micio, tutto maculato
come una pelle di serpente, che girava talvolta intorno a Orsola con
un miagolìo familiare o si fermava teso invano a ghermire se fuori
volavano su l'arco i colombi. A poco a poco Orsola prendeva amore a
quel compagno discreto. Ella lo accoglieva nel tepore del letto, gli
sussurrava parole senza nesso, lo guardava lungamente leccarsi con la
lingua rosea la zampa, porgere la gola di lucertola alla blandizia,
una gola gialliccia che palpitava d'un suono rauco e dolce simile al
tubare delle tortore nei boschi. Ella, forse per un naturale ricorso di
quel suo misticismo anteriore, amava i bagliori tralucenti dagli occhi
dell'animale nella penombra, quegli sprazzi di fosforo, che emanavano
da una forma misteriosa e silenziosa nella tenebra.
Camilla vedeva tutte queste strane predilezioni della sorella, con
una specie di diffidenza ed anche di rammarico sordo, ma taceva. E
lentamente, quasi insensibilmente, quelle due anime si distaccavano, si
allontanavano per repulsa.
Erano prima vissute in una comunione di abitudini e di sentimenti
continua, perchè in loro ogni diversità d'indole e ogni insorgimento
si agguagliava e placava nell'unica fede, nel culto infrangibile della
deità di Cristo, in quel contemplamento ch'era divenuto lo scopo della
vita loro. Ma come il culto le assorbiva intere, in loro i legami
della consanguineità a poco a poco erano stati coperti e sopraffatti
da quelli della comune religione; quindi non mai una espansione di
tenerezza le aveva ricongiunte, non mai un abbandono di confidenza e
di ricordi o di speranze, come sorelle. Erano correligionarie, erano
membri della grande famiglia di Gesù spersi su la terra e agognanti il
Cielo.
Così che a pena, per la rinnovazione operata prima dalla malattia e
dopo dal regime, in Orsola si manifestarono inaspettati atteggiamenti
d'indole e modi inconsueti, la repulsa avvenne inevitabile e la voce
del comun sangue sopita non si potè levare a contrasto.
V.
I discepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo
nascente. Orsola s'era levata dal letto; stava seduta su la sponda,
col calore del sole alla nuca ed agli omeri. Nella stanza si sentiva
l'odore agro dell'aceto che Camilla aveva versato nei calamai muffiti;
e dalle finestre raramente il vento recava gli effluvii delle viole già
fiorite su l'arco.
L'infanzia alitò nella stanza come un fiato di quel vento marzolino.
Fu prima su l'uscio un sospingersi tumultuoso di piccole teste che
volevano sollevarsi le une su le altre per vedere; poi l'esitazione, la
timidità, una specie di meraviglia ingenua dinanzi alla maestra pallida
pallida e scarna che i discepoli riconoscevano a pena.
Ma la vergine sorrideva, sotto un turbamento improvviso di tutto il suo
sangue; li chiamava a sè, confondeva i loro nomi che le si affollavano
alle labbra, tendeva loro le mani. A uno, a due, a tre, i bimbi si
avanzavano, volevano prenderle le mani per metterci la bocca sopra,
ridicevano le parole di augurio imparate a casa, ingoiando per la furia
le sillabe.
-- No, no, non più! -- esclamava Orsola, sopraffatta, ma abbandonando le
mani a quelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.
-- Camilla, tienili, tienili.
Ogni bimbo recava un dono: erano fiori, erano frutta. Le violette
avevano subito sparso il profumo nell'aria, e in quel profumo, in
quella luce tutte quelle facce infantili invermigliate dal buon sangue
plebeo sorridevano.
Poi la lezione, nell'altra stanza, cominciò. La prima classe diceva a
voce alta le vocali e i dittonghi, la seconda sillabava; e su quel coro
chiarissimo a tratti si levava l'ammonimento di Camilla.
-- -La, le, li, lo, lu...-
Negli intervalli di silenzio, si udiva Matteo Puriello picchiare su le
suola o il telaio della Jece sbattere.
-- -Va, ve, vi, vo, vu...-
Allora Orsola s'infastidì. La monotonia de' rumori e delle voci le
dava al capo una pesantezza ingrata, le conciliava il sonno, mentre
ella voleva essere desta, mentre ella sentiva ancora intorno a sè la
respirazione dei fanciulli, il soffio giocondo di quelle vite.
-- -Bal, bel, bil, bol, bul...-
Prese i fiori, li mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli.
Li fiutò poi lungamente, stette con le narici tra quel fresco,
chiudendo gli occhi, raccogliendosi tutta in quel peccato d'olfatto.
-- -Gra, gre, gri, gro, gru...-
Una gran nuvola bianca velò il sole. Orsola si accostò alla finestra,
si porse al davanzale per guardar giù nella piazza. Di fronte, Donna
Fermina Memma in una roba rosata stava sul balcone, tra i vasi dei
garofani; e un gruppo di ufficiali passava sotto a lei ridendo e
facendo un tintinnìo di sciabole sul lastrico. Più in là, nel giardino
pubblico le piante di lilla erano sul fiorire, la punta del gigantesco
pino si piegava al vento. Dalla cantina di Lucitino usciva Verdura,
l'eterno ubriaco, barcollando e vociferando.
Orsola si ritrasse: era la prima volta, dopo tanto, che si affacciava
su la piazza. Le parve di essere in alto in alto, guardando in giù; la
prese una leggera vertigine.
-- -Nar, ner, nir, nor, nur...-
Il coro dentro seguitava, ancora, ancora, ancora.
-- -Pla, ple, pli, plo, plu...-
Orsola si sentiva soffocare, venir meno, a quella tortura: i suoi
poveri nervi indeboliti cedevano. Il coro seguitava, al ritmo della
bacchetta di Camilla battuta sul tavolino, implacabile.
-- -Ram, rem, rim, rom, rum...-
-- -Sat, set, sit, sot, sut...-
Allora un impeto subitaneo di singhiozzi squassò la convalescente,
l'abbattè sul letto. Ella singhiozzava, così, bocconi, a braccia
aperte, premendo la faccia su i guanciali, scossa dai sussulti, senza
potersi frenare.
-- -Tal, tel, til, tol, tul...-
VI.
Le erano ricresciuti tutti i capelli, crespi e castanei, come prima.
Ella aveva ora una curiosità grande di guardarsi nello specchio; perchè
Rosa Catena, con uno di quei lezii che sempre svelavano in lei l'antica
femmina impudica, passandole la mano sul corpo le aveva detto: --
Bellezza!
Aspettò dunque che Camilla uscisse; poi scese dal letto, staccò
dalla parete uno di quelli specchi -rococò- a cornice d'oro appannati
di macchie verdi; con un lembo della coperta tolse la polvere e si
guardò dentro, sorridendo. Ella aveva tutto il collo nudo e pe 'l
collo certe vene azzurrognole quasi in rilievo, e nella testa piccola
e lunga qualche cosa di caprino, la bocca fine, il mento acuto, gli
occhi castanei come i capelli, ma più tendenti al giallo. Il pallore
trasparente e il sorriso davano una grazia nuova, una nuova giovinezza
ai suoi ventisette anni.
Ella restò a guardarsi a lungo; e si piaceva di allontanare lentamente
lo specchio e di veder sparire l'imagine in quella luce un po' glauca
come in un velo d'acqua marina e quindi riemergere. La vanità la
conquistava, la occupava. Ella si accorse di tante piccole cose a
cui prima non aveva badato mai; per esempio, di un neo simile a una
lenticchia, che le macchiava la pelle su la tempia sinistra, e di una
cicatrice leggera che le attraversava l'arco di un sopracciglio. Restò
così, a lungo. Poi, assalita da una gioia repentina cercò in torno un
qualche diletto.
Quella capsula vegetale, ch'ella aveva trovato in fondo a un
repostiglio, s'era aperta come in due valve scoprendo un grappolo denso
di semi nerastri. Ogni seme pareva legato a filamenti sottilissimi
d'una lucidità argentea; e il grappolo si manteneva compatto. Ma a
pena la Vergine vi mise un soffio, un nuvolo di piumoline bianche si
levò nell'aria e si sparpagliò qua e là brillando: erano le -spie-.
I semi parevano alati, parevano insetti ésili ed evanescenti che si
dissolvessero incontrando i raggi del sole o parevano lanugini di cigno
a pena visibili; ondeggiavano, ricadevano, si mescolavano ai capelli
di Orsola, le sfioravano la faccia, la coprivano tutta. Ella rideva,
difendendosi da quell'invasione, cercando di scacciare quella pelurie
che le vellicava la pelle e le si attaccava alle mani, ma le risa le
impedivano i soffii.
Alla fine si distese lunga sul letto, lasciò che tutta quella molle
nevicata le scendesse sopra lentamente. Teneva gli occhi semichiusi
per prolungare la dolcezza; e a mano a mano che il sopore la invadeva,
si sentiva come sommergere in un giaciglio alto di piume. La luce che
entrava nella stanza era una di quelle pallide chiarità pomeridiane
del mese di marzo, ove il sole ride modestamente estinguendosi come un
indizio di aurora in un gran cielo albeggiante.
Camilla trovò la sorella ancora addormentata con accanto lo specchio,
con ne' capelli le -spie-.
-- Oh, Signore Gesù! oh Signore Gesù! -- mormorò tra i denti,
congiungendo le mani, in atto di compassione amara.
La cristiana veniva dalla chiesa, dove aveva cantate le litanie
per l'Annunciazione e aveva ascoltata la predica sul messaggio
dell'Arcangelo all'ancella di Dio. -Ecce ancilla Domini-. L'eloquenza
sonora del frate predicante l'aveva inebriata; le restavano ancora
negli orecchi certe parole ammonitrici.
Orsola si destava in quel momento con un lungo sbadiglio voluttuoso, e
stirava le membra.
-- Ah! sei tu, Camilla? -- disse ella un po' confusa da quella presenza.
-- Sono io, sono io! Tu ti perderai, sciagurata, tu ti perderai --
irruppe la devota, additando lo specchio sul letto. -- Tu hai tra le
mani lo strumento del demonio...
Ed eccitata dalla prima invettiva, ella seguitava, sollevava la voce,
gittava le frasi ardenti della predica con grandi gesti nell'aria,
incalzava nelle minacce dei castighi eterni, non si rivolgeva soltanto
alla pericolante, assorgeva ad ammonire l'universo dei peccatori.
-- -Memento! Memento!-
Orsola non intendeva più nulla, poichè tutta quella vociferazione
l'aveva stordita.
D'un tratto dall'angolo della piazza scoppiò la fanfara militare con
uno squillo di venti trombe.
VII.
L'ultima stanza della casa era stretta e bassa, con le travi
del soffitto annerite dal fumo, piena d'un lezzo di cipolle, di
rigovernatura e di carbone spento. I vasi di rame pendevano alla parete
in ordine, senza luccichìo; i piatti di Castelli stavano in ordine su
la mensola con le loro gioconde pitture di fiori, di uccelli e di teste
ridenti; le antiche lucerne di ottone, le bottiglie vuote, le foglie di
erbaggio non più fresche erano sparpagliate per le tavole; e su tutto
dominava proteggitore San Vincenzo effigiato con il gran libro in una
mano e la fiamma rossa in mezzo al cranio.
Là, un tempo, Orsola stando in mezzo ai vapori dell'acqua bollente e
alle esalazioni dei cibi vegetali, spesso aveva sentito giungersi sul
capo dalla piccola finestra alta i ritornelli d'una canzone libertina
e certi larghi schiamazzi di risa che s'inseguivano. I canti e le risa
crescevano nelle sere di estate, tra i passagalli delle chitarre, fra
gli urti della danza sul terreno. Tutti i romori della vita d'una
suburra infima salivano, in certe ore, a quella altezza e facevano
tremare d'orrore le povere spose di Gesù chine in umiltà su i tegami
d'argilla pieni dell'eremitica innocenza dei legumi e delle verdure.
Ma ora, al novel tempo e gaio, come un giorno udì Orsola le voci, una
voglia nell'animo le corse di spinger la vista fuori.
Camilla non stava nella casa; era la domenica quinta di Lazzaro.
Urgeva nell'aria, dopo le brevi piogge, con un più dolce alito di
calore l'imminenza dell'aprile; e in quell'aria la pulzella più aveva
pieno e chiaro il senso del suo rinascimento. E, in ozio, girando per
le stanze, ebbe ella naturalmente la curiosità di guardare, presa al
fascino malsano che gli spettacoli di lascivia esercitano anche sugli
animi verecondi.
Ella salì su una sedia all'altezza dell'apertura; ma prima di spingere
lo sguardo innanzi, fu invasa da un turbamento di tremiti, e ritta
su la sedia si volse intorno temente se non qualcuno la sorprendesse
nell'atto.
Intorno tutto era quieto; ogni tanto una gocciola d'acqua cadeva
dall'alto in un bacile, sonando. Di fuori salivano le voci ed
allettavano.
La vergine rassicurata, guardò. Nel vicolo, sotto la pioggia il
fradiciume aveva fermentato come un lievito; una melma nera copriva
il lastrico, ove spoglie di frutta, residui di erbe, stracci,
ciabatte marce, falde di cappello, tutto il ciarpame sfatto che la
miseria gitta nella strada, si mescolavano. Su quella cloaca, in
cui il sole suscitava insetti e miasmi, una fila di case nane pareva
ansare addossata alla Caserma. Da tutte le finestre però, da tutti
gli spiragli si riversavano le piante dei garofani non più contenute
nei vasi; e i grandi fiori rosei e rossi penzolavano al sole aperti
magnificamente. E tra quei fiori apparivano le facce flosce e dipinte
delle meretrici, passavano le oscenità delle canzonette, le risa
gutturali; e giù sul lastrico, sotto le inferriate della caserma,
altre femmine si tendevano verso i soldati parlando a voce alta,
provocandoli. E i soldati, che sentivano nel sangue alla primavera
rifiorire i mali di Venere, allungavano le mani di tra le sbarre pur di
brancicare qualcosa, divoravano con gli occhi in fiamme quelle femmine
disfatte già per anni dalla lascivia di tante ciurme briache e di tanti
facchini fradici.
Orsola stette lì stupidita allo spettacolo di tutta quella corruzione
fermentante pe'l buon sole di quaresima e saliente fino a lei. Non si
ritraeva ancora; ma come alzò gli occhi, vide in un abbaino sul tetto
della caserma un uomo biondo che la guardava e sorrideva. Ella scese
dalla sedia a precipizio, più pallida di prima, credendo di sentire
la voce di Camilla. Corse nella sua stanza, e si gettò sul letto,
sbigottita, senza respiro, come se l'avesse perseguitata qualcuno
minacciandola.
VIII.
Da quel giorno, tutte l'ore, tutti i momenti in cui Camilla non era
nella casa, la tentazione diabolica la trascinava a quello spettacolo.
Ella prima pugnava, vanamente, senza forze, lasciandosi vincere. Andava
là con l'ansia sospettosa di chi va a un ritrovo di amore; ci restava
lungo tempo, dietro la persiana quasi cadente, mentre i miasmi del
lupanare la turbavano e la corrompevano.
Ella spiava tutto, acuendo lo sguardo, cercando di penetrare negli
interni, cercando di scoprire qualche cosa tra i garofani che
chiudevano le finestre. Il sole era caldo e pesante: sciami d'insetti
turbinavano nell'aria. Ad intervalli, quando entrava nel vicolo qualche
uomo, venivano dalle finestre i richiami delle aspettanti: femmine
discinte, con il seno scoperto, uscivano fuori ad offerirsi. L'uomo
spariva in una delle porte oscure con l'eletta. Le deluse gittavano
scherni e risa dietro la coppia, e si rimettevano all'agguato tra i
garofani.
Così nella vergine si accendeva la brama. Il bisogno dell'amore, prima
latente, si levava ora da tutto il suo essere, diventava una tortura,
un supplizio incessante e feroce da cui ella non sapeva difendersi.
Un fiotto di sanità caldo la riempiva; certe sùbite allegrezze le
muovevano il sangue, le suscitavan nel petto quasi battimenti d'ale,
le inspiravano canti nella bocca. A volte un soffio, uno di quei
piccoli fremiti dell'aria che si dilata sotto il sole, una canzone
di mendicante, un odore, un nulla bastava a darle smarrimenti vaghi,
abbandoni in cui le pareva di sentire su tutte le membra come il
passaggio carezzevole del velluto d'un frutto maturo. Ella era così
librata e perduta in abissi ignoti di dolcezza. L'irritazione della
continenza, la sovrabbondanza insolita de' succhi, quel distendersi
continuo dei nervi sotto gli stimoli la tenevano in una specie
di stordimento simile al primo stadio dell'ebrezza. Il passato si
dileguava, si assopiva in fondo alla memoria, non risorgeva più. E
in ogni ora, in ogni luogo il desiderio le tendeva insidie: i santi
delle mura, le madonne, i cristi crocefissi ignudi, le piccole figure
di cera deformi, tutte le cose in torno, prendevano per lei apparenze
impure. Da tutte le cose l'impurità emanava e le alitava su la persona,
affocantemente.
-- Ecco, ora scendo nella strada -- diceva ella a sè stessa, non reggendo
più.
Poi le mani le tremavano su la porta, nell'aprire. Lo stridore del
chiavistello scorrente negli anelli la sbigottiva. Ella tornava in
dietro, si gettava sul letto quasi svenendosi, livida, sotto una larva
d'uomo.
IX.
La domenica delle Palme ella uscì dopo tanti mesi, per la prima volta;
poichè Camilla voleva condurla a render grazie della guarigione al
Signore. Quando le campane si misero a squillare, Orsola s'affacciò.
Tutto il paese era ridente nel grande riso pasquale del sole d'aprile.
Tutto il contado invadeva le vie con il segno pacifico dei rami di
olivo.
Ella ora doveva vestirsi in festa: la gente nelle vie l'avrebbe
guardata passare. Una furia di vanità sùbito la prese: si chiuse nella
stanza, cercò in fondo alla cassa le vesti più chiare. Un odore acuto
di canfora saliva da quei vecchi tessuti conservati là dentro per anni:
erano grandi gonne di seta a fiorami, verdi e violette e cangianti,
che un tempo la crinolina avea forse gonfiate in torno alle anche di
una sposa novella; erano lunghi busti con màniche ampie, mantelline
color di tortora orlate di merletti bianchi, veli intrecciati di fili
d'argento, collari di tela fina ricamati a giorno; tutte cose morte per
l'uso, goffe, macchiate dall'umido.
Orsola sceglieva, come guidata da un nuovo istinto, profumandosi di
canfora le mani nel cercare. Tutta quella seta inutile e quei veli
la irritavano. Non trovava alfine nulla che le andasse alla persona!
Chiuse la cassa irosamente, la respinse sotto il letto con un urto del
piede. Le campane sonavano per la terza volta. Ella si mise in furia
il consueto abito triste color di cenere, in conspetto di Camilla,
mordendosi le labbra per ricacciare in giù le lacrime.
Le campane chiamavano. Per le vie i fasci delle palme mettevano un
mobile luccicore argenteo; da ogni gruppo di villici sorgeva una selva
di ramoscelli; e la candida clemenza della benedizione cristiana si
diffondeva per tutta l'aria da quelle selve, come se si appressasse
il Galileo, il re povero e dolce sedente su l'asina fra la turba dei
discepoli, in contro agli osanna del popolo redento. -Benedictus qui
venit in nomine Domini. Hosanna in excelsis!-
Nella chiesa la folla era immensa, sotto la selva delle palme. Per
una di quelle correnti che si formano irresistibili nelle masse di
popolo, Orsola fu divisa da Camilla; restò sola in quel rigurgito, in
mezzo a tutti quei contatti, in mezzo a tutti quegli urti e quegli
aliti. Ella tentava d'aprirsi un varco: le sue mani incontravano la
schiena d'un uomo, altre mani tiepide il cui tocco la turbava. Ella
si sentiva sfiorare il volto da una foglia d'olivo, contrastare il
passo da un ginocchio, spingere il fianco da un gomito, offendere
il petto, offendere le spalle da pressioni incognite. Sotto l'odore
dell'incenso, sotto le palme benedette, nella penombra mistica, in
tutto quell'ammasso di cristiani e di cristiane, piccole scintille
erotiche scoccavano per attrito e si propagavano; amori segreti si
ritrovavano e si congiungevano. Passavano accanto a Orsola fanciulle
della campagna con palme sul petto, con un riso fuggente nel bianco
degli occhi vòlto ad amatori che dietro le insidiavano; ed ella sentiva
in torno a sè così passare l'amore, poneva il suo corpo tra quei corpi
che si cercavano, era un ostacolo a quei gesti che tentavano toccarsi,
separava le strette di quelle mani, i legami di quelle braccia. Ma
qualche cosa di quelle carezze interrotte le penetrava nel sangue. In
un punto ella s'incontrò a faccia a faccia con un soldato biondo; quasi
gli posò il capo su la tunica, perchè una colonna di gente dietro la
spingeva. Ella levò gli occhi; e il giovine sorrise come aveva sorriso
un giorno dall'abbaino della caserma. Dietro, l'urto seguitava: il
vapore dell'incenso si spandeva più denso, e il Diacono dal fondo
cantò:
-- -Procedamus in pace.-
E il coro rispose:
-- -In nomine Christi. Amen.-
Era l'annunzio della processione, che mise un sommovimento enorme
in tutto il popolo. Per istinto, senza pensare, Orsola si attaccò
all'uomo, come se già gli appartenesse; si lasciò quasi sollevare
da quelle braccia che la prendevano ai fianchi, si sentì ne' capelli
quel fiato virile che sapeva lievemente di tabacco. Ella andava così,
indebolita, sfinita, oppressa da quella voluttà che l'aveva colta
d'improvviso, non vedendo se non un barbaglio dinanzi a sè.
Allora dall'altare maggiore si mosse il turiferario spargendo nuvoli
di fumo cerulo e dolce sul popolo; e una processione candida si svolse
nel mezzo della chiesa. I celebranti portavano in mano rami d'olivo e
cantavano.
X.
Tutta la settimana santa protesse delle sue complici ombre l'amore
della vergine Orsola. Le chiese erano immerse nel crepuscolo della
Passione, i crocifissi sugli altari erano coperti di drappi violacei; i
sepolcri del Nazareno erano circondati di grandi erbe bianche cresciute
nei sotterranei; un profumo di fiori e di belzuino pesava nell'aria.
Là Orsola, inginocchiata, attendeva, fin che un passo leggero dietro
di lei la faceva trasalire. Ella non poteva volgersi, perchè Camilla la
vigilava; ma si sentiva tutta abbracciare dallo sguardo di quell'uomo,
come da un fuoco sottile, e una tenerezza torbida le scendeva nella
carne. Allora fissava i ceri digradanti su un triangolo di legno presso
l'altare. I preti cantavano dinanzi a un gran libro; e ad uno ad uno i
ceri venivano spenti. Non ne rimanevano che cinque, non ne rimanevano
che due; l'oscurità si avanzava dal fondo delle cappelle su la gente
in preghiera. L'ultima fiammella finalmente spariva; tutte le panche
risonavano sotto le battiture delle verghe. Orsola nel buio, a pena
si sentiva toccare da due mani cercanti, scattava dal pavimento, con
un sussulto, smarrita. Poi, quando usciva dalla chiesa, il pensiero
d'aver violato un luogo sacro la empiva di rimorso: subitamente, la
paura del castigo risorgeva. Ella s'inabissava poi come in un sogno
dove la figura livida di Gesù morto e lo scroscio delle battiture e i
brividi della carne sollecitata e l'odor grave dei fiori e gli aliti
di quell'uomo biondo si mescolavano in un senso dubbio di dolore e di
piacere.
XI.
Ma come Gesù trionfante risalì alla gloria dei cieli, gli aromi
pasquali non più confortarono l'amore della vergine Orsola. Scena
dell'amore fu allora il dominio dei gatti randagi e dei colombi
torraioli. Dall'abbaino alla finestra i dolci segni correvano: tra
mezzo, il lupanare si sprofondava come un fossato d'acque limacciose
a' cui cigli crescessero fiori alimentati dalla putredine. I colombi
sorvolavano con il luccichio verde e grigio delle loro piume.
L'amadore aveva un bel nome antico, si chiamava Marcello, e aveva un
bel fregio rosso e d'argento su le maniche della tunica. Scriveva
epistole piene di fuoco eterno, con frasi impetuose che davano
all'amatrice deliquii di tenerezza e fremiti di voluttà mal contenuta.
Orsola leggeva quei fogli in segreto, li teneva notte e giorno nel
seno: pe 'l calore la scrittura violetta le s'imprimeva su la pelle, ed
era come un gentile tatuaggio d'amore, di cui ella gioiva. Le risposte
di lei non finivano mai: tutta la sapienza grammaticale di una maestra,
tutto il tesoro delle apostrofi psalmistiche di una devota, tutta la
fluente sentimentalità di una pulzella tardiva si riversava su la carta
de' quaderni scolastici rigati di turchino. Ella scrivendo si obliava,
si sentiva trascinare in un'onda di verbosità sonore. Pareva quasi che
una facoltà novella si esplicasse in lei e prendesse forme maniache,
d'improvviso. Quel gran sedimento di lirismo mistico accumulato per
la lettura de' libri di preghiera in tanti anni di fedeltà allo Sposo
Celeste, ora, scosso dal tumulto dell'amore terreno, si levava su
confusamente per assumere sapori di profanità nuovi. Così le lacrimose
implorazioni a Gesù si mutavano in sospiri di speranza verso letizie
d'amplessi non eterei, le offerte del fior dell'anima al Sommo Bene si
mutavano in tenere dedizioni della carne al disio del biondo amante, e
il lume afrodisiaco della luna si cingeva di tutti gli epiteti per cui
va radioso lo Spirito Santo, nè gli zefiri della primavera mancavan di
rapire gli aromi alle mense del Paradiso.
XII.
Era messaggero uno di quegli uomini che paion cresciuti su, come
funghi, dall'umidità della strada immonda ed hanno in tutta la figura
quasi una nativa tinta di fango; di quelli uomini bigi, che s'insinuano
per tutto, che si trovano per tutto ov'è un centesimo da guadagnare, un
po' di untume da leccare, uno straccio da sottrarre, oggi rigattieri
e domani procaccianti in atto di serve o di male femmine, oggi falsi
sensali di mercatanzia e domani accalappiatori di cani erratici.
Costui aveva un nome melodrammatico, si chiamava Lindoro: dal quartiere
dell'Ospedale al bastione di Sant'Agostino una popolarità grande s'era
fatta in torno a questo nome. Nasceva costui dall'accoppiamento d'un
sonatore ambulante di clarinetto con una piazzaiuola rivenditrice
di fruttaglia, ereditando l'istinto nomade del padre e la naturale
avarizia della madre. S'era prima strascicato per gli immondezzai di
tutte le case, con la scopa o il canestro; aveva poi fatto il guattero
in una bettola, dove soldati e marinai gli gettavano sul viso gli
sgoccioli del bicchiere e le spine del pesce mal fritto. Dalla bettola
era caduto in un forno, dove spingeva i pani con la lunga pala dentro
le fiamme, tutta la notte, in sudore, accecandosi. Dal forno era
passato all'uffizio di accenditore pubblico de' fanali, logorandosi una
spalla sotto il peso della scala portatile. Scacciato da quell'uffizio
perchè sottraeva il petrolio dalle grandi casse di zinco bianco, si
mise alla ventura della strada, comprando e rivendendo abiti vecchi,
facendo in tutte le case popolane i servigi più vili, offrendo ai
soldati e ai forestieri i suoi ruffianesimi, lottando così per il
tozzo.
Nel suo corpo e nella sua anima ogni mestiere aveva impresso una
traccia, aveva lasciato un gesto abituale, uno sviluppo di singoli
muscoli, l'indebolimento di un organo, una callosità, una cadenza di
voce, una frase del gergo. Egli era di piccola statura, magro, con una
testa enorme e quasi calva, con chiazze di peli radi su le guance,
con pustole tra i peli. Il suo vestito era ibrido e mutevole; tutte
le fogge passavano su la sua persona, si sovrapponevano a contrasto:
nobili zimarrine verdognole e calzoni carichi di toppe, cappelli
di feltro arrossenti e ciabatte servili, bottoni di metallo lucido,
formelle d'osso bianco, galloni militari, trine, quel miscuglio di
ricchezza sfatta e di miseria ignobile, che ingombra la bottega di un
rigattiere ebreo.
XIII.
Ora costui fu il galeotto. Portava le epistole di Marcello con le
conche piene d'acqua della Pescara su alla casa di Orsola e tornava
giù con le conche vuote e con epistole di risposta. Orsola, quando
lo sentiva salir le scale, si faceva pallida; cercava pretesti per
allontanare Camilla, per essere sola con l'uomo portatore d'acqua e di
gioia. Avvenivano allora contatti rapidi, nel sotterfugio; passavano
allora tra lei e il galeotto quegli sguardi obliqui d'intesa, quei
fuggevoli accenni dei muscoli faciali, quei monosillabi sommessi, che
son gli aiuti dell'astuzia umana e che a lungo andare stringono legami
tra gli ingannatori. A poco a poco nell'amore di Orsola penetrava
qualche cosa della viltà di Lindoro; una specie di domestichezza a poco
a poco si stabiliva tra l'amatrice e l'ambasciatore. Ella, se costui
giungeva nell'assenza di Camilla, lo incalzava di domande, gli parlava
da presso facendogli sentire l'alito, qualche volta inavvedutamente
gli posava su la spalla una mano. Lindoro scioglieva i freni della sua
loquacità, intramezzando parole di gergo, reticenze impudiche, furbi
sorrisi rivelatori, gesti ambigui, piccoli schiocchi di lingua e di
labbra.
Egli ruffianeggiava con arte, sapeva insinuare sottilmente la
corruzione nell'animo di Orsola, sapeva trascinare lentamente
all'insidia di Marcello quella preda. E la vergine stava ad ascoltarlo
intenta, con in fondo agli occhi una fiamma che cresceva, con in bocca
l'aridezza prodotta dall'orgasmo lascivo, senza più interrompere.
Lindoro s'accorgeva subito di aver suscitato nella femmina la brama; e
dinanzi a quella figura tutta protesa e tutta sconvolta si risvegliava
in lui il maschio d'un tratto e l'assaliva la tentazione di cogliere
quel fiore ch'egli apprestava al piacere di un altro. Ma la paura
sorgente dal fondo della sua viltà lo tratteneva e gli ghiacciava
l'ardore.
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