sua croce sormontata dal gallo di ferro. Intorno, case sventrate che mostrano le tracce miserabili degli abitatori, cumuli di mattoni e di calcinacci, rottami e immondizie, travi tronche, tavole fendute, palchi, puntelli, tutti gli orrori della distruzione, come in una contrada devastata dall'invasore. Di là dalle palafitte si scorge l'abside annerita come da un incendio, con le sue vetrate protette dalle grate fulve di ruggine. I mostri delle gronde protendono i lunghi colli squamosi, pontati con le branche all'orlo del tetto. Una plebe meschina e afflitta sta seduta lungo il fianco della chiesa, dalla parte opposta al chiostro e al presbiterio: vecchi, donne, fanciulli, con su le ginocchia un cesto di lattuga, un filo di pane, una cartata di pesce fritto, un frutto mézzo in una foglia floscia. E il rombo delle campane fa tremare mare l'aria su i loro visi esangui, come un velo d'acqua ghiaccia trema sempre su i visi degli annegati esposti laggiù, alla Morgue, dietro il Coro di Nostra Donna. Questo è il santuario di San Severino. La tradizione m'appare verità. Sento che in quest'ombra Dante pregò e meditò, ebbe il suo luogo pio riconosciuto per consuetudine dalle sue ginocchia. Dove? La grande nave mediana è rischiarata dal duplice ordine di finestre; ma le due e due navi laterali, basse come i portici dei chiostri, sono occupate da un'ombra calda e bruna che fa pensare alla pàtina preziosa composta dal tempo e dalla musica sul legno sensibile d'un violino. Per mezzo ai pilastri nervuti, scorgo una vetrata a losanghe senza imagini, simile a una lastra di ghiaccio segnata di mille incrinature. Scorgo, più in là, in un bagliore sanguigno, Gesù crocifisso, che riceve il colpo di lancia dal Romano. Tutte le cappelle intorno vivono d'un silenzio animato, sotto il gesto d'un santo o d'un arcangelo, d'una vergine o d'un evangelista: San Luigi Gonzaga riceve l'ostia dalle mani di San Carlo Borromeo; San Michele schiaccia il demonio; San Giorgio trafigge il dragone; San Severino, poggiato alla sponda del suo pozzo, parla con Clodoaldo e co' seguaci; Santa Genoveffa guarisce la madre sua. La pietà, la forza, la saggezza, il miracolo brillano come lo smeraldo, come il rubino, come l'ametista, come lo zaffiro. Ma non veramente il solitario del tempo di Childeberto possiede questa selva di pietra. La Santa Speranza ne abita la parte più segreta, come suole nei cuori umani. E per lei gli steli di pietra alzano e slanciano verso l'ogiva le palme che in gloria furono agitate su la via di Gerusalemme. Meraviglia indicibile! L'anima respira all'ombra d'un palmeto perpetuo e crede udire il murmure della fontana sempiterna. Dove Dante s'inginocchiò? dove pregò? Qui, certo: presso la colonna mediana dell'abside, che s'attorce con un movimento impetuoso per iscagliare più in alto i rami della palma santa. Un'armonia grave d'organo sale secondata dalle saglienti nervature. Mi volgo, e vedo la nave maggiore tutta folta di popolo, come se a un tratto i credenti fossero risorti di sotterra, su dall'antichissimo carnaio, senza parlare, senza fiatare. Vedo ondeggiar nell'ombra le ali candide sul soggólo delle monache; vedo le madri vestite a bruno con a fianco i giovani soldati pallidi e gravi; vedo le bocche socchiuse dei bimbi attoniti, le teste vacillanti dei vecchi cariche di ricordi atroci. Da tutta quella carne misera, stanca o inconsapevole, si forma una sola anima pura. Ed ecco, una parola risuona: -- Padre celeste che sei Iddio, abbi pietà dei nostri fratelli! E un canto sommesso la ripete, un murmure profondo la prolunga. -- Cristo Gesù che sei Iddio, abbi pietà dei nostri fratelli! Contro i pilastri i cuori d'oro votivi raggiano come se li infervorasse la preghiera concorde. -- Spirito Santo che sei Iddio, abbi pietà dei nostri fratelli! Nostra Donna della Santa Speranza risplende tra due vetrate, in un cespuglio di viticci ardenti ove i ceri sottili s'incurvano e si consumano senza lacrime. -- Santa Maria, madre di Dio, prega per loro! A ogni invocazione il canto sommesso s'innalza. -- San Michele, patrono della Francia, prega per loro! -- San Maurizio, patrono dei combattenti, prega per loro! -- Angeli santi, se Dio ve li diede in custodia, e pregate per loro! Laggiù, per entro ai fusti del palmeto sublime, l'Arcangelo, armato apparisce a Giovanna d'Arco. A quando a quando il cantico s'abbassa, trema, s'affievolisce, come se si bagnasse di pianto; poi si rafforza e invoca. -- Da ogni peccato, dall'ira e dall'odio, dalle imboscate e dagli assalti del nemico, dalle angosce e dalle tristezze dell'agonia, dalla mala morte, per la tua passione lunga, per la tua solitudine e per la tua desolazione, per gli scherni e per le gotate, per il flagello e per la corona di spine, per la tua agonia e per la tua morte, proteggili, o Signore, preservali, o Signore, sii tu la loro forza, il lor coraggio e la lor trincea, in faccia, al nemico, o Signore Iddio nostro. E dégnati d'accettare il loro sacrifizio. Amen.»] Esaudita fu la preghiera, nel profondo e nell'altissimo. Avevo veduto, pochi giorni innanzi, scintillare negli occhi coraggiosi di Marcello dure lacrime, mentre era egli sul punto di partire armato del suo fucile e della sua croce. Il nemico già occupava il dominio della prima stirpe, dalle cripte merovinge della badia di Saint-Médard alle cinque absidi di Saint-Yved, dal dolmen della Fontaine-Bouillante al Sasso forato di Morsain, dalla rupe druidica di Ostel al mastio di Coucy, la contrada regale che custodisce l'anima pura della vecchia Francia e i vestigi della sua più alta storia, la terra austera e soave che ospitò San Luigi e Bianca di Castiglia nella pace dei suoi cenobii adorni. Il nemico già minacciava il paese di Silvia, stava per ardere i boschi e contaminare i ruscelli del Vallese! Tutto era perduto. Chi dirà la bellezza della notte in cui le sorti si volsero e si disegnò il prodigio? Era il più sereno dei plenilunii su l'altipiano di Villacoublay attorniato dalle basse tettoie degli aviatori, dai neri nidi dei volatori di battaglia. Tutta la volta del cielo era piena d'un silenzio straordinario, d'uno di quei silenzii che sembrano quasi imperiosi, tanto superano di potenza ogni voce, ogni rumore. E il fisso destino era la chiave della volta. Bisognava prepararsi a ricevere il nemico; e ciascuno aveva il suo modo, fra spavalderia ed eleganza, fra temerità e fermezza. Noi l'aspettavamo sul noto cammino del 1870, al limitare del bosco di Meudon, in quel recinto di fienili e di granai dove è tuttora inscritta la memoria degli Zuavi caduti combattendo. Il casale di Dama Rosa! Questo nome mi spande ancora nell'anima non so che profumo di vecchia Francia, di «Francia la dolce». Lunghi muri pallidi, espressivi come il pallore delle facce sofferenti, pieni di tedio come i testimoni che da troppo tempo aspettano, pieni di piaghe e di cicatrici come i mendicanti nobili che non tendono la mano ma soltanto guardano. Tetti bassi di lavagna o di tegole, sporgenti sopra l'intonaco grigio che non ha pensieri ma soltanto tristezza senza mutamento e vecchiezza senza riparo. Grandi porte dipinte di rosso, color di grumo, alte come i carri torreggianti di paglia o di fieno, girevoli a fatica su gangheri che vacillano negli stipiti, rugginose di serrami che non serrano, infracidate da basso nell'umidità della terra senza soglia. Pietre sconnesse e inverdite della cisterna scoperta dove stagna l'acqua piovana che non più rispecchia la giogaia del bue né tremola al belato tremulo della pecora immersa. Prato segreto, prato cinto e difeso, fratello del chiostro erboso e del cimitero selvatico, orizzontale come i morti che dormono senza nome, melodioso di musici invisibili, variato dal vento che lo rovescia come piuma o pelame, a onde chiare, a onde scure, inazzurrato dall'ombra della nuvola, calcato dal corpo che vi si riposa e vi s'imprime. O Chiaroviso, un giorno dirò questi aspetti della mia esule malinconia, in quel libro che incominciai e interruppi. Non avevo mai sentito più misteriosamente la natura magica dei miei cani. Nel gran canile imbiancato i loro occhi brillavano come carboni accesi su la neve, maravigliosamente. Quando udirono i colpi improvvisi battuti alla porta esterna, tutti balzarono dalle cucce e si drizzarono tutti contro i cancelli latrando. Lo splendore ferino dei denti vinceva quello degli occhi. Eretti su le zampe di dietro, con la carena del petto contro le sbarre, col collo arcuato, con tese le orecchie, erano bestie da combattimento, pronte allo slancio e alla presa. Un soldato veniva, dal posto vicino, ad annunziare il pericolo imminente e a consigliare lo sgombro rapido del casale. Ma avevamo imparato il sorriso di Francia, e rispondemmo con quel sorriso. Dama Rosa non era più difesa dagli Zuavi ma da una muta di sessanta levrieri, da un battaglione dentato. Non abbandonavamo i bei compagni, ma volevamo con essi aspettare il ferro e il fuoco. Inchiodammo le nostre bandiere ai pali del chiuso, esaminammo le armi, distribuimmo un lauto pasto, e ci disponemmo a vegliare. Tra la muta senza collari né guinzagli, Donatella aveva un viso d'astuzia allegra, come chi consideri l'effetto d'uno stratagemma inopinato. Al chiarore della lanterna, ella si chinava verso la famosa Meg che non aveva ancor finito di leccare i suoi dodici pezzati cuccioli partoriti la mattina. Con un vezzo infantile, ella parlava ai suoi prediletti che la comprendevano e le rispondevano. L'invitto Agitator fiammeggiava dai verdi occhi più folli che mai; l'insaziabile Nut saltava come un canguro, chiedendo di continuo qualcosa da divorare; il gruppo demoniaco dei cani neri, condotto dall'enorme Great Man, se ne stava taciturno in disparte, serbando l'attitudine dell'agguato; la mia dolce Dorset color di miele, costrutta come una piccola arpa sensibile, non si dipartiva dalla sua schifiltà d'ermellino timoroso di contaminarsi; e la vostra vecchia Delrosa, per la rarissima nobiltà del suo lignaggio scampata al sacrifizio compiuto da Marcello non senza pianto, alzava il sottile muso con angoscia cercando di vedere dai suoi poveri occhi intorbidati. Imaginavamo che i nostri cani fossero per essere i precursori di quelli, in seguito celebratissimi, i quali escivano dal limite dei villaggi distrutti formando una catena di difesa intorno ai focolari ancor fumanti. I garzoni, in assetto di guerra, motteggiavano spezzando il biscotto quadrato e sparpagliando nelle cucce i lunghi fastelli di paglia fresca. A quando a quando, taluno si poneva in ascolto credendo aver udito il trotto d'una pattuglia di ulani. Il vento vivo, profumato dal fogliame della foresta e rinfrescato dalla corrente della Senna, agitava in cima ai pali le bandiere latine. Si udiva talvolta uno strepito di carriaggi per la via di Versaglia; si udiva talvolta il rombo di un motore sotto i ricoveri degli uomini alati. Poi seguivano grandi pause di silenzio radioso. La luna era al colmo. Un comandamento di pace scendeva dal sereno. La melodia dell'erba brulicante pareva cullare i morti immemori. Le rane ospiti della piscina mettevano a prova note intermesse, come se stentassero ad accordare ottavini e clarinetti per il concerto di mezzanotte. A un tratto, scorgevo l'alta ombra della mia compagna che camminava lungo il granaio chiaro col suo passo spedito di Diana cacciatrice calzata di coturni bene unti; e un sentimento di bellezza eroica superava l'ironia della mia attesa. La giovine donna, disdegnando ogni consiglio di prudenza, era pronta a perire coi suoi cani ammirabili difendendo le mura del suo rifugio. I denti le brillavano più che il bianco degli occhi, rischiarando quel suo viso di bel fanciullo caparbio. Ella imaginava di scagliare col suo grido gutturale la muta formidabile contro i primi invasori apparsi, e di capitanare la strana battaglia nel rossore dell'incendio. Stando disteso in mezzo all'erba, tra Dorset e Agitator che si serravano ai miei fianchi tenendo il muso contro le mie ascelle, io la udivo parlare nel canile, di banco in banco, non altrimenti che un capitano in punto di esortare i suoi fedeli. Sorridevo all'avventura che d'imaginaria poteva farsi verace, considerando come la morte non mi potesse cogliere in un'ora di più singolare poesia né spegnermi in più grande pienezza di vita. Il grido di un uccello notturno si prolungò nel sonno profondo della foresta. Di sopra il muro pallido le querce scossero lievemente il capo. Un filo d'erba, che mi sfiorava la tempia, sentì l'approssimarsi dell'alba e me lo disse. L'anima la riconobbe prima dell'occhio vigile, più esperta a distinguere luce da luce. Allora mi levai, ed eccitai la coppia dei levrieri al giuoco. Essi partirono di balzo nell'erba che si sbiancava pel solco della loro rapidità. Pareva che la falciassero col lor vigore falcato. Poi s'aggiravano in volute sempre più strette, come i venti quando fanno mulinello. La Diana caucasea, alta e pieghevole sui suoi coturni allacciati, apparì con un'altra coppia al limite della prateria. Non incedeva sopra il sangue ma sopra la rugiada, non sopra il vermiglio ma sopra il verde. Non portava in fronte la mezzaluna ma la prima ora del mattino. Come i canattieri richiamarono i due corridori anelanti e li presero a guinzaglio per impedire le risse, fu lanciata l'altra coppia. E così tutta la muta, due per due, fece il suo galoppo mattutino nell'allegrezza del prodigio. Incominciava, all'orizzonte, la battaglia prodigiosa. Un velivolo passava rombando su la chiostra quadrilunga, accorrendo verso la Marna con le ali candide della Vittoria. O Chiaroviso, come dimenticherò quella veglia d'amore sul vostro suolo fremente e quella carola selvaggia -- vera danza pirrica -- dei miei «lunghi musi»? Non sentimmo, io e la svelta eroina e i nostri compagni fulminei, non sentimmo in confuso la gioia della terra che pareva fatta sonora dal preludio del combattimento invisibile? V'è oggi una condizione singolare della nostra sensibilità, che ci raccomuna alla terra. In quei giorni, e nei giorni che seguirono, io ebbi un sentimento quasi eucaristico della mia patria seconda. Mi parve d'imitare, non in atto ma in ispirito, la comunione di quella gente a piedi fiamminga che si pose in bocca una particella del suolo invaso, prima di menare il gran tagliamento dei vostri cavalieri. Quando conducevamo a guinzaglio i cani per ore ed ore nel laberinto della foresta, spesso ci avveniva di far sosta e di coricarci su la proda erbosa dei viali. con l'orecchio chino, quasi a cogliere il fremito della battaglia. I levrieri si ponevano a giacere presso di noi, col muso allungato tra le zampe davanti protese, con gli occhi acuminati e intenti sotto la fiera grazia degli orecchi disposti a solicchio. Si faceva gran silenzio fra le radici e le vette. L'agguato dei cani pareva accrescere la forza della nostra attenzione. Origliavamo la terra e la sorte. Di sùbito, i cani balzavano dandoci una grandissima stratta e abbaiavano furenti con lanci di belve, tentando di sfuggire al guinzaglio. Avevano veduto un lepratto o una donnola attraversare laggiù la radura. In piedi, con tutta la possa delle due braccia reggevamo il fascio delle strisce di sovattolo robuste che si tendevano come le redini dei cavalli sboccati. Invano puntavamo i talloni e inarcavamo le reni: i furiosi ci trascinavano. Il clamore feroce echeggiava per tutta l'ombra. Pareva che nulla più valesse, nell'ombra, fuorché la bianchezza di quelle giovani zanne pronte ad afferrare e a dirompere. Nulla più valeva fuorché l'azione, fuorché il combattimento a oltranza, fuorché il sangue inesausto. La furia della muta si apprendeva alle nostre vene. Si accendeva nei nostri occhi la visione della battaglia disperata, di là dai boschi, di là dalle fiumane, di là dalle colline. Il mio cuore gridava d'angoscia verso la mia patria prima, verso l'Italia inerme e irresoluta. Ora un giorno avvenne ch'io fossi da tanta violenza non trascinato ma stramazzato, nella mota sdrucciolevole, dopo l'acquazzone di settembre ond'era stillante e scintillante tutto il fogliame. Avevo i guinzagli attortigliati ad ambo i polsi, e la volontà ferma di non lasciare a nessun costo sbandarsi i levrieri che, come i venti, non tornano più indietro né si arrestano finché hanno soffio. Come quei conduttori di carri che urtando la meta precipitano e sono travolti nella polvere dai corsieri impazzati, mi rotolavo nelle peste mollicce, mi avvoltolavo nel fango rossastro, risolcavo la carrareccia con i piedi con le ginocchia e col capo. Quando alfine soccorso da un'asperità del suolo riuscii a frenare l'impeto e a rialzarmi, avevo tutto il viso impiastrato e facevo sangue dalle gengive e dalle narici, mi sentivo stronchi i gomiti e i polsi. Assistito dai garzoni sopraggiunti coi miei cuccioli di un anno eccitati come gli adulti, districai l'intrico dei guinzagli e mi liberai per tastarmi il corpo contuso. Ridevo di me, e il mio riso sapeva di sangue e di mota. Spedita la muta innanzi, restai solo e mi sedetti contro un ceppo di quercia presso il ciglio del fosso. L'avventura era ridevole, ma su i miei panni terrosi e su le mie mani segate dal cuoio c'era qualche stilla rossa. Avevo in bocca un sapore di terra e di vena. Allora dalla solitudine, placato l'ansito, sedato l'istinto del gioco, venne in me un sentimento grave che a poco a poco s'illuminò di poesia. Assorto, lasciavo su me gocciolare il sangue e disseccarsi la mota. Quel fosso deserto mi dava imagine della trincea tremenda. Sentivo la presenza della morte a tutti i crocicchi del laberinto silvestro. Sentivo dentro me il mio scheletro prigioniero, involuto di carne riconversa in argilla. Sentivo, presso e lungi, la insaziabile voracità della terra, e la deità sua. L'una e l'altra avevano obliato gli uomini. Avevano essi creduto di averla vinta e asservita. Con la rapidità avevano abolito i suoi spazii, quasi direi scorciato le sue forme in sfondi di baleno, quasi palpato la sua diversità con non so qual nuovo senso titanico. Con le macchine simili a miriadi di schiavi senza sonno e senza fame, avevano forato i monti, cavato le miniere, imprigionato le sorgenti, domato i flutti, deviato i fiumi, tagliato gli istmi. Non forse ci sembrava di averla stretta, con vincoli più forti di quelli onde gli Italioti avvolgevano il più antico simulacro di Opi? Non riluceva ella, dietro l'aratro novamente congegnato, più docile che non la conduca Omero intorno allo scudo di Achille? Avevamo discostato dal nostro spirito il suo genio, come il vangatore col suo coltello distacca dalle suola la zolla premuta, stando a sera su l'aia o su la soglia. Ed ecco, di sùbito, ella ci riapparisce in una specie di rivelazione primitiva, come al pastore dei tempi dritto su la collina e rivolto verso i punti sacri del mondo. Di sùbito, ella ci riafferra, ci riprende la carne e l'alito, ci spalma della sua creta, ci abbraccia ineluttabile, ci piega al suo amore vorace, ci inebria di orrore e di virtù, mescola la sua sostanza al nostro coraggio, la nostra morte alla sua immortalità. Sempre la guerra nei secoli ricondusse le creature verso colei «che ha un vasto e ricco petto». Il guerriero di Amasi dinanzi a Barce, il Macedone a Tebe, il Romano a Temiscira, il Gallo contro Cesare in Avarico, ognuno respirava l'odore di giù, maravigliosamente sospeso fra la cuna e la tomba, come il figlio della terza Republica nella trincea della Sciampagna o della Mosa, nelle sabbie della Fiandra o nei forteti dell'Argonna, votato alla profonda madre «che nutre i giovinetti e le ariste». Ma questa guerra suprema sembra interamente rifondere tutte le stirpi nella materia originale affinché i loro genii possano alfine rifoggiarli nel fango sanguinoso e risollevarli alla vita con un soffio più vasto. L'alpe, il colle, il poggio, il piano, la ripa, la duna, la selva non più ci appariscono come visioni velate d'aria ma come azioni mistiche il cui ritmo si congiunge alle vicissitudini del fato umano non meno strettamente che giustizia e forza quando lottiamo col nemico a corpo a corpo. Sopra tanti misfatti, tante menzogne, tante vergogne, si spande per noi Latini non so qual pura magnanimità. Dalle albe più remote risplende a noi la nobiltà delle nostre origini, con i gesti e con i segni. Il cielo su la nostra battaglia è un tempio aereo simile a quello che l'augure partiva sul suo capo, da settentrione ad austro, con la sua verga adunca. Non altrimenti disegnava egli un tempio sul suolo patrio, di forma quadrata, non esistente se non in ispirito, senza muri né recinto. Tuttavia i limiti erano inviolabili. E gli eserciti, nei loro accampamenti d'ogni sera, imitavano l'imagine del tempio onde avevan seco recato gli auspicii. Così mi raffiguravo io allora, così oggi mi raffiguro le linee ideali dei nostri valli latini contro le tane avverse. Così per noi ciascun moggio di terra scavata è offerto agli spiriti che la deificano e divengono i Penati del combattente. Tra le radici e le pietre, ben questi ritrova nella profondità compatta la virtù de' suoi padri, oppure, sotto l'assiduo fuoco e l'ostinato ferro, inventa la sua, novissima. Il suo grido di vittoria o di riscossa screpola sul suo corpo l'involucro risecco che stagna le sue ferite. In quelle notti di settembre la buona Vanna, la pulzella di Lorena, saltava sul parapetto, in arnese di mota, in tutt'arme di fango, e gridava: «Ohimè, messer Gesù, quanto sangue di mia gente cola in terra! Perché da niuno fui desta?» M'accadde di veder legare a diecine i cadaveri terrosi intorno a un palo, dritti, come intorno all'ascia le verghe dei littori; e ripensai quella nostra moneta consolare ove il fascio involto di lauro sta fra una spiga e un caduceo. Guardando un de' vostri giovani eroi irrompere dalla trincea, coperto di melma, con la faccia simile a un'informe zolla armata di denti e di occhi, mi avvenne di ripetere in me medesimo la parola iniziatrice: «Insieme giaceste, come il bimbo e la madre, tu e la terra?» Per quanti altri segni riconobbi la nostra elezione, Chiaroviso, mia suora di Francia, nelle settimane miracolose! O vespri sublimi, in quel dominio della prima stirpe, in quel suolo di martiri e di re, quando udivo i racconti della recente prodezza seguirsi come nelle lasse d'una canzon di gesta, presso le rovine della Badia cisterciense non immemore d'avere ospitato San Luigi! Un gruppo di cavalli morelli s'abbeverava nel nero stagno feodale, ove due cigni immobili parevano adunare in sé quanto di candore e di silenzio rimaneva nel folle mondo. S'udiva tonare il cannone, a borea, nella montagna occupata dal nemico; s'udiva ansimare come un bufalo enorme il carro di ferro impantanato nella via cupa; s'udiva in alto il battito d'un velivolo fendere la nube, segnando il ritmo novello del coraggio solitario. E il cielo, dilacerato a levante, aveva il colore del tendine «che pallido è come la perla ineffabile, palesato nella ferita». Dimenticherò io quell'ora e la sua bellezza? Gli Zuavi di Palestro e i Cacciatori di Solferino, i veterani dell'esercito d'Italia, non dunque mi fissavano dal fondo di quelle giovani pupille? Il cannone di Melegnano non dunque tonava alla mia sinistra, tra il cimitero e il ponte? Non altro se non la forza dell'amore mescolava anche una volta nel mio sogno i due sangui fraterni. Su i ghiacci dello Stelvio, su le nevi della Carnia, su i picchi delle Dolomiti, su i dirupi del Monte Nero, da per tutto, nella nostra Alpe truce, oggi risuona un canto possente come quello dei Legionarii: la voce stessa di Roma. Così mi parve un giorno riconoscere la cadenza dell'antichissima vostra canzone carolingia nel coro dei vostri soldati. Conoscete, o Chiaroviso, un borgo che si chiama Longpont? Pontelungo. Somiglia quasi a una delle mie piccole città umbre, tra l'infranta ossatura della chiesa abbaziale e una porta munita di torricelle eguali a quell'una che Santa Barbara sorregge nella palma della mano. Il suo aspetto ingannava il mio esilio, come il suo ricordo oggi mi ravvicina alla seconda patria distante. Era una domenica di settembre torbidiccia e dolca. Assistevo alla messa funebre, nella cappella angusta fatta di quattro crociere superstiti d'una sala ogivale che aveva lungamente servito di ambulatorio alla comunità cisterciense. I soldati avevano rempiuto di rosso tutti i banchi di quercia; ma, come la cappella non ne poteva contenere se non un piccolo numero, gli altri si accalcavano al limitare, occupavano tutto il sagrato all'ombra delle rovine. Dall'altare luccicante di reliquiarii, l'abbate a gran voce noverò i morti. Poi celebrò il sacrifizio del corpo e del sangue di Nostro Signore. E un canto sorse, nel crepuscolo delle vetrate grevi di piombi, un gracile coro di donne e di fanciulli, un coro tremulo, che a poco a poco rafforzarono le voci rauche degli uomini, finché s'ampliò in invocazione robusta. «-Kyrie eleison!-» Tutti i soldati cantavano, nella cappella e nel sagrato, prima di tornare alla battaglia, come nell'antichissima canzone carolingia. «-Kyrie eleison!-» Pur quelli che imbracavano i grandi cavalli da tiro, pur quelli che sellavano le loro bestie ferrate a nuovo, pur quelli che caricavano le lunghe carra di sei ruote, tutti intonarono il cantico santo, come i compagni del figliuolo d'Ansgarda. «Signore, -- diss'egli -- se non mi scavalca la morte, tutto quel che tu vuoi, e io lo compirò. «Quando si fu da Dio accommiatato, levò il suo gonfalone e cavalcò per Francia. Coloro che l'attendevano, levarono grido: -- Monsignore, gran tempo è che ti attendiamo. «Allora così egli parlò: -- O compagni, siate racconsolati. Finché io non v'abbia fatti liberi, non mi poserò.» Lo stesso epico soffio mi pareva spingere le nuvole a dilacerarsi contro gli archi rotti della chiesa estinta, mi pareva agitar l'erbe selvagge su pei contrafforti ridotti omai a non più reggere se non la deserta fierezza loro. Vedevo tremare gli spiriti del vento nella grande Rosa vacua come la bocca d'una maschera senza sònito. Scheggioni di mura erano come imminenti minacce. Massi informi precipitati nell'abside parevan pronti a essere scolpiti in forma di severi sepolcri. E subitamente, nell'erma Rosa, come in uno spazio mistico, scolpita apparve la faccia della Morte: non l'orrida femmina ossuta ma il bellissimo genio maschio. «Dio sia laudato! -- disse il condottiero vedendo quel ch'ei cercava.» I soldati non cessavano di cantare, prosternati nel rosso di robbia come nella lor propria strage. A quel modo che la sinfonia dell'organo accompagna il salmo, tonavano obici e mortai contro la ripida cava donde forse erano escite tutte quelle pietre per ricongiungersi conce a gloria del Signore. Credevamo a quando a quando udire anche l'ansima della belva incalzata, il croscio dei frantumi in fondo ai burroni e ai botri. «Dio sia laudato! -- E si fece innanzi, e intonò un cantico santo. E tutti con lui cantavano: -Kyrie eleison!- «Quando finito fu di cantare il cantico, e cominciò la mischia: il sangue schizzò alla faccia, il sudore grondò dalla fronte dei combattenti....» Dopo, dal ciglione della via ingombra di carra cariche di feriti esposte al fuoco delle batterie avverse, abbracciai con un atto d'amore la città di Clodoveo non visibile se non per le punte delle sue guglie. Erano le guglie di San Giovanni della Vigna. Superavano il colle che nascondeva le mura. Parevano i culmini sensibili della città nascosta, sensibili come le mani che si tendono, come le mani che implorano senza congiungersi o prima di congiungersi. Toccavano il cielo ma là dove il cielo è cittadino, dov'è umanato dal respiro delle case, delle strade e delle piazze. La forza accolta della città viveva in quell'aria palpitante dove la pietra scolpita e commessa sembrava assumere qualcosa di spiritale e quasi di alato. Pur sotto il tuono dei mortai, pensavo al canto dell'allodola gallica. Pensavo a tutte le vostre cattedrali, a tutte le pietre delle vostre cattedrali, che il canto etereo dell'allodola sembra aver condotte dalle fondamenta alle sommità, più alto, sempre più alto. Ora, da quel ciglione, sentivo e misuravo il ritmo generatore della città profonda, con un sentimento quasi filiate, con un istinto di razza, con una divinazione non dissimile a quella che mi rappresentò gli spiriti di Siena quando per la prima volta valicai la disperazione sublime delle sue crete affocate dal tramonto. Altri carri di feriti giungevano, sostavano. Il cammino che conduceva all'ospedale, e l'ospedale stesso, era battuto dal nemico, senza tregua. La carne sanguinosa era stipata, dolore contro dolore, calore contro calore. Non s'udiva un lagno né una imprecazione. Tutti mi sembravano belli. Il viso della Francia era in ciascun viso. In rilievi d'osso e di muscoli vi si scolpiva il più maschio destino. Le recenti ferite non parevano le cicatrici vecchie della nazione riaperte e riaccese? Un sorriso effuso in un volto bendato non somigliava a quel primaverile sorriso che il popolo vide schiudersi nelle statue delle sue cattedrali costrutte col canto? Un motto eroico faceva ondeggiare in una sùbita ilarità tutte quelle fasce insanguinate, con non so qual freschezza pur sopra l'orrore, come un bianco e rosso roseto. Qualcuno disse: «Dalla cava bombardano la città». Allora la città fu come tutta quella carne. Mi pareva udire, di dietro al colle, battere il suo cuore impavido. Nell'aria solcata dal ferro e dal fuoco la pietra delle due guglie protese aveva quel delicato color cinerino che talvolta sembra cangiante come la gola della tortora. Credevo di vederle vacillare a ogni rimbombo. Il nemico occupava coi suoi cannoni le cave stesse donde era escita la pietra delle case e delle chiese e dei baluardi. Per me che vedevo le due braccia della fede intatte, come per i feriti che non vedevano se non la triste via preclusa, la città colpita non era soltanto la sede venerabile della prima dinastia, la diletta del Merovingio battezzato da San Remigio, ma era l'imagine ideale della città edificata dalla gente franca, della città inginocchiata all'ombra della cattedrale costrutta dall'artiere e dal popolo come un modello dell'Anima e del Corpo, come un emblema del Cielo e della Terra, come un simbolo del Paradiso e dell'Inferno. Tendevo l'orecchio per cogliere il suono delle campane entro le pause dell'atroce rombo. Tendevo l'orecchio per cogliere il suono della gloria, il clangore di tutte le glorie. Tendevo l'orecchio per intendere la voce dei secoli, per ascoltare nei secoli la voce dell'amore, della costanza e della speranza. L'Angelo che veglia allo spigolo del pilastro, vestito d'una tunica numerosa che non sembra pieghe intorno a una forma, sì raggi intorno a una mente; l'Angelo che porta l ora solare sul suo petto; l'Angelo delle Cattedrali materne era salito a sommo del cielo, si librava fra i due pinnacoli. E l'attimo inevitabile era segnato da lui. Un abbaglio improvviso turbò i miei occhi. Tutto lo spazio vacillò. Il respiro della città profonda s'arrestò. Un silenzio umano e sovrumano si fece intorno, si fece in tutte le cose, come quando la moltitudine accolta nella piazza si tace per udire il capo dell'innocente rotolar dal palco nel paniere del carnefice. Una delle due guglie appariva mozza. La città non levava al cielo se non un braccio e un moncherino. Dal ciglione gridai verso i carri. Allora tutte le ferite sanguinarono per quella pietra che non sanguinò. Dopo, da un'altra altura, toccai un amore, un dolore e uno splendore anche più maravigliosi. Vidi un'altra Cattedrale, la più solenne, quella delle grandi Sagre, compiersi nella fiamma. Vidi la fiamma, suprema artefice, condurre tutte le linee della pietra immobile alla perfezione della preghiera alata. Le due braccia levate al cielo e non congiunte, vidi la fiamma congiungerle. Come il silenzio di Soissons, il cantico di Reims era senza parole. I mille e mille e mille uomini, che avevano cavato tagliato e commesso le pietre cantando, intonavano di nuovo il loro cantico interrotto, che saliva fuori del tempo misurato e fuori del linguaggio scandito. Non era se non una forza saliente, come la fiamma. Era anzi la medesima forza saliente. La Cattedrale toccava alfine il cuore del cielo. Nata da un aspirazione verso l'altezza, nata da una imitazione angelica, da un bisogno di volo e di coro, la Cattedrale esprimeva un'ansia che non si placa mai. Ella non poteva esser condotta dagli uomini al suo compimento né poteva compiere sé stessa. Nessuna generazione la vedeva compiuta. Il peso della pietra, il peso dello scalpello, il peso della mano serbavano una terrestrità invitta. L'ansia degli edificatori non riusciva se non a volgere verso l'alto il fogliame dei capitelli e le penne degli Angeli impietrite. L'edifizio era un desiderio arrestato nel punto di superarsi. Era una mole radicata che invidiava la nuvola sorvolante. Ed ecco, d'improvviso, la fiamma eroica ne riprendeva e ne svolgeva il ritmo primiero. La pietra si moveva, la pietra si liberava, la pietra saliva nel firmamento. Tutto il suo sforzo di ascensione era secondato dalla fiamma. Dall'abside, dalle arcate dei contrafforti, dalle curvature dei portali, da tutti i luoghi di gloria, le ali si spiegavano, gli Angeli s'involavano nel fuoco. E dal fuoco altri Angeli si creavano, e seguivano il medesimo volo. Il mistero dell'Ascensione, chiuso nella Cattedrale, era rivelato non in verbo ma in atto. La Cattedrale era scoperchiata come il monumento presso cui Maria se ne stava in pianto allorché i messaggeri vestiti di bianco le dissero: «Donna, perché piagni?» La Cattedrale era fiammeggiante di resurrezione; e l'anima della Francia era quivi alzata in piè, come il riapparito. Dopo mi accadde di approssimarmi al tempio sublimato. La sua nuova bellezza mi sopraffece come un apparizione improvvisa. L'incendio era spento, ma le fiamme vigevano come gli spiriti della musica si manifestano nella pausa che segue il suono. Ella era giovane e integra, perché tutte quelle ferite la confermavano invulnerabile. Era tutta pura, come quando fu posta nel suolo la prima pietra ed ella viveva sola nell'aria e nella mente del popolo creatore. I tempi l'avevano caricata di molte cose vane ed estranee; ed ecco, di ogni cosa vana ed estranea ella era monda. I grandi pilastri parevano esser ritornati alla natura sacra, esser ridivenuti rupi da percuotere per isprigionarne fonti nascoste. Le vetrate non serbavano se non i neri piombi, come le foglie consunte dall'autunno non serbano se non le nervature; ma i piombi disegnavano imagini di cielo là dov'erano imagini di vetro. I sette e sette contrafforti mi parevano come ingigantiti dallo sforzo di serrare una vita strapotente e di sollevarla. La torre incotta dall'arsione aveva il colore che ha la carne dei martiri quando nel martirio trasumana. Pativa e cantava, come i confessori. E v'era un canto udito e un canto inaudito. Dinanzi al Battesimo di Clodoveo era deserta la cantoria del Gloria dove i chierici solevano intonar l'inno nella domenica dell'Ulivo. Ma l'occupava non so che aspettazione, quasi visibile come quel drappo che vien disteso nella loggia dove sia per apparire il benedicente o l'annunziatore. Dirò forse più tardi tutto quel che vidi e compresi e interpretai nel tempio non minato ma restituito a grazia per la Sagra futura. Oggi dico un movimento della mia ispirazione. Guardavo le nuvole cineree lacerarsi ai pinnacoli dei contrafforti e correre verso il levante, come battaglioni mandati alla riscossa. Nella torre arsa il capo d'una statua incotto si disfece come al vento la lana d'un cardo; si dissipò, si dileguò; e fui cosparso da un lieve polverio, quasi da poca cenere squallida. Mi voltai verso l'immane Crocifisso tutto arrossato dall'incendio, come tratto dalla guaina delle sue membra per una perfezione di supplizio, tutto muscoli e vene palesi. Lo vidi senza cranio e non irto di spine ma d'un lungo chiodo rugginoso, più crudele degli altri tre confitti. La piazza era deserta. L'aria fumigava sopra le mura fosche delle case bruciate. Il mortaio brutale tonava e ululava. Udii un lungo schianto. E il custode si fece al limitare della Porta maggiore e mi chiamò. Una granata aveva colpito il grande organo, aveva ucciso il gran corpo sonoro. La selva delle canne appariva tuttavia intatta. Non così poteva il canto degli edificatori essere spento. Raccolsi una scheggia di quel legno impregnato d'armonia, e rimasi in ascolto. Da una parte e dall'altra della Porta, robuste travature embriciate da sacchi di sabbia proteggevano l'ordine delle statue belle. Chino scorgevo la luce passare per gli interstizii come per le fenditure d'una caverna selvaggia. E subitamente mi tornò nello spirito una mia imaginazione d'altro tempo, la quale m'aveva fatto riconoscere la figura dell'Ulisse dantesco in una di quelle statue barbata e coperta d'una sorta di berretta da navigatore. Ricordavo il vigilante coraggio del suo viso, e la sua bocca sinuosa ma ferma, che i ricci della barba lasciavano libera: bocca degna di proferire l'«orazion picciola». Considerate la vostra semenza: Fatti non foste a viver come bruti.... Travolto da un'onda di tristezza, mi risentii fuoruscito e discorde. La solitudine si fece ferrea veramente, mi compresse le costole come un congegno di tortura. Chiusi gli occhi; e la mia patria, dimentica ma indimenticabile, mi si formò dal cuore con un rilievo più potente che il rilievo di qualunque simulacro. E il cuore era pieno di pietà, di rimorso, di rimpianto, di rampogna, di furia, di onta, di supplicazione, di dedizione, di presagio. Considerate la vostra semenza. Era ben quello il verso eterno da incidere nella fronte dell'orgoglio latino. Dall'altra parte erano i bruti, con le loro ignominie. Ed ecco che l'ingiuria loro non aveva potuto distruggere la bellezza costrutta dalla volontà creatrice. Tanta bellezza s'era fatta più altera e più alta, come ogni creatura regale si solleva sopra l'oltraggio. V'è una superstizione della bellezza, lo la posseggo. Perché la Cattedrale mi sembrasse più patetica e più pura, bisognava che veramente delle tante sue pietre profanate falsate racconciate rinnovate ella si fosse alleggerita nella ruina e che per una sorte misteriosa ella avesse conservato i suoi segni più nobili. «È salvo l'Ulisse di Dante?» chiedeva al mio cuore la mia angoscia. Ma già conoscevo la risposta dell'intimo dio. Quel che è più bello non perisce. Nella sera dell'incendio le fiamme congiungendosi imitavano i due archi dell'ogiva. Ora l'imaginazione mi rappresentava il fuoco diviso in due corni, il rogo bipartito ove si consuma il martirio dei due compagni. O voi che siete duo dentro ad un fuoco! Nel mio spirito ogni sillaba s'innovava di significazioni attuali. Il Libro della mia gente non è forse grave di oracoli per ogni interprete? La mia superstizione dalla incolumità o dal guasto della statua eletta voleva trarre l'auspicio di ciò ch'era nella mia fede, nei miei voti e nella mia impazienza. Allora sguisciai fra travatura e modanatura, mi curvai nell'ombra dei sacchi, palpando la pietra con le mani cariche d'anima, come chi nel buio speri di riconoscere il suo caro tra morienti e morti. Per gli interstizii penetrava qua e là il chiarore svelando l'orlo d'una tunica, un gomito piegato, due piedi giunti. V'era quasi l'umidità della trincea scavata di recente, la segretezza del cammino coperto, l'ingombro tumultuario dell'opera difensiva alzata per chiudere la breccia. Battevo il capo ora contro una trave ora contro una sagoma. M'arrestavo e repugnavo a ogni tratto, come chi tema di calpestare un cadavere o di rivoltolare un teschio. Finalmente, aggrappandomi, credetti sentire sotto le mie dita le pieghe del saio marino. Mi sforzai allora di allargare lo spiraglio tra sacco e sacco, palpitando come il sepolto vivo che ha sete della luce. Mi volsi nell'angustia, aguzzai la vista in su; e, col tremito di chi disseppellisca un capolavoro profondo, scopersi la chiusa bocca dagli angoli rilevati, che non sorrideva come le labbra sorridono ma come sorride la mente. L'effigie dell'Ulisse dantesco, dell'esemplare eroe tirreno, era intatta; e pareva spiare in silenzio per la falla da me aperta fra i due sacchi di rena, tranquillo e pronto come nel ventre del cavallo di Troia. Soltanto aveva sul ginocchio una scalfittura, bianchiccia nella pàtina bruna. «Ale al folle volo!» gridò senza suono il mio cuore. Il presagio era fausto. I due corni della fiamma antica dovevano convergere. Un presto Ulisside doveva disfare la Circe grinzosa e il suo branco. Ma ho grazia presso di voi, o Chiaroviso, per una sollecitudine più dolce. Marcello, nei primi giorni della guerra, s'era già accommiatato dalle cose più care. Aveva già condotto alla requisizione la sua bella cavalla da caccia, la sua fedele compagna di corse e di fantasie, nata per portare i sogni d'un poeta a traverso le bionde campagne e i ruscelli flessibili del Vallese. Aveva già sacrificato le sue cagne, tranne la vecchia cieca Delrosa rifugiata nei granai di Donatella; le aveva prese egli stesso a guinzaglio per darle alla morte tuttavia gioiose e balzanti; aveva egli stesso coricato i nobili corpi, l'uno accanto all'altro, nella fossa cavata in mezzo alla foresta; e se n'era tornato per il sentiero, a capo chino, coi collari vuoti e coi guinzagli flosci. L'ora di più crudeli sacrifizii era sonata. L'invasione barbarica pareva irresistibile; la selva regia di Compiègne mezzo distrutta, la delicata e pensosa Senlis messa a sacco, le vie di Chantilly gementi e stridenti sotto i convogli e i carriaggi, la bellezza viva di Silvia piagata e straziata! Sapevo come sanguinasse il cuore del mio amico, laggiù, nelle trincee di Lorena. Ahimè, il fetore dell'orda immonda aveva ammorbato l'aria argentea dell'Isola di Francia e fugato dagli ozii ombrosi le api e le cervie. Sapevo per quali radici, sensibili come i suoi nervi, egli fosse profondato nel paese a cui avevano sorriso Maddalena di Savoia e Maria Felicia Orsina, nella terra disegnata secondo lo stile del gran Condé vincitore di battaglie e protettore delle Muse, nel bel dominio venatorio dove il veltro bianco di Enrico IV s'era accoppiato con le cagne del Conestabile Anna per produrre i più eroici cuccioli. Avrebbe egli potuto ripetere sorridendo: «Uni Condæo dum placeam, satis est.» Diceva egli: «Certo il fucile non mi pesa, né m'importa di stare giorni e notti fitto nella mota sino alle ginocchia. Ma non so vincere l'angoscia, se penso alla mia casa, ai miei libri, al mio padiglione solitario nel mio giardino. Fu calpestato, insultato, insozzato anche il nostro suolo? Quanto della foresta fu arso? quanto del castello fu guasto o rubato? Il cuore mi si torce se penso al mio bel Vallese profanato. Sì, la piccola patria ci torce il cuore, se la grande ci solleva l'anima....» Rividi le sue lacrime dure nei suoi occhi coraggiosi. Partii su la mia macchina veloce divorando le vie ancor torbide di battaglia, a traverso le campagne sconvolte dalle trincee improvvise, cosparse di bottiglie vuote e di proietti non scoppiati, gonfie qua e là di tumuli freschi, irte di croci rozze, fatte ancor più lugubri dalle carogne dei cavalli che tutte giacenti drizzavano all'aria una delle zampe di dietro sollevata dal ventre disteso e ripetevano quel gesto orribile per tutto il piano sino all'orizzonte. «La casa di Chiaroviso! La casa di Silvia la Romana! La foresta, il parco, il giardino, lo stagno, la fonte!» Il sole aveva rotto le nuvole, come i bei reggimenti azzurri e rossi avevano rotto le orde bige. Subitamente s'intiepidirono i boschi e aulirono. Sentii la gola calda della signoria di Chantilly, anzi quasi mi sembrò di palparla. I miei occhi cercarono il tronco abbattuto, il muro crollato. Tutto pareva incolume, tranquillo, sicuro. Il castello era tuttavia qual piacque al duca d'Aumale: «un cigno dormente su l'acqua». La città era più mite e più taciturna che mai. Il suo silenzio mi toccò il cuore come un'armonia sommessa. Certo, nessuna branca di lurco aveva rubato la divina tavoletta ove Rafaele giovine dipinse le Tre Grazie. «La casa di Chiaroviso!» Era salva, intatta, affacciata con pace sul lastrico; e si sentiva, dalla sua freschezza, che il suo giardino le faceva da ventaglio. Prima mi parlò la giovine donna della bottega accanto, con la gentilezza che dovevano avere le governatrici dei canarini di Madama la principessa di Condé. Poi venne ad aprirmi la vecchia cuoca custode, una figura aperta e accorta del migliore stampo di provincia; la quale doveva aver ben cucinato in altri tempi alcuna delle trote e delle carpe che il Conestabile Anna si piaceva di pescare dalle sue finestre. Rividi il vestibolo chiaro; accarezzai i levrieri superstiti, che non avevano perduto se non il tono dei muscoli; visitai i libri bene ordinati nel padiglione studioso; entrai nella stanza familiare dove in quella sera di luglio, dopo la corsa dei puledri di due anni, Marcello mi aveva mostrato il suo cappotto blu ed il suo cheppì di fantaccino. In ogni angolo della casa materna i piccoli iddii domestici respiravano a bell'agio. Allora mandai il messaggio consolante, e portai via una foglia di edera, di nostra edera vivace seguace tenace. «-Nec recisa recedit.-» Autunno piovigginoso e freddo: fumante vendemmia nel tino smisurato; ore d'aspettazione e di sospensione senza fine. Il recinto solitario di Dama Rosa fu requisito, riempito di bestiame da macello, convertito in una tetra cloaca nerastra su cui si prolungavano i mugghi degli animali malati d'afta. Nella prateria d'allenamento, non più un fiore non più un filo d'erba ma una mescolanza nauseosa di bovina e di belletta, dove i manzi e le vacche stavano affondati sino al ventre, famelici, sitibondi, scheletriti, così che a sera ci pareva di vedere su dal mucchio fumigare la febbre. I granai bassi erano pieni di bestie moribonde coricate sopra la paglia, nel buio e nel fetore. A quando a quando uno sbattimento di luce, per l'apertura d'una porta lamentevole, rischiarava due froge color di carne morticcia, due occhi torbi dalle lunghe ciglia biancastre, un fianco pezzato e cavo, l'osso arcuato duna schiena falba, le mani villose d'un bovaro nell'atto di strascicar per la coda una bestia spirante. I «lunghi musi» non avevano più i loro giuochi mattutini, le loro fantasie e follie su pel terreno soffice, tra le mura dorate dal sole o inazzurrate dall'ombra. Erano sempre condotti a guinzaglio pei sentieri della foresta gialli di foglie, o per le campagne abbandonate ove i branchi neri delle cornacchie crocidavano sopra i mucchi di letame color nocciuola come la corteccia del pane caldo. Andavano al passo, di mala voglia, tristi sotto i loro mantelli da pioggia, con le museruole bene strette, spesso ringhiando l'un contro l'altro, quando si davano noia, anca contro anca, essendo in troppi a mano di pochi garzoni inesperti; ché i buoni canattieri erano anch'essi andati alla guerra e s'erano assuefatti a ben altri latrati. Nel parco delle lepri non era rimasto se non una povera zoppa che scavava tuttavia la terra a piè del muro e saltava ostinatamente verso i pezzi di vetro fitti nella cresta, sperando di scampare di sopra o di sotto. Pomeriggi d'ottobre desolati sul vasto brago, quando ai muggiti dell'armento infetto rispondeva l'uggiolio lugubre dei cani oppressi dal tedio! Rimanevamo a lungo nell'infermeria su le seggiole rozze di legno, dopo aver ricucito un po' di pelle lacerata in una rissa di banco o aver curata una zoppìa tenace o avere spennellato una gola gonfia. Rimanevamo là per riprender cuore prima di uscire a rivedere l'orribile morìa, prima di riattraversare il pattume con i grossi zoccoli. Ascoltavamo la monotonia della pioggia guardando la luce diminuire su i vetri della finestra alta. Le quattro pareti imbiancate parevano contenere un silenzio quasi solido. Gli ultimi sacchi di biscotto erano ammucchiati in un canto, quasi tutti frantumi e forse magagnati, ché non costole né spigoli forzavano la tela bruna. Un odore di stantio si mescolava all'odore della tintura di iodio. Fiocchi di cotone nuotavano in una catinella tinta di sangue. Fasce di garza sfilaccicate e macchiate rimanevano tuttora su l'impiantito. Un moscone ronzava dentro lo stipo socchiuso dei farmachi. Ogni cosa distillava la malinconia nel nostro cuore pesante. In una pausa della pioggia udivamo talvolta all'improvviso una rondine tardiva rasente la finestra gittare un grido che ci passava l'anima. Non potevamo più resistere alla nostra tristezza. Ci alzavamo, uscivamo. I cani indovinavano e balzavano dai banchi disperatamente latrando. I latrati e i mugghi facevano un coro tetro nel gran chiostro di melma. Fuggivamo verso la strada di Versaglia, per avere una tregua. Là, una sera, incontrammo un carro che portava i resti d'un velivolo caduto: le ali rotte e lacere, l'elica schiantata, il motore contorto e lordo di fango. Una seconda macchina in corsa passò, sotto il riflesso giallo del crepuscolo, portando due corpi inerti e insanguinati. Uno dei due era quasi informe. Un'altra volta, verso il tramonto, nel campo incolto ch'è tra il limite del bosco e il muro di cinta, vidi una greggia all'addiaccio, chiusa intorno da una rete rada, come in uno stazzo della mia terra d'Abruzzi. Le pecore s'ammusavano in un mucchio lanoso, già sentendo la notte. Ma sopra il mucchio turbinava uno stormo sperduto di rondini. Era un turbine nero d'angoscia, con qualche guizzo bianco. Erano le rondini sbigottite dal fragore della cannonata, respinte dal rombo della battaglia, timorose di valicare la linea del fuoco. Ne avevo già vedute tante tremare su i fili del telegrafo o tramortire su i margini delle vie solcate e risolcate dalle ambulanze. Ma quelle, più delle altre, mi attristarono. Volavano basso, rasente i dossi lanuti, per sentire il calore della greggia compatta, per beccare nella lana grassa gli insetti. Avevano freddo, avevano fame, avevano paura, e una grazia malinconica che pareva toccare il cuore deserto dell'autunno. Non osavano sollevarsi né orientarsi né intraprendere la dipartita. Temevano la sera, temevano la notte. Erano condannate a perire nell'Isola di Francia, a marcire come le frondi, a non più rivedere le contrade serene. E s'aggiravano, s'aggiravano senza posa nel calore esalato dal branco raccolto. Le pecore non si movevano, non alzavano i musi. Restavano in silenzio aspettando la notte paziente, dentro la rete sicura. Alcuna rondine, a quando a quando, s'impigliava nei bioccoli, si dibatteva per qualche attimo, nera e forcuta sul biancicore; poi si liberava e riprendeva a roteare. M'appressai con cautela. Una s'era intricata nella rete e non riusciva a districarsi. S'udiva il suo strido superare lo stridio fioco dello stormo disperato. Allora accorsi, per aiutarla. Senza farle male, tolsi dal laccio improvviso i suoi artiglietti selvaggi. L'ebbi palpitante nella mano. Era tutta cuore e piuma. Vedendomi vicino, il suo stuolo s'era alzato nell'aria. Io feci un vóto nella mia tristezza segreta, e diedi la libertà alla messaggera. Ella, come se le avessi infuso un coraggio subitaneo, partì verso austro, simile a una freccia che io avessi scoccata dal mio arco invisibile. E fu condottiera; ché tutta la compagnia la seguì alla ventura, senza più strida. Andò a impigliarsi nei veli della notte, con la prima stella? O riuscì a valicare l'impedimento fragoroso e a ritrovare la traccia della speranza? O Chiaroviso, in quel mattino dello scorcio di maggio, quando ebbi l'annunzio inatteso della vostra visita all'infermo, nella prima meraviglia, udendo gridare una rondine presso il davanzale veneziano già fiorito di gelsomini, m'imaginai che fosse proprio quella dell'addiaccio da me tenuta nella mia mano, tanta fu la forza della vita che a me ritornava di laggiù, dal piano che sta tra la via di Versaglia e la foresta di Meudon, dalla contrada di Dama Rosa. Subito il mio mattino d'infermo fu agitato dai fantasmi della vita energica nell'aria libera, al nuvolo e al sereno. Col gesto abituale, sollevai la benda di su l'occhio leso per osservare il tristo ragno nero che v'ha tessuta la sua tela iniqua. Occupava esso pur sempre il centro, col suo addome rotondo, e non erano le cordicine né diradate né impallidite. Ma il mio corpo, vinto dai miei torturatori amorevoli in tredici settimane di cure, parve a un tratto percorso dalla primitiva inquietudine muscolare. Sentii sul viso mezzo cieco risoffiare la brezza frizzante dei mattini d'allenamento, quando la potenza animale si comunicava anche ai miei garetti e alla mia schiena. Sentii quegli atti e quegli sforzi rieccitare i miei nervi affievoliti, come se una virtù magica operasse in me una guarigione repentina e mi trasportasse sopra l'erba rasa tra i miei cani gioiosi. Le voci gettate da un'estremità della prateria verso l'estremità opposta dove il garzone sguinzaglia la coppia, che alle voci parte bruciando il suolo come una doppia fiamma, per alfine gettarsi ai miei piedi e rotolarsi nel verde o solcarlo con la carena acuta del petto. Gli inseguimenti e le scalmane per sedare le risse che separate ricominciano più da discosto; gli sdruci nel fianco, nel collo, nell'orecchia; il frignare del ferito sollevato a due braccia e portato all'infermeria come un bimbo che ha la bua. Il giudizio ansioso dell'ultimo galoppo, alla vigilia della corsa; l'esame minuto dei muscoli, dei tendini, dei piedi, del respiro; le lunghe fregagioni sapienti, stando il levriere fra le mie due gambe, giù pei fasci induriti del dosso fino alle masse formidabili delle cosce, con mani pieghevoli e vigorose, nate a quel mestiere che mal s'impara; e la 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000