La Leda senza cigno Gabriele D'Annunzio LA LEDA SENZA CIGNO RACCONTO DI GABRIELE D'ANNUNZIO SEGUITO DA UNA LICENZA * TOMO PRIMO FRATELLI TREVES EDITORI • MILANO • MCMXVI -Proprietà letteraria.- -Riservati tutti i diritti.- Copyright by Fratelli Treves, 1916. -Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questa Opera che non porti il timbro a secco dell'Autore.- Tip. Treves. ASPETTI DELL'IGNOTO. LA LEDA SENZA CIGNO. Questo mi fu raccontato ieri, prima di sera, sul pontone piatto che la bassa marea lasciava in secco a poco a poco, mentre udivamo intorno bruire la vita nascosta delle sabbie e a quando a quando il chiù rammaricarsi nelle macchie litorali fiorite di ginestrelle e di giunchi marini, mi fu raccontato da Desiderio Moriar, squisitissimo artista ignudo di opere e di fama; il quale con me sa come nel vivere, ancor più che nel leggere, nulla valga quanto l'abito dell'attenzione. Ma egli ha una voce che somiglia a una di quelle giornate torbide di marzo, tutte sprazzi argentini, ventate subitanee, rovesci d'acqua e di gragnuola, pause piene di melodia, dove le cose non nate sembrano aver più potenza che le cose già venute in luce. E questa sua voce passa per una bocca avida e scontenta come d'un bimbo ghiotto che con un soldo falso e gobbo s'indugi davanti alla vetrina del pasticciere. E su certe parole i suoi occhi bruni si muovono tra il battito dei cigli con una inquietudine che sembra accendere una stilla di sangue nell'angolo delle palpebre verso il naso, come quel tòcco vivo di cinabro che si vede in certi ritratti manierati; oppure talvolta pare che ritraggano a sé lo sguardo e galleggino su non so che acqua di sogno come due gusci lisci di nocciuola. Né, veduto di fronte, egli è lo stesso uomo che si mostra di profilo: a una sensualità avventurosa, insofferente di costrizione ma intesa a scegliere pur nella sua subitezza, egli sembra volgendosi opporre l'abnegata volontà di chi senza fallo scopre il medesimo orrore vuoto sotto i più facili e i più difficili capricci della vita. Le sue belle mani, a volta a volta nervose come quelle del grande violinista tra archetto e tastatura o disossate e morbide come quelle del famoso sarto in punto di provare il vestito alla dama, con un gesto brusco fanno di tratto in tratto scrocchiare le dita parendo saggiare il tono dello scheletro celato. Allora certe rapide onde sensitive, palesandoglisi al pomello della gota, alla tempia, al mento, mi ricordano la pelle troppo fina dei cavalli di sangue e qualche volta anche il muso comico dei conigli. Or che mirabile strumento animato per rilevar con un gesto, con un accento, con una pausa, con un cenno, con uno sguardo i valori delle cose visibili e invisibili! Egli diceva iersera, per quel misto di fanciullaggine e di magìa: «La notte non è onnipresente e perpetua? Se chiudo il pugno, sotto il pieno meriggio, ecco, faccio la notte nel cavo della mia mano». Così, narrando, egli mi faceva sentire di continuo quella meravigliosa oscurità su cui si disegnano le forme e gli eventi, quella divina ombra che riempie la piega d'una gonna o la fessura d'un cuore. Disperando d'imitare pur lontanamente l'arte sua viva, nel riferire taluno de' suoi racconti io mi studio d'imaginarmi che il caso sia seguìto a me medesimo. Ero in una di quelle giornate di tedio, che si dice sieno state inventate per le nature ambigue dal precettore di Nerone, quando la virtù attiva della vita si ritrae dai cerchi dell'anima come l'acqua dalle gore d'una gualchiera o d'un mulino lasciando a secco i fossi ingombri di rottami e di lordumi intorno ai congegni inerti. Par di fiutare in ogni pensiero un odore di melma in fermento. Il corpo stesso è come sguainato e stroncato: cerca di sostenersi, di appoggiarsi, di trovar requie in qualche attitudine durevole; ma somiglia quei vecchi crocifissi mancanti della croce, che nelle botteghe degli antiquarii sembran rinchiodati a supplizio in qualunque luogo e contro qualunque arnese si ritrovino. Anche la stagione secondava tale miseria; ché pioveva e non pioveva, nella Landa. Una nuvola bucherata spruzzolava un tratto di sabbione con gocciole grosse e rade che, per esser quasi tiepide, parevan cadute da uno schiumatoio. Ma di là dalla banda annaffiata s'intravedeva la sabbia secca, e più in là un'altra spruzzaglia, e più in là un'altra lista di alido; cosicché anche la terra pareva in malessere come quelle donne incinte che si sentono la pelle a chiazze fredda e calda, qualcosa d'informe dentro sobbalzando in una profondità indefinita. Stavo per lasciare dietro di me, al cancello d'un giardino, una di quelle dolci e noiose creature che, all'incontro della giovenile visione di Dante, si ostinano di tener senza fine su le braccia il loro amore esanime «involto in un drappo sanguigno leggiermente» per non potersi mai risolvere a seppellirlo, e si sforzano di farci mangiare «per ingegno» il loro caro cuore che pur non arde. -Vide cor meum.- Udivo il suono della lamentazione consueta come quel ronzio che il chinino lascia nell'orecchio del malato di febbri dopo l'accesso. E non istavo né dentro né fuori; ché la pietra della soglia era tra noi, cosparsa di pòlline giallo. E vedevo quella farina selvaggia attaccarsi alla pittura recente del cancello nuovo, riempiere gli interstizii, involgere una bolla di gomma che in una traversa di quel legno di pino non interamente morto si gonfiava a quel modo che la vescica s'alza nel palmo d'una mano avanti d'incallire. Un vasetto di coccio sospeso a un tronco scorticato aveva ricevuto d'un tratto tanta ragia, al primo muovere del succhio, che ne traboccava in lunghi filamenti d'apparenza quasi zuccherina, sicché metteva voglia di darla a masticare per impiastrarne la lingua molesta e invescare contro al palato le parole importune. Sotto la mollezza d'una nuvola latticinosa e irresoluta gli uccelli qua e là stonavano come gli alunni svogliati d'una scuola corale. E tutta la vita m'aveva l'aria di una di quelle sciocche allegorie che un tempo il maestro di retorica proponeva su la lunga panca dell'esame. L'avevo così mal composta che, per punizione, ero costretto a portare il foglio appiccato con due spilli dietro la schiena. Allora, scendendo verso il Quartiere d'inverno per i sentieri della foresta, pensai con invidia a quei rari pastori landesi, ultimi discendenti de' vecchi fantastici che su gli alti trampoli varcavano stagni e pantani del deserto arenoso e co' gran passi potevan eguagliare il galoppo d'un cavallo de' Pirenei. Ne avevo conosciuto uno nella macchia, pochi giorni innanzi. Ridotta la misura delle pertiche leggendarie a due modesti mozziconi. messi ad armacollo l'ombrello verdognolo e il sacchetto brunastro, calcato su gli orecchi il berretto di lana in forma di fungo, costui passava tutto il santo giorno immobile contro il sostegno del bastone, lavorando di calzette coi ferri, immune di pensieri come il suo cane, indifferente alla fuga del tempo come dev'essere l'ampolla dell'oriuolo da polvere, con la sua lingua riposta per anni nel silenzio della sua saliva come la sardina conservata nell'olio della scatola. Lungi dagli occhi amati o non più amati, la luce pare diversa. Per entrare nella nostra camera, il cielo aspetta che le lampade sieno spente. Tra le raschiature fresche dei pini (in distanza i fusti avevan l'aria di portare inchiodate quelle pelli rossigne di capretti che soglion pendere agli usci dei macellai) scorgevo la città variopinta dell'Etisìa covata da un tepore umidiccio di stufa alquanto disgustoso come quello che si respira in certi bagni turchi trasportati in Occidente, ove gli uomini grassi s'affannano a sudare leggendo il giornale della loro fede spiegato su la pancia grondante. Le ville parevano leggiadramente costruite di carton pesto e di latta traforata da un architettorello girondino con pizzo al mento e svolazzo alla cravatta, che si fosse ingegnato di conciliare nell'arte sua ospitale l'inspirazione della Riviera ligure a quella del Lago dei Quattro Cantoni, entrambe consolatrici. Ogni facciata portava inscritto in lettere di stil novo il suo bravo nome fornito dalla mitologia, dalla botanica, dai fasti civici o dalla buaggine sentimentale. Ogni interno doveva avere il suo vaso di fiori artificiali sotto la campana di cristallo, la sua grossa conchiglia bitorzoluta, la sua figurina di Giovanna d'Arco in armatura di piombaggine, e la sua pendola col cuccù per chiamare la felicità o la morte. Cumuli di ciarpe e di coperte, sollevati di tratto in tratto da uno schianto di tosse, riposavano su lunghe sedie di vimini, di là dai vetri nettissimi che come quelli degli aquarii parevano chiusi sopra un mondo remoto. Su la via bianca una fila interminabile di bruchi, discesa chi sa di dove, camminava verso l'eternità con la contrattura lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli. Qualcuno dei loro nidi lanuginosi in cima a qualche ramo dava imagine d'una mano malata avvolta di filacce. Un pianoforte lassù, che aveva ereditato l'anima di un organetto di Barberìa suo parente, sonava uno di quei pezzi che portano un numero su ogni nota per condurre ciascun dito al suo tasto; e non so quale avo romantico risvegliandosi in qualche parte di me si mostrava curioso di sapere se la copertina s'ornasse d'una gondola nera o d'un salice piangente o d'un'arpa ossianica in litografia e se il titolo fosse: «Il sospiro dell'Esule» oppure «Il giovine schiavo» oppure «Ultimo giorno di Maria Stuarda». Un pensiero atroce e puerile mi passò pel cervello: «Se ora getto un grido, tutti i malati si precipitano alle finestre, e mi restano là con i loro visi eguali e bucati come i sugheri che pendono dalla sciabica stesa ad asciugare dopo la pésca.» In una finestra senza cortine, dietro il vetro si levò un che di simile a un gesto bianco che scacciasse un moscone o che mi chiamasse. Certo, non altro che un sottil vetro mi separava dalla morte, e quella mano ignota stava per romperlo. Mi ricordai che un mio cugino a Nizza ebbe la ventura d'essere meravigliosamente amato per tutto un pomeriggio, fino alla sera, da una canonichessa di Cracovia, che poi spirò nella notte. Ma la porta della mia donna eletta e perduta era chiusa; e nel piccolo giardino una serva in cuffia e in zoccoli insaponava un can barbone color castagno che pareva stingere sotto la schiuma come fosse di cioccolata, mentre l'acqua sporca colava giù per la viottola nella strada, verso me, simile a una mano deforme che palpasse in terra e s'allungasse e s'allargasse cercando qualcosa che io avessi perduta. Non sapevo che. M'aspettavo che qualcuno di dietro mi dicesse con zelo: «Signore, guardi, si volti; ha perduto la tal cosa.» Ma nessuno fiatò; né quella mano colante si levò a restituirmi la cosa: seguitò a palpare più lontano, fino al rigagnolo, disturbando un conciliabolo di bruchi radunati sotto una specie di canavaccio che poteva somigliare tanto a una spoglia di serpe quanto alle cellette d'un favo votato e disseccato. Un carrozzino a forma di cesta intanto mi veniva incontro su tre ruote, sospinto da un uomo baffuto e brizzolato che compieva quell'officio con la dignità propria dei reduci dalle patrie battaglie e dei salvatori di professione addetti agli annegamenti e agli incendii. Una vecchia signora v'era distesa, che nel suo aspetto di moribonda serbava non so che luccichìo di furore in due pupille ostili all'Universo, sporgenti in sommo di due borse grinze che ricordavano la ferocia del polpo legato al suo triste sacco e non si sapeva per qual mai accidente mancassero degli otto tentoni guerniti di ventose. A due passi da me il carrozzino s'arrestò così inaspettatamente che sobbalzai. Una riga di bruchi attraversava la strada; e il degno spingitore -- chi sa per qual movimento di pietà, di ribrezzo o di superstizione -- cercava un modo ingegnoso d'evitare la strage. Com'egli di dietro pontava su l'orlo della cesta perché la ruota davanti si sollevasse, la vecchia sentendosi sballottare ritrovò tutti i suoi spiriti per schizzare contro il gaglioffo l'acredine dei suoi due polpi senza tentoni. La ruota ricadde e tagliò il lungo budello villoso e molle. Le altre due ruote e le due scarpe seguaci compirono il tagliamento. Per disgustò volgendomi, vidi dietro una palizzata un ragazzo che rideva da due minuti occhi porcini affondati in una faccia enorme e lustra sul punto di scoppiare come se dalla nuca forata qualcuno seguitasse ad insaccarvi sugna e carne pesta. La carogna brulicante d'un can bastardo in un immondezzaio non è spettacolo quasi ricreativo al confronto di certe apparizioni della bruttezza umana vestita di panni? Una gran folata di vento mi passò sul capo: uno di quei fiati subitanei che sembrano venire dal miracoloso confine d'un'altra vita non conoscibile se non talora indistintamente per certi baleni del ricordo o bagliori dell'ansia, quando lo spirito, forse memore, forse presago, si dibatte invano per sottrarsi alle abitudini, alle manìe, alle bugìe, alle smorfie, alle paure, alle infezioni senza numero ond'è composta la nostra vita. Il pòlline pareva fumigare dai rami scossi e dorare di sé la nuvola dilacerata che mi lasciò scorgere d'un tratto il più angelico tra i visi dell'aria per mezzo a due lembi simili a due bende di lino spolverate da quell'oro silvano. E, prima di udire la nota inesperta di un usignuolo novizio, sentii che il pino al passaggio del soffio si gonfiava di musica, dal pedale alla vetta, come uno strumento a fiato. E bastò quella nota gracile perché tutto si mutasse. Allora m'affrettai verso la città, pensando che forse la musica era per interpretare l'enigma di tutte quelle figure introdotte in me da non so che senso crudele aggiunto alla vista normale. Un giovine sonatore di cembalo, escito dalla -Schola Cantorum-, educato alla grazia e alla forza degli antichi cembalisti italiani, mi aveva scritto con fiera gentilezza che nel suo concerto di quel giorno avrebbe sonato per me solo. Ottima cautela, del resto, perché, entrando nel Casino, m'accorsi come la più gran parte dei porci paesani -- -more biblico- -- non fosse stata attratta dalle margherite. Gli uditori erano scarsissimi nella vasta sala tutta senza risparmio dipinta in quello stile turchesco che ha la virtù d'infiammare la fantasia dei sottuffiziali nei parlatorii dei bordelli. Non mancava se non il profumo delle famose pastiglie dette del Serraglio. L'Euterpe locale, donna ossuta e brusca, posta a guida d'ogni raro uditore verso la sua seggiola, cacciando di tratto in tratto la mano nella tasca del grembiule faceva sperare che fosse per prendere una di quelle pillole odorifere e per abbruciarla nel polito scodellino delle mance; ma ogni volta il gesto era seguito dalla delusione. S'udì scrosciare un nuovo rovescio su la vetrata del soffitto; ed ecco, lo spirito agile dell'acqua parve penetrar nell'ombra squallida, con non so che di fragranza terrestre di gioia. Le pareti s'apersero; la gran carcassa di ferro, di legname, di stucco e di vernice fu portata via da un sol colpo di vento, quasi fosse un mucchietto d'aghi di pino su la spiaggia battuta dall'Atlantico. Chiare fonti repentine scoppiarono da ogni parte come in quel luogo quieto del barco ove l'ospite con un sorriso misterioso conduce gli invitati senza sospetto e non visto volge la chiave nascosta nella faretra d'un Cupìdo per muovere i giochi e i tradimenti dell'acqua. Su dall'erba rasa, di tra i cespugli simmetrici, di tra i bossi tonduti, dalle mammelle delle naiadi, dalle conche dei tritoni, dai dorsi dei delfini, dalle gole delle rane di bronzo acquattate presso i sedili o alla soglia delle grotte, dalle modanature dei balaustri lungh'esse le terrazze e le scale, dalle cupole dei tempietti e dalle arcate dei passeggiatoi, da ogni parte i getti spicciano sprizzano bàlzano schioccano perseguono percuotono formidabili come nell'imboscata le spade gli stocchi le picche. Dame e galanti strillano ridono corrono si schivano si salvano. Ma in ogni rifugio, in ogni nascondiglio è l'insidia della fresca persecutrice; ecco uno schizzo obliquo nella nuca, nell'orecchio, tra le spalle; ecco una polla bassa che suona sotto il verdugale come un batacchio in una campana sorda; ecco uno stroscio rude che rapisce una parrucca, l'immola, la sparpaglia, ne fa quasi un fiocco della sua spuma. Amarilli fuggendo inciampica in un cespo di rose, cadendo bocconi le sfoglia e si punge. La malizia degli zampilli l'assale, come uno stormo di gnomi trasparenti e saccheggia la sua leggiadria inerme. Una piuma, un velo, un nastro, un nodo d'amore, un neo di taffettà, un pettine di scaglia, una scarpetta di tela d'oro, ogni spoglia leggera danza in cima d'ogni zampillo come tal uovo forato e votato; e anche una foglia verde, un petalo bianco, una spina bruna. «Aita! Aita!» Il cavalier Palamede non s'indugia, non si volge, non ode; se la dà a gambe con gran tintinnio di ciondoli, con la coda di traverso, con le calze appiccicate alle insigni polpe, con in mano il fodero floscio dello spadino smarrito. Tutti e tutte fuggono strillando, soffiando, lungo le spalliere di càrpini, verso la gradinata di marmo carnicino, come un branco misto di paperi e di cigni cacciato fuor dal suo laghetto da uno spavento improvviso. Già si credono in salvo e si scrollano le fuggitive, quando le piccole sfingi di marmo carnicino, ben pettinate e savie come damigelle di compagnia, riposanti su due branche dagli ugnòli inoffensivi, prendono a soffiar dalle bocche senza enigma larghi ventagli d'acqua che s'incrociano per tutta la scala. Ricomincia la fuga venusta; e la scala sembra che si prolunghi come quella di Giacobbe, verso il cielo soave d'occidente ove le spole delle rondini tessono il velo violetto della Malinconia. Ed ecco la prima collana di perle si rompe sgranellandosi: gli acini ruzzolano giù per i gradini lisci e rosei che l'acqua discende in minuscole cascate. Si rompe la seconda (di sette fili?); si rompe la terza (di ventun filo?) e un'altra, e un'altra ancora, senza novero. Le perle si moltiplicano, simulano una grandine mite, scorrono per ogni verso, rilucono, risonano, rimbalzano, si mescolano ai rivoli, ora sembrano le bolle preziose dell'acqua, ora le gocciole della bellezza grondante. E, come cessano le sfingi di soffiare, i pavoni appollaiati nei càrpini si levano con uno strido; vengono su la strada come attratti dal becchime inatteso; inseguono i grani trascinando sul marmo umido i loro chiusi flabelli. Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo soffice di gatti d'Angola, e bianchì come la panna e grigi come il fumo, dagli occhi rossi, dagli occhi cilestri. Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo di bertucce nere e lustre come il giaietto, dalle manine pallide e grinzose, con un campanello d'oro alla coda. E i mici e le monne inseguono le perle sonore, le fermano, le afferrano, se le mandano e rimandano, scherzando, ruzzando, rissando, con atti con gesti con cenni di grazia sempre facile e nuova. E lassù le collane si spezzano, si sfilano, si sgranellano ancóra, quasi che per prodigio lassù il riso carnale della Giovinezza si cangi in quei disciolti monili trascorrenti e irrecuperabili. (Nel rosaio, laggiù, Amarilli ha perduto i sensi? o ha reso l'anima?) Erano le sonate di Domenico Scarlatti. Il giovine sonatore aveva il viso raso angoloso e sparso di qualche neo irsuto alla Franz Liszt, un paio d'occhiali professorii a stanghette d'oro sopra un naso quasi greco, l'antico zazzerino spolverato di Jacopo Peri, una cravatta a due giri sopra un di que' lunghi panciotti di velluto nero che portano gli eleganti nelle litografie di Gavarnì; ma per l'arte mirabile delle sue dita e dei suoi spiriti si rivelava un vero «maestro al cembalo» degno del Settecento e del divino Napoletano. Il vigore, l'ardire, l'eleganza, l'allegrezza, la franchezza, la volubilità, la voluttà di quella musica rinnovavano e rinfrescavano a miracolo in me il senso della vita. Ciascuna sonata, con l'unico suo tema condotto sopra un movimento diviso in due parti, pareva disegnare ogni volta la linea breve d'una perfezione sempre diversa e variare per modulazioni imprevedute l'energia del più limpido elemento. In un intervallo, quando le mie palpebre erano ancóra abbassate sopra una delle mie imaginazioni incantevoli, mi giunse in un fruscìo tenue un profumo di donna simile all'odore che si parte da un cespuglio scosso; cosicché al primo attimo credetti di non esser turbato se non dal mio medesimo sogno. Amarilli? Ma, volgendomi, vidi una giovine signora che stava per sedersi nella sedia accanto alla mia; e nel primo aspetto notai la qualità de' suoi occhi che pareva non le servissero a dirigersi. Di sùbito il mondo creato in me da quella musica crollò e si dissipò, come se mi fosse caduta di mano una di quelle sfere cristalline che figurano l'orbe terraqueo nella palma d'un angelo inglese della Creazione. Gli zampilli cessarono di stoccheggiare, le collane cessarono di sfilarsi. L'anima, escita magicamente di sé stessa, balzò indietro di più secoli. La nostra vita è un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto è più ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l'ordine delle leggi apparenti. Né, quando crediamo di dormire e di sognare, siamo noi addormentati ma sì bene il Mago s'assonna tralasciando di condurre le nostre virtù verso le virtù delle cose con l'arte sua improvvisa e infallibile. Abbandonati per un tratto a noi stessi, potremmo forse spiarlo e conoscerlo come potremmo osservare il nostro segreto s'egli non fermasse in noi un qualche congegno, al modo dell'operaio che introduce un chiodo o una scheggia nella macchina per renderla inservibile. Ma l'uomo veglia di continuo, fin dal cominciamento del mondo; e nessun Macbeth può, in verità, uccidere il sonno che mai non gli si accosta. Il sonno umano è un errore come il tempo e come lo spazio. Il nostro letto non è se non il simbolo d'un rito incompreso o mal compreso, come l'antico catafalco annuale di Adone o quello di Gesù eretto nella navata innanzi Pasqua. Non l'uomo ma l'imagine cèrea d'un dio vi si stende. Gli occhi della sopravvenuta erano di quelli che ci lasciano perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco e senza presa. Gli orli delle palpebre induriti e netti come castoni li legavano come questi legano le gemme, e mi facevano pensare agli occhi d'un dio o d'un atleta di bronzo composti d'argento azzurrognolo o di pasta vitrea colati o connessi nella cavità del metallo per essere imperituri e per domandare in perpetuo ai mortali l'offerta o la lode senza concedere alcuna cosa in compenso. Ma il colore della pelle sul viso nudo era per contro così delicato che non mai tanto m'aveva commosso la prima delle piccole rose scempie che sbocciano dallo stecco del pesco. Era un pallore illuminato non so se da una qualità insigne del sangue o dalla potenza della modellatura, non avendo io ancor mai veduto i piani d'una faccia vivente trattati con tal larghezza scultoria che, nell'angustia d'una maschera, potesse ricordarmi i movimenti grandiosi del terreno nei paesi nobili, il ritmo inimitabile della valle e del colle nella stagione più chiara e più tacita. Mi copersi con la mano la vista; e, chinata la fronte, l'ascoltai per alcuni attimi respirare di là dalla musica, o forse in fondo alla musica che mi pareva non più correre lungo la tastiera ma agguagliarsi e quietarsi come quei ricetti d'acqua lasciati a vespro su la spiaggia dalla marea quando la mia imaginazione nutrita dal Mediterraneo dà una causa alla loro sublime bellezza fingendovi trasportata qualcuna delle statue che naufragarono sotto le Cicladi. Il sentimento della presenza umana mi sembra così meraviglioso che mi domando per quale aberrazione o per qual viltà io mi compiaccia di vivere tanto a lungo in mezzo agli alberi e su le rive deserte. Ma bisogna dire che anche l'anima più robusta e più sveglia si ricusa agli sforzi consecutivi e che occorre una straordinaria somma d'attenzione per trapassare l'ottusità della consuetudine e per giungere a percepire il ritmo nascosto di una vita estranea. Io fui subito sopraffatto da un'onda di tristezza, come se quella creatura avesse rifatto per me il cammino tra le case dei malati, avesse patito lo sguardo di quei due feroci occhi senili sporgenti in cima di quelle due borse grinze, e mi riconducesse i miei pensieri color di cenere brancicati da quella mano sudicia che colava in terra. Con una forza d'allucinazione inoppugnabile come la realtà, sentii a un tratto la miseria e la sciagura in un modo informe e diffuso, non legate a quel volto e a quel corpo ma sparse come quando si sale su per una scala sinistra, si esita per un corridoio scialbo, e poi s'entra in una stanza mal rischiarata ove restano le tracce d'un delitto commesso. Penso che avrei scoperto nell'oscurità qualche oggetto rivelatore se non avessi tolto di su' miei occhi lo schermo e non mi fossi voltato a guardare la mia vicina con una sconvenienza involontaria che sembrò meravigliarla più che offenderla. La sua bellezza aderì ai miei sensi perfettamente come se in questi ella avesse già il suo luogo e vi rientrasse a quel modo che la cosa rara si riadatta alla sua custodia o il rilievo alla sua impronta. La mia divinazione dolorosa si ritrasse in disparte e mi lasciò intero nella commozione nuova. La linea di quella forma obbediva alla legge delle grandi opere plastiche; perché, in qualunque punto io la immaginassi generata, ella era condotta al compimento da una specie di fluida necessità: partita dalla nuca, tornava alla nuca; partita dal ginocchio, tornava al ginocchio, con una continuità e una pienezza proprie a lei sola, con un movimento che solo le conveniva come a una determinata forma musicale, come l'«a tre quarti» a quell'Andante, come l'«a sei ottavi» a quell'Allegro di Domenico Scarlatti. Ella portava una giacchetta di cincilla più lieve che la peluria d'un cigno cinerino, sopra una stretta gonna di panno bigio che la impastoiava senza castità. Di sotto al suo cappello di crino rialzato da una banda e ornato di due penne d'airone di Numidia simili a due coltelli, una seta manosa e brillante d'un colore castagno dorato era disposta a matasse che non ratteneva né un pettine né una forcina apparente ma la loro stessa densità vivace. Ella era tutta così fasciata nella squisitezza di quella moda che allora sembrava apprestare le donne per giacersi comodamente dentro le lunghe cassette mortuarie delle principesse faraoniche. Su la sua sedia non occupava più d'aria che non ne contenga un di quei sepolcri egizii di legno dipinto. Ma, pur a traverso la più recente eleganza, dalla linea che si generava nella ondulazione della sua guancia ella era per me disegnata sino ai piedi quale gli artisti devono imaginarsi l'antica Leda dell'Eurota. Dalla cintola in giù la sua grazia pareva inflessa verso il mistero del «divino Olore», come avrebbe detto Poliphilo. E ripensai a quella Leda di Leonardo, che Cassiano del Pozzo, l'amico del Pussino, poté tuttavia vedere a Fontanabeliò nel 1625 e ch'io mi sogno sempre di ritrovare in qualche maniera inverosimile. -- Beethoven? -- dissi a bassa voce, sorpreso dall'accento della musica che riudivo dopo l'intervallo indefinito del mio silenzio distratto. Per una curiosità spontanea, la signora guardò nel programma che aveva sul manicotto e, come sollecitata dalla mia attitudine di attesa, disse: -- Ferdinando Turini. Aveva proferito quel nome italiano con una timidezza infantile e quasi leziosa accompagnata da un rossore che pareva cancellare la potenza della sua maschera come quel succo vermiglio di cui si tingevano il volto triste le vergini dell'Apulia disponendosi ad abbracciare la statua funebre di Cassandra. -- Che pensare? -- dissi, felice del pretesto, col cuore palpitante. -- Aveva egli avuto conoscenza del primo stile beethoveniano? Non so, veramente. Se potessimo sapere che l'ignorò, quanto valore originale e significativo avrebbe per noi questa Sonata in re bemolle! M'accorsi della nativa e profonda indifferenza del suo spirito per questo genere di sottigliezze e di problemi, come con una sola nota di saggio un cantore s'accerta della sordità di un luogo chiuso. I suoi occhi tra gli orli precisi delle palpebre ridivennero impenetrabili. Per istinto mi chinai un poco verso di lei, sul margine del suo segreto, ma smarritamente, destituito di quella virtù che nei primi attimi m'aveva rivelato in lei una massa di oscura miseria. Il suo profumo dissolveva la forza della mia indagine: e ora io la guardavo come chi guardi non so che ultima cosa per la quale egli abbia fatto non so che lungo viaggio. Un flutto di vita remota, simile a quel fiato subitaneo che avevo udito spirare sul mio capo e sul pino, sopravveniva a travolgermi e a sommergermi. Mi pareva che una necessità patetica fosse sospesa su me, e ch'io fossi già disposto a quella specie di follia arteficiata onde si compone l'incanto che precede la passione. Infatti consideravo ogni particolarità sotto una luce indefinibile che pareva già inviluppata di passato, come qualcuno che osservi e avvolga poi con estrema cura oggetti da riporre, i quali sieno per divenirgli preziosi ricordi dond'ei creda trarre una ebbrezza certa quando gli accadrà di riprenderli in mano. Cosicché il passato e il futuro convenivano in quel mio sentimento composto, e il presente non era se non una sorta di levame. Le parlavo dentro di me come in un giorno a venire: «Tutto m'è chiaro nella memoria. Ti chinasti un poco innanzi come per meglio ricevere la musica. Pareva non ascoltassi con l'orecchio che coprivano i capelli ma col labbro gonfiato, come certi fanciulli quando una favola li rapisce. Tenevi la mano destra nel manicotto. Due volte, avendola messa fuori, la ricacciasti dentro con una strana fretta come per impedire che qualcosa ne cadesse. Il guanto era infilato nel polso ma la mano era nuda, escita dalla fenditura, e la spoglia di pelle penzolava sul dorso serbando la forma delle dita vive. Notai lungo il pollice un segno impresso, simile a una leggera ammaccatura prodotta dal contatto di non so che durezza....» Non credo ch'ella ascoltasse veramente la sonata italiana. Mi pareva che la sua sensibilità musicale fosse molto scarsa. La musica diffonde qualcosa di aereo nel corpo delle donne che sentono l'innocenza della melodia, come quell'aria ch'empie le ossa vane nelle ali degli uccelli volanti. Non so perché, una volta, in un concerto, vedendo l'amica mia curvata sotto il suo male e sussultante alla lamentazione sovrana d'un famoso violino, ripensai quelle bolle d'aria che il cacciatore vede salire a traverso il sangue caldo della ferita nell'ala dove l'òmero fu rotto dal piombo. Bella e profonda imagine, che mi ritornava nello spirito mentre io consideravo per contro la densità di quella vita, la coesione di quella sostanza, quella sorta di piena animalità dissimulata dai volumi d'un'architettura sì nobile. Eppure ella era abitata da un'angoscia che in quel punto doveva urtare contro il fasciame delle sue coste come per ischiantarlo. E la pena, che di tratto in tratto saliva a gonfiarle il labbro inferiore, m'era così manifesta ch'io quasi mi meravigliavo di non vederne l'onda correre su per la delicata pelliccia come certi brividi d'agonia che solcano a spiga il mantello delle bestie inferme. -- Soffrite, signora? -- osai chiederle, con una voce alterata che certo la toccò. Ella volse verso me l'enigma di quel suo viso dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte. -- Niente affatto -- rispose; e rise d'un secco riso senza risonanza come ridono talvolta le cortigiane a qualcuno che è dietro di loro mentre lo specchio riflette quella cera fissa e brusca ch'esse hanno nel trafiggere col lungo spillo il cappello. Allora tutte le mie imaginazioni novamente si disfecero. Ella si mise a chiacchierare come una piccola mondana di Parigi, con una bocca molle ed elastica che esagerava la forma delle parole e la modulazione delle sillabe fino alla smorfia. Si burlò della sala turchesca, del pianista zazzeruto, dell'uditorio melenso; spregiò la vita meschina e noiosa di quella cittadaccia nata per baracche e baraccuzze da un accampamento di resinieri: si disperò d'essere condannata a vivacchiarci quasi tutto l'anno. -- Perché, signora? -- chiesi timidamente. -- Per la salute? Ella rise di nuovo, con acredine. -- Ho l'aria d'esser malata? Qua e là qualche gola tossiva nell'ombra che pareva divenire a poco a poco più fredda, un nuovo rovescio crepitando su la vetrata grigia. -- No, certo. Ella si raddrizzò su la sedia, sollevò il busto con una scossa quasi involontaria come quel rude sussulto che ci comunicano talora certi brividi inesplicabili. Notai la larghezza delle spalle e del petto, struttura solida che corrispondeva allo stile del capo. Travidi nell'apertura del manicotto qualcosa di luccicante, avorio e acciaio, simile all'impugnatura d'un revolver che stesse per scivolare. -- È per l'automobile -- disse sorridendo, quasi volesse rispondere al mio probabile stupore di vederla armata. -- Dopo il concerto, vado sino a Bordeaux. Veramente ora pareva che le labbra appartenessero a un'altra donna, in mezzo a quel volto vivessero d'una vita estranea, con quella frivola mobilità che contrastava alla scolpita fermezza degli altri lineamenti e al mistero formidabile dello sguardo nudo. Ripensavo certe danze sarde danzate a viso chiuso e cupo, certe danze arabe in cui il solo ventre s'agita incessantemente in un corpo annodato da non si sa qual fascino serpentino. Il rosso artificiale era fresco, messo di recente, forse prima d'entrare con mano frettolosa, che sopravanzava alquanto gli orli e gli angoli, più o meno intenso. I denti erano robusti, quelli di sotto piantati un poco irregolarmente, splendidi come pezzetti di materia preziosa, fatti d'uno smalto così profondo e puro che si pensava ai carati della perfezione, quasi fossero gemme da osservarsi su la carta del gioielliere. -- Ascoltate -- dissi, tocco da qualche nota del secondo tempo d'una sonata di Domenico Paradisi, ch'era l'ultima. La spiavo di sotto ai miei cigli socchiusi. La forza della dissimulazione abbandonò a un tratto quelle labbra su cui un sentimento di sconosciuta gravità sembrò porre una vera benda, quale non più fitta devono portar le Berbere nella nostra bianca e lunata Ghadamès. Eppure, la cadenza essendo per risolversi e il mio cuore temendo la fine come un addio, la guardai di nuovo come uno che guardi un'ultima cosa per la quale egli abbia fatto il più lungo viaggio. Era così liscia che pareva non dovesse avere un solco neppure nel cavo della mano. Era levigata veramente dall'acqua dell'Eurota, se tanto mi risplendettero nella memoria i ciottoli del fiume laconico senza cigni fra le strette ombre azzurre degli oleandri e delle canne. «Chi sei, chi sei, tu che certo ospiti dietro la tua fronte bassa un serpe scaltro, se bene il tuo cuore sia gonfio di lacrime?» Come tante altre volte, tutto il mio essere aderì all'incognito che è il fondo della vita, per l'ombra accolta nel corpo, pel buio che occupa i nascondigli della carne, per l'oscurità delle viscere e dei precordii. Sentivo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa. Una disperata poesia divenne la mia propria sostanza. Ella era in piedi, tra sedia e sedia, mentre la sala si votava degli uditori come d'una poltiglia scorrevole che l'Euterpe ossuta spazzasse verso l'uscio. Ogni forma d'umanità pareva abbassata verso terra, privata di vertebre, scolorata e strascicante, tranne quella che in piedi m'era dinanzi, intiera, silenziosa, piena d'un suo male simile a una verità o a una menzogna profondissima che le tenesse vece di vita. I luoghi più solinghi non sono nei deserti e nei monti, non tra sabbie e rocce sterili, ma dove l'anima affronta il destino respirando per alcuni attimi un'aria non respirabile da alcun altro essere prossimo. Ella ora guardandomi restringeva un poco quelle palpebre che pur m'eran parse ferme come nelle statue arcaiche le gronde di bronzo rilevate intorno al cavo dell'orbita. Un cozzone di cavalli in esame d'una bestia da mercanteggiare non ebbe mai una qualità di sguardo più fredda e accorta. Ma mi sembrava che in fondo alle sue pupille l'esame luccicasse come uno strumento micidiale da cui fossi per esser leso. Ella non celava nel dolce manicotto color di perla se non una sola mano, quella nudata; e, certo, doveva con quella tenere l'arme piccola per assicurarsi che non cadesse. Ma il raggio de' suoi occhi era molto più pericoloso. Non so perché, mi sentivo più fragile, più caduco, angosciato da un'apprensione non dissimile a quella che si prova quando un medico ci palpa per scoprire il nostro punto debole. E (questo riferisco con assoluta veracità, se pur possa in séguito sembrar troppo singolare) e mi passò nel cervello un'imagine involontaria, risorta forse da un episodio della mia esistenza obliato: l'imagine bizzarra e lugubre del dottore d'una Società d'assicurazione, in atto di tastare e d'ascoltare il cliente nello stomaco, nel fegato, nel polmone, nel cuore, per un calcolo di durata approssimativo. Sentii che le arti del mio spirito, non potevano prevalere contro quella creatura a cui, come nel mito, il divino doveva appressarsi sotto la specie animale. Non fui, sotto il suo sguardo estimatore, se non un corpo miserabile, logorato dall'eccesso, disgregato dall'inquietudine, di continuo minacciato dallo schianto che segue ogni estrema tensione. «Sì, certo;» voleva rispondere a quell'indagine la mia ironia «è facile finirmi. Tutto il mio vigore è concentrato alla base del mio cranio. Basterebbe un piccolo colpo secco, o un forellino non più grande di quello che la dònnola fa nel capo d'un pollo....» Or da quale linea della sua faccia moveva verso di me quell'aura delittuosa? Perché in quel punto ella stessa mi rivelava quel che v'era di nocivo e di distruttivo nel suo istinto profondo? Tuttavia non l'agguato soltanto era in lei ma anche un grido indistinto che, non giungendo ancóra al mio orecchio, mi toccava già l'anima. -- Bisogna andare -- ella disse volgendosi, con una fretta subitanea, per quello squallido labirinto di seggiole. Ora, come al primo entrare, pareva che gli occhi non le servissero a dirigersi. Urtata dalle sue gambe una seggiola cadde, e poi un'altra ancóra. Ella seguitava ad avanzare come una cieca, trovandosi sempre dinanzi le lunghe file senza passaggi. Bisognava rovesciarle per aprirsi un varco. Era come in certi sogni affannosi e ridicoli. Non so veramente se la sala si fosse oscurata; però m'aveva l'aria di una brutta chiesa piena d'echi nell'ufficio delle Tenebre. E la custode ossuta accorreva verso noi furibonda, con lo zelo d'un sacrestano contro i profanatori. Una moneta tesa la placò e le mosse una ilarità inestinguibile; ché, come la signora rideva d'un riso falso, ella per compiacenza la imitava senza freno, rialzando le seggiole e persuadendo a noi e a sé stessa che quell'avventura era la più buffa del mondo. Fuori, non pioveva. Un vento fresco, pregno di ragia come quell'acqua piovana che riempie i vaselli appesi ai pini, mi lavò la faccia. La cresta delle nuvole a ponente era come una schiuma abbagliante. Qualcosa d'argenteo, quasi un riflesso di madreperla, guizzò negli occhi della sconosciuta. Il primo quarto della luna pendeva dal cielo verdigno come se la fata Morgana vi rispecchiasse il pallore della Landa. -- Avete una vettura per rientrare? -- mi domandò ella, con una esitazione che la mia timidezza non seppe cogliere. Conosceva dunque la mia via e me? -- Rientrerò a piedi -- risposi. Mi guardava, considerando in sé cose ch'io non sapevo vedere e che nondimeno mi parevano influire su l'orizzonte e caricarlo d'una forza simile a quella che lampeggia senza tuono in certe sere d'estate quando tutta la nostra anima sta per ispiccarsi in faville dall'apice del nostro cuore una fiamma investita dal nembo. Il suo viso era alterato da un tremito muscolare che non potevo più reggere, quasi trasposto nella commessura delle mie mascelle come quello spasimo che i medici chiamano trisma. La mia coscienza era come il mozzo d'una ruota velocissima. -- Buona sera -- allora disse ella movendosi verso l'automobile coi piccoli passi lesti a cui la costringeva la stretta gonna. Che ironia patetica nel contrasto di quella volontà oscura impedita da quelle pastoie eleganti! -- Ci rivedremo? La mano armata restò sempre nascosta nella pelliccia molle. -- Chi sa! Tra il rombo del motore, scorsi dietro il vetro dello sportello il gesto dell'altra mano guantata, un gesto bianco simile a quel che avevo intraveduto alla finestra senza cortine, nella città dei malati e dei morenti. In un attimo, non restò su la via, tra i due solchi delle ruote, se non il riflesso della nuvola abbagliante impigliato nella melma liquida. La sconosciuta era scomparsa. Per sempre? Certo, un carro funebre non avrebbe potuto trasportarla per me in un mistero più fondo, in un annientamento più cupo. Quell'assenza e la morte non avevano il medesimo aspetto? Bisognava evocare quel viso da una tenebra eguale a quella del sepolcro. Risalivo pel cammino già noto, ripassavo pel Quartiere d'inverno; ma non tanto avevo il senso della mia direzione quanto il senso dello spazio percorso da quel destino di carne su la strada diritta ove la luna novella cominciava a segnare le ombre, strazianti di dolcezza per un cuore disperato. Era già l'ora delle lampade domestiche. A ogni lampada accesa, la mia malinconia traboccava come per nutrirla. Non riconoscevo la faccia delle case: le quali parevano non aver più altra vita che quella addensata nel cerchio luminoso, ove le ombre venivano ad attingere la luce come al margine quieto d'una fonte. Di là dal cerchio, tutto pareva involto da un vapore di natura umana, come se vi fumasse la febbriciattola vespertina che s'accende al calar del sole nella colonia infetta. Il crepuscolo era ancóra tanto chiaro che potevo distinguere un ragnatelo stellato tra le verghe d'un cancello, o tra qualche filo d'erba una di quelle piccole sfere raggiate di peluria, delle quali non ho mai saputo il nome, più lievi che il primo laniccio del bozzolo, destinate a involarsi di là dai confini del mondo sotto il soffio d'un fanciullo gonfiagote. Un pioppo tremolava, solo, vestito d'argento cangiante, all'angolo d'un giardino; e nel tremolìo diceva: «Eccola, eccola». D'un tratto apparve quella ch'egli annunziava trepido, ma assai più bianca di lui, tutta candore e freschezza, tutta giubilo nuziale, una sposa pudica, abbigliata della sua propria verginità: la fioritura d'un melo! Ogni apparenza era apparizione al fervore de' miei sensi; ma ognuna era accompagnata da un dolore folgorante che mi pareva quasi corporale, simile a quello che provavo un tempo per l'avidità di respirare profondamente l'aria marina con un torace dove tre costole rotte non eran saldate ancóra. Pativo l'urgenza d'una forza che non dominavo; della quale veramente non sapevo se io la contenessi o ne fossi contenuto. Quel gusto ceneroso, che avevo assaporato scendendo verso l'inatteso incontro, mi tornava misto a non so che dolciore sanguigno, contro cui si levava entro di me una ripugnanza amara come la nausea, i miei pensieri somigliando con orrore a quelle sanguisughe che bambino avevo veduto mettere in un piatto di cenere perché vi rivomitassero il sangue succhiato. Quando alfine, trapassata la zona della malattia e dell'agonia, mi ritrovai nella selva selvaggia, sentendomi vellicare il volto e il collo dai fili invisibili tessuti tra ramo e ramo, compresi che quella era la carezza della primavera e che forse fino allora avevo torbidamente sofferta la doglia primaverile. Una gocciola mi cadde su una mano, un'altra su una palpebra; una pina secca schizzò di sotto al calcagno; qualcosa di molliccio saltellò a traverso il sentiero, forse una botta; l'assiuolo sonò il suo oboe d'una sola nota; l'usignuolo colse nell'ombra quella nota di velluto bruno e la trasmutò in limpido cristallo volubile gorgheggiandola. Tutta la foresta fu piena di gemito e di canto, stillò di piovitura, grondò di ragia, sapida come un piatto di mescolanza, ineffabile come il sentimento della pubertà. Ma in quell'immenso fiato la mia ansia non cercò se non il ricordo di quel profumo «simile all'odore che si parte da un cespuglio scosso», nel quale era venuta a me la donna impastoiata. L'ansia eterna dell'avventura mi riprendeva e mi riagitava con una violenza folle. Quale altra novità di possesso potevo sperare? quale altra comunione attendere? quale altra delusione raccogliere? Mi morse e m'artigliò il rammarico iroso di non aver saputo o voluto con un movimento d'audacia prevalere su la perplessità momentanea della sconosciuta, quando ne' suoi occhi fissi luccicava il doppio acume del dilemma. M'ebbi in dispregio come se avessi lasciato sfuggire per fiacchezza e per sciocchezza una preda magnifica. Dimenticai l'apprensione che m'aveva data, fra sedia e sedia, l'indagine di quello sguardo. Il fermento della foresta mi comunicava una forza illusoria, onde nascevano propositi insensati. Cercavo d'orientarmi verso il punto della corsa lontana, verso la strada maestra. Non avrei avuto il tempo di ritrovarmi là, sul suo passaggio, aspettando il ritorno nella sera o nella notte? Mi pareva che una follia remota chiamasse la mia follia, a traverso la Landa. Affrettavo il passo. Due volte m'avvenne di smarrire il sentiero e di ritrovarlo passando pel folto, fra le ginestre e i rovi, col cuore che mi balzava come a un bandito che s'imboschi. Anche nella mia casa erano accese le lampade. Le nuvole, avendo rioccupato il cielo, rasentavano il tetto, in fuga verso levante. Quando entrai, le stanze terrene erano piene di quello spavento indistinto che sembra riempire le stanze deserte finché la presenza consueta non lo dissipi; ché, quando l'uomo si volge per andarsene, sembra che un fantasma prenda il suo luogo e si sieda ov'egli era seduto poco innanzi. La marea saliva; e qualcosa di simile alla minaccia di una moltitudine di femmine romoreggiava contro la duna, rimbombava nella veranda. -- È venuto qualcuno? -- chiesi al domestico. -- La signora -- rispose. Se bene non potessi aver dubbio su la persona, l'altra mi si voltò nel cuore con un tonfo sordo. -- Aveva l'aria molto inquieta -- soggiunse. -- Ha aspettato qui fino alle sei. La prega di andare da lei sùbito dopo pranzo. Ci sono ore della vita solitaria, in cui la sensibilità del corpo sembra dilatarsi fino alle pareti della casa, in quella guisa che talvolta levando un braccio sentiamo il nostro cuore battere fino alla punta delle dita e oltre. Tutta la casa pareva prepararsi a ricevere un che d'incognito. Un evento silenzioso poteva entrare per ogni porta. L'attenzione delle mura era tutta rivolta verso la notte. Nessuna stanza conservava il suo sentimento d'intimità, ma ascoltava quel ch'era per accadere di fuori e tralasciava di rattenere il calore e di conciliare i pensieri delle cose in lei raccolte e disposte. Cercai tra le mie stampe qualcuna delle Lede conosciute. Prima mi venne sotto la mano quella dell'Ammannato, che è al Bargello. Un lontanissimo ricordo fiorentino mi risorse nello spirito. Lo ritrovai nel libro segreto della mia memoria, alla data del 22 settembre 1899. Lessi, con una commozione confusa che non osavo scrutare per non dissolverla: «Ieri, incredibile a dirsi, alcuni servi del Bargello, volendo rimuovere la Leda, la lasciarono cadere; e il marmo si ruppe in sette pezzi. I frammenti furono portati all'Officina delle pietre dure per il restauro. Sono andato oggi a vedere quella voluttà disgregata. Le parti che più intensamente godevano sono intatte. La testa è fenduta, come la mia.... Dall'Officina son poi passato al Museo, per vedere il posto lasciato vuoto dal gruppo infranto. La mia imaginazione l'ha riempiuto d'una bellezza più ardua. Ora, stando io in questo imaginare, a un tratto tutte quelle campane mute e abbandonate che ingombrano la loggia (bocche col bavaglio) si son messe a risonare nella mia testa....» La pagina seguente pareva scritta in un leggero delirio, né sapevo più per quale amore, per quale assenza: «Mi sembra che, allungando la mano, potrei afferrare qualche cosa di te nello spazio e tirarti a traverso la distanza, come un fanciullo tira la corda di un aquilone che il vento minacci di portar via oltre le nuvole. Lo spazio s'accende, e tu apri la bocca per bere il fresco della rapidità. Tu ridi. Odo il tuo riso; lo tocco come si tocca una collana, àcino per àcino. Si potrebbe piangere....» Mai il senso magico della vita s'era fatto in me tanto profondo. Come la musica obliata nel quaderno rivive intiera ed esercita la sua virtù novellamente, quasi allora allora creata, se il sonatore la suoni su le sue corde, così quel ritmo del passato si misurava al respiro che m'era in bocca. Taluna parola sembrava apparirmi al modo di quelle che un tempo il dito d'una piccola sorella scriveva sopra uno specchio e che non mi si palesavano se non quando appannavo la spera con l'alito. E lessi per ultimo: «In una vecchia pietra sepolcrale d'Inghilterra, Lady Beauchamp non poggia il capo su l'origliere né sul veltro fedele, secondo la consuetudine, ma sul dosso di un cigno, sembrando vogare verso l'isola di Artù. Penso che, se potessi tornare stanotte di nascosto nell'Officina, tale m'apparirebbe Leda morta....» Chiusi gli occhi; e nel viso della donna impastoiata cercai su l'orlo del labbro superiore una parte esigua che, non ricoperta dal rosso, si mostrava lividiccia durante l'attimo del tremito, mentre la finezza del naso pareva estenuarsi e prendere nelle narici quel colore fumolento che suole accompagnare la perdita dei sensi. Il domestico venne ad avvertirmi che la lanterna era pronta. La portai per farmi lume nella via sabbiosa, tra le pozzanghere, andando verso il giardino della mia amica. La Landa era buia sotto il nuvolato; ma faceva dolco, come nella nostra Maremma notturna col vento di levante o di scirocco quando s'ode fra lunghe pause un anatrare di germani nelle tamerici, uno squittire di volpi lungo i paduli teneri di cannuccia novella, uno sgretolare di sassi al passaggio dei cinghiali su per le muricce, e il lagno che viene dal fondo dei secoli. Qui udivo gli stridi fiochi degli uccelli marini di là dalle dune, simili talora a un pigolìo triste, e la voce dell'Oceano rammaricoso, 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000