La Leda senza cigno
Gabriele D'Annunzio
LA LEDA SENZA CIGNO
RACCONTO DI
GABRIELE D'ANNUNZIO
SEGUITO DA UNA
LICENZA * TOMO PRIMO
FRATELLI TREVES EDITORI
• MILANO • MCMXVI
-Proprietà letteraria.-
-Riservati tutti i diritti.-
Copyright by Fratelli Treves, 1916.
-Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questa
Opera che non porti il timbro a secco dell'Autore.-
Tip. Treves.
ASPETTI DELL'IGNOTO.
LA LEDA SENZA CIGNO.
Questo mi fu raccontato ieri, prima di sera, sul pontone piatto che la
bassa marea lasciava in secco a poco a poco, mentre udivamo intorno
bruire la vita nascosta delle sabbie e a quando a quando il chiù
rammaricarsi nelle macchie litorali fiorite di ginestrelle e di giunchi
marini, mi fu raccontato da Desiderio Moriar, squisitissimo artista
ignudo di opere e di fama; il quale con me sa come nel vivere, ancor
più che nel leggere, nulla valga quanto l'abito dell'attenzione.
Ma egli ha una voce che somiglia a una di quelle giornate torbide di
marzo, tutte sprazzi argentini, ventate subitanee, rovesci d'acqua e di
gragnuola, pause piene di melodia, dove le cose non nate sembrano aver
più potenza che le cose già venute in luce. E questa sua voce passa per
una bocca avida e scontenta come d'un bimbo ghiotto che con un soldo
falso e gobbo s'indugi davanti alla vetrina del pasticciere. E su certe
parole i suoi occhi bruni si muovono tra il battito dei cigli con una
inquietudine che sembra accendere una stilla di sangue nell'angolo
delle palpebre verso il naso, come quel tòcco vivo di cinabro che si
vede in certi ritratti manierati; oppure talvolta pare che ritraggano a
sé lo sguardo e galleggino su non so che acqua di sogno come due gusci
lisci di nocciuola.
Né, veduto di fronte, egli è lo stesso uomo che si mostra di profilo:
a una sensualità avventurosa, insofferente di costrizione ma intesa
a scegliere pur nella sua subitezza, egli sembra volgendosi opporre
l'abnegata volontà di chi senza fallo scopre il medesimo orrore vuoto
sotto i più facili e i più difficili capricci della vita. Le sue belle
mani, a volta a volta nervose come quelle del grande violinista tra
archetto e tastatura o disossate e morbide come quelle del famoso sarto
in punto di provare il vestito alla dama, con un gesto brusco fanno
di tratto in tratto scrocchiare le dita parendo saggiare il tono dello
scheletro celato. Allora certe rapide onde sensitive, palesandoglisi al
pomello della gota, alla tempia, al mento, mi ricordano la pelle troppo
fina dei cavalli di sangue e qualche volta anche il muso comico dei
conigli.
Or che mirabile strumento animato per rilevar con un gesto, con un
accento, con una pausa, con un cenno, con uno sguardo i valori delle
cose visibili e invisibili!
Egli diceva iersera, per quel misto di fanciullaggine e di magìa:
«La notte non è onnipresente e perpetua? Se chiudo il pugno, sotto
il pieno meriggio, ecco, faccio la notte nel cavo della mia mano».
Così, narrando, egli mi faceva sentire di continuo quella meravigliosa
oscurità su cui si disegnano le forme e gli eventi, quella divina ombra
che riempie la piega d'una gonna o la fessura d'un cuore.
Disperando d'imitare pur lontanamente l'arte sua viva, nel riferire
taluno de' suoi racconti io mi studio d'imaginarmi che il caso sia
seguìto a me medesimo.
Ero in una di quelle giornate di tedio, che si dice sieno state
inventate per le nature ambigue dal precettore di Nerone, quando la
virtù attiva della vita si ritrae dai cerchi dell'anima come l'acqua
dalle gore d'una gualchiera o d'un mulino lasciando a secco i fossi
ingombri di rottami e di lordumi intorno ai congegni inerti.
Par di fiutare in ogni pensiero un odore di melma in fermento. Il
corpo stesso è come sguainato e stroncato: cerca di sostenersi,
di appoggiarsi, di trovar requie in qualche attitudine durevole;
ma somiglia quei vecchi crocifissi mancanti della croce, che nelle
botteghe degli antiquarii sembran rinchiodati a supplizio in qualunque
luogo e contro qualunque arnese si ritrovino.
Anche la stagione secondava tale miseria; ché pioveva e non pioveva,
nella Landa. Una nuvola bucherata spruzzolava un tratto di sabbione con
gocciole grosse e rade che, per esser quasi tiepide, parevan cadute
da uno schiumatoio. Ma di là dalla banda annaffiata s'intravedeva la
sabbia secca, e più in là un'altra spruzzaglia, e più in là un'altra
lista di alido; cosicché anche la terra pareva in malessere come
quelle donne incinte che si sentono la pelle a chiazze fredda e calda,
qualcosa d'informe dentro sobbalzando in una profondità indefinita.
Stavo per lasciare dietro di me, al cancello d'un giardino, una di
quelle dolci e noiose creature che, all'incontro della giovenile
visione di Dante, si ostinano di tener senza fine su le braccia il loro
amore esanime «involto in un drappo sanguigno leggiermente» per non
potersi mai risolvere a seppellirlo, e si sforzano di farci mangiare
«per ingegno» il loro caro cuore che pur non arde. -Vide cor meum.-
Udivo il suono della lamentazione consueta come quel ronzio che il
chinino lascia nell'orecchio del malato di febbri dopo l'accesso. E
non istavo né dentro né fuori; ché la pietra della soglia era tra noi,
cosparsa di pòlline giallo. E vedevo quella farina selvaggia attaccarsi
alla pittura recente del cancello nuovo, riempiere gli interstizii,
involgere una bolla di gomma che in una traversa di quel legno di pino
non interamente morto si gonfiava a quel modo che la vescica s'alza nel
palmo d'una mano avanti d'incallire.
Un vasetto di coccio sospeso a un tronco scorticato aveva ricevuto d'un
tratto tanta ragia, al primo muovere del succhio, che ne traboccava in
lunghi filamenti d'apparenza quasi zuccherina, sicché metteva voglia
di darla a masticare per impiastrarne la lingua molesta e invescare
contro al palato le parole importune. Sotto la mollezza d'una nuvola
latticinosa e irresoluta gli uccelli qua e là stonavano come gli alunni
svogliati d'una scuola corale. E tutta la vita m'aveva l'aria di una di
quelle sciocche allegorie che un tempo il maestro di retorica proponeva
su la lunga panca dell'esame. L'avevo così mal composta che, per
punizione, ero costretto a portare il foglio appiccato con due spilli
dietro la schiena.
Allora, scendendo verso il Quartiere d'inverno per i sentieri della
foresta, pensai con invidia a quei rari pastori landesi, ultimi
discendenti de' vecchi fantastici che su gli alti trampoli varcavano
stagni e pantani del deserto arenoso e co' gran passi potevan
eguagliare il galoppo d'un cavallo de' Pirenei.
Ne avevo conosciuto uno nella macchia, pochi giorni innanzi. Ridotta
la misura delle pertiche leggendarie a due modesti mozziconi. messi ad
armacollo l'ombrello verdognolo e il sacchetto brunastro, calcato su
gli orecchi il berretto di lana in forma di fungo, costui passava tutto
il santo giorno immobile contro il sostegno del bastone, lavorando di
calzette coi ferri, immune di pensieri come il suo cane, indifferente
alla fuga del tempo come dev'essere l'ampolla dell'oriuolo da polvere,
con la sua lingua riposta per anni nel silenzio della sua saliva come
la sardina conservata nell'olio della scatola.
Lungi dagli occhi amati o non più amati, la luce pare diversa.
Per entrare nella nostra camera, il cielo aspetta che le lampade sieno
spente.
Tra le raschiature fresche dei pini (in distanza i fusti avevan
l'aria di portare inchiodate quelle pelli rossigne di capretti che
soglion pendere agli usci dei macellai) scorgevo la città variopinta
dell'Etisìa covata da un tepore umidiccio di stufa alquanto disgustoso
come quello che si respira in certi bagni turchi trasportati in
Occidente, ove gli uomini grassi s'affannano a sudare leggendo il
giornale della loro fede spiegato su la pancia grondante.
Le ville parevano leggiadramente costruite di carton pesto e di latta
traforata da un architettorello girondino con pizzo al mento e svolazzo
alla cravatta, che si fosse ingegnato di conciliare nell'arte sua
ospitale l'inspirazione della Riviera ligure a quella del Lago dei
Quattro Cantoni, entrambe consolatrici. Ogni facciata portava inscritto
in lettere di stil novo il suo bravo nome fornito dalla mitologia,
dalla botanica, dai fasti civici o dalla buaggine sentimentale. Ogni
interno doveva avere il suo vaso di fiori artificiali sotto la campana
di cristallo, la sua grossa conchiglia bitorzoluta, la sua figurina di
Giovanna d'Arco in armatura di piombaggine, e la sua pendola col cuccù
per chiamare la felicità o la morte.
Cumuli di ciarpe e di coperte, sollevati di tratto in tratto da uno
schianto di tosse, riposavano su lunghe sedie di vimini, di là dai
vetri nettissimi che come quelli degli aquarii parevano chiusi sopra
un mondo remoto. Su la via bianca una fila interminabile di bruchi,
discesa chi sa di dove, camminava verso l'eternità con la contrattura
lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli. Qualcuno dei loro
nidi lanuginosi in cima a qualche ramo dava imagine d'una mano malata
avvolta di filacce. Un pianoforte lassù, che aveva ereditato l'anima
di un organetto di Barberìa suo parente, sonava uno di quei pezzi che
portano un numero su ogni nota per condurre ciascun dito al suo tasto;
e non so quale avo romantico risvegliandosi in qualche parte di me
si mostrava curioso di sapere se la copertina s'ornasse d'una gondola
nera o d'un salice piangente o d'un'arpa ossianica in litografia e se
il titolo fosse: «Il sospiro dell'Esule» oppure «Il giovine schiavo»
oppure «Ultimo giorno di Maria Stuarda».
Un pensiero atroce e puerile mi passò pel cervello: «Se ora getto un
grido, tutti i malati si precipitano alle finestre, e mi restano là con
i loro visi eguali e bucati come i sugheri che pendono dalla sciabica
stesa ad asciugare dopo la pésca.»
In una finestra senza cortine, dietro il vetro si levò un che di simile
a un gesto bianco che scacciasse un moscone o che mi chiamasse. Certo,
non altro che un sottil vetro mi separava dalla morte, e quella mano
ignota stava per romperlo.
Mi ricordai che un mio cugino a Nizza ebbe la ventura d'essere
meravigliosamente amato per tutto un pomeriggio, fino alla sera, da una
canonichessa di Cracovia, che poi spirò nella notte.
Ma la porta della mia donna eletta e perduta era chiusa; e nel piccolo
giardino una serva in cuffia e in zoccoli insaponava un can barbone
color castagno che pareva stingere sotto la schiuma come fosse di
cioccolata, mentre l'acqua sporca colava giù per la viottola nella
strada, verso me, simile a una mano deforme che palpasse in terra e
s'allungasse e s'allargasse cercando qualcosa che io avessi perduta.
Non sapevo che.
M'aspettavo che qualcuno di dietro mi dicesse con zelo: «Signore,
guardi, si volti; ha perduto la tal cosa.» Ma nessuno fiatò; né quella
mano colante si levò a restituirmi la cosa: seguitò a palpare più
lontano, fino al rigagnolo, disturbando un conciliabolo di bruchi
radunati sotto una specie di canavaccio che poteva somigliare tanto
a una spoglia di serpe quanto alle cellette d'un favo votato e
disseccato.
Un carrozzino a forma di cesta intanto mi veniva incontro su tre ruote,
sospinto da un uomo baffuto e brizzolato che compieva quell'officio con
la dignità propria dei reduci dalle patrie battaglie e dei salvatori
di professione addetti agli annegamenti e agli incendii. Una vecchia
signora v'era distesa, che nel suo aspetto di moribonda serbava non so
che luccichìo di furore in due pupille ostili all'Universo, sporgenti
in sommo di due borse grinze che ricordavano la ferocia del polpo
legato al suo triste sacco e non si sapeva per qual mai accidente
mancassero degli otto tentoni guerniti di ventose. A due passi da me il
carrozzino s'arrestò così inaspettatamente che sobbalzai.
Una riga di bruchi attraversava la strada; e il degno spingitore --
chi sa per qual movimento di pietà, di ribrezzo o di superstizione
-- cercava un modo ingegnoso d'evitare la strage. Com'egli di dietro
pontava su l'orlo della cesta perché la ruota davanti si sollevasse,
la vecchia sentendosi sballottare ritrovò tutti i suoi spiriti per
schizzare contro il gaglioffo l'acredine dei suoi due polpi senza
tentoni. La ruota ricadde e tagliò il lungo budello villoso e molle. Le
altre due ruote e le due scarpe seguaci compirono il tagliamento.
Per disgustò volgendomi, vidi dietro una palizzata un ragazzo che
rideva da due minuti occhi porcini affondati in una faccia enorme
e lustra sul punto di scoppiare come se dalla nuca forata qualcuno
seguitasse ad insaccarvi sugna e carne pesta.
La carogna brulicante d'un can bastardo in un immondezzaio non è
spettacolo quasi ricreativo al confronto di certe apparizioni della
bruttezza umana vestita di panni?
Una gran folata di vento mi passò sul capo: uno di quei fiati subitanei
che sembrano venire dal miracoloso confine d'un'altra vita non
conoscibile se non talora indistintamente per certi baleni del ricordo
o bagliori dell'ansia, quando lo spirito, forse memore, forse presago,
si dibatte invano per sottrarsi alle abitudini, alle manìe, alle bugìe,
alle smorfie, alle paure, alle infezioni senza numero ond'è composta la
nostra vita.
Il pòlline pareva fumigare dai rami scossi e dorare di sé la nuvola
dilacerata che mi lasciò scorgere d'un tratto il più angelico tra
i visi dell'aria per mezzo a due lembi simili a due bende di lino
spolverate da quell'oro silvano.
E, prima di udire la nota inesperta di un usignuolo novizio, sentii che
il pino al passaggio del soffio si gonfiava di musica, dal pedale alla
vetta, come uno strumento a fiato.
E bastò quella nota gracile perché tutto si mutasse.
Allora m'affrettai verso la città, pensando che forse la musica era per
interpretare l'enigma di tutte quelle figure introdotte in me da non so
che senso crudele aggiunto alla vista normale.
Un giovine sonatore di cembalo, escito dalla -Schola Cantorum-, educato
alla grazia e alla forza degli antichi cembalisti italiani, mi aveva
scritto con fiera gentilezza che nel suo concerto di quel giorno
avrebbe sonato per me solo.
Ottima cautela, del resto, perché, entrando nel Casino, m'accorsi come
la più gran parte dei porci paesani -- -more biblico- -- non fosse stata
attratta dalle margherite.
Gli uditori erano scarsissimi nella vasta sala tutta senza risparmio
dipinta in quello stile turchesco che ha la virtù d'infiammare la
fantasia dei sottuffiziali nei parlatorii dei bordelli. Non mancava se
non il profumo delle famose pastiglie dette del Serraglio. L'Euterpe
locale, donna ossuta e brusca, posta a guida d'ogni raro uditore verso
la sua seggiola, cacciando di tratto in tratto la mano nella tasca del
grembiule faceva sperare che fosse per prendere una di quelle pillole
odorifere e per abbruciarla nel polito scodellino delle mance; ma ogni
volta il gesto era seguito dalla delusione.
S'udì scrosciare un nuovo rovescio su la vetrata del soffitto; ed ecco,
lo spirito agile dell'acqua parve penetrar nell'ombra squallida, con
non so che di fragranza terrestre di gioia.
Le pareti s'apersero; la gran carcassa di ferro, di legname, di stucco
e di vernice fu portata via da un sol colpo di vento, quasi fosse un
mucchietto d'aghi di pino su la spiaggia battuta dall'Atlantico.
Chiare fonti repentine scoppiarono da ogni parte come in quel luogo
quieto del barco ove l'ospite con un sorriso misterioso conduce gli
invitati senza sospetto e non visto volge la chiave nascosta nella
faretra d'un Cupìdo per muovere i giochi e i tradimenti dell'acqua.
Su dall'erba rasa, di tra i cespugli simmetrici, di tra i bossi
tonduti, dalle mammelle delle naiadi, dalle conche dei tritoni, dai
dorsi dei delfini, dalle gole delle rane di bronzo acquattate presso
i sedili o alla soglia delle grotte, dalle modanature dei balaustri
lungh'esse le terrazze e le scale, dalle cupole dei tempietti e
dalle arcate dei passeggiatoi, da ogni parte i getti spicciano
sprizzano bàlzano schioccano perseguono percuotono formidabili come
nell'imboscata le spade gli stocchi le picche.
Dame e galanti strillano ridono corrono si schivano si salvano.
Ma in ogni rifugio, in ogni nascondiglio è l'insidia della fresca
persecutrice; ecco uno schizzo obliquo nella nuca, nell'orecchio, tra
le spalle; ecco una polla bassa che suona sotto il verdugale come un
batacchio in una campana sorda; ecco uno stroscio rude che rapisce
una parrucca, l'immola, la sparpaglia, ne fa quasi un fiocco della sua
spuma.
Amarilli fuggendo inciampica in un cespo di rose, cadendo bocconi le
sfoglia e si punge. La malizia degli zampilli l'assale, come uno stormo
di gnomi trasparenti e saccheggia la sua leggiadria inerme. Una piuma,
un velo, un nastro, un nodo d'amore, un neo di taffettà, un pettine
di scaglia, una scarpetta di tela d'oro, ogni spoglia leggera danza in
cima d'ogni zampillo come tal uovo forato e votato; e anche una foglia
verde, un petalo bianco, una spina bruna.
«Aita! Aita!» Il cavalier Palamede non s'indugia, non si volge, non
ode; se la dà a gambe con gran tintinnio di ciondoli, con la coda di
traverso, con le calze appiccicate alle insigni polpe, con in mano il
fodero floscio dello spadino smarrito.
Tutti e tutte fuggono strillando, soffiando, lungo le spalliere di
càrpini, verso la gradinata di marmo carnicino, come un branco misto
di paperi e di cigni cacciato fuor dal suo laghetto da uno spavento
improvviso.
Già si credono in salvo e si scrollano le fuggitive, quando le piccole
sfingi di marmo carnicino, ben pettinate e savie come damigelle di
compagnia, riposanti su due branche dagli ugnòli inoffensivi, prendono
a soffiar dalle bocche senza enigma larghi ventagli d'acqua che
s'incrociano per tutta la scala.
Ricomincia la fuga venusta; e la scala sembra che si prolunghi come
quella di Giacobbe, verso il cielo soave d'occidente ove le spole delle
rondini tessono il velo violetto della Malinconia.
Ed ecco la prima collana di perle si rompe sgranellandosi: gli acini
ruzzolano giù per i gradini lisci e rosei che l'acqua discende in
minuscole cascate.
Si rompe la seconda (di sette fili?); si rompe la terza (di ventun
filo?) e un'altra, e un'altra ancora, senza novero.
Le perle si moltiplicano, simulano una grandine mite, scorrono per
ogni verso, rilucono, risonano, rimbalzano, si mescolano ai rivoli, ora
sembrano le bolle preziose dell'acqua, ora le gocciole della bellezza
grondante.
E, come cessano le sfingi di soffiare, i pavoni appollaiati nei càrpini
si levano con uno strido; vengono su la strada come attratti dal
becchime inatteso; inseguono i grani trascinando sul marmo umido i loro
chiusi flabelli.
Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo soffice di gatti d'Angola, e bianchì
come la panna e grigi come il fumo, dagli occhi rossi, dagli occhi
cilestri.
Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo di bertucce nere e lustre come il
giaietto, dalle manine pallide e grinzose, con un campanello d'oro alla
coda.
E i mici e le monne inseguono le perle sonore, le fermano, le
afferrano, se le mandano e rimandano, scherzando, ruzzando, rissando,
con atti con gesti con cenni di grazia sempre facile e nuova.
E lassù le collane si spezzano, si sfilano, si sgranellano ancóra,
quasi che per prodigio lassù il riso carnale della Giovinezza si cangi
in quei disciolti monili trascorrenti e irrecuperabili. (Nel rosaio,
laggiù, Amarilli ha perduto i sensi? o ha reso l'anima?)
Erano le sonate di Domenico Scarlatti.
Il giovine sonatore aveva il viso raso angoloso e sparso di qualche neo
irsuto alla Franz Liszt, un paio d'occhiali professorii a stanghette
d'oro sopra un naso quasi greco, l'antico zazzerino spolverato di
Jacopo Peri, una cravatta a due giri sopra un di que' lunghi panciotti
di velluto nero che portano gli eleganti nelle litografie di Gavarnì;
ma per l'arte mirabile delle sue dita e dei suoi spiriti si rivelava un
vero «maestro al cembalo» degno del Settecento e del divino Napoletano.
Il vigore, l'ardire, l'eleganza, l'allegrezza, la franchezza, la
volubilità, la voluttà di quella musica rinnovavano e rinfrescavano a
miracolo in me il senso della vita. Ciascuna sonata, con l'unico suo
tema condotto sopra un movimento diviso in due parti, pareva disegnare
ogni volta la linea breve d'una perfezione sempre diversa e variare per
modulazioni imprevedute l'energia del più limpido elemento.
In un intervallo, quando le mie palpebre erano ancóra abbassate sopra
una delle mie imaginazioni incantevoli, mi giunse in un fruscìo tenue
un profumo di donna simile all'odore che si parte da un cespuglio
scosso; cosicché al primo attimo credetti di non esser turbato se non
dal mio medesimo sogno. Amarilli?
Ma, volgendomi, vidi una giovine signora che stava per sedersi nella
sedia accanto alla mia; e nel primo aspetto notai la qualità de' suoi
occhi che pareva non le servissero a dirigersi. Di sùbito il mondo
creato in me da quella musica crollò e si dissipò, come se mi fosse
caduta di mano una di quelle sfere cristalline che figurano l'orbe
terraqueo nella palma d'un angelo inglese della Creazione. Gli zampilli
cessarono di stoccheggiare, le collane cessarono di sfilarsi. L'anima,
escita magicamente di sé stessa, balzò indietro di più secoli.
La nostra vita è un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione
e tanto è più ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto
e spesso contro l'ordine delle leggi apparenti. Né, quando crediamo
di dormire e di sognare, siamo noi addormentati ma sì bene il Mago
s'assonna tralasciando di condurre le nostre virtù verso le virtù
delle cose con l'arte sua improvvisa e infallibile. Abbandonati per un
tratto a noi stessi, potremmo forse spiarlo e conoscerlo come potremmo
osservare il nostro segreto s'egli non fermasse in noi un qualche
congegno, al modo dell'operaio che introduce un chiodo o una scheggia
nella macchina per renderla inservibile. Ma l'uomo veglia di continuo,
fin dal cominciamento del mondo; e nessun Macbeth può, in verità,
uccidere il sonno che mai non gli si accosta.
Il sonno umano è un errore come il tempo e come lo spazio.
Il nostro letto non è se non il simbolo d'un rito incompreso o mal
compreso, come l'antico catafalco annuale di Adone o quello di Gesù
eretto nella navata innanzi Pasqua. Non l'uomo ma l'imagine cèrea d'un
dio vi si stende.
Gli occhi della sopravvenuta erano di quelli che ci lasciano perplessi
e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco
e senza presa. Gli orli delle palpebre induriti e netti come castoni
li legavano come questi legano le gemme, e mi facevano pensare agli
occhi d'un dio o d'un atleta di bronzo composti d'argento azzurrognolo
o di pasta vitrea colati o connessi nella cavità del metallo per essere
imperituri e per domandare in perpetuo ai mortali l'offerta o la lode
senza concedere alcuna cosa in compenso.
Ma il colore della pelle sul viso nudo era per contro così delicato che
non mai tanto m'aveva commosso la prima delle piccole rose scempie che
sbocciano dallo stecco del pesco. Era un pallore illuminato non so se
da una qualità insigne del sangue o dalla potenza della modellatura,
non avendo io ancor mai veduto i piani d'una faccia vivente trattati
con tal larghezza scultoria che, nell'angustia d'una maschera, potesse
ricordarmi i movimenti grandiosi del terreno nei paesi nobili, il ritmo
inimitabile della valle e del colle nella stagione più chiara e più
tacita.
Mi copersi con la mano la vista; e, chinata la fronte, l'ascoltai
per alcuni attimi respirare di là dalla musica, o forse in fondo alla
musica che mi pareva non più correre lungo la tastiera ma agguagliarsi
e quietarsi come quei ricetti d'acqua lasciati a vespro su la spiaggia
dalla marea quando la mia imaginazione nutrita dal Mediterraneo dà una
causa alla loro sublime bellezza fingendovi trasportata qualcuna delle
statue che naufragarono sotto le Cicladi.
Il sentimento della presenza umana mi sembra così meraviglioso che
mi domando per quale aberrazione o per qual viltà io mi compiaccia
di vivere tanto a lungo in mezzo agli alberi e su le rive deserte. Ma
bisogna dire che anche l'anima più robusta e più sveglia si ricusa agli
sforzi consecutivi e che occorre una straordinaria somma d'attenzione
per trapassare l'ottusità della consuetudine e per giungere a percepire
il ritmo nascosto di una vita estranea.
Io fui subito sopraffatto da un'onda di tristezza, come se quella
creatura avesse rifatto per me il cammino tra le case dei malati,
avesse patito lo sguardo di quei due feroci occhi senili sporgenti
in cima di quelle due borse grinze, e mi riconducesse i miei pensieri
color di cenere brancicati da quella mano sudicia che colava in terra.
Con una forza d'allucinazione inoppugnabile come la realtà, sentii a
un tratto la miseria e la sciagura in un modo informe e diffuso, non
legate a quel volto e a quel corpo ma sparse come quando si sale su per
una scala sinistra, si esita per un corridoio scialbo, e poi s'entra in
una stanza mal rischiarata ove restano le tracce d'un delitto commesso.
Penso che avrei scoperto nell'oscurità qualche oggetto rivelatore se
non avessi tolto di su' miei occhi lo schermo e non mi fossi voltato
a guardare la mia vicina con una sconvenienza involontaria che sembrò
meravigliarla più che offenderla.
La sua bellezza aderì ai miei sensi perfettamente come se in questi
ella avesse già il suo luogo e vi rientrasse a quel modo che la cosa
rara si riadatta alla sua custodia o il rilievo alla sua impronta. La
mia divinazione dolorosa si ritrasse in disparte e mi lasciò intero
nella commozione nuova.
La linea di quella forma obbediva alla legge delle grandi opere
plastiche; perché, in qualunque punto io la immaginassi generata,
ella era condotta al compimento da una specie di fluida necessità:
partita dalla nuca, tornava alla nuca; partita dal ginocchio, tornava
al ginocchio, con una continuità e una pienezza proprie a lei sola,
con un movimento che solo le conveniva come a una determinata forma
musicale, come l'«a tre quarti» a quell'Andante, come l'«a sei ottavi»
a quell'Allegro di Domenico Scarlatti.
Ella portava una giacchetta di cincilla più lieve che la peluria
d'un cigno cinerino, sopra una stretta gonna di panno bigio che la
impastoiava senza castità. Di sotto al suo cappello di crino rialzato
da una banda e ornato di due penne d'airone di Numidia simili a due
coltelli, una seta manosa e brillante d'un colore castagno dorato
era disposta a matasse che non ratteneva né un pettine né una forcina
apparente ma la loro stessa densità vivace.
Ella era tutta così fasciata nella squisitezza di quella moda che
allora sembrava apprestare le donne per giacersi comodamente dentro le
lunghe cassette mortuarie delle principesse faraoniche. Su la sua sedia
non occupava più d'aria che non ne contenga un di quei sepolcri egizii
di legno dipinto. Ma, pur a traverso la più recente eleganza, dalla
linea che si generava nella ondulazione della sua guancia ella era per
me disegnata sino ai piedi quale gli artisti devono imaginarsi l'antica
Leda dell'Eurota. Dalla cintola in giù la sua grazia pareva inflessa
verso il mistero del «divino Olore», come avrebbe detto Poliphilo.
E ripensai a quella Leda di Leonardo, che Cassiano del Pozzo, l'amico
del Pussino, poté tuttavia vedere a Fontanabeliò nel 1625 e ch'io mi
sogno sempre di ritrovare in qualche maniera inverosimile.
-- Beethoven? -- dissi a bassa voce, sorpreso dall'accento della musica
che riudivo dopo l'intervallo indefinito del mio silenzio distratto.
Per una curiosità spontanea, la signora guardò nel programma che aveva
sul manicotto e, come sollecitata dalla mia attitudine di attesa,
disse:
-- Ferdinando Turini.
Aveva proferito quel nome italiano con una timidezza infantile e quasi
leziosa accompagnata da un rossore che pareva cancellare la potenza
della sua maschera come quel succo vermiglio di cui si tingevano il
volto triste le vergini dell'Apulia disponendosi ad abbracciare la
statua funebre di Cassandra.
-- Che pensare? -- dissi, felice del pretesto, col cuore palpitante.
-- Aveva egli avuto conoscenza del primo stile beethoveniano? Non so,
veramente. Se potessimo sapere che l'ignorò, quanto valore originale e
significativo avrebbe per noi questa Sonata in re bemolle!
M'accorsi della nativa e profonda indifferenza del suo spirito per
questo genere di sottigliezze e di problemi, come con una sola nota di
saggio un cantore s'accerta della sordità di un luogo chiuso. I suoi
occhi tra gli orli precisi delle palpebre ridivennero impenetrabili.
Per istinto mi chinai un poco verso di lei, sul margine del suo
segreto, ma smarritamente, destituito di quella virtù che nei primi
attimi m'aveva rivelato in lei una massa di oscura miseria.
Il suo profumo dissolveva la forza della mia indagine: e ora io la
guardavo come chi guardi non so che ultima cosa per la quale egli abbia
fatto non so che lungo viaggio. Un flutto di vita remota, simile a
quel fiato subitaneo che avevo udito spirare sul mio capo e sul pino,
sopravveniva a travolgermi e a sommergermi. Mi pareva che una necessità
patetica fosse sospesa su me, e ch'io fossi già disposto a quella
specie di follia arteficiata onde si compone l'incanto che precede la
passione.
Infatti consideravo ogni particolarità sotto una luce indefinibile che
pareva già inviluppata di passato, come qualcuno che osservi e avvolga
poi con estrema cura oggetti da riporre, i quali sieno per divenirgli
preziosi ricordi dond'ei creda trarre una ebbrezza certa quando
gli accadrà di riprenderli in mano. Cosicché il passato e il futuro
convenivano in quel mio sentimento composto, e il presente non era se
non una sorta di levame.
Le parlavo dentro di me come in un giorno a venire: «Tutto m'è chiaro
nella memoria. Ti chinasti un poco innanzi come per meglio ricevere la
musica. Pareva non ascoltassi con l'orecchio che coprivano i capelli ma
col labbro gonfiato, come certi fanciulli quando una favola li rapisce.
Tenevi la mano destra nel manicotto. Due volte, avendola messa fuori,
la ricacciasti dentro con una strana fretta come per impedire che
qualcosa ne cadesse. Il guanto era infilato nel polso ma la mano era
nuda, escita dalla fenditura, e la spoglia di pelle penzolava sul dorso
serbando la forma delle dita vive. Notai lungo il pollice un segno
impresso, simile a una leggera ammaccatura prodotta dal contatto di non
so che durezza....»
Non credo ch'ella ascoltasse veramente la sonata italiana. Mi pareva
che la sua sensibilità musicale fosse molto scarsa.
La musica diffonde qualcosa di aereo nel corpo delle donne che sentono
l'innocenza della melodia, come quell'aria ch'empie le ossa vane nelle
ali degli uccelli volanti. Non so perché, una volta, in un concerto,
vedendo l'amica mia curvata sotto il suo male e sussultante alla
lamentazione sovrana d'un famoso violino, ripensai quelle bolle d'aria
che il cacciatore vede salire a traverso il sangue caldo della ferita
nell'ala dove l'òmero fu rotto dal piombo. Bella e profonda imagine,
che mi ritornava nello spirito mentre io consideravo per contro la
densità di quella vita, la coesione di quella sostanza, quella sorta di
piena animalità dissimulata dai volumi d'un'architettura sì nobile.
Eppure ella era abitata da un'angoscia che in quel punto doveva urtare
contro il fasciame delle sue coste come per ischiantarlo. E la pena,
che di tratto in tratto saliva a gonfiarle il labbro inferiore, m'era
così manifesta ch'io quasi mi meravigliavo di non vederne l'onda
correre su per la delicata pelliccia come certi brividi d'agonia che
solcano a spiga il mantello delle bestie inferme.
-- Soffrite, signora? -- osai chiederle, con una voce alterata che certo
la toccò.
Ella volse verso me l'enigma di quel suo viso dai larghi piani
fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel
basalte.
-- Niente affatto -- rispose; e rise d'un secco riso senza risonanza come
ridono talvolta le cortigiane a qualcuno che è dietro di loro mentre
lo specchio riflette quella cera fissa e brusca ch'esse hanno nel
trafiggere col lungo spillo il cappello.
Allora tutte le mie imaginazioni novamente si disfecero. Ella si mise
a chiacchierare come una piccola mondana di Parigi, con una bocca molle
ed elastica che esagerava la forma delle parole e la modulazione delle
sillabe fino alla smorfia. Si burlò della sala turchesca, del pianista
zazzeruto, dell'uditorio melenso; spregiò la vita meschina e noiosa di
quella cittadaccia nata per baracche e baraccuzze da un accampamento
di resinieri: si disperò d'essere condannata a vivacchiarci quasi tutto
l'anno.
-- Perché, signora? -- chiesi timidamente. -- Per la salute?
Ella rise di nuovo, con acredine.
-- Ho l'aria d'esser malata? Qua e là qualche gola tossiva nell'ombra
che pareva divenire a poco a poco più fredda, un nuovo rovescio
crepitando su la vetrata grigia.
-- No, certo.
Ella si raddrizzò su la sedia, sollevò il busto con una scossa quasi
involontaria come quel rude sussulto che ci comunicano talora certi
brividi inesplicabili. Notai la larghezza delle spalle e del petto,
struttura solida che corrispondeva allo stile del capo. Travidi
nell'apertura del manicotto qualcosa di luccicante, avorio e acciaio,
simile all'impugnatura d'un revolver che stesse per scivolare.
-- È per l'automobile -- disse sorridendo, quasi volesse rispondere al
mio probabile stupore di vederla armata. -- Dopo il concerto, vado sino
a Bordeaux.
Veramente ora pareva che le labbra appartenessero a un'altra donna, in
mezzo a quel volto vivessero d'una vita estranea, con quella frivola
mobilità che contrastava alla scolpita fermezza degli altri lineamenti
e al mistero formidabile dello sguardo nudo. Ripensavo certe danze
sarde danzate a viso chiuso e cupo, certe danze arabe in cui il solo
ventre s'agita incessantemente in un corpo annodato da non si sa
qual fascino serpentino. Il rosso artificiale era fresco, messo di
recente, forse prima d'entrare con mano frettolosa, che sopravanzava
alquanto gli orli e gli angoli, più o meno intenso. I denti erano
robusti, quelli di sotto piantati un poco irregolarmente, splendidi
come pezzetti di materia preziosa, fatti d'uno smalto così profondo e
puro che si pensava ai carati della perfezione, quasi fossero gemme da
osservarsi su la carta del gioielliere.
-- Ascoltate -- dissi, tocco da qualche nota del secondo tempo d'una
sonata di Domenico Paradisi, ch'era l'ultima.
La spiavo di sotto ai miei cigli socchiusi.
La forza della dissimulazione abbandonò a un tratto quelle labbra su
cui un sentimento di sconosciuta gravità sembrò porre una vera benda,
quale non più fitta devono portar le Berbere nella nostra bianca e
lunata Ghadamès.
Eppure, la cadenza essendo per risolversi e il mio cuore temendo la
fine come un addio, la guardai di nuovo come uno che guardi un'ultima
cosa per la quale egli abbia fatto il più lungo viaggio.
Era così liscia che pareva non dovesse avere un solco neppure nel cavo
della mano. Era levigata veramente dall'acqua dell'Eurota, se tanto
mi risplendettero nella memoria i ciottoli del fiume laconico senza
cigni fra le strette ombre azzurre degli oleandri e delle canne. «Chi
sei, chi sei, tu che certo ospiti dietro la tua fronte bassa un serpe
scaltro, se bene il tuo cuore sia gonfio di lacrime?»
Come tante altre volte, tutto il mio essere aderì all'incognito che
è il fondo della vita, per l'ombra accolta nel corpo, pel buio che
occupa i nascondigli della carne, per l'oscurità delle viscere e dei
precordii.
Sentivo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che
gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.
Una disperata poesia divenne la mia propria sostanza.
Ella era in piedi, tra sedia e sedia, mentre la sala si votava degli
uditori come d'una poltiglia scorrevole che l'Euterpe ossuta spazzasse
verso l'uscio. Ogni forma d'umanità pareva abbassata verso terra,
privata di vertebre, scolorata e strascicante, tranne quella che in
piedi m'era dinanzi, intiera, silenziosa, piena d'un suo male simile a
una verità o a una menzogna profondissima che le tenesse vece di vita.
I luoghi più solinghi non sono nei deserti e nei monti, non tra sabbie
e rocce sterili, ma dove l'anima affronta il destino respirando per
alcuni attimi un'aria non respirabile da alcun altro essere prossimo.
Ella ora guardandomi restringeva un poco quelle palpebre che pur
m'eran parse ferme come nelle statue arcaiche le gronde di bronzo
rilevate intorno al cavo dell'orbita. Un cozzone di cavalli in esame
d'una bestia da mercanteggiare non ebbe mai una qualità di sguardo più
fredda e accorta. Ma mi sembrava che in fondo alle sue pupille l'esame
luccicasse come uno strumento micidiale da cui fossi per esser leso.
Ella non celava nel dolce manicotto color di perla se non una sola
mano, quella nudata; e, certo, doveva con quella tenere l'arme piccola
per assicurarsi che non cadesse. Ma il raggio de' suoi occhi era molto
più pericoloso. Non so perché, mi sentivo più fragile, più caduco,
angosciato da un'apprensione non dissimile a quella che si prova quando
un medico ci palpa per scoprire il nostro punto debole. E (questo
riferisco con assoluta veracità, se pur possa in séguito sembrar troppo
singolare) e mi passò nel cervello un'imagine involontaria, risorta
forse da un episodio della mia esistenza obliato: l'imagine bizzarra e
lugubre del dottore d'una Società d'assicurazione, in atto di tastare
e d'ascoltare il cliente nello stomaco, nel fegato, nel polmone, nel
cuore, per un calcolo di durata approssimativo. Sentii che le arti del
mio spirito, non potevano prevalere contro quella creatura a cui, come
nel mito, il divino doveva appressarsi sotto la specie animale.
Non fui, sotto il suo sguardo estimatore, se non un corpo miserabile,
logorato dall'eccesso, disgregato dall'inquietudine, di continuo
minacciato dallo schianto che segue ogni estrema tensione. «Sì, certo;»
voleva rispondere a quell'indagine la mia ironia «è facile finirmi.
Tutto il mio vigore è concentrato alla base del mio cranio. Basterebbe
un piccolo colpo secco, o un forellino non più grande di quello che la
dònnola fa nel capo d'un pollo....»
Or da quale linea della sua faccia moveva verso di me quell'aura
delittuosa? Perché in quel punto ella stessa mi rivelava quel che v'era
di nocivo e di distruttivo nel suo istinto profondo?
Tuttavia non l'agguato soltanto era in lei ma anche un grido indistinto
che, non giungendo ancóra al mio orecchio, mi toccava già l'anima.
-- Bisogna andare -- ella disse volgendosi, con una fretta subitanea, per
quello squallido labirinto di seggiole.
Ora, come al primo entrare, pareva che gli occhi non le servissero a
dirigersi. Urtata dalle sue gambe una seggiola cadde, e poi un'altra
ancóra. Ella seguitava ad avanzare come una cieca, trovandosi sempre
dinanzi le lunghe file senza passaggi. Bisognava rovesciarle per
aprirsi un varco. Era come in certi sogni affannosi e ridicoli.
Non so veramente se la sala si fosse oscurata; però m'aveva l'aria di
una brutta chiesa piena d'echi nell'ufficio delle Tenebre. E la custode
ossuta accorreva verso noi furibonda, con lo zelo d'un sacrestano
contro i profanatori. Una moneta tesa la placò e le mosse una ilarità
inestinguibile; ché, come la signora rideva d'un riso falso, ella per
compiacenza la imitava senza freno, rialzando le seggiole e persuadendo
a noi e a sé stessa che quell'avventura era la più buffa del mondo.
Fuori, non pioveva. Un vento fresco, pregno di ragia come quell'acqua
piovana che riempie i vaselli appesi ai pini, mi lavò la faccia. La
cresta delle nuvole a ponente era come una schiuma abbagliante.
Qualcosa d'argenteo, quasi un riflesso di madreperla, guizzò negli
occhi della sconosciuta. Il primo quarto della luna pendeva dal cielo
verdigno come se la fata Morgana vi rispecchiasse il pallore della
Landa.
-- Avete una vettura per rientrare? -- mi domandò ella, con una
esitazione che la mia timidezza non seppe cogliere.
Conosceva dunque la mia via e me?
-- Rientrerò a piedi -- risposi. Mi guardava, considerando in sé cose
ch'io non sapevo vedere e che nondimeno mi parevano influire su
l'orizzonte e caricarlo d'una forza simile a quella che lampeggia
senza tuono in certe sere d'estate quando tutta la nostra anima sta per
ispiccarsi in faville dall'apice del nostro cuore una fiamma investita
dal nembo. Il suo viso era alterato da un tremito muscolare che non
potevo più reggere, quasi trasposto nella commessura delle mie mascelle
come quello spasimo che i medici chiamano trisma.
La mia coscienza era come il mozzo d'una ruota velocissima.
-- Buona sera -- allora disse ella movendosi verso l'automobile coi
piccoli passi lesti a cui la costringeva la stretta gonna.
Che ironia patetica nel contrasto di quella volontà oscura impedita da
quelle pastoie eleganti!
-- Ci rivedremo?
La mano armata restò sempre nascosta nella pelliccia molle.
-- Chi sa!
Tra il rombo del motore, scorsi dietro il vetro dello sportello il
gesto dell'altra mano guantata, un gesto bianco simile a quel che avevo
intraveduto alla finestra senza cortine, nella città dei malati e dei
morenti. In un attimo, non restò su la via, tra i due solchi delle
ruote, se non il riflesso della nuvola abbagliante impigliato nella
melma liquida.
La sconosciuta era scomparsa. Per sempre?
Certo, un carro funebre non avrebbe potuto trasportarla per me in un
mistero più fondo, in un annientamento più cupo. Quell'assenza e la
morte non avevano il medesimo aspetto? Bisognava evocare quel viso da
una tenebra eguale a quella del sepolcro.
Risalivo pel cammino già noto, ripassavo pel Quartiere d'inverno; ma
non tanto avevo il senso della mia direzione quanto il senso dello
spazio percorso da quel destino di carne su la strada diritta ove la
luna novella cominciava a segnare le ombre, strazianti di dolcezza per
un cuore disperato.
Era già l'ora delle lampade domestiche. A ogni lampada accesa, la mia
malinconia traboccava come per nutrirla.
Non riconoscevo la faccia delle case: le quali parevano non aver più
altra vita che quella addensata nel cerchio luminoso, ove le ombre
venivano ad attingere la luce come al margine quieto d'una fonte. Di là
dal cerchio, tutto pareva involto da un vapore di natura umana, come se
vi fumasse la febbriciattola vespertina che s'accende al calar del sole
nella colonia infetta.
Il crepuscolo era ancóra tanto chiaro che potevo distinguere un
ragnatelo stellato tra le verghe d'un cancello, o tra qualche filo
d'erba una di quelle piccole sfere raggiate di peluria, delle quali
non ho mai saputo il nome, più lievi che il primo laniccio del bozzolo,
destinate a involarsi di là dai confini del mondo sotto il soffio d'un
fanciullo gonfiagote.
Un pioppo tremolava, solo, vestito d'argento cangiante, all'angolo d'un
giardino; e nel tremolìo diceva: «Eccola, eccola».
D'un tratto apparve quella ch'egli annunziava trepido, ma assai più
bianca di lui, tutta candore e freschezza, tutta giubilo nuziale, una
sposa pudica, abbigliata della sua propria verginità: la fioritura d'un
melo!
Ogni apparenza era apparizione al fervore de' miei sensi; ma ognuna era
accompagnata da un dolore folgorante che mi pareva quasi corporale,
simile a quello che provavo un tempo per l'avidità di respirare
profondamente l'aria marina con un torace dove tre costole rotte non
eran saldate ancóra.
Pativo l'urgenza d'una forza che non dominavo; della quale veramente
non sapevo se io la contenessi o ne fossi contenuto.
Quel gusto ceneroso, che avevo assaporato scendendo verso l'inatteso
incontro, mi tornava misto a non so che dolciore sanguigno, contro
cui si levava entro di me una ripugnanza amara come la nausea, i miei
pensieri somigliando con orrore a quelle sanguisughe che bambino avevo
veduto mettere in un piatto di cenere perché vi rivomitassero il sangue
succhiato.
Quando alfine, trapassata la zona della malattia e dell'agonia,
mi ritrovai nella selva selvaggia, sentendomi vellicare il volto e
il collo dai fili invisibili tessuti tra ramo e ramo, compresi che
quella era la carezza della primavera e che forse fino allora avevo
torbidamente sofferta la doglia primaverile.
Una gocciola mi cadde su una mano, un'altra su una palpebra; una pina
secca schizzò di sotto al calcagno; qualcosa di molliccio saltellò
a traverso il sentiero, forse una botta; l'assiuolo sonò il suo oboe
d'una sola nota; l'usignuolo colse nell'ombra quella nota di velluto
bruno e la trasmutò in limpido cristallo volubile gorgheggiandola.
Tutta la foresta fu piena di gemito e di canto, stillò di piovitura,
grondò di ragia, sapida come un piatto di mescolanza, ineffabile come
il sentimento della pubertà.
Ma in quell'immenso fiato la mia ansia non cercò se non il ricordo di
quel profumo «simile all'odore che si parte da un cespuglio scosso»,
nel quale era venuta a me la donna impastoiata. L'ansia eterna
dell'avventura mi riprendeva e mi riagitava con una violenza folle.
Quale altra novità di possesso potevo sperare? quale altra comunione
attendere? quale altra delusione raccogliere? Mi morse e m'artigliò il
rammarico iroso di non aver saputo o voluto con un movimento d'audacia
prevalere su la perplessità momentanea della sconosciuta, quando
ne' suoi occhi fissi luccicava il doppio acume del dilemma. M'ebbi
in dispregio come se avessi lasciato sfuggire per fiacchezza e per
sciocchezza una preda magnifica. Dimenticai l'apprensione che m'aveva
data, fra sedia e sedia, l'indagine di quello sguardo.
Il fermento della foresta mi comunicava una forza illusoria, onde
nascevano propositi insensati. Cercavo d'orientarmi verso il punto
della corsa lontana, verso la strada maestra. Non avrei avuto il tempo
di ritrovarmi là, sul suo passaggio, aspettando il ritorno nella sera o
nella notte? Mi pareva che una follia remota chiamasse la mia follia, a
traverso la Landa. Affrettavo il passo. Due volte m'avvenne di smarrire
il sentiero e di ritrovarlo passando pel folto, fra le ginestre e i
rovi, col cuore che mi balzava come a un bandito che s'imboschi.
Anche nella mia casa erano accese le lampade. Le nuvole, avendo
rioccupato il cielo, rasentavano il tetto, in fuga verso levante.
Quando entrai, le stanze terrene erano piene di quello spavento
indistinto che sembra riempire le stanze deserte finché la presenza
consueta non lo dissipi; ché, quando l'uomo si volge per andarsene,
sembra che un fantasma prenda il suo luogo e si sieda ov'egli era
seduto poco innanzi. La marea saliva; e qualcosa di simile alla
minaccia di una moltitudine di femmine romoreggiava contro la duna,
rimbombava nella veranda.
-- È venuto qualcuno? -- chiesi al domestico.
-- La signora -- rispose.
Se bene non potessi aver dubbio su la persona, l'altra mi si voltò nel
cuore con un tonfo sordo.
-- Aveva l'aria molto inquieta -- soggiunse. -- Ha aspettato qui fino alle
sei. La prega di andare da lei sùbito dopo pranzo.
Ci sono ore della vita solitaria, in cui la sensibilità del corpo
sembra dilatarsi fino alle pareti della casa, in quella guisa che
talvolta levando un braccio sentiamo il nostro cuore battere fino alla
punta delle dita e oltre.
Tutta la casa pareva prepararsi a ricevere un che d'incognito. Un
evento silenzioso poteva entrare per ogni porta. L'attenzione delle
mura era tutta rivolta verso la notte. Nessuna stanza conservava il suo
sentimento d'intimità, ma ascoltava quel ch'era per accadere di fuori
e tralasciava di rattenere il calore e di conciliare i pensieri delle
cose in lei raccolte e disposte.
Cercai tra le mie stampe qualcuna delle Lede conosciute. Prima mi venne
sotto la mano quella dell'Ammannato, che è al Bargello. Un lontanissimo
ricordo fiorentino mi risorse nello spirito. Lo ritrovai nel libro
segreto della mia memoria, alla data del 22 settembre 1899.
Lessi, con una commozione confusa che non osavo scrutare per non
dissolverla: «Ieri, incredibile a dirsi, alcuni servi del Bargello,
volendo rimuovere la Leda, la lasciarono cadere; e il marmo si ruppe
in sette pezzi. I frammenti furono portati all'Officina delle pietre
dure per il restauro. Sono andato oggi a vedere quella voluttà
disgregata. Le parti che più intensamente godevano sono intatte. La
testa è fenduta, come la mia.... Dall'Officina son poi passato al
Museo, per vedere il posto lasciato vuoto dal gruppo infranto. La mia
imaginazione l'ha riempiuto d'una bellezza più ardua. Ora, stando io in
questo imaginare, a un tratto tutte quelle campane mute e abbandonate
che ingombrano la loggia (bocche col bavaglio) si son messe a risonare
nella mia testa....»
La pagina seguente pareva scritta in un leggero delirio, né sapevo più
per quale amore, per quale assenza: «Mi sembra che, allungando la mano,
potrei afferrare qualche cosa di te nello spazio e tirarti a traverso
la distanza, come un fanciullo tira la corda di un aquilone che il
vento minacci di portar via oltre le nuvole. Lo spazio s'accende, e tu
apri la bocca per bere il fresco della rapidità. Tu ridi. Odo il tuo
riso; lo tocco come si tocca una collana, àcino per àcino. Si potrebbe
piangere....»
Mai il senso magico della vita s'era fatto in me tanto profondo. Come
la musica obliata nel quaderno rivive intiera ed esercita la sua virtù
novellamente, quasi allora allora creata, se il sonatore la suoni su
le sue corde, così quel ritmo del passato si misurava al respiro che
m'era in bocca. Taluna parola sembrava apparirmi al modo di quelle che
un tempo il dito d'una piccola sorella scriveva sopra uno specchio e
che non mi si palesavano se non quando appannavo la spera con l'alito.
E lessi per ultimo: «In una vecchia pietra sepolcrale d'Inghilterra,
Lady Beauchamp non poggia il capo su l'origliere né sul veltro fedele,
secondo la consuetudine, ma sul dosso di un cigno, sembrando vogare
verso l'isola di Artù. Penso che, se potessi tornare stanotte di
nascosto nell'Officina, tale m'apparirebbe Leda morta....»
Chiusi gli occhi; e nel viso della donna impastoiata cercai su l'orlo
del labbro superiore una parte esigua che, non ricoperta dal rosso, si
mostrava lividiccia durante l'attimo del tremito, mentre la finezza del
naso pareva estenuarsi e prendere nelle narici quel colore fumolento
che suole accompagnare la perdita dei sensi.
Il domestico venne ad avvertirmi che la lanterna era pronta. La portai
per farmi lume nella via sabbiosa, tra le pozzanghere, andando verso il
giardino della mia amica.
La Landa era buia sotto il nuvolato; ma faceva dolco, come nella nostra
Maremma notturna col vento di levante o di scirocco quando s'ode fra
lunghe pause un anatrare di germani nelle tamerici, uno squittire di
volpi lungo i paduli teneri di cannuccia novella, uno sgretolare di
sassi al passaggio dei cinghiali su per le muricce, e il lagno che
viene dal fondo dei secoli.
Qui udivo gli stridi fiochi degli uccelli marini di là dalle dune,
simili talora a un pigolìo triste, e la voce dell'Oceano rammaricoso,
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