Passan li uccelli.
Oh chiome feminili,
chiome gentili,
lunghe reti sottili
tratte dietro i burchielli!
Oh di roseti
profondi laberinti
ove i poeti
in giacigli segreti
stanno alle belle avvinti!
La nostra nave,
cui non pinse Ki-Tsora,
va con soave
andare; e su la prora
tu ti stendi, o signora.
I tuoi capelli
sciolti hanno il fresco odore
dei ramoscelli
che ondeggian lenti, in fiore,
con sommesso romore.
La tua man breve,
passando, i fiori coglie:
par tra le foglie,
tra i calici di neve
una farfalla, lieve.
Ma, come pieno
è il grembo, ti riposi:
palpita il seno,
bevono il gran sereno
li occhi meravigliosi;
e dolcemente
stan su i fiori adagiate
le mani.--Oh fate,
belle mani adorate,
il gesto che consente!
LAI
La Luna diffonde
pe' cieli suo latte:
a lei, chiuse e intatte,
sospiran le selve,
profonde.
Un murmure, lento,
si spande ne 'l piano;
e giunge un lontano
di cervi bramire
su 'l vento.
Discende ne l'ode
la dea che m'è dolce;
e a me i suoni molce
de 'l verso. Ma l'altra
non ode.
Ma quella ch'io amo
non ode. I roseti
ancora han quieti
misteri e fan lungi
richiamo;
e ancor ne' giacigli
rimangono l'orme
recenti e le forme
recenti tra i fiori
vermigli.
Ma quella ch'io bramo
non meco vi giace...
O cuor senza pace,
ed occhi miei lassi,
moriamo.
RONDÒ
Com'api armoniose
uscenti a 'l novo sole
per le felici aiuole
de' gigli e de le rose,
queste che Amor compose
delicate parole,
com'api armoniose
uscenti a 'l novo sole,
su le chiome odorose
che Amor cingere suole
di sogni e di viole
spìrino dolci cose,
com'api armoniose.
DONNE
Per l'antico viale de l'Aurora....
NYMPHA LUDOVISIA.
Disegno di ONORATO CARLANDI.
[Illustrazione: -Fototipia Danesi Roma-]
NYMPHA LUDOVISIA
Per l'antico viale de l'Aurora,
mentre i cipressi dormono al mattino,
o nova principessa di Piombino,
tu passi; e a te d'intorno il vento odora.
Vive d'intorno a te la grande flora
ludovisia crescendo a 'l sol latino,
bionda Napea di Rafael d'Urbino,
ne la beatitudine de l'ora.
E le fontane vivono; e l'intensa
voluttà de la vita, a 'l tuo passare,
urge fino i cipressi alti e quieti;
e te brama ed a te canta l'immensa
anima de la villa secolare,
o diletta ne' sogni dei poeti.
VIVIANA
O Vivïana May de Penuele,
gelida virgo prerafaelita,
o voi che compariste un dì, vestita
di fino argento, a Dante Gabriele,
tenendo un giglio ne le ceree dita,
Vivïana, non più forse a la mente
il ricordo di me vi torna omai.
E pure allora, quando io vi parlai,
mi sorrideste a lungo e dolcemente.
Fiorían, Villa Farnese, i tuoi rosai
ne 'l mattino di maggio e su le antiche
mura il sole una veste aurea mettea:
tra le liete ghirlande si svolgea
la bellissima favola di Psiche;
navigava in trionfo Galatea.
O Vivïana May de Penuele,
or vi sovviene de 'l lontan mattino?
Voi sceglieste le rose ne 'l giardino
ove un tempo convenne Rafaele,
muta, con lento gesto, a capo chino.
Non vidi allor la Primavera iddia?
Disser la vostra lode a me li uccelli;
fiori parvero nascer da' capelli,
come ne la divina Allegoria
cui pinse in terra Sandro Botticelli.
Poi su l'accolta de le vive rose
reclinando la testa agile e bionda,
avidamente, come sitibonda,
tutte beveste l'anime odorose
--oh voluttate mistica e profonda!
Poi, smarrita in un sogno, alta levaste
la faccia ove le azzurre ésili vene
languíano, e mi volgeste (or vi sovviene?)
le pupille ne 'l sogno umide e caste.
Non così pura in cielo è mai Selene.
Io sol dissi a la notte alma e felice,
solo dissi a le stelle il novo amore.
Secreto in me de' vostri occhi il fulgore
io custodii, beata Beatrice.
Tale un raggio di luna il silfo ha in cuore.
Or cantarti m'è dolce, o Vivïana.
Splendimi ne la chiara ode, vestita
de la tunica verde e redimita
d'argentei fiori, in calma sovrumana
tenendo un giglio tra le ceree dita!
GORGON
L'Asïatico già tende le braccia
trepidamente verso l'imo ignoto:
attonito, fra i calici de 'l loto
ei vede arguta ridere una faccia.
HYLA! HYLA!
Disegno di CESARE FORMILLI.
[Illustrazione: -Fototipia Danesi Roma-]
I.
Ella avea diffuso in volto
quel pallor cupo che adoro.
Le splendea l'alma ne li occhi
quale in chiare acque un tesoro.
Ne la bocca era il sorriso
fulgidissimo e crudele
che il divino Leonardo
perseguì ne le sue tele.
Quel sorriso tristamente
combattea con la dolcezza
de' lunghi occhi e dava un fascino
sovrumano a la bellezza
de le teste feminili
che il gran Vinci amava. Un fiore
doloroso era la bocca,
e un misterioso odore
esalava ne 'l respiro.
I capelli aridi in onde
s'accoglieano su le tempie,
su la nuca, di profonde
voluttà larghi a l'amante
che scioglieali ne l'alcova,
forse; e avean talor riflessi
di viola, come a prova
de la fiamma il puro acciaio.
II.
Questa nobil donna un giorno
io conobbi. Era l'estate
ampia; e dolce il mare intorno
diffondevasi nel sole,
come un drappo suntuoso.
Templi, portici, obelischi
partoria l'imaginoso
vespro; e a fior de 'l mare pénsili
le sottili architetture
si moveano lentamente:
emergean lunghe figure
fra li intercolonni, a un tratto,
mostri umani o bestiali;
s'immergeano li edifizi
ne le fredde acque natali.
Ella, sola, su la loggia,
tutta involta da i prestigi
de 'l tramonto, in attitudine
d'indolenza, li occhi grigi
tenea quasi semichiusi.
Quando Alberto Delle Some,
conducendomi cortese
presso a lei, disse il mio nome,
ella volse il capo e li occhi
grandi aprì su la mia faccia.
Poi mi porse ambo le mani
sorridendo. Avea le braccia
sino al gomito scoperte,
bianche, pure, di squisite
forme; a' bei polsi rotondi
eran finamente unite,
come a stel fiori, le mani.
Oh divine mani, oh bianche
mani ch'io non ho baciate!
Si posavan, come stanche,
su 'l marmoreo davanzale;
e le lunghe ésili dita
risplendevano di anelli.
Io sentia dolce la vita
mia fluire ed i capelli
divenir gelidi, quasi
per un'ideal carezza,
da sottil fremito invasi.
III.
Ella, semplice, parlava,
con la sua voce sonora,
lievemente roca a tratti.
Una preziosa flora
nascea lenta ora da 'l mare,
a' nostri occhi. Li edifizi
giacean spenti in fondo a l'acque.
Pe' i mirabili artifizi
de la luce ora sorgevano,
come calici di gigli,
alte trombe, e si spandevano;
e nutrite dai vermigli
fumi in cielo prendean tutte
forma d'alberi. Viole
d'improvviso da le arboree
forme piovvero, e ne 'l sole
tutto il mare allora parve
brulicante di meduse.
Ella tacque. Io la guardava.
In quell'attimo confuse
le nostre anime rimasero.
Io non seppi dirle:--V'amo.
Ella, forse paventando
l'ora, disse:--Rientriamo;
è già tardi. Io vi saluto.--
E, tendendo la sicura
man, sorrise un'altra volta.
Quindi uscì.
IV.
La sua figura
ondeggiava alta ne 'l passo,
con un ritmo affascinante.
Un pensier dolce mi venne:
--Io sarò forse l'amante;
io felice le mie notti
dormirò sopra il suo cuore!--
Ah, perchè voi mi fuggiste?
Ebro, come d'un liquore
troppo forte, ebro di voi,
de 'l ricordo di voi, sento
da quel giorno in tutti i baci,
sento in ogni blandimento
feminile, sento in ogni
voluttà più desiata,
o signora, voi, voi sola;
voi che tanto avrei amata!
ATHENAIS MEDICA
Nobili e puri, splendono
quali forme di luce.
ROMANZA.
Disegno di VINCENZO CABIANCA.
[Illustrazione]
I.
Poichè su la campagna salutare
era venuta la dolce stagione
e un gran disío di vivere e d'amare
in me tornava con la guarigione,
ella talvolta a le mattine chiare
tutta ridente apriva il mio balcone.
Il suo riso e la luce in un sol getto
m'inondavan di gioia: álacre in petto
balzava il cuore. Oh mie memorie buone!
Vedea composti in fila li alberelli
su 'l cielo azzurro come il fior de 'l lino,
dritti, con rare foglie, e lunghi e snelli,
quali eran cari a Pietro Perugino;
e a quando a quando udia di tra' ramelli
gittar suoi trilli dotti un lucherino.
Mi veniva ne 'l cuor sì gran diletto
da quella vista, ch'io m'ergea su 'l letto
alquanto, a riguardar più da vicino.
Ben ella avea que' miei palpiti istessi.
Talvolta io mi sentia li occhi velare.
Le lacrime facean sì ch'io vedessi
tutte le forme a l'aria tremolare
confusamente, simili a riflessi
vani di cose in fondo a un roseo mare.
Ella, ne le sue man présomi stretto
il capo, susurrava:--Oh mio diletto!
Amor mio dolce!--Io mi credea mancare.
II.
1.
Io ricordo, Atenái. Lungo il sentiere
de' pioppi bianchi e de le tamerici,
maga possente contro i maleficj,
guida voi foste a 'l debil cavaliere.
Ilare, accanto a voi, senza temere,
io respirava l'aure innovatrici:
mi battean ratte ne le cicatrici
l'onde de 'l sangue tiepide e leggere.
Or co 'l vento giungean quasi a riviere
i profumi da l'ultime pendici;
e, sentendosi il vento a le narici,
i cavalli fremevan di piacere.
Su l'argine de i fossi aride e nere,
fuor de la terra uscendo, le radici
si distendean con lotte ed artificj
meravigliosi a l'ime acque per bere.
Ma salivan ne' tronchi e ne le intiere
membra correvan l'acque avvivatrici;
contendeva il germoglio i beneficj
de la luce, bramando di godere;
e, in alto, a 'l Sole un coro di preghiere
mormoravano li alberi felici,
espandendo le chiome ai vènti amici,
crescendo a le future primavere.
2.
Io ricordo, Atenai. Voi, con un mite
sorriso di bontà su le fiorenti
labbra, i miei gesti e i vari atteggiamenti
de 'l mio cavallo seguivate.--Oh dite,
maga Atenai, voi che le mie ferite
curaste di sì dolci lenimenti;
voi che le mani tenere ed aulenti
posaste ne le mie piaghe inasprite;
voi che le insonni mie notti infinite,
piene di mille acuti patimenti,
confortaste d'amor co' pazienti
balsami de la voce umile, dite,
adorata sorella, oh dite, dite
la gran soavità di quei momenti,
allor che li occhi in lacrime ridenti
vi baciai con le labbra impallidite!
3.
Noi, muti, a lungo cavalcammo ancora
quella terra benigna ove fioriva
la pace tra le umane opre. E s'udiva
de' cavalli la lenta orma sonora.
Poi, ne la grave santità de l'ora,
sorse un cantico lungi da la riva
de 'l Mar, subitamente. E il sol moriva.
Ma quel tramonto a noi parve un'aurora.
Io ricordo. Infinito, da le chiare
comunïoni de le cose, a 'l giorno
emanava non so qual senso umano
di dolcezza e di oblìo. Proni d'intorno
stavano i poggi e risplendea lontano,
non anche sazio de la luce, il Mare.
DONNA FRANCESCA
Dorme, poggiata il capo a 'l davanzale
de 'l balcon fiorentino,
la Titania di Shakspeare;....
DONNA FRANCESCA, IV.
Disegno di GIUSEPPE CELLINI.
[Illustrazione]
I.
Se dentro i favolosi orti vermigli
adunava la Luna i suoi misteri
(per lei presi d'amore, alti e leggeri
tremolavano in doppio ordine i Gigli),
il capo ergeano su da li origlieri
le Belle, a tesser rai: lungo i giacigli
di rose, propagavansi i bisbigli
richiamanti a l'agguato i Cavalieri.
In quelle notti, o Bella, de 'l lunare
argento una fatal rete voi forse
tesseste con le vostre dolci dita?
Sentendomi da voi tutto legare,
questo ne 'l mio pensier dùbito sorse;
e ancor ne trema l'anima smarrita.
II.
Odor di rose, forse da i giardini
chiusi del Re, venìa confusamente;
e splendea ne la fredda ora, imminente,
la Luna su 'l palazzo Barberini.
Mormoravan con voci roche e lente
le fontane invisibili tra i pini:
or sì or no li stocchi adamantini
oltre i rami balzavan di repente.
Noi, chinati da l'alta loggia, soli,
(ella rabbrividìa) de le fontane
ascoltavamo i languidi racconti.
Non così dolce cantan li usignuoli!
Vago ne l'alba suono di campane
giungeva da la Trinità de' Monti.
III.
Più chiara su 'l palazzo Lorenzana
la Luna risplendea, Donna Francesca,
quella vostra beltà raffaellesca
guardando con dolcezza quasi umana.
La fontana di Giacomo, a la fresca
serenità, con voce roca e piana
mettea parole, come una fontana
magica de l'età cavalleresca.
Scintillavano l'acque; le figure
prendean vive attitudini, a l'albore
danzando in tondo con rapide fughe.
Per tale ausilio, al fin le vostre pure
labbra io baciai; così vinsevi amore...
Oh fontanella de le Tartarughe!
IV.
Dorme, poggiata il capo a 'l davanzale
de 'l balcon fiorentino,
la Titania di Shakspeare; e un divino
sogno da 'l cuor lunatico le sale.
Una rete d'argento siderale
i suoi capelli accoglie,
e luminose fasciano le spoglie,
dei colùbri la sua forma ideale.
Per lei tramano i ragni, su l'opale
de l'aria, le sottili
opere in tra li stipiti; ed i fili
aurei tremano a l'alito immortale.
Così, Donna Francesca, entro il natale
albore di Selene,
ora dormite; e, in torno a le serene
bellezze, io vo tramando il madrigale,
mentre spiran le rose l'aromale
anima ne' roseti
e li usignuoli i fiumi ed i poeti
cantan la notte augusta e nuziale.
V.
Una notte, com'io l'alta portiera
sollevai piano co' la man tremante,
presso il gran letto la mia dolce amante
scorsi a ginocchi in atto di preghiera.
Ricorrean ne la stanza ampia e severa,
intessute con rara arte, le sante
Allegoríe che l'anima pregante
traevan forse a più gioconda sfera.
Muto io ristetti, come a 'l limitare
d'un tempio; ma il disío tutto s'immerse,
stridendo, in quel misterioso aroma.
Ben, quando (oh notte!) la divina chioma
io le disciolsi e vinta ella m'aperse
le braccia, il letto parvemi un altare.
VI.
Entra l'albore gelido, pe' i vetri,
ne l'ombra di quel letto ov'ella dorme
stanca di voluttà con semichiuse
le dolci labbra in cui trema il sorriso.
Or la Luna, ferendo ne l'aperto
cofano i bei gioielli, gloriate
opere di sottili orafi, illustra
diamanti, camei, perle e smeraldi.
Splendono le collane, come spire
d'un favoloso rettile sopito;
e paiono viventi occhi i rubini.
Langue, da presso, entro la coppa un giglio
in sua verginità, nobile e puro
quale un vaso liturgico d'argento.
VII.
O amica dolce, non sapeste mai
la verace dottrina che ne 'l mondo
il figliuol di Gesù, bello e giocondo
adolescente, a l'ombra de 'l Sinái,
predicava, nel nome d'Adonai,
a le spose ed alli uomini ascoltanti
ed ai compagni efébi, in tra' rosai,
mentre scendean dal monte i greggi erranti.
Ei, come Ciro figlio di Cambise,
destro era e forte, generoso e parco,
non superato in trarre lancia od arco;
e molte fiere la sua mano uccise,
la sua man degna d'un regale sire,
ben usa a profumar la chioma bionda
di rare essenze che facean languire
le femmine in soavità profonda.
Divino era il suo nome: Eleabani.
Ed era come un olio di viola,
sereno, che ne 'l suon de la parola
si spandesse a lenire i petti umani.
In fondo a l'occhio suo puro e crudele
eran segrete fascinazïoni.
Come il santo profeta Danïele,
avrebbe ei vinti a 'l suo giogo i leoni;
e con la voce, cantico di lire,
mansuefatti avrebbe aspidi in guerra.
Or prima, a soggiogar l'anime in terra,
trasse i cuor de le donne a 'l suo desire.
Tutte, da' bei palagi ove risplende
l'oro, e da' templi ove la pace dorme,
e da l'umili case, e da le tende
nomadi, e da' tuguri, a torme a torme,
venivano a 'l figliuol de 'l Nazareno,
al bene amato eroe de la fortuna.
Lui proseguìano a 'l sole ed a la luna;
lui chiedeano, in morir de 'l suo veleno;
lui, ne l'alba, torcendosi le braccia,
invocavan su 'l tepido origliere,
o sognavano, pallide la faccia
tra l'ampia chioma, sfatte da 'l piacere.
Per l'orrore de' portici silenti
a la fonte, assetata, una Maria,
come il cervo simbolico, venìa
e ne l'acqua immergea le mani ardenti.
Quindi, protesa le stillanti mani,
e il ventre, bianco qual coppa d'avòro,
nudata, mormorava:--Eleabani!
Eleabani da la chioma d'oro,
o tu per le cui nembra i rai de 'l sole
una veste han tessuta, Eleabani,
o tu cui ne la bocca come grani
di puro incenso odoran le parole,
o tu che de 'l tuo corpo hai fatto vase
a' balsami celesti ed a' profani,
o tu che scendi ne le nostre case
qual ne' campi rugiada, Eleabani,
m'odi: li astri de 'l ciel com'aurei pomi
tremano in tra le foglie a' melograni;
io son ebra e languisco, Eleabani,
come la damma a 'l colle de li aromi.
Come al vento tra le árbori la damma,
io trasalgo e sobbalzo ai romor vani.
Ad ora ad ora, in ciel vedo una fiamma.
Non tu sei che lampeggi, Eleabani?
Ed egli, avendo ereditato il Verbo,
amò, come Gesù, peregrinare.
Le parabole sue, rapide e chiare,
pungean le menti con lor senso acerbo.
Predilesse i conviti, poi che aperto
ne la fraternità convivïale
è l'animo de li uomini ed un serto
di chiarissima luce il vin spirtale
cinge a le fronti; e predilesse i petti
feminei, de' lunati omeri il giro,
a segnar come in nitido papiro
evangelicamente i suoi versetti.
Quale un fiume, cui gonfia d'acque il maggio,
da le sedi natali alto discende
e più cresce in sua gioia e con selvaggio
fremito ride e a 'l sol pieno s'accende:
odono i boschi giugner la ruina,
vasti su le pacifiche pendici;
in van lottano; e, presi a le radici,
piomban ne 'l gorgo: tal la sua dottrina
volgea, passando, le credenze e i culti
e risplendea di libertà ne 'l sole.
Come il fiume in sua via reca virgulti,
pur recava d'amor nuove parole.
Egli ammoniva: «O giusto, è breve l'ora.
«Ne la tua servitù sii paziente.
«La pazienza è l'immortal nepente
«che afforza i nervi e l'anima ristora.
«Come in un tempio, ne 'l tuo cor ricevi
«l'alto Ideale che de l'uomo è figlio.
«E sappi in quel che mangi e in quel che bevi
«trovar l'ambrosia e il nettare vermiglio.»
Ed ammoniva: «O donna, o Vaso insigne
«de la dolcezza ed Arca de l'oblìo,
«versa a li uomini il vin che già il Desío
«cantando ricogliea ne le tue vigne.
«Fa che soave il tuo spirito ceda
«a l'alitare d'ogni passïone,
«come la tibia d'oro ove un'auleda
«prova a diletto sua lene canzone.
«Ama il tuo sposo ed ama il tuo figliuolo
«ma fa che il beneficio tuo si spanda
«pur su colui che in carità dimanda
«una stilla d'amore, umile e solo.
«E tutto diverrà per t'onorare
«Mirra, Olibano, Incenso e Belzuino;
«e saliranno come ad un altare
«i cuori a te, con giubilo divino.
«La carne è santa. È l'immortale rosa
«che palpita di suo sangue vermiglia.
«È la madre de l'uomo ed è la figlia.
«Ed è quella che sta sopra ogni cosa.
«Ella racchiude, come un'urna aromi,
«tutte le voluttà, tutti i dolori.
«Ha l'ardente opulenza ella de' pomi,
«ha la soavità casta de' fiori.
«Quale a notte in un tempio una fontana
«mormora ascosa e dà voci di lire,
«fa il sangue in lei pe 'l ritmico fluire
«una musica assai dolce e lontana.
«La carne è santa. Guai a chi non piega
«l'anima innanzi a lei; però che tristo
«egli l'essere suo nega, e rinnega
«il suo divin maestro Gesù Cristo:
«Gesù che, fatto carne, in su la croce
«morì ne la montagna solitaria,
«Gesù che, fatto carne, ebbe in Samaria
«verso la donna così mite voce,
«Gesù che, fatto carne, arse d'amore
«vedendo un giorno in su la via fiorita
«la Magdalena, e lei pregò d'amore
«e me condusse a questa dolce vita!»
Tali cose ammonia, tra la comune
giocondità de 'l vino, in su la chiara
mensa. E le perle de la sua tiara
splendeano vagamente come lune.
Il cenacolo avea forma di lira.
Quattro colombe d'or con ali tese,
in alto, tra le frange di Palmira,
a invisibili fili eran sospese.
Due dromedari, avendo in su la schiena,
otri forati ed una campanella
di fino argento sotto la mascella,
spargean su' marmi essenza di verbena.
In torno, i domitori-di-cavalli
efebi, sollevando in tra le mani
vasi che rendean suon come timballi,
beveano salutando Eleabani.
Bevean, coperti di carbonchi, in torno
satrapi enormi da la barba d'oro
il chalibon, rarissimo tesoro,
in un corno sottil di liocorno.
I dottori, i grammatici, i salmisti,
ed i leviti, i giudici, li scribi,
e i mercatanti, e i musici, commisti,
disperdean su la mensa i rari cibi.
Le vestimenta lor, tinte di fuchi
preziosi, brillavan di lontano.
Alcuni, taciturni, aveano strano
aspetto di carnefici o d'eunuchi.
Ma le femmine cinte di ghirlande,
con denti bianchi come il gelsomino,
rideano tra 'l vapor de le vivande,
suggean da coppe di smeraldo il vino.
Il lor nitido riso giungea grato
ai cuori, come un verso numeroso.
Stendean le braccia, con un grazioso
gesto, a mostrare il cùbito rosato;
e prendean su la mensa i cedri, i fichi,
e le mandorle, i datteri, le olive.
Ne 'l bacio offrian, con belli atti impudichi,
la molle polpa su le lor gencive.
--Or mangiate e bevete, e di piacere
inebriate il vostro cuor mortale;
chè da l'ebrezza a Dio l'inno risale,
grato, come l'odor da l'incensiere--
diceva Eleabani. Ed era immune
il cuor suo da l'ebrezza ed era chiara
la sua voce; e splendeano come lune
ferme le perle de la sua tiara.
VIII.
--Francesca, o amica, o trepida colomba,
perchè piegate voi su 'l sen la testa,
pallida udendo il tuon de la tempesta,
che improvviso ne l'anima rimbomba?
Perchè torcete ne 'l dolor le mani,
le care mani, i fior gracili e snelli,
che pur ieri sapevan, con sì piani
blandimenti, solcare i miei capelli?
Francesca, o amica mia, perchè piangete?
Le vostre membra treman così forte,
e così roca su le labbra smorte
vi muor la voce, ch'io non ho quiete.--
Ed ella:--Io guardo nel cuor mio; che, ardente
come una lampa, è tutto avviluppato
da una spoglia di serpe, transparente,
su cui l'orrido Inferno è figurato.
IX.
Come a notte in un tempio una fontana
mormora ascosa e dà voci di lire,
fa il sangue in noi pe 'l ritmico fluire
una musica assai dolce e lontana.
Veramente io non so quali parole
il buon sangue ne 'l capo mi favelli
volgendo sue misteriose ambagi;
ma ben io so che mai gighe o viuole
ornaron di più vaghi ritornelli
serenate d'amor sotto i palagi.
Canta, o buon sangue! Ed i pensier malvagi,
tutti, qual vin, da l'anima discaccia.
Nel mezzo del mio cor ride una faccia,
guardando la vendemmia allegra e sana.
X.
Se pure il verso mio, Francesca, è reo
d'aver la vostra natural piacenza
ritratta intiera, in un lavacro, senza
la casta zona e senza il conopeo,
fu tempo già che Fra Bartolomeo,
pingendo i Protettori di Fiorenza,
la Nostra Donna in sua gentil movenza
ritrasse ignuda in mezzo a 'l gran corteo.
Or dunque se il buon frate di San Marco,
il quale è assunto ne l'eterne stelle,
ebbe per l'opra sua cotale ardire,
non io potrò ne 'l verso mio scoprire
de 'l vostro sen le due beltà gemelle
e de le late spalle il candid'arco?
XI.
Quando su per le scale ampie d'argento
la Reina salìa verso l'altare,
levata li umidi occhi a 'l Sacramento,
pallida e fredda, se volea pregare,
dava il bianco metallo un vibramento
sonoro in ritmo a li urti de 'l calzare:
tutte le scale come uno stromento
si mettevano in gloria a risonare.
O Francesca, così la vostra bionda
bellezza da 'l disìo chiamata ascende
or de' miei versi il mistico edifizio.
Fremono a i vostri piedi, con un'onda
di suoni, i versi; e a 'l culmine vi attende
tra i profumi de l'urne il sacrifizio.
XII.
Aveva un tempo il cardinal Grimani
ne 'l breviale suo, fino tesoro,
un'image ove molti angeli in coro,
ceruli e biondi, da' bei volti umani,
su li omeri o su le agili ale d'oro
o su l'èsili palme de le mani
offrìan cinte de' nimbi cristiani
l'anime de li Eletti al Signor loro.
Ignude erano l'anime: più bella
tra l'altre una figura feminina,
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