respirava; ma ora non c'è più pericolo. Guardi che maschio!
Ella rivoltò il bambino, lo coricò sul dorso, mi mostrò il sesso.
--Guardi!
Afferrò il bambino e lo agitò nell'aria. I vagiti divennero un po' più
forti.
Ma io avevo negli occhi un scintillio strano che m'impediva di veder
bene; avevo in tutto l'essere una ottusità strana che m'impediva la
percezione esatta di tutte quelle cose reali e violente.
--Guardi!--mi ripetè ancora la levatrice coricando di nuovo su
l'ovatta il bambino che vagiva.
Ora vagiva forte. Respirava, viveva! Mi chinai su quel corpicciuolo
palpitante che odorava di licopodio; mi chinai a guardarlo, a
esaminarlo, per riconoscere la somiglianza aborrita. Ma la piccola
faccia turgida, ancora un po' livida, con i globi oculari sporgenti,
con la bocca gonfia, col mento obliquo, difforme, quasi non aveva
aspetto umano; e non m'ispirò se non ribrezzo.
--A pena nato--balbettai--a pena nato, non respirava....
--No, signore. Un po' d'apoplessia....
--Come mai?
--Aveva il cordone attorcigliato intorno al collo. E poi, forse il
contatto del sangue nero....
Ella parlava attendendo alla cura del bambino; e io guardavo quelle
mani scarne che lo avevano salvato e che ora avviluppavano
delicatamente il cordone ombelicale in una pezzetta spalmata di burro.
--Giulia, dammi la fascia.
E, fasciando il ventre del bambino, soggiunse:
--Questo oramai è assicurato. Dio lo benedica!
E le sue mani esperte presero la testina molliccia come per plasmarla.
Il bambino vagiva sempre più forte; vagiva con una specie di rabbia,
agitandosi tutto, conservando quell'apparenza apoplettica, quel
rossore paonazzo, quell'aspetto di cosa ributtante. Vagiva sempre più
forte come per darmi una prova della sua vitalità, come per
provocarmi, per esasperarmi.
Viveva, viveva. E la madre?
Rientrai nell'altra stanza, all'improvviso, demente.
--Tullio!
Era la voce di Giuliana, debole come quella d'un'agonizzante.
XXXII.
La corrente continua di acqua ad alta temperatura aveva arrestata
l'emorragia, in circa dieci minuti. Ora la puerpera riposava nel suo
letto, dentro l'alcova. Era giorno chiaro.
Io stavo seduto al capezzale; e la consideravo in silenzio,
dolorosamente. Ella non dormiva, forse. Ma l'estrema debolezza le
toglieva ogni moto, ogni segno di vita; la faceva sembrare esanime.
Considerando il suo funereo pallore di cera, io vedevo ancora quelle
macchie di sangue, tutto quel povero sangue sparso che aveva inzuppato
i lenzuoli, attraversato i materassi, arrossato le mani del chirurgo.
"Chi le renderà tutto quel sangue?" Iniziavo un gesto istintivo per
toccarla, poiché mi pareva che ella dovesse essere diventata fredda,
di gelo. Ma mi tratteneva il timore di disturbarla. Più d'una volta,
nella mia contemplazione continua, assalito da una paura repentina,
feci l'atto di levarmi per andare a chiamare il dottore. Pensando,
rivolgevo tra le dita un fiocco di bambagia, lo disfilavo minutamente;
e, di tratto in tratto, per una inquietudine invincibile, lo
avvicinavo con infinita cautela alle labbra di Giuliana e dal palpito
dei fili leggeri misuravo la forza del respiro.
Ella giaceva supina, con la testa su un guanciale basso. I capelli
castagni un poco rilasciati le circondavano il volto, rendevano più
tenui e più cerei i lineamenti. Aveva una camicia chiusa intorno al
collo, chiusa intorno ai polsi; e le sue mani posavano sul lenzuolo,
prone, così pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal
lino. Una bontà soprannaturale emanava da quella povera creatura
dissanguata e immobile; una bontà che mi penetrava tutto l'essere, mi
colmava il cuore. Ed ella pareva ripetere: "Che hai tu fatto di me?"
La sua bocca disfiorata, dalli angoli cadenti, rivelatrice d'una
mortale stanchezza, e arida, che tanti spasimi avevano torta, che
avevano sforzata tanti gridi, sempre pareva ripetere: "Che hai tu
fatto di me?"
Io consideravo l'esilità della persona che a pena formava rilievo sul
piano del letto. Poiché l'evento s'era compiuto, poiché ella s'era al
fine liberata dell'orribile peso, poiché alfine l'altra vita s'era
distaccata dalla sua vita per sempre, quei moti istintivi di
repulsione, quelle improvvise ombre di rancore non più sorgevano a
turbare la mia tenerezza e la mia pietà. Ora non avevo per lei se non
un sentimento di tenerezza immensa, d'immensa pietà, come per la più
buona e per la più sventurata delle creature umane. Ora tutta la mia
anima era sospesa a quelle povere labbra che da un momento all'altro
avrebbero potuto rendere il respiro estremo. Con una sincerità
profonda pensavo, guardando quel pallore: "Come sarei felice se
potessi trasfondere la metà del mio sangue nelle sue vene!"
Pensavo, udendo il battito lieve d'un orologio posato sul tavolo da
notte, sentendo il tempo scorrere per quella fuga di minuti eguali:
"Ma -egli- vive." E la fuga del tempo mi dava un'ansietà singolare,
assai diversa da quella altre volte provata, indefinibile.
Pensavo: "-Egli- vive, e la sua vita è tenace. A pena nato, non
respirava. Aveva ancora sul corpo, quando io l'ho veduto, tutti i
segni dell'asfissia. Se le cure della levatrice non l'avessero
salvato, ora non sarebbe più se non un piccolo cadavere livido, una
cosa innocua, trascurabile, forse dimenticabile. Io non d'altro dovrei
occuparmi che della guarigione di Giuliana. Non mi moverei di qui,
sarei il più assiduo e il più dolce degli infermieri, riuscirei a
compiere la trasfusione vitale, a compiere il miracolo, per forza
d'amore. Ella non potrebbe non guarire. Ella risorgerebbe a poco a
poco, rigenerata, con un sangue nuovo. Parrebbe una creatura nuova,
scevra d'ogni impurità. Ambedue ci sentiremmo purificati, degni l'uno
dell'altra, dopo una espiazione così lunga e così dolorosa. La
malattia, la convalescenza darebbero al triste ricordo una lontananza
indefinita. E io vorrei cancellare dall'anima di lei perfino l'ombra
del ricordo; vorrei darle il perfetto oblio, nell'amore. Qualunque
altro amore umano parrebbe futile al confronto del nostro, dopo questa
grande prova." Io m'esaltavo nella luce quasi mistica di
quell'avvenire imaginato, mentre sotto il mio sguardo fisso il volto
di Giuliana assumeva una specie d'immaterialità, un'espressione di
bontà soprannaturale, quasi che ella fosse già distaccata dal mondo,
quasi che con quel gran flutto di sangue ella avesse espulso quanto
ancora eravi d'acre e d'impuro nella sua sostanza e si fosse ridotta a
una mera essenza spirituale in conspetto della morte. La muta domanda
non più mi feriva, non più mi sembrava terribile: "Che hai tu fatto di
me?" Io rispondevo: "Non sei tu divenuta, per opera mia, -la sorella
del Dolore-? Non è salita la tua anima, nella sofferenza, a un'altezza
vertiginosa da cui ha potuto vedere il mondo in una luce insolita? Non
hai tu avuta da me la rivelazione della verità suprema? Che valgono i
nostri errori, le nostre cadute, le nostre colpe, se siamo giunti a
strappare dai nostri occhi qualche velo, se siamo giunti a sprigionare
quanto v'è di men basso nella nostra sostanza miserabile? A noi sarà
dato il più alto gaudio a cui possano ambire su la terra gli eletti:
rinascere conscientemente."
Io m'esaltavo. L'alcova era silenziosa, l'ombra era misteriosa, il
volto di Giuliana mi pareva trasumanato; e la mia contemplazione mi
pareva solenne, poiché sentivo nell'aria la presenza della morte
invisibile. Tutta la mia anima era sospesa a quelle pallide labbra che
da un attimo all'altro avrebbero potuto rendere il respiro estremo. E
quelle labbra si contrassero, misero un gemito. La contrattura
dolorosa alterò le linee del volto, vi si fermò per qualche tempo. Le
pieghe della fronte si approfondirono, la pelle delle palpebre ebbe un
tremolio leggero, un po' del bianco apparve tra i cigli.
Io mi chinai su la sofferente. Ella aprì gli occhi e li richiuse
subito. Pareva ch'ella non mi avesse veduto. Gli occhi non avevano
avuto sguardo, come colpiti da cecità. Era sopravvenuta forse
l'amaurosi anemica? Era ella diventata cieca a un tratto?
M'accorsi che entrava gente nella stanza: "Fosse il dottore!" Uscii
dall'alcova. Vidi infatti il dottore, mia madre e la levatrice che
entravano adagio. Li seguiva Cristina.
--Riposa?--mi domandò il dottore sotto voce.
--Si lagna. Chi sa quanto soffre ancora!
--Ha parlato?
--No.
--Non bisogna in nessun modo eccitarla. Ricordatevene.
--Ha aperto gli occhi, dianzi, per un momento. Pareva che non ci
vedesse.
Il dottore entrò nell'alcova, accennandoci di restare in dietro. Mia
madre mi disse:
--Vieni. Ora debbono rinnovare le medicature. Vieni via. Andiamo a
vedere Mondino. C'è di là Federico.
Ella mi prese una mano. Mi lasciai condurre.
--S'è addormentato--soggiunse.--Dorme placidamente. Oggi, dopo
mezzogiorno, arriverà la nutrice.
Benché ella fosse triste e inquieta per lo stato di Giuliana, gli
occhi le sorridevano mentre parlava del bambino; tutto il viso le
s'illuminava di tenerezza.
Per ordine del dottore era stata scelta una stanza lontana da quella
della puerpera: una grande stanza ariosa che custodiva molte memorie
della nostra infanzia. Entrando, vidi subito intorno alla culla
Federico, Maria e Natalia, che insieme chini guardavano il piccolo
dormente. Federico si volse e mi domandò, prima d'ogni altra cosa:
--Come sta Giuliana?
--Male.
--Non riposa?
--Soffre.
Rispondevo quasi duramente, mio malgrado. Una specie d'aridità m'aveva
d'un tratto occupata l'anima. Non altro provavo se non un'avversione
indomabile e innascondibile contro l'intruso, e rammarico e impazienza
per la tortura che le persone inconsapevoli m'infliggevano. Per quanto
mi sforzassi, non riuscivo a dissimulare. Eravamo ora io, mia madre,
Federico, Maria e Natalia, intorno alla culla, a guardare il sonno di
Raimondo.
Egli era stretto nelle fasce ed aveva la testa coperta d'una cuffia
ornata di pizzi e di nastri. Il viso appariva meno gonfio ma ancora
rossiccio, lucido su le gote come la cuticola delle piaghe
cicatrizzate di recente. Un po' di bava gli usciva dalli angoli della
bocca chiusa; le palpebre senza cigli, enfiate agli orli, coprivano i
globi oculari sporgenti; una lividura segnava la radice del naso
ancora deforme.
--Ma a chi somiglia?--disse mia madre.--Non so ancora trovare una
somiglianza....
--È troppo piccolo,--disse Federico.--Bisogna aspettare qualche
giorno.
Mia madre due o tre volte guardò me e il bambino, come per meglio
confrontarne le fattezze.
--No--disse.--Somiglia forse più a Giuliana.
--Ora non somiglia a nessuno--interruppi. È orribile. Non vedi?
--Orribile! È bellissimo! Guarda quanti capelli!
Ed ella sollevò con le dita la cuffia, adagio adagio, e scoprì il
cranio molliccio su cui stavano appiccicati pochi capelli bruni.
--Lasciami toccare, nonna!--pregò Maria, stendendo la mano verso il
capo del fratello.
--No, no. Vuoi svegliarlo?
Quel cranio pareva composto d'una cera un po' ammollita dal calore,
untuosa, nerigna; e pareva che il minimo tocco vi avrebbe lasciata una
traccia. Mia madre lo ricoprì. Poi si chinò a baciare la fronte, con
infinita delicatezza.
--Anch'io, nonna--pregò Maria.
--Ma piano, per carità!
La culla era troppo alta.
--Tirami su!--disse Maria a Federico.
Federico la sollevò nelle sue braccia; e io vidi la bella bocca rosea
di mia figlia atteggiarsi al bacio prima di giungere a sfiorare quella
fronte, e vidi i lunghi riccioli piovere su le fasce bianche.
Anche Federico depose il suo bacio. Poi mi guardò. Non sorrisi.
--E io? E io?
Era Natalia, che s'attaccava alla sponda della culla.
--Piano, per carità!
Federico sollevò anche lei. E di nuovo io vidi i lunghi riccioli
piovere su le fasce bianche, in quell'ultima dolce reclinazione. Stavo
là quasi irrigidito: e il mio sguardo doveva certo esprimere il
sentimento cupo che mi possedeva. Quei baci di labbra a me tanto care
non avevano tolto all'intruso quell'aspetto di cosa ributtante ma me
l'avevano anzi reso più odioso. Io sentivo che mi sarebbe stato
impossibile toccare quella carne estranea, piegarmi a un qualunque
atto apparente di amore paterno. Mia madre mi guardava, inquieta.
--Tu non lo baci?--mi domandò.
--No, mamma, no. Ha fatto troppo male a Giuliana. Non so
perdonargli....
E mi ritrassi, con un moto istintivo, con un moto di manifesta
ripugnanza. Mia madre restò un momento attonita, senza parola.
--Ma che dici, Tullio? Che colpa ne ha questo povero bambino? Sii
giusto!
Mia madre aveva certo notata la sincerità della mia avversione. Non
riuscivo a dominarmi. Tutti i miei nervi si ribellavano.
--Non posso ora, non posso.... Lasciami stare, mamma. Mi passerà.
La mia voce era aspra e risoluta. Io ero tutto convulso. Un nodo mi
serrava la gola, i muscoli della faccia mi si contraevano. Dopo tante
ore d'orgasmo violento, tutto il mio essere aveva bisogno di una
distensione. Credo che un grande scoppio di pianto mi avrebbe giovato:
ma il nodo era durissimo.
--Mi fai molta pena, Tullio,--disse mia madre.
--Vuoi che lo baci?--ruppi io, fuori di me.
E m'accostai alla culla, mi chinai sul bambino, lo baciai.
Il bambino si svegliò; si mise a vagire, da prima fioco, poi con una
specie di furore crescente. Vidi che la pelle del volto gli diveniva
più rossa e gli si raggrinzava nello sforzo, mentre la lingua
bianchiccia gli tremolava nella bocca dilatata. Benché fossi al colmo
della disperazione, m'accorsi dell'errore commesso. Sentii gli sguardi
di Federico, di Maria, di Natalia fissi sopra di me, intollerabili.
--Perdonami, mamma--balbettai.--Non so più quel che faccio. Sono
irragionevole. Perdonami.
Ella aveva tolto dalla culla il bambino e lo reggeva su le braccia,
senza poterlo quietare. I vagiti mi ferivano acutamente, mi
laceravano.
--Andiamo, Federico.
Uscii in fretta. Federico mi seguì.
--Giuliana sta molto male. Non comprendo come si possa pensare ad
altri che a lei, in questi momenti--dissi, come per giustificarmi.--Tu
non l'hai veduta. Sembra che muoia.
XXXIII.
Per alcuni giorni Giuliana vacillò tra la vita e la morte. La sua
debolezza era tale che qualunque più lieve sforzo era seguito da un
deliquio. Ella doveva mantenersi costantemente supina, in una
immobilità perfetta. Qualunque tentativo di sollevarsi provocava segni
di anemia cerebrale. Nulla valeva a vincere le nausee da cui ella era
assalita, a toglierle di sul petto l'incubo, ad allontanare il rombo
che ella udiva di continuo.
Io rimasi giorno e notte al suo capezzale, sempre vigile, tenuto in
piedi da una energia instancabile di cui ero meravigliato io stesso.
Con tutte le potenze della mia vita io sostenni quella vita che stava
per spengersi. Mi pareva che dall'altra parte del capezzale fosse la
Morte in agguato pronta a cogliere l'attimo opportuno per strappare la
preda. Io aveva talora veramente la sensazione di trasfondermi nel
corpo fragile dell'inferma, di comunicarle un po' della mia forza, di
dare un impulso al suo cuore stanco. Le miserie della malattia non
m'ispirarono mai alcuna ripugnanza, mai alcun disgusto. Nessuna
materialità offese mai la delicatezza dei miei sensi. I miei sensi
acutissimi non ad altro erano intenti che a percepire le più piccole
mutazioni nello stato dell'inferma. Prima ch'ella proferisse una
parola, prima ch'ella facesse un cenno, io indovinavo il suo
desiderio, il suo bisogno, il grado della sua sofferenza. Per
divinazione, fuori d'ogni suggerimento del medico, ero giunto a
trovare modi nuovi e ingegnosi di alleviarle un dolore, di calmarle
uno spasimo. Io solo sapevo persuaderla al cibo, persuaderla al sonno.
Ricorrevo a tutte le arti della preghiera e della blandizia per farle
inghiottire qualche sorso di cordiale. L'assediavo così ch'ella, non
potendo più rifiutarsi, doveva risolversi allo sforzo salutare,
vincere la nausea. E nulla era per me più dolce del sorriso tenuissimo
con cui ella si piegava alla mia volontà. Ogni suo più piccolo atto
d'obedienza mi dava al cuore una commozione profonda. Quando ella
diceva con quella voce tanto debole:--Va bene così? Sono buona?--la
gola mi si chiudeva, gli occhi mi si velavano.
Spesso ella si lamentava d'un dolore pulsatile alle tempie, che non le
dava tregua. Io le passavo lungo le tempie l'estremità delle mie dita,
per magnetizzare il suo dolore. Le accarezzavo piano piano i capelli,
per addormentarla. Quando m'accorgevo che ella dormiva, dal suo
respiro, io avevo una sensazione illusoria di ristoro quasi che il
beneficio del sonno si spandesse anche su me. D'innanzi a quel sonno
io diventavo religioso, ero invaso da un fervore indefinito, provavo
il bisogno di credere in un qualche Essere superiore, onniveggente,
onnipotente, a cui rivolgevo i miei voti. Salivano spontanei
dall'intimo della mia anima preludii di orazioni, nella forma
cristiana. Talvolta l'eloquenza interiore m'esaltava fino alle sommità
della vera Fede. Si risvegliavano in me tutte le tendenze mistiche
trasmessemi da un lungo ordine di progenitori cattolici.
Mentre si svolgeva la mia orazione interna, io contemplavo la
dormente. Ella era pur sempre pallida come la sua camicia. Per la
trasparenza della pelle, io avrei potuto numerar le sue vene su le
guance, sul mento, sul collo. La contemplavo quasi sperando di
cogliere gli effetti benefici del riposo, il diffondersi lento del
sangue nuovo generato dal cibo, i primi segni iniziali della
guarigione. Avrei voluto per una facoltà soprannaturale assistere al
misterioso lavorio riparatore che si compieva in quel corpo affranto.
E speravo sempre: "Quando si sveglierà, si sentirà più forte."
Pareva ch'ella provasse un gran sollievo quando teneva fra le sue mani
fredde la mia mano. Talvolta ella me la prendeva e la metteva sul
guanciale e sopra ci posava la gota, con un atto infantile; e, così
rimanendo, a poco a poco si assopiva. Ero capace di conservare a lungo
a lungo l'immobilità del braccio intormentito, per non risvegliarla.
Talvolta ella diceva:
--Perché non dormi anche tu qui, con me? Tu non dormi mai!
E voleva che io posassi la testa sul suo guanciale.
--Dormiamo dunque.
Io fingevo di addormentarmi, per darle il buon esempio. Quando
riaprivo gli occhi, incontravo i suoi occhi sbarrati che mi
guardavano.
--E bene?--esclamavo.--Che fai?
--E tu?--rispondeva ella.
Nei suoi occhi era un'espressione di tenerezza così buona che io mi
sentivo struggere dentro. Tendevo le labbra e la baciavo su le
palpebre. Ella voleva fare la stessa cosa a me. Poi ripeteva:
--Ora dormiamo.
E scendeva un velo d'oblio su la nostra sventura, talvolta.
Spesso i suoi poveri piedi erano gelati. Io li toccavo, di sotto alle
coperte, e mi parevano di marmo. Ella diceva in fatti:
--Sono morti.
Erano scarni, sottili, così minuti che quasi mi entravano nel pugno.
Avevo per loro una grande pietà. Io stesso riscaldavo per loro sul
braciere il panno di lana, non mi stancavo di prenderne cura. Avrei
voluto intiepidirli con l'alito, coprirli di baci. Si mescolavano alla
mia nuova pietà ricordi lontani d'amore, ricordi del tempo felice
quando io non tralasciavo mai di calzarli al mattino e di nudarli a
sera con le mie proprie mani per una consuetudine quasi votiva, stando
in ginocchio.
Un giorno, dopo lunghe veglie, ero così stanco che un sonno
irresistibile mi colse a punto mentre tenevo le mani sotto le coperte
e avvolgevo nel panno caldo i piccoli piedi morti. Reclinai la testa,
e restai là addormentato nell'atto.
Come mi svegliai, vidi nell'alcova mia madre, mio fratello, il
dottore, che mi guardavano sorridendo. Rimasi confuso.
--Povero figliuolo! Non ne puoi più--disse mia madre ravviandomi i
capelli con uno dei suoi gesti più affettuosi.
E Giuliana:
--Mamma, portalo via tu. Federico, portalo via.
--No, no, non sono stanco--io ripetevo.--Non sono stanco.
Il dottore annunziò la sua partenza. Dichiarò la puerpera fuor di
pericolo, in via di miglioramento accertato.--Bisognava seguitare a
promuovere con tutti i mezzi la rigenerazione del sangue. Il suo
collega Jemma di Tussi, col quale aveva conferito e s'era trovato
d'accordo, avrebbe seguitata la cura, che, del resto, era
semplicissima. Più che nei medicinali egli aveva fiducia
nell'osservanza rigorosa delle diverse norme igieniche e dietetiche da
lui stabilite.
--In verità--soggiunse accennando a me--non potrei desiderare un
infermiere più intelligente, più vigile, più devoto. Ha fatto miracoli
e ne farà ancora. Io parto tranquillo.
Mi sembrò che il cuore mi balzasse alla gola e mi soffocasse. L'elogio
inaspettato di quell'uomo severo, alla presenza di mia madre, di mio
fratello, mi diede una commozione profonda; fu un compenso
straordinario. Guardai Giuliana e vidi che i suoi occhi s'erano empiti
di lacrime. E, sotto il mio sguardo, all'improvviso ella ruppe in un
pianto. Feci uno sforzo sovrumano per frenarmi, ma non riuscii. Mi
parve che l'anima mi si stemprasse. Tutte le bontà del mondo erano nel
mio petto, raccolte, in quell'ora indimenticabile.
XXXIV.
Giuliana andava ricuperando le forze di giorno in giorno, con
lentezza. La mia assiduità non veniva meno. Delle dichiarazioni fatte
dal dottor Vebesti io anzi mi valevo per moltiplicare le mie
vigilanze, per non lasciare che altri prendesse le mie veci, per
resistere a mia madre e a mio fratello che mi consigliavano il riposo.
Il mio corpo s'era oramai abituato alla dura disciplina e non si
stancava quasi più. Tutta la mia vita era tra le pareti di quella
stanza, nell'intimità di quell'alcova, nel cerchio in cui respirava la
cara malata.
Avendo ella bisogno d'una calma assoluta, dovendo ella parlar poco per
non stancarsi, io m'adoperavo ad allontanar dal suo letto anche le
persone familiari. Quell'alcova dunque rimaneva segregata dal resto
della casa. Per ore ed ore io e Giuliana rimanemmo soli. E poiché ella
era tenuta dal male ed io ero intento al mio ufficio pietoso, talvolta
ci avveniva di dimenticare la nostra sventura, di smarrire la nozione
della realtà e di non serbare altra conscienza che quella del nostro
immenso amore. Mi pareva talvolta che nulla più esistesse di là dalle
cortine, tanta era l'intensione di tutto il mio essere verso la
sofferente. Nulla veniva a ricordarmi la cosa tremenda. Io vedevo
d'innanzi a me una sorella che soffriva e non avevo altra
sollecitudine che di alleggerire la sua pena.
Non di rado questi veli d'oblio furono lacerati con violenza. Mia
madre parlò di Raimondo. Le cortine si aprirono per lasciar passare
l'intruso.
Lo portò mia madre sulle braccia. Ed io ero là. Sentii d'esser
divenuto pallido, perché tutto il sangue m'affluì al cuore. Che provò
Giuliana?
Io guardavo quel viso rossiccio, grosso come il pugno di un uomo,
mezzo nascosto dalla cuffia trapunta; e con un'avversione feroce, che
annullava nella mia anima qualunque altro sentimento, pensai: "Come
farò a liberarmi di te? Perché non moristi soffocato?" Il mio odio non
aveva ritegno; era istintivo, cieco, indomabile, quasi direi carnale;
pareva in fatti che avesse la sua sede nella mia carne, che sorgesse
da tutte le mie fibre, da tutti i miei nervi, da tutte le mie vene.
Nulla poteva reprimerlo, nulla poteva distruggerlo. Bastava la
presenza dell'intruso, in qualunque ora, in qualunque congiuntura,
perché dentro di me avvenisse una specie d'annullazione istantanea ed
io fossi posseduto da un solo unico sentimento: dall'odio contro di
lui.
Disse mia madre a Giuliana:
--Guarda, in pochi giorni, come è già mutato! Somiglia più a te che a
Tullio; ma non molto a nessuno dei due. È ancora troppo piccolo.
Vedremo in seguito.... Gli vuoi dare un bacio?
Ella accostò la fronte del bambino alle labbra dell'inferma. Che provò
Giuliana?
Ma il bambino cominciò a piangere. Io ebbi la forza di dire a mia
madre, senza acredine:
--Portalo via; ti prego. Giuliana ha bisogno di calma. Queste scosse
le fanno molto male.
Mia madre uscì dall'alcova. I vagiti crescevano e mi davano pur sempre
la stessa sensazione di laceramento doloroso e la voglia di correre a
soffocarli per non udirli più. Li udimmo per qualche istante mentre si
allontanavano. Quando al fine cessarono, il silenzio mi parve enorme;
mi cadde sopra come un macigno, mi oppresse. Ma non m'indugiai in
quella pena, perché subito pensai che Giuliana aveva bisogno di
soccorso.
--Ah, Tullio, Tullio, non è possibile....
--Taci, taci, se tu mi ami, Giuliana. Taci; ti prego.
Io la supplicavo, con la voce, col gesto. Tutto il mio orgasmo ostile
era caduto; e io non d'altro mi dolevo se non del dolore di lei, non
altro temevo se non il danno recato all'inferma, l'urto ricevuto da
quella vita così fragile.
--Se tu mi ami, non devi pensare a null'altro che a guarire. Vedi? Io
non penso che a te, non soffro che per te. Bisogna che tu non ti
tormenti; bisogna che tu ti abbandoni tutta alla mia tenerezza, per
guarire....
Ella disse con la sua voce tremante e fievole:
--Ma chi sa quel che tu provi dentro! Povera anima!
--No, no, Giuliana, non ti tormentare! Io non soffro che per te, nel
vederti soffrire. Io dimentico tutto, se tu sorridi. Se tu ti senti
bene, io sono felice. Se tu mi ami, dunque devi guarire, devi essere
calma, ubbidiente, paziente. Quando sarai guarita, quando sarai più
forte allora.... -chi sa-! Dio è buono.
Ella mormorò:
--Dio, abbi misericordia di noi.
"In che modo?" Io pensai. "Facendo morire l'intruso." Ambedue alzavamo
dunque un augurio di morte, anch'ella dunque non vedeva altro scampo
che nella distruzione del figliuolo. Non v'era altro scampo. E mi
tornò alla memoria il breve dialogo che avevamo avuto in un tramonto
lontano, sotto gli olmi; e mi tornò alla memoria la confessione
dolorosa. "Ma ora ch'egli è nato, l'aborre ella ancora? Può ella
provare un'avversione sincera contro la carne della sua carne? Prega
ella sinceramente Iddio perché si riprenda la sua creatura?" E mi
tornò la folle speranza che mi era balenata in quella sera tragica:
"Se entrasse in lei la suggestione del delitto e divenisse a poco a
poco tanto forte da trascinarla!..." Non avevo io pensato per un
attimo a un mal riuscito tentativo delittuoso, vedendo la levatrice
stropicciare sul dorso e su le piante dei piedi il corpicciuolo
paonazzo del bimbo tramortito? Era stato, anche quello, un pensiero
folle. Certo Giuliana non avrebbe mai osato....
E io guardai le sue mani lungo il lenzuolo, prone, così pallide che
soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino.
XXXV.
Uno strano rammarico mi pungeva, ora che l'inferma andava di giorno in
giorno migliorando. Mi si moveva in fondo al cuore un vago rimpianto
verso i tristi giorni grigi passati dentro l'alcova, mentre giungeva
cupa dalle campagne autunnali la monotonia della pioggia. Quelle
mattine, quelle sere, quelle notti, benché penose, avevano una loro
grave dolcezza. La mia opera di carità mi pareva ogni giorno più
bella. Un'abondanza d'amore m'inondava l'anima e sommergeva talvolta i
pensieri oscuri, mi dava talvolta l'oblio della cosa tremenda, mi
suscitava qualche illusione consolante, qualche sogno indefinito.
Provavo io talvolta là dentro un sentimento simile a quello che si
prova nell'ombra delle cappelle segrete: mi sentivo in un rifugio
contro le violenze della vita, contro le occasioni del peccato. Mi
pareva talvolta che le cortine leggère mi separassero da un abisso.
M'assalivano repentine paure dell'ignoto. Ascoltavo nella notte il
silenzio di tutta la casa intorno a me; e vedevo, con gli occhi
dell'anima, in fondo a una stanza remota, al lume d'una lampada, la
culla ove dormiva l'intruso, il diletto di mia madre, il mio erede. Mi
scoteva un gran brivido di orrore; e rimanevo a lungo sbigottito sotto
il balenìo sinistro d'un solo pensiero. Le cortine mi separavano da un
abisso.
Ma ora che Giuliana di giorno in giorno andava migliorando, venivano a
mancare le ragioni dell'isolamento; e a poco a poco la comune vita
domestica invadeva la stanza tranquilla. Mia madre, mio fratello,
Maria, Natalia, miss Edith entravano assai più spesso, si trattenevano
assai più a lungo. Raimondo s'imponeva alla tenerezza materna. Non era
più possibile né a me né a Giuliana evitarlo. Bisognava prodigargli i
baci, sorridergli. Bisognava simulare e dissimulare con arte, patire
tutte le più raffinate crudeltà del caso, lentamente perire.
Nutrito d'un latte sano e sostanziale, circondato d'infinite cure,
Raimondo perdeva a poco a poco quel suo aspetto di cosa ributtante,
incominciava a ingrossarsi, a sbiancarsi, a prendere forme più chiare,
a tenére bene aperti i suoi occhi grigi. Ma tutti i suoi moti m'erano
odiosi, dall'atto delle labbra intorno il capezzolo all'agitazione
confusa delle piccole mani. Mai gli riconobbi una grazia, un vezzo;
mai ebbi per lui un pensiero che non fosse ostile. Quando ero
costretto a toccarlo, quando mia madre me lo porgeva perché io lo
baciassi, provavo per tutta la pelle lo stesso raccapriccio che
m'avrebbe dato il contatto d'un animale immondo. Tutte lo fibre si
ribellavano; e i miei sforzi erano disperati.
Ogni giorno mi recava un supplizio nuovo; e mia madre era il gran
carnefice. Una volta, rientrando nella stanza all'improvviso e
discostando le cortine dell'alcova, scorsi sul letto il bambino posato
a fianco di Giuliana. Non c'era nessuno presente. Eravamo là riuniti
noi tre soli. Il bambino, stretto nelle fasce bianche, dormiva
tranquillo.
--L'ha lasciato qui la mamma--balbettò Giuliana.
Io fuggii come un pazzo.
Un'altra volta Cristina venne a chiamarmi. La seguii nella camera
della culla. Mia madre stava là seduta tenendo su le ginocchia il
bambino ignudo.
--Te l'ho voluto far vedere prima d'infasciarlo--ella mi
disse.--Guarda!
Il bambino sentendosi libero agitava le gambe e le braccia,
stravolgeva in qua e in là gli occhi, si ficcava le dita nella bocca
sbavazzando. Ai polsi, ai malleoli, dietro le ginocchia, su gli
inguini la carne si arrotondava in anelli, velata di cipria; sul
ventre gonfio l'ombelico era ancora sporgente, deforme, bianco di
cipria. Le mani di mia madre palpavano con delizia le minute membra,
mi mostravano a una a una tutte le particolarità, s'indugiavano su
quella pelle nitida e liscia pel bagno recente. E pareva che il
bambino ne godesse.
--Senti, senti com'è già sodo!--diceva ella, invitandomi a palparlo.
E bisognò ch'io lo toccassi.
--Senti come pesa!
E bisognò che io lo sollevassi, che io sentissi palpitare quel
corpicciuolo tiepido e morbido tra le mie mani invase da un tremito
che non era di tenerezza.
--Guarda!
E mia madre sorridendo strinse tra l'indice e il pollice le papille su
quel petto delicato che chiudeva la vita tenace degli esseri malefici.
--Amore, amore, amore della nonna!--ella ripeteva, vellicando con un
dito il mento del bambino che non sapeva ridere.
La cara testa grigia, che s'era già reclinata col medesimo atto su due
culle benedette, ora un poco più canuta si reclinava inconsapevole sul
figliuolo d'un altro, su un intruso. Mi pareva che ella non si fosse
mostrata così tenera verso Maria, verso Natalia, verso le vere
creature del mio sangue.
Ella stessa volle fasciarlo. Gli fece sul ventre il segno della croce.
--Non sei ancora cristiano!
E volgendosi a me:
--Bisogna che fissiamo oramai il giorno del battesimo.
XXXVI.
Il dottor Jemma, cavaliere del Sacro Sepolcro di Gerusalemme, un bel
vecchio gioviale, portò a Giuliana in dono matutino un mazzo di
crisantemi bianchi.
--Oh, i fiori che io prediligo!--disse Giuliana.--Grazie.
Prese il mazzo, lo guardò a lungo insinuandovi le dita affilate: e una
triste rispondenza correva tra il suo pallore e il pallore dei fiori
autunnali. Erano crisantemi ampii come rose aperte, folti, grevi;
avevano il colore delle carni malaticce, esangui, quasi disfatte, la
bianchezza livida che copre le guance delle piccole mendicanti
intirizzite dal gelo. Alcuni portavano lievissime venature violacee,
altri pendevano un poco nel giallo, delicatamente.
--Tieni--ella mi disse.--Mettili nell'acqua.
Era di mattina; era di novembre; era di poco trascorso l'anniversario
d'un giorno nefasto che quei fiori rammemoravano.
-Che farò senza Euridice?...-
Mi sonò nella memoria l'aria di Orfeo, mentre mettevo in un vaso i
crisantemi bianchi. Si risollevarono nel mio spirito alcuni frammenti
della scena singolare accaduta un anno innanzi; e rividi Giuliana in
quella luce dorata e tepida, in quel profumo così molle, in mezzo a
tutti quelli oggetti improntati di grazia feminile, dove il fantasma
della melodia antica pareva mettere il palpito d'una vita segreta,
spandere l'ombra d'un non so che mistero.--Avevano suscitato anche in
lei qualche ricordo quei fiori?
Una mortale tristezza mi pesava su l'anima, una tristezza d'amante
inconsolabile. L'Altro ricomparve. I suoi occhi erano grigi come
quelli dell'intruso.
Il dottore mi disse, dall'alcova:
--Potete aprire la finestra. È bene che la stanza sia molto aerata,
che entri molto sole.
--Oh sì, sì, apri!--esclamò l'inferma.
Apersi. In quel punto entrò mia madre con la nutrice che portava su le
braccia Raimondo. Io restai fra le tende, mi chinai sul davanzale,
guardai la campagna. Udivo dietro di me le voci familiari.
Era sul finire di novembre, era già passata anche l'estate dei morti.
Una grande chiarità vacua si spandeva su la campagna umida, sul
lineamento nobile e pacato dei colli. Sembrava che per le cime degli
oliveti indistinte vagasse un vapore argenteo. Qualche filo di fumo
qua e là biancicava al sole. Ora sì ora no il vento portava un crepito
di foglie labili. Il resto era silenzio e pace.
Io pensavo: "Perché ella cantava, quella mattina? Perché udendola
provai quel turbamento, quell'ansietà? Ella mi pareva -un'altra
donna-. Amava ella dunque colui? A quale stato del suo animo
rispondeva quell'effusione insolita? Ella cantava, perché amava. Forse
anche m'inganno. Ma non saprò mai il vero!" Non era più la torbida
gelosia dei sensi ma un rammarico più alto, che mi si partiva dal
centro dell'anima. Pensavo: "Quale ricordo ha ella di colui? Quante
volte il ricordo l'ha punta? Il figlio è un legame vivente. Ella
ritrova in Raimondo qualche cosa dell'uomo che l'ha posseduta: ella
ritroverà somiglianze più certe. Non è possibile ch'ella dimentichi il
padre di Raimondo. Forse ella lo ha sempre d'avanti agli occhi. Che
proverebbe se lo sapesse condannato?"
E m'indugiai nell'imaginare i progressi della paralisi, nel formare
dentro di me imagini di colui a similitudine di quelle che mi dava il
ricordo del povero Spinelli. E me lo rappresentavo seduto su una gran
poltrona di cuoio rosso, pallido d'un pallor terreo, con tutti i
lineamenti della faccia irrigiditi, con la bocca dilatata e aperta,
piena di saliva e d'un balbettio incomprensibile. E lo vedevo fare ad
ogni tratto sempre il medesimo gesto per raccogliere in un fazzoletto
quella saliva continua che gli colava dagli angoli della bocca....
--Tullio!
Era la voce di mia madre. Mi volsi, andai verso l'alcova.
Giuliana stava supina, molto abbattuta, silenziosa. Il dottore
esaminava sul capo del bambino un principio di crosta lattea.
--Faremo dunque il battesimo dopo domani--disse mia madre.--Il dottore
crede che Giuliana dovrà rimanere ancora qualche tempo a letto.
--Come la trovate, dottore?--domandai al vecchio, accennando
l'inferma.
--Mi pare che ci sia un po' di sosta nel miglioramento--rispose,
scotendo la bella testa canuta.--La trovo debole, molto debole.
Bisogna accrescere la nutrizione, fare qualche sforzo....
Giuliana interruppe, guardandomi con un sorriso stanchissimo:
--M'ha ascoltato il cuore.
--E bene?--io chiesi, volgendomi subito al vecchio.
Mi parve di vedergli passare su la fronte un'ombra.
--È un cuore sanissimo--rispose subito.--Non ha bisogno che di
sangue.... e di tranquillità. Su, su, animo! Come va l'appetito
stamani?
L'anemica mosse le labbra a un atto quasi di disgusto. Fissava la
finestra aperta quel lembo di cielo delicato.
--È una giornata fredda, oggi?--domandò con una specie di timidezza,
ritraendo le mani sotto le coperte.
E rabbrividì visibilmente.
XXXVII.
Il giorno dopo, io e Federico andammo a visitare Giovanni di Scòrdio,
Era l'ultimo pomeriggio di novembre. Andammo a piedi, a traverso i
campi arati.
Camminavamo in silenzio, pensosi. Il sole inclinava all'orizzonte,
lento. Una polvere d'oro impalpabile fluttuava nell'aria quieta sul
nostro capo. La terra umida aveva un color bruno vivace, un aspetto di
possanza tranquilla, quasi direi una pacata consapevolezza della sua
virtù. Dalle glebe saliva un fiato visibile, simile a quello spirante
dalle narici dei buoi. Le cose bianche in quella luce mite assumevano
una straordinaria bianchezza, una candidezza di neve. Una vacca di
lontano, la camicia d'un agricoltore, un telo spaso, le mura d'una
cascina risplendevano come in un plenilunio.
--Sei triste--mi disse Federico dolcemente.
--Sì, amico mio: molto triste. Dispero.
Seguì ancora un lungo silenzio. Dalle fratte stormi d'uccelli si
levavano frullando. Giungeva fioco lo scampanìo d'una mandra lontana.
--Di che disperi?--mi chiese mio fratello, con la stessa benignità.
--Della salvezza di Giuliana, della mia salvezza.
Egli tacque; non proferì nessuna parola di consolazione. Forse il
dolore lo stringeva, dentro.
--Ho un presentimento--soggiunsi.--Giuliana non si leverà.
Egli tacque. Passavamo per un sentiero alberato; e le foglie cadute
stridevano sotto i nostri piedi; e, dove le foglie non erano, il suolo
risonava come per cavità sotterranee, cupo.
--Quando ella sarà morta--soggiunsi--io che farò?
Uno sgomento repentino m'assalse, una specie di pànico; e guardai mio
fratello che taceva accigliato, mi guardai d'in torno per la muta
desolazione di quell'ora diurna; e mai come in quell'ora sentii il
vuoto spaventevole della vita.
--No, no, Tullio--disse mio fratello--Giuliana -non può morire-.
Egli affermava una cosa vana, senza valore alcuno d'innanzi alla
condanna del Destino. E pure egli aveva pronunziato quelle parole con
una semplicità che mi scosse, tanto mi parve straordinaria. Così
talvolta i fanciulli pronunziano a un tratto parole inaspettate e
gravi che ci colpiscono nel mezzo dell'anima; e pare che una voce
fatidica parli per le loro labbra inconsapevoli.
--Leggi nel futuro?--gli domandai, senz'ombra d'ironia.
--No. Ma questo è il mio presentimento; e io ci credo.
Ancora una volta mi venne dal buon fratello un lampo di confidenza;
ancora una volta per lui s'allargò un poco il duro cerchio che mi
serrava il cuore. Il respiro fu breve. Nel resto del cammino egli mi
parlò di Raimondo.
Come giungemmo in vicinanza del luogo ove abitava Giovanni di Scòrdio,
egli scorse nel campo la figura alta del vecchio.
--Guarda! È là. Va seminando. Gli portiamo l'invito in un'ora solenne.
Ci appressammo. Io tremavo forte, dentro di me, come se mi accingessi
a una profanazione. Andavo in fatti a profanare una bella e grande
cosa; andavo a chiedere la paternità spirituale di quel vecchio
venerabile per un figliuolo adulterino.
--Guarda che figura!--esclamò Federico soffermandosi e indicando il
seminatore.--Ha l'altezza d'un uomo, e pure sembra un gigante.
Ci soffermammo dietro un albero, sul limite del campo a guardare.
Intento all'opera, Giovanni non ci aveva ancora veduti.
Egli avanzava pel campo dirittamente, con una lentezza misurata. Gli
copriva il capo una berretta di lana verde e nera con due ali che
scendevano lungo gli orecchi all'antica foggia frigia. Un sàccolo
bianco gli pendeva dal collo per una striscia di cuoio, scendendogli
davanti alla cintura pieno di grano. Con la manca egli teneva aperto
il sàccolo, con la destra prendeva la semenza e la spargeva. Il suo
gesto era largo, gagliardo e sapiente, moderato da un ritmo eguale. Il
grano involandosi dal pugno brillava talvolta nell'aria come faville
d'oro, e cadeva su le porche umide egualmente ripartito. Il seminatore
avanzava con lentezza, affondando i piedi nudi nella terra cedevole,
levando il capo nella santità della luce. Il suo gesto era largo,
gagliardo e sapiente; tutta la sua persona era semplice, sacra e
grandiosa.
Entrammo nel campo.
--Salute, Giovanni!--esclamò Federico, andando incontro al
vecchio.--Sia benedetta la tua semenza. Sia benedetto il tuo pane
futuro.
--Salute!--io ripetei.
Il vecchio tralasciò l'opera; si scoperse il capo.
--Copriti, Giovanni, se non vuoi che ci scopriamo--disse Federico.
Il vecchio si coprì, confuso, quasi timido, sorridendo. Domandò,
umile:
--Perché tanto onore?
Io dissi, con una voce che mi sforzai di rendere ferma:
--Sono venuto a pregarti di tenere a battesimo il mio figliuolo.
Il vecchio mi guardò attonito, poi guardò mio fratello. La sua
confusione crebbe. Egli mormorò:
--A me tanto onore!
--Che mi rispondi?
--Sono il tuo servo. Dio ti renda merito dell'onore che vuoi farmi
oggi e Dio sia lodato per questa gioia che dà alla mia vecchiaia.
Tutte le benedizioni del cielo scendano sul tuo figliuolo!
--Grazie, Giovanni.
E gli stesi la mano. E vidi che quei tristi occhi profondi
s'inumidirono di tenerezza. Il cuore mi si gonfiò d'un'angoscia
smisurata.
Il vecchio mi domandò:
--Come lo chiami?
--Raimondo.
--Come tuo padre, di felice memoria. Quello era un uomo! E voi gli
somigliate.
Disse mio fratello:
--Sei solo a seminare il grano.
--Solo. Io lo getto e io lo ricopro.
E indicò l'erpice e il bidente che rilucevano su la terra bruna. D'in
torno si vedevano i semi non anche ricoperti, i buoni germi delle
spiche future.
Disse mio fratello:
--Continua dunque. Ti lasciamo alla tua opera. Tu verrai domattina
alla Badiola. Addio, Giovanni. Sia benedetta la tua semenza.
Ambedue stringemmo quelle mani infaticabili, santificate dalla semenza
che spargevano, dal bene che avevano sparso. Il vecchio fece l'atto
d'accompagnarci verso la callaia. Ma si soffermò, esitante. Disse:
--Vi chiedo una grazia.
--Parla, Giovanni.
Egli aprì il sacco che gli pendeva dal collo.
--Prendete un pugno di grano e gettatelo nel mio campo.
Io pel primo affondai la mano nel frumento, ne presi quanto potei, lo
sparsi. Mio fratello m'imitò.
--Questo ora vi dico--soggiunse Giovanni di Scòrdio, con la voce
commossa, guardando la terra seminata.--Dio voglia che il mio
figlioccio sia buono come il pane che nascerà da questa semenza. Così
sia.
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