--Grazie. Farai di me quel che vorrai.
Un canto umano ora giungeva nella notte, coprendo il suono roco del
flauto silvestre:--forse un coro di trebbiatori, da qualche aia remota
sotto la luna.
--Senti?--io dissi.
Ascoltammo. Il vento asolava. Tutta la voluttà della notte d'estate
veniva a gonfiarmi il cuore.
--Vuoi che andiamo a sedere di là, sul terrazzo?--chiesi a Giuliana
dolcemente.
Ella acconsentì, si levò. Passammo nell'altra stanza, ove non era
altro lume che quello del plenilunio. Un gran flutto candido, qualche
cosa come un latte immateriale, inondava il pavimento. In quel flutto
ella camminò d'avanti a me, per uscire sul terrazzo; e io potei vedere
la sua ombra difforme disegnarsi cupa nel chiarore.
Ah dov'era la creatura esile e pieghevole che avrei stretta fra le mie
braccia? Dov'era l'amante che avevo rinvenuta sotto i fiori di lilla
in un meriggio d'aprile?--Ebbi nel cuore, in un attimo, tutti i
rimpianti, tutti i desiderii, tutte le disperazioni.
Giuliana s'era seduta e aveva poggiata la testa al ferro della
ringhiera. La sua faccia illuminata in pieno era più bianca di
qualunque cosa intorno, più bianca del muro. Ella teneva le palpebre
socchiuse. I cigli le spandevano a sommo delle gote un'ombra che mi
turbava più d'uno sguardo.
Come avrei potuto parlare?
Mi volsi verso la valle, mi piegai su la ringhiera stringendo il ferro
freddo tra le dita. Vidi sotto di me un'immensa massa di apparenze
confuse, dove non distinsi se non lo scintillio dell'Assoro. Il canto
giungeva or sì or no, secondo l'alito della frescura; e nelle pause si
riudiva il suono di quel flauto un po' roco e indefinitamente lontano.
Nessuna notte m'era parsa mai tanto piena di dolcezza e d'affanno.
Dall'estremo fondo della mia anima irruppe un grido, altissimo se bene
non udibile, verso la felicità perduta.
XXIV.
A pena giunsi in Roma, mi pentii d'esser partito. Trovai la città
infocata, fiammeggiante, quasi deserta; e n'ebbi sgomento. Trovai la
casa muta come un sepolcro, dove le medesime cose, le cose da me ben
conosciute, avevano un aspetto diverso, strano; e n'ebbi sgomento. Mi
sentii solo, in una solitudine spaventevole; ma non andai in cerca di
amici, non volli ricordare né riconoscere amici. Solo mi misi alla
caccia di un uomo contro il quale mi spingeva un odio implacabile:
alla caccia di Filippo Arborio.
Speravo d'incontrarlo subito in qualche luogo publico. Andai alla
trattoria che sapevo da lui frequentata. L'aspettai tutta una sera
premeditando il modo dell'affronto. Il passo d'ogni nuovo venuto mi
rimescolava il sangue. Ma egli non comparve. Interrogai i camerieri.
Da lungo tempo non l'avevano visto.
Feci una visita alla sala d'armi. La sala era vuota, immersa
nell'ombra verdognola prodotta dalle persiane chiuse, piena di quel
particolare odore che l'innaffio solleva da un pavimento di tavole. Il
maestro, abbandonato dagli allievi, mi accolse con grandi effusioni di
benevolenza. Io ascoltai attentamente il racconto minuto dei trionfi
riportati nelle gare dell'ultima academia. Poi gli chiesi notizie di
alcuni amici frequentatori della sala; infine gli chiesi notizie di
Filippo Arborio.
--Non è più a Roma, da quattro o cinque mesi--mi rispose il
maestro.--Ho sentito dire che è malato, d'una malattia nervosa molto
grave, e che difficilmente guarirà. Lo diceva il conte Galiffa. Ma non
so altro.
Soggiunse:
--Era molto fiacco, in fatti. Qui da me ha preso poche lezioni. Temeva
la stoccata; non poteva vedersi la punta d'avanti agli occhi....
--È ancora a Roma Galiffa?--gli domandai.
--No, è a Rimini.
Dopo alcuni momenti mi accomiatai.
La notizia inaspettata mi aveva colpito. Pensai: "Fosse vera!" E
m'augurai che si trattasse d'una di quelle terribili malattie del
midollo spinale o della sostanza cerebrale, che conducono un uomo alle
infime degradazioni, all'idiotismo, alle più tristi forme della follia
e quindi alla morte. Le nozioni apprese dai libri di scienza, i
ricordi d'una visita a un manicomio, le imagini anche più precise
lasciatemi impresse dal caso speciale di un mio amico, del povero
Spinelli, ora mi tornavano alla memoria rapidamente. E rivedevo il
povero Spinelli seduto su la gran poltrona di cuoio rosso, pallido
d'un pallor terreo, con tutti i lineamenti della faccia irrigiditi,
con la bocca dilatata e aperta, piena di saliva e d'un balbettio
incomprensibile. E rivedevo il gesto ch'egli faceva ad ogni tratto per
raccogliere nel fazzoletto quella saliva continua che gli colava dagli
angoli della bocca. E rivedevo la figura bionda e smilza e dolente
della sorella che metteva all'infermo un tovagliolo sotto il mento,
come a un bambino, e con la sonda faringea gli introduceva nello
stomaco i cibi ch'egli non avrebbe potuto inghiottire.
Pensavo: "Ho tutto da guadagnare. Se avessi un duello con un
avversario così celebre, se lo ferissi gravemente, se l'uccidessi, il
fatto, certo, non rimarrebbe segreto; correrebbe su tutte le bocche,
sarebbe divulgato, comentato da tutte le gazzette. E potrebbe anche
venire in chiaro la causa vera del duello! In vece questa malattia
provvidenziale mi salva da ogni pericolo, da ogni fastidio, da ogni
pettegolezzo. Io posso ben rinunziare a una voluttà sanguinaria, a un
castigo inflitto con la mia mano (e sono poi certo dell'esito?),
quando so paralizzato dalla malattia, ridotto all'impotenza l'uomo che
detesto. Ma la notizia sarà vera? E se si trattasse d'un disturbo
transitorio?" Mi venne una buona idea. Saltai in una vettura e mi feci
condurre alla libreria, dell'editore. Nella strada consideravo
mentalmente (con un vóto sincero) i due disturbi cerebrali più
terribili per un uomo di lettere, per un artefice della parola, per
uno stilista:--l'afasia e l'agrafia. E avevo la visione fantastica dei
sintomi.
Entrai nella libreria. Da prima non distinsi nulla, con gli occhi
abbacinati dalla luce esterna. Udii una voce nasale, dall'accento
straniero, che mi chiedeva:
--Il signore desidera?...
Scorsi dietro il banco un uomo d'età inconoscibile, biondiccio,
scarno, dilavato, una specie d'albino; e mi rivolsi a lui,
indicandogli i titoli di alcuni libri. Ne comprai parecchi. Poi
domandai l'ultimo romanzo di Filippo Arborio. L'albino mi porse -Il
Segreto-. Allora m'atteggiai ad ammiratore fanatico del romanziere.
--Questo è l'ultimo?
--Sì, signore. La nostra casa ne ha annunziato un nuovo, da qualche
mese:---Turris eburnea-!
--Ah, -Turris eburnea-!
Il cuore mi diede un balzo.
--Ma credo che non potremo publicarlo.
--Perché mai?
--Il romanziere è molto malato.
--Malato! Di che male?
--D'una paralisi bulbare progressiva--rispose l'albino distaccando le
tre parole terribili l'una dall'altra, con una certa affettazione di
saccente.
"Ah, il male di Giulio Spinelli!"
--Il caso è grave, dunque.
--Gravissimo--sentenziò l'albino.--Ella sa che la paralisi non si
arresta.
--Ma ora è al principio.
--Al principio; ma su la natura del male non c'è più dubbio. L'ultima
volta che fu qui, io l'udii parlare. Già pronunziava con difficoltà
alcune parole.
--Ah, voi l'udiste?
--Sì, signore. Aveva già la pronunzia indecisa, un po' tremolante in
alcune parole....
Io incitavo l'albino con l'estrema attenzione, quasi ammirativa, che
prestavo alle sue risposte. Credo ch'egli mi avrebbe volentieri
distinte le consonanti contro le quali s'era incagliata la lingua del
romanziere illustre.
--E ora dov'è?
--È a Napoli. I medici l'hanno sottoposto a una cura elettrica.
--Ah, a una cura elettrica!--ripetevo io con uno stupore ingenuo, come
un uomo ignaro, volendo solleticare la vanità dell'albino e prolungare
la conversazione.
Veramente, nella libreria stretta e lunga come un corridoio spirava un
filo di frescura, per un riscontro. La luce era mite. Un commesso
dormiva in pace, su una sedia, col mento sul petto, all'ombra d'un
globo terraqueo. Nessuno entrava. Il libraio aveva qualche lato
ridicolo che mi divertiva, così bianchiccio com'era, con quella bocca
di rosicante, con quella voce nasale. E in una quiete di biblioteca
era assai gradevole sentir dichiarare con tanta sicurezza l'infermità
incurabile dell'uomo detestato.
--I medici hanno dunque speranza di salvarlo--dicevo, per incitare
l'albino.
--Impossibile.
--Dobbiamo sperare che sia possibile, per la gloria delle lettere....
--Impossibile.
--Ma io credo che, nella paralisi progressiva, si dieno casi di
guarigione.
--No, signore, no. Egli potrà vivere ancora due, tre, quattro anni; ma
non guarire.
--E pure, io credo....
Non so da che mi venissero quella leggerezza d'animo nel prendermi
gioco del mio informatore e quella curiosa compiacenza nell'assaporare
un mio sentimento crudele. Certo, io godevo. E l'albino, punto dalla
mia contraddizione, senza opporre altro, montò su una scaletta di
legno posta contro uno scaffale elevato. Gracile com'era, pareva uno
di quei gatti randagi, scarsi di carne e di pelo, che si spenzolano
all'orlo dei tetti. Montando, urtò col capo un nastro ch'era teso da
un angolo all'altro della libreria pel riposo delle mosche. Un nuvolo
di mosche gli turbinò intorno con un ronzio fierissimo. Egli discese
portando un volume: l'autorità da addurre in favore della morte. E le
mosche implacabili discendevano con lui.
Mi mostrò il frontespizio. Era un trattato di patologia speciale
medica.
--Ora sentirà.
Cercò nelle pagine. Poiché il volume era intonso, discostò con le dita
due fogli congiunti; e aguzzando i suoi occhi bianchicci, lesse per
entro: "-La prognosi della paralisi bulbare progressiva è
sfavorevole....-" Soggiunse:
--Ora è persuaso?
--Sì. Ma che peccato! Un'intelligenza così rara!
Le mosche non si quietavano. Facevano tutte insieme un ronzio
irritante. Assalivano me, l'albino, il commesso addormentato sotto il
globo terraqueo.
--Quanti anni -aveva-?--chiesi io, sbagliando involontariamente il
tempo del verbo, come se parlassi d'un defunto.
--Chi, signore?
--Filippo Arborio.
--Trentacinque anni, credo.
--Così giovine!
Avevo una strana voglia di ridere, una voglia puerile di ridere sul
naso all'albino e di lasciarlo là stupefatto. Era una eccitazione
singolarissima, un po' convulsiva, non mai provata, indefinita. Mi
agitava lo spirito qualche cosa di simile a quella ilarità bizzarra e
irrefrenabile che ci agita qualche volta tra le sorprese d'un sogno
incoerente. Il trattato era rimasto aperto sul banco; e io mi chinai a
guardare su una pagina una vignetta: un volto umano contorto da una
smorfia atroce e grottesca. "-Emiatrofia sinistra della faccia.-" E le
mosche implacabili ronzavano, ronzavano senza posa.
Ma una preoccupazione mi tornò. Domandai:
--L'editore non ha ricevuto ancora il manoscritto della -Turris
eburnea-?
--No, signore. L'annunzio fu dato; ma non esiste se non il titolo.
--Solo il titolo?
--Sì, signore. L'annunzio in fatti è stato soppresso.
--Grazie. Vi prego di mandarmi questi libri a casa, dentr'oggi.
Diedi il mio indirizzo e uscii.
Sul marciapiede ebbi una sensazione particolare di smarrimento. Mi
pareva d'aver lasciato dietro di me un lembo di vita artificiale,
fittizia, falsa. Quel che avevo fatto, quel che avevo detto, quel che
avevo provato, e la figura dell'albino, e la sua voce, e il suo gesto:
tutto mi pareva artificiale, assumeva l'inesistenza d'un sogno, il
carattere d'una impressione avuta da una lettura recente, non dal
contatto della realtà.
Montai in vettura; tornai a casa. La sensazione vaga si dissipò. Mi
raccolsi per riflettere. Mi assicurai che tutto era reale,
indubitabile. Si formarono facilmente dentro di me imagini
dell'infermo a similitudine di quelle che mi dava il ricordo del
povero Spinelli. Mi punse una nuova curiosità. "Se andassi a Napoli
per vederlo?" E mi rappresentai lo spettacolo miserevole di quell'uomo
intellettuale degradato dal morbo, balbuziente come un mentecatto. Non
provavo più alcuna gioia. Ogni eccitazione d'odio era estinta. Una
tristezza cupa mi piombò sopra.--La ruina di quell'uomo non influiva
sul mio stato, non riparava alla mia ruina. Nulla era mutato in me,
nella mia esistenza, nella previsione del mio avvenire.
E ripensai il titolo dell'annunziato libro di Filippo Arborio: -Turris
eburnea-. I dubbii mi si affollarono nello spirito.--Si trattava d'un
riscontro puramente casuale con l'appellativo della nota dedica? O lo
scrittore aveva inteso creare un personaggio letterario a simiglianza
di Giuliana Hermil, narrare la sua avventura recente?--E di nuovo la
torturante interrogazione mi si ripresentò.--In che modo s'era svolta
quell'avventura dal principio alla fine?
E riudii le parole gridate da Giuliana nella notte indimenticabile:
"T'amo, t'ho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con
quest'inferno un minuto di debolezza, intendi?, -un minuto di
debolezza....- È la verità. Non senti che è la verità?"
Ahimé, quante volte noi crediamo sentire la verità in una voce che
mentisce! Nulla ci può difendere dall'inganno. Ma se quella che io
avevo sentita nella voce di Giuliana era la verità pura, allora dunque
veramente ella era stata sorpresa da colui in un languore dei sensi,
nella mia casa stessa, ed aveva patita la violazione in una specie
d'inconsapevolezza, e risvegliandosi aveva provato orrore e disgusto
dell'atto irreparabile, e aveva scacciato colui e non l'aveva più
riveduto?
Questa imaginazione, in fatti, non aveva contro di sé nessuna delle
apparenze; le quali a punto davano a supporre che qualunque legame tra
Giuliana e colui fosse stato troncato da gran tempo decisamente.
"Nella mia casa stessa!" io ripensavo, intanto. E nella casa muta come
un sepolcro, nelle stanze deserte e piene d'afa, ero perseguitato
dall'imagine inevitabile.
XXV.
Che fare? Rimanere ancora in Roma ad aspettare un'esplosione di follia
dal mio cervello, in mezzo a quel fuoco, sotto quella rabbiosa
canicola? Partire per il mare, per la montagna, andare a bevere
l'oblio fra la gente, nei ritrovi eleganti d'estate? Risvegliare in me
l'antico uomo voluttuario, alla ricerca di un'altra Teresa Raffo, di
una qualunque amante vana?
Due o tre volte m'indugiai nel ricordo della Biondissima; che pure
m'era caduta interamente dal cuore e anche, per un lungo periodo,
dalla memoria. "Dove sarà ella? Sarà ancora legata con Eugenio Egano?
Che proverei nel rivederla?" Era una curiosità fiacca. M'accorsi che
il mio desiderio unico e profondo e invincibile era di tornare laggiù,
alla mia casa di pena, al supplizio.
Presi con la massima sollecitudine i provvedimenti necessarii; feci
una visita al dottor Vebesti, telegrafai alla Badiola il mio ritorno;
e partii.
L'impazienza mi divorava; un'ansia acuta mi pungeva, quasi che io
andassi in contro a straordinarie novità. Il viaggio mi parve
interminabile. Disteso su i cuscini, oppresso dal caldo, soffocato
dalla polvere che penetrava per gli interstizi, mentre il romore
monotono del treno si accordava al canto monotono delle cicale senza
sopire il mio fastidio, io pensavo agli eventi prossimi, consideravo
le possibilità future, cercavo di scrutare la grande ombra. Il -padre-
era mortalmente colpito. Quale sorte attendeva il -figlio-?
XXVI.
Nessuna novità, alla Badiola. La mia assenza era stata brevissima. Il
mio ritorno fu festeggiato. Il primo sguardo di Giuliana mi espresse
un'infinita gratitudine.
--Hai fatto bene a tornar subito--mi disse mia madre
sorridendo.--Giuliana non aveva requie. Ora non ti moverai più,
speriamo.
Soggiunse, accennando al ventre dell'incinta:
--Non vedi un progresso? Oh, a proposito, ti sei ricordato dei
merletti? No? Smemorato!
Subito, fin dai primi momenti, ricominciava il supplizio.
A pena io e Giuliana rimanemmo soli, ella mi disse:
--Non speravo che tu tornassi tanto presto. Come ti sono grata!
Nell'attitudine, nella voce ella era timida, umile, teneramente. Mi
apparve anche più vivo il contrasto fra il suo volto e il resto della
sua persona. Era per me visibile di continuo sul suo volto una
particolare espressione penosa che rivelava in lei la continua
insofferenza della deturpante e disonorante gravezza da cui il suo
corpo era afflitto. Quell'espressione non l'abbandonava mai; era
visibile anche a traverso le altre espressioni transitorie che, per
quanto forti, non valevano a cancellarla; era inerente e fissa; e
m'impietosiva, e mi scioglieva i rancori, e mi velava la brutalità
troppo talora manifesta nei momenti d'ironica perspicacia.
--Che hai fatto in questi giorni?--io le chiesi.
--T'ho aspettato. E tu?
--Nulla. Ho desiderato di tornare.
--Per me?--ella mi domandò, timida e umile.
--Per te.
Ella socchiuse le palpebre, e un barlume di sorriso le tremolò sul
volto. Sentii che io non ero mai stato amato come in quell'ora.
Disse, dopo una pausa, guardandomi con gli occhi umidi:
--Grazie.
L'accento, il sentimento espresso mi ricordarono un altro -grazie-:
quello da lei proferito in un mattino lontanissimo della
convalescenza, nel mattino del mio primo delitto.
XXVII.
E così ricominciò la mia fatica alla Badiola e continuò trista, senza
episodii notevoli, mentre l'ora s'indugiava nel quadrante solare
aggravata dalla monotonia delle cicale che frinivano su gli olmi.
-Hora est benefaciendi!-
E nel mio spirito si avvicendarono i soliti fermenti, le solite
inerzie, i soliti sarcasmi, le solite vane aspirazioni, le solite
crisi contraddittorie: l'abondanza e l'aridità. E più d'una volta,
considerando quella cosa grigia neutra mediocre fluida e onnipossente
che è la vita, pensai: "Chi sa! L'uomo è, sopra tutto, un animale
accomodativo. Non c'è turpitudine o dolore a cui non s'adatti. Può
anche essere che io finisca con un accomodamento. Chi sa!"
Mi sterilivo a furia d'ironie. "Chi sa che il figlio di Filippo
Arborio non sia, come si dice, -tutto il mio ritratto-.
L'accomodamento allora sarà anche più facile." E ripensavo alla triste
voglia di ridere che m'era venuta una volta sentendo dire d'un bimbo
(che io sapevo sicuramente adulterino) alla presenza dei legittimi
coniugi:
--Tutto suo padre!--E la somiglianza era straordinaria, per quella
misteriosa legge che i fisiologi chiamano -eredità d'influenza-.
Per quella legge il figlio talvolta non somiglia né al padre né alla
madre, ma somiglia all'uomo che ha avuto con la madre un contatto
anteriore alla fecondazione. Una donna maritata in seconde nozze, tre
anni dopo la morte del primo marito, genera figli che hanno tutti i
lineamenti del marito defunto e non somigliano in nulla a colui che li
ha procreati.
"Può essere dunque che Raimondo porti la mia impronta e sembri un
Hermil autentico" pensavo. "Può essere che io riceva speciali
congratulazioni per avere impresso con tanto vigore all'Erede il
suggello gentilizio!"
"E se l'aspettazione di mia madre, di mio fratello fosse delusa? Se
Giuliana desse alla luce una terza femmina?" Questa probabilità mi
quietava. Mi pareva che avrei avuta una repulsione minore verso la
neonata e che avrei potuto forse anche sopportarla. Ella col tempo si
sarebbe allontanata dalla mia casa, avrebbe preso un altro nome,
avrebbe vissuto in mezzo a un'altra famiglia.
Intanto, come più s'avvicinava il termine, l'impazienza diveniva più
fiera. Ero stanco di aver sempre avanti agli occhi quel ventre enorme
che cresceva senza misura. Ero stanco di dibattermi sempre nella
medesima sterile agitazione, tra i medesimi timori e le medesime
perplessità. Avrei voluto che gli eventi precipitassero, che in fine
una qualunque catastrofe si producesse. Qualunque catastrofe era
preferibile a quell'orribile agonia.
Un giorno, mio fratello domandò a Giuliana:
--E bene? Quanto tempo ancora?
Ella rispose:
--Ancora un mese!
Io pensai: "Se la storia del minuto di debolezza è vera, ella deve
conoscere il giorno preciso del concepimento."
Eravamo in settembre. L'estate era per morire. Era prossimo
l'equinozio d'autunno, il più dolce tempo dell'anno, quel tempo che
sembra portare in sé una specie di ebrietà aerea diffusa dalle uve
mature. L'incanto mi penetrava a poco a poco, mi ammolliva l'anima;
qualche volta mi dava un bisogno smanioso di tenerezze, di espansioni
delicate. Maria e Natalia passavano lunghe ore con me, sole con me,
nelle mie stanze o fuori per la campagna. Io non le avevo mai amate
d'un amore così profondo e così gentile. Da quelli occhi impregnati di
pensiero a pena consciente mi scendeva qualche volta nell'intimo
spirito un raggio di pace.
XXVIII.
Un giorno andavo in cerca di Giuliana, per la Badiola. Erano le prime
ore del pomeriggio. Non avendola trovata nelle sue stanze, non
avendola trovata altrove, entrai nell'appartamento di mia madre. Le
porte erano aperte; non si udivano voci né rumori; le tende leggère
delle finestre palpitavano; s'intravedeva pei vani il verde degli
olmi; una lene aura di rezzo spirava fra le pareti chiare.
Mi avanzai verso il santuario, con cautela. Prevedendo il caso che mia
madre dormisse, camminavo piano per non disturbarla. Discostai le
portiere, mi affacciai dalla soglia. Udii infatti un respiro di
dormiente. Vidi mia madre addormentata su una poltrona accanto alla
finestra; vidi, fuor della spalliera d'un'altra poltrona, i capelli di
Giuliana. Entrai.
Stavano l'una di contro all'altra, e in mezzo a loro stava un tavolo
basso con sopra una canestra piena di cuffie minuscole. Mia madre
teneva ancora fra le dita una di quelle cuffie, in cui riluceva un
ago. Il sonno era venuto a inchinarle il capo, nell'atto del lavoro.
Col mento sul petto, ella dormiva; sognava forse. La gugliata bianca
era rimasta a mezzo, ma ella filava forse nel sogno un filo più
prezioso.
Giuliana anche dormiva, ma con la testa abbandonata alla spalliera,
con le mani posate lungo i bracciuoli. I suoi lineamenti s'erano come
distesi nella dolcezza del sonno; ma la sua bocca conservava una piega
triste, un'ombra d'afflizione: socchiusa, mostrava un poco della
gengiva esangue; ma alla radice del naso, tra i sopraccigli, rimaneva
il piccolo solco scavato dal grande dolore. E la fronte era madida:
una stilla rigava lenta una tempia. E le mani, più bianche della
mussolina da cui escivano, parevano confessare con la loro posa esse
sole una immensa stanchezza. Su nessuna di queste spirituali apparenze
io mi fermai come sul grembo che conteneva ormai l'essere già
completo. E ancora una volta, astraendo da quelle apparenze, astraendo
da Giuliana, sentii vivere quella creatura isolata come se null'altro
in quel momento vivesse accanto a me, intorno a me, null'altro. E
ancora una volta non fu una sensazione illusoria ma reale e profonda;
fu un raccapriccio che mi agitò tutte le fibre.
Girai gli occhi; e rividi tra le dita di mia madre la cuffia in cui
riluceva l'ago; rividi nella canestra tutti quei merletti leggèri e
quei nastri rosei e cilestri che tremolavano al soffio del vento. Mi
si strinse il cuore così forte che credetti mancare. Quanta tenerezza
rivelavano le dita di mia madre sognante su quella gentile cosa bianca
che doveva coprire il capo del figliuolo non mio!
Restai là qualche minuto. Quel luogo era veramente il santuario della
casa, il penetrale. Su una parete pendeva il ritratto di mio padre,
che somigliava molto a Federico; su l'altra, il ritratto di Costanza,
che somigliava un poco a Maria. Le due figure, esistenti
dell'esistenza superiore che danno le memorie dei cari ai cari
scomparsi, avevano gli occhi magnetici e seguaci, una specie
d'onniveggenza. Altre reliquie dei due scomparsi santificavano quel
luogo. In un angolo, su un plinto, stava chiusa in cristalli, coperta
d'un velo nero, la maschera formata sul cadavere dell'uomo che mia
madre amava d'un amore più forte della morte. E pure nulla era lugubre
là dentro. Una sovrana pace vi regnava e pareva diffondersi per tutta
la casa come da un cuore si diffonde la vita, armonicamente.
XXIX.
Ricordo la gita a Villalilla, con Maria e Natalia e miss Edith, in una
mattina un po' velata. È un ricordo velato, in fatti, indistinto,
confuso, come d'un lungo sogno straziante e dolce.
Il giardino non aveva più le sue miriadi di grappoli turchinicci, non
aveva più la sua delicata selva di fiori né il suo profumo triplice
armonioso come una musica, né il suo riso aperto, né il clamore
continuo delle sue rondini. Non altro aveva di lieto se non le voci e
le corse delle due bambine inconsapevoli. Molte rondini erano partite;
altre partivano. Eravamo giunti in tempo per salutare l'ultimo stormo.
Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Qualcuno era infranto,
e su gli avanzi della creta tremolava qualche piuma esile. L'ultimo
stormo era adunato sul tetto lungo le gronde, e aspettava ancora
qualche compagna dispersa. Le migratrici stavano in fila su l'orlo del
canale, talune rivolte col becco altre col dorso, per modo che le
piccole code forcute e i piccoli petti candidi si alternavano. E, così
aspettando, gittavano nell'aria calma i richiami. E di tratto in
tratto, a due, a tre, giungevano le compagne in ritardo. E
s'approssimava l'ora della dipartita. I richiami cessavano.
Un'occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i nidi
deserti. Nulla era più triste di quelle esili piume morte che qua e
là, trattenute dalla creta, tremolavano.
Come sollevato da un colpo di vento subitaneo, da una raffica, lo
stormo si levò con un gran frullo di ali, sorse nell'aria in guisa
d'un vortice, rimase un istante a perpendicolo su la casa; poi, senza
incertezze, quasi che davanti gli si fosse disegnata una traccia, si
mise compatto in viaggio, si allontanò, si dileguò, disparve.
Maria e Natalia, ritte in piedi su un sedile per seguire più a lungo
con lo sguardo le fuggitive, tendevano le braccia e gridavano:
--Addio, addio, addio, rondinelle!
Ho di tutto il resto un ricordo indistinto, come d'un sogno.
Maria volle entrare nella casa. Io stesso aprii la porta. Là, su per
quei tre gradini, Giuliana m'aveva seguito furtiva, leggera come
un'ombra, e m'aveva allacciato e m'aveva bisbigliato: "Entra, entra."
Nell'andito ancora pendeva il nido fra le grottesche della volta. "Ora
sono tua, tua, tua!" ella aveva bisbigliato, senza distaccarsi dal mio
collo ma girando flessuosamente per venirmi sul petto, per incontrare
la mia bocca.--L'andito era muto, le scale erano mute; il silenzio
occupava tutta la casa. Là avevo udito il rombo cupo e remoto, simile
a quello che conservano in loro certe conchiglie profonde. Ma ora il
silenzio era simile a quello delle tombe. Là stava sepolta la mia
felicità.
Maria, Natalia cianciavano senza tregua, non cessavano mai
d'interrogarmi, si mostravano curiose di tutto, andavano ad aprire i
cassetti dei canterani, gli armarii. Miss Edith le seguiva per
moderarle.
--Guarda, guarda che ho trovato!--gridò Maria correndomi in contro.
Aveva trovato in fondo a un cassetto un mazzo di spigo e un guanto.
Era un guanto di Giuliana; era macchiato di nero su la punta delle
dita; nel rovescio, presso all'orlo, portava una scritta ancora
leggibile: "-Le more: 27 agosto 1880. Memento!-" Mi tornò chiaro alla
memoria, in un lampo, l'episodio delle more, uno dei più lieti
episodii della nostra felicità primitiva, un frammento d'idillio.
--Non è un guanto della mamma?--mi domandò Maria.--Rendimelo,
rendimelo. Voglio portarlo io alla mamma....
Ho di tutto il resto un ricordo indistinto, come d'un sogno.
Calisto, il vecchio guardiano, mi parlò di tante cose; e io non capii
quasi nulla. Più volte mi ripeté un augurio:
--Un maschio, un bel maschio, e Dio lo benedica! Un bel maschio!
Quando noi fummo fuori, Calisto chiuse la casa.
--E questi benedetti nidi?--egli disse scotendo la bella testa canuta.
--Non li toccare, Calisto.
Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Le ultime ospiti erano
partite. Un'occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i
nidi deserti. Nulla era più triste di quelle esili piume morte che qua
e là, trattenute dalla creta, tremolavano.
XXX.
Il termine s'approssimava. La prima metà di ottobre era trascorsa. Il
dottor Vebesti era stato avvertito. Da un giorno all'altro potevano
sopraggiungere le doglie estreme.
La mia ansietà cresceva di ora in ora, diveniva intollerabile. Spesso
ero assalito da qualche impeto di follia simile a quello che un giorno
mi aveva travolto su l'argine dell'Assoro. Fuggivo lontano dalla
Badiola, restavo lunghe ore a cavallo, costringevo Orlando a saltare
le siepi e i fossi, lo spingevo al galoppo per sentieri perigliosi.
Tornavamo, io e il povero animale, grondanti, sfiniti, ma sempre
incolumi.
Il dottor Vebesti giunse. Tutti, alla Badiola, trassero un respiro,
ripresero fiducia, sperarono bene. Giuliana soltanto non si rianimò.
Più d'una volta io sorpresi nei suoi occhi il passaggio d'un pensiero
sinistro, la cupa luce dell'idea fissa, l'orrore d'un presentimento
lugubre.
Le doglie del parto incominciarono; durarono per un giorno intero con
qualche intervallo di riposo, ora più forti ora più deboli, ora
sopportabili ora laceranti. Ella stava in piedi appoggiata a un
tavolo, addossata a un armario, stringendo i denti per non gridare; o
si sedeva su una poltrona e rimaneva là quasi immobile, col viso tra
le mani, emettendo di tratto in tratto un gemito fioco: o mutava
continuamente di luogo, andava da un angolo all'altro, si soffermava
qua e là per stringere un qualunque oggetto tra le dita convulse. Lo
spettacolo della sua sofferenza mi dilaniava. Non potendo più reggere,
uscivo dalla stanza, mi allontanavo per qualche minuto; poi rientravo,
quasi involontariamente, attirato; e restavo là a guardarla soffrire,
senza poterla aiutare, senza poterle dire una parola di conforto.
--Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile! Non ho mai
sofferto tanto, mai, mai.
Era verso sera. Mia madre, miss Edith, il dottore erano discesi nella
sala da pranzo. Io e Giuliana eravamo rimasti soli. Non avevano ancora
portato i lumi. Entrava il crepuscolo violaceo d'ottobre; il vento
scoteva i vetri a quando a quando.
--Aiutami, Tullio! Aiutami!--ella gridò, fuori di sé per lo spasimo,
tendendo le braccia verso di me, guardandomi con gli occhi dilatati
ove il bianco era straordinariamente bianco in quella penombra che
rendeva livido il viso.
--Dimmi tu! Dimmi tu! Come potrei fare per aiutarti?--balbettavo,
smarrito, non sapendo che fare, accarezzandole i capelli su le tempie con
un gesto in cui avrei voluto mettere un potere soprannaturale.--Dimmi tu!
Dimmi tu! Che cosa?
Ella non si lamentava più; mi guardava, mi ascoltava, come dimentica
del suo dolore, quasi attonita, colpita forse dal suono della mia
voce, dall'espressione del mio smarrimento e della mia angoscia, dal
tremito delle mie dita su i suoi capelli, dalla desolata tenerezza di
quel gesto inefficace.
--Tu mi ami; è vero?--ella disse, non cessando di guardarmi come per
non perdere nessun segno della mia commozione.--Tu mi perdoni tutto.
Ella proruppe, esaltandosi di nuovo:
--Bisogna che tu mi ami, bisogna che tu mi ami molto, ora, perché
domani non ci sarò più, perché stanotte morirò, forse stasera morirò;
e tu ti pentiresti di non avermi amata, di non avermi perdonata, oh
certo ti pentiresti....
Ella pareva tanto sicura di morire che io rimasi agghiacciato dal
terrore subitamente.
--Bisogna che tu mi ami. Vedi: può essere che tu non abbia creduto a
quel che ti dissi una notte, può essere che tu non mi creda ora; ma
certo mi crederai quando non ci sarò più. Allora ti si farà la luce,
allora conoscerai la verità; e ti pentirai di non avermi amata a
bastanza, di non avermi perdonata....
Un nodo di pianto la soffocò.
--Sai tu perché mi dispiace di morire? Perché muoio senza che tu sappia
quanto t'ho amato.... quanto t'ho amato -dopo-, specialmente.... Ah che
castigo! Meritavo questa fine?
Ella si nascose la faccia tra le mani. Ma subito si scoperse. Mi
fissò, pallidissima. Pareva che un'idea più terribile ancora l'avesse
fulminata.
--E se io morissi--balbettò--se io morissi -lasciando vivo....-
--Taci!
--Tu intendi....
--Taci, Giuliana!
Io ero più debole di lei. Il terrore m'aveva sopraffatto e non mi
lasciava né pure la forza di proferire una parola consolante, di
opporre a quelle imaginazioni di morte una parola di vita. Anch'io ero
sicuro dell'atroce fine. Guardavo, nell'ombra violacea, Giuliana che
mi guardava; e mi parve di scorgere in quel povero viso estenuato i
segni dell'agonia, i segni d'un disfacimento già avanzato e
inarrestabile. Ed ella non potè soffocare una specie di ululo che non
aveva nulla di umano; e si aggrappò al mio braccio.
--Aiutami, Tullio! Aiutami!
Stringeva forte, assai forte, ma non a bastanza per me che avrei
voluto sentirmi penetrare nel braccio le sue unghie, smanioso di uno
spasimo fisico che mi accomunasse allo spasimo di lei. E, tenendo
puntata la fronte contro il mio omero, metteva un mugolio continuo.
Era quel suono che rende irriconoscibile la voce nostra nell'eccesso
della sofferenza corporea, quel suono che agguaglia l'uomo che soffre
al bruto che soffre: il lamento istintivo d'ogni carne addolorata,
umana o bestiale.
Ogni tanto ella ritrovava la sua voce per ripetere:
--Aiutami!
E mi comunicava le vibrazioni violente del suo strazio. E io sentivo
il contatto del suo ventre ove il piccolo essere malefico si agitava
contro la vita della madre, implacabile, senza darle tregua. Un'onda
di odio mi sorse dalle radici più profonde, mi parve affluire alle
mani tutta con un impulso micidiale. Era intempestivo l'impulso; ma la
visione del delitto già consumato mi balenò dentro. "Tu non vivrai."
--Oh, Tullio, Tullio, soffocami, fammi morire! Non posso, non posso,
intendi?, non posso più reggere; non voglio più soffrire.
Ella gridava esasperata, guardandosi intorno con occhi di pazza, come
per cercare qualche cosa o qualcuno che le desse l'aiuto che io non
potevo darle.
--Càlmati, càlmati, Giuliana.... Forse è venuto il momento. Coraggio!
Siediti qui. Coraggio, anima! Ancora un poco! Sono io qui, con te. Non
aver paura.
E corsi a suonare il campanello.
--Il dottore! Che venga subito il dottore!
Giuliana non si lamentava più. Ella pareva a un tratto aver cessato di
soffrire o almeno d'accorgersi del suo male, colpita da un nuovo
pensiero. Visibilmente, ella considerava qualche cosa dentro di sé;
era assorta. Io ebbi appena il tempo di notare la mutazione
istantanea.
--Ascolta, Tullio. Se mi venisse il delirio....
--Che dici?
--Se dopo, nella febbre, mi venisse il delirio e io morissi
delirando....
--E bene?
Ella aveva tale accento di terrore, le sue reticenze erano così
affannose che io tremavo a verga a verga come preso dal pànico, non
comprendendo ancora dove ella volesse giungere.
--E bene?
--Tutti saranno là, intorno a me.... Se nel delirio io parlassi, io
-rivelassi-.... Intendi? Intendi? Una parola basterebbe. E nel delirio
non si sa quel che si dice. Tu dovresti....
Mia madre, il dottore, la levatrice sopraggiunsero, in quel punto.
--Ah dottore--sospirò Giuliana--credevo di morire.
--Coraggio, coraggio!--fece il dottore, con la sua voce
cordiale.--Senza paura. Tutto andrà bene.
E mi guardò.
--Credo--soggiunse sorridendo--che vostro marito stia peggio di voi.
E mi accennò la porta.
--Via, via. Non bisogna star qui.
Incontrai gli occhi inquieti, sbigottiti e pietosi di mia madre.
--Sì, Tullio; è meglio che tu vada--ella disse.--Federico t'aspetta.
Guardai Giuliana. Senza curarsi degli altri, ella mi guardava
fissamente, con gli occhi lucidi, pieni d'un bagliore straordinario.
Era in quello sguardo tutta l'intensione dell'anima disperata.
--Non mi moverò dalla stanza accanto--dichiarai con fermezza,
seguitando a guardare Giuliana.
Mentre uscivo, scorsi la levatrice che disponeva i guanciali sul letto
del travaglio, sul letto di miseria; e rabbrividii, come a un soffio
di morte.
XXXI.
Fu tra le quattro e le cinque del mattino. Le doglie s'erano protratte
fino a quell'ora, con qualche intervallo di riposo. Verso le tre il
sonno m'aveva colto, all'improvviso, sul divano dove stavo seduto,
nella stanza contigua. Cristina mi svegliò; mi disse che Giuliana
voleva vedermi.
Nella confusione del risveglio, balzai in piedi ancora abbacinato dal
sonno.
--Ho dormito? Che accade mai? Giuliana....
--Non si spaventi. Non è accaduto nulla. I dolori si sono calmati.
Venga a vedere.
Entrai. Vidi subito Giuliana.
Ella era adagiata su i guanciali, pallida come la sua camicia, quasi
esanime. Incontrai subito i suoi occhi, perché erano volti alla porta
in attesa di me. I suoi occhi mi sembrarono più larghi, più profondi,
più cavi, cerchiati d'un maggior cerchio d'ombra.
--Vedi--ella disse con una voce spirante--sto ancora così.
E non cessò di guardarmi. I suoi occhi, come quelli della principessa
Lisa, dicevano: "Aspettavo un aiuto da te, e tu non mi aiuti, né pur
tu!"
--Il dottore?--domandai a mia madre, ch'era là con un'aria abbattuta.
Ella mi accennò una porta. Io mi diressi verso quella. Entrai. Vidi il
dottore presso a un tavolo su cui erano varii medicinali, una busta
nera, un termometro, fasce, compresse, fiaschi, alcuni tubi di forma
speciale. Il dottore aveva tra le mani un tubo elastico a cui stava
adattando un catetere; e dava istruzioni a Cristina, sotto voce.
--Ma dunque?--io gli chiesi bruscamente. Che c'è?
--Nulla di allarmante, per ora.
--E tutti questi preparativi?
--Precauzioni.
--Ma quanto durerà ancora quest'agonia?
--Siamo alla fine.
--Parlatemi franco; vi prego. Prevedete una disgrazia? Parlatemi
franco.
--Non si annuncia per ora nessun pericolo grave. Temo però una
emorragia; e prendo le mie precauzioni. L'arresterò. Abbiate fiducia
in me e siate calmo. Ho notato che la vostra presenza agita molto
Giuliana. In quest'ultimo breve periodo ella ha bisogno di tutte le
forze che le rimangono. È necessario che voi vi allontaniate.
Promettetemi d'obedirmi. Entrerete quando vi chiamerò.
Ci giunse un grido.
--Ricominciano i dolori--egli disse.--Ci siamo. Calma, dunque!
E si diresse verso la porta. Io lo seguii. Ambedue ci avvicinammo a
Giuliana. Ella m'afferrò il braccio e me lo strinse come in una morsa.
Le restava dunque ancora quella forza?
--Coraggio! Coraggio! Ci siamo. Tutto andrà bene. È vero,
dottore?--balbettai.
--Sì, sì. Non c'è tempo da perdere. Lasciate, Giuliana, che vostro
marito esca di qui.
Ella guardò il dottore e me, con gli occhi spalancati. Lasciò il mio
braccio.
--Coraggio!--ripetei soffocato.
La baciai su la fronte molle di sudore, mi volsi per andarmene.
--Ah, Tullio!--ella gridò dietro di me con un grido lacerante che
significava: "Non ti vedrò più."
Io feci l'atto di tornare a lei.
--Via, via--ordinò il dottore, con un gesto imperioso.
Volli obedire. Qualcuno serrò l'uscio dietro di me. Rimasi qualche
minuto là, in piedi, ad ascoltare; ma le ginocchia mi vacillavano, ma
il battito del cuore soverchiava qualunque altro strepito. Andai a
gittarmi sul divano; mi misi il fazzoletto tra i denti, affondai la
faccia in un cuscino. Soffrivo anch'io uno strazio fisico, simile
forse a quello d'un'amputazione mal praticata e lentissima. Gli urli
della partoriente mi giungevano a traverso l'uscio. E ad ognuno di
quelli urli io pensavo: "Questo è l'ultimo." Negli intervalli udivo un
mormorio di voci feminili: forse i conforti di mia madre, della
levatrice. Un urlo più acuto e più inumano degli altri. "Questo è
l'ultimo." E balzai in piedi esterrefatto.
Non potevo dare un passo. Alcuni minuti trascorsero; trascorse un
tempo incalcolabile. Come lampi velocissimi, m'attraversarono il
cervello pensieri, imagini. "È nato? E se ella fosse morta? E se
ambedue fossero morti? la madre e il figlio? No, no. Ella certamente è
morta; ed egli è vivo. Ma perché nessun vagito? L'emorragia, il
sangue...." Vidi il lago rosso, e, in mezzo, Giuliana boccheggiante.
Vinsi il terrore che m'irrigidiva e mi slanciai contro l'uscio.
L'apersi, entrai.
Udii subito la voce del chirurgo che mi gridava aspra:
--Non v'accostate! Non la scuotete! Volete ucciderla?
Giuliana pareva morta, più pallida del suo guanciale, immobile. Mia
madre stava china sopra di lei reggendo una compressa. Grandi macchie
di sangue rosseggiavano sul letto, macchie di sangue tingevano il
pavimento. Il chirurgo preparava un "irrigatore" con una sollecitudine
calma ed esatta:--le sue mani non tremavano, se bene la sua fronte
fosse corrugata. Un bacino d'acqua bollente fumigava in un angolo.
Cristina aggiungeva acqua con una brocca in un altro bacino, tenendovi
immerso il termometro. Un'altra donna portava nella stanza contigua un
fascio d'ovatta. C'era nell'aria l'odore dell'ammoniaca e dell'aceto.
Le minime particolarità della scena, abbracciata con un solo sguardo,
mi rimasero impresse indelebilmente.
--A 50 gradi--disse il dottore, volgendosi verso Cristina.--Attenta!
Io cercavo intorno, non udendo il vagito. Qualcuno mancava là dentro.
--E il bambino?--chiesi tremando.
--È di là, nell'altra stanza. Andate a vederlo--mi rispose il
dottore.--Rimanete là.
Gli indicai Giuliana con un gesto disperato.
--Non temete. Qua l'acqua, Cristina.
Entrai nell'altra stanza. Mi giunse all'orecchio un vagito
fievolissimo, a pena udibile. Vidi su uno strato d'ovatta un
corpicciuolo rossastro, qua e là violaceo, sotto le mani scarne della
levatrice, che lo stropicciavano nel dorso e nelle piante dei piedi.
--Venga, venga, signore; venga a vedere--disse la levatrice
continuando a stropicciare.--Venga a vedere che bel maschio. Non
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