non contorcermi negli accessi di spasimo, per non darmi ad atti
insensati.
--Certi giorni differivo d'ora in ora l'esecuzione del mio proposito;
e il pensiero di questa casa, di ciò che sarebbe accaduto dopo in
questa casa, mi toglieva il coraggio. E così svanì anche la speranza
di poterti nascondere la verità, di poterti salvare; perché fin dai
primi giorni la mamma indovinò il mio stato. Ti ricordi tu di quel
giorno che là alla finestra, per l'odore delle violacciocche, ebbi un
disturbo? Fin da allora, la mamma se ne accorse. Imagina i miei
terrori! Io pensavo: "Se mi uccido, Tullio avrà la rivelazione dalla
madre. Chi sa fin dove giungeranno le conseguenze del male che ho
fatto!" E mi divoravo l'anima, giorno e notte, per trovare il modo di
salvarti. Quando tu domenica mi domandasti: "Vuoi che andiamo martedì
a Villalilla?", io acconsentii senza riflettere, mi abbandonai al
destino, mi affidai alla forza del caso, alla ventura. Ero certa che
quello sarebbe stato il mio ultimo giorno. Questa certezza mi
esaltava, mi dava una specie di demenza. Ah, Tullio, ripensa alle tue
parole di ieri e dimmi se comprendi ora il mio martirio.... Lo
comprendi?
Ella si chinò, si protese verso di me, come per spingermi dentro
l'anima la sua domanda angosciosa; e, tenendo le dita intrecciate, si
torceva le mani.
--Non m'avevi mai parlato così; non avevi mai avuta quella voce.
Quando là, al sedile, tu mi domandasti: "-È troppo tardi, forse?-", io
ti guardai e il tuo viso mi fece paura. Potevo risponderti: "Sì, è
troppo tardi?" Potevo spezzarti il cuore a un tratto? Che sarebbe
accaduto di noi? E allora volli concedermi l'ultima ebrezza, diventai
folle, non vidi più che la morte e la mia passione.
Ella era divenuta stranamente rauca. Io la guardavo; e mi pareva di
non riconoscerla, tanto era trasfigurata. Una convulsione contraeva
tutte le linee del suo viso; il labbro inferiore le tremava forte; gli
occhi le ardevano d'un ardore febrile.
--Mi condanni?--domandò rauca ed acre.--Mi disprezzi per quel che feci
ieri?
Si coprì il viso con le mani. Poi, dopo una pausa, con un accento
indefinibile di strazio, di voluttà e di orrore, con un accento
venutole chi sa da quale abisso dell'essere, ella soggiunse:
--Iersera, -per non distruggere quel che di te m'era rimasto nel
sangue-, indugiavo a prendere il veleno.
Le mani le ricaddero. Ella scosse da sé la debolezza, con un atto
risoluto. La sua voce divenne più ferma.
--Il destino ha voluto che io vivessi fino a quest'ora. Il destino ha
voluto che tu sapessi da tua madre la verità: da tua madre! Iersera,
quando tu rientrasti qui, sapevi tutto. E tacesti, e d'avanti a tua
madre mi baciasti la guancia che io ti offrivo. Lascerai che prima di
morire io ti baci le mani. Non ti chiedo altro. T'ho aspettato per
obbedirti. Sono pronta a tutto. Parla.
Io dissi:
--È necessario che tu viva.
--Impossibile, Tullio; impossibile--ella esclamò.--Hai tu pensato -a
quel che accadrebbe se io vivessi-?
--Ho pensato. È necessario che tu viva.
--Orrore!
Ed ella ebbe un sussulto violento, un moto istintivo di raccapriccio,
forse perché sentì nelle sue viscere -quell'altra vita-, il nascituro.
--Ascoltami, Tullio. Oramai tu sai tutto; oramai non debbo uccidermi
per nasconderti una vergogna, per evitare di ritrovarmi innanzi a te.
Tu sai tutto; e siamo qui, e possiamo ancora guardarci, possiamo
ancora parlare! Si tratta di ben altro. Io non penso di eludere la tua
vigilanza per darmi la morte. Io voglio anzi che tu mi aiuti a
scomparire nel modo più naturale che sia possibile per non destare
sospetti qui nella casa. Ho due veleni: la morfina e il sublimato
corrosivo. Forse non servono. Forse è difficile tener celato un
avvelenamento. E bisogna che la mia morte sembri involontaria,
cagionata da un caso qualunque, da una disgrazia. Intendi? In questo
modo noi raggiungeremo lo scopo. Il segreto rimarrà fra noi due....
Ella ora parlava rapidamente, con una espressione di serietà ferma,
come se ragionasse per persuadermi ad accettare un accordo utile non
un patto di morte, non una parte di complice nell'attuazione d'un
proposito insensato. Io lasciavo ch'ella continuasse. Una specie di
fascino strano mi faceva rimaner là a guardare, ad ascoltare quella
creatura così fragile, così pallida, così malata, in cui entravano
onde di energia morale così veementi.
--Ascoltami, Tullio. Ho un'idea. Federico m'ha raccontato la tua
follia di oggi, il pericolo che hai corso oggi su l'argine
dell'Assoro, m'ha raccontato tutto. Io pensavo, tremando: "Chi sa per
quale impeto di dolore s'è gittato a quel rischio!" E, ancora
pensando, m'è parso di comprendere. Ho avuta una divinazione. E tutte
le altre tue sofferenze future, mi si sono affacciate all'anima:
sofferenze da cui nulla ti potrebbe difendere, sofferenze che
aumenterebbero di giorno in giorno, inconsolabili, intollerabili. Ah,
Tullio, certo tu le hai già presentite e pensi che non potresti
sostenerle. Un solo mezzo c'è per salvare te, me, le nostre anime, il
nostro amore; sì, lasciami dire: -il nostro amore-. Lasciami ancora
credere alle tue parole di ieri e lasciami ripetere che io ti amo ora
come non t'ho amato mai. A punto per questo, a punto perché noi ci
amiamo, bisogna che io sparisca dal mondo, bisogna che tu non mi veda
più.
Fu straordinaria l'elevazione morale che rialzò la voce, tutta la
persona di lei, in quell'istante. Un gran fremito mi agitò;
un'illusione fugace s'impadronì del mio spirito. Credetti che
veramente in quell'istante il mio amore e l'amore di quella donna si
trovassero di fronte alti d'una smisurata altezza ideale e scevri di
miseria umana, non macchiati di colpa, intatti. Riebbi per pochi
attimi la stessa sensazione provata in principio quando il mondo reale
m'era parso completamente vanito. Poi, come sempre, il fenomeno
inevitabile si compì. Quello stato di conscienza non mi appartenne
più, si fece obbiettivo, mi diventò -estraneo-.
--Ascoltami--seguitò ella, abbassando la voce, come per tema che
qualcuno udisse.--Ho mostrato a Federico un gran desiderio di rivedere
il bosco, le carbonaie, tutti quei luoghi. Domattina Federico non
potrà accompagnarci perché dovrà tornare a Casal Caldore. Andremo noi
due soli. Federico m'ha detto che potrò montare Favilla. Quando saremo
su l'argine.... farò quel che tu hai fatto stamani. Accadrà una
disgrazia. Federico m'ha detto che è impossibile salvarsi
dall'Assoro.... Vuoi?
Se bene ella proferisse parole coerenti, sembrava in preda a una
specie di delirio. Un rossore insolito le accendeva la sommità delle
gote, e gli occhi le splendevano straordinariamente.
Una visione del fiume sinistro mi passò nello spirito, rapida.
Ella ripetè, tendendosi verso di me:
--Vuoi?
Io m'alzai, le presi le mani. Volevo calmare la sua febbre. Una pena e
una pietà immense mi premevano. E la mia voce fu dolce, fu buona;
tremò di tenerezza.
--Povera Giuliana! Non t'agitare così. Tu soffri troppo; il dolore ti
fa insensata, povera anima! Bisogna che tu abbia molto coraggio;
bisogna che tu non pensi più alle cose che hai dette.... Pensa a
Maria, a Natalia.... Io ho accettato questo castigo. Per tutto il male
che ho fatto, forse meritavo questo castigo. L'ho accettato; lo
sopporterò. Ma è necessario che tu viva. Mi prometti, Giuliana, per
Maria, per Natalia, per quanto hai cara la mamma, per le cose che io
ti dissi ieri, mi prometti che in nessun modo cercherai di morire?
Ella teneva il capo chino. E d'un tratto, liberando le sue mani,
afferrò le mie e si mise a baciarmele furiosamente; e io sentii su la
mia pelle il caldo della sua bocca, il caldo delle sue lacrime. E,
come io tentavo di sottrarmi, ella dalla sedia cadde in ginocchio,
senza lasciarmi le mani, singhiozzando, mostrandomi la sua faccia
sconvolta, dove il pianto colava a rivi, dove la contrazione della
bocca rivelava l'indicibile spasimo da cui tutto l'essere era
convulso. E, senza poterla rialzare, senza poter più parlare,
soffocato da un accesso violento d'ambascia, soggiogato dalla forza
dello spasimo che contraeva quella povera bocca smorta, abbandonato da
qualunque rancore, da qualunque orgoglio, non provando se non la cieca
paura della vita, non sentendo nella donna prostrata e in me se non la
sofferenza umana, l'eterna miseria umana, il danno delle trasgressioni
inevitabili, il peso della nostra carne bruta, l'orrore delle fatalità
inscritte nelle radici stesse del nostro essere e inabolibili, tutta
la corporale tristezza del nostro amore, anch'io caddi in ginocchio
d'innanzi a lei per un bisogno instintivo di prostrarmi, di
uguagliarmi anche nell'attitudine alla creatura che soffriva e che mi
faceva soffrire. E anch'io ruppi in singhiozzi. E ancora una volta,
dopo tanto, rimescolammo le nostre lacrime, ahi me!, che erano così
cocenti e che non potevano mutare il nostro destino.
XVI.
Chi saprà mai rendere con le parole quel senso di aridità desolata e
di stupore, che resta nell'uomo dopo uno spargimento inutile di
pianto, dopo un parosismo d'inutile disperazione? Il pianto è un
fenomeno passeggero, ogni crisi deve risolversi, ogni eccesso è breve;
e l'uomo si ritrova esausto, quasi direi disseccato, più che mai
convinto della propria impotenza, corporalmente stupido e triste,
d'innanzi alla realtà impassibile.
Io primo terminai di piangere; io primo riebbi negli occhi la luce; io
primo feci attenzione alla positura della mia persona, a quella di
Giuliana, alle cose circostanti. Eravamo ancora in ginocchio l'uno di
fronte all'altra, sul tappeto; e ancora qualche singulto scoteva
Giuliana. La candela ardeva sul tavolo, e la fiammella si moveva a
quando a quando come inchinata da un soffio. Nel silenzio il mio
orecchio percepì il piccolo rumore d'un orologio che doveva essere
nella stanza, posato in qualche luogo. La vita scorreva, il tempo
fuggiva. La mia anima era vuota e sola.
Passata la veemenza del sentimento, passata quell'ebrietà di dolore,
le nostre attitudini non avevano più significato, non avevano più
ragion d'essere. Bisognava che io mi alzassi, che io sollevassi
Giuliana, che io dicessi qualche cosa, che quella scena avesse una
chiusura definitiva; ma io provavo per tutto ciò una strana
ripugnanza. Mi pareva di non essere più capace del minimo sforzo
materiale e morale. M'incresceva di trovarmi là, in quelle necessità,
in quelle difficoltà, costretto a quella continuazione. E una specie
di rancore sordo incominciò a muoversi vagamente in fondo a me, contro
Giuliana.
M'alzai. L'aiutai ad alzarsi. Ciascun singulto, che ancora a quando a
quando la scoteva, aumentava in me quel rancore inesplicabile.
È proprio vero dunque che qualche parte d'odio si cela in fondo ad
ogni sentimento che accomuna due creature umane, cioè che ravvicina
due egoismi. È proprio vero dunque che questa parte d'odio immancabile
disonora sempre i nostri più teneri abbandoni, i nostri migliori
impeti. Tutte le belle cose dell'anima portano in loro un germe di
corruzione latente, e devono corrompersi.
Io dissi (e temevo che la voce mio malgrado non fosse a bastanza
dolce):
--Càlmati, Giuliana. Ora bisogna che tu sii forte. Vieni, siedi qui.
Càlmati. Vuoi un poco d'acqua da bere? Vuoi qualche cosa da odorare?
Dimmi tu.
--Sì, un poco d'acqua. Cerca là, nell'alcova, sul tavolo da notte.
Ella aveva ancora una voce di pianto; e si asciugava la faccia con un
fazzoletto, seduta su un divano basso, di contro al grande specchio
d'un armario. Il singulto le durava ancora.
Entrai nell'alcova per prendere il bicchiere. Nella penombra scorsi il
letto. Era già preparato: un lembo delle coperte era rialzato e
discostato, una lunga camicia bianca era posata presso il guanciale.
Subito il mio senso acuto e vigile percepì il fievole odore della
batista, un odore svanito d'ireos e di mammola che conoscevo. La vista
del letto, l'odore noto mi diedero un turbamento profondo. In fretta
versai l'acqua ed uscii per portare il bicchiere a Giuliana che
aspettava.
Ella bevve qualche sorso, a riprese, mentre io, in piedi d'avanti a
lei, la guardavo notando l'atto della sua bocca. Disse:
--Grazie, Tullio.
E mi rese il bicchiere non vuotato se non a metà. Come avevo sete, io
bevvi il resto dell'acqua. Bastò quel piccolo fatto irriflessivo per
aumentare in me il turbamento. Sedetti anch'io sul divano. E tacemmo,
ambedue assorti nel nostro pensiero, separati da un breve spazio.
Il divano con le nostre figure si rifletteva nello specchio
dell'armario. Senza guardarci noi potevamo vedere i nostri volti ma
non bene distinti perché la luce era scarsa e mobile. Io consideravo
fissamente nel fondo vago dello specchio la figura di Giuliana che
prendeva a poco a poco nella sua immobilità un aspetto misterioso,
l'inquietante fascino di certi ritratti feminili oscurati dal tempo,
l'intensa vita fittizia degli esseri creati da una allucinazione. Ed
accadde che a poco a poco quell'imagine discosta mi sembrò più viva
della persona reale. Accadde che a poco a poco in quell'imagine io
vidi la donna delle carezze, la donna di voluttà, l'amante,
l'infedele.
Chiusi gli occhi. L'Altro comparve. Una delle note visioni si formò.
Io pensavo: "Ella non ha finora mai alluso direttamente alla sua
caduta, al modo della sua caduta. Una sola frase significante ella ha
proferito:--Credi tu che la colpa sia grave -quando l'anima non
consente-?--Una frase! E che ha voluto ella significare? Si tratta
d'una delle solite distinzioni sottili che servono a scusare e ad
attenuare tutti i tradimenti e tutte le infamie. Ma, in somma, quale
specie di relazione è corsa tra lei e Filippo Arborio, oltre quella
carnale innegabile? E in quali circostanze ella s'è abbandonata?"
Un'atroce curiosità mi pungeva. Le suggestioni mi venivano dalla mia
stessa esperienza. Mi tornavano alla memoria, precise, certe
particolari maniere di cedere usate da alcune delle mie antiche
amanti. Le imagini si formavano, si mutavano, si succedevano lucide e
rapide. Rivedevo Giuliana, quale l'avevo veduta in giorni lontani,
sola nel vano d'una finestra, con un libro su le ginocchia, tutta
languida, pallidissima, nell'attitudine di chi sia per venir meno,
mentre un'alterazione indefinibile, come una violenza di cose
soffocate, passava ne' suoi occhi troppo neri.--Era stata sorpresa da
colui in uno di quei languori, nella mia casa stessa, ed aveva patita
la violazione in una specie d'inconsapevolezza, e risvegliandosi aveva
provato orrore e disgusto dell'atto irreparabile, e aveva scacciato
colui e non l'aveva più riveduto? O pure aveva consentito a recarsi in
qualche luogo segreto, in un piccolo appartamento remoto, forse in una
delle camere mobiliate per ove passano le sozzure di cento adulterii,
e aveva ricevuto e prodigato sul medesimo guanciale tutte le carezze,
non una sola volta, ma più volte, ma molti giorni di seguito, ad ore
stabilite, nella sicurtà procuratale dalla mia incuranza? E rividi
Giuliana d'avanti allo specchio nel giorno di novembre, la sua
attitudine nell'appuntare il velo al cappello, il colore del suo
abito, e poi il suo passo leggero "sul marciapiede dalla parte del
sole."--Quella mattina era andata a un ritrovo forse?
Io soffrivo una tortura senza nome. La smania di sapere mi torceva
l'anima; le imagini fisiche mi esasperavano. Il rancore contro
Giuliana diveniva più acre; e il ricordo delle voluttà recenti, il
ricordo del letto nuziale di Villalilla, quel che di lei m'era rimasto
nel sangue, alimentavano una cupa fiamma. Dalla sensazione che mi dava
la vicinanza del corpo di Giuliana, da uno speciale tremito io
m'accorsi che ero già caduto in preda alla ben nota febbre della
gelosia sessuale e che per non cedere a un impeto odioso bisognava
fuggire. Ma la mia volontà pareva colpita da paralisi; io non ero
padrone di me. Rimanevo là, tenuto da due forze contrarie, da una
repulsione e da una attrazione interamente fisiche, da una
concupiscenza mista di disgusto, da un oscuro contrasto che io non
potevo sedare perché si svolgeva nell'infimo della mia sostanza bruta.
L'Altro, dall'istante in cui era comparso, era rimasto di continuo
innanzi a me. Era Filippo Arborio? Avevo proprio indovinato? Non
m'ingannavo?
Mi voltai verso Giuliana all'improvviso. Ella mi guardò. La domanda
repentina mi rimase strozzata nella gola. Abbassai gli occhi, piegai
il capo: e, con la stessa tensione spasmodica che avrei provato nello
strapparmi da una parte del corpo un lembo di carne viva, osai
chiedere:
--Il nome di -quell'uomo-?
La mia voce era tremante e roca, e faceva male a me medesimo.
Alla domanda inaspettata, Giuliana trasalì; ma tacque.
--Non rispondi?--incalzai, sforzandomi di comprimere la collera che
stava per invasarmi, quella collera cieca che già la notte innanzi
nell'alcova era passata sul mio spirito come una raffica.
--Oh mio Dio!--ella gemette angosciosamente, abbattendosi sul fianco,
nascondendo la faccia in un cuscino.--Mio Dio, mio Dio!
Ma io volevo sapere; io volevo strapparle la confessione ad ogni
costo.
--Ti ricordi--seguitai--ti ricordi tu di quella mattina che entrai
nella tua stanza all'improvviso, su i primi di novembre? Ti ricordi?
Entrai non so perché: perché tu cantavi. Cantavi l'aria di Orfeo. Eri
quasi pronta per uscire. Ti ricordi? Io vidi un libro su la tua
scrivania, l'apersi, lessi sul frontespizio una dedica.... Era un
romanzo:---Il Segreto-.... Ti ricordi?
Ella rimaneva abbattuta sul cuscino, senza rispondere. Mi chinai verso
di lei. Tremavo d'un ribrezzo simile a quello che precede il freddo
della febbre. Soggiunsi:
--È forse colui?
Ella non rispose, ma si sollevò con un impeto disperato. Pareva
demente. Fece l'atto di gettarsi su me, poi si trattenne.
--Abbi pietà! Abbi pietà!--proruppe.--Lasciami morire! Questo che tu
mi fai soffrire è peggiore di qualunque morte. Tutto ho sopportato,
tutto potrei sopportare; ma questo non posso, non posso.... Se io
vivrò, sarà per noi un martirio di tutte l'ore, ed ogni giorno più
sarà terribile. E tu mi odierai: tutto il tuo odio mi verrà sopra. Lo
so, lo so. Ho già sentito l'odio nella tua voce. Abbi pietà! Lasciami
prima morire!
Pareva demente. Aveva il bisogno smanioso di aggrapparsi a me; e, non
osando, si torceva le mani per trattenersi, con un orgasmo di tutta la
persona. Ma io la presi per le braccia, l'attirai a me.
--Non saprò dunque nulla?--le dissi quasi su la bocca, divenuto
anch'io demente, incitato da un istinto crudele che rendeva rudi le
mie mani.
--T'amo, t'ho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con
quest'inferno un minuto di debolezza, intendi?, -un minuto di
debolezza-.... È la verità. Non senti che è la verità?
Ancora un attimo lucido; e poi l'effetto d'un impulso cieco,
selvaggio, inarrestabile.
Ella cadde sul cuscino rovescia. Le mie labbra soffocarono il suo
grido.
XVII.
Molte cose quella stretta violenta aveva soffocate. "Selvaggio!
Selvaggio!" Io rivedevo le lacrime mute che avevano riempito a
Giuliana il cavo degli occhi; riudivo il rantolo ch'ella aveva emesso
nel sussulto supremo, un rantolo d'agonizzante. E mi ripassava per
l'anima un'onda di quella tristezza, non somigliante a nessun'altra,
che dopo l'atto m'era piombata sopra. "Ah, veramente selvaggio!" La
prima suggestione del delitto non era entrata in me proprio allora?
Non s'era affacciata alla mia conscienza, durante la furia,
un'intenzione micidiale?
E ripensavo alle amare parole di Giuliana: "Ho la vita tenace". Non la
tenacità della sua vita mi pareva straordinaria ma quella dell'-altra
vita- ch'ella portava dentro; e contro quella a punto io m'esasperavo,
contro quella incominciavo a macchinare.
Non erano ancora manifesti nella persona di Giuliana i segni esterni:
l'allargamento dei fianchi, l'aumento del volume nel ventre. Ella si
trovava dunque ancora ai primi mesi: forse al terzo, forse al
principio del quarto. Le aderenze che univano il feto alla matrice
dovevano esser deboli. L'aborto doveva essere facilissimo. Come mai le
violente commozioni della giornata di Villalilla e di quella notte,
gli sforzi, gli spasimi, le contratture, non l'avevano provocato?
Tutto m'era avverso, tutti i casi congiuravano contro di me. E la mia
ostilità diveniva più acre.
Impedire che il figlio nascesse era il mio segreto proposito. Tutto
l'orrore della nostra condizione veniva dalla antiveggenza di quella
natività, dalla minaccia dell'intruso. Come mai Giuliana, al primo
sospetto, non aveva tentato ogni mezzo per distruggere il concepimento
infame? Era stata ella trattenuta da un pregiudizio, da una paura, da
una ripugnanza instintiva di madre? Aveva ella un senso materno anche
per il feto adulterino?
E io consideravo la vita avvenire, divinata con una specie di
chiaroveggenza.--Giuliana dava alla luce un maschio, unico erede del
nostro antico nome. Il figliuolo non mio cresceva, incolume; usurpava
l'amore di mia madre, di mio fratello; era careggiato, adorato a
preferenza di Maria e di Natalia, delle mie creature. La forza
dell'abitudine quietava i rimorsi in Giuliana, ed ella si abbandonava
al suo sentimento materno, senza ritegno. E il figliuolo non mio
cresceva protetto da lei, per le cure assidue di lei; si faceva
robusto e bello; diveniva capriccioso come un piccolo despota;
s'impadroniva della mia casa.--Queste visioni a poco a poco si
particolarizzavano. Certe rappresentazioni fantastiche assumevano il
rilievo e il movimento di una scena reale; e qualche tratto d'una tal
vita fittizia s'imprimeva così forte nella mia conscienza da restarvi
notato per un certo tempo con tutti i caratteri di una realtà. La
figura del fanciullo era infinitamente variabile; i suoi atti, i suoi
gesti erano diversissimi. Ora io me lo figuravo esile, pallido,
taciturno, con una grossa testa pesante inchinata sul petto; ora tutto
roseo, rotondo, gaio, loquace, pieno di vezzi e di blandizie,
singolarmente amorevole verso di me, buono; ora in vece tutto nervi,
bilioso, un po' felino, pieno d'intelligenza e d'istinti malvagi, duro
con le sorelle, crudele verso gli animali, incapace di tenerezze,
indisciplinabile. A poco a poco questa ultima figurazione si
sovrappose alle altre, le eliminò permanendo, si raffermò in un tipo
preciso, si animò di una intensa vita fittiva, prese perfino un nome:
il nome già da tempo stabilito per l'erede mascolino, il nome di mio
padre: Raimondo.
Il piccolo fantasma perverso era una emanazion diretta del mio odio;
aveva contro di me la stessa inimicizia che io avevo contro di lui;
era un nemico, un avversario col quale stavo per impegnare la lotta.
Egli era la mia vittima ed io ero la sua. Ed io non potevo sfuggirgli,
egli non poteva sfuggirmi. Eravamo ambedue chiusi in un cerchio
d'acciaio.
I suoi occhi erano grigi come quelli di Filippo Arborio. Tra le varie
espressioni del suo sguardo una mi colpiva più spesso, in una scena
imaginaria che ogni tanto si ripeteva. La scena era questa:--Io
entrava senza sospetto in una stanza immersa nell'ombra, piena d'un
silenzio singolare. Credevo d'esser solo, là dentro. A un tratto,
volgendomi, m'accorgevo della presenza di Raimondo che mi guardava
fiso con i suoi occhi grigi e malvagi. M'assaliva subitamente la
tentazione del delitto, così forte che, per non gittarmi sul piccolo
essere malefico, fuggivo.
XVIII.
Il patto dunque tra me e Giuliana pareva concluso. Ella viveva.
Ambedue seguitavamo a vivere simulando, dissimulando. Avevamo, come i
dipsomani, due vite alterne: una tranquilla, tutta composta di dolci
apparenze, di tenerezze filiali, di affetti puri, di atti benigni;
l'altra agitata, febrile, torbida, incerta, senza speranza, dominata
dall'idea fissa, incalzata sempre da una minaccia, precipitante verso
una catastrofe ignota.
Io avevo qualche raro momento in cui l'anima, sfuggendo all'assedio di
tante cattive cose, liberandosi dal male che la avvolgeva come di
mille tentacoli, si slanciava con un grande anelito verso l'alto
ideale di bontà più volte intraveduto. Mi tornavano alla memoria le
singolari parole da mio fratello dette sul limite del bosco d'Assoro,
riguardanti Giovanni di Scòrdio: "-Farai bene, Tullio, a non
dimenticare quel sorriso.-" E quel sorriso su la bocca appassita del
vecchio prendeva un significato profondo, diventava straordinariamente
luminoso, m'esaltava come la rivelazione d'una suprema verità.
Quasi sempre, in quei rari momenti, un altro sorriso mi riappariva;
quello di Giuliana ancora inferma sui guanciali, il sorriso
impreveduto che "s'attenuava, s'attenuava senza estinguersi." E il
ricordo del lontano pomeriggio quieto in cui avevo inebriato
d'un'ebrezza ingannevole la povera convalescente dalle mani così
bianche; il ricordo della mattina in cui ella s'era levata per la
prima volta e a mezzo della stanza m'era caduta fra le braccia ridendo
e ansando; il ricordo del gesto veramente divino con cui ella m'aveva
offerto l'amore, l'indulgenza, la pace, il bisogno, l'oblio, tutte le
cose belle e tutte le cose buone, mi davano rimpianti e rimorsi senza
fine disperati. La dolce e terribile domanda che Andrea Bolkonsky
aveva letto sul viso estinto della principessa Lisa, io la leggevo di
continuo sul viso ancor vivente di Giuliana: "Che avete fatto di me?"
Nessun rimprovero era uscito dalla sua bocca; per diminuire la gravità
della sua colpa ella non aveva saputo rinfacciarmi nessuna delle mie
infamie, ella era stata umile d'innanzi al suo carnefice, non una
stilla di amaro aveva inasprito le sue parole; e pure i suoi occhi mi
ripetevano: "Che hai tu fatto di me?"
Uno strano ardore di sacrificio m'infiammava subitamente, mi spingeva
ad abbracciare la mia croce. La grandezza dell'espiazione mi pareva
degna del mio coraggio. Mi sentivo una sovrabbondanza di forze,
l'anima eroica, l'intelletto illuminato. Andando verso la -sorella-
dolorosa, io pensavo: "Troverò la buona parola per consolarla, troverò
l'accento fraterno per mitigare il suo dolore, per rialzare la sua
fronte." Ma, giunto alla presenza di lei, non parlavo più. Le mie
labbra parevano premute da un suggello infrangibile; tutto il mio
essere pareva colpito da un malefizio. La luce interiore si spengeva a
un tratto, come per un soffio gelido, d'ignota origine. E nella
oscurità incominciava a muoversi vagamente, quel sordo rancore che io
già troppo conoscevo e non potevo reprimere.
Era l'indizio d'un accesso. Balbettavo qualche parola, smarrito,
evitando di guardare Giuliana negli occhi; e andavo via, fuggivo.
Più d'una volta rimasi. Perdutamente, quando l'orgasmo diventava
insostenibile, io cercavo la bocca di Giuliana; ed erano baci
prolungati fino alla soffocazione, erano strette quasi rabbiose, che
ci lasciavano più affranti, più tristi, divisi da un abisso più cupo,
avviliti da una macchia di più.
"Selvaggio! Selvaggio!" Un'intenzione micidiale era in fondo a quelli
impeti, un'intenzione che non osavo confessare a me stesso.--Se una
volta alfine le contratture dello spasmo, in una di quelle strette,
avessero distaccato dalla matrice il germe tenace!--Io non consideravo
il mortale pericolo a cui esponevo Giuliana. Era evidente che, se un
caso simile fosse avvenuto, la vita della madre avrebbe corso un grave
rischio. E bene io da prima, nella mia demenza, non pensai se non alla
probabilità di distruggere il figlio. Soltanto più tardi considerai
che l'una vita era schiava dell'altra e che con i miei folli tentativi
insidiavo l'una e l'altra insieme.
Giuliana in fatti, che forse sospettava di quali elementi ignobili si
formasse il mio desiderio, non mi resisteva. Le mute lacrime
dell'anima calpestata non più le riempivano il cavo degli occhi. Ella
rispondeva al mio ardore con un ardore quasi lugubre. Veramente ella
aveva talvolta "sudori d'agonizzante e aspetti di cadavere", che mi
atterrivano. E una volta mi gridò, fuori di sé, con la voce soffocata:
--Sì, sì, uccidimi!
Compresi. Ella sperava la morte, l'aspettava da me.
XIX
Era incredibile la sua forza nel dissimulare, alla presenza degli
inconsapevoli. Ella riusciva ancora a sorridere! I noti timori per la
salute di lei mi davano modo di giustificare certe tristezze che non
sapevo nascondere. Tali timori a punto, comuni a mia madre e a mio
fratello, facevano sì che nella casa la nuova concezione non fosse
festeggiata come le altre e fossero evitati i soliti pronostici ed
ogni discorso allusivo. Ed era fortuna.
Ma giunse finalmente alla Badiola il dottor Vebesti.
La sua visita fu rassicurante. Egli trovò Giuliana molto indebolita,
osservò in lei qualche disordine nervoso, l'impoverimento del sangue,
un disturbo nutritivo generale dell'organismo; ma affermò che il
processo della gravidanza non presentava anomalie notevoli e che,
migliorate le condizioni generali, anche il processo del parto avrebbe
potuto compiersi regolarmente. Inoltre egli mostrò di confidar molto
nella tempra eccezionale di Giuliana, dalla quale anche pel passato
aveva avuto prove straordinarie di resistenza. Ordinò una cura
igienica e dietetica atta a ricostituirla, approvò il soggiorno alla
Badiola, raccomandò il metodo, l'esercizio moderato, la tranquillità
di spirito.
--Conto specialmente su voi--mi disse, con serietà.
Io rimasi deluso. Avevo riposta in lui una speranza di salvezza ed
ecco, la perdevo. Prima del suo arrivo, avevo sperato: "Se dichiarasse
necessario, per guarentire la madre, sacrificare il figlio ancora
informe e non vitale! Se dichiarasse necessario provocare ad arte
l'aborto per evitare la catastrofe sicura all'epoca della maturità!...
Giuliana sarebbe salva, guarirebbe; ed io anche sarei salvo, mi
sentirei rinascere. Credo che potrei quasi dimenticare, o, almeno,
rassegnarmi. Il tempo chiude tante piaghe e il lavoro consola di tante
tristezze. Credo che potrei conquistare la pace, a poco a poco, ed
emendarmi, seguire l'esempio di mio fratello, diventar migliore,
diventare un Uomo, vivere per gli altri, abbracciare la religione
nuova. Credo che potrei ritrovare in questo stesso dolore la mia
dignità.--L'uomo a cui è dato soffrire più degli altri, è -degno- di
soffrire più degli altri.--Non è un versetto del vangelo di mio
fratello? C'è dunque una elezione di dolore. Giovanni di Scòrdio, per
esempio, è un eletto. Chi possiede quel sorriso possiede un dono
divino. Credo che potrei meritare quel dono...." Avevo sperato.
Contraddicendo al mio fervore espiatorio, avevo sperato in una
diminuzione di pena!
In fatto, volendo rigenerarmi nella sofferenza, avevo paura di
soffrire: un'atroce paura d'affrontare il vero dolore. La mia anima
era già sfinita; e, pur avendo intraveduta la grande via ed essendo
agitata da aspirazioni cristiane, si metteva per un sentiero obliquo
in fondo al quale era l'abisso inevitabile.
Parlando col dottore, mostrando un po' d'incredulità per le sue
previsioni rassicuranti, mostrando qualche inquietudine, io trovai il
modo di esporgli il mio pensiero. Gli feci intendere che desideravo
allontanato per Giuliana il pericolo a qualunque costo e che, se fosse
stato necessario, avrei rinunziato al terzogenito senza rammarico. Lo
pregai di non nascondermi nulla.
Egli di nuovo mi rassicurò. Mi dichiarò che, anche in un caso
disperato, non avrebbe ricorso all'aborto perché nelle condizioni in
cui trovavasi Giuliana, una emorragia sarebbe stata perniciosissima.
Mi ripetè che bisognava anzi tutto promuovere e sostenere la
rigenerazione del sangue, ricostruire l'organismo infiacchito, cercare
con ogni mezzo che l'incinta giungesse all'epoca del parto restaurata
di forze, fiduciosa, tranquilla. Soggiunse:
--Credo che la signora abbia specialmente bisogno di consolazioni
morali. Io sono un vecchio amico. So che ella ha molto sofferto. Voi
potrete sollevarla.
XX.
Mia madre rianimata moltiplicò verso Giuliana le sue tenerezze.
Manifestò il suo caro sogno e il suo presentimento. Ella aspettava il
nipote, il piccolo Raimondo. Era -sicura-, questa volta.
Mio fratello anche aspettava Raimondo.
Maria e Natalia rivolgevano spesso a me, alla madre, alla nonna,
domande ingenue e graziose sul compagno futuro.
Così con presagi, con augurii, con speranze l'amor familiare
incominciava ad avvolgere il frutto invisibile, l'essere ancora
informe.
E i fianchi di Giuliana incominciavano ad ingrossarsi.
Un giorno eravamo rimasti io e Giuliana seduti sotto gli olmi. Mia
madre ci aveva lasciati da poco. Nei suoi discorsi affettuosi ella
aveva nominato Raimondo; aveva anzi rinnovato il diminutivo: Mondino,
richiamando lontanissimi ricordi di mio padre morto. Io e Giuliana le
avevamo sorriso. Ella aveva creduto che il suo sogno fosse il nostro
sogno. Ci aveva lasciati là perché continuassimo a sognare.
Era l'ora che segue lo scomparire del sole, un'ora lucida e calma. I
fogliami sul nostro capo non si movevano. A quando a quando uno stormo
di rondini veemente fendeva l'aria con un rombo d'ali, con uno scoppio
di gridi come a Villalilla.
Seguimmo con gli occhi la santa finché disparve. Allora ci guardammo,
in silenzio, costernati. Rimanemmo in silenzio per qualche tempo,
oppressi dall'immensità della nostra tristezza. E io, con una
terribile intensione di tutto il mio essere, astraendo da Giuliana,
sentii vivere accanto a me la creatura isolata come se null'altro in
quel momento vivesse accanto a me, null'altro. E non fu una sensazione
illusoria ma reale e profonda. Fu un raccapriccio che mi pervase tutte
le fibre. Sussultai forte; e levai di nuovo lo sguardo al viso della
mia compagna, per dissipare quella sensazione d'orrore. Ci guardammo,
perduti, non sapendo che dire, che fare contro l'eccesso dello
spasimo. E io vedevo nel viso di lei riflessa la mia angoscia,
indovinavo il mio aspetto. E, poiché i miei occhi andarono
istintivamente al grembo, come li rialzai scorsi nel viso di lei
quell'espressione di terror panico che hanno gli infermi d'una
infermità mostruosa quando qualcuno osserva la parte difformata dal
male incurabile.
Ella disse, a voce bassa, dopo un intervallo in cui ambedue avevamo
tentato di misurare la nostra pena e non avevamo trovato un termine;
ella disse:
--Hai tu pensato che questo potrebbe durare tutta la vita?
Io non aprii le labbra; ma la risposta sonò dentro di me risoluta:
"No, questo non durerà."
Ella soggiunse:
--Ricordati che con una parola tu puoi troncare ogni cosa, liberarti.
Io sono pronta. Ricordatene.
Ancora tacqui; ma pensai: "Non tu devi morire."
Ella soggiunse, con una voce che tremava di desolata tenerezza:
--Io non posso consolarti! Non c'è consolazione per te né per me; non
ci potrà essere mai.... Hai tu pensato che -qualcuno- starà sempre fra
noi due? Se il vóto di tua madre fosse esaudito.... Pensa! Pensa!
Ma la mia anima fremeva sotto il balenio sinistro d'un solo pensiero.
Io dissi:
--Tutti già l'amano.
Esitai. Guardai Giuliana rapidamente. Riabbassando subito le palpebre,
chinando il capo, le chiesi con una voce che mi si spense fra le
labbra:
--L'ami tu?
--Ah, che mi domandi!
Non potei non insistere, se bene soffrissi fisicamente come per
riconficcare l'unghia in una lacerazione viva.
--L'ami?
--No no. L'ho in orrore.
Ebbi un moto istintivo di gioia come se per quella confessione avessi
ottenuto il consenso al mio pensiero segreto e quasi la complicità. Ma
aveva ella risposto il vero? O aveva mentito per misericordia di me?
M'assalì una cruda smania d'insistere ancora, di costringerla a una
confessione lunga ed intera, di penetrarla bene a dentro. Ma il suo
aspetto mi trattenne. Rinunziai. Mi sentivo ora disacerbato verso di
lei, benché ella portasse dentro di sé la vita su cui pendeva la mia
condanna. Inclinavo ora verso di lei con un sentimento di gratitudine.
Mi pareva che quell'orrore, da lei confessato con un fremito, la
distaccasse dalla creatura che ella nutriva e la ravvicinasse a me. E
provavo il bisogno di farle intendere queste cose, di aumentare in lei
l'avversione contro il nascituro come contro un nemico d'entrambi
inconciliabile.
Io le presi una mano; le dissi:
--Tu mi sollevi un poco. Ti son grato. Tu intendi....
Soggiunsi, mascherando di speranza cristiana la mia intenzione
micidiale:
--C'è una Provvidenza. Chi sa! Ci può essere per noi una
liberazione.... Tu intendi quale. Chi sa! Prega Iddio.
Era un augurio di morte al nascituro; era un vóto. E, inducendo
Giuliana a pregare Iddio che l'esaudisse, io la preparavo
all'avvenimento funebre, ottenevo da lei una specie di complicità
spirituale. Perfino pensai: "Se, dopo le mie parole, entrasse in lei
la suggestione del delitto e divenisse a poco a poco tanto forte da
trascinarla!... Certo, ella potrebbe convincersi della terribile
necessità, esaltarsi al pensiero di liberarmi, avere un impeto di
energia selvaggia, compiere il sacrifizio estremo. Non ha ripetuto
anche dianzi che ella è pronta sempre a morire? La sua morte implica
la morte del fanciullo. Ella dunque non è trattenuta da un pregiudizio
religioso, dalla paura del peccato; perché, essendo disposta a morire,
ella è disposta a commettere un delitto duplice, contro sè stessa e
contro il frutto del suo ventre. Ma ella è convinta che la sua
esistenza è utile su la terra, anzi necessaria, alle persone che
l'amano e ch'ella ama; ed è convinta che l'esistenza del figliuolo non
mio renderà la nostra vita un supplizio insostenibile. Anche sa che
noi potremmo ricongiungerci, che potremmo forse nel perdono e
nell'oblio ritrovare qualche dolcezza, che potremmo sperare dal tempo
la guarigione della piaga, se tra me e lei non si levasse l'intruso.
Basterebbe dunque che ella considerasse queste cose perché un vóto
inutile, una preghiera inefficace si mutassero a un tratto in un
proposito e in un'azione." Pensavo; ed ella anche taceva e pensava, a
capo chino, tenendo ancora la sua mano nella mia, mentre cadeva su noi
l'ombra dai grandi olmi immobili.
Che pensava ella? La sua fronte era pur sempre tenue e pallida come
un'ostia. Cadeva forse su lei un'altra ombra, oltre quella della sera?
Io vedevo Raimondo: non più in forma del fanciullo perverso e felino
dagli occhi grigi ma in forma d'un corpicciuolo rossiccio e molle, a
pena a pena respirante, che una lieve pressione poteva far morire.
La campana della Badiola diede il primo tocco dell'-Angelus-. Giuliana
ritrasse la sua mano dalla mia; e si fece il segno della croce.
XXI.
Passato il quarto mese, passato il quinto, la gravidanza si svolgeva
rapidamente. La figura di Giuliana, alta, snella e flessibile,
s'ingrossava, si difformava come quella d'una idropica. Ella n'era
umiliata, innanzi a me, come d'una infermità vergognosa. Un'acuta
sofferenza appariva nel suo volto, quando ella sorprendeva i miei
occhi fissi sul suo ventre gonfio.
Io mi sentivo sfinito, incapace di trascinare più oltre il peso di
quell'esistenza miserabile. Ogni mattina, veramente, quando aprivo gli
occhi dopo un sonno agitato, era come se qualcuno mi presentasse una
coppa profonda, dicendomi: "Se tu vuoi bere, oggi, se tu vuoi vivere,
bisogna che tu sprema qui dentro, fino all'ultima goccia, il sangue
del tuo cuore." Una ripugnanza, un disgusto, un ribrezzo indefinibili
mi salivano dall'intimo dell'essere, a ogni risveglio. E, intanto,
bisognava vivere!
I giorni erano d'una lentezza crudele. Il tempo non fluiva ma
stillava, pigro e pesante.
E avevo ancora d'innanzi a me l'estate, una parte dell'autunno, una
eternità. Mi sforzavo di seguire mio fratello, d'aiutarlo nella grande
opera agraria ch'egli aveva intrapreso, d'infiammarmi alla sua fede.
Rimanevo a cavallo intere giornate come un buttero; mi stancavo in un
lavoro manuale, in qualche bisogna facile e monotona; cercavo di
ottundere l'acuità della mia conscienza stando a contatto con la gente
della gleba, con gli uomini semplici e diritti, con quelli in cui
poche norme morali ereditate compivano le loro funzioni naturalmente
come gli organi del corpo. Più d'una volta visitai Giovanni di
Scòrdio, il santo solitario; e volli udire la sua voce, volli
interrogarlo su le sue sciagure, volli rivedere i suoi occhi tanto
tristi e il suo sorriso tanto dolce. Ma egli era taciturno, un poco
timido verso di me; rispondeva a pena qualche parola vaga, non amava
parlare di sé, non amava lamentarsi, non interrompeva il lavoro a cui
era intento. Le sue mani ossute, asciutte, brune, che parevano fuse in
un bronzo animato, non si fermavano mai, non conoscevano forse la
stanchezza. Un giorno esclamai:
--Ma quando si riposeranno le tue mani?
L'uomo probo se le guardò, sorridendo; ne considerò il dorso e il
cavo, rivolgendole prone e poi supine al sole. Quello sguardo, quel
sorriso, quel sole, quel gesto conferivano a quelle grosse mani
incallite una nobiltà sovrana. Incallite su gli strumenti
dell'agricoltura, santificate dal bene che avevano sparso, dalla vasta
opera che avevano fornita, ora quelle mani erano degne di portare la
palma.
Il vecchio le incrociò sul suo petto, secondo l'uso mortuario
cristiano; e rispose, pur sempre sorridendo:
--Fra poco, signore, se Dio vorrà. Quando me le metteranno così, nella
cassa. Così sia.
XXII.
Tutti i rimedi erano vani. Il lavoro non mi giovava, non mi consolava;
perché era eccessivo, ineguale, disordinato, febrile, interrotto
spesso da periodi d'inerzia invincibile, d'abbattimento, d'aridità.
Mio fratello ammoniva:
--Non è questa la regola. Tu consumi in una settimana l'energia di sei
mesi; poi ti lasci ricadere nell'indolenza; poi di nuovo ti getti alla
fatica, senza ritegno. Non è questa la regola. Bisogna che la nostra
opera sia calma, concorde, armonica, per essere efficace. Intendi?
Bisogna che noi ci prescriviamo un metodo. Ma già tu hai il difetto di
tutti i novizii: un eccesso di ardore. Ti calmerai, in seguito.
Mio fratello diceva:
--Tu non hai ancora trovato l'equilibrio. Tu non ti senti ancora sotto
i piedi -la terra ferma-. Non temere di nulla. O prima o poi tu potrai
afferrare la tua legge. Questo t'accadrà all'improvviso,
inaspettatamente, nel tempo.
Anche diceva:
--Giuliana questa volta, certo, ti darà un erede: Raimondo. Io ho già
pensato al patrino. Tuo figlio sarà tenuto a battesimo da Giovanni di
Scòrdio. Non potrebbe avere un patrino più degno. Giovanni gli
infonderà la bontà e la forza. Quando Raimondo potrà comprendere, noi
gli parleremo di questo gran vecchio. E tuo figlio sarà quel che noi
non abbiamo potuto e saputo essere.
Egli tornava spesso su l'argomento; nominava spesso Raimondo; augurava
che il nascituro incarnasse l'ideal tipo umano da lui meditato,
l'Esemplare. Non sapeva che ognuna delle sue parole era per me una
fitta e rendeva più acre il mio odio e più violenta la mia
disperazione.
Inconsapevoli, tutti congiuravano contro di me, tutti facevano a gara
nel ferirmi. Quando mi avvicinavo a qualcuno dei miei, mi sentivo
ansioso e pauroso come se fossi costretto a rimanere al fianco d'una
persona che, avendo tra le mani armi terribili, non ne conoscesse
l'uso e la terribilità. Stavo in continua attesa d'un colpo. Dovevo
cercare la solitudine, fuggire lontano da tutti, per avere un po' di
tregua; ma nella solitudine mi ritrovavo a faccia a faccia col mio
nemico peggiore: con me medesimo.
Mi sentivo segretamente perire; mi pareva di perdere la vita da tutti
i pori. Si riproducevano in me talvolta sofferenze appartenute al
periodo più oscuro del mio passato omai remotissimo. Non altro
conservavo in me talvolta se non il sentimento della mia esistenza
isolata tra i fantasmi inerti di tutte le cose. Per lunghe ore non
altro sentivo se non la fissità grave, schiacciante, della vita e il
piccolo battito di un'arteria nella mia testa.
Poi sopravvenivano le ironie, i sarcasmi contro me stesso, improvvise
smanie di demolire e di distruggere, derisioni spietate, malignità
feroci, un fermento acre del fecciume più basso. Mi pareva di non
saper più che cosa fossero indulgenza, misericordia, tenerezza, bontà.
Tutte le buone sorgenti interiori si chiudevano, s'inaridivano, come
fonti colpite di maledizione. E allora in Giuliana non vedevo più se
non il fatto brutale, il ventre gonfio, l'effetto dell'escrezione d'un
altro maschio; non vedevo in me se non il ridicolo, il marito gabbato,
lo stupido eroe sentimentale d'un cattivo romanzo. Il sarcasmo
ulteriore non risparmiava nessuno dei miei atti, nessuno degli atti di
Giuliana. Il dramma si mutava per me in una comedia amara e beffarda.
Nulla più mi riteneva; tutti i legami si spezzavano; avveniva un
distacco violento. E io pensavo: "Perché rimaner qui a recitare questa
parte odiosa? Me ne andrò, tornerò al mondo, alla vita di prima, alla
licenza. Mi stordirò, mi perderò. Che importa? Non voglio essere se
non quel che sono: fango nel fango. Puah!"
XXIII.
In uno di tali accessi risolsi di lasciare la Badiola, di partire per
Roma, di andare alla ventura.
Mi si offriva il pretesto. Non prevedendo un'assenza tanto lunga, noi
avevamo lasciata la casa in condizioni provvisorie. Bisognava dare
assetto a molte cose; bisognava disporre tutto in modo che la nostra
assenza potesse prolungarsi fuor d'un termine fisso.
Annunziai la mia partenza. Persuasi di questa necessità mia madre, mio
fratello, Giuliana. Promisi di sbrigarmi in pochi giorni. Mi preparai.
Alla vigilia, la sera, tardi, mentre chiudevo una valigia, udii
battere all'uscio della camera. Gridai:
--Avanti!
Vidi entrare Giuliana, sorpreso.
--Oh, sei tu?
Le mossi incontro. Ella ansava un poco, forse affaticata dalle scale.
La feci sedere. Le offersi una tazza di tè freddo con un sottile disco
di limone, una bevanda a lei grata un tempo, che era pronta por me.
Ella vi bagnò a pena le labbra e me la rese. I suoi occhi rivelavano
l'inquietudine. Disse al fine, timidamente:
--Dunque parti?
--Sì--io risposi--domattina, come sai.
Seguì un intervallo di silenzio, lungo. Dalle finestre aperte entrava
una frescura deliziosa; su i davanzali batteva la luna piena; giungeva
il canto corale dei grilli, simile al suono d'un flauto un po' roco e
indefinitamente lontano.
Ella mi domandò, con la voce alterata:
--Quando tornerai? Dimmi la verità.
---Non so---risposi.
Seguì un'altra pausa. Il vento leggero ricorreva a volta a volta, e le
tende si gonfiavano. Ogni àsolo recava nella stanza, fino a noi, la
voluttà della notte d'estate.
--Mi abbandoni?
Nella sua voce era uno scoramento così profondo che i nodi aspri
dentro di me si sciolsero a un tratto; e il rammarico e la pietà mi
invasero.
--No--risposi--non temere, Giuliana. Ma ho bisogno di una tregua. Non
ne posso più. Ho bisogno d'un respiro.
Ella disse:
--Hai ragione.
--Credo che tornerò presto, come ho promesso. Ti scriverò. Anche tu,
forse, non vedendomi soffrire, avrai un sollievo.
Ella disse:
--Nessun sollievo mai.
Un pianto soffocato tremava nelle sue parole. Ella soggiunse a un
tratto, con un accento di lacerante angoscia:
--Tullio, Tullio, dimmi la verità. Mi odii? Dimmi la verità!
Ella m'interrogava con gli occhi, assai più angosciosi delle sue
parole. Parve fissare in me per un istante la sua stessa anima. E quei
poveri occhi dilatati, quella fronte così pura, quella bocca convulsa,
quel mento smagrito, tutto quel tenue viso dolente a contrasto con la
difformità inferiore ignominiosa, e quelle mani, quelle tenui mani
dolenti che si tendevano verso di me con un gesto supplichevole, mi
fecero pena come non mai, e m'impietosirono e m'intenerirono.
--Credimi, Giuliana, credimi per sempre. Non ho nessun rancore contro
di te, non ne avrò mai. Non dimentico che ti debbo il contraccambio;
non dimentico nulla. Non ne hai già le prove? Rassicurati. Pensa ora a
-liberarti-. E poi.... chi sa! Ma, in qualunque caso, io non ti
mancherò, Giuliana. Ora lascia che io parta. Forse qualche giorno di
lontananza mi farà bene. Tornerò calmato. Sarà necessaria molta calma,
poi. Tu avrai bisogno di tutto il mio aiuto....
Ella disse:
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