non contorcermi negli accessi di spasimo, per non darmi ad atti insensati. --Certi giorni differivo d'ora in ora l'esecuzione del mio proposito; e il pensiero di questa casa, di ciò che sarebbe accaduto dopo in questa casa, mi toglieva il coraggio. E così svanì anche la speranza di poterti nascondere la verità, di poterti salvare; perché fin dai primi giorni la mamma indovinò il mio stato. Ti ricordi tu di quel giorno che là alla finestra, per l'odore delle violacciocche, ebbi un disturbo? Fin da allora, la mamma se ne accorse. Imagina i miei terrori! Io pensavo: "Se mi uccido, Tullio avrà la rivelazione dalla madre. Chi sa fin dove giungeranno le conseguenze del male che ho fatto!" E mi divoravo l'anima, giorno e notte, per trovare il modo di salvarti. Quando tu domenica mi domandasti: "Vuoi che andiamo martedì a Villalilla?", io acconsentii senza riflettere, mi abbandonai al destino, mi affidai alla forza del caso, alla ventura. Ero certa che quello sarebbe stato il mio ultimo giorno. Questa certezza mi esaltava, mi dava una specie di demenza. Ah, Tullio, ripensa alle tue parole di ieri e dimmi se comprendi ora il mio martirio.... Lo comprendi? Ella si chinò, si protese verso di me, come per spingermi dentro l'anima la sua domanda angosciosa; e, tenendo le dita intrecciate, si torceva le mani. --Non m'avevi mai parlato così; non avevi mai avuta quella voce. Quando là, al sedile, tu mi domandasti: "-È troppo tardi, forse?-", io ti guardai e il tuo viso mi fece paura. Potevo risponderti: "Sì, è troppo tardi?" Potevo spezzarti il cuore a un tratto? Che sarebbe accaduto di noi? E allora volli concedermi l'ultima ebrezza, diventai folle, non vidi più che la morte e la mia passione. Ella era divenuta stranamente rauca. Io la guardavo; e mi pareva di non riconoscerla, tanto era trasfigurata. Una convulsione contraeva tutte le linee del suo viso; il labbro inferiore le tremava forte; gli occhi le ardevano d'un ardore febrile. --Mi condanni?--domandò rauca ed acre.--Mi disprezzi per quel che feci ieri? Si coprì il viso con le mani. Poi, dopo una pausa, con un accento indefinibile di strazio, di voluttà e di orrore, con un accento venutole chi sa da quale abisso dell'essere, ella soggiunse: --Iersera, -per non distruggere quel che di te m'era rimasto nel sangue-, indugiavo a prendere il veleno. Le mani le ricaddero. Ella scosse da sé la debolezza, con un atto risoluto. La sua voce divenne più ferma. --Il destino ha voluto che io vivessi fino a quest'ora. Il destino ha voluto che tu sapessi da tua madre la verità: da tua madre! Iersera, quando tu rientrasti qui, sapevi tutto. E tacesti, e d'avanti a tua madre mi baciasti la guancia che io ti offrivo. Lascerai che prima di morire io ti baci le mani. Non ti chiedo altro. T'ho aspettato per obbedirti. Sono pronta a tutto. Parla. Io dissi: --È necessario che tu viva. --Impossibile, Tullio; impossibile--ella esclamò.--Hai tu pensato -a quel che accadrebbe se io vivessi-? --Ho pensato. È necessario che tu viva. --Orrore! Ed ella ebbe un sussulto violento, un moto istintivo di raccapriccio, forse perché sentì nelle sue viscere -quell'altra vita-, il nascituro. --Ascoltami, Tullio. Oramai tu sai tutto; oramai non debbo uccidermi per nasconderti una vergogna, per evitare di ritrovarmi innanzi a te. Tu sai tutto; e siamo qui, e possiamo ancora guardarci, possiamo ancora parlare! Si tratta di ben altro. Io non penso di eludere la tua vigilanza per darmi la morte. Io voglio anzi che tu mi aiuti a scomparire nel modo più naturale che sia possibile per non destare sospetti qui nella casa. Ho due veleni: la morfina e il sublimato corrosivo. Forse non servono. Forse è difficile tener celato un avvelenamento. E bisogna che la mia morte sembri involontaria, cagionata da un caso qualunque, da una disgrazia. Intendi? In questo modo noi raggiungeremo lo scopo. Il segreto rimarrà fra noi due.... Ella ora parlava rapidamente, con una espressione di serietà ferma, come se ragionasse per persuadermi ad accettare un accordo utile non un patto di morte, non una parte di complice nell'attuazione d'un proposito insensato. Io lasciavo ch'ella continuasse. Una specie di fascino strano mi faceva rimaner là a guardare, ad ascoltare quella creatura così fragile, così pallida, così malata, in cui entravano onde di energia morale così veementi. --Ascoltami, Tullio. Ho un'idea. Federico m'ha raccontato la tua follia di oggi, il pericolo che hai corso oggi su l'argine dell'Assoro, m'ha raccontato tutto. Io pensavo, tremando: "Chi sa per quale impeto di dolore s'è gittato a quel rischio!" E, ancora pensando, m'è parso di comprendere. Ho avuta una divinazione. E tutte le altre tue sofferenze future, mi si sono affacciate all'anima: sofferenze da cui nulla ti potrebbe difendere, sofferenze che aumenterebbero di giorno in giorno, inconsolabili, intollerabili. Ah, Tullio, certo tu le hai già presentite e pensi che non potresti sostenerle. Un solo mezzo c'è per salvare te, me, le nostre anime, il nostro amore; sì, lasciami dire: -il nostro amore-. Lasciami ancora credere alle tue parole di ieri e lasciami ripetere che io ti amo ora come non t'ho amato mai. A punto per questo, a punto perché noi ci amiamo, bisogna che io sparisca dal mondo, bisogna che tu non mi veda più. Fu straordinaria l'elevazione morale che rialzò la voce, tutta la persona di lei, in quell'istante. Un gran fremito mi agitò; un'illusione fugace s'impadronì del mio spirito. Credetti che veramente in quell'istante il mio amore e l'amore di quella donna si trovassero di fronte alti d'una smisurata altezza ideale e scevri di miseria umana, non macchiati di colpa, intatti. Riebbi per pochi attimi la stessa sensazione provata in principio quando il mondo reale m'era parso completamente vanito. Poi, come sempre, il fenomeno inevitabile si compì. Quello stato di conscienza non mi appartenne più, si fece obbiettivo, mi diventò -estraneo-. --Ascoltami--seguitò ella, abbassando la voce, come per tema che qualcuno udisse.--Ho mostrato a Federico un gran desiderio di rivedere il bosco, le carbonaie, tutti quei luoghi. Domattina Federico non potrà accompagnarci perché dovrà tornare a Casal Caldore. Andremo noi due soli. Federico m'ha detto che potrò montare Favilla. Quando saremo su l'argine.... farò quel che tu hai fatto stamani. Accadrà una disgrazia. Federico m'ha detto che è impossibile salvarsi dall'Assoro.... Vuoi? Se bene ella proferisse parole coerenti, sembrava in preda a una specie di delirio. Un rossore insolito le accendeva la sommità delle gote, e gli occhi le splendevano straordinariamente. Una visione del fiume sinistro mi passò nello spirito, rapida. Ella ripetè, tendendosi verso di me: --Vuoi? Io m'alzai, le presi le mani. Volevo calmare la sua febbre. Una pena e una pietà immense mi premevano. E la mia voce fu dolce, fu buona; tremò di tenerezza. --Povera Giuliana! Non t'agitare così. Tu soffri troppo; il dolore ti fa insensata, povera anima! Bisogna che tu abbia molto coraggio; bisogna che tu non pensi più alle cose che hai dette.... Pensa a Maria, a Natalia.... Io ho accettato questo castigo. Per tutto il male che ho fatto, forse meritavo questo castigo. L'ho accettato; lo sopporterò. Ma è necessario che tu viva. Mi prometti, Giuliana, per Maria, per Natalia, per quanto hai cara la mamma, per le cose che io ti dissi ieri, mi prometti che in nessun modo cercherai di morire? Ella teneva il capo chino. E d'un tratto, liberando le sue mani, afferrò le mie e si mise a baciarmele furiosamente; e io sentii su la mia pelle il caldo della sua bocca, il caldo delle sue lacrime. E, come io tentavo di sottrarmi, ella dalla sedia cadde in ginocchio, senza lasciarmi le mani, singhiozzando, mostrandomi la sua faccia sconvolta, dove il pianto colava a rivi, dove la contrazione della bocca rivelava l'indicibile spasimo da cui tutto l'essere era convulso. E, senza poterla rialzare, senza poter più parlare, soffocato da un accesso violento d'ambascia, soggiogato dalla forza dello spasimo che contraeva quella povera bocca smorta, abbandonato da qualunque rancore, da qualunque orgoglio, non provando se non la cieca paura della vita, non sentendo nella donna prostrata e in me se non la sofferenza umana, l'eterna miseria umana, il danno delle trasgressioni inevitabili, il peso della nostra carne bruta, l'orrore delle fatalità inscritte nelle radici stesse del nostro essere e inabolibili, tutta la corporale tristezza del nostro amore, anch'io caddi in ginocchio d'innanzi a lei per un bisogno instintivo di prostrarmi, di uguagliarmi anche nell'attitudine alla creatura che soffriva e che mi faceva soffrire. E anch'io ruppi in singhiozzi. E ancora una volta, dopo tanto, rimescolammo le nostre lacrime, ahi me!, che erano così cocenti e che non potevano mutare il nostro destino. XVI. Chi saprà mai rendere con le parole quel senso di aridità desolata e di stupore, che resta nell'uomo dopo uno spargimento inutile di pianto, dopo un parosismo d'inutile disperazione? Il pianto è un fenomeno passeggero, ogni crisi deve risolversi, ogni eccesso è breve; e l'uomo si ritrova esausto, quasi direi disseccato, più che mai convinto della propria impotenza, corporalmente stupido e triste, d'innanzi alla realtà impassibile. Io primo terminai di piangere; io primo riebbi negli occhi la luce; io primo feci attenzione alla positura della mia persona, a quella di Giuliana, alle cose circostanti. Eravamo ancora in ginocchio l'uno di fronte all'altra, sul tappeto; e ancora qualche singulto scoteva Giuliana. La candela ardeva sul tavolo, e la fiammella si moveva a quando a quando come inchinata da un soffio. Nel silenzio il mio orecchio percepì il piccolo rumore d'un orologio che doveva essere nella stanza, posato in qualche luogo. La vita scorreva, il tempo fuggiva. La mia anima era vuota e sola. Passata la veemenza del sentimento, passata quell'ebrietà di dolore, le nostre attitudini non avevano più significato, non avevano più ragion d'essere. Bisognava che io mi alzassi, che io sollevassi Giuliana, che io dicessi qualche cosa, che quella scena avesse una chiusura definitiva; ma io provavo per tutto ciò una strana ripugnanza. Mi pareva di non essere più capace del minimo sforzo materiale e morale. M'incresceva di trovarmi là, in quelle necessità, in quelle difficoltà, costretto a quella continuazione. E una specie di rancore sordo incominciò a muoversi vagamente in fondo a me, contro Giuliana. M'alzai. L'aiutai ad alzarsi. Ciascun singulto, che ancora a quando a quando la scoteva, aumentava in me quel rancore inesplicabile. È proprio vero dunque che qualche parte d'odio si cela in fondo ad ogni sentimento che accomuna due creature umane, cioè che ravvicina due egoismi. È proprio vero dunque che questa parte d'odio immancabile disonora sempre i nostri più teneri abbandoni, i nostri migliori impeti. Tutte le belle cose dell'anima portano in loro un germe di corruzione latente, e devono corrompersi. Io dissi (e temevo che la voce mio malgrado non fosse a bastanza dolce): --Càlmati, Giuliana. Ora bisogna che tu sii forte. Vieni, siedi qui. Càlmati. Vuoi un poco d'acqua da bere? Vuoi qualche cosa da odorare? Dimmi tu. --Sì, un poco d'acqua. Cerca là, nell'alcova, sul tavolo da notte. Ella aveva ancora una voce di pianto; e si asciugava la faccia con un fazzoletto, seduta su un divano basso, di contro al grande specchio d'un armario. Il singulto le durava ancora. Entrai nell'alcova per prendere il bicchiere. Nella penombra scorsi il letto. Era già preparato: un lembo delle coperte era rialzato e discostato, una lunga camicia bianca era posata presso il guanciale. Subito il mio senso acuto e vigile percepì il fievole odore della batista, un odore svanito d'ireos e di mammola che conoscevo. La vista del letto, l'odore noto mi diedero un turbamento profondo. In fretta versai l'acqua ed uscii per portare il bicchiere a Giuliana che aspettava. Ella bevve qualche sorso, a riprese, mentre io, in piedi d'avanti a lei, la guardavo notando l'atto della sua bocca. Disse: --Grazie, Tullio. E mi rese il bicchiere non vuotato se non a metà. Come avevo sete, io bevvi il resto dell'acqua. Bastò quel piccolo fatto irriflessivo per aumentare in me il turbamento. Sedetti anch'io sul divano. E tacemmo, ambedue assorti nel nostro pensiero, separati da un breve spazio. Il divano con le nostre figure si rifletteva nello specchio dell'armario. Senza guardarci noi potevamo vedere i nostri volti ma non bene distinti perché la luce era scarsa e mobile. Io consideravo fissamente nel fondo vago dello specchio la figura di Giuliana che prendeva a poco a poco nella sua immobilità un aspetto misterioso, l'inquietante fascino di certi ritratti feminili oscurati dal tempo, l'intensa vita fittizia degli esseri creati da una allucinazione. Ed accadde che a poco a poco quell'imagine discosta mi sembrò più viva della persona reale. Accadde che a poco a poco in quell'imagine io vidi la donna delle carezze, la donna di voluttà, l'amante, l'infedele. Chiusi gli occhi. L'Altro comparve. Una delle note visioni si formò. Io pensavo: "Ella non ha finora mai alluso direttamente alla sua caduta, al modo della sua caduta. Una sola frase significante ella ha proferito:--Credi tu che la colpa sia grave -quando l'anima non consente-?--Una frase! E che ha voluto ella significare? Si tratta d'una delle solite distinzioni sottili che servono a scusare e ad attenuare tutti i tradimenti e tutte le infamie. Ma, in somma, quale specie di relazione è corsa tra lei e Filippo Arborio, oltre quella carnale innegabile? E in quali circostanze ella s'è abbandonata?" Un'atroce curiosità mi pungeva. Le suggestioni mi venivano dalla mia stessa esperienza. Mi tornavano alla memoria, precise, certe particolari maniere di cedere usate da alcune delle mie antiche amanti. Le imagini si formavano, si mutavano, si succedevano lucide e rapide. Rivedevo Giuliana, quale l'avevo veduta in giorni lontani, sola nel vano d'una finestra, con un libro su le ginocchia, tutta languida, pallidissima, nell'attitudine di chi sia per venir meno, mentre un'alterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passava ne' suoi occhi troppo neri.--Era stata sorpresa da colui in uno di quei languori, nella mia casa stessa, ed aveva patita la violazione in una specie d'inconsapevolezza, e risvegliandosi aveva provato orrore e disgusto dell'atto irreparabile, e aveva scacciato colui e non l'aveva più riveduto? O pure aveva consentito a recarsi in qualche luogo segreto, in un piccolo appartamento remoto, forse in una delle camere mobiliate per ove passano le sozzure di cento adulterii, e aveva ricevuto e prodigato sul medesimo guanciale tutte le carezze, non una sola volta, ma più volte, ma molti giorni di seguito, ad ore stabilite, nella sicurtà procuratale dalla mia incuranza? E rividi Giuliana d'avanti allo specchio nel giorno di novembre, la sua attitudine nell'appuntare il velo al cappello, il colore del suo abito, e poi il suo passo leggero "sul marciapiede dalla parte del sole."--Quella mattina era andata a un ritrovo forse? Io soffrivo una tortura senza nome. La smania di sapere mi torceva l'anima; le imagini fisiche mi esasperavano. Il rancore contro Giuliana diveniva più acre; e il ricordo delle voluttà recenti, il ricordo del letto nuziale di Villalilla, quel che di lei m'era rimasto nel sangue, alimentavano una cupa fiamma. Dalla sensazione che mi dava la vicinanza del corpo di Giuliana, da uno speciale tremito io m'accorsi che ero già caduto in preda alla ben nota febbre della gelosia sessuale e che per non cedere a un impeto odioso bisognava fuggire. Ma la mia volontà pareva colpita da paralisi; io non ero padrone di me. Rimanevo là, tenuto da due forze contrarie, da una repulsione e da una attrazione interamente fisiche, da una concupiscenza mista di disgusto, da un oscuro contrasto che io non potevo sedare perché si svolgeva nell'infimo della mia sostanza bruta. L'Altro, dall'istante in cui era comparso, era rimasto di continuo innanzi a me. Era Filippo Arborio? Avevo proprio indovinato? Non m'ingannavo? Mi voltai verso Giuliana all'improvviso. Ella mi guardò. La domanda repentina mi rimase strozzata nella gola. Abbassai gli occhi, piegai il capo: e, con la stessa tensione spasmodica che avrei provato nello strapparmi da una parte del corpo un lembo di carne viva, osai chiedere: --Il nome di -quell'uomo-? La mia voce era tremante e roca, e faceva male a me medesimo. Alla domanda inaspettata, Giuliana trasalì; ma tacque. --Non rispondi?--incalzai, sforzandomi di comprimere la collera che stava per invasarmi, quella collera cieca che già la notte innanzi nell'alcova era passata sul mio spirito come una raffica. --Oh mio Dio!--ella gemette angosciosamente, abbattendosi sul fianco, nascondendo la faccia in un cuscino.--Mio Dio, mio Dio! Ma io volevo sapere; io volevo strapparle la confessione ad ogni costo. --Ti ricordi--seguitai--ti ricordi tu di quella mattina che entrai nella tua stanza all'improvviso, su i primi di novembre? Ti ricordi? Entrai non so perché: perché tu cantavi. Cantavi l'aria di Orfeo. Eri quasi pronta per uscire. Ti ricordi? Io vidi un libro su la tua scrivania, l'apersi, lessi sul frontespizio una dedica.... Era un romanzo:---Il Segreto-.... Ti ricordi? Ella rimaneva abbattuta sul cuscino, senza rispondere. Mi chinai verso di lei. Tremavo d'un ribrezzo simile a quello che precede il freddo della febbre. Soggiunsi: --È forse colui? Ella non rispose, ma si sollevò con un impeto disperato. Pareva demente. Fece l'atto di gettarsi su me, poi si trattenne. --Abbi pietà! Abbi pietà!--proruppe.--Lasciami morire! Questo che tu mi fai soffrire è peggiore di qualunque morte. Tutto ho sopportato, tutto potrei sopportare; ma questo non posso, non posso.... Se io vivrò, sarà per noi un martirio di tutte l'ore, ed ogni giorno più sarà terribile. E tu mi odierai: tutto il tuo odio mi verrà sopra. Lo so, lo so. Ho già sentito l'odio nella tua voce. Abbi pietà! Lasciami prima morire! Pareva demente. Aveva il bisogno smanioso di aggrapparsi a me; e, non osando, si torceva le mani per trattenersi, con un orgasmo di tutta la persona. Ma io la presi per le braccia, l'attirai a me. --Non saprò dunque nulla?--le dissi quasi su la bocca, divenuto anch'io demente, incitato da un istinto crudele che rendeva rudi le mie mani. --T'amo, t'ho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con quest'inferno un minuto di debolezza, intendi?, -un minuto di debolezza-.... È la verità. Non senti che è la verità? Ancora un attimo lucido; e poi l'effetto d'un impulso cieco, selvaggio, inarrestabile. Ella cadde sul cuscino rovescia. Le mie labbra soffocarono il suo grido. XVII. Molte cose quella stretta violenta aveva soffocate. "Selvaggio! Selvaggio!" Io rivedevo le lacrime mute che avevano riempito a Giuliana il cavo degli occhi; riudivo il rantolo ch'ella aveva emesso nel sussulto supremo, un rantolo d'agonizzante. E mi ripassava per l'anima un'onda di quella tristezza, non somigliante a nessun'altra, che dopo l'atto m'era piombata sopra. "Ah, veramente selvaggio!" La prima suggestione del delitto non era entrata in me proprio allora? Non s'era affacciata alla mia conscienza, durante la furia, un'intenzione micidiale? E ripensavo alle amare parole di Giuliana: "Ho la vita tenace". Non la tenacità della sua vita mi pareva straordinaria ma quella dell'-altra vita- ch'ella portava dentro; e contro quella a punto io m'esasperavo, contro quella incominciavo a macchinare. Non erano ancora manifesti nella persona di Giuliana i segni esterni: l'allargamento dei fianchi, l'aumento del volume nel ventre. Ella si trovava dunque ancora ai primi mesi: forse al terzo, forse al principio del quarto. Le aderenze che univano il feto alla matrice dovevano esser deboli. L'aborto doveva essere facilissimo. Come mai le violente commozioni della giornata di Villalilla e di quella notte, gli sforzi, gli spasimi, le contratture, non l'avevano provocato? Tutto m'era avverso, tutti i casi congiuravano contro di me. E la mia ostilità diveniva più acre. Impedire che il figlio nascesse era il mio segreto proposito. Tutto l'orrore della nostra condizione veniva dalla antiveggenza di quella natività, dalla minaccia dell'intruso. Come mai Giuliana, al primo sospetto, non aveva tentato ogni mezzo per distruggere il concepimento infame? Era stata ella trattenuta da un pregiudizio, da una paura, da una ripugnanza instintiva di madre? Aveva ella un senso materno anche per il feto adulterino? E io consideravo la vita avvenire, divinata con una specie di chiaroveggenza.--Giuliana dava alla luce un maschio, unico erede del nostro antico nome. Il figliuolo non mio cresceva, incolume; usurpava l'amore di mia madre, di mio fratello; era careggiato, adorato a preferenza di Maria e di Natalia, delle mie creature. La forza dell'abitudine quietava i rimorsi in Giuliana, ed ella si abbandonava al suo sentimento materno, senza ritegno. E il figliuolo non mio cresceva protetto da lei, per le cure assidue di lei; si faceva robusto e bello; diveniva capriccioso come un piccolo despota; s'impadroniva della mia casa.--Queste visioni a poco a poco si particolarizzavano. Certe rappresentazioni fantastiche assumevano il rilievo e il movimento di una scena reale; e qualche tratto d'una tal vita fittizia s'imprimeva così forte nella mia conscienza da restarvi notato per un certo tempo con tutti i caratteri di una realtà. La figura del fanciullo era infinitamente variabile; i suoi atti, i suoi gesti erano diversissimi. Ora io me lo figuravo esile, pallido, taciturno, con una grossa testa pesante inchinata sul petto; ora tutto roseo, rotondo, gaio, loquace, pieno di vezzi e di blandizie, singolarmente amorevole verso di me, buono; ora in vece tutto nervi, bilioso, un po' felino, pieno d'intelligenza e d'istinti malvagi, duro con le sorelle, crudele verso gli animali, incapace di tenerezze, indisciplinabile. A poco a poco questa ultima figurazione si sovrappose alle altre, le eliminò permanendo, si raffermò in un tipo preciso, si animò di una intensa vita fittiva, prese perfino un nome: il nome già da tempo stabilito per l'erede mascolino, il nome di mio padre: Raimondo. Il piccolo fantasma perverso era una emanazion diretta del mio odio; aveva contro di me la stessa inimicizia che io avevo contro di lui; era un nemico, un avversario col quale stavo per impegnare la lotta. Egli era la mia vittima ed io ero la sua. Ed io non potevo sfuggirgli, egli non poteva sfuggirmi. Eravamo ambedue chiusi in un cerchio d'acciaio. I suoi occhi erano grigi come quelli di Filippo Arborio. Tra le varie espressioni del suo sguardo una mi colpiva più spesso, in una scena imaginaria che ogni tanto si ripeteva. La scena era questa:--Io entrava senza sospetto in una stanza immersa nell'ombra, piena d'un silenzio singolare. Credevo d'esser solo, là dentro. A un tratto, volgendomi, m'accorgevo della presenza di Raimondo che mi guardava fiso con i suoi occhi grigi e malvagi. M'assaliva subitamente la tentazione del delitto, così forte che, per non gittarmi sul piccolo essere malefico, fuggivo. XVIII. Il patto dunque tra me e Giuliana pareva concluso. Ella viveva. Ambedue seguitavamo a vivere simulando, dissimulando. Avevamo, come i dipsomani, due vite alterne: una tranquilla, tutta composta di dolci apparenze, di tenerezze filiali, di affetti puri, di atti benigni; l'altra agitata, febrile, torbida, incerta, senza speranza, dominata dall'idea fissa, incalzata sempre da una minaccia, precipitante verso una catastrofe ignota. Io avevo qualche raro momento in cui l'anima, sfuggendo all'assedio di tante cattive cose, liberandosi dal male che la avvolgeva come di mille tentacoli, si slanciava con un grande anelito verso l'alto ideale di bontà più volte intraveduto. Mi tornavano alla memoria le singolari parole da mio fratello dette sul limite del bosco d'Assoro, riguardanti Giovanni di Scòrdio: "-Farai bene, Tullio, a non dimenticare quel sorriso.-" E quel sorriso su la bocca appassita del vecchio prendeva un significato profondo, diventava straordinariamente luminoso, m'esaltava come la rivelazione d'una suprema verità. Quasi sempre, in quei rari momenti, un altro sorriso mi riappariva; quello di Giuliana ancora inferma sui guanciali, il sorriso impreveduto che "s'attenuava, s'attenuava senza estinguersi." E il ricordo del lontano pomeriggio quieto in cui avevo inebriato d'un'ebrezza ingannevole la povera convalescente dalle mani così bianche; il ricordo della mattina in cui ella s'era levata per la prima volta e a mezzo della stanza m'era caduta fra le braccia ridendo e ansando; il ricordo del gesto veramente divino con cui ella m'aveva offerto l'amore, l'indulgenza, la pace, il bisogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone, mi davano rimpianti e rimorsi senza fine disperati. La dolce e terribile domanda che Andrea Bolkonsky aveva letto sul viso estinto della principessa Lisa, io la leggevo di continuo sul viso ancor vivente di Giuliana: "Che avete fatto di me?" Nessun rimprovero era uscito dalla sua bocca; per diminuire la gravità della sua colpa ella non aveva saputo rinfacciarmi nessuna delle mie infamie, ella era stata umile d'innanzi al suo carnefice, non una stilla di amaro aveva inasprito le sue parole; e pure i suoi occhi mi ripetevano: "Che hai tu fatto di me?" Uno strano ardore di sacrificio m'infiammava subitamente, mi spingeva ad abbracciare la mia croce. La grandezza dell'espiazione mi pareva degna del mio coraggio. Mi sentivo una sovrabbondanza di forze, l'anima eroica, l'intelletto illuminato. Andando verso la -sorella- dolorosa, io pensavo: "Troverò la buona parola per consolarla, troverò l'accento fraterno per mitigare il suo dolore, per rialzare la sua fronte." Ma, giunto alla presenza di lei, non parlavo più. Le mie labbra parevano premute da un suggello infrangibile; tutto il mio essere pareva colpito da un malefizio. La luce interiore si spengeva a un tratto, come per un soffio gelido, d'ignota origine. E nella oscurità incominciava a muoversi vagamente, quel sordo rancore che io già troppo conoscevo e non potevo reprimere. Era l'indizio d'un accesso. Balbettavo qualche parola, smarrito, evitando di guardare Giuliana negli occhi; e andavo via, fuggivo. Più d'una volta rimasi. Perdutamente, quando l'orgasmo diventava insostenibile, io cercavo la bocca di Giuliana; ed erano baci prolungati fino alla soffocazione, erano strette quasi rabbiose, che ci lasciavano più affranti, più tristi, divisi da un abisso più cupo, avviliti da una macchia di più. "Selvaggio! Selvaggio!" Un'intenzione micidiale era in fondo a quelli impeti, un'intenzione che non osavo confessare a me stesso.--Se una volta alfine le contratture dello spasmo, in una di quelle strette, avessero distaccato dalla matrice il germe tenace!--Io non consideravo il mortale pericolo a cui esponevo Giuliana. Era evidente che, se un caso simile fosse avvenuto, la vita della madre avrebbe corso un grave rischio. E bene io da prima, nella mia demenza, non pensai se non alla probabilità di distruggere il figlio. Soltanto più tardi considerai che l'una vita era schiava dell'altra e che con i miei folli tentativi insidiavo l'una e l'altra insieme. Giuliana in fatti, che forse sospettava di quali elementi ignobili si formasse il mio desiderio, non mi resisteva. Le mute lacrime dell'anima calpestata non più le riempivano il cavo degli occhi. Ella rispondeva al mio ardore con un ardore quasi lugubre. Veramente ella aveva talvolta "sudori d'agonizzante e aspetti di cadavere", che mi atterrivano. E una volta mi gridò, fuori di sé, con la voce soffocata: --Sì, sì, uccidimi! Compresi. Ella sperava la morte, l'aspettava da me. XIX Era incredibile la sua forza nel dissimulare, alla presenza degli inconsapevoli. Ella riusciva ancora a sorridere! I noti timori per la salute di lei mi davano modo di giustificare certe tristezze che non sapevo nascondere. Tali timori a punto, comuni a mia madre e a mio fratello, facevano sì che nella casa la nuova concezione non fosse festeggiata come le altre e fossero evitati i soliti pronostici ed ogni discorso allusivo. Ed era fortuna. Ma giunse finalmente alla Badiola il dottor Vebesti. La sua visita fu rassicurante. Egli trovò Giuliana molto indebolita, osservò in lei qualche disordine nervoso, l'impoverimento del sangue, un disturbo nutritivo generale dell'organismo; ma affermò che il processo della gravidanza non presentava anomalie notevoli e che, migliorate le condizioni generali, anche il processo del parto avrebbe potuto compiersi regolarmente. Inoltre egli mostrò di confidar molto nella tempra eccezionale di Giuliana, dalla quale anche pel passato aveva avuto prove straordinarie di resistenza. Ordinò una cura igienica e dietetica atta a ricostituirla, approvò il soggiorno alla Badiola, raccomandò il metodo, l'esercizio moderato, la tranquillità di spirito. --Conto specialmente su voi--mi disse, con serietà. Io rimasi deluso. Avevo riposta in lui una speranza di salvezza ed ecco, la perdevo. Prima del suo arrivo, avevo sperato: "Se dichiarasse necessario, per guarentire la madre, sacrificare il figlio ancora informe e non vitale! Se dichiarasse necessario provocare ad arte l'aborto per evitare la catastrofe sicura all'epoca della maturità!... Giuliana sarebbe salva, guarirebbe; ed io anche sarei salvo, mi sentirei rinascere. Credo che potrei quasi dimenticare, o, almeno, rassegnarmi. Il tempo chiude tante piaghe e il lavoro consola di tante tristezze. Credo che potrei conquistare la pace, a poco a poco, ed emendarmi, seguire l'esempio di mio fratello, diventar migliore, diventare un Uomo, vivere per gli altri, abbracciare la religione nuova. Credo che potrei ritrovare in questo stesso dolore la mia dignità.--L'uomo a cui è dato soffrire più degli altri, è -degno- di soffrire più degli altri.--Non è un versetto del vangelo di mio fratello? C'è dunque una elezione di dolore. Giovanni di Scòrdio, per esempio, è un eletto. Chi possiede quel sorriso possiede un dono divino. Credo che potrei meritare quel dono...." Avevo sperato. Contraddicendo al mio fervore espiatorio, avevo sperato in una diminuzione di pena! In fatto, volendo rigenerarmi nella sofferenza, avevo paura di soffrire: un'atroce paura d'affrontare il vero dolore. La mia anima era già sfinita; e, pur avendo intraveduta la grande via ed essendo agitata da aspirazioni cristiane, si metteva per un sentiero obliquo in fondo al quale era l'abisso inevitabile. Parlando col dottore, mostrando un po' d'incredulità per le sue previsioni rassicuranti, mostrando qualche inquietudine, io trovai il modo di esporgli il mio pensiero. Gli feci intendere che desideravo allontanato per Giuliana il pericolo a qualunque costo e che, se fosse stato necessario, avrei rinunziato al terzogenito senza rammarico. Lo pregai di non nascondermi nulla. Egli di nuovo mi rassicurò. Mi dichiarò che, anche in un caso disperato, non avrebbe ricorso all'aborto perché nelle condizioni in cui trovavasi Giuliana, una emorragia sarebbe stata perniciosissima. Mi ripetè che bisognava anzi tutto promuovere e sostenere la rigenerazione del sangue, ricostruire l'organismo infiacchito, cercare con ogni mezzo che l'incinta giungesse all'epoca del parto restaurata di forze, fiduciosa, tranquilla. Soggiunse: --Credo che la signora abbia specialmente bisogno di consolazioni morali. Io sono un vecchio amico. So che ella ha molto sofferto. Voi potrete sollevarla. XX. Mia madre rianimata moltiplicò verso Giuliana le sue tenerezze. Manifestò il suo caro sogno e il suo presentimento. Ella aspettava il nipote, il piccolo Raimondo. Era -sicura-, questa volta. Mio fratello anche aspettava Raimondo. Maria e Natalia rivolgevano spesso a me, alla madre, alla nonna, domande ingenue e graziose sul compagno futuro. Così con presagi, con augurii, con speranze l'amor familiare incominciava ad avvolgere il frutto invisibile, l'essere ancora informe. E i fianchi di Giuliana incominciavano ad ingrossarsi. Un giorno eravamo rimasti io e Giuliana seduti sotto gli olmi. Mia madre ci aveva lasciati da poco. Nei suoi discorsi affettuosi ella aveva nominato Raimondo; aveva anzi rinnovato il diminutivo: Mondino, richiamando lontanissimi ricordi di mio padre morto. Io e Giuliana le avevamo sorriso. Ella aveva creduto che il suo sogno fosse il nostro sogno. Ci aveva lasciati là perché continuassimo a sognare. Era l'ora che segue lo scomparire del sole, un'ora lucida e calma. I fogliami sul nostro capo non si movevano. A quando a quando uno stormo di rondini veemente fendeva l'aria con un rombo d'ali, con uno scoppio di gridi come a Villalilla. Seguimmo con gli occhi la santa finché disparve. Allora ci guardammo, in silenzio, costernati. Rimanemmo in silenzio per qualche tempo, oppressi dall'immensità della nostra tristezza. E io, con una terribile intensione di tutto il mio essere, astraendo da Giuliana, sentii vivere accanto a me la creatura isolata come se null'altro in quel momento vivesse accanto a me, null'altro. E non fu una sensazione illusoria ma reale e profonda. Fu un raccapriccio che mi pervase tutte le fibre. Sussultai forte; e levai di nuovo lo sguardo al viso della mia compagna, per dissipare quella sensazione d'orrore. Ci guardammo, perduti, non sapendo che dire, che fare contro l'eccesso dello spasimo. E io vedevo nel viso di lei riflessa la mia angoscia, indovinavo il mio aspetto. E, poiché i miei occhi andarono istintivamente al grembo, come li rialzai scorsi nel viso di lei quell'espressione di terror panico che hanno gli infermi d'una infermità mostruosa quando qualcuno osserva la parte difformata dal male incurabile. Ella disse, a voce bassa, dopo un intervallo in cui ambedue avevamo tentato di misurare la nostra pena e non avevamo trovato un termine; ella disse: --Hai tu pensato che questo potrebbe durare tutta la vita? Io non aprii le labbra; ma la risposta sonò dentro di me risoluta: "No, questo non durerà." Ella soggiunse: --Ricordati che con una parola tu puoi troncare ogni cosa, liberarti. Io sono pronta. Ricordatene. Ancora tacqui; ma pensai: "Non tu devi morire." Ella soggiunse, con una voce che tremava di desolata tenerezza: --Io non posso consolarti! Non c'è consolazione per te né per me; non ci potrà essere mai.... Hai tu pensato che -qualcuno- starà sempre fra noi due? Se il vóto di tua madre fosse esaudito.... Pensa! Pensa! Ma la mia anima fremeva sotto il balenio sinistro d'un solo pensiero. Io dissi: --Tutti già l'amano. Esitai. Guardai Giuliana rapidamente. Riabbassando subito le palpebre, chinando il capo, le chiesi con una voce che mi si spense fra le labbra: --L'ami tu? --Ah, che mi domandi! Non potei non insistere, se bene soffrissi fisicamente come per riconficcare l'unghia in una lacerazione viva. --L'ami? --No no. L'ho in orrore. Ebbi un moto istintivo di gioia come se per quella confessione avessi ottenuto il consenso al mio pensiero segreto e quasi la complicità. Ma aveva ella risposto il vero? O aveva mentito per misericordia di me? M'assalì una cruda smania d'insistere ancora, di costringerla a una confessione lunga ed intera, di penetrarla bene a dentro. Ma il suo aspetto mi trattenne. Rinunziai. Mi sentivo ora disacerbato verso di lei, benché ella portasse dentro di sé la vita su cui pendeva la mia condanna. Inclinavo ora verso di lei con un sentimento di gratitudine. Mi pareva che quell'orrore, da lei confessato con un fremito, la distaccasse dalla creatura che ella nutriva e la ravvicinasse a me. E provavo il bisogno di farle intendere queste cose, di aumentare in lei l'avversione contro il nascituro come contro un nemico d'entrambi inconciliabile. Io le presi una mano; le dissi: --Tu mi sollevi un poco. Ti son grato. Tu intendi.... Soggiunsi, mascherando di speranza cristiana la mia intenzione micidiale: --C'è una Provvidenza. Chi sa! Ci può essere per noi una liberazione.... Tu intendi quale. Chi sa! Prega Iddio. Era un augurio di morte al nascituro; era un vóto. E, inducendo Giuliana a pregare Iddio che l'esaudisse, io la preparavo all'avvenimento funebre, ottenevo da lei una specie di complicità spirituale. Perfino pensai: "Se, dopo le mie parole, entrasse in lei la suggestione del delitto e divenisse a poco a poco tanto forte da trascinarla!... Certo, ella potrebbe convincersi della terribile necessità, esaltarsi al pensiero di liberarmi, avere un impeto di energia selvaggia, compiere il sacrifizio estremo. Non ha ripetuto anche dianzi che ella è pronta sempre a morire? La sua morte implica la morte del fanciullo. Ella dunque non è trattenuta da un pregiudizio religioso, dalla paura del peccato; perché, essendo disposta a morire, ella è disposta a commettere un delitto duplice, contro sè stessa e contro il frutto del suo ventre. Ma ella è convinta che la sua esistenza è utile su la terra, anzi necessaria, alle persone che l'amano e ch'ella ama; ed è convinta che l'esistenza del figliuolo non mio renderà la nostra vita un supplizio insostenibile. Anche sa che noi potremmo ricongiungerci, che potremmo forse nel perdono e nell'oblio ritrovare qualche dolcezza, che potremmo sperare dal tempo la guarigione della piaga, se tra me e lei non si levasse l'intruso. Basterebbe dunque che ella considerasse queste cose perché un vóto inutile, una preghiera inefficace si mutassero a un tratto in un proposito e in un'azione." Pensavo; ed ella anche taceva e pensava, a capo chino, tenendo ancora la sua mano nella mia, mentre cadeva su noi l'ombra dai grandi olmi immobili. Che pensava ella? La sua fronte era pur sempre tenue e pallida come un'ostia. Cadeva forse su lei un'altra ombra, oltre quella della sera? Io vedevo Raimondo: non più in forma del fanciullo perverso e felino dagli occhi grigi ma in forma d'un corpicciuolo rossiccio e molle, a pena a pena respirante, che una lieve pressione poteva far morire. La campana della Badiola diede il primo tocco dell'-Angelus-. Giuliana ritrasse la sua mano dalla mia; e si fece il segno della croce. XXI. Passato il quarto mese, passato il quinto, la gravidanza si svolgeva rapidamente. La figura di Giuliana, alta, snella e flessibile, s'ingrossava, si difformava come quella d'una idropica. Ella n'era umiliata, innanzi a me, come d'una infermità vergognosa. Un'acuta sofferenza appariva nel suo volto, quando ella sorprendeva i miei occhi fissi sul suo ventre gonfio. Io mi sentivo sfinito, incapace di trascinare più oltre il peso di quell'esistenza miserabile. Ogni mattina, veramente, quando aprivo gli occhi dopo un sonno agitato, era come se qualcuno mi presentasse una coppa profonda, dicendomi: "Se tu vuoi bere, oggi, se tu vuoi vivere, bisogna che tu sprema qui dentro, fino all'ultima goccia, il sangue del tuo cuore." Una ripugnanza, un disgusto, un ribrezzo indefinibili mi salivano dall'intimo dell'essere, a ogni risveglio. E, intanto, bisognava vivere! I giorni erano d'una lentezza crudele. Il tempo non fluiva ma stillava, pigro e pesante. E avevo ancora d'innanzi a me l'estate, una parte dell'autunno, una eternità. Mi sforzavo di seguire mio fratello, d'aiutarlo nella grande opera agraria ch'egli aveva intrapreso, d'infiammarmi alla sua fede. Rimanevo a cavallo intere giornate come un buttero; mi stancavo in un lavoro manuale, in qualche bisogna facile e monotona; cercavo di ottundere l'acuità della mia conscienza stando a contatto con la gente della gleba, con gli uomini semplici e diritti, con quelli in cui poche norme morali ereditate compivano le loro funzioni naturalmente come gli organi del corpo. Più d'una volta visitai Giovanni di Scòrdio, il santo solitario; e volli udire la sua voce, volli interrogarlo su le sue sciagure, volli rivedere i suoi occhi tanto tristi e il suo sorriso tanto dolce. Ma egli era taciturno, un poco timido verso di me; rispondeva a pena qualche parola vaga, non amava parlare di sé, non amava lamentarsi, non interrompeva il lavoro a cui era intento. Le sue mani ossute, asciutte, brune, che parevano fuse in un bronzo animato, non si fermavano mai, non conoscevano forse la stanchezza. Un giorno esclamai: --Ma quando si riposeranno le tue mani? L'uomo probo se le guardò, sorridendo; ne considerò il dorso e il cavo, rivolgendole prone e poi supine al sole. Quello sguardo, quel sorriso, quel sole, quel gesto conferivano a quelle grosse mani incallite una nobiltà sovrana. Incallite su gli strumenti dell'agricoltura, santificate dal bene che avevano sparso, dalla vasta opera che avevano fornita, ora quelle mani erano degne di portare la palma. Il vecchio le incrociò sul suo petto, secondo l'uso mortuario cristiano; e rispose, pur sempre sorridendo: --Fra poco, signore, se Dio vorrà. Quando me le metteranno così, nella cassa. Così sia. XXII. Tutti i rimedi erano vani. Il lavoro non mi giovava, non mi consolava; perché era eccessivo, ineguale, disordinato, febrile, interrotto spesso da periodi d'inerzia invincibile, d'abbattimento, d'aridità. Mio fratello ammoniva: --Non è questa la regola. Tu consumi in una settimana l'energia di sei mesi; poi ti lasci ricadere nell'indolenza; poi di nuovo ti getti alla fatica, senza ritegno. Non è questa la regola. Bisogna che la nostra opera sia calma, concorde, armonica, per essere efficace. Intendi? Bisogna che noi ci prescriviamo un metodo. Ma già tu hai il difetto di tutti i novizii: un eccesso di ardore. Ti calmerai, in seguito. Mio fratello diceva: --Tu non hai ancora trovato l'equilibrio. Tu non ti senti ancora sotto i piedi -la terra ferma-. Non temere di nulla. O prima o poi tu potrai afferrare la tua legge. Questo t'accadrà all'improvviso, inaspettatamente, nel tempo. Anche diceva: --Giuliana questa volta, certo, ti darà un erede: Raimondo. Io ho già pensato al patrino. Tuo figlio sarà tenuto a battesimo da Giovanni di Scòrdio. Non potrebbe avere un patrino più degno. Giovanni gli infonderà la bontà e la forza. Quando Raimondo potrà comprendere, noi gli parleremo di questo gran vecchio. E tuo figlio sarà quel che noi non abbiamo potuto e saputo essere. Egli tornava spesso su l'argomento; nominava spesso Raimondo; augurava che il nascituro incarnasse l'ideal tipo umano da lui meditato, l'Esemplare. Non sapeva che ognuna delle sue parole era per me una fitta e rendeva più acre il mio odio e più violenta la mia disperazione. Inconsapevoli, tutti congiuravano contro di me, tutti facevano a gara nel ferirmi. Quando mi avvicinavo a qualcuno dei miei, mi sentivo ansioso e pauroso come se fossi costretto a rimanere al fianco d'una persona che, avendo tra le mani armi terribili, non ne conoscesse l'uso e la terribilità. Stavo in continua attesa d'un colpo. Dovevo cercare la solitudine, fuggire lontano da tutti, per avere un po' di tregua; ma nella solitudine mi ritrovavo a faccia a faccia col mio nemico peggiore: con me medesimo. Mi sentivo segretamente perire; mi pareva di perdere la vita da tutti i pori. Si riproducevano in me talvolta sofferenze appartenute al periodo più oscuro del mio passato omai remotissimo. Non altro conservavo in me talvolta se non il sentimento della mia esistenza isolata tra i fantasmi inerti di tutte le cose. Per lunghe ore non altro sentivo se non la fissità grave, schiacciante, della vita e il piccolo battito di un'arteria nella mia testa. Poi sopravvenivano le ironie, i sarcasmi contro me stesso, improvvise smanie di demolire e di distruggere, derisioni spietate, malignità feroci, un fermento acre del fecciume più basso. Mi pareva di non saper più che cosa fossero indulgenza, misericordia, tenerezza, bontà. Tutte le buone sorgenti interiori si chiudevano, s'inaridivano, come fonti colpite di maledizione. E allora in Giuliana non vedevo più se non il fatto brutale, il ventre gonfio, l'effetto dell'escrezione d'un altro maschio; non vedevo in me se non il ridicolo, il marito gabbato, lo stupido eroe sentimentale d'un cattivo romanzo. Il sarcasmo ulteriore non risparmiava nessuno dei miei atti, nessuno degli atti di Giuliana. Il dramma si mutava per me in una comedia amara e beffarda. Nulla più mi riteneva; tutti i legami si spezzavano; avveniva un distacco violento. E io pensavo: "Perché rimaner qui a recitare questa parte odiosa? Me ne andrò, tornerò al mondo, alla vita di prima, alla licenza. Mi stordirò, mi perderò. Che importa? Non voglio essere se non quel che sono: fango nel fango. Puah!" XXIII. In uno di tali accessi risolsi di lasciare la Badiola, di partire per Roma, di andare alla ventura. Mi si offriva il pretesto. Non prevedendo un'assenza tanto lunga, noi avevamo lasciata la casa in condizioni provvisorie. Bisognava dare assetto a molte cose; bisognava disporre tutto in modo che la nostra assenza potesse prolungarsi fuor d'un termine fisso. Annunziai la mia partenza. Persuasi di questa necessità mia madre, mio fratello, Giuliana. Promisi di sbrigarmi in pochi giorni. Mi preparai. Alla vigilia, la sera, tardi, mentre chiudevo una valigia, udii battere all'uscio della camera. Gridai: --Avanti! Vidi entrare Giuliana, sorpreso. --Oh, sei tu? Le mossi incontro. Ella ansava un poco, forse affaticata dalle scale. La feci sedere. Le offersi una tazza di tè freddo con un sottile disco di limone, una bevanda a lei grata un tempo, che era pronta por me. Ella vi bagnò a pena le labbra e me la rese. I suoi occhi rivelavano l'inquietudine. Disse al fine, timidamente: --Dunque parti? --Sì--io risposi--domattina, come sai. Seguì un intervallo di silenzio, lungo. Dalle finestre aperte entrava una frescura deliziosa; su i davanzali batteva la luna piena; giungeva il canto corale dei grilli, simile al suono d'un flauto un po' roco e indefinitamente lontano. Ella mi domandò, con la voce alterata: --Quando tornerai? Dimmi la verità. ---Non so---risposi. Seguì un'altra pausa. Il vento leggero ricorreva a volta a volta, e le tende si gonfiavano. Ogni àsolo recava nella stanza, fino a noi, la voluttà della notte d'estate. --Mi abbandoni? Nella sua voce era uno scoramento così profondo che i nodi aspri dentro di me si sciolsero a un tratto; e il rammarico e la pietà mi invasero. --No--risposi--non temere, Giuliana. Ma ho bisogno di una tregua. Non ne posso più. Ho bisogno d'un respiro. Ella disse: --Hai ragione. --Credo che tornerò presto, come ho promesso. Ti scriverò. Anche tu, forse, non vedendomi soffrire, avrai un sollievo. Ella disse: --Nessun sollievo mai. Un pianto soffocato tremava nelle sue parole. Ella soggiunse a un tratto, con un accento di lacerante angoscia: --Tullio, Tullio, dimmi la verità. Mi odii? Dimmi la verità! Ella m'interrogava con gli occhi, assai più angosciosi delle sue parole. Parve fissare in me per un istante la sua stessa anima. E quei poveri occhi dilatati, quella fronte così pura, quella bocca convulsa, quel mento smagrito, tutto quel tenue viso dolente a contrasto con la difformità inferiore ignominiosa, e quelle mani, quelle tenui mani dolenti che si tendevano verso di me con un gesto supplichevole, mi fecero pena come non mai, e m'impietosirono e m'intenerirono. --Credimi, Giuliana, credimi per sempre. Non ho nessun rancore contro di te, non ne avrò mai. Non dimentico che ti debbo il contraccambio; non dimentico nulla. Non ne hai già le prove? Rassicurati. Pensa ora a -liberarti-. E poi.... chi sa! Ma, in qualunque caso, io non ti mancherò, Giuliana. Ora lascia che io parta. Forse qualche giorno di lontananza mi farà bene. Tornerò calmato. Sarà necessaria molta calma, poi. Tu avrai bisogno di tutto il mio aiuto.... Ella disse: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000