Il cuore mi batteva con tal veemenza, che non potevo parlare di seguito. --Ah, dunque, Natalia è rimasta nel letto della madre.... --Sì, signore. --E Maria.... Andiamo a vedere Maria. La commozione mi soffocava. Giuliana per quella notte era salva! Non era possibile ch'ella pensasse a morire in quella notte, avendo la bambina al suo fianco. Per miracolo, il tenero capriccio di Natalia aveva salvato la madre. "Benedetta! Benedetta!" Prima di guardare Maria addormentata, io guardai il piccolo letto vuoto dov'era rimasto un piccolo solco. Strane voglie mi venivano, di baciare il guanciale, di sentire se il solco fosse ancora tiepido. La presenza di Edith mi teneva in disagio. Mi volsi a Maria, mi chinai trattenendo il respiro, la contemplai a lungo, ricercai a una a una le note somiglianze ch'ella aveva con me, quasi numerai le vene tenui che le trasparivano nella tempia, nella guancia, nella gola. Dormiva sul fianco, tenendo la testa abbandonata in dietro così che tutta la gola rimaneva scoperta sotto il mento alzato. I denti, minuti come grani di riso mondi, lucevano nella bocca socchiusa. I cigli, lunghi come quelli della madre, spandevano dal cavo degli occhi un'ombra che toccava il sommo delle gote. Una gracilità di fiore prezioso, una finezza estrema distinguevano quella forma infantile in cui io -sentivo- fluire il mio sangue assottigliato. Quando mai, da che le due creature vivevano, quando mai avevo provato per loro un sentimento così profondo, così dolce e così triste? Mi tolsi di là a fatica. Avrei voluto sedermi tra i due piccoli letti e riposare il capo su la sponda di quello vuoto, aspettando il -domani-. --Buona notte, Edith,--dissi uscendo; e la mia voce tremava d'un tremito diverso. Come giunsi alla mia stanza, di nuovo mi gittai bocconi sul letto. E ruppi alfine in singhiozzi, perdutamente. XII. Quando mi svegliai dal sonno greve e quasi direi brutale che a una certa ora della notte m'era piombato sopra di schianto, durai fatica a ricuperare la nozione esatta della realtà. Dopo un poco, al mio spirito scevro dalle eccitazioni notturne, la realtà si presentò fredda, nuda, incommutabile. Che erano le angosce recenti al paragone dello sgomento che allora m'invase?--Bisognava vivere! Ed era come se qualcuno mi presentasse una coppa profonda, dicendomi: "Se tu vuoi bere, oggi, se tu vuoi vivere, bisogna che tu sprema qui dentro, fino all'ultima goccia, il sangue del tuo cuore." Una ripugnanza, un disgusto, un ribrezzo indefinibili mi salirono dall'intimo dell'essere. E, intanto, bisognava vivere, bisognava accettare anche in quel mattino la vita! E bisognava, sopra tutto, -agire!- Il confronto ch'io feci dentro di me, tra quel risveglio reale e il risveglio sognato e sperato a Villalilla il giorno innanzi, aumentò la mia insofferenza. Pensai: "È impossibile che io accetti un tale stato; è impossibile che io mi levi, che io mi vesta, che io esca di qui, che io riveda Giuliana, che io le parli, che io seguiti a dissimulare innanzi a mia madre, che io aspetti l'ora opportuna per un colloquio definitivo, che in quel colloquio io stabilisca le condizioni della nostra esistenza avvenire. È impossibile. E allora? La distruzione assoluta istantanea di tutto ciò che in me soffre.... Liberarmi, sfuggire.... -Non c'è altro.-" E, considerando la facilità della cosa, imaginando l'azione rapida, lo scatto dell'arma, l'effetto immediato del piombo, l'oscurità consecutiva, io provai in tutto il corpo una tensione particolare, angosciosa e pur mista d'un senso di sollievo, quasi di dolcezza. "-Non c'è altro.-" E, benché l'ansia di sapere mi agitasse, pensai con sollievo che non avrei saputo più nulla di nulla, che quella stessa ansia sarebbe d'un tratto cessata, che tutto in somma avrebbe avuto fine. Udii battere alla porta. E la voce di mio fratello gridò: --Tullio, non ti sei ancora levato? Sono le nove. Posso entrare? --Entra, Federico. Egli entrò. --Sai che è tardi? Sono passate le nove.... --Mi sono addormentato tardi, ed ero stanchissimo. --Come stai? --Così.... --La mamma è levata. M'ha detto che Giuliana sta a bastanza bene. Vuoi che t'apra la finestra? È una mattinata stupenda. Spalancò la finestra. Un flutto d'aria fresca, inondò la stanza; le tende si gonfiarono come due vele; apparve nel vano l'azzurro. --Vedi? La luce viva scoprì forse nel mio volto i segni dello strazio perché egli soggiunse: --Ma anche tu stanotte ti sei sentito male? --Credo d'aver avuto qualche po' di febbre. Federico mi guardava con i suoi limpidi occhi glauchi; e in quel momento mi parve di avere su l'anima tutto il peso delle menzogne e delle dissimulazioni future. Oh, s'egli avesse saputo! Ma, come sempre, la sua presenza fugò da me la viltà che già mi teneva. Una energia fittizia, come dopo un sorso di cordiale, mi rialzò. Pensai: "In che modo si condurrebbe egli nel mio caso?" Il mio passato, la mia educazione, l'essenza stessa della mia natura contrastavano qualunque riscontro probabile; però questo al meno era certo:--in caso di sciagura, simile o dissimile, egli si sarebbe condotto da uomo forte e caritatevole, avrebbe affrontato il dolore eroicamente, avrebbe preferito al sacrificio degli altri il sacrificio di sé. --Fammi sentire....--disse, accostandosi. E mi toccò la fronte con la palma della mano, mi prese il polso. --Ora sei libero, mi sembra. Ma che polso ineguale! --Lasciami levare, Federico, che è tardi. --Oggi, dopo mezzogiorno, vado al bosco d'Assòro. Se tu vuoi venire, faccio sellare per te Orlando. Ti ricordi tu del bosco? Peccato che Giuliana non stia bene! Altrimenti, condurremmo anche lei.... Vedrebbe le carbonare accese. Quando nominava Giuliana, pareva che la sua voce divenisse più affettuosa, più dolce, quasi direi più fraterna. Oh, s'egli avesse saputo! --Addio, Tullio. Vado a lavorare. Quando comincerai ad aiutarmi? --Oggi stesso, domani, quando vorrai. Egli si mise a ridere. --Che ardore! Basta: ti vedrò alla prova. Addio, Tullio. Ed uscì con quel suo passo alacre e franco, poiché lo sollecitava di continuo l'esortazione inscritta nel quadrante solare:---Hora est benefaciendi-. XIII. Erano le dieci quando io uscii. La gran luce di quel mattino d'aprile, che inondava la Badiola per le finestre e per i balconi spalancati, m'intimidiva. Come portare la maschera sotto quella luce? Cercai di mia madre, prima d'entrare nelle stanze di Giuliana. --Ti sei levato tardi--ella disse, vedendomi. --Come stai! --Bene. --Sei pallido. --Credo d'aver avuto un po' di febbre, stanotte, ma ora sto bene. --Hai veduta Giuliana? --Non ancora. --Ha voluto levarsi, quella benedetta figliuola! Dice che non si sente più nulla; ma ha un viso.... --Vado da lei. --E bisogna che tu non trascuri di scrivere al dottore. Non dar retta a Giuliana. Scrivi oggi stesso. --Tu le hai detto.... che io -so-? --Sì, le ho detto che tu -sai-. --Vado, mamma. La lasciai d'avanti ai suoi grandi armarii di noce, profumati d'ireos, dove due donne accumulavano la bella biancheria di bucato, l'opulenza di Casa Hermil. Maria, nella sala del pianoforte, prendeva la lezione da miss Edith; e le scale cromatiche si succedevano rapide ed eguali. Passava Pietro, il più fedele dei servitori, canuto, un po' curvo, portando un vassoio pieno di cristalli che tintinnivano poiché le braccia tremavano di vecchiaia. Tutta la Badiola, inondata d'aria e di luce, aveva un aspetto di letizia tranquilla. V'era non so qual sentimento di bontà diffuso per ogni dove: qualche cosa come il sorriso tenue e inestinguibile dei Lari. Mai quel sentimento, quel sorriso m'avevano penetrata l'anima così a dentro. Tanta pace, tanta bontà circondavano l'ignobile segreto che io e Giuliana dovevamo custodire in noi senza morirne. "Ed ora?" pensai, al colmo dell'angoscia, girando per l'andito come un estraneo smarrito, non potendo dirigere il mio passo verso il luogo temuto, quasi che il mio corpo si rifiutasse d'obedire all'impulso della volontà, "Ed ora? Ella sa che io conosco il vero. Tra noi due ogni dissimulazione è omai inutile. Ed è necessario che noi ci guardiamo in faccia, che noi parliamo della cosa tremenda. Ma non è possibile che questo duello avvenga stamani. Le conseguenze sono imprevedibili. Ed è necessario, ora più che mai, è necessario che nessuno dei nostri atti apparisca singolare, inesplicabile a mia madre, a mio fratello, a qualunque persona di questa casa. Il mio turbamento di iersera, le mie inquietudini, le mie tristezze si possono spiegare con la preoccupazione del pericolo a cui Giuliana va incontro essendo incinta; ma logicamente, agli occhi altrui, questa preoccupazione deve rendermi verso di lei più tenero, più sollecito, più premuroso che mai. La mia prudenza oggi dev'essere estrema. Bisogna che io eviti ad ogni costo una scena tra me e Giuliana, oggi. Bisogna che io sfugga l'occasione di rimaner solo con lei, oggi. Ma bisogna anche ch'io trovi subito il modo di farle comprendere il sentimento che determina queste mie attitudini verso di lei, il proposito che regola la mia condotta. E se ella persistesse nella volontà di uccidersi? Se ella avesse soltanto differita di qualche ora l'esecuzione? Se ella stesse già aspettando l'opportunità?" Questo timore troncò gli indugi e mi spinse ad agire. Somigliavo quei soldati orientali che erano spinti alla battaglia a colpi di frusta. Mi diressi verso la sala del pianoforte. Vedendomi, Maria interruppe i suoi esercizi e corse a me tutta leggera e allegra, come a un liberatore. Ella aveva la grazia, l'agilità, la leggerezza delle creature alate. La sollevai tra le mie braccia per baciarla. --Mi porti con te?--mi chiese ella.--Sono stanca. È un'ora che miss Edith mi tiene qui.... Non ne posso più. Portami con te, fuori! -Let us take a walk before breakfast.- --Dove? ---Where you please, it is the same to me.- --Ma andiamo prima dalla mamma.... --Eh, ieri voi ve n'andaste a Villalilla e noi rimanemmo alla Badiola. Fosti tu, proprio tu, che non volesti condurci; perché la mamma voleva. Cattivo! -We should like to go there. Tell me how you amused yourselves....- Ella cantava come un uccello, in quella lingua non sua, deliziosamente. Quel cinguettio non intermesso accompagnava la mia ansietà, mentre andavamo verso le stanze di Giuliana. Poiché io esitavo, Maria battè alla porta chiamando: --Mamma! Giuliana aprì, ella medesima, non sospettando la mia presenza. Mi vide. Sussultò forte come se avesse veduto un fantasma, uno spettro, qualche cosa di terrifico. --Sei tu?--balbettò, tanto piano che a pena l'udii, mentre le labbra nel muoversi le si scoloravano: divenuta a un tratto, dopo il sussulto, più rigida di un'erma. E ci guardammo, là, su la soglia; ci fissammo; fissammo per un istante l'uno su l'altra la nostra stessa anima. Tutto disparve in torno; tutto fra noi due fu detto, fu compreso, fu risoluto, in un istante. Dopo, che avvenne? Non so bene, non ricordo bene. Ricordo che per qualche tempo ebbi di ciò che avveniva una conscienza quasi direi intermittente, come per una successione di brevi eclissi. Era, credo, un fenomeno simile in parte a quello prodotto dall'indebolimento dell'attenzione volontaria in certi infermi. Smarrivo la facoltà dell'attenzione: non vedevo, non udivo, non afferravo più il senso delle parole, non comprendevo più. Poi, dopo un poco, ricuperavo quella facoltà, esaminavo d'intorno a me le cose e le persone, ridiventavo attento e consciente. Giuliana era seduta; aveva Natalia su le ginocchia. Anch'io ero seduto. E Maria andava da lei a me e da me a lei, con una mobilità continua, parlando senza posa, incitando la sorella, rivolgendoci una quantità di domande a cui non rispondevamo se non con qualche cenno del capo. Quel favellìo vivace riempiva il nostro silenzio. In uno dei frammenti che io udii, Maria diceva alla sorella: --Ah, tu hai dormito con la mamma, stanotte. È vero? E Natalia: --Sì, perché io sono piccola. --Ah, ma la notte che viene, sai, tocca a me. È vero, mamma? Prendi me nel tuo letto, la notte che viene.... Giuliana taceva, non sorrideva, assorta. Poiché Natalia le stava su le ginocchia volgendole le spalle, ella la teneva cinta con le braccia alla vita; e le sue mani posavano nel grembo della figliuola congiunte, più bianche della vestetta bianca su cui posavano, e affilate, e dolenti, così dolenti che rivelavano esse sole una immensità, di tristezza. Giungendole la testa di Natalia a fiore del mento, ella reclinata pareva premere la bocca su quei riccioli; così che quando io le gettavo uno sguardo, non vedevo la parte inferiore del volto, non le vedevo l'espressione della bocca. Né incontravo mai gli occhi. Ma ogni volta vedevo le palpebre abbassate, un poco rosse, che ogni volta mi turbavano a dentro come se lasciassero trasparire la fissità della pupilla che coprivano. Aspettava ella che io dicessi qualche parola? Salivano intanto alla sua bocca nascosta parole improfferibili? Quando alfine con uno sforzo mi riuscì di sottrarmi a quello stato d'inazione in cui s'erano avvicendate lucidità e oscurità straordinarie, io dissi, (ed ebbi, credo, l'accento che avrei avuto nel continuare un dialogo già iniziato, nell'aggiungere nuove parole alle dette) io dissi piano: --La mamma vuole che io avvisi il dottore Vebesti. Le ho promesso di scrivere. Scriverò. Ella non sollevò le palpebre; rimase muta. Maria, nella sua profonda inconsapevolezza, la guardò attonita; poi guardò me. Io m'alzai, per uscire, --Oggi, dopo mezzogiorno, andrò al bosco d'Assòro, con Federico. Ci vedremo stasera, al ritorno? Poiché ella non accennava a rispondere, ripetei con una voce che significava tutte le cose non espresse: --Ci vedremo, stasera, al ritorno? Le sue labbra tra i riccioli di Natalia spirarono: --Sì. XIV. Nella violenza delle mie agitazioni diverse e contrarie, nel primo tumulto del dolore, sotto la minaccia dei pericoli imminenti, io non m'era ancora fermato a considerare l'Altro. Ma anche, fin dal principio, non avevo avuto né pur l'ombra di un dubbio su la giustezza del mio antico sospetto. Subito, nel mio spirito, l'Altro aveva preso l'imagine di Filippo Arborio; e, al primo impeto di gelosia carnale che m'aveva assalito dentro l'alcova, l'imagine abominevole s'era accoppiata con quella di Giuliana in una serie di visioni orrende. Ora, mentre io e Federico andavamo cavalcando verso la foresta, lungo quel fiume tortuoso che io avevo contemplato nel torbido pomeriggio del sabato santo, l'Altro veniva con noi. Tra me e mio fratello s'intrapponeva la figura di Filippo Arborio, vivificata dal mio odio, resa dal mio odio così intensamente viva che io provavo, guardandola, -in sensazione reale-, un orgasmo fisico, qualche cosa di simile al fremito selvaggio da cui ero stato preso talvolta trovandomi sul terreno, di fronte all'avversario spogliato di camicia, al segnale dell'attacco. La vicinanza di mio fratello aumentava straordinariamente il mio male. Al paragone di Federico, la figura di quell'uomo, così fine, così nervosa, così feminea, si rimpiccioliva, s'immiseriva, diveniva spregevole per me ed ignobile. Sotto l'influsso del nuovo ideale di forza e di semplicità virile, ispiratomi dall'esempio fraterno, io non soltanto odiavo ma disprezzavo quell'essere complicato ed ambiguo che pure apparteneva alla mia stessa razza e aveva comuni con me alcune particolarità di constituzione cerebrale, come appariva dalla sua opera d'arte. Io me lo imaginavo, a simiglianza d'uno dei suoi personaggi letterarii, affetto dalle più tristi malattie dello spirito, obliquo, doppio, crudelmente curioso, isterilito dall'abitudine dell'analisi e dell'ironia riflessa, di continuo occupato a convertire i più caldi e spontanei moti dell'animo in nozioni chiare e glaciali, avvezzo a considerare qualunque creatura umana come un soggetto di pura speculazione psicologica, incapace d'amore, incapace d'un atto generoso, d'una rinuncia, d'un sacrificio, indurito nella menzogna, ottuso dal disgusto, lascivo, cinico, vile. Da un tale uomo Giuliana era stata sedotta, era stata posseduta: certo, non amata. La -maniera- non appariva anche in quella dedica scritta sul frontespizio del -Segreto-, in quella dedica enfatica che era l'unico documento a me noto risguardante la relazione passata tra il romanziere e mia moglie? Certo, ella era stata nelle mani di colui una cosa di voluttà, non altro. Espugnare la Torre d'avorio, corrompere una donna pubblicamente vantata incorruttibile, esperimentare un metodo di seduzione sopra un soggetto tanto raro:--impresa ardua ma piena di attrattive, degna in tutto di un artista raffinato, del difficile psicologo che aveva scritto -La Cattolicissima- e -Angelica Doni-. Come più riflettevo, i fatti mi apparivano nella loro crudità bruta. Certo, Filippo Arborio aveva incontrata Giuliana in uno di quei periodi in cui la donna così detta "spirituale", che ha sofferta una lunga astinenza, è commossa da aspirazioni poetiche, da desiderii indefiniti, da languori vaghi; i quali non sono se non le larve di cui si mascherano i bassi stimoli dell'appetito sessuale. Filippo Arborio, esperto, avendo indovinato la special condizione fisica della donna ch'egli voleva possedere, s'era servito del metodo più conveniente e più sicuro, che è questo:--parlare d'idealità, di zone superiori, di alleanze mistiche, ed occupare nel tempo medesimo le mani alla scoperta d'altri misteri; unire in somma un brano di pura eloquenza a una delicata manomessione.--E Giuliana, -la Turris eburnea-, la grande taciturna, la creatura composta d'oro duttile e d'acciaio, l'Unica, s'era prestata a quel vecchio giuoco, s'era lasciata prendere a quel vecchio inganno, aveva anch'ella obedito alla vecchia legge della fragilità muliebre. E il duetto sentimentale era finito con una copula disgraziatamente feconda.... Un orribile sarcasmo mi torceva l'anima. Mi pareva d'avere non nella bocca ma dentro di me la convulsione provocata da quell'erba che ci fa morire a modo di chi ride. Spronai il cavallo; e lo misi al galoppo, lungo l'argine del fiume. L'argine era periglioso, strettissimo nelle lunate, minacciato di frana in taluni punti, in altri ingombrato dai rami di qualche grosso albero torto, in altri attraversato da radici a fior di terra enormi. Io avevo perfetta conscienza del pericolo a cui mi esponevo; e, in vece di trattenere, spingevo sempre più il cavallo, non con l'intenzione d'incontrare la morte ma volendo trovare in quell'ansietà una tregua allo spasimo intollerabile. Conoscevo già l'efficacia di una tale follia. Dieci anni fa, quando'ero assai giovine, addetto all'ambasciata in Costantinopoli, per sfuggire a certi accessi di tristezza prodotti da ricordi recenti di passione, nelle notti di luna entravo a cavallo in uno di quei cimiteri musulmani densi di tombe, su le pietre lisce in pendio, correndo mille volte il rischio di uccidermi in una caduta. Stando con me in groppa, la morte cacciava ogni altra cura. --Tullio! Tullio! Férmati!--mi gridava Federico a distanza.--Férmati! Io non gli davo ascolto. Più d'una volta, per prodigio, evitai di battere la fronte contro qualche ramo orizzontale. Più d'una volta per prodigio impedii al cavallo di urtare contro un tronco. Più d'una volta, nei passi angusti, vidi certa la caduta nel fiume che mi luccicava sotto. Ma quando udii dietro di me un altro galoppo e m'accorsi che Federico m'inseguiva alla gran carriera, temendo per lui, con una strappata violenta arrestai il povero animale che s'impennò, rimase un istante inalberato come per precipitarsi nell'acqua, poi ricadde. Io ero incolume. --Ma sei impazzito?--mi gridò Federico, sopraggiungendo, pallidissimo. --T'ho fatto paura? Perdonami. Credevo che non ci fosse pericolo. Volevo provare il cavallo.... Poi non lo potevo più fermare.... È un po' duro, di bocca.... --Duro di bocca Orlando! --Non ti pare? Egli mi guardò fiso, con un'espressione inquieta. Io tentai di sorridere. Il suo pallore insolito mi faceva pena e tenerezza. --Non so come tu non ti sia spezzato il capo contro uno di questi alberi; non so come tu non sia precipitato.... --E tu? Per inseguirmi egli aveva corso lo stesso pericolo, forse anche maggiore perché il suo cavallo era più pesante ed egli aveva dovuto metterlo a tutta carriera volendo raggiungermi in tempo. Ambedue considerammo la via dietro di noi. --È un miracolo--egli disse.--Già, salvarsi dall'Assòro è quasi impossibile. Non vedi? Ambedue considerammo sotto di noi il fiume mortifero. Cupo, luccicante, rapido, pieno di mulinelli e di gorghi, l'Assòro correva tra gli argini cretacei con un silenzio che lo rendeva più torvo. Il paesaggio rispondeva a quell'aspetto di perfidia e di minaccia. Il cielo pomeridiano s'era impregnato di vapori e biancheggiava stancamente con un riverbero diffuso, sopra una distesa di macchioni rossastri che la primavera non aveva ancor vinti. Le foglie morte si mescevano quivi con le viventi nuove, gli stecchi aridi con i virgulti, i cadaveri coi neonati vegetali, in un denso intrico allegorico. Su la turbolenza del fiume, sul contrasto della boscaglia biancheggiava il cielo stancamente, dissolvendosi. "Un tonfo improvviso; e non avrei più pensato, non avrei più sofferto, non avrei più portato il peso della mia carne miserabile. Ma forse avrei trascinato con me nel precipizio mio fratello: una forma nobile di vita, un Uomo. Io sono salvo per miracolo com'egli è salvo per miracolo. La mia follia lo ha esposto al rischio estremo. Un mondo di cose belle e di cose buone sarebbe scomparso con lui. Quale fatalità vuole che io sia così nocivo alle persone che mi amano?" Guardai Federico. Egli era divenuto pensoso e grave. Non osai interrogarlo; ma provai un acuto rammarico d'averlo contristato.--Che pensava egli? Qual pensiero alimentava il suo turbamento? Aveva forse indovinato che io dissimulavo una sofferenza inconfessabile e che soltanto l'aculeo d'una idea fissa m'aveva spinto alla corsa mortale? Seguitammo lungo l'argine, l'uno dietro l'altro, al passo. Poi volgemmo per un sentiero che s'inoltrava nella macchia; e, come il sentiero era abbastanza largo, di nuovo cavalcammo l'uno a fianco dell'altro mentre i cavalli sbuffavano avvicinando le froge come per parlarsi in segreto e mescolavano la schiuma dei loro freni. Pensavo, gittando di tratto in tratto un'occhiata a Federico e vedendolo ancora severo: "Certo, se io gli rivelassi la verità, egli non mi crederebbe. Egli non potrebbe credere al fallo di Giuliana, alla contaminazione della sorella. Io non so decidere veramente, tra l'affetto di lui e l'affetto di mia madre per Giuliana, quale sia più profondo. Non ha egli sempre tenuto sul suo tavolo il ritratto della nostra povera Costanza e il ritratto di Giuliana riuniti come in un dittico per la stessa adorazione? Anche stamani! come s'addolciva la sua voce nominandola!" Subitamente, per contrasto, la bruttura mi si ripresentò anche più turpe. Era il corpo intraveduto nello spogliatoio della sala d'armi quello che si atteggiava nelle mie visioni. E il mio odio pur troppo operava su quell'imagine come l'acido nitrico su i tratti segnati nella lastra di rame. L'incisione diveniva sempre più netta. Allora, mentre mi durava nel sangue l'eccitamento della corsa, per quell'esuberanza di coraggio fisico, per quell'istinto di combattività ereditario che tanto spesso si risvegliava in me al rude contatto degli altri uomini, io sentii che non avrei potuto rinunziare ad affrontare Filippo Arborio. "Andrò a Roma, cercherò di lui, lo provocherò in qualche modo, lo costringerò a battersi, farò di tutto per ucciderlo o per renderlo invalido." Io me lo imaginavo pusillanime. Mi tornò alla memoria una mossa un po' ridicola che gli era sfuggita, nella sala d'armi, al ricevere in pieno petto una botta dal maestro. Mi tornò alla memoria la sua curiosità nel chiedermi notizia del mio duello: quella curiosità puerile che fa spalancare gli occhi a chi non s'è trovato mai nel cimento. Mi ricordai che, durante il mio assalto, egli aveva tenuto lo sguardo sempre fisso su me. La conscienza della mia superiorità, la certezza di poterlo sopraffare mi sollevarono. Nella mia visione, un rivo rosso rigò quella sua pallida carne ributtante. Alcuni frammenti di sensazioni reali, provate in altri tempi a fronte di altri uomini, concorsero a particolarizzare quello spettacolo imaginario nel quale m'indugiavo. E vidi colui sanguinoso e inerte su un pagliericcio, in un casale lontano, mentre i due medici accigliati gli si curvavano sopra. Quante volte io, ideologo e analista e sofista in epoca di decadenza, m'ero compiaciuto d'essere il discendente di quel Raimondo Hermil de Penedo che alla Goletta operò prodigi di valore e di ferocia sotto gli occhi di Carlo Quinto! Lo sviluppo eccessivo della mia intelligenza e la mia -multanimità- non avevano potuto modificare il fondo della mia sostanza, il substrato nascosto in cui erano inscritti tutti i caratteri ereditarii della mia razza. In mio fratello, organismo equilibrato, il pensiero s'accompagnava sempre all'opera; in me il pensiero predominava ma senza distruggere le mie facoltà di azione che anzi non di rado si esplicavano con una straordinaria potenza. Io ero insomma un violento e un appassionato consciente, nel quale l'ipertrofia di alcuni centri cerebrali rendeva impossibile la coordinazione necessaria alla vita normale dello spirito. Lucidissimo sorvegliatore di me stesso, avevo tutti gli impeti delle nature primitive indisciplinabili. Più d'una volta io ero stato tentato da improvvise suggestioni delittuose. Più d'una volta ero rimasto sorpreso dall'insurrezione spontanea d'un istinto crudele. --Ecco le Carbonare--disse mio fratello, mettendo il cavallo al trotto. Si udivano i colpi delle scuri nella foresta e si vedevano le spire del turno salire tra gli alberi. La colonia dei carbonai ci salutò. Federico interrogava i lavoratori intorno all'andamento delle opere, li consigliava, li ammoniva, osservando con occhio esperto i fornelli. Tutti stavano davanti a lui in attitudini di reverenza e lo ascolvano attenti. Il lavoro d'in torno pareva esser divenuto più fervido, più facile, più giocondo, come il crepitio del fuoco efficace. Gli uomini correvano qua e là a gittar terra dove il fumo usciva con troppa copia, a chiudere con zolle i varchi aperti dalle esplosioni; correvano e vociavano. Gridi gutturali d'abbattitori si mescevano a quelle voci rudi. Rimbombava nell'interno lo schianto di qualche albero caduto. Fischiavano, in qualche pausa, i merli. E la grande foresta immobile contemplava i roghi alimentati dalle sue vite. Mentre mio fratello compiva l'esame delle opere, io mi allontanai lasciando al cavallo la scelta dei sentieri che si diramavano pel folto. I rumori si affiochivano dietro di me, gli echi morivano. Un silenzio grave scendeva dalle cime. Io pensavo: "Come farò per risollevarmi? Quale sarà la mia vita da domani in poi? Potrò seguitare a vivere nella casa di mia madre col mio segreto? Potrò accomunare la mia esistenza con quella di Federico? Chi mai, che cosa mai al mondo potrà risuscitare nella mia anima una scintilla di fede?" Lo strepito delle opere si spegneva dietro di me; la solitudine diventava perfetta. "Lavorare, praticare il bene, vivere per gli altri.... Potrei -ora- ritrovare in queste cose il vero senso della vita? E veramente il senso della vita non si ritrova pieno nella felicità personale ma in queste cose soltanto? L'altro giorno, mentre mio fratello parlava, io credevo di comprendere la sua parola; credevo che la -dottrina della verità- mi si rivelasse per la sua bocca. La dottrina della verità, secondo mio fratello, non sta nelle leggi, non sta nei precetti, ma semplicemente e unicamente nel senso che l'uomo dà alla vita. Mi pareva d'aver compreso. Ora, d'un tratto, sono ritornato nel buio; sono ridiventato cieco. Non comprendo più nulla. Chi mai, che cosa mai al mondo mi potrà consolare del bene che ho perduto?" E l'avvenire mi apparve spaventoso, senza speranza. L'imagine indeterminata del nascituro crebbe, si dilatò, come quelle orribili cose informi che noi vediamo talvolta negli incubi, ed occupò tutto il campo. Non si trattava d'un rimpianto, d'un rimorso, d'un ricordo indistruttibile, d'una qualunque più amara cosa interiore, ma di un essere vivente. Il mio avvenire era legato a un essere vivente d'una vita tenace e malefica; era legato a un estraneo, a un intruso, a una creatura abominevole contro di cui non soltanto la mia anima ma la mia carne, tutto il mio sangue e tutte le mie fibre votavano un'avversione bruta, feroce, implacabile fino alla morte, oltre la morte. Pensavo: "Chi avrebbe potuto imaginare un supplizio peggiore per torturarmi insieme l'anima e la carne? Il più ingegnosamente efferato dei tiranni non saprebbe concepire certe crudeltà ironiche, le quali sono soltanto del Destino. Era presumibile che la malattia avesse resa sterile Giuliana. Or bene, ella si dà a un uomo, commette il suo primo fallo, e rimane incinta, ignobilmente, con la facilità di quelle femmine calde che i villani sforzano dietro le siepi, su l'erba in tempo di foia. E, a punto mentre ella è piena delle sue nausee, io mi pasco di sogni, m'abbevero d'ideale, ritrovo le ingenuità della mia adolescenza, non m'occupo di altro che di cogliere fiori.... (Oh quei fiori, quegli stomachevoli fiori, offerti con tanta timidezza!) E, dopo una grande ubbriacatura tra sentimentale e sensuale, ricevo la dolce notizia--da chi?--da mia madre! E, dopo la notizia, ho un'esaltazione generosa, faccio in buona fede una parte nobile, mi sacrifico in silenzio, come un eroe di Octave Feuillet! Che eroe! Che eroe!" Il sarcasmo mi torceva l'anima, mi contraeva tutte le fibre. E di nuovo, allora, mi prese la follia della fuga. Guardai davanti a me. In vicinanza, tra i fusti, irreale come un inganno di occhi allucinati, brillava l'Assoro. "Strano!" pensai, provando un brivido particolare. Non m'ero accorto, prima di quel momento, che il cavallo senza guida s'era inoltrato per un sentiero che conduceva al fiume. Pareva quasi che l'Assoro mi avesse attirato. Stetti in forse, per un istante, tra il proseguire sino alla riva e il ritornare indietro. Scossi da me il fascino dell'acqua, e il cattivo pensiero. Voltai il cavallo. Un grave accasciamento succedeva alla convulsione interna. Mi sembrò che a un tratto la mia anima fosse divenuta una povera cosa gualcita, avvizzita, rimpicciolita, una cosa miserabile. Mi ammollii; ebbi pietà di me, ebbi pietà di Giuliana, ebbi pietà di tutte le creature su cui il dolore imprime le sue stimate, di tutte le creature che tremano abbrancate dalla vita come trema un vinto sotto il pugno del vincitore inesecrabile. "Che siamo noi? Che sappiamo noi? Che vogliamo? Nessuno mai ha ottenuto quel che avrebbe amato; nessuno otterrà quel che amerebbe. Cerchiamo la bontà, la virtù, l'entusiasmo, la passione che riempirà la nostra anima, la fede che calmerà le nostre inquietudini, l'idea che difenderemo con tutto il nostro coraggio, l'opera a cui ci voteremo, la causa per cui moriremo con gioia. E la fine di tutti gli sforzi è una stanchezza vacua, il sentimento della forza che si disperde e del tempo che si dilegua...." E la vita m'apparve in quell'ora come una visione lontana, confusa e vagamente mostruosa. La demenza, l'imbecillità, la povertà, la cecità, tutti i morbi, tutte le disgrazie; l'agitazione oscura continua di forze inconscienti, ataviche e bestiali nell'intimo della nostra sostanza; le più alte manifestazioni dello spirito instabili, fugaci, sempre subordinate a uno stato fisico, legate alla funzione d'un organo; le transfigurazioni istantanee prodotte da una causa impercettibile, da un nulla; la parte immancabile di egoismo nei più nobili atti; la inutilità di tante energie morali dirette verso uno scopo incerto, la futilità degli amori creduti eterni, la fragilità delle virtù credute incrollabili, la debolezza delle più sane volontà, tutte le vergogne, tutte le miserie m'apparvero in quell'ora. "Come si può vivere? Come si può amare?" Risonavano le scuri nella foresta: un grido breve e selvaggio accompagnava ogni colpo. Qua e là negli spiazzi i grandi mucchi, in forma di coni tronchi o di piramidi quadrangolari, fumigavano. Le colonne del fumo si levavano dense e diritte come i fusti arborei, nell'aria senza vento. Per me tutto era simbolo, in quell'ora. Diressi il cavallo verso una carbonaia vicina, avendo riconosciuto Federico. Egli era smontato; e parlava con un vecchio di alta statura, dalla faccia rasa. --Oh, finalmente!--mi gridò, vedendomi.--Temevo che tu ti fossi smarrito. --No, non sono andato molto lontano.... --Vedi qui Giovanni di Scòrdio, un Uomo--disse, mettendo una mano su la spalla del vecchio. Guardai il nominato. Un sorriso singolarmente dolce apparve su la bocca appassita di colui. Non avevo mai veduto sotto una fronte umana occhi tanto tristi. --Addio, Giovanni. Coraggio!--soggiunse mio fratello, con quella voce che pareva avere talvolta, come certi liquori, la potenza d'elevare il tono vitale.--Noi, Tullio, possiamo riprendere la via della Badiola. È già tardi. Ci aspettano. Rimontò a cavallo. Salutò di nuovo il vecchio. Passando presso ai fornelli, dava qualche avvertimento ai lavoratori per le operazioni della notte prossima in cui doveva apparire il -gran fuoco-. Ci allontanammo, cavalcando l'uno a fianco dell'altro. Il cielo si apriva sul nostro capo, lentamente. I veli dei vapori fluttuavano, si disperdevano, si ricomponevano, così che l'azzurro pareva di continuo impallidire come se nella sua liquidità un latte di continuo si diffondesse e si dileguasse. Era vicina quell'ora medesima in cui, il giorno innanzi, a Villalilla, io e Giuliana avevamo guardato il giardino ondeggiante in una luce ideale. La boscaglia in torno cominciava a dorarsi. Gli uccelli cantavano, invisibili. --Hai osservato bene Giovanni di Scòrdio, quel vecchio?--mi chiese Federico. --Sì--risposi.--Credo che non dimenticherò il suo sorriso e i suoi occhi. --Quel vecchio è un santo--soggiunse Federico.--Nessun uomo ha lavorato e sofferto quanto quel vecchio. Ha quattordici figliuoli e tutti a uno a uno si sono distaccati da lui come i frutti maturi si distaccano dall'albero. La moglie, una specie di carnefice, è morta. Egli è rimasto solo. I figli l'hanno spogliato e rinnegato. Tutta l'ingratitudine umana s'è accanita contro di lui. Egli non ha esperimentata la perversità degli estranei ma quella delle sue creature. Intendi? Il suo stesso sangue s'è inviperito in altri esseri ch'egli ha sempre amato ed aiutato, che ama ancora, che non sa maledire, che certamente benedirà nell'ora della morte, anche se lo lasceranno morir solo. Non è straordinaria, quasi incredibile, questa pertinacia d'un uomo nella bontà? Dopo tutto quel che ha sofferto, egli ha potuto conservare il sorriso che tu gli hai veduto! -Farai bene, Tullio, a non dimenticare quel sorriso....- XV L'ora della prova, l'ora temuta e desiderata a un tempo, si approssimava. Giuliana era pronta. Ella aveva resistito fermamente al capriccio di Maria; aveva voluto rimanere sola nella sua stanza ad aspettarmi. "Che le dirò? Che mi dirà ella? Quale sarà la mia attitudine verso di lei?" Tutte le prevenzioni, tutti i propositi si disperdevano. Non mi restava se non un'ansietà intollerabile. Chi avrebbe potuto prevedere l'esito del colloquio? Io non mi sentivo padrone di me, non delle mie parole, non dei miei atti. Soltanto sentivo in me un viluppo di cose oscure e contrarie che al minimo urto dovevano insorgere. Mai come in quell'ora avevo avuto chiara e disperata la conscienza delle discordie intestine che mi straziavano, la percezione degli elementi irreconciliabili che si agitavano nel mio essere e si soverchiavano e si distruggevano a vicenda in un perpetuo conflitto, ribelli a qualunque dominio. Alla commozione del mio spirito si aggiungeva un particolare turbamento del senso, promosso dalle imagini che in quel giorno mi avevano torturato senza tregua. Io conoscevo bene, troppo bene, quel turbamento che meglio d'ogni altro rimescola il fango infimo nell'uomo; conoscevo troppo bene quella bassa specie di concupiscenza da cui nulla ci può difendere, quella tremenda febbre sessuale che per alcuni mesi m'aveva tenuto avvinto a una donna odiata e disprezzata, a Teresa Raffo. Ed ora i sentimenti di bontà, di pietà e di forza, che m'erano necessari per sostenere il confronto con Giuliana e per insistere nel proposito primitivo, si movevano in me come vapori vaghi su un fondo limaccioso, pieno di gorgogli sordi, infido. Mancava poco a mezzanotte, quando io uscii dalla mia stanza per andare verso quella di Giuliana. Tutti i rumori erano cessati. La Badiola riposava in un silenzio profondo. Stetti in ascolto; e mi parve quasi di sentir salire nel silenzio la respirazione calma di mia madre, di mio fratello, delle mie figliuole, degli esseri inconsapevoli e puri. Mi riapparve il volto di Maria addormentata, quale io l'avevo veduto la notte innanzi; Mi apparvero anche gli altri volti; e in ciascuno era un'espressione di riposo, di pace, di bontà. Un intenerimento subitaneo m'invase. La felicità, nel giorno innanzi per un momento intraveduta e scomparsa, ribalenò al mio spirito immensa. Se nulla fosse accaduto, se io fossi rimasto nella piena illusione, che notte sarebbe stata quella! Sarei andato verso Giuliana come verso una persona divina. E quale cosa avrei potuto desiderare più dolce di quel silenzio intorno all'ansietà del mio amore? Passai per la stanza dove la sera innanzi avevo ricevuto dalla bocca di mia madre la rivelazione improvvisa. Riudii l'orologio a pendolo che aveva segnata l'ora; e, non so perché, quel tic tac sempre eguale aumentò la mia ambascia. Non so perché, mi parve di sentir rispondere alla mia l'ambascia di Giuliana, a traverso lo spazio che ancora ci divideva, con un'accelerazione di palpiti concorde. Camminai diretto, senza più soffermarmi, senza evitare lo strepito dei passi. Non picchiai all'uscio ma d'un tratto l'apersi; entrai. Giuliana era là, d'avanti a me, in piedi; con una mano poggiata all'angolo di un tavolo immobile, più rigida di un'erma. Vedo ancora tutto. Nulla mi sfuggì allora; nulla mi sfugge. Il mondo reale era completamente svanito. Non restava più se non un mondo fittizio in cui respiravo ansioso, col cuore compresso, incapace di profferire una sillaba, ma pur tuttavia singolarmente lucido, come d'avanti a una scena di teatro. Una candela ardeva sul tavolo, aggiungendo evidenza a quell'aspetto di finzione scenica poiché la fiammella mobile pareva agitare intorno a sé quel vago orrore che lasciano nell'aria con un gran gesto disperato o minaccioso gli attori d'un dramma. La strana sensazione si dissipò quando al fine, non potendo più sopportare quel silenzio e l'immobilità marmorea di Giuliana, proferii le prime parole. Il suono della mia voce fu diverso da quel che credevo al momento d'aprire le labbra. Involontariamente, la mia voce fu dolce, tremula, quasi timida. --M'aspettavi? Ella teneva le palpebre abbassate. Senza sollevarle, rispose: --Sì. Io guardavo il suo braccio, quel braccio immobile come un puntello, che pareva sempre più irrigidirsi su la mano poggiata all'angolo del tavolo. Temevo che quel sostegno fragile, a cui era affidata tutta la persona, da un momento all'altro cedesse ed ella stramazzasse di schianto. --Tu sai perché io sono venuto--soggiunsi, con estrema lentezza, svellendomi dal cuore le parole a una a una. Ella tacque. --È vero--seguitai--è vero.... quel che ho saputo da mia madre? Ancora tacque. Parve raccogliere tutte le sue forze. Strana cosa: in quell'intervallo io non credetti assolutamente impossibile che ella rispondesse no. Rispose (più tosto che udire le parole io le vidi disegnarsi su le labbra esangui): --È vero. Ricevei in mezzo al petto un urto che forse fu più fiero di quel che m'avevan dato le parole di mia madre. Già tutto io sapevo; avevo già vissuto ventiquattro ore nella certezza; e pure quella conferma così chiara e precisa mi atterrò, come se per la prima volta mi si rivelasse la verità incommutabile. --È vero!--ripetei, istintivamente, parlando a me stesso, avendo una sensazione simile forse a quella che avrei avuta se mi fossi ritrovato vivo e conscio in fondo a una voragine. Allora Giuliana sollevò le palpebre; fissò le sue pupille nelle mie con una specie di spasmodica violenza. --Tullio--disse--ascoltami. Ma la soffocazione le spense la voce nella gola. --Ascoltami. Io so quel che debbo fare. Ero risoluta a tutto per risparmiarti quest'ora: ma il destino ha voluto che fino a quest'ora io vivessi per soffrire la cosa più orribile, la cosa di cui avevo uno spavento folle (ah, tu m'intendi) mille volte più che della morte: Tullio, Tullio, il tuo sguardo.... Un'altra soffocazione l'arrestò, nel punto in cui la sua voce diveniva così straziante che mi dava l'impressione fisica d'un dilaceramento delle fibre più segrete. Io mi lasciai cadere su una sedia, accanto al tavolo; e mi presi la testa fra le palme, aspettando ch'ella seguitasse. --Dovevo morire, prima di giungere a quest'ora. Da tanto tempo dovevo morire! Sarebbe stato meglio, certo, che io non fossi venuta qui. Sarebbe stato meglio che, tornando da Venezia, tu non m'avessi più trovata. Io sarei morta, e tu non avresti conosciuta questa vergogna; mi avresti rimpianta, forse mi avresti sempre adorata. Io sarei rimasta forse per sempre il tuo grande amore, il tuo -unico- amore, come dicevi ieri.... Non avevo paura della morte, sai; non ho paura. Ma il pensiero delle nostre bambine, di nostra madre, m'ha fatto differire di giorno in giorno l'esecuzione. Ed è stata un'agonia, Tullio, una agonia inumana, dove ho consumato non una ma mille vite. E sono ancora viva! Soggiunse, dopo una pausa: --Com'è possibile che, con una salute così miserabile, io abbia tanta resistenza a soffrire? Sono disgraziata anche in questo. Vedi: io pensavo, consentendo a venire qui con te, io pensavo: "Certamente mi ammalerò; quando sarò giunta là, mi dovrò mettere a letto; e non mi leverò più. Sembrerà che io muoia di morte naturale. Tullio non saprà mai nulla, non sospetterà mai di nulla. Tutto sarà finito." In vece, mi veggo ancora in piedi; e tu sai ogni cosa; e tutto è perduto, senza riparo. Era sommessa la sua voce, debolissima, e pure lacerante come un grido acuto e iterato. Io mi stringevo le tempie e sentivo il battito così forte che n'avevo quasi ribrezzo come se le arterie fossero scoppiate fuori della cute e aderissero nude alle mie palme con la loro tunica molle e calda. --La mia unica preoccupazione era di nasconderti la verità, non per me, ma per te, per la tua salvezza. Tu non saprai mai quali terrori mi abbiano agghiacciata, quali angosce mi abbiano soffocata. Tu, dal giorno che siamo giunti qui fino a ieri, hai sperato, hai sognato, sei stato quasi felice. Ma imagina la mia vita qui, col mio segreto, accanto a tua madre, in questa casa benedetta! Mi dicesti ieri a Villalilla, mentre eravamo a tavola, raccontandomi quelle cose tanto dolci che mi straziavano, mi dicesti: "Tu non sapevi nulla, non t'accorgevi di nulla." Ah, non è vero! Tutto sapevo, tutto indovinavo. E, quando sorprendevo nei tuoi occhi la tenerezza, mi sentivo cadere l'anima. Ascoltami, Tullio. Ho nella bocca la verità, la pura verità. Io sono qui, d'avanti a te, come una moribonda. Non potrei mentire. Credi a quel che ti dico. Non penso a discolparmi, non penso a difendermi. Oramai tutto è finito. Ma voglio dirti una cosa che è la verità. Tu sai come ti ho amato dal primo giorno che ci vedemmo. Per anni, per anni, ti sono stata devota, ciecamente, e non negli anni della felicità soltanto ma in quelli della sventura, quando in te s'era stancato l'amore. Tu lo sai, Tullio. Hai potuto sempre fare di me quel che hai voluto. Hai trovato sempre in me l'amica, la sorella, la moglie, l'amante, pronta a qualunque sacrificio per il tuo piacere. Non credere, Tullio, non credere che io ti ricordi la mia lunga devozione per accusarti; no, no. Né pure una stilla di amarezza ho nell'anima per te; intendi? né pure una stilla. Ma lascia, in quest'ora, che io ti ricordi la devozione e la tenerezza durate per tanti anni e che io ti parli d'amore, del mio amore -non interrotto, non cessato mai,- intendi?, -non cessato mai-. Credo che la mia passione per te non sia stata mai così intensa come in queste ultime settimane. Tu mi raccontavi ieri tutte quelle cose.... Ah se io potessi raccontarti la mia vita di questi ultimi giorni! Tutto sapevo di te, tutto indovinavo; ed ero costretta a fuggirti. Più di una volta sono stata per caderti nelle braccia, per chiudere gli occhi e lasciarmi prendere da te, nei momenti di debolezza e di stanchezza estrema. L'altra mattina, la mattina di sabato, quando tu entrasti qui con quei fiori, io ti guardai e mi sembrasti -quello d'una volta-, così acceso, com'eri, sorridente, gentile, con gli occhi lucidi. E mi mostrasti le scalfitture che avevi nelle mani! Un impeto mi venne, di prenderti le mani e di baciartele.... Chi mi diede la forza di contenermi? -Non mi sentivo degna.- E vidi in un lampo tutta la felicità che tu mi offrivi con quei fiori, tutta la felicità a cui dovevo rinunziare per sempre. Ah, Tullio, il mio cuore è a tutta prova se ha potuto resistere a certe strette. Ho la vita tenace. Ella pronunziò quest'ultima frase con una voce più sorda, con un accento indefinibile, quasi d'ironia e d'ira. Io non osavo alzare il viso e guardarla. Le sue parole mi davano un'atroce sofferenza; e pure io tremavo quando ella faceva una pausa. Temevo che ad un tratto le mancassero le forze e che ella non potesse più continuare. E io aspettavo dalla sua bocca altre confessioni, altri lembi d'anima. --Grande errore--ella continuò--grande errore non esser morta prima del tuo ritorno da Venezia. Ma la povera Maria, ma la povera Natalia, come le avrei lasciate? Ella esitò un poco. --Te anche, forse avrei lasciato male.... Ti avrei lasciato qualche rimorso. La gente ti avrebbe accusato. Non avremmo potuto nascondere a nostra madre.... Ella ti avrebbe domandato: "perché ha voluto morire?" Sarebbe giunta a conoscere la verità che le abbiamo nascosta fino ad ora.... Povera santa! Le si chiudeva la gola, forse; perché la sua voce si affiochiva, prendeva un tremolìo di pianto contenuto. Lo stesso nodo serrava la mia gola. --Ci pensai. Anche pensai, quando tu volesti condurmi qui, che ero divenuta indegna di lei, indegna d'essere baciata su la fronte, d'essere chiamata figliuola. Ma tu sai come noi siamo deboli, come facilmente ci abbandoniamo alla forza delle cose. Io non speravo più nulla; sapevo bene che, fuori della morte, non c'era altro scampo per me; sapevo bene che ogni giorno più il cerchio si stringeva. E pure, lasciavo passare i giorni a uno a uno, senza risolvermi. E avevo un mezzo sicuro per morire! Ella s'arrestò. Obedendo a un impulso repentino, io levai il viso e la guardai fissamente. Un gran fremito la scosse. E tanto fu manifesto il male che io le facevo guardandola, che di nuovo abbassai la fronte. Ripresi la mia attitudine. Ella stava ancora in piedi. Sedette. Seguì un intervallo di silenzio. --Credi tu--ella mi domandò, con una timidezza penosa--credi tu che la colpa sia grave, quando l'anima non consente? Bastò quell'accenno alla -colpa- per rimescolare in me d'un tratto il torbido fondo che s'era quietato; e una specie di rigurgito amaro mi salì alla bocca. Involontariamente mi uscì dalle labbra il sarcasmo. Dissi, facendo segno di sorridere: --Povera anima! Apparve sul volto di Giuliana un'espressione di dolore così intensa che io subito provai una fitta di pentimento acutissima. M'accorsi che non avrei potuto farle una ferita più cruda e che l'ironia in quell'ora, contro quella creatura sommessa, era la peggiore delle viltà. --Perdonami--ella disse con l'aspetto di una donna colpita a morte (e mi parve proprio ch'ella avesse l'occhio dolce, triste, quasi infantile che avevo veduto qualche volta ai feriti adagiati nelle barelle)--perdonami. Anche tu ieri parlasti di anima.... Tu pensi ora: "-Queste sono le cose che le donne dicono, per farsi perdonare.-" Ma io non cerco di farmi perdonare. So che il perdono è impossibile, che l'oblio è impossibile. So che non c'è scampo. Intendi? Volevo soltanto farmi perdonare da te i baci che ho presi da tua madre.... Ancora era sommessa la sua voce, debolissima, e pure lacerante come un grido acuto e iterato. --Mi sentivo su la fronte un peso di dolore così grande che non per me, Tullio, ma per quel dolore, soltanto, per quel dolore accettavo su la fronte i baci di tua madre. E se io ero indegna, quel dolore era degno. Tu puoi perdonarmi. Ebbi un moto di bontà, di pietà ma non cedetti. Io non la guardavo negli occhi. Il mio sguardo andava involontariamente al grembo, come per scoprire i segni della cosa tremenda; e facevo sforzi enormi per 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000