--Che pensi?
--Penso che non avremmo mai dovuto partire di qui....
--È vero, Giuliana.
Le rondini talvolta, quasi ci rasentavano, con un grido, rapide e
rilucenti come strali pennuti.
--Quanto ho desiderato questo giorno, Giuliana! Ah, tu non saprai mai
quanto l'ho desiderato!--io proruppi allora, in preda a una commozione
così forte che la mia voce doveva essere irriconoscibile.--Nessuna
ansietà, vedi, nessuna ansietà, mai nella vita ho provata eguale a
questa che mi divora da jer l'altro, dal momento che tu consentisti a
venire. Ti ricordi tu della prima volta che ci vedemmo in segreto, su
la terrazza di Villa Oggèri, e che ci baciammo? Ero folle di te: tu te
ne ricordi. E bene, l'attesa di quella notte mi par nulla al
confronto.... Tu non mi credi; tu hai ragione di non credermi, di
diffidare, ma io voglio dirti tutto, voglio raccontarti quel che ho
sofferto, quel che ho temuto, quel che ho sperato. Oh, lo so: quel che
ho sofferto è forse poco al confronto di quel che t'ho fatto soffrire.
Lo so, lo so: tutti i miei dolori non valgono forse il tuo dolore, non
valgono le tue lacrime. Io non ho espiato il mio fallo, e non sono
degno d'essere perdonato. Ma dimmi tu, ma dimmi tu quello che io debbo
fare perché tu mi perdoni! Tu non mi credi; ma io voglio dirti tutto.
Te sola veramente io ho amata nella vita; amo te sola. Lo so, lo so:
queste sono le cose che gli uomini dicono, per farsi perdonare; e tu
hai ragione di non credermi. Ma pure, vedi, se tu pensi al nostro
amore d'una volta, se tu pensi a quei primi tre anni di tenerezza mai
interrotta, se tu ti ricordi, se tu ti ricordi, vedi, non è possibile
che tu non mi creda. Anche nelle mie peggiori cadute, tu dovevi essere
per me indimenticabile; e la mia anima si doveva volgere a te, e ti
doveva cercare, e ti doveva rimpiangere, sempre, intendi?, sempre. Tu
stessa non te n'accorgevi? Quando tu eri per me una sorella, certe
volte non t'accorgevi che io morivo di tristezza? Te lo giuro: lontano
da te, non ho provato mai una gioia sincera, non ho avuto mai un'ora
di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu eri la mia adorazione
costante, profonda, segreta. La parte migliore di me è stata sempre
tua; e una speranza v'è rimasta sempre accesa; la speranza di
liberarmi dai miei mali e di ritrovare il mio primo unico amore
intatto.... Ah, dimmi che non ho sperato inutilmente, Giuliana!
Ella camminava con estrema lentezza, senza più guardare d'innanzi a
sé, a capo chino, troppo bianca. Una piccola contrattura dolorosa le
appariva di quando in quando all'angolo della bocca. E poiché, ella
taceva, incominciò a muoversi in fondo a me un'inquietudine vaga. Un
senso vago di oppressione incominciò a venirmi da quel sole, da quei
fiori, dai gridi di quelle rondini, da tutto quel riso, troppo aperto,
della primavera trionfante.
--Non mi rispondi?--seguitai, prendendole la mano ch'ella teneva
abbandonata lungo il fianco.--Tu non mi credi; tu hai perduto
qualunque fede in me; tu temi ancora che io ti deluda; tu non osi di
ridonarti perché pensi sempre a -quella volta-.... Sì, è vero: fu la
più cruda delle mie infamie. Io n'ho rimorso come d'un delitto; e,
anche se tu mi perdonerai, io non potrò mai perdonarmi. Ma non
t'accorgesti tu che io ero malato, che io ero demente? Una maledizione
mi perseguitava. E da quel giorno io non ebbi più un minuto di tregua,
non ebbi più un intervallo di lucidezza. Non ti ricordi? Non ti
ricordi? Tu, certo, sapevi che ero fuori di me, in uno stato di
demenza; perché tu mi guardavi come si guarda un pazzo. Più d'una
volta io sorpresi nel tuo sguardo una compassione penosa, non so che
curiosità e che timore. Non ti ricordi com'ero ridotto?
Irriconoscibile.... E bene, io sono guarito, io mi sono salvato, per
te. Ho potuto vedere la luce. Finalmente la luce si è fatta. Te sola
ho amata nella vita; amo te sola. Intendi?
Pronunziai le ultime parole con una voce più ferma e più lenta, come
per imprimerle a una a una su l'anima della donna; e strinsi forte la
mano che già tenevo nella mia. Ella sì fermò, nell'atto di chi sta per
lasciarsi cadere, anelando. Più tardi, soltanto più tardi, nelle ore
che seguirono, compresi tutta la mortale angoscia esalata in
quell'anelito. Ma allora non altro compresi che questo: "il ricordo
dell'orribile tradimento, evocato da me, le rinnova la sofferenza. Ho
toccato piaghe che sono ancora aperte. Ah, se potessi persuaderla a
credermi! Se potessi vincere la sfiducia che la tiene! Non sente ella
dunque la verità nella mia voce?"
Eravamo presso ad un bivio. C'era là un sedile. Ella mormorò:
--Sediamo, un poco.
Sedemmo. Non so s'ella riconobbe subito il luogo. Io non lo riconobbi
subito, smarrito come uno che abbia portata per qualche tempo la
benda. Ambedue guardammo intorno; poi ci guardammo, avendo negli occhi
lo stesso pensiero. Molte memorie di tenerezza erano legate a quel
vecchio sedile di pietra. Il cuore non mi si gonfiò di rammarico ma
d'una avidità affannosa, quasi d'un furore di vita, che mi diede in un
lampo una visione dell'avvenire fantastica e allucinante. "Ah ella non
sa di quali nuove tenerezze io sia capace! Io ho il paradiso per lei
nella mia anima!" E l'idealità dell'amore fiammeggiò dentro di me così
forte ch'io mi esaltai.
--Tu ti addolori. Ma quale creatura al mondo è stata amata come tu sei
amata? Quale donna ha potuto avere una prova di amore che valga questa
ch'io ti do? Non avremmo mai dovuto partire di qui--tu dicevi,
dianzi.--E forse saremmo stati felici. Tu non avresti sofferto il
martirio, non avresti versato tante lacrime, non avresti perduto tanta
vita; ma non avresti conosciuto il mio amore, tutto il mio amore....
Ella teneva il capo reclinato sul petto e le palpebre socchiuse; e
ascoltava, immobile. I cigli le spandevano a sommo delle gote un'ombra
che mi turbava più d'uno sguardo.
--Io, io stesso non avrei conosciuto il mio amore. Quando mi
allontanai da te la prima volta, non credevo già che tutto fosse
finito? Cercavo un'altra passione, un'altra febbre, un'altra ebrezza.
Volevo abbracciare la vita con una sola stretta. Tu non mi bastavi. E
per anni mi sono estenuato in una fatica atroce, oh tanto atroce che
n'ho orrore come un forzato ha orrore della galera dove ha vissuto
-morendo tutti i giorni un poco-. E ho dovuto passare d'oscurità in
oscurità, per anni, prima che si facesse questa luce nella mia anima,
prima che questa grande verità m'apparisse. Non ho amato che una
donna: te sola. Tu sola al mondo hai la bontà e la dolcezza. Tu sei la
più buona e la più dolce creatura che io abbia mai sognata; sei
l'Unica. E tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano....
Intendi ora? Intendi? -Tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo
lontano.- Ah, dimmi tu: questa rivelazione non vale tutte le tue
lacrime? Non vorresti averne versate anche più, anche più per una tale
prova?
--Sì, anche più--ella disse, così piano che a pena l'udii.
Fu un soffio su quelle labbra esangui. E le lacrime le sgorgarono di
tra i cigli, le solcarono le gote, le bagnarono la bocca convulsa, le
caddero sul petto ansioso.
--Giuliana, mio amore, mio amore!--gridai, con un brivido di felicità
suprema, gittandomi in ginocchio d'innanzi a lei.
E la cinsi con le mie braccia, misi la testa nel suo grembo, provai
per tutto il corpo quella tensione smaniosa in cui si risolve lo
sforzo vano d'esprimere con un atto, con un gesto, con una carezza
l'ineffabile passione interiore. Le sue lacrime caddero su la mia
guancia. Se l'effetto materiale di quelle calde gocce viventi avesse
corrisposto alla sensazione ch'io n'ebbi, porterei su la mia pelle una
traccia indelebile!
--Oh, lasciami bere,--io pregai.
E, rilevandomi, accostai le mie labbra ai suoi cigli, le bagnai nel
suo pianto, mentre le mie dita smarritamente la toccavano. Una
pieghevolezza strana era venuta alle mie membra, una specie di
fluidità illusoria per cui non avvertivo più l'impaccio delle vesti.
Credevo che mi sarebbe stato possibile circondare, avviluppare tutta
quanta la persona amata.
--Sognavi--io le dicevo, avendo in bocca il sapore salso che mi si
diffondeva nei precordii (più tardi, nelle ore che seguirono, mi
stupii di non aver trovato in quelle lagrime una intollerabile
amarezza) sognavi d'essere tanto amata? Sognavi questa felicità? Sono
io, guardami, sono io che ti parlo così; guardami bene, sono io.... Se
tu sapessi come mi pare strano tutto questo! Se ti potessi dire!... So
che ti ho conosciuta prima d'ora, so che ti ho amata prima d'ora; so
che ti ho -ritrovata-. E pure mi pare di averti -trovata- soltanto
ora, un momento fa, quando tu hai detto: "Sì, anche più...." Hai detto
così; è vero? Tre parole sole.... un soffio.... E io rivivo, e tu
rivivi; ed ecco che siamo felici, siamo felici per sempre.
Io le dicevo queste cose con quella voce che ci viene come di lontano,
interrotta, indefinibile; che pare giunga all'orlo delle labbra
modulata non nella materialità dei nostri organi ma nell'estremo fondo
dell'anima nostra. Ed ella, che fino a quel momento aveva versato un
pianto silenzioso, ruppe in singhiozzi.
Forte, troppo forte singhiozzava, non come chi sia sopraffatto da una
gioia senza limiti ma come chi esali una disperazione inconsolabile.
Singhiozzava così forte ch'io rimasi per qualche istante in quello
stupore che suscitano le manifestazioni eccessive, i grandi parosismi
della commozione umana. Inconscientemente, mi scostai un poco; ma
subito dopo, notai quell'intervallo che s'era aperto tra lei e me;
subito dopo, notai che non soltanto il contatto materiale era cessato
ma che anche il sentimento di comunione s'era disperso in un attimo.
Eravamo pur sempre due esseri ben distinti, separati, estranei. La
stessa diversità delle nostre attitudini aumentava il distacco.
Ripiegata su sé medesima, premendosi con le sue mani il fazzoletto su
la bocca, ella singhiozzava; e ogni singhiozzo le scoteva tutta la
persona, pareva rivelarne la fragilità. Io stavo ancora in ginocchio
d'innanzi a lei, senza toccarla; e la guardavo: stupito e pur
nondimeno stranamente lucido; attento a sorvegliare tutto ciò ch'era
per accadere dentro di me, e pur nondimeno avendo tutti i sensi aperti
alla percezione delle cose che mi circondavano. Udivo il singhiozzo di
lei e il garrito delle rondini; e avevo la nozione del tempo e del
luogo esatta. E quei fiori e quelli odori e quella grande luminosità
immobile dell'aria e tutto quel riso della primavera aperto mi diedero
uno sgomento che crebbe, che crebbe e diventò una specie di timor
pánico, una paura istintiva e cieca a cui la ragione non poté opporsi.
E, come scoppia un fulmine in un cumulo di nubi, un pensiero guizzò in
mezzo a quello scompiglio pauroso, m'illuminò e mi percosse. "Ella è
impura."
Ah, perché non caddi allora fulminato? Perchè non mi si spezzò un
viscere vitale e non restai là su la ghiaia, ai piedi della donna che
nella fuga di pochi attimi m'aveva sollevato all'apice della felicità
e m'aveva precipitato in un abisso di miseria?
--Rispondi--(Le afferrai i polsi, le scopersi la faccia, le parlai da
presso; e la mia voce era così sorda che io medesimo a pena la udivo
tra il romorio del mio cervello.)--rispondi: che è questo pianto?
Ella cessò di singhiozzare, e mi guardò; e gli occhi benché bruciati
dalle lacrime, le si dilatarono esprimendo un'ansietà estrema, come se
mi avessero veduto morire. Io dovevo aver perduto, in fatti, ogni
colore di vita.
---È tardi, forse? È troppo tardi?---soggiunsi, rivelando il mio
pensiero terribile in quella domanda oscura.
--No, no, no.... Tullio, non è.... nulla. Tu hai potuto pensare!...
No, no.... Sono tanto debole, vedi; non sono più come una volta....
Non reggo.... Sono malata tu sai; sono tanto malata. Non ho potuto
resistere.... a quello che mi dicevi. Tu intendi.... M'è venuto questo
accesso all'improvviso.... È una cosa dei nervi.... come una
convulsione.... Si spasima; non si capisce più se si pianga di gioia o
di dolore.... Ah, mio Dio!.... Vedi, mi passa.... Alzati Tullio; vieni
qui accanto a me.
Mi parlava con una voce affiochita ancora dal pianto, interrotta
ancora da qualche singulto; mi guardava con una espressione che io
riconoscevo, con una espressione ch'ella aveva avuta già altre volte
alla vista della mia sofferenza. Un tempo, ella non poteva vedermi
soffrire. La sua sensibilità per questo riguardo era esagerata così
che io potevo ottener tutto da lei mostrandomi dolente. Tutto ella
avrebbe fatto per allontanare da me una pena, la minima pena. Spesso
allora io mi fingevo afflitto, per gioco, per agitarla, per essere
consolato come un fanciullo, per avere certe carezze che mi piacevano,
per muovere in lei certe grazie che adiravo. Ed ora non appariva ne'
suoi occhi la medesima espressione tenera e inquieta?
--Vieni qui accanto a me, siediti. O vuoi che seguitiamo a girare pel
giardino? Non abbiamo ancora veduto nulla.... Andiamo verso la
peschiera. Voglio bagnarmi gli occhi.... Perché mi guardi così? Che
pensi? Non siamo felici? Ecco, vedi, incomincio a sentirmi bene, tanto
bene.
Ma avrei bisogno di bagnarmi gli occhi, il viso.... Che ora sarà? Sarà
mezzogiorno? Federico ripasserà verso le sei. Abbiamo tempo.... Vuoi
che andiamo?
Parlava interrottamente, ancora un po' convulsa, con uno sforzo
palese, volendo ricomporsi, riacquistare il dominio su i suoi nervi,
dissipare in me qualunque ombra, apparirmi fidente e felice. La
trepidazione del suo sorriso negli occhi ancora umidi e rosei aveva
una dolcezza penosa che m'inteneriva. Nella sua voce, nella sua
attitudine, in tutta la sua persona era questa dolcezza che
m'inteneriva e m'illanguidiva d'un languore un po' sensuale. Mi è
impossibile definire la delicata seduzione che emanava da quella
creatura su i miei sensi e sul mio spirito, in quello stato di
conscienza irresoluto e confuso. Ella pareva dirmi, mutamente: "Io non
potrei essere più dolce. Prendimi dunque, già che mi ami; prendimi
nelle tue braccia, ma piano, senza farmi male, senza stringermi troppo
forte. Oh, io mi struggo d'essere accarezzata da te! Ma credo che tu
potresti farmi morire!" Questa imaginazione mi aiuta un poco a rendere
l'effetto ch'ella produceva su me col suo sorriso. Io le guardavo la
bocca, quando ella mi disse:--Perché mi guardi così?--Quando ella mi
disse:--Non siamo felici?--, io provai il cieco bisogno d'una
sensazione voluttuosa nella quale attutire il malessere lasciatomi
dalla violenza recente. Quando ella si levò, con un atto rapidissimo
io me la presi fra le braccia e attaccai la mia bocca alla sua.
Fu un bacio di amante quello che io le diedi, un bacio lungo e
profondo che agitò tutta la essenza delle nostre due vite. Ella si
lasciò ricadere sul sedile, spossata.
--Ah no, no, Tullio: ti prego! Non più, non più! Lasciami prima
riprendere un po' di forza--supplicò, stendendo le mani come per
tenermi discosto.--Altrimenti non mi potrò più levare di qui.... Vedi,
sono morta.
Ma in me era avvenuto uno straordinario fenomeno. Tale sul mio spirito
quella sensazione quale su una riva un flutto gagliardo che spazzi
qualunque traccia lasciando la sabbia rasa. Fu come un annullamento
istantaneo; e subito uno stato nuovo si formò sotto l'influenza
immediata delle circostanze, sotto l'urgenza del sangue riacceso. Non
altro più conobbi che questo:--la donna che io desideravo era là,
d'innanzi a me, tremante, prostrata dal mio bacio, tutta mia alfine;
in torno a noi fioriva un giardino solitario, memore, pieno di
segreti; una segreta casa ci aspettava, di là dagli alberi floridi,
custodita dalle rondini familiari.
--Credi tu che io non sarei capace di portarti?--dissi, prendendole le
mani, intrecciando le mie dita alle sue.--Una volta eri leggera come
una piuma. Ora devi essere anche più leggera.... Proviamo?
Qualche cosa d'oscuro passò ne' suoi occhi. Ella per un istante parve
alienarsi in un suo pensiero, come chi considera e risolve
rapidamente. Poi scosse il capo; e arrovesciandosi in dietro e
appendendosi a me con le braccia stese e ridendo (un poco della sua
genciva esangue apparve nel riso), fece:
--Su, tirami su!
E alzata s'abbatté sul mio petto; e questa volta fu ella che mi baciò
prima, con una specie di furia convulsa, come presa da una frenesia
repentina, quasi volesse in un solo tratto estinguere una sete
atrocemente patita.
--Ah, sono morta!--ripeté, quando ebbe distaccata la sua bocca dalla
mia.
E quella bocca umida, un po' gonfia, semiaperta, divenuta più rosea,
atteggiata di languore, in quel viso così pallido e così tenue, mi
diede veramente l'impressione indefinibile d'una cosa che sola fosse
rimasta viva nella sembianza d'una morta.
Bisbigliò, levando gli occhi chiusi (i lunghi cigli le tremolavano
come se un sorriso esiguo di sotto alle palpebre vi stillasse),
trasognata:
--Sei felice?
Io la strinsi al mio cuore.
--Andiamo, dunque. Portami dove vuoi. Reggimi tu un poco. Tullio,
perché le ginocchia mi si piegano....
--Alla nostra casa, Giuliana?
--Dove vuoi....
La reggevo forte alle reni con un braccio e la sospingevo. Ella era
come una sonnambula. Per un tratto, rimanemmo in silenzio. Ci
volgevamo a quando a quando l'uno verso l'altra, nel tempo medesimo,
per rimirarci. Ella veramente mi pareva -nuova-. Una piccolezza
fermava la mia attenzione, mi occupava: un piccolo segno appena
visibile nella sua pelle, un piccolo incavo nel labbro inferiore, la
curva dei cigli, una vena della tempia, l'ombra che cerchiava gli
occhi, il lobo dell'orecchio infinitamente delicato. Il granello fosco
sul collo era nascosto a pena dall'orlo del merletto; ma, per qualche
moto che Giuliana faceva col capo, appariva talvolta e poi spariva; e
la piccola vicenda incitava la mia impazienza. Ero ebro e pur tuttavia
stranamente lucido. Udivo i gridi delle rondini più numerosi e il
chioccolio dei getti d'acqua nella peschiera prossima. Sentivo la vita
scorrere, il tempo fuggire. E quel sole e quei fiori e quelli odori e
quei romori e tutto quel riso della primavera troppo aperto mi diedero
per la terza volta un senso di ansietà inesplicabile.
--Il mio salice!--esclamò Giuliana in vicinanza della peschiera,
cessando di appoggiarsi a me, sollecitando il passo.--Guarda, guarda
com'è grande! Ti ricordi? Era un ramo....
E soggiunse, dopo una pausa pensosa, con un accento diverso, a voce
bassa:
--Io l'avevo già riveduto.... Tu forse non sai: io ci venni a
Villalilla, -quella volta-.
Non trattenne un sospiro. Ma subito, come per dissipare l'ombra
ch'ella aveva messa tra noi con quelle parole, come per togliersi
dalla bocca quell'amarezza, si chinò a una delle cannelle, bevve
qualche sorso e risollevandosi fece l'atto di chiedermi un bacio.
Aveva il mento bagnato e le labbra fresche. Ambedue, taciti, in quella
stretta risolvemmo d'affrettare l'evento omai necessario, la
ricongiunzione suprema che tutte le nostre fibre chiedevano. Quando ci
distaccammo, ambedue ci ripetemmo con gli occhi la stessa cosa
inebriante. Fu straordinario il sentimento che il volto di Giuliana
espresse, ma incomprensibile allora per me. Solo più tardi, nelle ore
che seguirono, potei comprenderlo; quando seppi che un'imagine di
morte e una imagine di voluttà insieme avevano inebriata la povera
creatura e che ella aveva fatto un voto funebre nell'abbandonarsi al
languore del suo sangue. Vedo come se l'avessi d'innanzi, vedrò sempre
quel volto misterioso nell'ombra prodotta dalla grande capellatura
arborea che ci pioveva sopra. I baleni dell'acqua al sole, guizzando
tra i lunghi rami dalle foglie diafane, davano all'ombra una
vibrazione allucinante. Gli echi fondevano in una monotonia cupa e
continua le voci dei getti sonori. Tutte le apparenze esaltavano il
mio essere fuori della realità.
Movendo verso la casa non parlammo. Così intensa era divenuta la mia
brama, la visione dell'evento prossimo rapiva la mia anima in un
turbine così alto di gioia, così forte era il battito delle mie
arterie che io pensai: "È il delirio? Non provai questo la prima notte
nuziale, quando misi il piede su la soglia...." Due o tre volte
m'assalì un impeto selvaggio, come un accesso istantaneo di follia,
che contenni per prodigio: tale era il mio bisogno fisico di
ripossedere quella donna. Anche in lei l'orgasmo doveva essere
divenuto insostenibile, perché ella si fermò sospirando:
--Oh mio Dio, mio Dio! È troppo.
Soffocata, oppressa, m'afferrò una mano e se la portò al cuore.
--Senti!
Più che i battiti del suo cuore io seguii la mollezza del suo seno a
traverso la stoffa; e le mie dita istintivamente si piegarono a
stringere la piccola forma che conoscevano. Vidi negli occhi di
Giuliana l'iride perdersi nel bianco sotto le palpebre che si
abbassavano. Temendo ch'ella venisse meno, la mantenni, poi la
sospinsi, quasi la portai di peso fino ai cipressi, fino a un sedile
dove sedemmo ambedue estenuati.
Stava d'innanzi a noi la casa, come in un sogno.
Ella disse reclinando la testa su la mia spalla:
--Ah, Tullio, che cosa terribile! Non credi anche tu che potremmo
morire?
Ella soggiunse, grave, con una voce venutale chi sa da quale
profondità dell'essere:
--Vuoi che moriamo?
Il singolare brivido ch'io ebbi mi rivelò che un sentimento
straordinario era in quelle parole, forse il sentimento medesimo che
aveva trasfigurato il viso di Giuliana sotto il salice, dopo la
stretta, dopo la muta risoluzione. Ma anche questa volta non potei
comprendere. Soltanto compresi che ambedue eravamo posseduti omai da
una specie di delirio e respiravamo in un'atmosfera di sogno.
Come in un sogno stava d'innanzi a noi la casa. Su la facciata
rustica, per tutte le cornici, per tutte le sporgenze, lungo il
gocciolatoio, sopra gli architravi, sotto i davanzali delle finestre,
sotto le lastre dei balconi, tra le mensole, tra le bugne, dovunque le
rondini avevano nidificato. I nidi di creta innumerevoli, vecchi e
nuovi, agglomerati come le cellette di un alveare, lasciavano pochi
intervalli liberi. Su quelli intervalli e su le stecche delle persiane
e sui ferri delle ringhiere gli escrementi biancheggiavano come
spruzzi di calcina. Benché chiusa e disabitata, la casa viveva. Viveva
d'una vita irrequieta, allegra e tenera. Le rondini fedeli
l'avvolgevano dei loro voli, dei loro gridi, dei loro luccichii, di
tutte le loro grazie e di tutte le loro tenerezze, senza posa. Mentre
gli stormi s'inseguivano per l'aria in caccia con la velocità delle
saette, alternando i clamori, allontanandosi e riavvicinandosi in un
attimo, radendo gli alberi, levandosi nel sole, gittando a tratti
dalle macchie bianche un baleno, instancabili, ferveva dentro ai nidi
e in torno ai nidi un'altra opera. Delle rondini covaticce alcune
rimanevano per qualche istante sospese agli orifizi; altre si
reggevano su le ali brillando; altre s'introducevano a mezzo,
lasciando di fuori la piccola coda forcuta che tremolava vivamente,
nera e bianca su la mota giallastra; altre di dentro escivano a mezzo,
mostrando un po' del petto lustro, la gola fulva; altre, fino allora
invisibili, si spiccavano a volo con un grido acutissimo, scoccavano.
E tutta quella mobilità alacre ed ilare intorno alla casa chiusa,
tutta quella vivacità di nidi intorno al nostro antico nido erano uno
spettacolo così dolce, un così fino miracolo di gentilezza che noi per
qualche minuto, come in una pausa della nostra febbre, ci obliammo a
contemplarlo.
Io ruppi l'incanto, alzandomi. Dissi:
--Ecco la chiave. Che aspettiamo?
--Sì, Tullio, aspettiamo ancora un poco!--ella supplicò, paventando.
--Io vado ad aprire.
E mi mossi verso la porta; salii i tre gradini che parevano quelli di
un altare. Mentre stavo per girare la chiave col tremito del devoto
che apre il reliquiario, sentii dietro di me Giuliana che m'aveva
seguito furtiva, leggera come un'ombra. Ebbi un sussulto.
--Sei tu?
--Sì, sono io--bisbigliò ella, carezzevole, spirandomi nell'orecchio
il suo alito.
E, standomi alle spalle, mi cinse il collo con le braccia in modo che
i suoi polsi delicati s'incrociarono sotto il mio mento.
L'atto furtivo, quel tremolio di riso ch'era nel suo bisbiglio e che
tradiva la sua gioia infantile d'avermi sorpreso, quella maniera
d'allacciarmi, tutte quelle grazie agili mi ricordarono la Giuliana
d'un tempo, la giovine e tenera compagna degli anni felici, la
creatura deliziosa dalla lunga treccia, dalle fresche risa, dalle arie
di fanciulla. Un soffio della stessa felicità m'investì, sul limitare
della casa memore.
--Apro?--domandai, tenendo ancora la mano su la chiave per girarla.
--Apri,--ella rispose, senza lasciarmi, spirandomi ancora il suo alito
nel collo.
Allo stridere che fece la chiave nella serratura, ella mi legò più
forte con le braccia, mi si serrò addosso, comunicandomi il suo
brivido. Le rondini garrivano sul nostro capo; e pure quel lieve
stridore ci parve distinto come in un silenzio profondo.
--Entra--ella mi bisbigliò, senza lasciarmi. Entra, entra.
Quella voce, proferita da labbra tanto vicine ma invisibili, reale e
pure misteriosa, spiratami calda nell'orecchio e pure intima come se
mi parlasse nel mezzo dell'anima, e femmina e dolce come nessun'altra
voce fu mai, io la odo ancora, la udrò sempre.
--Entra, entra.
Spinsi la porta. Varcammo la soglia, come fusi in una sola persona,
pianamente.
L'andito era rischiarato da un'alta finestra rotonda. Una rondine ci
svolazzò sul capo garrendo. Levammo gli occhi, sorpresi. Un nido
pendeva fra le grottesche della volta. Alla finestra, mancava un
vetro. La rondine fuggì via pel varco, garrendo.
--Ora sono tua, tua, tua!--bisbigliò Giuliana, senza distaccarsi dal
mio collo ma girando flessuosamente per venirmi sul petto, per
incontrare la mia bocca.
A lungo ci baciammo. Io dissi, ebro:
--Vieni. Andiamo su. Vuoi che ti porti?
Se bene ebro, io mi sentivo nei muscoli la forza di portarla su per le
scale in un tratto.
Ella rispose:
--No. Posso salire da me.
Ma non pareva ch'ella potesse, a udirla, a vederla.
Io la cinsi, come prima nel viale: e la sospinsi di gradino in
gradino, così sorreggendola. Veramente pareva nella casa fosse quel
rombo cupo e remoto che conservano in loro certe conchiglie profonde.
Veramente pareva che nessun altro romore dall'esterno vi giungesse.
Quando fummo sul pianerottolo, io non aprii l'uscio di contro; ma
volsi a destra pel corridoio oscuro, traendo lei per la mano, senza
parlare. Tanto forte ella ansava che mi faceva pena, mi comunicava
l'ambascia.
--Dove andiamo?--mi domandò.
Io risposi:
--Alla stanza -nostra-.
Quasi non ci si vedeva. Io ero come guidato da un istinto. Ritrovai la
maniglia; aprii. Entrammo.
L'oscurità era rotta dall'albore che trapelava dagli spiragli; e vi si
udiva più cupo il rombo. Io volevo correre verso quegli indizi per
fare subito la luce, ma non potevo lasciare Giuliana; mi pareva di non
potermi distaccare da lei, di non poter interrompere né pure per un
attimo il contatto delle nostre mani, quasi che a traverso la cute le
estremità vive dei nostri nervi aderissero magneticamente. Ci
avanzammo insieme, ciechi. Un ostacolo ci arrestò, nell'ombra. Era il
letto, il gran letto delle nostre nozze e dei nostri amori....
Fin dove s'udì il grido terribile?
VIII.
Erano le due del pomeriggio. Tre ore circa erano passate dal momento
del nostro arrivo a Villalilla.
Avevo lasciata sola Giuliana per alcuni minuti; ero andato a chiamare
Calisto. Il vecchio aveva portato il canestro della colazione; e, non
più con sorpresa ma con una certa malizia bonaria, aveva ricevuto un
secondo congedo bizzarro.
Stavamo ora, io e Giuliana, seduti a tavola come due amanti, l'uno di
fronte all'altra, sorridendoci. Avevamo là vivande fredde, conserve di
frutti, biscotti, aranci, una bottiglia di Chablis. La sala, con la
sua volta a ornati barocchi, con le sue pareti chiare, con le sue
pitture pastorali nei soprapporti, aveva una certa gaiezza antiquata,
un'aria del secolo scorso. Pel balcone aperto entrava una luce assai
mite, poiché pel cielo s'erano diffuse lunghe vene lattee. Nel
rettangolo pallido campeggiava "il vecchio cipresso venerabile che
aveva al suo piede un cespo di rose e un coro di passeri alla sua
cima." Più giù, a traverso i ferri curvi della ringhiera appariva la
delicata selva di color gridellino, la gloria primaverile di
Villalilla. Il triplice profumo, l'anima primaverile di Villalilla,
esalava nella calma a onde lente eguali.
Giuliana diceva:
--Ti ricordi?
Ripeteva, ripeteva:
--Ti ricordi?
Le più lontane ricordanze del nostro amore venivano a una a una su la
sua bocca, evocate a pena con qualche accenno discreto e pur riviventi
con una straordinaria intensità nel luogo natale, tra le cose
favorevoli. Ma quella sollecitudine affannosa, quel furore di vita,
che m'avevano invaso nel giardino alla prima sosta, ora anche mi
rendevano quasi insofferente, mi suggerivano visioni dell'avvenire
iperboliche da contrapporre ai fantasmi del passato troppo incalzanti.
--Bisogna che noi torniamo qui, domani, fra due, fra tre giorni al
più, per rimanere; ma soli. Tu vedi: qui non manca nulla; non è stato
portato via nulla. Se tu volessi, potremmo anche rimanere stanotte
qui.... Ma tu non vuoi! È vero che non vuoi?
Con la voce, col gesto, con lo sguardo io cercavo di tentarla. Le mie
ginocchia toccavano le sue ginocchia. Ed ella mi guardava fissamente,
senza rispondere.
--Imagini tu -la prima sera-, qui, a Villalilla? Andar fuori, restar
fuori sin dopo l'Ave Maria, vedere le finestre illuminate! Ah, tu
intendi bene.... I lumi che si accendono in una casa per la prima
volta, -la prima sera-! Imagini? Fino ad ora tu non hai fatto che
ricordare, ricordare. E pure, vedi: tutti i tuoi ricordi non valgono
per me un momento di oggi, non varranno un momento di domani. Dubiti
tu, forse, della felicità che abbiamo d'avanti? Io non t'ho mai amata
come t'amo ora, Giuliana; mai mai. Intendi? Io non sono mai stato tuo
come ora, Giuliana.... Ti racconterò, ti racconterò le mie giornate,
perchè tu conosca i tuoi miracoli. Dopo tante cattive cose, chi poteva
sperare una cosa simile? Ti racconterò.... Mi pareva, in certe ore,
d'essere tornato al tempo dell'adolescenza, al tempo della prima
giovinezza. Mi sentivo -candido- come allora; buono, tenero, semplice.
Non mi ricordavo più di nulla. Tutti tutti i miei pensieri erano tuoi;
tutte le mie commozioni si riferivano a te. Certe volte, la vista d'un
fiore, d'una piccola foglia, bastava a far traboccare la mia anima,
tanto era piena. E tu non sapevi nulla; non t'accorgevi di nulla,
forse. Ti racconterò.... L'altro giorno, sabato, quando entrai nella
tua stanza con quelle spine! Ero timido come un innamorato novello e
mi sentivo morire, dentro, dal desiderio di prenderti fra le mie
braccia.... Non te n'accorgesti? Ti racconterò tutto; ti farò ridere.
Quel giorno le cortine dell'alcova lasciavano intravedere il tuo
letto. Non potevo distaccare gli occhi di là, e tremavo. Come tremavo!
Tu non sai.... Già due o tre altre volte io ero entrato nella tua
stanza, solo, di nascosto, con una grande palpitazione; ed avevo
sollevato le cortine per guardare il tuo letto, per toccare il tuo
lenzuolo, per affondare la faccia nel tuo guanciale, come un amante
fanatico. E certe notti, quando tutti già dormivano alla Badiola, io
mi avventuravo, piano piano, fin quasi alla tua porta; credevo di
ascoltare il tuo respiro.... Dimmi, dimmi: stanotte potrò venire da
te? Mi vorrai? Di': mi aspetterai? Potremmo dormire lontani, stanotte?
Impossibile! La tua guancia ritroverà il suo posto sul mio petto,
qui,--ti ricordi? Come dormivi leggera!
--Tullio, Tullio, taci!--m'interruppe ella, supplichevole, quasi che
le mie parole le facessero male.
Soggiunse, sorridendo:
--Bisogna che tu non mi ubriachi così.... Te lo dicevo, dianzi. Sono
tanto debole; sono una povera malata.... Tu mi dai le vertigini. Io
non reggo. Vedi come mi hai già ridotta? Mi hai lasciata con
mezz'anima....
Ella sorrideva, con un sorriso tenue, stancamente. Aveva le palpebre
un poco arrossite; ma sotto quella stanchezza delle palpebre gli occhi
le ardevano d'un ardore febrile e mi guardavano di continuo, con una
fissità quasi intollerabile se bene temperata dall'ombra dei cigli. In
tutta la sua attitudine era qualche cosa d'innaturale che la mia vista
non riusciva a cogliere né il mio spirito a definire. Quando mai la
sua fisonomia aveva avuto quel carattere di mistero inquietante?
Pareva che di tratto in tratto la sua espressione si complicasse, si
oscurasse fino a divenire enigmatica. Ed io pensavo: "Ella è
travagliata dal vortice interiore. Non vede ancora chiaramente in sé
medesima quel che è accaduto. Tutto, forse, dentro di lei è sconvolto.
La sua esistenza non è mutata in un attimo?" E quella espressione
profonda mi attirava e mi appassionava sempre più. L'ardore del suo
sguardo mi penetrava nelle midolle come un fuoco vorace. Benché io la
vedessi così affranta, ero impaziente di prenderla ancora, di
stringerla ancora, di udire un altro suo grido, di beverle tutta
l'anima.
--Non mangi nulla--io le dissi, facendo uno sforzo per dissipare il
vapore che mi saliva al capo rapidamente.
--Anche tu.
--Almeno bevi un sorso. Non riconosci questo vino?
--Oh, lo riconosco.
--Ti ricordi?
E ci guardammo dentro le pupille, alterati, nell'evocare il ricordo
d'amore su cui ondeggiava il fumo di quel delicato vino amaretto e
biondo ch'ella prediligeva.
--Beviamo dunque insieme, alla nostra felicità!
Urtammo i bicchieri ed io bevvi con foga; ma ella non bagnò né pure le
labbra, come presa da una ripugnanza invincibile.
--E bene?
--Non posso, Tullio.
--Perché?
--Non posso. Non mi forzare. Credo che anche una goccia mi farebbe
male.
Ella s'era coperta d'un pallore cadaverico.
--Ma tu ti senti male, Giuliana.
--Un poco, alziamoci. Andiamo sul balcone.
Cingendola sentii la viva mollezza del suo fianco, poiché nella mia
assenza ella s'era liberata del busto. Le dissi:
--Vuoi stenderti sul letto? Tu ti riposerai e io ti starò accanto....
--No, Tullio. Sto già bene, vedi.
E ci fermammo sul limitare del balcone, al conspetto del cipresso.
Ella s'appoggiò allo stipite, e posò una mano su la mia spalla.
Dalla sporgenza dell'architrave, di sotto alla cimasa, pendeva un
gruppo di nidi. Le rondini vi accorrevano e se ne partivano con
un'attività incessante. Ma così piena era la calma del giardino
sottoposto, così ferma era la cima del cipresso innanzi a noi, che
quei frulli, quei voli, quei gridi mi diedero un senso di fastidio, mi
dispiacquero. Poiché tutto s'attenuava, si velava, in quella luce
quieta, desiderai una pausa, un lungo intervallo di silenzio, un
raccoglimento, per assaporare tutta quanta la soavità dell'ora e della
solitudine.
--Ci saranno ancora gli usignuoli?--dissi, ricordando le violente
melodìe vespertine.
--Chi sa! Forse.
--Cantano verso sera. Non ti piacerebbe di riudirli?
--Ma a che ora ripasserà Federico?
--Tardi, speriamo,
--Oh sì, tardi, tardi!--ella esclamò, con una sincerità d'augurio così
calda ch'io n'ebbi un fremito di gioia.
--Sei felice?--le domandai, cercandole negli occhi la risposta.
--Sì, sono felice--ella rispose, abbassando i cigli.
--Sai che amo te sola, che sono tutto tuo per sempre?
--Lo so.
--E tu ora.... come mi ami?
--Come non potrai mai sapere, povero Tullio!
E, dicendo queste parole, ella si staccò dallo stipite e si appoggiò
tutta su me con una di quelle sue movenze indescrivibili in cui era
quanto di abbandonata dolcezza la più femmina delle creature può
emanare verso un uomo.
--Bella! bella!
Veramente bella appariva, illanguidita, arrendevole, molle, quasi
direi fluida così che mi faceva pensare alla possibilità di assorbirla
a poco a poco, d'imbevermene. Sul pallore del viso la massa dei
capelli rilasciata sembrava che stesse per diffondersi in fiotto. I
cigli le spandevano a sommo delle gote un'ombra che mi turbava più
d'uno sguardo.
--Anche tu non potrai mai sapere.... Se ti dicessi i pensieri folli
che mi nascono dentro! È una felicità così grande che mi dà
l'angoscia, mi dà quasi il desiderio di morire.
--Morire!--ella ripetè sommessamente, con un sorriso tenue.
--Chi sa, Tullio, che io non ti muoia.... presto!
--Oh, Giuliana!
Ella si sollevò diritta per guardarmi; e soggiunse:
--Dimmi, che faresti tu se io ti morissi, all'improvviso?
--Bambina!
--Se, per esempio, domani io fossi morta?
--Ma taci!
E io la presi alle tempie e incominciai a baciarla su la bocca, su le
gote, su gli occhi, su la fronte, su i capelli, con baci rapidi e
leggeri. Ella si lasciava baciare. Anzi, quando io mi arrestai,
mormorò:
--Ancora!
--Ritorniamo nella nostra stanza--io pregai, traendola.
Ella si lasciava trarre.
Anche nella nostra stanza il balcone era aperto. Entrava con la luce
l'odore muschiato delle rose gialle che fiorivano là presso. Sul fondo
chiaro delle tappezzerie i minuti fiori azzurri erano tanto sbiaditi
che a pena si vedevano. Un lembo del giardino si rifletteva nello
specchio di un armadio, sfondando in una lontananza chimerica. I
guanti, il cappello, un braccialetto di Giuliana, posati su un tavolo,
parevano aver già ridestata là dentro l'amorosa vita di un tempo, aver
già diffusa un'aria nuova d'intimità.
--Domani, domani bisogna tornare qui; non più tardi--io dicevo,
ardendo d'impazienza, sentendo venire a me da tutte quelle cose non so
quale incitazione e quale lusinga.--Bisogna che domani noi dormiamo
qui. Tu vuoi; non è vero?
--Domani!
--Ricominciare l'amore, in questa casa, in questo giardino, con questa
primavera.... Ricominciare l'amore, come se nulla ci fosse noto;
ricercare a una a una le nostre carezze e trovare in ognuna un sapore
nuovo, come se non le avessimo provate mai; e avere d'innanzi a noi
molti giorni, molti giorni....
--No, no, Tullio; non si parla dell'avvenire.... Non sai che è un
cattivo augurio? Oggi, oggi... Pensa a oggi, all'ora che passa....
Ed ella si strinse a me, perdutamente, con un ardore incredibile,
serrandomi a furia di baci la bocca.
IX.
--M'è parso di udire i sonagli dei cavalli--fece Giuliana,
sollevandosi.--Arriva Federico.
Ascoltammo. Ella doveva essersi ingannata.
--Non è l'ora?--mi domandò.
--Sì, sono quasi le sei.
--Oh, mio Dio!
Ascoltammo di nuovo. Non si udiva alcuno strepito che annunziasse la
carrozza.
--Ma è meglio che tu vada a vedere, Tullio.
Uscii dalla stanza: scesi le scale. Vacillavo un poco; avevo una
nebbia su gli occhi; mi sembrava che un vapore mi s'involasse dal
cervello. Per la piccola porta laterale del muro di cinta, chiamai
Calisto che aveva la sua abitazione là presso. Lo interrogai.--La
carrozza non si vedeva ancora.
Il vecchio avrebbe voluto trattenermi a discorrere.
--Sai, Calisto, che torneremo qui probabilmente domani, per
rimanerci?--gli dissi.
Alzò le braccia verso il cielo, in segno d'allegrezza.
--Davvero?
--Davvero. Avremo tempo di discorrere! Quando vedi la carrozza, vieni
ad avvertirmi. Addio, Calisto.
E lo lasciai per rientrare. Cadendo il giorno, le rondini aumentavano
i clamori. L'aria s'era accesa, e gli stormi veementi la fendevano
luccicando.
--E bene?--mi chiese Giuliana, volgendosi dallo specchio d'innanzi a
cui stava già per mettersi il cappello.
--Nulla.
--Guardami. Sono ancora troppo scapigliata?
--No.
--Ma che viso! Guardami.
Pareva veramente ch'ella si fosse levata dalla bara tanto era
disfatta. I suoi occhi avevano un gran cerchio violaceo.
--E pure sono viva--ella soggiunse; e volle sorridere.
--Tu soffri?
--No, Tullio. Ma già, non so. Mi pare di essere tutta vuota, di avere
la testa vuota, le vene vuote, il cuore vuoto.... Tu potrai dire che
t'ho dato tutto. Non ho lasciato per me, vedi, che a pena a pena
un'apparenza di vita....
Ella sorrideva, pronunziando tali parole, stranamente; sorrideva d'un
sorriso tenue e sibillino che mi turbava a dentro movendo indefinite
inquietudini. Troppo ero intorpidito dalla voluttà, troppo ero
offuscato dall'ebrezza; e i moti del mio spirito erano per ciò pigri,
la mia conscienza era ottusa. Non mi penetrava ancora nessun sospetto
sinistro. Pure, io la guardavo con attenzione, la esaminavo angustiato
senza sapere perché.
Ella si rivolse allo specchio, si mise il cappello; poi andò verso il
tavolo, prese il braccialetto, i guanti.
--Sono pronta--disse.
Parve cercare qualche altro oggetto, con lo sguardo. Soggiunse:
--Avevo un ombrello; è vero?
--Sì, credo.
--Ah, ecco: devo averlo lasciato laggiù, sul sedile, al bivio.
--Andiamo a cercarlo?
--Sono troppo stanca.
--Vado io solo, allora.
--No. Manda Calisto.
--Vado io. Ti coglierò qualche ramo di lilla, un mazzo di rose
muscate. Vuoi?
--No. Lascia stare i fiori....
--Vieni qui. Siediti, intanto. Forse Federico tarderà.
Accostai al balcone una poltrona, per lei; ed ella vi si abbandonò.
--Già che scendi--mi disse--guarda se il mio mantello è da Calisto.
Non sarà rimasto nella carrozza; è vero! Ho un poco di freddo.
Rabbrividiva in fatti.
--Vuoi che ti chiuda il balcone?
--No, no. Lasciami guardare il giardino. A quest'ora, com'è bello!
Vedi? Com'è bello!
Il giardino si dorava qua e là, vagamente. Le cime fiorite degli
alberi di lilla pendevano in un color paonazzo vivo; e, come il resto
dei rami fioriti in una massa tra bigia e turchiniccia ondeggiava
all'aria, parevano i riflessi d'una seta cangiante. Su la peschiera i
salici di Babilonia inchinavano le loro capellature soavi; e l'acqua
vi traspariva col fulgore della madreperla. Quel fulgore immobile e
quel gran pianto arboreo e quella selva di fiori così delicata in
quell'oro morente componevano una visione maliosa, incantevole, senza
realtà.
Ambedue per qualche minuto rimanemmo taciturni, in potere di quei
prestigi. Una malinconia confusa m'invadeva l'anima; l'oscura
disperazione che è latente in fondo ad ogni amore umano si moveva
dentro di me. D'avanti a quello spettacolo ideale, la mia stanchezza
fisica, il torpore de' miei sensi, parevano appesantirsi. Mi
occupavano il malessere, lo scontento, l'indefinito rimorso che
seguono la cessazione delle voluttà troppo acute e troppo lunghe. Io
soffrivo.
Giuliana disse, come in un sogno:
--Ecco, ora vorrei chiudere gli occhi e non riaprirli più.
Soggiunse, rabbrividendo:
--Tullio, ho freddo. Va.
Distesa nella poltrona, ella si restrinse in sé stessa come per
resistere ai brividi che l'assalivano. Il suo volto, specie intorno
alle narici aveva la trasparenza di certi alabastri lividicci. Ella
soffriva.
--Tu ti senti male, povera anima!--io le dissi, accorato, con un po'
di sbigottimento, guardandola fiso.
--Ho freddo. Va. Portami il mantello, subito.... Ti prego.
Corsi giù da Calisto, mi feci dare il mantello; risalii subito. Ella
aveva fretta d'indossarlo. L'aiutai. Quando si riadagiò nella
poltrona, nascondendo le mani dentro le maniche, disse:
--Sto bene, così.
--Vado allora a prendere l'ombrello, laggiù, dove l'hai lasciato?
--No. Che importa?
Io aveva una strana smania di tornare laggiù, a quel vecchio sedile di
pietra dove avevamo fatta la prima sosta, dove ella aveva pianto, dove
ella aveva pronunziate le tre parole divine: "Sì, anche più...." Era
una tendenza sentimentale? Era la curiosità d'una sensazione nuova?
Era il fascino che esercitava su me l'aspetto misterioso del giardino
in quell'ora ultima?
--Vado e torno in un minuto--dissi.
Uscii. Come fui sotto il balcone, chiamai:
--Giuliana!
Ella si mostrò. Ho ancora avanti gli occhi dell'anima, evidentissima,
la muta apparizione crepuscolare: quella figura alta, resa più alta
dalla lunghezza del mantello amaranto, e sul cupo colore quella bianca
bianca faccia. (Le parole di Jacopo ad Amanda si sono legate, nel mio
spirito, con l'imagine inalterabile. "-Come- -bianca, questa sera,
Amanda! Vi siete voi svenata per colorare la vostra veste?-")
Ella si ritrasse; anzi meglio è dire, per esprimere la sensazione
ch'io n'ebbi; disparve. Ed io m'avanzai pel viale rapidamente, non
avendo la piena consapevolezza di ciò che mi spingeva. Udivo risonare
i miei passi nel mio cervello. Tanto ero smarrito che dovetti fermarmi
per riconoscere i sentieri. Da che mi veniva quell'agitazione cieca?
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